Per decenni, uno dei pilastri morali e finanziari della cooperazione
internazionale è stato rappresentato da una formula consolidata: la foto di un
bambino, un nome, un villaggio lontano e la promessa che, attraverso una quota
mensile, si potesse “cambiare una vita”.
Tuttavia, le immagini di minori africani utilizzate per mobilitare le donazioni
— pratica nota da anni come poverty porn — non sono affatto neutrali. Producono
immaginari, rafforzano gerarchie e raccontano l’Africa come un luogo di
privazione, piuttosto che come uno spazio di organizzazione sociale.
Il modello del sostegno a distanza, o “sponsor a child”, ha costruito l’identità
di molte grandi Ong occidentali attive in Africa, Asia e America Latina. Per
mezzo secolo, la figura dello sponsor del “povero bimbo” è stata considerata
intoccabile: una formula semplice e rassicurante composta da un bambino, un
donatore e una promessa.
Questo meccanismo ha funzionato, raccogliendo fondi e costruendo consenso, ma ha
anche cristallizzato un’immagine distorta del continente africano: una terra
fragile, dipendente e in perenne attesa.
Oggi ActionAid, una delle grandi organizzazioni che più a lungo ha incarnato
questo modello sin dalla sua nascita nel 1972, dichiara che tale approccio non è
più sufficiente. Lo fa con parole che hanno un peso specifico nel mondo della
cooperazione: l’obiettivo è “decolonizzare” lo storico programma di
sponsorizzazione dal paternalismo, retaggio di un’epoca passata. Non si tratta
di accuse esterne, bensì di un’autocritica necessaria. È un passaggio complesso
e scomodo, poiché tocca il cuore emotivo della cooperazione internazionale e
mette in discussione un sistema che ha garantito entrate stabili per decenni.
Per anni il sistema è rimasto immutato: i donatori scelgono un bambino in un
Paese povero, ricevendo in cambio aggiornamenti, lettere e fotografie. È
tuttavia evidente che permettere di selezionare un bambino tramite una foto
generi una relazione asimmetrica. Si definisce un divario tra chi guarda e chi
viene guardato, tra chi decide e chi riceve: un nodo che non è solo etico, ma
profondamente simbolico. Non è solo una questione di metodo; è, a tutti gli
effetti, una questione di potere.
Il fulcro della revisione annunciata consiste nello spostare la narrazione degli
aiuti dalla compassione alla reale solidarietà. L’obiettivo non è più limitarsi
ad “aiutare qualcuno che soffre”, ma collaborare attivamente con movimenti
locali, organizzazioni di base e comunità che già lottano per i diritti,
l’istruzione e la salute. Questo approccio impone un superamento delle
narrazioni individuali, dei ‘volti’ da salvare. In termini di coerenza, ciò
dovrebbe tradursi in una drastica riduzione degli investimenti in campagne
pubblicitarie e promozione, così come in un ridimensionamento di quegli apparati
burocratici che alimentano stipendi privilegiati.
Resta però un interrogativo aperto che ogni Ong deve affrontare: i donatori
saranno pronti a seguire questo cambiamento? Saranno disposti ad accettare
un’Africa meno “commovente”, meno filtrata dai post strategici e furbetti sui
social e più marcatamente politica?. Un’Africa meno rassicurante e più
complessa?
Decolonizzare gli aiuti, infatti, non significa solo modificare i programmi.
Significa rinunciare intimamente all’idea di essere al centro della Storia.
Perché non lo siamo.
L'articolo Basta con l’immagine del povero bimbo malato: ActionAid cambia rotta
in Africa e smonta un rapporto di potere proviene da Il Fatto Quotidiano.
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“I senza dimora sono invisibili soltanto agli occhi di chi è indifferente”.
Manuela è una delle oltre seimila volontarie e volontari che partecipano alla
“Rilevazione nazionale delle Persone Senza Dimora” promossa da Istat e condotta
da fio.PSD. Non accadeva da dodici anni. Il censimento è partito lunedì sera in
quattordici grandi città italiane, Milano compresa. Ogni città viene divisa in
zone e ogni zona viene affidata a una squadra composta da volontari che annotano
sul sistema il numero dei senza dimora. “La conta è importante perché ci
permette di quantificare e anche qualificare il fenomeno – racconta al
Fattoquotidiano.it il referente formazione fio.PSD Paolo Moreschi – e questo
serve a fare politiche di intervento più mirate e anche più proporzionate”. Ma
c’è un altro valore aggiunto. “e anche un’occasione per il tipo di
coinvolgimento che una giornata come questa riesce a realizzare – riflette
Moreschi – quindi mettere le persone in una posizione di protagonista nel
confrontarsi con questo tema”. La risposta dei cittadini non si è fatta
attendere. In tanti hanno risposto all’appello e si sono messi a disposizione.
“Perché lo faccio? È un dovere civico, se vogliamo aiutare la città ad andare
avanti, dobbiamo essere noi a fare qualcosa – riflette Patrizia – non possiamo
passare davanti a queste persone senza avere il desiderio di aiutarli in qualche
modo, magari anche non direttamente, ma questo è un modo indiretto per farli
diventare visibili al mondo”. Nel centro di Milano, tra le gallerie e le
pubblicità delle Olimpiadi, appena chiudono le saracinesche dei negozi e dei
bar, i dehor e le gallerie diventano il rifugio per tanti. Negli angoli riparati
delle gallerie , spuntano tende e cartoni. Le volontarie annotano il numero
mentre camminano per le vie del centro. Le difficoltà più grandi per loro non
sono soltanto materiali: “Spesso ci dimentichiamo che arrivare in strada è
l’esito di un percorso – commenta Paolo Moreschi – e in realtà le difficoltà più
grandi sono proprio nella mancanza di relazioni, di reti sociali e anche di una
spinta e di un desiderio di avere un motivo per alzarsi la mattina”.
L'articolo Al via il censimento dei senza dimora, una notte con i volontari
nelle strade di Milano: “Contarli è il modo per renderli visibili al mondo”
proviene da Il Fatto Quotidiano.
Per capire la questione del cosiddetto “disagio giovanile” bisognerebbe
anzitutto chiamarlo con il suo nome: dolore. Bisognerebbe cioè partire dalla
sofferenza e dalle sue cause, invece che occuparsi dei modi con cui questa
sofferenza prova ad essere placata: violenza su sé e sugli altri
(autolesionismo, risse, coltelli), abuso di droghe, di social media e
smartphone, psicofarmaci che circolano senza ricette, ritiro sociale.
Il dolore dei ragazzi che vengono da famiglie immigrate non è difficile da
comprendere: carenza di risorse economiche e culturali, povertà, anche
abitativa, violenza familiare non possono che esitare in comportamenti devianti.
Ma anche nelle famiglie italiane l’angoscia non manca: scarsità di fratelli,
separazioni dei genitori precoci e sempre più conflittuali, nonni che muoiono –
visto che si nasce sempre più tardi – educazione all’insegna della prestazione e
della competizione invece che della condivisione e della socialità. Per
entrambi, ragazzi di origine straniera e italiani, è invece comune lo spettacolo
di un mondo attraversato da una violenza estrema, un mondo dove i capi di stato
sono spesso malati psichici, un mondo armato fino ai denti.
Identificata la sofferenza – che nasce da una società sempre più atomizzata dove
le agenzie di socialità e di senso, scout, oratori, etc. sono sempre più scarne,
mentre trionfa l’intrattenimento dei centri estivi e dei mille corsi di lingua,
l’attenzione può spostarsi ai modi con cui i ragazzi cercano disperatamente di
attutire il dolore. Nelle menti più fragili, il combinarsi di alcuni di questi
elementi – psicofarmaci e droga, ad esempio, oppure droghe e smartphone –
possono produrre esiti drammatici, dove non è più chiaro tra l’altro cosa è
conseguenza di cosa, la causa e l’effetto. Perché il dolore produce abuso di
sostanze, ma a sua volta l’abuso di sostanze aumenta confusione, dolore,
psicosi. Una devastazione mentale e morale.
Cosa possono fare le famiglie? Quasi nulla. O, meglio, possono fare se hanno
abbondanza di strumenti culturali ed economici e tempo a disposizione. Se
riescono a trovare i giusti specialisti, pagati a caro prezzo, se riescono a
curare il dolore, magari capendo che occorre partire dal proprio. E le altre?
Quelle che sopravvivono a malapena, dove i genitori presto e tornano tardi, con
poche risorse, famiglie che non sanno come gestire un ragazzo sempre più
violento anche in casa, sempre più malato? Quanta disperazione c’è in queste
famiglie non si può neanche raccontare.
Per questo pensare di punire i genitori per minori che compiono reati è
agghiacciante, perché quelle famiglie sono, semmai, vittime. Inasprire le pene,
abbassando l’età, è tanto aberrante quanto inutile. Togliere passaporti e
permessi di soggiorno? Benzina sul fuoco della disperazione.
Cosa servirebbe, allora? L’elenco è lunghissimo. Certo, una guerra vera e totale
allo spaccio, oggi che la droga arriva a domicilio in cinque minuti. Ma anche
più risorse economiche e di tempo per le famiglie, smart working, soldi veri:
perché la presenza in casa cura. Soprattutto: più risorse economiche ai servizi
socio-sanitari sul territorio. Oggi per avere una visita neuropsichiatrica
infantile si aspettano mesi. Per entrare in una comunità – unici luoghi dove,
quando la situazione ormai si è cronicizzata, è possibile forse ancora salvare i
ragazzi, riuscendo a distinguere cause ed effetti – ci sono liste d’attese
infinite.
E la scuola? Può poco o nulla, nelle condizioni attuali. Potrebbe, quello sì,
smettere di puntare su competizione e valutazione e valorizzare didattica di
gruppo, socialità, cooperazione tra gli studenti.
Niente di tutto questo è nel programma del governo. Il quale, ironia della
sorte, vuole punire e perseguitare chi ha in tasca un coltello – spesso solo per
paura – mentre investe miliardi in nuove armi. Si può essere così
drammaticamente incoerenti?
L'articolo Il governo vuol punire chi ha in tasca un coltello mentre investe
miliardi in armi: si può essere così incoerenti? proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Le priorità della premier Giorgia Meloni per il 2026 sono sicurezza e crescita,
come ha spiegato durante la conferenza stampa di inizio anno. Disuguaglianza e
povertà non sembrano impensierirla. Così si spiegano i tanti interventi a favore
di categorie già avvantaggiate e l’assenza di misure contro il lavoro malpagato
e precario e il disagio abitativo, l’abolizione dell’unico strumento universale
per la lotta all’indigenza, la mancanza di correttivi a un sistema fiscale
iniquo che “spreme” più i salari che i profitti. Eppure, come ricorda ancora una
volta Oxfam nel rapporto annuale Disuguitalia, la Penisola resta il Paese delle
fortune invertite. In cui la ricchezza si concentra sempre di più ai vertici
mentre chi è povero non riesce a uscirne perché ha minori opportunità educative,
non può contare su reti di protezione in caso di emergenze, ha meno accesso al
credito, non può permettersi di dire no a un lavoro purchessia.
I DIVARI CRESCENTI DELL'”EREDITOCRAZIA” ITALIA
Le ultime stime, riferite alla metà del 2025, mostrano squilibri profondi e in
crescita. Il 10% più benestante delle famiglie – scrive Oxfam – ha in mano il
59,9% della ricchezza nazionale, la metà più povera si ferma al 7,4%. Tra giugno
2024 e giugno 2025 la ricchezza nazionale è aumentata del 3,6% in termini
nominali: da 10.610 a 10.990 miliardi di euro. Ma quasi due terzi
dell’incremento sono andati al top 5% delle famiglie, mentre la metà più povera
ne ha intercettato appena il 4,6%. I soli 79 miliardari italiani tra novembre
’24 e ’25 si sono arricchiti in termini reali di 54,6 miliardi di euro. Da
notare che circa due terzi della loro fortuna deriva da eredità. Solo
l’antipasto di quel che succederà nel prossimo decennio, quando passeranno di
mano patrimoni per un valore di 2.500 miliardi, rendendo la società italiana
sempre più “ereditocratica“, complici tasse di successione quasi inesistenti. Se
si allarga lo sguardo, la dinamica è ancora più evidente: negli ultimi 15 anni
il 91% della nuova ricchezza è finito al 5% più ricco e solo il 2,7% a chi stava
peggio.
Quanto ai redditi, nel 2023 la disuguaglianza nella distribuzione è aumentata e
le simulazioni Istat sull’impatto redistributivo delle politiche del governo
prospettano un ulteriore incremento nel 2024, causa peggioramento della
condizione di chi guadagna meno. La povertà assoluta si è intanto stabilizzata a
quota 5,7 milioni di persone: 1,6 milioni in più rispetto al 2014 e 1,1 milioni
in più rispetto al 2019, prima della pandemia. Il governo non prevede che la
situazione migliori di qui al 2028.
Tutelarsi dalla caduta nell’indigenza è diventato più difficile anche per chi
lavora. Il rapporto ricorda infatti come la crescita occupazionale iniziata dopo
la pandemia non basti per compensare la bassa qualità dei posti, soprattutto per
giovani e donne. Pesano la sotto-occupazione e la diffusione del lavoro povero e
a metterci il carico ci ha pensato l’inflazione degli ultimi anni, che ha eroso
il potere d’acquisto. I tanti rinnovi contrattuali siglati dall’inizio del 2024
hanno innescato un recupero solo parziale.
COSÌ IL GOVERNO ALLARGA LE DISUGUAGLIANZE
Tutte emergenze che il governo non sembra riconoscere. Anzi, in molti casi gli
interventi messi in campo aggravano i divari economici e sociali. Per esempio il
taglio della seconda aliquota Irpef inserito in manovra, oltre a lasciare
irrisolti i nodi dell’erosione della base imponibile per cui ormai l’imposta
grava per l’85% sui soli redditi da lavoro dipendente o pensione, produce
benefici modesti e concentrati soprattutto sui contribuenti con redditi
medio-alti, mentre l’impatto per quelli più bassi è limitato o nullo. Per
valutarne gli effetti occorre poi tener conto della “tassa occulta” del fiscal
drag, il fenomeno per cui, senza piena indicizzazione degli scaglioni e delle
detrazioni all’inflazione, l’aumento nominale dei redditi spinge i contribuenti
verso aliquote più elevate senza un reale aumento del reddito reale. Simulazioni
dell’Upb hanno mostrato che, nonostante le riforme Irpef degli ultimi anni, i
lavoratori con redditi compresi tra 32mila e 45mila euro finiscono con l’avere
un carico fiscale più alto di prima.
Oxfam contesta poi l’uso della detassazione salariale come principale leva di
intervento: tendenza confermata dalla manovra, che prevede sgravi sugli aumenti
legati ai rinnovi contrattuali, sui premi di risultato e sulle maggiorazioni per
notturni e festivi. Al netto degli effetti negativi sull’equità del prelievo,
quello strumento non modifica i meccanismi che causano i bassi livelli
retributivi e scarica sulla fiscalità generale il compito di sostenere le
retribuzioni e il recupero del potere d’acquisto anche se le imprese potrebbero
permettersi di pagare di tasca loro.
Intanto la tassazione della ricchezza continua a restare tabù, così come un
aggiornamento del catasto, e la legge di Bilancio ha confermato l’iniqua flat
tax per i super ricchi stranieri che spostano la residenza in Italia. Poco
coerentemente però, nota il report, l’esecutivo “non ha disdegnato di inasprire
il prelievo sulle patrimoniali esistenti”, aumentando le aliquote dell’imposta
sul valore degli immobili detenuti all’estero e dell’imposta sui valori delle
attività finanziarie estere detenuti nei paradisi fiscali. E la lotta
all’evasione? A fronte di alcune novità positive, come la liquidazione
automatica dell’Iva in caso di omessa dichiarazione, in manovra c’è un nuovo
condono: la rottamazione cinque, rivolta sulla carta solo a chi ha dichiarato e
non pagato ma di fatto priva di paletti per limitarla ai contribuenti in reale
difficoltà economica.
L’ong rinnova anche le critiche sullo svuotamento delle politiche di contrasto
alla povertà dopo l’abolizione del reddito di cittadinanza, sostituito da
meccanismi (Assegno di Inclusione e Supporto per la Formazione e il Lavoro) non
universali. “Incurante dell’elevata fragilità economica di ampi strati della
popolazione, il governo continua a perseguire un iniquo approccio categoriale
nel contrasto alla povertà”, commenta Mikhail Maslennikov, policy advisor sulla
giustizia economica di Oxfam Italia. “Da due anni il diritto di ricevere un
supporto da parte dello Stato a fronte di una condizione di bisogno non è più
assicurato a tutti i poveri in quanto tali ma è subordinato all’appartenenza a
categorie eccezionalmente svantaggiate, le uniche ritenute meritevoli di
tutela”. Apprezzabile che l’ultima manovra abbia abolito il mese di sospensione
obbligatoria dell’Adi dopo i primi 18 mesi, ma è invece “fortemente ingiusto” il
contestuale dimezzamento della prima mensilità a ogni rinnovo.
Quanto alla riforma dell‘Isee, le modifiche al calcolo dell’indicatore per
l’accesso ad Assegno Unico Universale, il bonus asilo nido e Adi rischiano di
produrre “risultati arbitrari e iniqui” visto che danno priorità nell’accesso
alle prestazioni sociali alle famiglie con casa di proprietà. Questo mentre le
linee guida del più volte annunciato Piano casa non sono ancora state presentate
ma molti indizi fanno temere che sarà orientato solo al social housing privato e
alla realizzazione di alloggi a canone agevolato destinati alla vendita. Di
risorse pubbliche del resto ce ne sono poche: meno di 1 miliardo, al momento,
quelle stanziate, a fronte di un fabbisogno di almeno 15.
Sul fronte del lavoro, non si segnalano passi avanti nel contrasto al nero e al
grigio e il governo ha concesso ulteriore flessibilità alle aziende nel ricorso
al precariato, oltre ad estendere il perimetro delle attività stagionali
concedendo di fatto a qualsiasi impresa di “sottoscrivere contratti a termine
esenti dai pochi limiti ancora in essere” e ad allargare le maglie della
somministrazione. Sventato in extremis poi, ma la maggioranza promette di
riprovarci, il tentativo di far salve le imprese dal pagamento degli arretrati
nel caso il contratto applicato sia giudicato contrario alla Costituzione e
anticipare la prescrizione dei crediti da lavoro non versati. Infine resta il
vuoto sul salario minimo: la legge delega approvata a settembre dal Parlamento,
nata da un ddl delle opposizioni snaturato dalla maggioranza, prevede
l’estensione erga omnes dell’efficacia dei salari previsti dai “principali”
contratti collettivi, senza paletti per escludere quelli pirata.
LE RICETTE PER INVERTIRE LA ROTTA
Nulla di tutto questo è inevitabile, sottolinea la ong. Il rapporto dedica come
sempre molto spazio alle leve di policy che potrebbero essere attivate per
invertire la rotta. A partire dal fisco. Oxfam auspica una svolta netta nella
lotta all’evasione, attraverso il rafforzamento dell’analisi del rischio fiscale
e dei controlli dell’Agenzia delle Entrate. Prioritario adottare procedure di
analisi massiva che consentano di incrociare in modo sistematico le diverse
banche dati disponibili. Indispensabile poi intervenire sulle grandi
concentrazioni di ricchezza aumentando il prelievo su grandi successioni e
donazioni. Una misura che avrebbe un forte impatto redistributivo senza colpire
i patrimoni medio-piccoli. Un altro capitolo chiave riguarda il patrimonio
immobiliare: l’attuale prelievo sugli immobili è iniquo perché legato a valori
catastali obsoleti e disallineati rispetto ai valori di mercato, che vanno
aggiornati. Nel mirino anche le politiche condonistiche, uno degli elementi che
più contribuiscono a minare equità e fedeltà fiscale e incentivano comportamenti
opportunistici.
Il rapporto invita poi l’Italia a giocare un ruolo più attivo anche sul piano
internazionale, sostenendo in sede Onu e G20 l’istituzione di uno standard
globale di tassazione della ricchezza estrema, che renda effettivo il prelievo
sui grandi patrimoni e contrasti l’elusione e la concorrenza fiscale tra Paesi.
Agire a livello multilaterale ridurrebbe anche il rischio di “espatrio fiscale”,
se affiancato a una exit tax o alla prosecuzione della tassazione per alcuni
anni dopo il cambio di residenza. In parallelo arriva l’appello a supportare
l’istituzione del Panel internazionale sulla disuguaglianza proposto dalla task
force speciale del G20 guidata da Joseph Stiglitz.
Sul fronte della spesa, Oxfam richiama la necessità di rafforzare gli
investimenti in istruzione, sanità e protezione sociale, settori che negli
ultimi anni hanno subito definanziamenti o crescite insufficienti rispetto ai
bisogni. Tra le priorità anche la cooperazione allo sviluppo: serve un percorso
credibile per raggiungere entro il 2030 l’obiettivo dello 0,70% del Reddito
nazionale lordo, ancora lontano.
Senza un cambio di paradigma, è il messaggio, il Paese rischia di restare
intrappolato in un modello che premia patrimoni e rendite, scarica il peso del
finanziamento pubblico su lavoro e consumi e amplia l’area della vulnerabilità
sociale. Un equilibrio inefficiente e fragile dal punto di vista politico e
della stabilità democratica.
L'articolo Italia sempre più iniqua e “ereditocratica”: al 5% più benestante due
terzi della nuova ricchezza. Ma nell’agenda di Meloni non è una priorità
proviene da Il Fatto Quotidiano.
Abbandonato in mezzo alla strada, probabilmente ucciso dal freddo. Nella mattina
di venerdì 16 gennaio, poliziotti e sanitari hanno trovato il corpo di un uomo
di circa 40 anni sotto un cavalcavia di via Padova, nel quartiere Loreto di
Milano. È la terza persona senza fissa dimora che è stata trovata morta negli
ultimi giorni, complici le temperature sono particolarmente rigide.
Il primo caso risale al 5 gennaio, quando il 34enne Andrea Colombo era stato
trovato senza vita tra Rogoredo e San Donato Milanese. Il secondo, invece, è
stato rinvenuto l’8 gennaio nelle vie del centro, a pochi passi dalla stazione
Cadorna: la sua identità è ancora sconosciuta.
L'articolo Il freddo a Milano ha ucciso la terza persona senza fissa dimora in
pochi giorni proviene da Il Fatto Quotidiano.
Gaetano aveva 66 anni. È morto accanto ai carrelli di un supermercato di Mantova
negli ultimi giorni dell’anno. Lo hanno trovato avvolto negli abiti che usava
come coperta. L’uomo è soltanto una delle 414 persone senza dimora che sono
morte nel 2025 in Italia. “Una strage invisibile” per la Federazione Italiana
Organismi per le Persone Senza Dimora (fio.PSD) che da sei anni raccoglie i dati
sui decessi dei clochard nel nostro paese. Eppure una morte su tre avviene in
uno spazio pubblico facilmente visibile dai cittadini e dalle istituzioni. “Nel
34% dei casi i ritrovamenti sono infatti avvenuti in strada, parchi e aree
pubbliche” si legge nel report della fio.PSD. Ma quali sono i motivi di queste
morti?
“Le cause dei decessi tra le persone senza dimora riflettono una condizione di
estrema vulnerabilità, in cui fattori personali, sociali e ambientali si
intrecciano aggravando situazioni spesso già precarie, afferma il presidente
Alessandro Carta. Non si muore solo per il freddo o per il caldo, anzi.
L’analisi evidenzia chela “strage invisibile continua ad alimentarsi mese dopo
mese, senza interruzioni, nel corso dell’intero anno”. E così eventi che in
altre condizioni potrebbero non risultare fatali, lo diventano a causa della
“mancanza di accesso alle cure sanitarie, dell’isolamento sociale,
dell’insicurezza e dell’assenza di un alloggio adeguato”.
Dai dati della fio.PSD emerge anche un altro dato. L’area più colpita dai
decessi rimane il Nord Italia. In particolare. Il 29% nel Nord-Ovest e 19,7% nel
Nord-Est. Seguono il Centro, con il 26%, il Sud, con il 17% e le Isole con
l’8,3%. Con le grandi città come Roma e Milano che collezionano il triste
primato. “Sicuramente le grandi città rappresentano i luoghi intorno ai quali si
concentrano la maggior parte delle persone senza dimora, essendo queste
maggiormente dotate di servizi e di opportunità di supporto” scrive nel report
la fio.PSD sottolineando una nuova tendenza. “I dati di questo monitoraggio
mettono chiaramente in luce che vi è un’estensione del fenomeno sempre più
marcata anche nei centri urbani di medie e piccole dimensioni, e nelle aree
periferiche”. Se il 40,5 per cento dei decessi avviene nelle 14 città
metropolitane, la grande maggioranza delle morti si verifica nei territori di
provincia anche molto piccoli. L’analisi svolta su 235 comuni in tutta Italia
mette in luce la necessità di “sviluppare interventi capillari, capaci di
raggiungere anche le realtà territoriali meno servite, dove il fenomeno spesso
rimane meno visibile”.
E proprio per far conoscere sempre di più questo fenomeno, è partita la campagna
nazionale “Tutti Contano” promossa da fio.PSD per il reclutamento di diecimila
volontari e volontarie che parteciperanno alla Rilevazione nazionale sulle
Persone Senza Dimora, voluta da ISTAT nelle giornate del 26, 28 e 29 gennaio
2026 nelle 14 città metropolitane italiane. Una campagna rilanciata anche da
diversi personaggi del mondo dello spettacolo, da Luciana Litizzetto a Richard e
Alejandra Gere. L’obiettivo è quello di realizzare una “fotografia notturna” per
“raccogliere ed organizzare dati attendibili e aggiornati sul fenomeno
dell’homelessness in Italia. Creare una fotografia realistica, attendibile e
dettagliata della situazione, come elemento chiave per comprendere la realtà
delle persone che vivono in condizioni di povertà estrema e programmare
politiche pubbliche inclusive e di lungo periodo che siano veramente efficaci”.
Al momento, oltre tremila persone hanno risposto all’appello e parteciperanno
alla mappatura di fine gennaio. Ma per poterla completare, ne servono ancora,
specialmente su Roma, uno dei territori più estesi da mappare. Per questo gli
organizzatori invitano i cittadini della Capitale a iscriversi compilando questo
form.
L'articolo La strage invisibile dei senza dimora, 414 morti nel 2025: “Non solo
nelle grandi città, ma soprattutto in provincia” proviene da Il Fatto
Quotidiano.
L’Alleanza contro la povertà, coordinamento di una trentina di organizzazioni
sociali, sindacati e istituzioni, torna a criticare la legge di Bilancio 2026
appena approvata dal Parlamento. “In un Paese sempre più povero, il governo
riduce in modo consistente il fondo per il sostegno alla povertà e
all’inclusione attiva, uno degli strumenti centrali per il funzionamento delle
politiche sociali sui territori”, l’accusa. Il riferimento è al Fondo povertà
(ufficialmente Fondo per la lotta alla povertà e all’esclusione sociale), che
dopo l’abolizione del reddito di cittadinanza finanzia l’assegno di inclusione.
Il taglio è pesante: solo nel 2026, è stato ridotto di circa 267 milioni di
euro. “Si tratta di un taglio strutturale che incide direttamente sulla capacità
dei Comuni e degli ambiti territoriali di garantire servizi sociali, presa in
carico delle persone in difficoltà, percorsi di inclusione e accompagnamento”.
Incluso l’assegno di inclusione, che “rischia di ridursi a mero sussidio
finanziario, destinato a una platea molto ridotta”.
Un’altra novità negativa riguarda il mese di sospensione tra un ciclo di
erogazione e l’altro: quel periodo di limbo è stato eliminato, ma in compenso il
governo ha dimezzato la prima mensilità dopo il rinnovo della misura. Ergo, come
denuncia Alleanza contro la povertà, “lo Stato guadagna così un centinaio di
milioni di euro, ma a farne le spese sono, ancora una volta, i più fragili del
Paese”.
Il portavoce dell’Alleanza, Antonio Russo, dichiara: “In un Paese in cui milioni
di persone faticano a soddisfare i bisogni essenziali, servirebbero investimenti
stabili e una strategia di lungo periodo, non tagli che colpiscono i servizi più
vicini alle persone”. Secondo gli ultimi dati Istat, quasi 2,2 milioni di
famiglie e oltre 5,7 milioni di persone in Italia vivono in condizioni di
povertà assoluta. Tagliare le misure di sostegno alla povertà significa colpire
i minori, le famiglie numerose e le persone sole.
L'articolo Alleanza contro la povertà: “Il governo taglia il Fondo povertà.
Comuni senza risorse per garantire i servizi sociali” proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Gli anziani più poveri sono anche i meno longevi. Ci sono infatti fino a 9 anni
di differenza nell’aspettativa di vita tra anziani a reddito elevato e quelli
con reddito basso. È quanto emerge da un’analisi condotta dal National Council
on Aging (NCOA) degli Stati Uniti e dal LeadingAge long-term services and
supports (LTSS) Center dell’Università del Massachusetts a Boston, al centro del
congresso nazionale della Società Italiana di Gerontologia e Geriatria (SIGG),
“Liberi e Longevi”, che si è concluso da poco nel quartiere di Scampia, a
Napoli. Lo studio, condotto negli Stati Uniti, ha valutato l’impatto delle
condizioni socio-economiche negative sugli over 60 statunitensi. I risultati
hanno rilevato che la maggior parte degli anziani non dispone di risorse
sufficienti per far fronte a una assistenza sanitaria a lungo termine o a
problemi di salute, con una maggiore incidenza della mortalità che arriva a
ridurre la longevità di quasi un decennio.
“Secondo l’analisi condotta negli Stati Uniti, gli anziani che appartengono al
20% più povero della popolazione, con un reddito medio inferiore ai 20.000
dollari l’anno, muoiono con una frequenza quasi doppia rispetto ai loro coetanei
con un reddito annuo pari o superiore ai 120.000 dollari”, sottolinea Dario
Leosco, presidente SIGG e professore Ordinario di Geriatria all’università degli
Studi di Napoli Federico II. “Nel periodo compreso tra il 2018 e il 2022,
infatti, il tasso di mortalità degli over 60 economicamente più svantaggiati ha
raggiunto il 21%, mentre tra i più benestanti si è fermato intorno al 10,7%. È
proprio questa differenza di quasi dieci punti percentuali che traduce in
termini concreti l’impatto della povertà sulla vita: in media, gli anziani con
meno risorse muoiono circa nove anni prima di quelli più abbienti”, aggiunge.
Ma non si tratta soltanto di avere meno mezzi: lo svantaggio socioeconomico,
espresso in termini di reddito, istruzione, alloggio, si “fa strada” anche
nell’organismo, provocando in misura inversamente proporzionale al reddito, una
condizione di stress cronico che può portare a un’infiammazione sistemica di
tutti i tessuti. “Questa rappresenta terreno fertile per il prosperare di
malattie neurodegenerative, cardiovascolari e oncologiche, a cui si aggiunge
l’effetto antagonista nei confronti del sistema immunitario, con la conseguente
perdita progressiva delle capacità dell’organismo di difendersi da agenti
esterni”, evidenzia Leosco. “La scarsità economica si trasforma quindi anche in
un fattore di rischio biologico che accorcia l’esistenza e riduce gli anni
vissuti in buona salute”.
In Italia si stima siano circa 1 milione gli over 65 che vivono in povertà.
“L’universalismo del nostro Sistema Sanitario, unito alla prevenzione e alla
medicina di base, ha contribuito fino ad oggi in modo significativo alla
riduzione della mortalità e all’allungamento dell’aspettativa di vita, ma una
sanità pubblica sempre più ‘ristretta’, a fronte di una privatizzazione che
avanza, rischia di creare barriere economiche che minano l’aspettativa di vita”,
avverte Leosco. “Le politiche pubbliche, in particolare quelle economiche e
sociali, rappresentano quindi un potente strumento per orientare gli esiti di
salute collettivi e garantire un invecchiamento sano. Di conseguenza, ogni
decisione politica è anche una decisione sanitaria. Costruire una società più
giusta è pertanto la più efficace politica di salute pubblica”.
LINK allo studio
Valentina Arcovio
L'articolo Per gli anziani poveri il tasso di mortalità raddoppia: l’indigenza
accorcia la vita di 9 anni proviene da Il Fatto Quotidiano.
di Rosamaria Fumarola
Qualche sera fa, mentre andavo a fare la spesa, mi ha molto colpito una ragazza
che nei pressi della stazione preparava un giaciglio con lenzuola e coperte
all’aperto, per strada. È quella una zona nella quale non è difficile imbattersi
in persone che cercano un ricovero di fortuna, senzatetto il più delle volte
maschi, intenti a cercare il sonno sopra i cartoni, con indosso vecchi cappotti
e coperte, spesso aiutati dall’alcool a trovare il coraggio di rimanere lì così,
alla mercé di tutti, né in stato di veglia ma nemmeno dormienti.
L’incontro invece con la ragazza che preparava il giaciglio con lenzuola e
coperte ad una manciata di giorni dal Natale è stato qualcosa di diverso. In
primo luogo non si è trattato dell’incontro con un uomo, ma con una giovane
donna, con i capelli di media lunghezza, che indossava una giacca e non appariva
come una persona avvezza a dormire per strada. Non sono riuscita a guardarla in
volto, ma le lenzuola erano di un arancione chiaro e apparivano pulite. Inoltre,
mentre tutti i senzatetto tendono a rintanarsi, a creare cioè una nicchia che li
protegga, questa giovane aveva sistemato le lenzuola stendendole a terra per
tutta la loro lunghezza e lo faceva con cura, presente a se stessa, come se si
trovasse nella sua stanza.
Ovviamente non mi sfugge che chiunque, da un giorno all’altro, possa diventare
un clochard a causa di una crisi economica che colpisce tutti, ma distrugge i
tanti che già vivono nella fragilità. Nulla tuttavia in lei appariva trasandato
e la giovane pareva dedicare attenzione a tutto quello che stava facendo. Sono
tornata a casa e alla ragazza non ho più pensato, almeno fino a ieri sera,
quando ho dovuto portare il mio cane a fare la sua consueta passeggiata. Le
strade erano completamente deserte e io seguivo Spike che indugiava più del
solito, fino a quando non si è fermato e io mi sono guardata intorno. E così, a
una cinquantina di metri da me, ho visto la ragazza di pochi giorni prima, stesa
sul suo giaciglio, che sembrava dormire. Una ragazza – forse di poco più grande
delle tante a cui ho insegnato il greco o la storia dell’arte in case calde e
confortevoli – dormiva sull’asfalto.
Ho fatto pochi passi per andarle incontro. C’eravamo solo lei e io: una donna
adulta e una ragazza stesa a terra a dormire. Lei non sapeva che avrei potuto
farle una carezza, raccontarle una stupidaggine per farla sorridere, che c’era
vicinissimo un mondo che poteva darle qualcosa, che doveva darle qualcosa. Ma
lei lo aveva chiesto? Non lo sapevo. Vedevo quel corpo, in cui scorreva la forza
della vita che tutto può essere e diventare, sguarnito della patente che siamo
abituati a dare a chi abbiamo di fronte, patente che serve più a noi per sapere
come comportarci che a lui e che lo inserisce in un contesto nel quale gode di
alcuni diritti che tutti tacitamente riconosciamo. La ragazza invece era sola,
nessuna rete le garantiva protezione affettiva o sociale, nulla le riconosceva
una patente e questo bastava a tagliarla fuori nonostante l’età.
Non mi sono avvicinata, non le ho parlato e questo perché per larga parte della
mia esistenza ho ritenuto doveroso fare e dare ad altri quanto loro mancava,
senza essere stata tuttavia capace di aiutarli davvero a migliorare la propria
condizione. Ma questo è parte di un vissuto personale che non a tutti interessa,
uscendo dal quale ritengo doveroso concludere con una domanda, che riguarda il
rapporto che riusciamo a instaurare con chi è fuori dalla competizione che la
società ci impone: ignorarne l’esistenza, rimanere impermeabili alle loro
storie, nasce da un’autentica indifferenza nei confronti delle loro vite o trae
origine dall’intimo, magari inconscio convincimento che siamo più simili ad essi
di quanto non appaia e che tenerli lontani ci aiuti non a dimenticarli, ma a non
pensare a come anche noi, in fondo, siamo o potremmo essere?
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L'articolo La storia di una giovane donna che dorme per strada nei giorni di
Natale: una riflessione su chi vive ai margini proviene da Il Fatto Quotidiano.
A dati “rassicuranti” per l’economia, “e alle potenzialità che esprimono, si
affiancano problemi e questioni aperte. Non si può ignorare la condizione di
oltre cinque milioni di persone che vivono sotto la soglia di povertà“. È il
monito lanciato dal presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, in occasione
degli auguri alle Alte cariche dello Stato al Quirinale. “Se l’occupazione degli
over 50 ha raggiunto livelli alti ed è confortante, il lavoro delle donne è
ancora sotto la media europea e l’occupazione dei giovani si registra
insufficiente. Abbiamo il problema, annoso e pesante, del valore reale delle
retribuzioni. Soprattutto, non da ora, di quelle di primo ingresso nel mondo del
lavoro”, ha aggiunto il capo dello Stato.
L'articolo Il monito di Mattarella: “Non si può ignorare la condizione di oltre
cinque milioni di persone che vivono sotto la soglia di povertà” proviene da Il
Fatto Quotidiano.