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Il referendum migliora la Giustizia? Ma se lo Stato colpisce anche gli ‘avvocati dei poveri’
Come fanno i cittadini a difendere i propri diritti nelle aule giudiziarie se non hanno soldi da spendere? La legge dovrebbe essere uguale per tutti ma cosa accade a chi non è in grado di difendersi? La legge sul gratuito patrocinio prevede che sia lo Stato a pagare per loro, che si tratti di vittime dei reati oppure indagati, accusati di averli commessi. Lo Stato si fa carico – come deve – della tutela della loro difesa. Tantissimi sono gli avvocati abilitati al patrocinio a spese dello Stato. Il loro ruolo è fondamentale per la tenuta del nostro sistema Giustizia. Sono veri e propri eroi dei nostri tribunali. Lavorano quotidianamente per pochi soldi, perché le tariffe liquidate per la loro attività professionale sono a dir poco esigue. Così basse da ledere la loro dignità professionale ed, in più, vengono liquidate con ritardi biblici e spesso pluriennali. Nessuno si occupa di loro perché non difendono certo i colletti bianchi, ma solo gli ultimi della scala socio-economica del nostro Paese. Il nostro governo ben si guarda dal dire di aver subito l’ennesima condanna dalla Corte Europea dei diritti dell’Uomo in tema di Giustizia, ma quella dell’11 dicembre 2025 concerne proprio questo specifico tema. Il gratuito patrocinio non funziona. Congruità delle somme liquidate e tempi di pagamento privano i cittadini bisognosi dell’effettività di una assistenza cui hanno diritto costituzionalmente garantito. “Si tratta di un vulnus – come afferma l’Unione delle Camere Penali – che incide, insieme, sulla dignità della professione forense e sull’uguaglianza dei cittadini nell’accesso alla giustizia”. Al di là della vergogna che possiamo giustamente provare di fronte alla necessità di dover subire una simil sentenza per affrontare un problema poco consono alla struttura moderna e democratica di uno Stato come il nostro, possiamo dunque ritenerci ora soddisfatti? Ebbene no! Ci pensa ancora il nostro governo a correre ai ripari con l’approvazione della legge di bilancio 2026. Con l’introduzione di questa meravigliosa norma tutte le somme liquidate agli avvocati in gratuito patrocinio per il loro lavoro di assistenza ai non abbienti nei processi, possono essere girate direttamente all’ufficio Agenzia delle Entrate nel caso in cui essi vi abbiano dei conti in sospeso. Si chiama Compensazione Coattiva. Con buona pace dei bisognosi di giustizia possiamo solo dire loro: “Amen”. Per fortuna abbiamo questo referendum i cui sostenitori ci assicurano che ci regalerà una Giustizia migliore e più efficiente. Come non è dato sapere. L'articolo Il referendum migliora la Giustizia? Ma se lo Stato colpisce anche gli ‘avvocati dei poveri’ proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Così noi di Ciai combattiamo la povertà educativa: una risposta al disagio giovanile oltre i metal detector
di Paolo Limonta* Vogliamo davvero credere che la soluzione per la sicurezza nelle scuole siano misure autoritarie? Se pensiamo di risolvere il disagio e il malessere di ragazze e ragazzi con i sensori all’ingresso, significa che abbiamo smesso di guardarli negli occhi e capirli nel profondo. Significa che abbiamo perso e fallito, da adulti credibili, davanti alle generazioni più giovani. Il dibattito polarizzante sull’introduzione dei metal detector nelle scuole, che secondo recenti dichiarazioni del ministro dell’Istruzione e del Merito Giuseppe Valditara sarebbero già in fase di sperimentazione, è solo uno spunto, un dettaglio di un discorso molto più ampio su cui vorrei porre l’attenzione e la riflessione a beneficio di tutte e tutti noi. Lo sappiamo bene, i problemi sociali fanno notizia: penso ai recenti, gravissimi episodi che hanno scosso l’opinione pubblica in queste settimane, dai fatti di La Spezia al fenomeno dilagante del bullismo e cyberbullismo, dal malessere psicologico e sociale che sfocia in aggressioni di gruppo, e altro ancora. Ogni volta che la cronaca ci sbatte in faccia questa realtà, la reazione segue un copione identico: indignazione, richiesta di punizioni esemplari e soluzioni tecnologiche. Quello che vediamo e che esplode è solo la punta di un iceberg, come la campagna di CIAI diffusa in questi giorni sta cercando di far venire alla luce: ci ricorda che quando leggiamo i dati sulla criminalità giovanile, sulla depressione o sugli episodi di violenza nelle nostre città ad opera di giovani o giovanissimi, stiamo guardando solo la parte emersa, quella che fa rumore, che spaventa e che occupa le cronache. Sotto c’è altro e si chiama povertà educativa: silenziosa, nascosta eppure presente, più vicina di quanto si pensi. E riguarda tutte e tutti noi. In Italia quasi 3 milioni di minorenni vivono in povertà, di questi oltre un milione si trova in condizione di povertà educativa, come conferma l’esperienza sul campo di CIAI, dal 1968 impegnata con progetti educativi per bambine, bambini e adolescenti, tutelando i diritti e curandosi del loro benessere psicologico e sociale. Non si tratta solo di indigenza economica, come a una prima impressione potrebbe sembrare: è l’assenza di stimoli, il deserto di opportunità, l’impossibilità di sognare un domani diverso da un presente segnato da carenze affettive e relazionali. Una condizione che persone esperte di CIAI hanno definito perfino con un neologismo, ‘edupsicopenia’, a indicare un malessere psicologico con radici profonde riconducibili a deficit educativi e affettivi. Nonostante il dato nazionale sulla dispersione scolastica sia sceso globalmente sotto la soglia del 10%, i numeri reali restano drammatici: oltre 400mila giovani sotto i 24 anni hanno abbandonato precocemente gli studi. Quel “non andare a scuola”, quel non sentirsi parte di una comunità, scava un solco profondo tra chi ha diritto a un’infanzia serena e chi viene lasciato indietro. Un adolescente a cui togliamo gli strumenti per comprendere il mondo è un cittadino a cui stiamo togliendo la bussola. E così torno agli episodi eclatanti che tanto fanno paura. La violenza e l’esclusione sociale che esplodono dal centro alle periferie delle nostre città sono i sintomi finali di una malattia che inizia molto prima: quando un bambino o una bambina smettono di credere che la scuola possa essere una strada di libertà. Come CIAI, abbiamo deciso di accendere un faro su questo sommerso con una nuova campagna di sensibilizzazione: non certo per allarmare, ma per far conoscere con maggiore chiarezza gli effetti, direi poliedrici, della povertà educativa, dimostrando come questa riguardi il nostro presente e soprattutto il futuro di tante bambine e bambini, adulti di domani. Qualcosa che tocca da vicino chiunque, indipendentemente dall’essere genitori o meno. Non possiamo più limitarci a gridare allo scandalo o richiedere misure autoritarie: dobbiamo avere il coraggio di immergerci sotto l’iceberg e lavorare tutti insieme sulle cause. Per contrastare la povertà educativa, CIAI fa la sua parte attraverso sei Presìdi educativi all’interno delle scuole italiane, da nord a sud, garantendo il diritto all’educazione, al gioco e alla crescita emotiva, utilizzando anche i linguaggi artistici per intercettare il malessere prima che diventi cronico. E tutto questo insieme alle famiglie di studenti e studentesse, alle associazioni locali, ai territori: un lavoro complesso, che tenta di restituire serenità, bellezza, visione di un orizzonte. Proteggere oggi un bambino, una bambina o un adolescente per CIAI significa onorare i diritti umani fondamentali e, concretamente, prevenire una possibile e futura deriva sociale. La sicurezza di una comunità non si misura dalla solidità delle barriere, ma dalla qualità dei legami e dalla capacità di non lasciare nessuno indietro. Siamo consapevoli che questa non è una sfida che possiamo vincere da soli ma un gioco di squadra che deve coinvolgere istituzioni, famiglie, agenzie educative e ogni singolo cittadino. Da presidente di CIAI e, non da ultimo, da maestro elementare, vi chiedo di guardare insieme a noi sotto la superficie per riconoscere l’indifferenza e scardinare questo meccanismo di esclusione. La lotta alla povertà educativa è la battaglia civile più urgente del nostro presente: è tempo di smettere di rincorrere l’emergenza e iniziare, finalmente, a educare. *Presidente CIAI Centro italiano Aiuti all’infanzia L'articolo Così noi di Ciai combattiamo la povertà educativa: una risposta al disagio giovanile oltre i metal detector proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Caporalato algoritmico, paghe sotto la soglia di povertà per i rider ma Meloni pensa a Sanremo
di Enza Plotino Questi sono i nostri figli. Ragazzi e ragazze che in questo odierno deserto di opportunità, lavoro dignitoso e ascensore sociale funzionante, diventano i nuovi schiavi, circuìti dalla politica tossica del governo che spaccia la precarietà per modernità e lo sfruttamento per libertà digitale, spesso attraverso spot discutibili. Un meccanismo ignobile in cui sono finiti, i nostri figli, ma anche quegli immigrati che si vogliono delinquenti e disonesti ma che, al contrario, con il loro lavoro di schiavi, con paghe “sotto la soglia di povertà” contribuiscono alla consegna a domicilio di cibo e bevande ordinate per il tramite di piattaforme ed applicazioni web. A scoperchiare e fare luce su questo far west, la Procura di Milano ha posto sotto controllo giudiziario Foodinho, società del gruppo Glovo – nientepopodimeno che – per caporalato. Nella avveniristica Milano, quella delle Olimpiadi per intenderci – ma purtroppo abbiamo sentore che succeda in tutta Italia – secondo alcuni accertamenti ai rider, che in Italia sono circa 40mila, sarebbero state corrisposte paghe “sotto la soglia di povertà” e dunque ci sarebbe uno sfruttamento del lavoro. Il 75% dei ciclofattorini esaminati risulterebbe sotto la soglia di povertà, con uno scostamento medio di circa 5.000 euro lordi all’anno. Ma non è finita qui, perché facendo riferimento ai contratti collettivi nazionali di lavoro, l’87,5% dei campioni sarebbe risultato sottopagato, con scostamenti massimi sino a 12.000 euro l’anno. Calpestati vergognosamente i diritti delle persone che, in tanta parte dei casi, sono anche nostri figli. La punta di un iceberg sotto il quale cova la cenere tossica di un sistema di retribuzioni inferiori dell’81% rispetto ai minimi contrattuali e in cui i rider sono costretti a operare ben al di sotto della soglia di povertà. Si chiama “caporalato algoritmico”: un mercato del lavoro affidato ad un sorvegliante immateriale capace di imporre ritmi e sanzioni ai rider che non sono trattati da lavoratori, ma da appendici organiche della logistica urbana. Una aberrazione in linea con la deregolamentazione e della politica pro-business preminente del governo e della Meloni la quale, quindi, non ha speso parola alcuna di condanna per questa condizione di schiavitù lavorativa deflagrata a Milano. E’ troppo difficile la situazione degli schiavi della Glovo per una premier che passa le giornate a disquisire sui comici di Sanremo (non la città ma un festival di canzoni), per non affrontare i problemi veri, drammatici, di cui i rider sono la punta dell’iceberg. Il problema delle tutele non riguarda solo chi, come i rider, sfreccia nelle città pagando il rischio d’impresa con la propria incolumità fisica, ma coinvolge un sistema molto ampio e differenziato che comprende il lavoro di cura, l’accudimento domestico, le nuove forme di lavoro digitale, come il tagging di dati o le trascrizioni. Senza contare le filiere della logistica. Parliamo di un ecosistema pervasivo abitato spesso da lavoratori e lavoratrici straniere. Per loro il ricatto della cittadinanza si salda tragicamente a quello dell’algoritmo. Senza una riforma che leghi i diritti del lavoro a quelli della persona, ogni protezione resterà parziale. Uscire da questa zona grigia, che sempre più coinvolge anche i nostri figli, significa superare definitivamente il vulnus tra lavoro autonomo e subordinato sul quale specula il capitalismo delle piattaforme. Dobbiamo essere in grado di dare ai nostri giovani protezione universale, salario minimo, infortuni, malattia, ferie, vincolando le multinazionali al rispetto della dignità umana a prescindere dalla qualificazione contrattuale. Un passo avanti indispensabile per continuare a dirci Paese civile. In questa prospettiva, il controllo giudiziario della Procura di Milano potrebbe diventare il primo passo per sottrarre la vita dei lavoratori alla tirannia di un codice proprietario. Ma Meloni questa zona grigia del Paese la ignora anzi, la benedice… e si diletta in comici e canzonette. IL BLOG SOSTENITORE OSPITA I POST SCRITTI DAI LETTORI CHE HANNO DECISO DI CONTRIBUIRE ALLA CRESCITA DE ILFATTOQUOTIDIANO.IT, SOTTOSCRIVENDO L’OFFERTA SOSTENITORE E DIVENTANDO COSÌ PARTE ATTIVA DELLA NOSTRA COMMUNITY. TRA I POST INVIATI, PETER GOMEZ E LA REDAZIONE SELEZIONERANNO E PUBBLICHERANNO QUELLI PIÙ INTERESSANTI. QUESTO BLOG NASCE DA UN’IDEA DEI LETTORI, CONTINUATE A RENDERLO IL VOSTRO SPAZIO. 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Gli effetti dell’indigenza in Italia: sempre più persone non possono permettersi un pasto con carne o pesce
Stanno aumentando in Italia le persone che non riescono a permettersi un pasto a base di carne o pesce. Dopo che questa forma di povertà alimentare era scesa tra il 2016 e il 2022, nel 2023 è tornata a crescere. Addirittura il 14,2% delle persone che vivono da sole non riescono a garantirsi il necessario pasto proteico. Si tratta di un indicatore non banale secondo gli esperti, perché mostra chiaramente uno degli effetti pratici dell’indigenza: l’incapacità di seguire una dieta varia ed equilibrata, con tutte le conseguenze che poi ha sulla salute e sull’obesità. Il dato è dell’Eurostat, rielaborato dall’Alleanza della povertà, gruppo di sindacati e associazioni che oggi ha presentato uno studio approfondito. Nel report, ancora una volta è presente una pesante critica alle misure messe in campo dal governo Meloni, ritenute insufficienti a contrastare il fenomeno della povertà nel nostro Paese. Fenomeno che, secondo gli ultimi dati Istat, coinvolge 5,7 milioni di persone – un record storico – le quali fanno parte di 2,2 milioni di famiglie. L’Alleanza ricorda l’Assegno di inclusione, misura che da gennaio 2024 ha sostituito il Reddito di cittadinanza, è stato percepito nel 2025 da soli 823 mila famiglie. In Paesi come l’Olanda, la Germania, la Norvegia e il Giappone le misure di sostegno al reddito raggiungono il 100% delle persone in povertà (dato aggiornato al 2018); in Italia, dopo le ultime riforme, abbiamo una copertura di appena il 30%. Quella della povertà alimentare sembra una delle maggiori urgenze, dato che – come detto – negli ultimi tre anni abbiamo avuto un significativo peggioramento. Tra il 2016 e il 2022 abbiamo visto miglioramenti: prendendo come riferimento l’intera popolazione, il tasso di famiglie incapaci di garantirsi un pasto proteico è passato dal 14,5% al 7,5%. Nel 2023 è tornato a salire arrivando al 9,9%, percentuale che diventa del 13,2% per gli adulti con un figlio a carico e, come visto, ancora più alta per le persone singole. Si può immaginare che questa nuova impennata sia una delle conseguenze dell’inflazione degli ultimi anni. Negli stessi anni, abbiamo avuto una profonda modifica delle politiche anti-povertà voluta dal governo Meloni. Il Reddito di cittadinanza, si diceva, è stato rimpiazzato da una misura che ne ha dimezzato la platea. È stata inoltre introdotta, nel 2022, la social card “Dedicata a te”, che doveva aiutare le famiglie proprio a garantirsi i beni di prima necessità alimentare, ma evidentemente i requisiti molto stretti non hanno permesso di raggiungere risultati. Anche perché nel nostro Paese di solito ci si sofferma a guardare solo quanti sono sotto la soglia di povertà, ma non ci si chiede mai quante famiglie hanno condizioni di vita di poco superiori a quella soglia. Cioè quanti nuclei possono essere definiti “quasi poveri”. Secondo i dati rielaborati dall’Alleanza contro la povertà, queste famiglie sono l’8,2% del totale: questo vuol dire che quasi il 20% dei nuclei italiani gravita attorno alla soglia di povertà. L’Alleanza si è anche chiesta a quali enti si rivolgono le persone in difficoltà economiche che non sono aiutati dallo Stato. La risposta è anche nell’aumento degli accessi agli enti caritatevoli e del terzo settore: “Tra il 2014 e il 2024 – si legge nel report – le persone aiutate dai centri della rete Caritas (2025) sono aumentate del 62,6%, con un incremento ancora più forte al Nord (+77%). Secondo i dati dell’Osservatorio di Antoniano sulla povertà in Italia nel 2025 le richieste di aiuto sono cresciute del 14%”. Uno dei motivi per cui le nuove misure hanno lasciato fuori così tante persone, oltre al taglio dei fondi, è stato l’aver introdotto una serie di requisiti di categoria: ecco perché l’Alleanza contro la povertà continua a proporre il ritorno a una misura universale. Nel bocciare le misure messe in campo dal governo, l’Alleanza si sofferma anche sul paradosso solo apparente che vede la povertà crescere malgrado la ripresa economica e il miglioramento dell’occupazione: “Non possiamo ragionevolmente pensare che l’incidenza di tutte le forme di povertà si riduca drasticamente – dice il report – ma la crescita dell’occupazione e della ricchezza, e la presenza di una misura nazionale (Assegno di Inclusione) e di ulteriori misure di contrasto della povertà (il Supporto per la Formazione e il Lavoro, la carta Dedicata a te, gli infiniti bonus) avrebbero dovuto incidere significativamente sui livelli di povertà”. Il portavoce dell’Alleanza Antonio Russo ha spiegato nella prefazione che “il rapporto restituisce una verità spesso rimossa dal dibattito pubblico: la povertà è una relazione, non una colpa. È il risultato dell’incontro – o dello scontro – tra condizioni personali e contesti istituzionali, tra risorse disponibili e opportunità mancanti, tra diritti formalmente riconosciuti e diritti realmente accessibili nella vita quotidiana. La povertà si radica dove i servizi sono deboli, dove il lavoro è instabile o sottopagato, dove l’abitare è diventato un lusso, dove le reti sociali sono fragili, dove lo Stato arretra e la comunità non riesce a supplire”. L'articolo Gli effetti dell’indigenza in Italia: sempre più persone non possono permettersi un pasto con carne o pesce proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Basta con l’immagine del povero bimbo malato: ActionAid cambia rotta in Africa e smonta un rapporto di potere
Per decenni, uno dei pilastri morali e finanziari della cooperazione internazionale è stato rappresentato da una formula consolidata: la foto di un bambino, un nome, un villaggio lontano e la promessa che, attraverso una quota mensile, si potesse “cambiare una vita”. Tuttavia, le immagini di minori africani utilizzate per mobilitare le donazioni — pratica nota da anni come poverty porn — non sono affatto neutrali. Producono immaginari, rafforzano gerarchie e raccontano l’Africa come un luogo di privazione, piuttosto che come uno spazio di organizzazione sociale. Il modello del sostegno a distanza, o “sponsor a child”, ha costruito l’identità di molte grandi Ong occidentali attive in Africa, Asia e America Latina. Per mezzo secolo, la figura dello sponsor del “povero bimbo” è stata considerata intoccabile: una formula semplice e rassicurante composta da un bambino, un donatore e una promessa. Questo meccanismo ha funzionato, raccogliendo fondi e costruendo consenso, ma ha anche cristallizzato un’immagine distorta del continente africano: una terra fragile, dipendente e in perenne attesa. Oggi ActionAid, una delle grandi organizzazioni che più a lungo ha incarnato questo modello sin dalla sua nascita nel 1972, dichiara che tale approccio non è più sufficiente. Lo fa con parole che hanno un peso specifico nel mondo della cooperazione: l’obiettivo è “decolonizzare” lo storico programma di sponsorizzazione dal paternalismo, retaggio di un’epoca passata. Non si tratta di accuse esterne, bensì di un’autocritica necessaria. È un passaggio complesso e scomodo, poiché tocca il cuore emotivo della cooperazione internazionale e mette in discussione un sistema che ha garantito entrate stabili per decenni. Per anni il sistema è rimasto immutato: i donatori scelgono un bambino in un Paese povero, ricevendo in cambio aggiornamenti, lettere e fotografie. È tuttavia evidente che permettere di selezionare un bambino tramite una foto generi una relazione asimmetrica. Si definisce un divario tra chi guarda e chi viene guardato, tra chi decide e chi riceve: un nodo che non è solo etico, ma profondamente simbolico. Non è solo una questione di metodo; è, a tutti gli effetti, una questione di potere. Il fulcro della revisione annunciata consiste nello spostare la narrazione degli aiuti dalla compassione alla reale solidarietà. L’obiettivo non è più limitarsi ad “aiutare qualcuno che soffre”, ma collaborare attivamente con movimenti locali, organizzazioni di base e comunità che già lottano per i diritti, l’istruzione e la salute. Questo approccio impone un superamento delle narrazioni individuali, dei ‘volti’ da salvare. In termini di coerenza, ciò dovrebbe tradursi in una drastica riduzione degli investimenti in campagne pubblicitarie e promozione, così come in un ridimensionamento di quegli apparati burocratici che alimentano stipendi privilegiati. Resta però un interrogativo aperto che ogni Ong deve affrontare: i donatori saranno pronti a seguire questo cambiamento? Saranno disposti ad accettare un’Africa meno “commovente”, meno filtrata dai post strategici e furbetti sui social e più marcatamente politica?. Un’Africa meno rassicurante e più complessa? Decolonizzare gli aiuti, infatti, non significa solo modificare i programmi. Significa rinunciare intimamente all’idea di essere al centro della Storia. Perché non lo siamo. L'articolo Basta con l’immagine del povero bimbo malato: ActionAid cambia rotta in Africa e smonta un rapporto di potere proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Al via il censimento dei senza dimora, una notte con i volontari nelle strade di Milano: “Contarli è il modo per renderli visibili al mondo”
“I senza dimora sono invisibili soltanto agli occhi di chi è indifferente”. Manuela è una delle oltre seimila volontarie e volontari che partecipano alla “Rilevazione nazionale delle Persone Senza Dimora” promossa da Istat e condotta da fio.PSD. Non accadeva da dodici anni. Il censimento è partito lunedì sera in quattordici grandi città italiane, Milano compresa. Ogni città viene divisa in zone e ogni zona viene affidata a una squadra composta da volontari che annotano sul sistema il numero dei senza dimora. “La conta è importante perché ci permette di quantificare e anche qualificare il fenomeno – racconta al Fattoquotidiano.it il referente formazione fio.PSD Paolo Moreschi – e questo serve a fare politiche di intervento più mirate e anche più proporzionate”. Ma c’è un altro valore aggiunto. “e anche un’occasione per il tipo di coinvolgimento che una giornata come questa riesce a realizzare – riflette Moreschi – quindi mettere le persone in una posizione di protagonista nel confrontarsi con questo tema”. La risposta dei cittadini non si è fatta attendere. In tanti hanno risposto all’appello e si sono messi a disposizione. “Perché lo faccio? È un dovere civico, se vogliamo aiutare la città ad andare avanti, dobbiamo essere noi a fare qualcosa – riflette Patrizia – non possiamo passare davanti a queste persone senza avere il desiderio di aiutarli in qualche modo, magari anche non direttamente, ma questo è un modo indiretto per farli diventare visibili al mondo”. Nel centro di Milano, tra le gallerie e le pubblicità delle Olimpiadi, appena chiudono le saracinesche dei negozi e dei bar, i dehor e le gallerie diventano il rifugio per tanti. Negli angoli riparati delle gallerie , spuntano tende e cartoni. Le volontarie annotano il numero mentre camminano per le vie del centro. Le difficoltà più grandi per loro non sono soltanto materiali: “Spesso ci dimentichiamo che arrivare in strada è l’esito di un percorso – commenta Paolo Moreschi – e in realtà le difficoltà più grandi sono proprio nella mancanza di relazioni, di reti sociali e anche di una spinta e di un desiderio di avere un motivo per alzarsi la mattina”. L'articolo Al via il censimento dei senza dimora, una notte con i volontari nelle strade di Milano: “Contarli è il modo per renderli visibili al mondo” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Il governo vuol punire chi ha in tasca un coltello mentre investe miliardi in armi: si può essere così incoerenti?
Per capire la questione del cosiddetto “disagio giovanile” bisognerebbe anzitutto chiamarlo con il suo nome: dolore. Bisognerebbe cioè partire dalla sofferenza e dalle sue cause, invece che occuparsi dei modi con cui questa sofferenza prova ad essere placata: violenza su sé e sugli altri (autolesionismo, risse, coltelli), abuso di droghe, di social media e smartphone, psicofarmaci che circolano senza ricette, ritiro sociale. Il dolore dei ragazzi che vengono da famiglie immigrate non è difficile da comprendere: carenza di risorse economiche e culturali, povertà, anche abitativa, violenza familiare non possono che esitare in comportamenti devianti. Ma anche nelle famiglie italiane l’angoscia non manca: scarsità di fratelli, separazioni dei genitori precoci e sempre più conflittuali, nonni che muoiono – visto che si nasce sempre più tardi – educazione all’insegna della prestazione e della competizione invece che della condivisione e della socialità. Per entrambi, ragazzi di origine straniera e italiani, è invece comune lo spettacolo di un mondo attraversato da una violenza estrema, un mondo dove i capi di stato sono spesso malati psichici, un mondo armato fino ai denti. Identificata la sofferenza – che nasce da una società sempre più atomizzata dove le agenzie di socialità e di senso, scout, oratori, etc. sono sempre più scarne, mentre trionfa l’intrattenimento dei centri estivi e dei mille corsi di lingua, l’attenzione può spostarsi ai modi con cui i ragazzi cercano disperatamente di attutire il dolore. Nelle menti più fragili, il combinarsi di alcuni di questi elementi – psicofarmaci e droga, ad esempio, oppure droghe e smartphone – possono produrre esiti drammatici, dove non è più chiaro tra l’altro cosa è conseguenza di cosa, la causa e l’effetto. Perché il dolore produce abuso di sostanze, ma a sua volta l’abuso di sostanze aumenta confusione, dolore, psicosi. Una devastazione mentale e morale. Cosa possono fare le famiglie? Quasi nulla. O, meglio, possono fare se hanno abbondanza di strumenti culturali ed economici e tempo a disposizione. Se riescono a trovare i giusti specialisti, pagati a caro prezzo, se riescono a curare il dolore, magari capendo che occorre partire dal proprio. E le altre? Quelle che sopravvivono a malapena, dove i genitori presto e tornano tardi, con poche risorse, famiglie che non sanno come gestire un ragazzo sempre più violento anche in casa, sempre più malato? Quanta disperazione c’è in queste famiglie non si può neanche raccontare. Per questo pensare di punire i genitori per minori che compiono reati è agghiacciante, perché quelle famiglie sono, semmai, vittime. Inasprire le pene, abbassando l’età, è tanto aberrante quanto inutile. Togliere passaporti e permessi di soggiorno? Benzina sul fuoco della disperazione. Cosa servirebbe, allora? L’elenco è lunghissimo. Certo, una guerra vera e totale allo spaccio, oggi che la droga arriva a domicilio in cinque minuti. Ma anche più risorse economiche e di tempo per le famiglie, smart working, soldi veri: perché la presenza in casa cura. Soprattutto: più risorse economiche ai servizi socio-sanitari sul territorio. Oggi per avere una visita neuropsichiatrica infantile si aspettano mesi. Per entrare in una comunità – unici luoghi dove, quando la situazione ormai si è cronicizzata, è possibile forse ancora salvare i ragazzi, riuscendo a distinguere cause ed effetti – ci sono liste d’attese infinite. E la scuola? Può poco o nulla, nelle condizioni attuali. Potrebbe, quello sì, smettere di puntare su competizione e valutazione e valorizzare didattica di gruppo, socialità, cooperazione tra gli studenti. Niente di tutto questo è nel programma del governo. Il quale, ironia della sorte, vuole punire e perseguitare chi ha in tasca un coltello – spesso solo per paura – mentre investe miliardi in nuove armi. Si può essere così drammaticamente incoerenti? L'articolo Il governo vuol punire chi ha in tasca un coltello mentre investe miliardi in armi: si può essere così incoerenti? proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Italia sempre più iniqua e “ereditocratica”: al 5% più benestante due terzi della nuova ricchezza. Ma nell’agenda di Meloni non è una priorità
Le priorità della premier Giorgia Meloni per il 2026 sono sicurezza e crescita, come ha spiegato durante la conferenza stampa di inizio anno. Disuguaglianza e povertà non sembrano impensierirla. Così si spiegano i tanti interventi a favore di categorie già avvantaggiate e l’assenza di misure contro il lavoro malpagato e precario e il disagio abitativo, l’abolizione dell’unico strumento universale per la lotta all’indigenza, la mancanza di correttivi a un sistema fiscale iniquo che “spreme” più i salari che i profitti. Eppure, come ricorda ancora una volta Oxfam nel rapporto annuale Disuguitalia, la Penisola resta il Paese delle fortune invertite. In cui la ricchezza si concentra sempre di più ai vertici mentre chi è povero non riesce a uscirne perché ha minori opportunità educative, non può contare su reti di protezione in caso di emergenze, ha meno accesso al credito, non può permettersi di dire no a un lavoro purchessia. I DIVARI CRESCENTI DELL'”EREDITOCRAZIA” ITALIA Le ultime stime, riferite alla metà del 2025, mostrano squilibri profondi e in crescita. Il 10% più benestante delle famiglie – scrive Oxfam – ha in mano il 59,9% della ricchezza nazionale, la metà più povera si ferma al 7,4%. Tra giugno 2024 e giugno 2025 la ricchezza nazionale è aumentata del 3,6% in termini nominali: da 10.610 a 10.990 miliardi di euro. Ma quasi due terzi dell’incremento sono andati al top 5% delle famiglie, mentre la metà più povera ne ha intercettato appena il 4,6%. I soli 79 miliardari italiani tra novembre ’24 e ’25 si sono arricchiti in termini reali di 54,6 miliardi di euro. Da notare che circa due terzi della loro fortuna deriva da eredità. Solo l’antipasto di quel che succederà nel prossimo decennio, quando passeranno di mano patrimoni per un valore di 2.500 miliardi, rendendo la società italiana sempre più “ereditocratica“, complici tasse di successione quasi inesistenti. Se si allarga lo sguardo, la dinamica è ancora più evidente: negli ultimi 15 anni il 91% della nuova ricchezza è finito al 5% più ricco e solo il 2,7% a chi stava peggio. Quanto ai redditi, nel 2023 la disuguaglianza nella distribuzione è aumentata e le simulazioni Istat sull’impatto redistributivo delle politiche del governo prospettano un ulteriore incremento nel 2024, causa peggioramento della condizione di chi guadagna meno. La povertà assoluta si è intanto stabilizzata a quota 5,7 milioni di persone: 1,6 milioni in più rispetto al 2014 e 1,1 milioni in più rispetto al 2019, prima della pandemia. Il governo non prevede che la situazione migliori di qui al 2028. Tutelarsi dalla caduta nell’indigenza è diventato più difficile anche per chi lavora. Il rapporto ricorda infatti come la crescita occupazionale iniziata dopo la pandemia non basti per compensare la bassa qualità dei posti, soprattutto per giovani e donne. Pesano la sotto-occupazione e la diffusione del lavoro povero e a metterci il carico ci ha pensato l’inflazione degli ultimi anni, che ha eroso il potere d’acquisto. I tanti rinnovi contrattuali siglati dall’inizio del 2024 hanno innescato un recupero solo parziale. COSÌ IL GOVERNO ALLARGA LE DISUGUAGLIANZE Tutte emergenze che il governo non sembra riconoscere. Anzi, in molti casi gli interventi messi in campo aggravano i divari economici e sociali. Per esempio il taglio della seconda aliquota Irpef inserito in manovra, oltre a lasciare irrisolti i nodi dell’erosione della base imponibile per cui ormai l’imposta grava per l’85% sui soli redditi da lavoro dipendente o pensione, produce benefici modesti e concentrati soprattutto sui contribuenti con redditi medio-alti, mentre l’impatto per quelli più bassi è limitato o nullo. Per valutarne gli effetti occorre poi tener conto della “tassa occulta” del fiscal drag, il fenomeno per cui, senza piena indicizzazione degli scaglioni e delle detrazioni all’inflazione, l’aumento nominale dei redditi spinge i contribuenti verso aliquote più elevate senza un reale aumento del reddito reale. Simulazioni dell’Upb hanno mostrato che, nonostante le riforme Irpef degli ultimi anni, i lavoratori con redditi compresi tra 32mila e 45mila euro finiscono con l’avere un carico fiscale più alto di prima. Oxfam contesta poi l’uso della detassazione salariale come principale leva di intervento: tendenza confermata dalla manovra, che prevede sgravi sugli aumenti legati ai rinnovi contrattuali, sui premi di risultato e sulle maggiorazioni per notturni e festivi. Al netto degli effetti negativi sull’equità del prelievo, quello strumento non modifica i meccanismi che causano i bassi livelli retributivi e scarica sulla fiscalità generale il compito di sostenere le retribuzioni e il recupero del potere d’acquisto anche se le imprese potrebbero permettersi di pagare di tasca loro. Intanto la tassazione della ricchezza continua a restare tabù, così come un aggiornamento del catasto, e la legge di Bilancio ha confermato l’iniqua flat tax per i super ricchi stranieri che spostano la residenza in Italia. Poco coerentemente però, nota il report, l’esecutivo “non ha disdegnato di inasprire il prelievo sulle patrimoniali esistenti”, aumentando le aliquote dell’imposta sul valore degli immobili detenuti all’estero e dell’imposta sui valori delle attività finanziarie estere detenuti nei paradisi fiscali. E la lotta all’evasione? A fronte di alcune novità positive, come la liquidazione automatica dell’Iva in caso di omessa dichiarazione, in manovra c’è un nuovo condono: la rottamazione cinque, rivolta sulla carta solo a chi ha dichiarato e non pagato ma di fatto priva di paletti per limitarla ai contribuenti in reale difficoltà economica. L’ong rinnova anche le critiche sullo svuotamento delle politiche di contrasto alla povertà dopo l’abolizione del reddito di cittadinanza, sostituito da meccanismi (Assegno di Inclusione e Supporto per la Formazione e il Lavoro) non universali. “Incurante dell’elevata fragilità economica di ampi strati della popolazione, il governo continua a perseguire un iniquo approccio categoriale nel contrasto alla povertà”, commenta Mikhail Maslennikov, policy advisor sulla giustizia economica di Oxfam Italia. “Da due anni il diritto di ricevere un supporto da parte dello Stato a fronte di una condizione di bisogno non è più assicurato a tutti i poveri in quanto tali ma è subordinato all’appartenenza a categorie eccezionalmente svantaggiate, le uniche ritenute meritevoli di tutela”. Apprezzabile che l’ultima manovra abbia abolito il mese di sospensione obbligatoria dell’Adi dopo i primi 18 mesi, ma è invece “fortemente ingiusto” il contestuale dimezzamento della prima mensilità a ogni rinnovo. Quanto alla riforma dell‘Isee, le modifiche al calcolo dell’indicatore per l’accesso ad Assegno Unico Universale, il bonus asilo nido e Adi rischiano di produrre “risultati arbitrari e iniqui” visto che danno priorità nell’accesso alle prestazioni sociali alle famiglie con casa di proprietà. Questo mentre le linee guida del più volte annunciato Piano casa non sono ancora state presentate ma molti indizi fanno temere che sarà orientato solo al social housing privato e alla realizzazione di alloggi a canone agevolato destinati alla vendita. Di risorse pubbliche del resto ce ne sono poche: meno di 1 miliardo, al momento, quelle stanziate, a fronte di un fabbisogno di almeno 15. Sul fronte del lavoro, non si segnalano passi avanti nel contrasto al nero e al grigio e il governo ha concesso ulteriore flessibilità alle aziende nel ricorso al precariato, oltre ad estendere il perimetro delle attività stagionali concedendo di fatto a qualsiasi impresa di “sottoscrivere contratti a termine esenti dai pochi limiti ancora in essere” e ad allargare le maglie della somministrazione. Sventato in extremis poi, ma la maggioranza promette di riprovarci, il tentativo di far salve le imprese dal pagamento degli arretrati nel caso il contratto applicato sia giudicato contrario alla Costituzione e anticipare la prescrizione dei crediti da lavoro non versati. Infine resta il vuoto sul salario minimo: la legge delega approvata a settembre dal Parlamento, nata da un ddl delle opposizioni snaturato dalla maggioranza, prevede l’estensione erga omnes dell’efficacia dei salari previsti dai “principali” contratti collettivi, senza paletti per escludere quelli pirata. LE RICETTE PER INVERTIRE LA ROTTA Nulla di tutto questo è inevitabile, sottolinea la ong. Il rapporto dedica come sempre molto spazio alle leve di policy che potrebbero essere attivate per invertire la rotta. A partire dal fisco. Oxfam auspica una svolta netta nella lotta all’evasione, attraverso il rafforzamento dell’analisi del rischio fiscale e dei controlli dell’Agenzia delle Entrate. Prioritario adottare procedure di analisi massiva che consentano di incrociare in modo sistematico le diverse banche dati disponibili. Indispensabile poi intervenire sulle grandi concentrazioni di ricchezza aumentando il prelievo su grandi successioni e donazioni. Una misura che avrebbe un forte impatto redistributivo senza colpire i patrimoni medio-piccoli. Un altro capitolo chiave riguarda il patrimonio immobiliare: l’attuale prelievo sugli immobili è iniquo perché legato a valori catastali obsoleti e disallineati rispetto ai valori di mercato, che vanno aggiornati. Nel mirino anche le politiche condonistiche, uno degli elementi che più contribuiscono a minare equità e fedeltà fiscale e incentivano comportamenti opportunistici. Il rapporto invita poi l’Italia a giocare un ruolo più attivo anche sul piano internazionale, sostenendo in sede Onu e G20 l’istituzione di uno standard globale di tassazione della ricchezza estrema, che renda effettivo il prelievo sui grandi patrimoni e contrasti l’elusione e la concorrenza fiscale tra Paesi. Agire a livello multilaterale ridurrebbe anche il rischio di “espatrio fiscale”, se affiancato a una exit tax o alla prosecuzione della tassazione per alcuni anni dopo il cambio di residenza. In parallelo arriva l’appello a supportare l’istituzione del Panel internazionale sulla disuguaglianza proposto dalla task force speciale del G20 guidata da Joseph Stiglitz. Sul fronte della spesa, Oxfam richiama la necessità di rafforzare gli investimenti in istruzione, sanità e protezione sociale, settori che negli ultimi anni hanno subito definanziamenti o crescite insufficienti rispetto ai bisogni. Tra le priorità anche la cooperazione allo sviluppo: serve un percorso credibile per raggiungere entro il 2030 l’obiettivo dello 0,70% del Reddito nazionale lordo, ancora lontano. Senza un cambio di paradigma, è il messaggio, il Paese rischia di restare intrappolato in un modello che premia patrimoni e rendite, scarica il peso del finanziamento pubblico su lavoro e consumi e amplia l’area della vulnerabilità sociale. Un equilibrio inefficiente e fragile dal punto di vista politico e della stabilità democratica. L'articolo Italia sempre più iniqua e “ereditocratica”: al 5% più benestante due terzi della nuova ricchezza. Ma nell’agenda di Meloni non è una priorità proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Il freddo a Milano ha ucciso la terza persona senza fissa dimora in pochi giorni
Abbandonato in mezzo alla strada, probabilmente ucciso dal freddo. Nella mattina di venerdì 16 gennaio, poliziotti e sanitari hanno trovato il corpo di un uomo di circa 40 anni sotto un cavalcavia di via Padova, nel quartiere Loreto di Milano. È la terza persona senza fissa dimora che è stata trovata morta negli ultimi giorni, complici le temperature sono particolarmente rigide. Il primo caso risale al 5 gennaio, quando il 34enne Andrea Colombo era stato trovato senza vita tra Rogoredo e San Donato Milanese. Il secondo, invece, è stato rinvenuto l’8 gennaio nelle vie del centro, a pochi passi dalla stazione Cadorna: la sua identità è ancora sconosciuta. L'articolo Il freddo a Milano ha ucciso la terza persona senza fissa dimora in pochi giorni proviene da Il Fatto Quotidiano.
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La strage invisibile dei senza dimora, 414 morti nel 2025: “Non solo nelle grandi città, ma soprattutto in provincia”
Gaetano aveva 66 anni. È morto accanto ai carrelli di un supermercato di Mantova negli ultimi giorni dell’anno. Lo hanno trovato avvolto negli abiti che usava come coperta. L’uomo è soltanto una delle 414 persone senza dimora che sono morte nel 2025 in Italia. “Una strage invisibile” per la Federazione Italiana Organismi per le Persone Senza Dimora (fio.PSD) che da sei anni raccoglie i dati sui decessi dei clochard nel nostro paese. Eppure una morte su tre avviene in uno spazio pubblico facilmente visibile dai cittadini e dalle istituzioni. “Nel 34% dei casi i ritrovamenti sono infatti avvenuti in strada, parchi e aree pubbliche” si legge nel report della fio.PSD. Ma quali sono i motivi di queste morti? “Le cause dei decessi tra le persone senza dimora riflettono una condizione di estrema vulnerabilità, in cui fattori personali, sociali e ambientali si intrecciano aggravando situazioni spesso già precarie, afferma il presidente Alessandro Carta. Non si muore solo per il freddo o per il caldo, anzi. L’analisi evidenzia chela “strage invisibile continua ad alimentarsi mese dopo mese, senza interruzioni, nel corso dell’intero anno”. E così eventi che in altre condizioni potrebbero non risultare fatali, lo diventano a causa della “mancanza di accesso alle cure sanitarie, dell’isolamento sociale, dell’insicurezza e dell’assenza di un alloggio adeguato”. Dai dati della fio.PSD emerge anche un altro dato. L’area più colpita dai decessi rimane il Nord Italia. In particolare. Il 29% nel Nord-Ovest e 19,7% nel Nord-Est. Seguono il Centro, con il 26%, il Sud, con il 17% e le Isole con l’8,3%. Con le grandi città come Roma e Milano che collezionano il triste primato. “Sicuramente le grandi città rappresentano i luoghi intorno ai quali si concentrano la maggior parte delle persone senza dimora, essendo queste maggiormente dotate di servizi e di opportunità di supporto” scrive nel report la fio.PSD sottolineando una nuova tendenza. “I dati di questo monitoraggio mettono chiaramente in luce che vi è un’estensione del fenomeno sempre più marcata anche nei centri urbani di medie e piccole dimensioni, e nelle aree periferiche”. Se il 40,5 per cento dei decessi avviene nelle 14 città metropolitane, la grande maggioranza delle morti si verifica nei territori di provincia anche molto piccoli. L’analisi svolta su 235 comuni in tutta Italia mette in luce la necessità di “sviluppare interventi capillari, capaci di raggiungere anche le realtà territoriali meno servite, dove il fenomeno spesso rimane meno visibile”. E proprio per far conoscere sempre di più questo fenomeno, è partita la campagna nazionale “Tutti Contano” promossa da fio.PSD per il reclutamento di diecimila volontari e volontarie che parteciperanno alla Rilevazione nazionale sulle Persone Senza Dimora, voluta da ISTAT nelle giornate del 26, 28 e 29 gennaio 2026 nelle 14 città metropolitane italiane. Una campagna rilanciata anche da diversi personaggi del mondo dello spettacolo, da Luciana Litizzetto a Richard e Alejandra Gere. L’obiettivo è quello di realizzare una “fotografia notturna” per “raccogliere ed organizzare dati attendibili e aggiornati sul fenomeno dell’homelessness in Italia. Creare una fotografia realistica, attendibile e dettagliata della situazione, come elemento chiave per comprendere la realtà delle persone che vivono in condizioni di povertà estrema e programmare politiche pubbliche inclusive e di lungo periodo che siano veramente efficaci”. Al momento, oltre tremila persone hanno risposto all’appello e parteciperanno alla mappatura di fine gennaio. Ma per poterla completare, ne servono ancora, specialmente su Roma, uno dei territori più estesi da mappare. Per questo gli organizzatori invitano i cittadini della Capitale a iscriversi compilando questo form. L'articolo La strage invisibile dei senza dimora, 414 morti nel 2025: “Non solo nelle grandi città, ma soprattutto in provincia” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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