Come fanno i cittadini a difendere i propri diritti nelle aule giudiziarie se
non hanno soldi da spendere? La legge dovrebbe essere uguale per tutti ma cosa
accade a chi non è in grado di difendersi? La legge sul gratuito patrocinio
prevede che sia lo Stato a pagare per loro, che si tratti di vittime dei reati
oppure indagati, accusati di averli commessi. Lo Stato si fa carico – come deve
– della tutela della loro difesa.
Tantissimi sono gli avvocati abilitati al patrocinio a spese dello Stato. Il
loro ruolo è fondamentale per la tenuta del nostro sistema Giustizia. Sono veri
e propri eroi dei nostri tribunali. Lavorano quotidianamente per pochi soldi,
perché le tariffe liquidate per la loro attività professionale sono a dir poco
esigue. Così basse da ledere la loro dignità professionale ed, in più, vengono
liquidate con ritardi biblici e spesso pluriennali.
Nessuno si occupa di loro perché non difendono certo i colletti bianchi, ma solo
gli ultimi della scala socio-economica del nostro Paese.
Il nostro governo ben si guarda dal dire di aver subito l’ennesima condanna
dalla Corte Europea dei diritti dell’Uomo in tema di Giustizia, ma quella
dell’11 dicembre 2025 concerne proprio questo specifico tema. Il gratuito
patrocinio non funziona. Congruità delle somme liquidate e tempi di pagamento
privano i cittadini bisognosi dell’effettività di una assistenza cui hanno
diritto costituzionalmente garantito. “Si tratta di un vulnus – come afferma
l’Unione delle Camere Penali – che incide, insieme, sulla dignità della
professione forense e sull’uguaglianza dei cittadini nell’accesso alla
giustizia”.
Al di là della vergogna che possiamo giustamente provare di fronte alla
necessità di dover subire una simil sentenza per affrontare un problema poco
consono alla struttura moderna e democratica di uno Stato come il nostro,
possiamo dunque ritenerci ora soddisfatti?
Ebbene no! Ci pensa ancora il nostro governo a correre ai ripari con
l’approvazione della legge di bilancio 2026. Con l’introduzione di questa
meravigliosa norma tutte le somme liquidate agli avvocati in gratuito patrocinio
per il loro lavoro di assistenza ai non abbienti nei processi, possono essere
girate direttamente all’ufficio Agenzia delle Entrate nel caso in cui essi vi
abbiano dei conti in sospeso. Si chiama Compensazione Coattiva. Con buona pace
dei bisognosi di giustizia possiamo solo dire loro: “Amen”.
Per fortuna abbiamo questo referendum i cui sostenitori ci assicurano che ci
regalerà una Giustizia migliore e più efficiente. Come non è dato sapere.
L'articolo Il referendum migliora la Giustizia? Ma se lo Stato colpisce anche
gli ‘avvocati dei poveri’ proviene da Il Fatto Quotidiano.
Tag - Povertà
di Paolo Limonta*
Vogliamo davvero credere che la soluzione per la sicurezza nelle scuole siano
misure autoritarie? Se pensiamo di risolvere il disagio e il malessere di
ragazze e ragazzi con i sensori all’ingresso, significa che abbiamo smesso di
guardarli negli occhi e capirli nel profondo. Significa che abbiamo perso e
fallito, da adulti credibili, davanti alle generazioni più giovani.
Il dibattito polarizzante sull’introduzione dei metal detector nelle scuole, che
secondo recenti dichiarazioni del ministro dell’Istruzione e del Merito Giuseppe
Valditara sarebbero già in fase di sperimentazione, è solo uno spunto, un
dettaglio di un discorso molto più ampio su cui vorrei porre l’attenzione e la
riflessione a beneficio di tutte e tutti noi.
Lo sappiamo bene, i problemi sociali fanno notizia: penso ai recenti, gravissimi
episodi che hanno scosso l’opinione pubblica in queste settimane, dai fatti di
La Spezia al fenomeno dilagante del bullismo e cyberbullismo, dal malessere
psicologico e sociale che sfocia in aggressioni di gruppo, e altro ancora. Ogni
volta che la cronaca ci sbatte in faccia questa realtà, la reazione segue un
copione identico: indignazione, richiesta di punizioni esemplari e soluzioni
tecnologiche.
Quello che vediamo e che esplode è solo la punta di un iceberg, come la campagna
di CIAI diffusa in questi giorni sta cercando di far venire alla luce: ci
ricorda che quando leggiamo i dati sulla criminalità giovanile, sulla
depressione o sugli episodi di violenza nelle nostre città ad opera di giovani o
giovanissimi, stiamo guardando solo la parte emersa, quella che fa rumore, che
spaventa e che occupa le cronache.
Sotto c’è altro e si chiama povertà educativa: silenziosa, nascosta eppure
presente, più vicina di quanto si pensi. E riguarda tutte e tutti noi.
In Italia quasi 3 milioni di minorenni vivono in povertà, di questi oltre un
milione si trova in condizione di povertà educativa, come conferma l’esperienza
sul campo di CIAI, dal 1968 impegnata con progetti educativi per bambine,
bambini e adolescenti, tutelando i diritti e curandosi del loro benessere
psicologico e sociale.
Non si tratta solo di indigenza economica, come a una prima impressione potrebbe
sembrare: è l’assenza di stimoli, il deserto di opportunità, l’impossibilità di
sognare un domani diverso da un presente segnato da carenze affettive e
relazionali. Una condizione che persone esperte di CIAI hanno definito perfino
con un neologismo, ‘edupsicopenia’, a indicare un malessere psicologico con
radici profonde riconducibili a deficit educativi e affettivi.
Nonostante il dato nazionale sulla dispersione scolastica sia sceso globalmente
sotto la soglia del 10%, i numeri reali restano drammatici: oltre 400mila
giovani sotto i 24 anni hanno abbandonato precocemente gli studi. Quel “non
andare a scuola”, quel non sentirsi parte di una comunità, scava un solco
profondo tra chi ha diritto a un’infanzia serena e chi viene lasciato indietro.
Un adolescente a cui togliamo gli strumenti per comprendere il mondo è un
cittadino a cui stiamo togliendo la bussola.
E così torno agli episodi eclatanti che tanto fanno paura. La violenza e
l’esclusione sociale che esplodono dal centro alle periferie delle nostre città
sono i sintomi finali di una malattia che inizia molto prima: quando un bambino
o una bambina smettono di credere che la scuola possa essere una strada di
libertà.
Come CIAI, abbiamo deciso di accendere un faro su questo sommerso con una nuova
campagna di sensibilizzazione: non certo per allarmare, ma per far conoscere con
maggiore chiarezza gli effetti, direi poliedrici, della povertà educativa,
dimostrando come questa riguardi il nostro presente e soprattutto il futuro di
tante bambine e bambini, adulti di domani. Qualcosa che tocca da vicino
chiunque, indipendentemente dall’essere genitori o meno. Non possiamo più
limitarci a gridare allo scandalo o richiedere misure autoritarie: dobbiamo
avere il coraggio di immergerci sotto l’iceberg e lavorare tutti insieme sulle
cause.
Per contrastare la povertà educativa, CIAI fa la sua parte attraverso sei
Presìdi educativi all’interno delle scuole italiane, da nord a sud, garantendo
il diritto all’educazione, al gioco e alla crescita emotiva, utilizzando anche i
linguaggi artistici per intercettare il malessere prima che diventi cronico. E
tutto questo insieme alle famiglie di studenti e studentesse, alle associazioni
locali, ai territori: un lavoro complesso, che tenta di restituire serenità,
bellezza, visione di un orizzonte.
Proteggere oggi un bambino, una bambina o un adolescente per CIAI significa
onorare i diritti umani fondamentali e, concretamente, prevenire una possibile e
futura deriva sociale.
La sicurezza di una comunità non si misura dalla solidità delle barriere, ma
dalla qualità dei legami e dalla capacità di non lasciare nessuno indietro.
Siamo consapevoli che questa non è una sfida che possiamo vincere da soli ma un
gioco di squadra che deve coinvolgere istituzioni, famiglie, agenzie educative e
ogni singolo cittadino.
Da presidente di CIAI e, non da ultimo, da maestro elementare, vi chiedo di
guardare insieme a noi sotto la superficie per riconoscere l’indifferenza e
scardinare questo meccanismo di esclusione. La lotta alla povertà educativa è la
battaglia civile più urgente del nostro presente: è tempo di smettere di
rincorrere l’emergenza e iniziare, finalmente, a educare.
*Presidente CIAI Centro italiano Aiuti all’infanzia
L'articolo Così noi di Ciai combattiamo la povertà educativa: una risposta al
disagio giovanile oltre i metal detector proviene da Il Fatto Quotidiano.
di Enza Plotino
Questi sono i nostri figli. Ragazzi e ragazze che in questo odierno deserto di
opportunità, lavoro dignitoso e ascensore sociale funzionante, diventano i nuovi
schiavi, circuìti dalla politica tossica del governo che spaccia la precarietà
per modernità e lo sfruttamento per libertà digitale, spesso attraverso spot
discutibili. Un meccanismo ignobile in cui sono finiti, i nostri figli, ma anche
quegli immigrati che si vogliono delinquenti e disonesti ma che, al contrario,
con il loro lavoro di schiavi, con paghe “sotto la soglia di povertà”
contribuiscono alla consegna a domicilio di cibo e bevande ordinate per il
tramite di piattaforme ed applicazioni web.
A scoperchiare e fare luce su questo far west, la Procura di Milano ha posto
sotto controllo giudiziario Foodinho, società del gruppo Glovo –
nientepopodimeno che – per caporalato. Nella avveniristica Milano, quella delle
Olimpiadi per intenderci – ma purtroppo abbiamo sentore che succeda in tutta
Italia – secondo alcuni accertamenti ai rider, che in Italia sono circa 40mila,
sarebbero state corrisposte paghe “sotto la soglia di povertà” e dunque ci
sarebbe uno sfruttamento del lavoro. Il 75% dei ciclofattorini esaminati
risulterebbe sotto la soglia di povertà, con uno scostamento medio di circa
5.000 euro lordi all’anno.
Ma non è finita qui, perché facendo riferimento ai contratti collettivi
nazionali di lavoro, l’87,5% dei campioni sarebbe risultato sottopagato, con
scostamenti massimi sino a 12.000 euro l’anno. Calpestati vergognosamente i
diritti delle persone che, in tanta parte dei casi, sono anche nostri figli. La
punta di un iceberg sotto il quale cova la cenere tossica di un sistema di
retribuzioni inferiori dell’81% rispetto ai minimi contrattuali e in cui i rider
sono costretti a operare ben al di sotto della soglia di povertà. Si chiama
“caporalato algoritmico”: un mercato del lavoro affidato ad un sorvegliante
immateriale capace di imporre ritmi e sanzioni ai rider che non sono trattati da
lavoratori, ma da appendici organiche della logistica urbana. Una aberrazione in
linea con la deregolamentazione e della politica pro-business preminente del
governo e della Meloni la quale, quindi, non ha speso parola alcuna di condanna
per questa condizione di schiavitù lavorativa deflagrata a Milano.
E’ troppo difficile la situazione degli schiavi della Glovo per una premier che
passa le giornate a disquisire sui comici di Sanremo (non la città ma un
festival di canzoni), per non affrontare i problemi veri, drammatici, di cui i
rider sono la punta dell’iceberg. Il problema delle tutele non riguarda solo
chi, come i rider, sfreccia nelle città pagando il rischio d’impresa con la
propria incolumità fisica, ma coinvolge un sistema molto ampio e differenziato
che comprende il lavoro di cura, l’accudimento domestico, le nuove forme di
lavoro digitale, come il tagging di dati o le trascrizioni. Senza contare le
filiere della logistica. Parliamo di un ecosistema pervasivo abitato spesso da
lavoratori e lavoratrici straniere. Per loro il ricatto della cittadinanza si
salda tragicamente a quello dell’algoritmo.
Senza una riforma che leghi i diritti del lavoro a quelli della persona, ogni
protezione resterà parziale. Uscire da questa zona grigia, che sempre più
coinvolge anche i nostri figli, significa superare definitivamente il vulnus tra
lavoro autonomo e subordinato sul quale specula il capitalismo delle
piattaforme. Dobbiamo essere in grado di dare ai nostri giovani protezione
universale, salario minimo, infortuni, malattia, ferie, vincolando le
multinazionali al rispetto della dignità umana a prescindere dalla
qualificazione contrattuale. Un passo avanti indispensabile per continuare a
dirci Paese civile.
In questa prospettiva, il controllo giudiziario della Procura di Milano potrebbe
diventare il primo passo per sottrarre la vita dei lavoratori alla tirannia di
un codice proprietario. Ma Meloni questa zona grigia del Paese la ignora anzi,
la benedice… e si diletta in comici e canzonette.
IL BLOG SOSTENITORE OSPITA I POST SCRITTI DAI LETTORI CHE HANNO DECISO DI
CONTRIBUIRE ALLA CRESCITA DE ILFATTOQUOTIDIANO.IT, SOTTOSCRIVENDO L’OFFERTA
SOSTENITORE E DIVENTANDO COSÌ PARTE ATTIVA DELLA NOSTRA COMMUNITY. TRA I POST
INVIATI, PETER GOMEZ E LA REDAZIONE SELEZIONERANNO E PUBBLICHERANNO QUELLI PIÙ
INTERESSANTI. QUESTO BLOG NASCE DA UN’IDEA DEI LETTORI, CONTINUATE A RENDERLO IL
VOSTRO SPAZIO. DIVENTARE SOSTENITORE SIGNIFICA ANCHE METTERCI LA FACCIA, LA
FIRMA O L’IMPEGNO: ADERISCI ALLE NOSTRE CAMPAGNE, PENSATE PERCHÉ TU ABBIA UN
RUOLO ATTIVO! SE VUOI PARTECIPARE, AL PREZZO DI “UN CAPPUCCINO ALLA SETTIMANA”
POTRAI ANCHE SEGUIRE IN DIRETTA STREAMING LA RIUNIONE DI REDAZIONE DEL GIOVEDÌ –
MANDANDOCI IN TEMPO REALE SUGGERIMENTI, NOTIZIE E IDEE – E ACCEDERE AL FORUM
RISERVATO DOVE DISCUTERE E INTERAGIRE CON LA REDAZIONE.
L'articolo Caporalato algoritmico, paghe sotto la soglia di povertà per i rider
ma Meloni pensa a Sanremo proviene da Il Fatto Quotidiano.
Stanno aumentando in Italia le persone che non riescono a permettersi un pasto a
base di carne o pesce. Dopo che questa forma di povertà alimentare era scesa tra
il 2016 e il 2022, nel 2023 è tornata a crescere. Addirittura il 14,2% delle
persone che vivono da sole non riescono a garantirsi il necessario pasto
proteico. Si tratta di un indicatore non banale secondo gli esperti, perché
mostra chiaramente uno degli effetti pratici dell’indigenza: l’incapacità di
seguire una dieta varia ed equilibrata, con tutte le conseguenze che poi ha
sulla salute e sull’obesità. Il dato è dell’Eurostat, rielaborato dall’Alleanza
della povertà, gruppo di sindacati e associazioni che oggi ha presentato uno
studio approfondito.
Nel report, ancora una volta è presente una pesante critica alle misure messe in
campo dal governo Meloni, ritenute insufficienti a contrastare il fenomeno della
povertà nel nostro Paese. Fenomeno che, secondo gli ultimi dati Istat, coinvolge
5,7 milioni di persone – un record storico – le quali fanno parte di 2,2 milioni
di famiglie. L’Alleanza ricorda l’Assegno di inclusione, misura che da gennaio
2024 ha sostituito il Reddito di cittadinanza, è stato percepito nel 2025 da
soli 823 mila famiglie. In Paesi come l’Olanda, la Germania, la Norvegia e il
Giappone le misure di sostegno al reddito raggiungono il 100% delle persone in
povertà (dato aggiornato al 2018); in Italia, dopo le ultime riforme, abbiamo
una copertura di appena il 30%.
Quella della povertà alimentare sembra una delle maggiori urgenze, dato che –
come detto – negli ultimi tre anni abbiamo avuto un significativo peggioramento.
Tra il 2016 e il 2022 abbiamo visto miglioramenti: prendendo come riferimento
l’intera popolazione, il tasso di famiglie incapaci di garantirsi un pasto
proteico è passato dal 14,5% al 7,5%. Nel 2023 è tornato a salire arrivando al
9,9%, percentuale che diventa del 13,2% per gli adulti con un figlio a carico e,
come visto, ancora più alta per le persone singole. Si può immaginare che questa
nuova impennata sia una delle conseguenze dell’inflazione degli ultimi anni.
Negli stessi anni, abbiamo avuto una profonda modifica delle politiche
anti-povertà voluta dal governo Meloni. Il Reddito di cittadinanza, si diceva, è
stato rimpiazzato da una misura che ne ha dimezzato la platea. È stata inoltre
introdotta, nel 2022, la social card “Dedicata a te”, che doveva aiutare le
famiglie proprio a garantirsi i beni di prima necessità alimentare, ma
evidentemente i requisiti molto stretti non hanno permesso di raggiungere
risultati.
Anche perché nel nostro Paese di solito ci si sofferma a guardare solo quanti
sono sotto la soglia di povertà, ma non ci si chiede mai quante famiglie hanno
condizioni di vita di poco superiori a quella soglia. Cioè quanti nuclei possono
essere definiti “quasi poveri”. Secondo i dati rielaborati dall’Alleanza contro
la povertà, queste famiglie sono l’8,2% del totale: questo vuol dire che quasi
il 20% dei nuclei italiani gravita attorno alla soglia di povertà.
L’Alleanza si è anche chiesta a quali enti si rivolgono le persone in difficoltà
economiche che non sono aiutati dallo Stato. La risposta è anche nell’aumento
degli accessi agli enti caritatevoli e del terzo settore: “Tra il 2014 e il 2024
– si legge nel report – le persone aiutate dai centri della rete Caritas (2025)
sono aumentate del 62,6%, con un incremento ancora più forte al Nord (+77%).
Secondo i dati dell’Osservatorio di Antoniano sulla povertà in Italia nel 2025
le richieste di aiuto sono cresciute del 14%”. Uno dei motivi per cui le nuove
misure hanno lasciato fuori così tante persone, oltre al taglio dei fondi, è
stato l’aver introdotto una serie di requisiti di categoria: ecco perché
l’Alleanza contro la povertà continua a proporre il ritorno a una misura
universale.
Nel bocciare le misure messe in campo dal governo, l’Alleanza si sofferma anche
sul paradosso solo apparente che vede la povertà crescere malgrado la ripresa
economica e il miglioramento dell’occupazione: “Non possiamo ragionevolmente
pensare che l’incidenza di tutte le forme di povertà si riduca drasticamente –
dice il report – ma la crescita dell’occupazione e della ricchezza, e la
presenza di una misura nazionale (Assegno di Inclusione) e di ulteriori misure
di contrasto della povertà (il Supporto per la Formazione e il Lavoro, la carta
Dedicata a te, gli infiniti bonus) avrebbero dovuto incidere significativamente
sui livelli di povertà”.
Il portavoce dell’Alleanza Antonio Russo ha spiegato nella prefazione che “il
rapporto restituisce una verità spesso rimossa dal dibattito pubblico: la
povertà è una relazione, non una colpa. È il risultato dell’incontro – o
dello scontro – tra condizioni personali e contesti istituzionali, tra risorse
disponibili e opportunità mancanti, tra diritti formalmente riconosciuti e
diritti realmente accessibili nella vita quotidiana. La povertà si radica dove
i servizi sono deboli, dove il lavoro è instabile o sottopagato, dove l’abitare
è diventato un lusso, dove le reti sociali sono fragili, dove lo Stato arretra
e la comunità non riesce a supplire”.
L'articolo Gli effetti dell’indigenza in Italia: sempre più persone non possono
permettersi un pasto con carne o pesce proviene da Il Fatto Quotidiano.
Per decenni, uno dei pilastri morali e finanziari della cooperazione
internazionale è stato rappresentato da una formula consolidata: la foto di un
bambino, un nome, un villaggio lontano e la promessa che, attraverso una quota
mensile, si potesse “cambiare una vita”.
Tuttavia, le immagini di minori africani utilizzate per mobilitare le donazioni
— pratica nota da anni come poverty porn — non sono affatto neutrali. Producono
immaginari, rafforzano gerarchie e raccontano l’Africa come un luogo di
privazione, piuttosto che come uno spazio di organizzazione sociale.
Il modello del sostegno a distanza, o “sponsor a child”, ha costruito l’identità
di molte grandi Ong occidentali attive in Africa, Asia e America Latina. Per
mezzo secolo, la figura dello sponsor del “povero bimbo” è stata considerata
intoccabile: una formula semplice e rassicurante composta da un bambino, un
donatore e una promessa.
Questo meccanismo ha funzionato, raccogliendo fondi e costruendo consenso, ma ha
anche cristallizzato un’immagine distorta del continente africano: una terra
fragile, dipendente e in perenne attesa.
Oggi ActionAid, una delle grandi organizzazioni che più a lungo ha incarnato
questo modello sin dalla sua nascita nel 1972, dichiara che tale approccio non è
più sufficiente. Lo fa con parole che hanno un peso specifico nel mondo della
cooperazione: l’obiettivo è “decolonizzare” lo storico programma di
sponsorizzazione dal paternalismo, retaggio di un’epoca passata. Non si tratta
di accuse esterne, bensì di un’autocritica necessaria. È un passaggio complesso
e scomodo, poiché tocca il cuore emotivo della cooperazione internazionale e
mette in discussione un sistema che ha garantito entrate stabili per decenni.
Per anni il sistema è rimasto immutato: i donatori scelgono un bambino in un
Paese povero, ricevendo in cambio aggiornamenti, lettere e fotografie. È
tuttavia evidente che permettere di selezionare un bambino tramite una foto
generi una relazione asimmetrica. Si definisce un divario tra chi guarda e chi
viene guardato, tra chi decide e chi riceve: un nodo che non è solo etico, ma
profondamente simbolico. Non è solo una questione di metodo; è, a tutti gli
effetti, una questione di potere.
Il fulcro della revisione annunciata consiste nello spostare la narrazione degli
aiuti dalla compassione alla reale solidarietà. L’obiettivo non è più limitarsi
ad “aiutare qualcuno che soffre”, ma collaborare attivamente con movimenti
locali, organizzazioni di base e comunità che già lottano per i diritti,
l’istruzione e la salute. Questo approccio impone un superamento delle
narrazioni individuali, dei ‘volti’ da salvare. In termini di coerenza, ciò
dovrebbe tradursi in una drastica riduzione degli investimenti in campagne
pubblicitarie e promozione, così come in un ridimensionamento di quegli apparati
burocratici che alimentano stipendi privilegiati.
Resta però un interrogativo aperto che ogni Ong deve affrontare: i donatori
saranno pronti a seguire questo cambiamento? Saranno disposti ad accettare
un’Africa meno “commovente”, meno filtrata dai post strategici e furbetti sui
social e più marcatamente politica?. Un’Africa meno rassicurante e più
complessa?
Decolonizzare gli aiuti, infatti, non significa solo modificare i programmi.
Significa rinunciare intimamente all’idea di essere al centro della Storia.
Perché non lo siamo.
L'articolo Basta con l’immagine del povero bimbo malato: ActionAid cambia rotta
in Africa e smonta un rapporto di potere proviene da Il Fatto Quotidiano.
“I senza dimora sono invisibili soltanto agli occhi di chi è indifferente”.
Manuela è una delle oltre seimila volontarie e volontari che partecipano alla
“Rilevazione nazionale delle Persone Senza Dimora” promossa da Istat e condotta
da fio.PSD. Non accadeva da dodici anni. Il censimento è partito lunedì sera in
quattordici grandi città italiane, Milano compresa. Ogni città viene divisa in
zone e ogni zona viene affidata a una squadra composta da volontari che annotano
sul sistema il numero dei senza dimora. “La conta è importante perché ci
permette di quantificare e anche qualificare il fenomeno – racconta al
Fattoquotidiano.it il referente formazione fio.PSD Paolo Moreschi – e questo
serve a fare politiche di intervento più mirate e anche più proporzionate”. Ma
c’è un altro valore aggiunto. “e anche un’occasione per il tipo di
coinvolgimento che una giornata come questa riesce a realizzare – riflette
Moreschi – quindi mettere le persone in una posizione di protagonista nel
confrontarsi con questo tema”. La risposta dei cittadini non si è fatta
attendere. In tanti hanno risposto all’appello e si sono messi a disposizione.
“Perché lo faccio? È un dovere civico, se vogliamo aiutare la città ad andare
avanti, dobbiamo essere noi a fare qualcosa – riflette Patrizia – non possiamo
passare davanti a queste persone senza avere il desiderio di aiutarli in qualche
modo, magari anche non direttamente, ma questo è un modo indiretto per farli
diventare visibili al mondo”. Nel centro di Milano, tra le gallerie e le
pubblicità delle Olimpiadi, appena chiudono le saracinesche dei negozi e dei
bar, i dehor e le gallerie diventano il rifugio per tanti. Negli angoli riparati
delle gallerie , spuntano tende e cartoni. Le volontarie annotano il numero
mentre camminano per le vie del centro. Le difficoltà più grandi per loro non
sono soltanto materiali: “Spesso ci dimentichiamo che arrivare in strada è
l’esito di un percorso – commenta Paolo Moreschi – e in realtà le difficoltà più
grandi sono proprio nella mancanza di relazioni, di reti sociali e anche di una
spinta e di un desiderio di avere un motivo per alzarsi la mattina”.
L'articolo Al via il censimento dei senza dimora, una notte con i volontari
nelle strade di Milano: “Contarli è il modo per renderli visibili al mondo”
proviene da Il Fatto Quotidiano.
Per capire la questione del cosiddetto “disagio giovanile” bisognerebbe
anzitutto chiamarlo con il suo nome: dolore. Bisognerebbe cioè partire dalla
sofferenza e dalle sue cause, invece che occuparsi dei modi con cui questa
sofferenza prova ad essere placata: violenza su sé e sugli altri
(autolesionismo, risse, coltelli), abuso di droghe, di social media e
smartphone, psicofarmaci che circolano senza ricette, ritiro sociale.
Il dolore dei ragazzi che vengono da famiglie immigrate non è difficile da
comprendere: carenza di risorse economiche e culturali, povertà, anche
abitativa, violenza familiare non possono che esitare in comportamenti devianti.
Ma anche nelle famiglie italiane l’angoscia non manca: scarsità di fratelli,
separazioni dei genitori precoci e sempre più conflittuali, nonni che muoiono –
visto che si nasce sempre più tardi – educazione all’insegna della prestazione e
della competizione invece che della condivisione e della socialità. Per
entrambi, ragazzi di origine straniera e italiani, è invece comune lo spettacolo
di un mondo attraversato da una violenza estrema, un mondo dove i capi di stato
sono spesso malati psichici, un mondo armato fino ai denti.
Identificata la sofferenza – che nasce da una società sempre più atomizzata dove
le agenzie di socialità e di senso, scout, oratori, etc. sono sempre più scarne,
mentre trionfa l’intrattenimento dei centri estivi e dei mille corsi di lingua,
l’attenzione può spostarsi ai modi con cui i ragazzi cercano disperatamente di
attutire il dolore. Nelle menti più fragili, il combinarsi di alcuni di questi
elementi – psicofarmaci e droga, ad esempio, oppure droghe e smartphone –
possono produrre esiti drammatici, dove non è più chiaro tra l’altro cosa è
conseguenza di cosa, la causa e l’effetto. Perché il dolore produce abuso di
sostanze, ma a sua volta l’abuso di sostanze aumenta confusione, dolore,
psicosi. Una devastazione mentale e morale.
Cosa possono fare le famiglie? Quasi nulla. O, meglio, possono fare se hanno
abbondanza di strumenti culturali ed economici e tempo a disposizione. Se
riescono a trovare i giusti specialisti, pagati a caro prezzo, se riescono a
curare il dolore, magari capendo che occorre partire dal proprio. E le altre?
Quelle che sopravvivono a malapena, dove i genitori presto e tornano tardi, con
poche risorse, famiglie che non sanno come gestire un ragazzo sempre più
violento anche in casa, sempre più malato? Quanta disperazione c’è in queste
famiglie non si può neanche raccontare.
Per questo pensare di punire i genitori per minori che compiono reati è
agghiacciante, perché quelle famiglie sono, semmai, vittime. Inasprire le pene,
abbassando l’età, è tanto aberrante quanto inutile. Togliere passaporti e
permessi di soggiorno? Benzina sul fuoco della disperazione.
Cosa servirebbe, allora? L’elenco è lunghissimo. Certo, una guerra vera e totale
allo spaccio, oggi che la droga arriva a domicilio in cinque minuti. Ma anche
più risorse economiche e di tempo per le famiglie, smart working, soldi veri:
perché la presenza in casa cura. Soprattutto: più risorse economiche ai servizi
socio-sanitari sul territorio. Oggi per avere una visita neuropsichiatrica
infantile si aspettano mesi. Per entrare in una comunità – unici luoghi dove,
quando la situazione ormai si è cronicizzata, è possibile forse ancora salvare i
ragazzi, riuscendo a distinguere cause ed effetti – ci sono liste d’attese
infinite.
E la scuola? Può poco o nulla, nelle condizioni attuali. Potrebbe, quello sì,
smettere di puntare su competizione e valutazione e valorizzare didattica di
gruppo, socialità, cooperazione tra gli studenti.
Niente di tutto questo è nel programma del governo. Il quale, ironia della
sorte, vuole punire e perseguitare chi ha in tasca un coltello – spesso solo per
paura – mentre investe miliardi in nuove armi. Si può essere così
drammaticamente incoerenti?
L'articolo Il governo vuol punire chi ha in tasca un coltello mentre investe
miliardi in armi: si può essere così incoerenti? proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Le priorità della premier Giorgia Meloni per il 2026 sono sicurezza e crescita,
come ha spiegato durante la conferenza stampa di inizio anno. Disuguaglianza e
povertà non sembrano impensierirla. Così si spiegano i tanti interventi a favore
di categorie già avvantaggiate e l’assenza di misure contro il lavoro malpagato
e precario e il disagio abitativo, l’abolizione dell’unico strumento universale
per la lotta all’indigenza, la mancanza di correttivi a un sistema fiscale
iniquo che “spreme” più i salari che i profitti. Eppure, come ricorda ancora una
volta Oxfam nel rapporto annuale Disuguitalia, la Penisola resta il Paese delle
fortune invertite. In cui la ricchezza si concentra sempre di più ai vertici
mentre chi è povero non riesce a uscirne perché ha minori opportunità educative,
non può contare su reti di protezione in caso di emergenze, ha meno accesso al
credito, non può permettersi di dire no a un lavoro purchessia.
I DIVARI CRESCENTI DELL'”EREDITOCRAZIA” ITALIA
Le ultime stime, riferite alla metà del 2025, mostrano squilibri profondi e in
crescita. Il 10% più benestante delle famiglie – scrive Oxfam – ha in mano il
59,9% della ricchezza nazionale, la metà più povera si ferma al 7,4%. Tra giugno
2024 e giugno 2025 la ricchezza nazionale è aumentata del 3,6% in termini
nominali: da 10.610 a 10.990 miliardi di euro. Ma quasi due terzi
dell’incremento sono andati al top 5% delle famiglie, mentre la metà più povera
ne ha intercettato appena il 4,6%. I soli 79 miliardari italiani tra novembre
’24 e ’25 si sono arricchiti in termini reali di 54,6 miliardi di euro. Da
notare che circa due terzi della loro fortuna deriva da eredità. Solo
l’antipasto di quel che succederà nel prossimo decennio, quando passeranno di
mano patrimoni per un valore di 2.500 miliardi, rendendo la società italiana
sempre più “ereditocratica“, complici tasse di successione quasi inesistenti. Se
si allarga lo sguardo, la dinamica è ancora più evidente: negli ultimi 15 anni
il 91% della nuova ricchezza è finito al 5% più ricco e solo il 2,7% a chi stava
peggio.
Quanto ai redditi, nel 2023 la disuguaglianza nella distribuzione è aumentata e
le simulazioni Istat sull’impatto redistributivo delle politiche del governo
prospettano un ulteriore incremento nel 2024, causa peggioramento della
condizione di chi guadagna meno. La povertà assoluta si è intanto stabilizzata a
quota 5,7 milioni di persone: 1,6 milioni in più rispetto al 2014 e 1,1 milioni
in più rispetto al 2019, prima della pandemia. Il governo non prevede che la
situazione migliori di qui al 2028.
Tutelarsi dalla caduta nell’indigenza è diventato più difficile anche per chi
lavora. Il rapporto ricorda infatti come la crescita occupazionale iniziata dopo
la pandemia non basti per compensare la bassa qualità dei posti, soprattutto per
giovani e donne. Pesano la sotto-occupazione e la diffusione del lavoro povero e
a metterci il carico ci ha pensato l’inflazione degli ultimi anni, che ha eroso
il potere d’acquisto. I tanti rinnovi contrattuali siglati dall’inizio del 2024
hanno innescato un recupero solo parziale.
COSÌ IL GOVERNO ALLARGA LE DISUGUAGLIANZE
Tutte emergenze che il governo non sembra riconoscere. Anzi, in molti casi gli
interventi messi in campo aggravano i divari economici e sociali. Per esempio il
taglio della seconda aliquota Irpef inserito in manovra, oltre a lasciare
irrisolti i nodi dell’erosione della base imponibile per cui ormai l’imposta
grava per l’85% sui soli redditi da lavoro dipendente o pensione, produce
benefici modesti e concentrati soprattutto sui contribuenti con redditi
medio-alti, mentre l’impatto per quelli più bassi è limitato o nullo. Per
valutarne gli effetti occorre poi tener conto della “tassa occulta” del fiscal
drag, il fenomeno per cui, senza piena indicizzazione degli scaglioni e delle
detrazioni all’inflazione, l’aumento nominale dei redditi spinge i contribuenti
verso aliquote più elevate senza un reale aumento del reddito reale. Simulazioni
dell’Upb hanno mostrato che, nonostante le riforme Irpef degli ultimi anni, i
lavoratori con redditi compresi tra 32mila e 45mila euro finiscono con l’avere
un carico fiscale più alto di prima.
Oxfam contesta poi l’uso della detassazione salariale come principale leva di
intervento: tendenza confermata dalla manovra, che prevede sgravi sugli aumenti
legati ai rinnovi contrattuali, sui premi di risultato e sulle maggiorazioni per
notturni e festivi. Al netto degli effetti negativi sull’equità del prelievo,
quello strumento non modifica i meccanismi che causano i bassi livelli
retributivi e scarica sulla fiscalità generale il compito di sostenere le
retribuzioni e il recupero del potere d’acquisto anche se le imprese potrebbero
permettersi di pagare di tasca loro.
Intanto la tassazione della ricchezza continua a restare tabù, così come un
aggiornamento del catasto, e la legge di Bilancio ha confermato l’iniqua flat
tax per i super ricchi stranieri che spostano la residenza in Italia. Poco
coerentemente però, nota il report, l’esecutivo “non ha disdegnato di inasprire
il prelievo sulle patrimoniali esistenti”, aumentando le aliquote dell’imposta
sul valore degli immobili detenuti all’estero e dell’imposta sui valori delle
attività finanziarie estere detenuti nei paradisi fiscali. E la lotta
all’evasione? A fronte di alcune novità positive, come la liquidazione
automatica dell’Iva in caso di omessa dichiarazione, in manovra c’è un nuovo
condono: la rottamazione cinque, rivolta sulla carta solo a chi ha dichiarato e
non pagato ma di fatto priva di paletti per limitarla ai contribuenti in reale
difficoltà economica.
L’ong rinnova anche le critiche sullo svuotamento delle politiche di contrasto
alla povertà dopo l’abolizione del reddito di cittadinanza, sostituito da
meccanismi (Assegno di Inclusione e Supporto per la Formazione e il Lavoro) non
universali. “Incurante dell’elevata fragilità economica di ampi strati della
popolazione, il governo continua a perseguire un iniquo approccio categoriale
nel contrasto alla povertà”, commenta Mikhail Maslennikov, policy advisor sulla
giustizia economica di Oxfam Italia. “Da due anni il diritto di ricevere un
supporto da parte dello Stato a fronte di una condizione di bisogno non è più
assicurato a tutti i poveri in quanto tali ma è subordinato all’appartenenza a
categorie eccezionalmente svantaggiate, le uniche ritenute meritevoli di
tutela”. Apprezzabile che l’ultima manovra abbia abolito il mese di sospensione
obbligatoria dell’Adi dopo i primi 18 mesi, ma è invece “fortemente ingiusto” il
contestuale dimezzamento della prima mensilità a ogni rinnovo.
Quanto alla riforma dell‘Isee, le modifiche al calcolo dell’indicatore per
l’accesso ad Assegno Unico Universale, il bonus asilo nido e Adi rischiano di
produrre “risultati arbitrari e iniqui” visto che danno priorità nell’accesso
alle prestazioni sociali alle famiglie con casa di proprietà. Questo mentre le
linee guida del più volte annunciato Piano casa non sono ancora state presentate
ma molti indizi fanno temere che sarà orientato solo al social housing privato e
alla realizzazione di alloggi a canone agevolato destinati alla vendita. Di
risorse pubbliche del resto ce ne sono poche: meno di 1 miliardo, al momento,
quelle stanziate, a fronte di un fabbisogno di almeno 15.
Sul fronte del lavoro, non si segnalano passi avanti nel contrasto al nero e al
grigio e il governo ha concesso ulteriore flessibilità alle aziende nel ricorso
al precariato, oltre ad estendere il perimetro delle attività stagionali
concedendo di fatto a qualsiasi impresa di “sottoscrivere contratti a termine
esenti dai pochi limiti ancora in essere” e ad allargare le maglie della
somministrazione. Sventato in extremis poi, ma la maggioranza promette di
riprovarci, il tentativo di far salve le imprese dal pagamento degli arretrati
nel caso il contratto applicato sia giudicato contrario alla Costituzione e
anticipare la prescrizione dei crediti da lavoro non versati. Infine resta il
vuoto sul salario minimo: la legge delega approvata a settembre dal Parlamento,
nata da un ddl delle opposizioni snaturato dalla maggioranza, prevede
l’estensione erga omnes dell’efficacia dei salari previsti dai “principali”
contratti collettivi, senza paletti per escludere quelli pirata.
LE RICETTE PER INVERTIRE LA ROTTA
Nulla di tutto questo è inevitabile, sottolinea la ong. Il rapporto dedica come
sempre molto spazio alle leve di policy che potrebbero essere attivate per
invertire la rotta. A partire dal fisco. Oxfam auspica una svolta netta nella
lotta all’evasione, attraverso il rafforzamento dell’analisi del rischio fiscale
e dei controlli dell’Agenzia delle Entrate. Prioritario adottare procedure di
analisi massiva che consentano di incrociare in modo sistematico le diverse
banche dati disponibili. Indispensabile poi intervenire sulle grandi
concentrazioni di ricchezza aumentando il prelievo su grandi successioni e
donazioni. Una misura che avrebbe un forte impatto redistributivo senza colpire
i patrimoni medio-piccoli. Un altro capitolo chiave riguarda il patrimonio
immobiliare: l’attuale prelievo sugli immobili è iniquo perché legato a valori
catastali obsoleti e disallineati rispetto ai valori di mercato, che vanno
aggiornati. Nel mirino anche le politiche condonistiche, uno degli elementi che
più contribuiscono a minare equità e fedeltà fiscale e incentivano comportamenti
opportunistici.
Il rapporto invita poi l’Italia a giocare un ruolo più attivo anche sul piano
internazionale, sostenendo in sede Onu e G20 l’istituzione di uno standard
globale di tassazione della ricchezza estrema, che renda effettivo il prelievo
sui grandi patrimoni e contrasti l’elusione e la concorrenza fiscale tra Paesi.
Agire a livello multilaterale ridurrebbe anche il rischio di “espatrio fiscale”,
se affiancato a una exit tax o alla prosecuzione della tassazione per alcuni
anni dopo il cambio di residenza. In parallelo arriva l’appello a supportare
l’istituzione del Panel internazionale sulla disuguaglianza proposto dalla task
force speciale del G20 guidata da Joseph Stiglitz.
Sul fronte della spesa, Oxfam richiama la necessità di rafforzare gli
investimenti in istruzione, sanità e protezione sociale, settori che negli
ultimi anni hanno subito definanziamenti o crescite insufficienti rispetto ai
bisogni. Tra le priorità anche la cooperazione allo sviluppo: serve un percorso
credibile per raggiungere entro il 2030 l’obiettivo dello 0,70% del Reddito
nazionale lordo, ancora lontano.
Senza un cambio di paradigma, è il messaggio, il Paese rischia di restare
intrappolato in un modello che premia patrimoni e rendite, scarica il peso del
finanziamento pubblico su lavoro e consumi e amplia l’area della vulnerabilità
sociale. Un equilibrio inefficiente e fragile dal punto di vista politico e
della stabilità democratica.
L'articolo Italia sempre più iniqua e “ereditocratica”: al 5% più benestante due
terzi della nuova ricchezza. Ma nell’agenda di Meloni non è una priorità
proviene da Il Fatto Quotidiano.
Abbandonato in mezzo alla strada, probabilmente ucciso dal freddo. Nella mattina
di venerdì 16 gennaio, poliziotti e sanitari hanno trovato il corpo di un uomo
di circa 40 anni sotto un cavalcavia di via Padova, nel quartiere Loreto di
Milano. È la terza persona senza fissa dimora che è stata trovata morta negli
ultimi giorni, complici le temperature sono particolarmente rigide.
Il primo caso risale al 5 gennaio, quando il 34enne Andrea Colombo era stato
trovato senza vita tra Rogoredo e San Donato Milanese. Il secondo, invece, è
stato rinvenuto l’8 gennaio nelle vie del centro, a pochi passi dalla stazione
Cadorna: la sua identità è ancora sconosciuta.
L'articolo Il freddo a Milano ha ucciso la terza persona senza fissa dimora in
pochi giorni proviene da Il Fatto Quotidiano.
Gaetano aveva 66 anni. È morto accanto ai carrelli di un supermercato di Mantova
negli ultimi giorni dell’anno. Lo hanno trovato avvolto negli abiti che usava
come coperta. L’uomo è soltanto una delle 414 persone senza dimora che sono
morte nel 2025 in Italia. “Una strage invisibile” per la Federazione Italiana
Organismi per le Persone Senza Dimora (fio.PSD) che da sei anni raccoglie i dati
sui decessi dei clochard nel nostro paese. Eppure una morte su tre avviene in
uno spazio pubblico facilmente visibile dai cittadini e dalle istituzioni. “Nel
34% dei casi i ritrovamenti sono infatti avvenuti in strada, parchi e aree
pubbliche” si legge nel report della fio.PSD. Ma quali sono i motivi di queste
morti?
“Le cause dei decessi tra le persone senza dimora riflettono una condizione di
estrema vulnerabilità, in cui fattori personali, sociali e ambientali si
intrecciano aggravando situazioni spesso già precarie, afferma il presidente
Alessandro Carta. Non si muore solo per il freddo o per il caldo, anzi.
L’analisi evidenzia chela “strage invisibile continua ad alimentarsi mese dopo
mese, senza interruzioni, nel corso dell’intero anno”. E così eventi che in
altre condizioni potrebbero non risultare fatali, lo diventano a causa della
“mancanza di accesso alle cure sanitarie, dell’isolamento sociale,
dell’insicurezza e dell’assenza di un alloggio adeguato”.
Dai dati della fio.PSD emerge anche un altro dato. L’area più colpita dai
decessi rimane il Nord Italia. In particolare. Il 29% nel Nord-Ovest e 19,7% nel
Nord-Est. Seguono il Centro, con il 26%, il Sud, con il 17% e le Isole con
l’8,3%. Con le grandi città come Roma e Milano che collezionano il triste
primato. “Sicuramente le grandi città rappresentano i luoghi intorno ai quali si
concentrano la maggior parte delle persone senza dimora, essendo queste
maggiormente dotate di servizi e di opportunità di supporto” scrive nel report
la fio.PSD sottolineando una nuova tendenza. “I dati di questo monitoraggio
mettono chiaramente in luce che vi è un’estensione del fenomeno sempre più
marcata anche nei centri urbani di medie e piccole dimensioni, e nelle aree
periferiche”. Se il 40,5 per cento dei decessi avviene nelle 14 città
metropolitane, la grande maggioranza delle morti si verifica nei territori di
provincia anche molto piccoli. L’analisi svolta su 235 comuni in tutta Italia
mette in luce la necessità di “sviluppare interventi capillari, capaci di
raggiungere anche le realtà territoriali meno servite, dove il fenomeno spesso
rimane meno visibile”.
E proprio per far conoscere sempre di più questo fenomeno, è partita la campagna
nazionale “Tutti Contano” promossa da fio.PSD per il reclutamento di diecimila
volontari e volontarie che parteciperanno alla Rilevazione nazionale sulle
Persone Senza Dimora, voluta da ISTAT nelle giornate del 26, 28 e 29 gennaio
2026 nelle 14 città metropolitane italiane. Una campagna rilanciata anche da
diversi personaggi del mondo dello spettacolo, da Luciana Litizzetto a Richard e
Alejandra Gere. L’obiettivo è quello di realizzare una “fotografia notturna” per
“raccogliere ed organizzare dati attendibili e aggiornati sul fenomeno
dell’homelessness in Italia. Creare una fotografia realistica, attendibile e
dettagliata della situazione, come elemento chiave per comprendere la realtà
delle persone che vivono in condizioni di povertà estrema e programmare
politiche pubbliche inclusive e di lungo periodo che siano veramente efficaci”.
Al momento, oltre tremila persone hanno risposto all’appello e parteciperanno
alla mappatura di fine gennaio. Ma per poterla completare, ne servono ancora,
specialmente su Roma, uno dei territori più estesi da mappare. Per questo gli
organizzatori invitano i cittadini della Capitale a iscriversi compilando questo
form.
L'articolo La strage invisibile dei senza dimora, 414 morti nel 2025: “Non solo
nelle grandi città, ma soprattutto in provincia” proviene da Il Fatto
Quotidiano.