“La gente guardandomi pensa che io sia un’attrice… o una escort!”. Bionda,
avvenente, appassionata di moda e fidanzata con un direttore d’orchestra, Klara
Murnau passa ovunque inosservata. La più esperta e richiesta investigatrice
privata italiana nasce da un equivoco. Quarantaquattro anni, cagliaritana di
nascita, un accento che tradisce le origini ma che si è impastato con le lingue
del mondo, e un aspetto che è la sua prima, perfetta bugia. Klara Murnau non ha
la faccia da detective, o almeno non quella che ci ha insegnato la letteratura
hard boiled. E proprio questo è il suo superpotere. Si, perché Klara è
nientemeno che la numero uno di Europol, l’agenzia investigativa più importante
d’Italia (87 agenti su tutto il territorio) che opera a livello internazionale.
Il segreto? Non nascondersi nell’ombra, ma nascondersi in piena vista. “Molto
spesso mi dicono: “Ma ti vedono!”. Ma no. Perché una persona dovrebbe pensare
che una ragazza vestita alla moda, o in tuta col cane, la stia seguendo?”. È la
banalità che ti rende invisibile. Quando la chiamiamo è a Vienna, in un momento
di pausa tra un’indagine e l’altra. Il 6 febbraio esce per Baldini+Castoldi il
suo primo libro, Better Call Klara. Non un manuale accademico (“L’università
investigativa è una stronzata, meglio studiare legge o fare la gavetta”), ma un
“libro da aeroporto”, scritto in una settimana di isolamento a Tokyo con la
facilità di chi padroneggia la materia. Dentro ci sono vent’anni di carriera
distillati, nomi cambiati, città invertite per tutela della privacy (“Se leggete
Parigi magari era Milano, se vedete una donna era un uomo”), ma la sostanza è
vera. Tutto iniziò per un paio di occhiali di Chanel. Nessuna vocazione precoce,
nessuna passione per il giallo. Il primo caso arriva per caso, durante
l’università: “Vivevo a Roma e studiavo Lingue all’università. La mamma del mio
migliore amico era una detective privata e un giorno mi disse che avevano
bisogno di una figura particolare per un’indagine”. Lei parla francese, ha 24
anni, è insospettabile. Le propongono di provare: “Io ero una ragazzina. Volevo
comprarmi un paio di occhiali di Chanel che andavano di moda in quegli anni ma
non avevo il coraggio di chiedere i soldi a mia madre. Ho detto: vabbè, un
lavoretto extra, proviamo”. Funziona. Funziona fin troppo bene: “La mia
copertura funzionò e mi pagarono bene, molto più di quanto potessi immaginare. E
così ho continuato”.
Da allora, ha affrontato circa duemila missioni. Undercover, appostamenti,
indagini. “Ho fatto la fioraia, la commessa, ho lavorato in banca all’ingresso”.
Si è finta designer per recuperare un prezioso quadro con un ritratto di
famiglia, si è infiltrata al Festival di Cannes e ha scoperchiato la” mafia
delle pompe funebri”. Si è lanciata all’inseguimento tra Vienna e Seoul di un ex
socio di un’azienda che ha rubato brevetti di intelligenza artificiale e,
racconta, “ora in Corea del Sud mi hanno dedicato un profumo legato proprio a
questo caso”. La sua forza è la versatilità. “Ho sempre voluto essere tutti e
alla fine questo lavoro è un po’ come fare l’attrice, solo che è buona la prima.
Se sbagli, sbagli davvero”. Dimenticate, però, i film di spionaggio con software
magici. “Il mio attrezzo del mestiere è la testa”, spiega. La legge sulla
privacy è ferrea: niente intercettazioni WhatsApp (“Se vi chiedono 500 euro per
dei messaggi, vi stanno truffando”), niente GPS senza autorizzazione.
L’investigatore si muove in un campo minato dove l’etica è l’unica bussola.
Tutti cercano Klara: star del cinema, grandi aziende, multinazionali, ma anche
l’amante tradita, l’anziano incappato in una truffa sentimentale sui social o il
padre che rischia di vedersi sottratti i figli. Eppure nell’ambiente risuonano
spesso i suoi “no”: “Rifiuto tutte le indagini che nascono dalla vendetta o
dalla paranoia. E quelle dove capisco che chi le richiede ha disturbi mentali o
anche solo segnali di instabilità. Non voglio creare altri danni”. Lo dice senza
moralismi, per esperienza. All’inizio della carriera ha subito stalking da parte
di un cliente: “Da allora ho capito che dire no è parte del lavoro e che i soldi
non sono una motivazione sufficiente. Prima di tutto c’è l’etica”. Ma non sempre
però il confine tra ciò che è legale e ciò che è giusto coincide. Il caso che
l’ha segnata di più non è nel libro. Un’indagine industriale, nel Nord Italia:
al centro c’è un brevetto per una macchinario innovativo che avrebbe permesso
all’azienda di tagliare il personale. “Mi hanno mandata undercover in fabbrica.
Lavoravo fianco a fianco con gli operai. Famiglie vere, tanti ragazzi giovani:
“Sugli armadietti avevano appeso i poster dei calciatori, molti tenevano le foto
dei figli accanto alla propria postazione”. Il suo compito era scoprire chi
avesse manomesso il macchinario. “Se l’avessi certificato, quella persona
sarebbe stata licenziata. E poi avrebbero licenziato tutti gli altri”. Uno dei
sospettati, un signore del Sud, le regalò delle spugne di mare naturali: “Mi ha
fatto male pensare che ero lì a capire chi aveva manomesso la macchina per farlo
licenziare. Quelle spugne le ho ancora”. Klara si ferma qui: “Vi racconto il
caso, non la fine”. Ma basta per capire che la verità, a volte, non coincide con
ciò che è giusto.
Ha mai rischiato la vita? “Sì, soprattutto quando ero giovane. Non per coraggio,
ma per incoscienza”. Racconta di notti passate in case di sconosciuti, documenti
recuperati all’alba, uomini poco raccomandabili: “Oggi mi rendo conto che ho
avuto tantissime botte di culo, si può dire?”. Non è James Bond e il suo lavoro
non è come nei film, lo ripete spesso. Ma il pericolo esiste, è concreto. E
cresce quando tocca interessi grossi. La prima volta che è stata fermata non
l’ha più dimenticata: “Lavoravo a Vienna a un’indagine molto grande e stava
andando benissimo”. Poi, all’improvviso, lo stop. “Mi hanno pagata e mi hanno
detto di non continuare. Non mi era mai successo”. Vienna, spiega, è “la città
delle spie”: ultimo avamposto occidentale prima della grande Russia, capitale di
facciate e silenzi. “Qui la verità, a volte, è meglio lasciarla dov’è”.
Figlia di un papà appassionato di storia (“Il tipo da Daddy Jokes che non fanno
ridere”) e di una madre “super pop” amante della tv, Klara è cresciuta cercando
la verità, influenzata dalle letture di Rimbaud nelle estati francesi. Oggi
quella verità la cerca tra Vienna e il resto del mondo, protetta dalla copertura
più banale ma efficace di sempre: l’amore. Il suo compagno, Sascha, è un
direttore d’orchestra austriaco che viaggia sempre in giro per il mondo: “Lui è
stato una manna dal cielo. Tutti dicono: “Ma viaggi tanto con Sascha?”. Sì, ma
anche no. È una copertura bellissima”.
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copertura più efficace? Il mio compagno”: la numero uno di Europol Klara Murnau
svela tutti i segreti di una vera detective proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Un gesto che esalta l’amore universale in un momento per molti sacro della
musica classica. Durante il tradizionale concerto del Capodanno di Vienna dei
Wiener Philharmoniker, mentre veniva eseguita la celebre “Marcia di Radetzky”,
il direttore d’orchestra Yannick Nézet-Séguin, dichiaratamente gay, ha baciato
sulla nuca il marito violinista Pierre Tourville, con cui ha celebrato l’unione
civile nel 2021. Un’istantanea che ha raggiunto gli oltre 150 Paesi dove l’opera
è seguita (in Italia pochi giorni fa ha fatto registrare il 16,2% di share su
Rai 2) ormai da decenni ed è simbolo di una tradizione che, di solito, non
ammette eccezioni alla ritualità.
Nézet-Séguin ha infranto la liturgia in maniera gentile, rispettando l’essenza
del concerto di musica classica più famoso al mondo. Non solo con il gesto
d’affetto verso il consorte, ma anche scendendo in platea, con il sorriso
stampato in volto, a dirigere la marcia composta da Johann Strauss al ritmo del
battito di mani del pubblico. La prima volta nella storia.
CHI È IL MAESTRO YANNICK NÉZET-SÉGUIN
Cinquantenne nato a Montréal, dopo essersi diplomato in pianoforte al
conservatorio della sua città e aver completato gli studi di direzione di coro a
quello di Princeton, ha lavorato a Montréal come maestro del coro e direttore
principale dell’Orchestre Métropolitan. Da anni, è una delle figure più
influenti della musica classica a livello internazionale: è stato alla guida
della Victoria Symphony (orchestra canadese) di Victoria, ha diretto l’orchestra
filarmonica di Rotterdam per dieci anni e dal 2012 la sua bacchetta dà
indicazioni ai musicisti della Philadelphia Orchestra. Tra gli altri incarichi,
dal 2018 è direttore musicale del Metropolitan Opera di New York.
> For the first time ever a maestro comes down from the podium into the audience
> to conduct the Vienna New Year’s Concert during Strauss’s Radetzky-Marsch.
> Yannick Nézet-Séguin you legend ???????????? #HappyNewYear
> #ViennaPhilharmonicOrchestra pic.twitter.com/TZMBnegjiD
>
> — Nikos (@nkavv1) January 1, 2026
ROMPERE LA TRADIZIONE
Quest’anno, nella Sala d’Oro del Musikverein è stato lui a dare indicazioni sul
repertorio da eseguire. E a Vienna, accanto agli spartiti della dinastia
Strauss, sono state suonate opere di compositori ai margini del tradizionale
programma concertistico, come Joseph Lanner e Carl Michael Ziehrer. Ma
soprattutto, hanno trovato spazio la polka “Sirenen Lieder” di Josephine
Weinlich, fondatrice della prima orchestra femminile d’Europa proprio nella
capitale austriaca, e dell’aformacericana Florence Price, di cui è stata
eseguito in versione sinfonica il “Rainbow Waltz”, composto nel 1939.
Una dichiarazione di intenti e una presa di posizione a favore dell’inclusione e
dell’uguaglianza da parte di Nézet-Séguin, considerando il fatto che Price –
prima afroamericana a essere riconosciuta come direttrice d’orchestra nella
prima metà del ‘900 – lottò tutta la vita per ottenere rispetto e dignità,
subendo offese e discriminazioni razziali.
“La musica può unirci tutti perché viviamo sullo stesso pianeta”, ha evidenziato
il maestro canadese in un breve discorso prima del brindisi di Capodanno, in cui
si è augurato che ci sia pace “nei cuori e soprattutto tra le nazioni del
mondo”. Nézet-Séguin ha celebrato il traguardo della direzione a Vienna anche
con un post sui suoi profili social: “Ho condotto questo concerto in tv da
bambino, ho sognato questo momento da allora. Al concerto di Capodanno (…). Ho
visto quel sogno realizzarsi”.
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Marcia di Radetzky: il direttore Yannick Nézet-Séguin ha rotto il rito del
Capodanno di Vienna proviene da Il Fatto Quotidiano.