In un’epoca in cui il capo di gabinetto del Ministero di grazia e giustizia,
Giusi Bartolozzi, può invitare pubblicamente i cittadini a votare sì al
referendum perché così “ci togliamo di mezzo la magistratura che sono plotoni di
esecuzione”, diventa un esercizio di resistenza civile e democratica la
partecipazione alla mostra “Vittorio Occorsio, il coraggio della giustizia,
1976-2026”. Il plotone di esecuzione del giudice Occorsio fu rappresentato dai
trentadue colpi di mitra con cui fu tolto di mezzo mentre si recava a lavoro il
10 luglio 1976 da Pierluigi Concutelli, terrorista nero, nel cui curriculum c’è
scritto Ordine Nuovo ma anche Movimento sociale italiano, che lo candidò a
Palermo, proprio il partito la cui fiamma è ancora in bella mostra nel simbolo
di Fratelli d’Italia, la formazione politica di maggioranza relativa e che oggi
guida il governo in un’Italia sonnolenta e con poca memoria.
La colpa per cui Occorsio meritava il plotone di esecuzione, agli occhi di
Concutelli e dei terroristi di estrema destra, furono le sue indagini
sull’eversione nera, da piazza Fontana al processo proprio a Ordine Nuovo, dal
repressivo e anticostituzionale Piano Solo allo scandalo Sifar fino all’ultima
inchiesta sulla P2 e sulle logge massoniche. La mostra sarà inaugurata giovedì
12 marzo a Sant’Ivo alla Sapienza, alla Sala Alessandrina dell’Archivio di Stato
di Roma (corso del Rinascimento 40 alle 10 del mattino) con un dibattito
moderato dall’attrice Anna Ferraioli Ravel e a cui parteciperanno: il curatore
Michele Di Sivo; la storica dell’arte Susanna Occorsio, studentessa liceale
17enne quando il padre Vittorio fu ammazzato; la celebre scrittrice e storica
Benedetta Tobagi, figlia del giornalista Walter Tobagi, ucciso da gruppo
terroristico di estrema sinistra Brigata XXVIII marzo; introdurranno Riccardo
Gandolfi e Paola D’Orsi, direttori degli archivi di Stato di Roma e Firenze;
parteciperanno studentesse e studenti di diverse scuole superiori e sarà
presentato l’elaborato del “Vittorio Emanuele II – Bruno Chimirri” di Catanzaro.
“La mostra è uno straordinario percorso nella storia d’Italia degli anni ‘60 e
‘70 attraverso i principali processi seguiti dal giudice Vittorio Occorsio.
Nelle nove teche presenti a Sant’Ivo alla Sapienza – spiegano i curatori –
saranno esposti materiali in parte inediti conservati presso l’Archivio di Stato
di Roma, di Firenze e presso l’archivio privato della famiglia Occorsio; i
documenti illustreranno il percorso biografico e professionale del giudice
Vittorio Occorsio, con particolare riguardo ai processi da lui istruiti nel
corso degli anni Sessanta e Settanta del Novecento. Attraverso documenti
originali e atti giudiziari l’esposizione ricostruisce il lavoro di Vittorio
Occorsio, la trama delle sue indagini e il contesto di un’Italia attraversata da
violenze politiche, conflitti istituzionali e profonde trasformazioni sociali.
Ne emerge la figura di un magistrato che concepì la giurisdizione come
responsabilità personale e servizio allo Stato, fondando il proprio operato
esclusivamente sulla legge e respingendo ogni forma di pressione o
intimidazione. Una testimonianza che, a cinquant’anni di distanza, continua a
interrogare il presente”.
Sono esposte anche alcune pagine del Memoriale di Aldo Moro relative al caso
Sifar, rinvenute in via Montenevoso nel 1990. E in una teca si potrà “ammirare”,
provando la giusta dose di rabbia e indignazione, il mitra con cui Concutelli
ammazzò, appunto, il giudice Occorsio quel maledetto 10 luglio 1976. “Questa
iniziativa nasce dal desiderio di restituire soprattutto ai giovani la
complessità degli eventi che hanno segnato la vita collettiva del nostro Paese
tra gli anni Settanta e gli Ottanta”, spiega Susanna Occorsio. “La mostra non
rievoca solo la vicenda personale di mio padre, ma è il racconto dei passaggi
cruciali della storia d’Italia attraverso il lavoro di chi, in anni segnati da
tensioni politiche, terrorismo e violenza, cercava di far emergere la verità con
costante impegno e applicazione della legge”.
Antonio Tarasco, direttore generale degli Archivi di Stato, è orgoglioso di
questa mostra: “A 50 anni dalla morte del magistrato Vittorio Occorsio, siamo
lieti di ospitare la mostra della Fondazione a lui dedicata, per onorare la
memoria di un uomo ucciso dall’odio politico per il suo rigoroso servizio reso
allo Stato. La mostra documentaria ospitata nell’Archivio di Stato di Roma serve
per insegnare a costruire una nuova coscienza civile, specie tra i giovani: in
questa funzione i documenti archivistici sono essenziali”.
L'articolo “Occorsio, il coraggio della giustizia”. Una mostra ricorda il
magistrato che indagò su stragi e P2: e fu ucciso dai terroristi neri proviene
da Il Fatto Quotidiano.
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Nel processo sulla strage di piazza della Loggia si potrebbe essere aperto un
nuovo e delicatissimo fronte. A quasi 52 anni dall’attentato neofascista del 28
maggio 1974, che causò otto morti e 102 feriti, una testimonianza resa in aula
davanti alla Corte d’assise di Brescia ha riportato sotto i riflettori un nome
finora rimasto ai margini dell’inchiesta giudiziaria.
A pronunciarlo è stato Gianpaolo Stimamiglio, ex militante di Ordine Nuovo
veneto e già collaboratore di giustizia (già teste nel processo a Toffaloni,
ndr), ascoltato nel processo che vede imputato Roberto Zorzi, oggi cittadino
statunitense, accusato di essere uno degli esecutori materiali della strage.
Secondo Stimamiglio, sarebbe stato Paolo Marchetti, ex ordinovista veronese, a
collocare l’ordigno nel cestino portarifiuti di piazza della Loggia, dove
esplose alle 10.12 durante una manifestazione sindacale.
“La bomba nel cestino l’ha messa Paolo Marchetti. Era il più deciso”, ha
dichiarato il testimone in aula. Marchetti, non indagato per la strage di
Brescia, è una figura già comparsa in altri procedimenti legati alla galassia
dell’eversione nera: è stato ascoltato in passato per la strage della stazione
di Bologna ed è finito agli atti di varie indagini come appartenente
all’ambiente ordinovista veronese, pur senza incarichi di vertice. È inoltre il
secondo marito della sorella dello stesso Stimamiglio.
Secondo il racconto reso alla Corte, la mattina dell’attentato Marchetti sarebbe
stato a Brescia insieme a Marco Toffaloni, già condannato in primo grado a 30
anni dal tribunale dei minori per la strage e ora in attesa dell’appello, a
Claudio Bizzarri e a un quarto militante di cui Stimamiglio non ha saputo
indicare il nome. Il testimone ha precisato di non poter affermare se tra loro
vi fosse anche l’attuale imputato Zorzi.
Interrogato sul motivo per cui non avesse mai fatto prima il nome di Marchetti,
Stimamiglio ha risposto senza esitazioni: “Perché temevo per la mia incolumità”.
Un’affermazione che la Corte dovrà ora valutare attentamente, anche alla luce
del passato del testimone, inserito per sette anni nel programma di protezione e
coinvolto, senza mai essere condannato, in numerose indagini sull’eversione
neofascista. Nel corso della sua deposizione, Stimamiglio ha ribadito una tesi
già sostenuta in passato: quella secondo cui in piazza della Loggia, il giorno
della strage, sarebbero stati presenti esclusivamente militanti veronesi di
Ordine Nuovo, con un supporto logistico fornito da ambienti bresciani, ma senza
una presenza diretta di questi ultimi sul luogo dell’attentato.
Si tratta di ricostruzioni che la Corte d’assise di Brescia intende ora
verificare. Tra i primi passi annunciati vi è l’audizione dello stesso Paolo
Marchetti, già inserito nella lista dei testimoni, ma finora assente per
presunte condizioni di salute certificate da documentazione medica. Un passaggio
che potrebbe rivelarsi decisivo per valutare la credibilità e la portata delle
dichiarazioni che rischiano di riaprire uno dei capitoli più controversi della
storia delle stragi italiane.
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ordinovista nel processo sulla strage di piazza della Loggia proviene da Il
Fatto Quotidiano.