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Morto Corrado Carnevale: l’ex giudice della Cassazione soprannominato “l’ammazzasentenze” aveva 95 anni
È morto a Roma all’età 95 anni l’ex giudice Corrado Carnevale. Passò alla storia come “l’ammazzasentenze”. Nato a Licata il 9 maggio del 1930, Carnevale ha attraversato oltre mezzo secolo della storia giudiziaria italiana. L’ex magistrato nel 1985, a soli 55 anni, divenne presidente della prima sezione penale della Corte di Cassazione, il più giovane di sempre. Durante la sua presidenza, dal 1985 al 1993, firmò o presiedette l’annullamento di centinaia di sentenze d’appello, circa 500, relative a reati per associazione mafiosa e terroristica. Le sue sentenze si basavano quasi sempre su vizi di forma, errori procedurali o carenze di motivazione, ma alimentarono il sospetto di un atteggiamento indulgente verso imputati eccellenti, soprattutto nei grandi processi di mafia. La fama di “ammazzasentenze” esplose sui giornali dopo alcuni clamorosi annullamenti e scarcerazioni, come quella dell’11 febbraio 1991, quando 43 imputati, tra cui numerosi boss mafiosi, tornarono in libertà per la scadenza dei termini di custodia cautelare. Le polemiche portarono a interpellanze parlamentari, monitoraggi ministeriali e a un’intensa pressione politica e mediatica. Tuttavia, le verifiche disposte negli anni, anche su impulso di ministri come Mino Martinazzoli e Claudio Martelli, non riscontrarono irregolarità formali nel suo operato. Coinvolto successivamente nel processo Andreotti a seguito delle accuse del pentito Gaspare Mutolo, Carnevale fu sospeso dal servizio nel 1993. Condannato in appello nel 2001 per concorso esterno in associazione mafiosa, venne definitivamente assolto nel 2002 dalla Cassazione perché “il fatto non sussiste”. Tornò in servizio nel 2007 in una sezione civile della Cassazione e andò in pensione nel 2013. I funerali si svolgeranno venerdì alle ore 15, nella chiesta di Cristo Re di viale Mazzini a Roma. L'articolo Morto Corrado Carnevale: l’ex giudice della Cassazione soprannominato “l’ammazzasentenze” aveva 95 anni proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Molto l’ex magistrato Corrado Carnevali: è stato procuratore aggiunto a Milano
È morto martedì l’ex magistrato Corrado Carnevali. Bolognese, ha lavorato tanti anni a Milano dove è stato anche procuratore aggiunto della Repubblica. Nella sua carriera è stato sia giudice che pm. Dopo l’omicidio del magistrato Emilio Alessandrini ha indagato sul terrorismo rosso. Per circa venti anni è stato un punto di riferimento della Procura di Milano dove si è occupato anche di reati contro la pubblica amministrazione. La sua carriera si è conclusa a Monza dove è stato procuratore della Repubblica. L'articolo Molto l’ex magistrato Corrado Carnevali: è stato procuratore aggiunto a Milano proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Referendum, i “magistrati per il Sì” chiamano a raccolta: “Siamo maggioranza silenziosa”. Ma firmano in 34 su 9.600
“Una fiera opposizione dal basso“, una “rivolta silenziosa“, una “lunga lista” di “nomi che pesano come macigni“. Nei giorni scorsi i quotidiani più schierati per la riforma Nordio – su tutti il Dubbio, organo di stampa degli avvocati, e la Verità di Maurizio Belpietro – hanno riportato con grande enfasi il documento di un gruppo di autoproclamati “magistrati per il Sì” al referendum: “Liberi da condizionamenti, ci dissociamo pubblicamente dal merito e dai toni delle posizioni maggioritarie dell’Associazione nazionale magistrati. Dichiariamo la nostra adesione alla riforma. La piena indipendenza della magistratura e dei singoli magistrati, compromessa dalla degenerazione correntizia, è garantita solo dal sorteggio secco dei consiglieri dei Csm“, si legge nella dichiarazione solenne. L’iniziativa, lanciata dalla giudice minorile di Catania Carmen Giuffrida, ha l’obiettivo di far uscire allo scoperto giudici e pm “ribelli” rispetto alla linea dell’Anm, ritenuti una “maggioranza silenziosa”: finora ha raccolto 51 adesioni, tra cui il nome più noto è quello di Clementina Forleo, la gip dell’inchiesta sulle scalate Bnl-Unipol, ora in Corte d’Appello a Roma. Tra i firmatari anche il procuratore di Parma Alfonso D’Avino e quello di Varese Antonio Gustapane, l’ex pm anticamorra Catello Maresca (già candidato sindaco del centrodestra a Napoli, ora distaccato alla Commissione bicamerale per le questioni regionali) e il consigliere del Csm Andrea Mirenda. Già di per sè, 51 firme sarebbero tutt’altro che una “maggioranza silenziosa”, equivalendo allo 0,5% dei magistrati ordinari in servizio. Scorrendo l’elenco dei nomi e delle qualifiche, però, viene fuori che una buona parte dei “magistrati per il Sì” non sono magistrati ordinari in servizio, e quindi non sono toccati dagli effetti della riforma. Ben 11, infatti, sono giudici e pm in pensione: tra loro Ines Maria Luisa Marini, ex presidente della Corte d’Appello di Venezia nominata da Nordio nel Comitato direttivo della Scuola superiore della magistratura, e l’ex sostituto procuratore di Torino Antonio Rinaudo, che sostenne l’accusa (poi caduta) di terrorismo ai No Tav. Altri sei sono ex magistrati ordinari transitati nel nuovo corpo dei giudici tributari professionali: Giuliano Castiglia, Gabriele Di Maio, Mario Fiore, Paolo Itri, Luigi Petrucci, Sergio Mario Tosi. A conti fatti, dunque, ad aderire alla “chiamata alle armi” sono stati 34 magistrati sui 9.657 del ruolo organico: lo 0,35%. Che il peso della “fronda” fosse quello, d’altra parte, era già chiaro dall’esito dell’ultima assemblea generale dell’Anm, dove il documento contrario alla riforma era stato approvato con sei voti contrari e un astenuto su 1.296. Ma i “ribelli” possono consolarsi: avranno sempre un’intervista garantita su un giornale di destra. L'articolo Referendum, i “magistrati per il Sì” chiamano a raccolta: “Siamo maggioranza silenziosa”. Ma firmano in 34 su 9.600 proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Scontri per Askatasuna, FdI apre un nuovo fronte con i giudici. Meloni: “È tentato omicidio, magistrati non esitino”. I capigruppo: “Troppe toghe tolleranti”
Sulle violenze verificatesi ieri a Torino, Fratelli d’Italia apre un nuovo fronte con la magistratura: “Questi non sono manifestanti. Questi sono criminali organizzati – ha scritto Giorgia Meloni sui social riferendosi ai manifestanti solidali con il centro sociale Askatasuna che si sono scontrati con le forze dell’ordine ferendo circa 100 agenti -. Quando si colpisce qualcuno a martellate, lo si fa sapendo che le conseguenze possono essere molto, molto gravi. Non è una protesta, non sono scontri. Si chiama tentato omicidio“. “Mi aspetto che la magistratura valuti questi episodi per quello che sono, senza esitazioni – ha proseguito il capo del governo, che ha già un fronte aperto con i magistrati sul referendum sulla separazione delle carriere -, applicando le norme che già ci sono e consentono di rispondere in modo fermo, perché non si ripeta che alla denuncia dei responsabili non segua nulla, come purtroppo è accaduto troppe volte. Se i poliziotti avessero reagito agli aggressori sarebbero già iscritti nel registro degli indagati, e probabilmente ci sarebbe qualche misura cautelare a loro carico. Ma se non riusciamo a difendere chi ci difende, non esiste lo Stato di diritto”. La linea del principale partito di governo è chiara. “Purtroppo dobbiamo rilevare che tanto a sinistra quanto in una parte della magistratura ci siano troppo spesso atteggiamenti ambigui – dicono i capigruppo alla Camera e del Senato, Galeazzo Bignami e Lucio Malan -. Non possiamo tacere sulla presenza di Avs al corteo ieri, così come di troppe decisioni dei giudici tolleranti verso i criminali assicurati dalle nostre donne e i nostri uomini in divisa alla giustizia. (…) Chiediamo a chi finora è stato nell’ambiguità di uscirne, nell’ambito della sinistra ma anche della magistratura”. Quindi la richiesta, avanzata anche da Meloni, di indagare i responsabili delle violenze di ieri per tentato omicidio: “Ci auguriamo che dopo le scene di ieri non solo i responsabili siano puniti in maniera esemplare, ma soprattutto che coloro che hanno aggredito il poliziotto siano indagati per tentato omicidio, non per generiche violenze. Il tempo dei distinguo è ormai finito, è quello delle scelte: o con lo Stato o con i violenti”. Una prima risposta arriva da Matteo Ricci: “Quello che successo a Torino è agghiacciante. La mia solidarietà al poliziotto aggredito e alle forze di polizia ed una totale condanna per i Black Bloc”, ha detto europarlamentare Pd. “Meloni però più che condannare pensa ad attaccare la magistratura, e sarà così fino al referendum, tutto sarà colpa dei magistrati. In questo caso vuole mettere in contrapposizione il potere esecutivo con quello giudiziario. In momenti così si deve avere unità istituzionale nel condannare la violenza e nel prendere il prima possibile i responsabili, non sfruttare l’episodio per fare propaganda. Il suo obiettivo però non è riformare la giustizia ma attaccare un potere dello Stato. Tutto ciò è democraticamente pericoloso, per questo anche i garantisti come me voteranno no”. L'articolo Scontri per Askatasuna, FdI apre un nuovo fronte con i giudici. Meloni: “È tentato omicidio, magistrati non esitino”. I capigruppo: “Troppe toghe tolleranti” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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“Vince il sì?” e il viceministro Sisto tocca ferro: “Il minimo è un gesto apotropaico”. Quanto valgono le “modestissime mazzette” di cui parla Nordio? Non risponde
“Assolutamente corretto aprire una discussione” sui temi sollevati da Antonio Tajani. Lo afferma il viceministro della giustizia, Francesco Paolo Sisto, collega del segretario di Forza Italia, vicepresidente del Consiglio e ministro degli Esteri. L’occasione è la presentazione del vademecum per il Sì preparato dal partito fondato da Silvio Berlusconi e presentato oggi alla Camera dei Deputati. Al viceministro Sisto chiediamo di quantificare le “modestissime mazzette” per indagare le quali, secondo il ministro Nordio, poi i Pm utilizzano il Trojan. Strumento da limitare il caso di vittoria del Sì al prossimo referendum sulla separazione delle Carriere dei Magistrati e sulla riforma del CSM. “Quello che ha detto il ministro è stato ovviamente frainteso”. Peccato lo abbia scritto il ministro nel suo ultimo libro. Insistiamo ma il vice di Nordio non ci quantifica ‘modestissime mazzette’. “Domanda nociva”. L'articolo “Vince il sì?” e il viceministro Sisto tocca ferro: “Il minimo è un gesto apotropaico”. Quanto valgono le “modestissime mazzette” di cui parla Nordio? Non risponde proviene da Il Fatto Quotidiano.
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La battaglia di Forza Italia per il Sì passa anche per il “vademecum per i cittadini”. E Mulè chiama la Anm “Pinocchio”
Forza Italia ha redatto un “vademecum per i cittadini” per convincerli alle ragioni del Sì al prossimo referendum sulla separazione delle carriere dei magistrati e di riforma del Consiglio Superiore della Magistratura. “Serve ai cittadini affinché abbiano un’informazione corretta” afferma Giorgio Mulè, vicepresidente della Camera dei Deputati. “Io ho paragonato alcuni esponenti dell’Associazione Nazionale Magistrati a Pinocchio, questo è l’abbecedario, un testo semplice immediato che capisce chiunque, sono neanche venti pagine scritto a corpo grande a prova di un miope come me”. L'articolo La battaglia di Forza Italia per il Sì passa anche per il “vademecum per i cittadini”. E Mulè chiama la Anm “Pinocchio” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Referendum, Stefania Craxi e le ragioni del sì: “Separazione delle carriere battaglia storica di mio padre e Berlusconi. Non vogliamo uno Stato che faccia paura”
“E’ una battaglia di Craxi e dei socialisti, è una battaglia di Giuliano Vassalli, ed è una battaglia di libertà ma anche di civiltà che ha a che fare con lo stato che vogliamo per i nostri figli”. Stefania Craxi, senatrice di Forza Italia, è intervenuta in una conferenza stampa alla Camera dei deputati organizzata dal partito di Forza Italia sul tema del referendum sulla separazione delle carriere dei magistrati e la riforma del Consiglio Superiore della Magistratura. “Questa battaglia è poi stata portata avanti da Berlusconi e da Forza Italia ed ha a che fare con la visione dello Stato che vogliamo”. L'articolo Referendum, Stefania Craxi e le ragioni del sì: “Separazione delle carriere battaglia storica di mio padre e Berlusconi. Non vogliamo uno Stato che faccia paura” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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“Riforma della Giustizia e dintorni”: il libro di Parodi e Pellicano per capire il referendum di marzo – L’ESTARTTO
È in uscita mercoledì 21 gennaio per Compagnia editoriale Aliberti “Riforma della Giustizia e dintorni” di Cesare Parodi e Carlo Maria Pellicano. Il libro, che si avvale del contributo di Paolo Toso, si presenta come un valido strumento per comprendere la riforma della Giustizia sulla quale il Paese è chiamato a esprimersi domenica 22 e lunedì 23 marzo 2026: uno strumento per tutti, per partecipare attivamente alla vita democratica fuori da ideologie e appartenenze politiche. «Una scelta», scrivono gli autori [Cesare Parodi è presidente dell’Associazione Nazionale Magistrati, Carlo Maria Pellicano è Sostituto Procuratore Generale presso la Procura Generale della Corte di Appello di Torino, Ndr] «che dovrebbe essere affrontata conoscendo per sommi capi la realtà giudiziaria: chi sono e cosa fanno i magistrati, in cosa consiste il loro lavoro, quale la differenza tra un giudice e un pubblico ministero. E ancora, da chi sono svolte le indagini, come si arriva a una sentenza e quando e perché una sentenza deve essere impugnata. È altrettanto importante capire come mai questa proposta di riforma arriva proprio oggi, in quale contesto sono maturate le condizioni per affrontare questi temi e se, effettivamente, l’immagine della magistratura per come viene percepita e per come viene descritta può condizionare le scelte sui valori che il referendum ci pone». Pubblichiamo, per gentile concessione dell’editore, alcuni estratti del volume: Vi sono molti Stati dove è prevista la separazione delle carriere, anche se con modalità ed esiti molto differenti. Noi pensiamo che la realtà italiana, che è quella di cui dobbiamo occuparci, sia straordinariamente complessa e ricca di sfaccettature, e che si debbano considerare anche le implicazioni direttamente e indirettamente politiche che le scelte che impone la riforma potranno avere su quello che potrà essere l’esercizio in concreto della giurisdizione. Perché negare la forte, storica “specificità” del sistema sociale, politico e giuridico italiano? La storia parla per noi. Ascoltiamola. Il fatto che in molti Paesi occidentali esista la separazione delle carriere è portato dai sostenitori del SÌ come argomento a proprio favore. Se osserviamo la realtà in termini oggettivi, il confronto con altri Paesi non risulta assolutamente convincente. Nei Paesi dove vige la separazione delle carriere, il Pm è sottoposto, in vario modo, al controllo da parte del potere esecutivo. Si tratta di sistemi fondati su equilibri istituzionali diversi dal nostro, in cui sono previste altre forme di garanzia e di bilanciamento dei poteri dello Stato. Importare quel modello – o meglio, delineare un sistema costituzionale nel quale quel sistema potrà essere introdotto, perché questa è la funzione dei princìpi costituzionali – senza introdurre le stesse tutele, significa alterare profondamente gli equilibri tra potere esecutivo e potere giudiziario che la nostra Costituzione aveva delineato. In realtà, il sistema giudiziario italiano, oggi sotto attacco, è considerato tra i più avanzati al mondo ed è un punto di riferimento in Europa proprio perché assicura l’imparzialità del pubblico ministero e una giustizia libera da pressioni politiche. È assolutamente pacifico che in molto Stati nei quali le carriere sono separate esistono forme di controllo o condizionamento dell’esecutivo sul Pm. È questa la soluzione che vogliamo o che siamo pronti a mettere in conto per il futuro? Vogliamo davvero che a ogni mutamento politico, in esito alle elezioni, la parte soccombente abbia motivi di temere indagini strumentali all’affermazione del potere gestita dai Pm condizionati dai nuovi organi governativi? È una prospettiva accettabile? Sarebbe una possibilità così remota? Non lo crediamo. Certo, oggi tutti assicurano che questo non avverrà, che non è previsto, che non è nei programmi: ma i programmi cambiano, come le maggioranze politiche e il Governo. La Costituzione dovrebbe garantirci tutti e per un periodo di tempo potenzialmente indeterminato. Non possiamo non citare, al riguardo, le parole del ministro Nordio in una intervista del novembre 2025: «Mi stupisce che una persona intelligente come Elly Schlein non capisca che questa riforma gioverebbe anche a loro, nel momento in cui andassero al governo». Con questa frase, tutto è molto chiaro. La giustizia che noi vorremmo, al contrario, dovrebbe essere: • uguale per tutti, forti e deboli; • libera da pressioni politiche; • autonoma e indipendente; • efficiente e dotata di risorse per dare risposte tempestive. […] Probabilmente un Pm davvero autonomo e indipendente come quello italiano è un’anomalia fastidiosa per qualcuno, ma forse lo è soprattutto perché garantisce piena attuazione al principio di uguaglianza di tutti i cittadini davanti alla legge. E credo che questo modello di Pm dovrebbe essere difeso anche soprattutto dagli avvocati. A sostegno della riforma di frequente ormai si sostiene – in termini chiaramente dispregiativi – che il sistema italiano sarebbe paragonabile solo a quello della Romania, della Bulgaria e della Turchia. Da uno dei più recenti dossier parlamentare (AS 1353 B – Norme in materia di ordinamento giurisdizionale e di istituzione della Corte Disciplinare, 30.9.2025), in realtà emerge una realtà diversa. In Francia, dove vi è un unico Csm, le carriere non sono separate e i passaggi da una funzione all’altra sono possibili e anzi avvengono di frequente. Il passaggio di funzioni impatta però sullo status e sulle garanzie che sono diverse. Ad esempio, solo i giudicanti hanno l’inamovibilità. I requirenti dipendono dal ministro della Giustizia e sono gerarchicamente subordinati a quest’ultimo, che può deciderne anche a discrezione il trasferimento. In Germania non vi è uno sbarramento al cambio di funzioni che avviene regolarmente; sono comuni tra giudici e Pm la formazione, il trattamento economico e le promozioni, anche se il Pm dipende dall’esecutivo. Sono carriere separate, ma si registrano passaggi frequenti soprattutto per le posizioni apicali. Negli Usa, patria del modello accusatorio nel senso che lì “comanda l’accusa” (infatti il settanta per cento dei procedimenti si chiudono con un patteggiamento), le carriere non sono affatto separate, anzi l’esercizio delle funzioni requirenti rappresenta spesso il migliore trampolino di lancio per la successiva nomina a giudice (quasi tutti gli attuali componenti della Suprema Corte sono stati prima prosecutor). Al contrario, nei Paesi europei in cui vi è una netta separazione delle carriere come in Spagna, il Pm non gode della stessa indipendenza dal potere politico del giudice e solo quest’ultimo gode dell’inamovibilità; in effetti, il Pm in Spagna non ha né indipendenza né inamovibilità (la Costituzione riconosce queste garanzie solo a giudici e magistrati, art. 117, comma 1 cost). Governo, direzione, controllo e rappresentanza del Pm spettano al procuratore generale dello Stato nominato dal re su proposta del Governo. E, tuttavia, vi è un progetto di modifica (121/000059 del 22.5.2025) diretto a valorizzare l’autonomia e l’indipendenza del fiscal (ossia del Pm spagnolo, guarda caso traendo ispirazione dal modello italiano). In Portogallo, invece, il Pm ha lo stesso statuto di indipendenza dell’attuale Pm italiano, ma è inserito in una struttura fortemente gerarchizzata con a capo il procuratore generale nominato dal presidente della Repubblica su proposta del Governo. Anche in Portogallo è possibile il passaggio tra carriere (con processo di selezione interna e ulteriore periodo di formazione specifica). Emblematico su questi aspetti un documento firmato dai pubblici ministeri portoghesi, che esprime preoccupazione per il contenuto della legge Nordio, timori per i crescenti tentativi di delegittimazione della magistratura e solidarietà ai colleghi italiani: «Osserviamo con inquietudine che si sono intensificati tentativi di delegittimazione e attacchi pubblici alla magistratura, trattando giudici e procuratori come bersagli di una retorica che mette in discussione il loro ruolo di garanti dei diritti fondamentali, delle libertà e della legalità costituzionale». I Pm portoghesi descrivono il modello italiano come «un esempio di equilibrio tra autonomia funzionale e indipendenza costituzionale dei magistrati» che, grazie a un «robusto quadro normativo», garantisce da un lato la libertà d’azione dei magistrati e dall’altro la protezione effettiva contro eventuali interferenze esterne, anche di natura politica. Nel documento si legge che «l’imposizione di un controllo politico sul sistema giudiziario rappresenta una grave minaccia e compromette la tutela effettiva dei diritti fondamentali dei cittadini di fronte a potenziali abusi del potere esecutivo», ed esprimono «piena solidarietà ai magistrati italiani, che continuano a svolgere la loro funzione con integrità e rispetto del mandato costituzionale, nonostante le campagne di intimidazione e delegittimazione orchestrate contro di loro», e ribadiscono il «sostegno ai magistrati italiani: la loro resistenza è anche la difesa di tutti i cittadini europei». Ebbene, a tutti coloro che affermano di non volere in alcun modo, né oggi né in futuro, una dipendenza del Pm dall’esecutivo, questi dati non fanno riflettere? Davvero siete tutti assolutamente tranquilli? […] Perché NO È sulla base di quanto abbiamo cercato di chiarire, che crediamo sia giusto votare NO rispetto a una riforma che: ––non accorcia i tempi dei processi e aumenta i costi della giustizia; ––non renderà la giustizia più efficiente; ––triplicherà costi e burocrazia sdoppiando il Csm e istituendo l’Alta Corte Disciplinare; ––intacca la separazione dei poteri e il principio di uguaglianza; ––espone la giustizia a condizionamenti politici; ––trasforma la natura del pubblico ministero da organo di giustizia imparziale ad accusatore; ––altera l’equilibrio tra i poteri dello Stato; ––soprattutto, svuota l’articolo 3 della Costituzione, compromettendo l’uguaglianza sostanziale dei cittadini. L'articolo “Riforma della Giustizia e dintorni”: il libro di Parodi e Pellicano per capire il referendum di marzo – L’ESTARTTO proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Mattarella ai giovani magistrati: “Autonomia e indipendenza della magistratura sono indiscutibili”
Indiscutibili. È l’aggettivo scelto da Sergio Mattarella per definire “le garanzie di autonomia e indipendenza della magistratura“, definite “funzionali ad assicurare che le decisioni siano adottate secondo diritto e non in base a ragioni esterne dovute a condizionamenti, pregiudizi, influenze o per il timore di ritorsioni o critiche. Per rendere effettiva tale indipendenza la Costituzione ha scelto il modello del governo autonomo della magistratura”. Incontrando al Quirinale i magistrati ordinari in tirocinio nominati con decreto ministeriale del 4 aprile 2025, il Capo dello Stato ha ricordato che il compito che li aspetta “è complesso e, insieme, avvincente”: “Questa consapevolezza non deve suscitare apprensione ma va tradotta in senso di responsabilità nell’esercizio della giurisdizione. Anche a voi tocca essere agenti della Costituzione, attori nella difesa della legalità e della giustizia, presidio dei diritti di ogni persona”. Per il presidente Mattarella “per affrontare un compito così alto” sarà “utile, accanto alla profonda conoscenza delle norme, la ricerca di leale confronto, il rifiuto di ogni forma di presunzione, attitudini che inducono alle doti preziose dell’umiltà e alla prudenza nel giudizio. Doti che, in ogni ambito e in ogni tempo, è sempre stato più facile elogiare che praticare”, ha continuato. “Chi esercita la giurisdizione ha il dovere di essere imparziale, e di testimoniare imparzialità in ogni contesto, anche extrafunzionale, per evitare che il comportamento del singolo possa porre a rischio la fiducia dei cittadini nel corretto svolgimento dell’attività giudiziaria”, ha aggiunto Mattarella. “L’applicazione della legge non consente mero automatismo – ha sottolineato – ma rappresenta l’esito di una doverosa attività di ponderazione e valutazione di cui deve farsi carico il magistrato, sia giudicante che requirente”. “La soggezione del giudice alla legge, del resto, impone alla magistratura – ha continuato – di individuare la soluzione appropriata per ciascuna fattispecie concreta, rimanendo sempre rigorosamente ancorata al complesso del diritto positivo”. Il Capo dello stato ha anche ricordato ai neomagistrati che “l’ampliamento in chiave sovranazionale delle fonti del diritto ha contribuito a delineare, in maniera complessa ma più completa, l’orizzonte entro il quale si realizza la tutela dei diritti, oltre a consentire il progressivo avvicinamento delle legislazioni nazionali nella sempre più necessaria integrazione europea“. L’intervento del presidente della Repubblica è stato preceduto da quelli del vicepresidente del Consiglio Superiore della Magistratura, Fabio Pinelli e della presidente della Scuola Superiore della Magistratura, Silvana Sciarra. Erano presenti anche il ministro della Giustizia, Carlo Nordio, i componenti del Csm, il direttivo della Scuola Superiore della Magistratura, il primo presidente della Corte Suprema di Cassazione, Pasquale D’Ascola, e il procuratore generale presso la Cassazione, Pietro Gaeta. L'articolo Mattarella ai giovani magistrati: “Autonomia e indipendenza della magistratura sono indiscutibili” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Il referendum? Non servirà ad avere processi più veloci: parola dei sostenitori del sì. Anzi, per Nordio è “secondario”
Convinti del Sì al referendum sulla separazione delle carriere dei magistrati. Ma anche del fatto che la riforma non migliorerebbe né i tempi né l’efficienza della giustizia. Parola dei sostenitori della riforma che sarà sottoposta al voto in primavera, almeno alcuni tra quelli intervenuti alla presentazione di Una nuova giustizia, il libro del ministro guardasigilli Carlo Nordio. Al punto che la giornalista del TgLa7 Gaia Tortora, tra i relatori dell’appuntamento, afferma che “è sbagliato chiamare questo referendum riforma della giustizia“. Sulla durata dei processi, problema principale e annoso della giustizia italiana, il ministro Nordio cita esempi paradossali per sostenere che la velocità dei processi è importante ma non è l’unico elemento dell’efficienza. “I processi che si svolgevano durante la rivoluzione francese iniziavano la mattina e finivano con la ghigliottina, i processi di Stalin iniziavano la mattina e finivano il pomeriggio con la fucilazione e i processi nazisti iniziavano la mattina e finivano con l’impiccagione. Serve una giustizia giusta” conclude il ministro. L'articolo Il referendum? Non servirà ad avere processi più veloci: parola dei sostenitori del sì. Anzi, per Nordio è “secondario” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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