Il Comune di Desenzano del Garda, in provincia di Brescia, ha condannato un
gestore di mense scolastiche a pagare una multa da 2,500 euro per una grave
infrazione alle norme igienico-sanitarie: presenza di sangue umano nei piatti.
Lo scorso 29 ottobre, era arrivata una segnalazione dalla scuola primaria Laini
sulle “tracce di sangue sotto i piatti o vicine ai contorni”. A causare questo
incidente sarebbe stato il ferimento di una dipendente della mensa, che avrebbe
continuato a servire i piatti alle bambine e ai bambini presenti senza
accorgersi del taglio provocato dalle teglie maneggiate poco prima.
L’ente comunale, dopo aver svolto i dovuti accertamenti, il 22 gennaio ha
adottato un provvedimento contro la società interessata, la Dussmann Service
srl, costringendola a pagare il massimo della somma previsto dal contratto di
servizio. Oltre alla sanzione, l’amministrazione ha imposto all’azienda di
introdurre l’obbligo di guanti al personale della mensa. Un episodio simile era
già avvenuto nel vicino istituto primario Don Mazzolari, dove ai bambini era
stato servito dello yogurt avariato.
Foto d’archivio
L'articolo “Sangue sui piatti alla mensa scolastica”: gestore del servizio
condannato a pagare una sanzione proviene da Il Fatto Quotidiano.
Tag - Brescia
Il Vittoriale degli italiani di Gardone Riviera, in provincia di Brescia, ha
perso una delle sue frequentatrici più assidue: la gatta Gina. Il micio,
diventato mascotte della dimora eretta da Gabriele D’Annunzio e l’architetto
Gian Carlo Maroni, è morta lo scorso 19 gennaio. L’animale era comparso per la
prima volta tra i giardini del palazzo nel 2010.
La notizia della sua scomparsa è stata annunciata sul profilo Instagram della
Fondazione del Vittoriale. L’associazione ha scritto: “Ciao Gina, rimarrai per
sempre nel nostro cuore e in quello di tutti i visitatori che ti hanno
conosciuta al Vittoriale”. Gina era arrivata al palazzo 16 anni fa, quando aveva
6-7 mesi.
La Fondazione ha raccontato la sua storia: “Si era arrampicata sulla Nave
Puglia, poi era scesa piano piano verso il bookshop. Qui l’hanno accolta,
coccolata, sfamata e lei non se n’è più andata. Era sempre la prima a
presentarsi quando al Vittoriale veniva organizzato un buffet per qualche
evento”.
Lo staff del Vittoriale si era preso cura del micio, sfamandola e contattando un
veterinario che la visitava periodicamente. Alcuni utenti di Instagram hanno
commentato il video postato in memoria di Gina. Una persona ha scritto: “L’ho
conosciuta la scorsa estate e mi ha fatto una tenerezza infinita. Se ne stava
all’ingresso a riposare e il personale del Vittoriale ci ha raccontato la sua
storia”.
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ricordo della Fondazione su Instagram: “Rimarrai per sempre nel nostro cuore”
proviene da Il Fatto Quotidiano.
È stato trovato senza vita nel letto di casa dalla madre. Andrea Lorini,
bodybuilder di Chiari, nel Bresciano, è morto a 48 anni, stroncato da un malore
improvviso mentre dormiva. L’uomo era andato a letto e non si è più svegliato.
Non verrà eseguita l’autopsia. La notizia ha colpito la comunità di Chiari, dove
Lorini ha vissuto per molti anni. Padre di due figli, Gaia ed Edoardo, era noto
soprattutto per il suo passato sportivo.
Appassionato di bodybuilding, aveva raggiunto risultati di rilievo a livello
nazionale: nel 2017 aveva conquistato la medaglia di bronzo ai Campionati
italiani IFBB a Roma nella categoria 90 chilogrammi, piazzandosi terzo anche
nell’edizione del 2019. Negli anni successivi aveva continuato a gareggiare,
aumentando ulteriormente la massa muscolare.
In passato Lorini aveva collaborato alla gestione della palestra Planet Fitness
di Coccaglio. Prima ancora aveva lavorato nel settore assicurativo. Sui social
viene ricordato come uno dei bodybuilder italiani più forti della sua categoria.
Anche il sindaco di Chiari, Gabriele Zotti, ha espresso “commozione per la
scomparsa di un papà ancora tanto giovane e ben voluto dalla comunità”. Questa
sera è prevista una veglia di preghiera. I funerali saranno celebrati giovedì
alle 15 nel duomo dei Santi Faustino e Giovita, a Chiari.
L'articolo Addio ad Andrea Lorini, bodybuilder di Chiari: aveva 48 anni. La
madre lo ha trovato morto nel letto proviene da Il Fatto Quotidiano.
La Cassazione ha confermato la decisione del Tribunale del Riesame che, il 17
novembre scorso, aveva annullato il decreto di sequestro dei dispositivi
elettronici di Mario Venditti, ex procuratore di Pavia, indagato nel filone
dell’inchiesta per corruzione in atti giudiziari legata al caso Garlasco. Con il
“rigetto totale” del ricorso della Procura di Brescia, la Corte ha ribadito la
propria posizione in merito alla mancanza di una giustificazione adeguata per
procedere con un sequestro così esteso e generico, che avrebbe riguardato
telefoni, pc, tablet e altri dispositivi elettronici di Venditti. I giudici
della Libertà di Brescia, per tre volte, hanno bocciato le istanze della procura
di Brescia.
LA DIFESA
Il ricorso dei pm bresciani mirava a contestare la decisione del Riesame che, il
mese scorso, aveva già annullato un sequestro precedente, eseguito il 24
ottobre, dei dispositivi appartenenti all’ex procuratore. “Non vi è nessuna
ragione di opportunità concreta ed effettiva che imponga la conoscenza di una
mole così vasta di informazioni sulla altrui vita privata”, ha sottolineato
l’avvocato Domenico Aiello, difensore di Venditti, nelle sue osservazioni a
sostegno della restituzione dei beni. Secondo la difesa, la Procura aveva
“tentato l’indiscriminata apprensione di tutti i devices telematici ed
elettronici in uso all’indagato”, senza aver selezionato preventivamente i dati
rilevanti, “indubbiamente estranei alle finalità investigative”. Aiello ha anche
precisato che l’intervallo temporale proposto per le ricerche – ben 11 anni, dal
2014, anno in cui Venditti divenne procuratore aggiunto a Pavia, fino al 2025 –
era “talmente esteso da rendere la perimetrazione richiesta sostanzialmente
inesistente”. Per il legale: “L’ipotesi di corruzione contestata non coinvolge
né i legali della famiglia Sempio, né i suoi consulenti tecnici, né la polizia
giudiziaria in servizio all’epoca, sicché non si comprendono le ragioni,
concrete ed effettive, per cui debbano scandagliarsi milioni di dati contenuti
nei pc, telefoni, tablet del dott. Venditti“.
L’ARGOMENTAZIONE DELLA PROCURA
In risposta alla decisione del Riesame, la Procura di Brescia aveva sostenuto
che “pretendere una puntuale individuazione di specifiche ‘parole chiave’
determinerebbe un gravissimo ed irrecuperabile ‘vulnus’ alla completezza
dell’indagine”. Secondo i pm, infatti, senza un accesso libero e completo ai
dispositivi elettronici di Venditti, l’inchiesta sulla presunta corruzione, che
coinvolge anche Giuseppe Sempio, padre di Andrea Sempio, sarebbe stata
compromessa. L’ipotesi accusatoria sostiene che Venditti, in cambio di denaro,
abbia influenzato l’archiviazione del caso relativo all’omicidio di Chiara
Poggi, un delitto che coinvolge Andrea Sempio. Tuttavia, i giudici del Riesame,
e ora la Cassazione, hanno ritenuto che le argomentazioni della Procura non
fossero sufficienti a giustificare un’indagine così invasiva sulla vita privata
di Venditti, e hanno quindi confermato la restituzione di tutti i dispositivi
elettronici. “Non basta fornire limiti di tempo all’estrazione dei dati di
interesse, se l’intervallo proposto è talmente esteso da rendere la
perimetrazione richiesta sostanzialmente inesistente”, ha osservato Aiello,
sottolineando che la Procura non aveva nemmeno indicato “parole chiave” per
circoscrivere le ricerche.
IL CONTESTO DEL CASO GARLASCO
Il caso Garlasco, che ha visto la condanna di Alberto Stasi per l’omicidio di
Chiara Poggi, continua a essere al centro di nuove indagini. Sebbene l’inchiesta
sull’omicidio sia quasi conclusa, le indagini che riguardano Mario Venditti e
Giuseppe Sempio, incentrate sulla corruzione per favorire l’archiviazione di
Sempio nel 2017, sembrano non trovare i fondamenti giuridici necessari per
sostenere l’accusa. La difesa di Venditti ha fatto presente che l’inchiesta
avrebbe dovuto concentrarsi sui fatti specifici legati alla corruzione e non su
un’analisi esplorativa della vita privata dell’ex procuratore. “L’intento
esplorativo di chi indaga, pur dinanzi ad una ipotesi delittuosa chiara e
circoscritta, è evidente”, ha dichiarato Aiello.
La decisione della Cassazione potrebbe avere implicazioni rilevanti per la
Procura bresciana, che dovrà rivedere le modalità di conduzione dell’indagine.
Venditti, infatti, continua a respingere le accuse di corruzione e la sua difesa
ha sempre sostenuto che non esistano prove concrete a suo carico. “Si cerca
impropriamente di riabilitare l’assassino mettendo alla gogna la famiglia della
vittima”, hanno dichiarato i legali dell’ex procuratore, che hanno criticato
l’attività della Procura bresciana, ritenendola “pretestuosa” e senza base
solida.
L'articolo Garlasco, anche la Cassazione conferma il no al sequestro ai
dispositivi dell’ex pm Venditti. “Rigetto totale” proviene da Il Fatto
Quotidiano.
È stato ritrovato questa mattina, sabato 17 gennaio, il corpo senza vita di
Renata Zanola. La donna, 79 anni e affetta da Alzheimer, si era allontanata
pochi giorni fa da casa. La scoperta è avvenuta in un canale, vicino alla sua
abitazione nei pressi di Via Allegri nel quartiere San Polo, a Brescia. Il fosso
è nei pressi del centro sportivo Michelangelo.
Zanola era scomparsa giovedì scorso, con ancora indosso il pigiama scuro della
notte e in ciabatte. La denuncia era stata compiuta dai familiari, e le
condizioni della donna destavano preoccupazione perchè la 79enne appariva
confusa e smarrita, molto probabilmente per via delle sue precarie condizioni di
salute.
La Prefettura di Brescia aveva attivato per lei il piano di ricerca delle
persone scomparse. Nei giorni scorsi Carabinieri, Protezione Civile e Vigili del
Fuoco – coordinati da un’unità di crisi locale nella sede di Val Carobbio della
Protezione Civile – si erano concentrati nelle loro ricerche proprio nell’area
dove è stato ritrovato il corpo. L’area è però difficile da perlustrare in
quanto attraversata da numerosi fossi e canali. Le indagini erano state affidate
ai Carabinieri, che ora cercheranno di capire la dinamica precisa che ha portato
alla tragica morte.
L'articolo Ritrovata senza vita in un canale la 79enne scomparsa giovedì scorso
a Brescia proviene da Il Fatto Quotidiano.
Dopo una carriera di oltre dieci anni come metalmeccanico, era stato licenziato
per il resto di un caffè. E adesso, a più di un anno di distanza, la giustizia
gli ha dato ragione e ha condannato l’azienda a restituirgli ben diciotto
mensilità. La vicenda risale al giugno 2024, in una ditta del Bresciano: il
protagonista non aveva ricevuto il resto dalla macchinetta del caffè, e il
giorno successivo aveva discusso con un collega che lo aveva visto prendere
delle monete all’arrivo del tecnico del distributore.
Il tecnico, però, aveva negato di aver acconsentito tale gesto. Così, il
lavoratore aveva restituito la somma di un euro e sessanta centesimi, ma due
settimane dopo era stato licenziato dall’azienda poiché quest’ultima non era
sicura del consenso dell’addetto. Le accuse contestate? Appropriazione indebita
e minacce nei confronti di un collega.
L’uomo, che non aveva precedenti disciplinari in azienda, aveva presentato un
ricorso per la sproporzionalità tra l’episodio contestatogli e la punizione
inflitta. Il provvedimento è stato impugnato e il Tribunale di Brescia ha
avvalorato la versione del dipendente, condannando l’azienda a corrispondere al
ricorrente un indennizzo pari a 18 mensilità senza però il suo reintegro in
azienda.
La giudice del lavoro Natalia Pala ha smontato le accuse e ritenuto le minacce
generiche: il lavoratore poteva essere considerato al limite sgarbato. Per
quanto riguarda le monete recuperate, non è stato ritenuto possibile giungere
alla verità della questione, ma ciò è comunque irrilevante per l’azienda e il
licenziamento è “obiettivamente sproporzionato rispetto alla gravità della
condotta”, soprattutto considerando gli oltre 14 anni di rapporto lavorativo.
L'articolo Licenziato per il resto di una macchinetta del caffè: l’azienda
condannata a restituirgli 18 mensilità proviene da Il Fatto Quotidiano.
Era abbastanza prevedibile che la sentenza del tribunale di Brescia per lo
stupro di una bimba di 10 anni avrebbe fatto discutere: il giudice, infatti, ha
condannato a 5 anni di reclusione il 29enne bengalese che ha violentato la
minorenne in un centro di accoglienza nell’estate 2024, derubricando il reato in
sesso con minori. La pm Federica Ceschi aveva chiesto 6 anni e 8 mesi con
l’accusa di violenza sessuale con minori, ma il giudice ha riqualificato il
reato e ridotto la pena.
Alla madre della piccola, costituita parte civile nel processo, il gup ha
riconosciuto una provvisionale di 30mila euro. L’avvocato difensore, Davide
Scaroni, risponde alle polemiche delle ultime ore: “Non è una condanna lieve in
sé e non è assolutamente, come è stato detto da tanti politici, una pena nel
minimo edittale”. E precisa che “la pena finale poteva essere di 2 anni e 8
mesi”, una decisione motivata dalla gravità del caso: le motivazioni della
sentenza arriveranno tra 90 giorni.
Dopo la notizia dalla coalizione di centrodestra sono arrivate parole molto
dure. La deputata leghista Simona Bordonali ha definito la sentenza
“drammaticamente inadeguata rispetto alla gravità dei fatti”. Della stessa
opinione anche l’eurodeputata Lara Magoni di Fratelli d’Italia, una condanna che
è “un’offesa al dolore della vittima e un colpo al cuore per chi crede davvero
nella giustizia”.
La senatrice Lavinia Mennuni aggiunge: “Ci rattrista constatare che per il
giudice non c’è stata violenza senza curarsi di quanto subìto dalla bambina che
resterà profondamente segnata per sempre”. Oltre alle dichiarazioni, il partito
di governo ha richiesto un’ispezione ministeriale. A renderlo noto è Barbara
Mazzali, eletta al Consiglio regionale della Lombardia. La richiesta di verifica
sarà avanzata dal senatore Sandro Sisler e avrà come oggetto “la regolarità dei
criteri adottati nella valutazione della pena”, giudicando “giuridicamente e
moralmente inammissibile” la decisione del magistrato.
Tra i commenti anche quelli della Giunta esecutiva sezionale di Brescia
dell’Associazione Nazionale Magistrati che esprime “forte preoccupazione” per la
richiesta di alcuni esponenti politici di sollecitare “un’ispezione ministeriale
presso il Tribunale di Brescia” per verificare la “regolarità dei criteri
adottati” nella determinazione della pena inflitta a un imputato condannato per
atti sessuali con una persona minorenne.
Secondo la Giunta, la richiesta risulta particolarmente inopportuna perché
avanzata “senza che neppure sia stata ancora depositata la motivazione della
sentenza”, passaggio fondamentale per comprendere le ragioni della decisione
assunta dal giudice. Nel comunicato l’Anm ribadisce che “la critica legittima ai
provvedimenti dell’autorità giudiziaria non può mai risolversi né in attacchi
gratuiti alla persona del magistrato che li ha adottati né nell’invocazione di
un improprio uso dei poteri ispettivi del Ministro della Giustizia”, che non
possono essere utilizzati per “sindacare il merito delle decisioni assunte”. La
Giunta auspica infine che “i comportamenti di chi riveste ruoli istituzionali
siano ispirati alla grammatica della separazione dei poteri” e siano “rispettosi
dell’autonomia e dell’indipendenza della magistratura”.
L'articolo Ispezione al Tribunale di Brescia dopo la condanna a 5 anni per abusi
su una bimba di 10 anni proviene da Il Fatto Quotidiano.
È finita con una condanna che farà discutere quella emessa a Brescia dal giudice
per l’udienza preliminare. A un 29enne bengalese sono stati inflitti 5 anni al
termine di un processo in abbreviato per aver violentato una bambina di 10 anni
nell’estate 2024. I fatti sono avvenuti in un ex albergo di Collio, in
Valtrompia, allora centro di accoglienza per i richiedenti asilo.
La bambina, ospite della struttura con la madre, era stata portata in ospedale
per forti dolori addominali. In reparto i medici avevano scoperto che era
incinta. Madre e figlia allora vennero trasferite in una struttura protetta,
mentre l’uomo fu fermato dopo aver ammesso le accuse.
La pm Federica Ceschi aveva chiesto 6 anni e 8 mesi. Il giudice del tribunale ha
riqualificato il reato da violenza sessuale a rapporti sessuali con minori e
anche per questo la pena è stata inferiore rispetto alle richieste del pm.
Secondo il giudice bresciano non c’è stata violenza, ma l’uomo ha comunque agito
senza che la bambina, vista l’età, potesse essere in grado di essere
consenziente.
Tra i due reati la differenza di pena è di due anni: va da 5 a dieci anni per
sesso con minori a 6-12 anni per violenza sessuale su minore. Recita infatti
l’articolo 609 bis: “Chiunque, con violenza o minaccia o mediante abuso di
autorità costringe taluno a compiere o subire atti sessuali è punito con la
reclusione da sei a dodici anni”, pena che andrebbe, sempre secondo il codice,
aumentata “se i fatti ivi previsti sono commessi nei confronti di persona che
non ha compiuto gli anni quattordici. La pena è raddoppiata se i fatti di cui
all’articolo 609 bis sono commessi nei confronti di persona che non ha compiuto
gli anni dieci”.
L'articolo Violentò una bimba di 10 anni che rimase incinta, condannato a 5 anni
perché il giudice ha riqualificato il reato proviene da Il Fatto Quotidiano.
Nel processo sulla strage di piazza della Loggia si potrebbe essere aperto un
nuovo e delicatissimo fronte. A quasi 52 anni dall’attentato neofascista del 28
maggio 1974, che causò otto morti e 102 feriti, una testimonianza resa in aula
davanti alla Corte d’assise di Brescia ha riportato sotto i riflettori un nome
finora rimasto ai margini dell’inchiesta giudiziaria.
A pronunciarlo è stato Gianpaolo Stimamiglio, ex militante di Ordine Nuovo
veneto e già collaboratore di giustizia (già teste nel processo a Toffaloni,
ndr), ascoltato nel processo che vede imputato Roberto Zorzi, oggi cittadino
statunitense, accusato di essere uno degli esecutori materiali della strage.
Secondo Stimamiglio, sarebbe stato Paolo Marchetti, ex ordinovista veronese, a
collocare l’ordigno nel cestino portarifiuti di piazza della Loggia, dove
esplose alle 10.12 durante una manifestazione sindacale.
“La bomba nel cestino l’ha messa Paolo Marchetti. Era il più deciso”, ha
dichiarato il testimone in aula. Marchetti, non indagato per la strage di
Brescia, è una figura già comparsa in altri procedimenti legati alla galassia
dell’eversione nera: è stato ascoltato in passato per la strage della stazione
di Bologna ed è finito agli atti di varie indagini come appartenente
all’ambiente ordinovista veronese, pur senza incarichi di vertice. È inoltre il
secondo marito della sorella dello stesso Stimamiglio.
Secondo il racconto reso alla Corte, la mattina dell’attentato Marchetti sarebbe
stato a Brescia insieme a Marco Toffaloni, già condannato in primo grado a 30
anni dal tribunale dei minori per la strage e ora in attesa dell’appello, a
Claudio Bizzarri e a un quarto militante di cui Stimamiglio non ha saputo
indicare il nome. Il testimone ha precisato di non poter affermare se tra loro
vi fosse anche l’attuale imputato Zorzi.
Interrogato sul motivo per cui non avesse mai fatto prima il nome di Marchetti,
Stimamiglio ha risposto senza esitazioni: “Perché temevo per la mia incolumità”.
Un’affermazione che la Corte dovrà ora valutare attentamente, anche alla luce
del passato del testimone, inserito per sette anni nel programma di protezione e
coinvolto, senza mai essere condannato, in numerose indagini sull’eversione
neofascista. Nel corso della sua deposizione, Stimamiglio ha ribadito una tesi
già sostenuta in passato: quella secondo cui in piazza della Loggia, il giorno
della strage, sarebbero stati presenti esclusivamente militanti veronesi di
Ordine Nuovo, con un supporto logistico fornito da ambienti bresciani, ma senza
una presenza diretta di questi ultimi sul luogo dell’attentato.
Si tratta di ricostruzioni che la Corte d’assise di Brescia intende ora
verificare. Tra i primi passi annunciati vi è l’audizione dello stesso Paolo
Marchetti, già inserito nella lista dei testimoni, ma finora assente per
presunte condizioni di salute certificate da documentazione medica. Un passaggio
che potrebbe rivelarsi decisivo per valutare la credibilità e la portata delle
dichiarazioni che rischiano di riaprire uno dei capitoli più controversi della
storia delle stragi italiane.
L'articolo “La bomba nel cestino l’ha messa Paolo Marchetti”, le parole dell’ex
ordinovista nel processo sulla strage di piazza della Loggia proviene da Il
Fatto Quotidiano.
Una doppia scossa di terremoto è stata registrata nel pomeriggio di oggi
nell’area compresa tra la provincia di Brescia e il Trentino, lungo la sponda
lombarda del lago di Garda. Il primo evento sismico si è verificato alle 15.24,
con una magnitudo di 2.5, seguito pochi minuti dopo, alle 15.28, da una seconda
scossa più intensa, pari a 3.4. Entrambe sono state rilevate dall’Istituto
nazionale di geofisica e vulcanologia, con epicentro nel territorio di Gargnano
e a una profondità stimata di circa 11 chilometri. Il movimento tellurico è
stato chiaramente percepito dalla popolazione, soprattutto nella zona del Garda,
dove in molti hanno contattato i vigili del fuoco e condiviso segnalazioni sui
social network. Non si registrano al momento danni a persone o cose, ma la
sequenza ravvicinata delle scosse ha generato apprensione tra i residenti.
Il sisma è stato avvertito anche in 13 comuni della provincia di Verona, con
particolare intensità a Brenzone sul Garda, situato sulla riva opposta rispetto
all’epicentro. Segnalazioni sono arrivate anche da Malcesine, dall’area del
Monte Baldo e lungo tutta la costa veronese del Garda, fino a centri più
distanti come Affi, Bardolino e Rivoli Veronese, a circa venti chilometri dal
punto di origine del terremoto.
L'articolo Terremoto sul Garda: doppia scossa tra Brescia e Trentino, la più
forte di magnitudo 3.5 proviene da Il Fatto Quotidiano.