In tutto il sud-est asiatico, i governi si stanno impegnando per trovare metodi
per ridurre i consumi e proteggere la popolazione dalla grave impennata dei
prezzi dei carburanti che sta colpendo i paesi dell’area. La guerra in Medio
Oriente sta causando, secondo l’Agenzia Internazionale dell’Energia, la più
grande interruzione delle forniture nella storia del mercato petrolifero globale
con il sud-est asiatico tra le aree più colpite.
Ad analizzare la situazione è il Guardian, che spiega come l’Asia dipenda
fortemente dall’importazione di carburanti che transitano dallo Stretto di
Hormuz. Il governo delle Filippine, Stato che dipende dal Golfo per il 90% del
proprio fabbisogno petrolifero, sta introducendo nuovi sussidi per gli autisti
dei mezzi di trasporto pubblico e ha chiesto a tutti gli enti pubblici di
ridurre il proprio consumo di elettricità e carburante dal 10 al 20% e, in
alcuni casi, di cercare di lavorare solo quattro giorni a settimana. In Vietnam,
le autorità hanno consigliato ai datori di lavoro di consentire ai dipendenti di
lavorare da casa. In Thailandia, i conduttori dei telegiornali si sono tolti le
giacche nel corso della diretta proprio mentre il governo invitava la
popolazione a ridurre l’uso dell’aria condizionata per risparmiare energia.
Nelle Filippine gravi perdite le sta subendo l’azienda leader del trasporto
pubblico Jeepney: Elmer Carrascal, autista 58enne dell’azienda, ha dichiarato
che, dall’inizio del conflitto in Medio Oriente, ha visto il suo stipendio
ridursi di più della metà in pochi giorni. “Prima spendevo 700 pesos [8,80
sterline] per il gasolio e guadagnavo circa 1.000 pesos (circa 14,50 euro) al
giorno. Ora ne guadagno solo 400. Non bastano nemmeno per il cibo”, ha
raccontato al Guardian l’uomo, che percorre le strade di Mandaluyong City, nella
regione della Capitale Nazionale, da 35 anni. L’autista di Jeepney sottolinea
come solo il riso arrivi a costare “65 pesos al chilo”. Carrascal ha spiegato
come il sussidio di 5.000 pesos (circa 72 euro), deciso dal governo per i
lavoratori del settore del trasporto pubblico, faccia ben poca differenza: il
sussidio durerà pochi giorni, facendo ripiombare i lavoratori nella situazione
attuale. L’autista ha spiegato come la crisi stia riducendo anche il numero di
clienti: “Ora ci sono meno passeggeri perché molte aziende hanno implementato il
lavoro da casa. I prezzi del carburante sono aumentati e abbiamo anche perso
passeggeri”. “La settimana scorsa, al distributore dove di solito faccio
rifornimento, costava 79,40 pesos (circa 1 euro)” ha spiegato Carrascal, mentre
il prezzo del diesel ora ha superato i 100 pesos.
Il presidente Ferdinand Marcos Jr. ha ricevuto poteri di emergenza dal Senato
filippino e ha sospeso temporaneamente l’aumento delle accise precedentemente
previsto. “Siamo vittime di una guerra che non abbiamo scelto”, ha dichiarato
Marcos all’inizio di questo mese. “Ma siamo noi a decidere come proteggere i
filippini”. I governi di tutta l’area stanno cercando di correre ai ripari per
ridurre l’impatto dell’aumento dei prezzi dei carburanti. I governi di
Thailandia e Vietnam hanno incoraggiato misure per ridurre il consumo
energetico, introducendo lo smart working per molti dipendenti del settore
pubblico. La Thailandia ha sospeso la maggior parte dei viaggi all’estero per i
funzionari e ha imposto loro di indossare camicie a maniche corte senza
cravatta, tranne durante le cerimonie, per ridurre la necessità di aria
condizionata. Le nuove temperature per gli uffici governativi non dovranno
scendere sotto i 26-27°C
Le autorità thailandesi stanno inoltre incrementando la percentuale di
biocarburanti nelle miscele dal 5% al 7% e sospendendo la maggior parte delle
esportazioni di petrolio, mentre l’Indonesia sta accelerando un programma di
biodiesel che prevede una miscela al 50% di biodiesel a base di olio di palma e
al 50% di gasolio convenzionale. Il Vietnam ha chiesto aiuto a Giappone e Corea
del Sud per aumentare il proprio accesso al petrolio greggio.
Eurasia Group, società di consulenza sui rischi politici, ha evidenziato come i
sussidi siano “difficili da mantenere oltre uno o due mesi”. Il costo dei
sussidi introdotti costano al governo thailandese più di 1 miliardo di baht
(circa 26 milioni di euro) al giorno. Le stazioni di servizio thailandesi sono
state prese d’assalto con diversi casi di accaparramento: sono tanti i
consumatori che temono un ulteriore aumento dei prezzi. Alcuni punti vendita
hanno affisso cartelli con la scritta “esaurito”, introdotto il razionamento o
vietato ai clienti di riempire i contenitori per preservare le scorte. Questa
settimana, un importante tempio nel nord-est della Thailandia ha annunciato la
sospensione del servizio di cremazione perché i distributori di benzina si sono
rifiutati di consentire il rifornimento di taniche di carburante, secondo quanto
riportato da ThaiPBS.
L'articolo Guerra in Medio Oriente, nel sud-est asiatico è crisi energetica:
nelle Filippine si lavora solo quattro giorni, la Thailandia taglia l’aria
condizionata proviene da Il Fatto Quotidiano.
Tag - Medio Oriente
L’attuale fase del conflitto in Medio Oriente segna il collasso definitivo del
paradigma della diplomazia della verifica. Il passaggio dalla sorveglianza
tecnica dell’Aiea all’azione cinetica su vasta scala rappresenta un mutamento
dottrinale: la transizione dal contenimento al regime change forzato.
L’offensiva aerea della scorsa estate contro le infrastrutture nucleari di
Teheran non ha neutralizzato la minaccia, ma ha prodotto un deficit informativo
strategico.
L’espulsione degli ispettori Aiea ha trasformato il programma nucleare iraniano
in una “scatola nera”, eliminando la distinzione tra capacità tecnica e
intenzione bellica. Questa asincronia suggerisce che il conflitto non sia una
reazione a un’imminente “corsa alla bomba”, ma una guerra di scelta deliberata
per interrompere un processo di stabilizzazione diplomatica che avrebbe
legittimato lo status di “Stato di soglia” dell’Iran.
Sebbene i dati storici (sito di Lavisan-Shian) confermino l’esistenza di un
programma di weaponization strutturato, i rapporti d’intelligence del 2025
indicavano l’assenza di una decisione politica suprema per l’assemblaggio di un
ordigno nucleare. La cronologia è cruciale. Nel giugno 2025, prima della “Guerra
dei Dodici Giorni”, il Consiglio dei Governatori dell’Aiea ha riscontrato che
l’Iran non rispettava i suoi obblighi di salvaguardia, ma ha anche sottolineato
il sostegno ai colloqui in corso tra Stati Uniti e Iran. L’Oman aveva appena
confermato un altro round di negoziati a Mascate. Il giorno successivo, Israele
ha attaccato. L’attuale conflitto ha seguito lo stesso schema. Il 27 febbraio
2026, il Ministro degli Esteri dell’Oman ha dichiarato che gli ultimi colloqui
tra Stati Uniti e Iran a Ginevra avevano compiuto progressi significativi e che
le discussioni tecniche sarebbero proseguite a Vienna la settimana successiva.
Rafael Grossi, direttore generale dell’Aiea, ha dichiarato di aver partecipato
personalmente ai due round più recenti per offrire consulenza tecnica.
Questa non è la cronologia di una guerra innescata da un’emergenza nucleare
scoperta all’improvviso; è la cronologia di una guerra scelta mentre la
diplomazia era ancora in corso. I dati pubblici precedenti a questa guerra
mostravano una capacità di soglia avanzata, non una comprovata corsa alla
costruzione di una bomba. La valutazione della minaccia del 2025 della comunità
di intelligence statunitense affermava che l’Iran non stava costruendo un’arma
nucleare. Lo stock di 440,9 kg di uranio al 60% (dati 2025) non è solo materia
prima bellica, ma soprattutto un potente strumento di ricatto diplomatico per
forzare la rimozione delle sanzioni.
La diplomazia richiede due prerequisiti fondamentali: il riconoscimento della
legittimità dell’altro (almeno come attore con cui negoziare) e una visione
condivisa del costo del conflitto. In Iran, entrambi sono venuti meno. Come
evidenziato dagli analisti, il ricorso a “guerre preventive” (operazioni Epic
Fury e Roaring Lion) ha trasformato il diritto in una variabile dipendente dalla
forza. Quando un attore decide che la minaccia percepita giustifica la
violazione della sovranità altrui senza attendere prove certe di un imminente
attacco, il tavolo negoziale perde ogni valore.
La diplomazia soccombe quando la narrativa interna prevale sulla realtà dei
fatti. In molti circoli occidentali, l’Iran è stato dipinto come una minaccia
esistenziale assoluta, rendendo politicamente suicida per qualsiasi leader
occidentale apparire “morbido” o propenso al dialogo. Questo ha impedito di
esplorare i corridoi pragmatici esistenti anche tra i tecnocrati iraniani.
L’attuale paradigma delle relazioni internazionali manifesta una chiara
traiettoria di degradazione funzionale, in cui la diplomazia, storicamente
concepita come dispositivo di risoluzione dei conflitti e mediazione sistemica,
è stata riallocata a mero protocollo formale privo di efficacia cogente. Tale
processo ha trasformato il negoziato da strumento di costruzione di regimi
cooperativi a variabile tattica di stalling strategy, finalizzata alla gestione
dei tempi tecnici necessari al riposizionamento bellico.
L’Iran del marzo 2026 è un Paese sospeso tra il lutto, la rivolta e la guerra.
La diplomazia non è solo “fallita”; è stata dichiarata obsoleta dalla velocità
degli eventi militari. Resta da capire se dalle ceneri di questo scontro potrà
nascere un nuovo ordine regionale o se il Medio Oriente è destinato a
un’instabilità permanente.
L'articolo In Iran nessuna prova di armi nucleari in costruzione: ormai conta
soprattutto la minaccia percepita proviene da Il Fatto Quotidiano.
“Da che parte sta il governo dalla parte del diritto internazionale o dalla
parte di Trump e Netanyahu?”. Questa la domanda che ha attraversato Camera e
Senato e si è ripetuta più volte negli interventi di tanti esponenti dei partiti
di opposizione al governo Meloni nella giornata in cui il Parlamento ha
affrontato la crisi in Iran e la discussione intorno al prossimo Consiglio
Europeo. A questa domanda risponde, dai banchi di Fratelli d’Italia Augusta
Montaruli con un tormentone: “Da che parte stiamo della storia? Dalla parte
dell’Italia… Ripetete con me: da che parte siamo posizionate sullo scacchiere
internazionale? Dalla parte dell’Italia, testardamente dalla parte dell’Italia.
L’opposizione non ce la fa a dirlo”. Si ricorderà che Montaruli è abituata a
queste tecniche di comunicazione come quando scandì per decine di volte il verso
“bau” durante un talk show televisivo accompagnato – nello stupore generale dal
gesto della mano che mimava la bocca di un cane. Una reazione, spiegò,
all’esponente del Pd che le aveva ricordato la condanna definitiva per peculato
per aver speso soldi pubblici per acquisti che non avevano niente a che vedere
con la politica.
L'articolo “Ripetete con me: dalla parte dell’Italia”: il nuovo tormentone di
Montaruli (Fdi) nell’intervento alla Camera proviene da Il Fatto Quotidiano.
“Ingeneroso dire che abbiamo aumentato le accise sui carburanti, noi abbiamo
allineato le accise perché avevamo un impegno che il precedente governo, i
precedenti governi, avevano tra gli obiettivi del Piano Nazionale di Ripresa e
Resilienza”. È la versione fornita oggi dalla presidente del Consiglio, Giorgia
Meloni, nell’Aula del Senato durante la replica al dibattito seguito alle sue
comunicazioni nel Medio Oriente e sul prossimo Consiglio Europeo. Il tema era
stato sollevato da Matteo Renzi che a sua volta ha replicato. “L’allineamento è
quando abbassi il costo della benzina e aumenti il gasolio, o viceversa. C’è un
particolare. Io ho letto la Legge di Bilancio – afferma il leader di Italia Viva
– che dice che ci sono più di 500 milioni di maggiori entrate e da qui al 2032
ci sono 2 miliardi e 400 milioni di maggiori entrate. Voi non avete allineato le
accise, voi avete aumentato le accise e oggi venite a dire a noi che il problema
è dobbiamo lavorare insieme per evitare l’aumento dei costi. Le avreste
allineate se non ci fosse stato l’articolo 30 della Legge di Bilancio”
L'articolo Scontro in Senato sulle accise carburanti. Meloni: “Sono allineate”.
Renzi: “No, le avete aumentate” proviene da Il Fatto Quotidiano.
Sono oltre 7,5 milioni le persone che hanno visto i propri voli cancellati
dall’inizio del conflitto in Medio Oriente, a seguito della chiusura dei tre più
importanti hub del Golfo: Doha, Dubai e Abu Dhabi. Ad essere colpiti
maggiormente i cinque principali vettori dell’area, con un danno stimato di
almeno 1,6 miliardi di dollari solo per i mancati ricavi dei biglietti già
emessi.
A riportare le stime, sulla base dei dati di settore, è il Corriere della Sera,
che spiega come il bilancio non sia definitivo, a causa sia della prosecuzione
del conflitto, ma anche della progressiva riduzione delle ripercussioni sulle
operazioni di volo. A peggiorare l’impatto economico sui vettori coinvolti, sono
anche le spese aggiuntive sostenute dalle compagnie come l’emissione di nuovi
biglietti per i passeggeri coinvolti, le sistemazioni negli hotel, i pasti, i
trasferimenti da e per l’aeroporto, oltre ai mancati ricavi del cargo
trasportato nelle stive degli aerei. Tra il 28 febbraio, data di inizio delle
ostilità con Stati Uniti e Israele da una parte e Iran dall’altra, e il
pomeriggio del 10 marzo nel Golfo Persico, sono stati più di 43mila i voli
cancellati, tra partenze e arrivi, secondo i dati forniti dalla piattaforma
specializzata Cirium. Non è stato effettuato, secondo le stime, il 55% dei
viaggi programmati da tutti i vettori, locali e internazionali.
Le principali compagnie aeree coinvolte nell’area sono Emirates, Qatar Airways,
Etihad Airways, flydubai e Air Arabia: nel periodo analizzato, i vettori hanno
cancellato complessivamente almeno 16.500 mila voli, coinvolgendo direttamente
circa 3,7 milioni di passeggeri. Tra questi, almeno 2 milioni di passeggeri
avevano prenotato voli delle compagnie Emirates e Qatar Airways, quest’ultima
con quasi il 94% dei voli cancellati. Circa mezzo milione risultavano invece i
passeggeri già con biglietti emessi da Etihad. Secondo i dati forniti da
Flightradar24 — la principale piattaforma di monitoraggio dei movimenti aerei —
Emirates ed Etihad hanno ripreso alcuni servizi di linea dalle rispettive basi
di Dubai e Abu Dhabi, dopo una settimana che è stata caratterizzata dalle
migliaia di cancellazioni. Doha, hub di Qatar Airways, dopo un blocco totale
dello spazio aereo, ha iniziato a consentire gradualmente alcuni voli.
L’impatto economico subito dai principali vettori dell’area rimane comunque
sostenibile: si tratta infatti di compagnie dotate di una significativa
liquidità e con alle spalle i fondi sovrani da centinaia di miliardi di dollari.
Resta però da comprendere gli effetti di medio e lungo periodo, soprattutto nel
caso in cui il conflitto dovesse proseguire nelle prossime settimane. Secondo le
stime del Corriere, le perdite sono di circa 640 milioni di dollari per
Emirates, 605 milioni per Qatar Airways, 206 milioni per Etihad, e circa 110
milioni complessivi per flydubai e Air Arabia.
I tre hub, quelli di Doha, Dubai e Abu Dhabi, sono utilizzati da oltre 100 mila
passeggeri al giorno per gli spostamenti tra Europa e Asia-Oceania. Per Etihad e
Qatar Airways circa l’80% dei viaggiatori è in transito, mentre per Emirates la
quota scende al 50-55%.
L'articolo Cancellati 43mila voli a causa dell’escalation in Medio Oriente:
oltre 7,5 milioni i passeggeri rimasti a terra proviene da Il Fatto Quotidiano.
Il conflitto in Medio Oriente, secondo il World Food Programme (Wfp), causerà
un’impennata dei prezzi di cibo e carburante, ma a farne le spese saranno
soprattutto le popolazioni più vulnerabili del mondo. La conseguenza diretta
sarà un aumento della fame.
Come spiegato dalla Wfp, la chiusura della rotta di transito dello Stretto di
Hormuz, da cui passa circa il 20% delle spedizioni globali di petrolio e gas, ha
portato a “una diminuzione del traffico marittimo, un aumento dei rischi navali
e la deviazione o la sospensione del trasporto merci commerciale”. Se
l’escalation dovesse intensificarsi portando alla chiusura combinata sia dello
Stretto di Hormuz che del Mar Rosso, un altro snodo strategico per il commercio
globale, potrebbe dar vita a “uno scenario senza precedenti di doppio collo di
bottiglia per il commercio globale e i flussi energetici”.
L’agenzia Onu specifica che tale situazione minaccia non solo i mercati globali,
ma rende più complessa anche la distribuzione degli aiuti umanitari alle
popolazioni vulnerabili: “Ciò aumenta il rischio che le persone attendano più a
lungo gli aiuti e si trovino ad affrontare una maggiore insicurezza alimentare e
un maggior rischio di malnutrizione”. Per proseguire le sue operazioni di
assistenza umanitaria, il Wfp sta percorrendo le rotte di transito tra Turchia,
Egitto, Giordania e Pakistan, oltre all’utilizzo, ove possibile, di corridoi
terrestri tra gli Emirati Arabi Uniti e il Levante. Oltre a tali rotte,
l’agenzia Onu sta utilizzando anche i porti egiziani, al momento ancora
pienamente operativi, e il Canale di Suez per supportare il lavoro delle agenzie
umanitarie nell’area.
L'articolo “Con escalation in Medio Oriente aumenta la fame nel mondo”,
l’allarme del World Food Programme proviene da Il Fatto Quotidiano.
Dalle materie prime agli scaffali, la filiera agroalimentare trema per i
conflitti del Medio Oriente. Perché le produzioni europee (e italiane) dipendono
non solo dall’energia e dal gas, ma anche dai fertilizzanti che arrivano
dall’area compresa tra Iran e Penisola arabica. Ma anche perché Paesi come
Emirati Arabi e Arabia Saudita importano il made in Italy e per noi è un mercato
sempre più strategico. Insomma, per i campi italiani quanto sta avvenendo è già
un disastro. Negli ultimi giorni il gasolio agricolo agevolato è passato da
circa 0,85 euro al litro fino a valori che in alcuni casi raggiungono 1,25 euro
al litro, con picchi segnalati soprattutto in Sicilia e Puglia. Fenomeno
evidentemente speculativo, su cui Coldiretti ha presentato un esposto alla
Procura di Roma e alla Guardia di Finanza. Poi c’è il nodo che riguarda
fertilizzanti e urea agricola, concime chimico più diffuso al mondo, con il 46%
di azoto, utilizzato nei terreni per la sua capacità di sviluppare ammoniaca. Ad
oggi in molte aree del mondo è l’urea a garantire raccolti abbondanti di grano e
cereali. Solo che attraverso lo stretto di Hormuz passano enormi quantità di
fertilizzanti azotati, fosfato di ammonio e urea. Ed ora, dopo i primi effetti
sui costi, si teme una pressione sui prezzi della filiera cerealicola. Come se
non bastasse c’è l’enorme problema legato all’export. Un esempio su tutti è il
caso del Piemonte. A lanciare l’allarme la sezione regionale di Confagricoltura
che, segnalando i settori che maggiormente risentono del conflitti in corso in
Medio Oriente, segnala “quello della frutta e, in particolare, delle mele,
esportate soprattutto dal nord Italia, Trentino Alto Adige e Piemonte”.
L’ESPOSTO DI COLDIRETTI PER LE MANOVRE SPECULATIVE SUL GASOLIO
Sul prezzo del gasolio, intanto, Coldiretti chiede “di fare piena luce”
accertando eventuali responsabilità e “di procedere nei confronti dei
responsabili per il reato di manovre speculative su merci previsto dall’articolo
501-bis del codice penale”. Secondo Coldiretti, infatti, quello registrato è un
incremento anomalo e sproporzionato rispetto all’andamento generale del mercato
dei carburanti. Nello stesso periodo, infatti, il prezzo del diesel per
autotrazione in Italia ha registrato un aumento molto più contenuto, stimato tra
i 18 e i 19 centesimi al litro, mentre per il gasolio agricolo l’incremento
risulta tra i 40 e i 45 centesimi al litro. Una dinamica che, secondo
l’organizzazione agricola “non trova apparente giustificazione nelle variazioni
dei prezzi internazionali né nell’andamento del mercato dei carburanti, e che
per l’ampiezza del fenomeno lascia ipotizzare condotte speculative realizzate su
larga scala”. L’esposto arriva dopo la lettera inviata venerdì al Governo, con
cui è stato chiesto un incontro urgente per affrontare l’impennata dei costi del
gasolio e dell’energia alla luce delle tensioni internazionali.
L’AUMENTO DEI FERTILIZZANTI, INDISPENSABILI PER I CEREALI
Anche perché i rischi per l’intera filiera agroalimentare arrivano da più
fronti. Basti pensare che nel costo di produzione di grano o mais, se gli
idrocarburi pesano per circa la metà, un terzo dipende invece dai fertilizzanti.
E dall’area del Golfo Persico, specie Qatar e Iran arriva il 45% della
produzione mondiale di urea derivata dal gas naturale. Il prezzo dell’urea sui
listini è salito così sui principali mercati di circa il 30% negli scorsi
giorni, toccando un massimo di 600 dollari a tonnellata. Un blocco prolungato
del transito tramite lo stretto di Hormuz, oltre all’aumento dei prezzi,
porrebbe problemi per l’agricoltura dei due paesi più dipendenti dall’import di
fertilizzanti, Brasile e India, ma c’è il rischio concreto che l’effetto
dell’aumento dei prezzi si senta anche in Europa. Ancora di più perché a giugno
2025, l’Unione europea aveva imposto nuovi dazi sull’importazione di
fertilizzati da Russia e Bielorussia e, di conseguenza, in cerca di nuove aree
produttrici, si guardava già al Medio Oriente e all’Africa, da dove proviene già
parte dell’urea che arriva in Europa, ma che risente della sospensione del gas
israeliano verso l’Egitto. Da qui le pressioni, dell’Italia in primis, per far
sospendere i dazi sulle importazioni di ammoniaca e urea che, invece,
dall’inizio del 2026 sono soggette al Cbam, il meccanismo di adeguamento del
carbonio alle frontiere. Insomma, un rebus che diventa sempre più complicato.
Per il momento, i costi assicurativi sono esplosi, portando – per quanto
riguarda il prezzo dell’urea – a un balzo del 26 per cento nel giro di una
settimana. Il resto lo hanno fatto i costi dei carburanti marittimi.
I PREZZI DEL PANE E DELLA PASTA
Quali effetti ci potrebbero essere sui prezzi di pane e pasta? Come spiega
un’analisi di Libera Associazione Agricoltori Cremonesi, per quanto riguarda il
pane (la cui filiera parte dal grano tenero) il peso del grano sul prezzo finale
è sotto il 10 per cento in media. Pesano molto di più, quindi, energia,
manodopera, costi fissi e logistica. Se i fertilizzanti e i noli restassero
elevati per tutto il secondo trimestre, secondo le stime dell’associazione, tra
fine primavera e inizio estate 2026, il prezzo del pane comune potrebbe salire
di un 2-5% rispetto ai listini di gennaio–febbraio 2026 nelle aree più esposte,
con differenze marcate fra artigianale e grande distribuzione organizzata.
Discorso diverso per la pasta, prodotta con il grano duro: “Se i fertilizzanti
azotati restassero su livelli più alti del 20-30% per tutto il secondo trimestre
e i noli/assicurazioni non rientrassero rapidamente, i costi agricoli del duro
potrebbero salire in modo percepibile nelle prossime semine e concimazioni”.
Sulla base di dati Ismea, una stima prudente indica che la trasmissione verso la
semola potrebbe tradursi in un +5–8% dei listini all’ingrosso, con un rincaro
del 4–7% sui prezzi per il consumatore tra fine primavera e estate 2026, salvo
promozioni e concorrenza tra brand”.
LE ESPORTAZIONI A RISCHIO, LE MELE BLOCCATE SULLE NAVI
Ma i conflitti in corso rappresentano un problema enorme anche per le
esportazioni italiane e il settore agroalimentare, specie l’ortofrutta, è uno
dei più esposti. “La parziale o totale interruzione del traffico via mare ha già
comportato il fermo di navi porta-container cariche di ortofrutta, con rischi
concreti di deperimento della merce destinata ai mercati arabi” ha spiegato
Valentina Mellano, Ceo di Nord Ovest Spa. Diverse cooperative italiane hanno
segnalato blocchi di carichi di kiwi e mele verso Arabia Saudita e paesi
limitrofi, con ordini cancellati o rinviati. “L’Italia – ha aggiunto – tra i
principali esportatori mondiali di mele e altri prodotti freschi, vede così
compromessi rapporti commerciali consolidati in Medio Oriente, dove una quota
significativa delle esportazioni italiane trova tradizionalmente sbocco. Negli
ultimi giorni il settore dello shipping ha registrato numerose comunicazioni tra
disdette, smentite e aggiornamenti sulle rotte, molte delle quali già alla sesta
o settima release”. Lo conferma Confagricoltura Piemonte, spiegando che che tra
i comparti pesantemente coinvolti “c’è quello della frutta e, in particolare,
delle mele, esportate soprattutto dal nord Italia, Trentino Alto Adige e
Piemonte, in primo luogo la provincia di Cuneo”. “Ci sono navi cariche di
prodotto che sono ferme e non possono arrivare a destinazione. Inoltre, sono già
arrivate moltissime disdette di ordini per le prossime settimane” racconta il
presidente della Federazione nazionale di prodotto Frutticoltura di
Confagricoltura, Michele Ponso. Le importazioni di mele nell’Arabia Saudita
ammontano a 187mila tonnellate, 225mila negli Emirati Arabi Uniti, 103mila in
Iraq, 30mila in Kuwait, 26mila in Qatar. Un mercato che vale complessivamente
oltre 151 milioni di euro. “Siamo il secondo Paese al mondo per la vendita
all’estero di mele, con 945mila tonnellate, pari al 12,2% del totale mondiale”
spiega Ponso.
ENNESIMA MINACCIA PER IL VINO
Ad esprimete forte preoccupazione è anche Diego Cusumano, titolare insieme al
fratello Alberto dell’omonima azienda vitivinicola di Partinico, in provincia di
Palermo. Perché se dazi e aumento dei prezzi “hanno determinato un significativo
rallentamento ora la minaccia è l’interruzione delle catene di fornitura, nello
specifico in termini di logistica e trasporti”. I corridoi internazionali, a
causa della guerra, si stanno restringendo “e tutto si tradurrà – commenta – in
costi di trasporto, ove possibile, molto più cari e perciò antieconomici. Noi
vignaioli cosa dovremmo fare, già in questo 2026, con la vendemmia di fatto alle
porte?”. Timori che arrivano, tra l’altro, dopo la pubblicazione del recente
report di Nomisma Wine Monitor che segnala come il mercato del vino nel 2025
abbia dato forti segnali di rallentamento, in particolare per quanto riguarda le
esportazioni di vini italiani Dop negli Usa. I volumi spediti fino a novembre
2025 si attestavano a 2,37 milioni di ettolitri per un valore pari a 1,3
miliardi di euro, evidenziando una contrazione rispettivamente del -2,6% e del
-6,2% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Anche guardando a est,
inoltre, la Cina vede per il vino italiano un calo di oltre il 15% a valore. In
Europa, nel Regno Unito, secondo mercato per l’Italia, le importazioni totali
sono calate del 6% in valore. L’ennesima tegola, dunque, rischia di essere alle
porte.
L'articolo Dai fertilizzanti alle mele: tutti i guai che la guerra in Medio
Oriente procura all’agroalimentare italiano proviene da Il Fatto Quotidiano.
La chiusura dei cieli del Medio Oriente sta avendo ripercussioni significative
sull’intero sistema aereo, conseguenza diretta dell’escalation della guerra in
Iran in corso. Si sta tracciando una revisione delle lossodromie, una messa a
punto delle rotte più semplici in termini aeronautici e consuete per i
viaggiatori: gli scali di Dubai, Abu Dhabi e Doha sono sempre stati abitudine
per le tratte aeree con destinazione Est e Sud-Est asiatico ma anche per mete
come Australia e Nuova Zelanda. Secondo Cirium, la fonte più affidabile al mondo
di analisi nel settore dell’aviazione, il 10% del traffico mondiale passa
attraverso questi hub. Il blocco dei cieli del Golfo comporta dunque un nuovo
disegno delle vie in quota possibili, con conseguente rincaro dei prezzi che
secondo gli ultimi dati arrivano anche al 900%. Gli specialisti segnalano che
già nei primi giorni di conflitto, giocoforza lo stop ai collegamenti dei tre
hub mediorientali, le tariffe avevano registrato lievi rialzi, ma con il passare
dei giorni si è verificato un vero e proprio inasprimento.
A causa della guerra in atto migliaia di voli sono stati cancellati, dirottati o
riprogrammati e sono ancora tantissimi gli italiani bloccati all’estero, sia nei
Paesi mediorientali che in quelli più lontani che avrebbero dovuto fare “tappa”
in uno degli scali del Medio Oriente per il rientro. Mentre l’attività della
Farnesina si intensifica per assistere i connazionali, i canali social diventano
una vetrina caotica di post e opinioni, tra influencer impauriti e guru
rassicuranti, c’è chi tenta di destreggiarsi in autonomia tra incognite e prezzi
folli, preparandosi a effettuare più scali per arrivare a destinazione.
Ma se la priorità è quella del rientro, non passa inosservata anche la gestione
delle prenotazioni già effettuate da molti viaggiatori che avevano pianificato
le partenze nei prossimi giorni e settimane, anche in previsione delle festività
di Pasqua a inizio aprile. L’effetto domino sta paralizzando le operazioni
aeroportuali, coincidenze e intere catene logistiche, e, oltre alla chiusura dei
cieli del Golfo, anche le tensioni tra Afghanistan e Pakistan mettono a
repentaglio uno dei due corridoi ancora aperti tra Asia e Europa (già chiuso
quello che sorvola Iraq e Golfo), contribuendo all’aumento dell’incertezza per i
viaggi ad alta quota.
RIENTRI PER CHI È BLOCCATO NEGLI EMIRATI E MALDIVE: PARTENZE DA MUSCAT E VOLI
SPECIALI DA MALÈ
Il blocco dei tre hub mediorientali ha destinato l’aeroporto internazionale
Muscat come punto di riferimento per i rimpatri di migliaia di viaggiatori,
complici i rapporti storici d’intesa dell’Oman con Teheran. La capitale omanita
che affaccia sullo stretto di Hormuz, fa da cerniera nello strappo del Golfo e
dallo scorso lunedì accoglie migliaia di viaggiatori, turisti ma anche residenti
che abitano all’estero, provenienti via terra da Dubai, Abu Dhabi, Doha e altri
luoghi degli Emirati, che sono riusciti ad avere accesso a voli commerciali
facilitati dalla Farnesina e a voli charter e di linea prenotati privatamente.
La Farnesina, oltre a ricordare a tutti i connazionali presenti nell’area di
registrarsi qualora non l’avessero ancora fatto all’App ViaggiareSicuri oppure
sul sito www.dovesiamonelmondo.it per ricevere aggiornamenti sugli sviluppi e
sulle modalità di assistenza, informa quotidianamente anche sul numero di
connazionali già rientrati in Italia. Secondo l’ultimo comunicato, in data 5
marzo, la Task Force Golfo continua ad operare schedulando ulteriori partenze
per gli italiani rimasti bloccati nella regione: l’ultimo aggiornamento attesta
due voli in partenza da Muscat diretti a Fiumicino, con a bordo un totale di
circa 350 connazionali, ma anche da Malé, capitale delle Maldive, con due aerei
diretti rispettivamente a Fiumicino e Malpensa con a bordo circa 60 passeggeri,
principalmente persone fragili.
RIMBORSI E DIRITTI DEI VIAGGIATORI
In questa situazione in continua evoluzione che oltre a vedere numerosi voli
intercontinentali costretti a deviare verso aeroporti alternativi, lasciando i
passeggeri in scali non previsti, segna anche un riscrivere le regole del gioco
commerciale, dove le big indiscusse delle compagnie aeree mediorientali lasciano
più margine e prospettiva alle grandi competitor come Turkish Airlines,
Singapore Airlines e le compagnie cinesi, ma anche alle piccole realtà di
compagnie aeree private che rincarano fino a migliaia di Euro i biglietti. Ma in
questa caotica realtà, alle volte paradossale, ci sono delle certezze per i
viaggiatori da non dimenticare.
“Anche in presenza di una guerra, l’assistenza non viene meno. È un obbligo
inderogabile”. A dichiararlo Felice D’Angelo, ceo di ItaliaRimborso, da anni
punto di riferimento nazionale nella tutela dei diritti dei viaggiatori. Mai
come in questo particolare periodo è fondamentale ricordare che gli obblighi di
assistenza previsti dal Regolamento CE 261/2004 restano pienamente validi,
nonostante la natura straordinaria dell’evento. In questo caotico scenario la
Claim Company ha attivato una unità speciale di crisi dedicata alla gestione
dell’emergenza, con l’obiettivo di fornire assistenza immediata, orientamento
normativo e supporto operativo ai passeggeri coinvolti.
I diritti dei passeggeri devono essere rispettati. Anche in casi eccezionali, la
compagnia è tenuta a completare il viaggio con mezzi alternativi e a garantire
assistenza. L’aspetto fondamentale da non dimenticare è quello di conservare
ogni documento di spesa sostenuta durante l’attesa. Come sottolinea D’Angelo:
“Se la compagnia non è reperibile, è fondamentale conservare ogni ricevuta,
scontrino o fattura. Tutte le spese documentate possono essere rimborsate”.
VOLI GIÀ PRENOTATI: MODIFICHE E CANCELLAZIONI
L’instabilità geopolitica comporta incertezza anche per la gestione dei viaggi
già prenotati per le prossime settimane e per le vacanze di Pasqua, soprattutto
per quanto riguarda mete turistiche come Thailandia e Maldive che prevedono
scali nell’area mediorientale. Ad oggi, il Ministero degli Affari Esteri non ha
emesso alcun divieto di viaggio verso queste ed altre destinazioni turistiche
dell’Est e Sud-Est asiatico. Le agenzie di viaggio stanno gestendo la complessa
situazione cercando di organizzare soluzioni alternative al fine di assicurare
la partenza ai clienti che richiedono di modificare o rinviare le prenotazioni,
prendendosi carico di eventuali costi aggiuntivi.
Oltre all’aspetto logistico, a incidere è anche l’altra faccia che una crisi
internazionale comporta: la dimensione emotiva, la paura di volare e il terrore
di sentirsi, ancora una volta, insicuri. Un effetto a catena che agisce
inconsciamente e risveglia timori sopiti, facendo leva sulla memoria di un
passato non troppo distante che ha inoculato un’inquietudine diffusa la quale
può comportare anche la scelta di non partire. Sono già tantissime le
cancellazioni di voli e prenotazioni di soggiorni, in attesa di auspicabili
tempi migliori.
L'articolo Cieli chiusi sul Medio Oriente: migliaia di voli cancellati e prezzi
fino al 900%. Ecco come sapere se il proprio volo sarà cancellato e come
chiedere rimborsi proviene da Il Fatto Quotidiano.
Non solo Iran, Qatar, Emirati Arabi Uniti, Libano. La lista di Paesi dove si
sconsiglia di avventurarsi per ragioni di sicurezza o logistiche si fa sempre
più lunga e comprende nazioni sempre più vicine, come la Turchia, nonché
tradizionalmente mete di viaggi, come le Maldive o l’Egitto. E il rischio che il
conflitto in corso in Medio Oriente si allarghi ancora di più rispetto a quanto
non sia già accaduto è concreto. Da Dubai in poi, d’altronde, è stato chiaro che
nulla sarà come prima, almeno per un po’. Che non si può più sognare di visitare
un luogo, fare i biglietti, preparare la valigia e andare quasi ovunque, anche
per pochi giorni. Come sottolineato da Astoi, l’associazione dei tour operetor
italiani aderente a Confindustria, in questi giorni si è dovuto far fronte a due
emergenze: “Quella dei clienti presenti nei paesi del Golfo Persico – e che
stanno via via rientrando o attendono di poter rientrare – e quella che include
clienti che stanno trascorrendo o hanno già terminato la propria vacanza in un
altro paese, non oggetto della crisi, ma che, volando con vettori del golfo, non
possono rientrare in Italia”. Sono stati cancellati centinaia di voli. La
Farnesina, infatti, proprio in queste ore, ha seguito la partenza di due aerei
da Mascate, in Oman, diretti a Fiumicino, con a bordo un totale di circa 350
passeggeri e quella, prevista, da Malé, capitale delle Maldive, di altri due
voli diretti rispettivamente a Fiumicino e Malpensa. Il ministero degli Esteri
invita quindi alla massima cautela, anche nella scelta delle destinazioni e
questa è una realtà che non si cancella con l’arrivo di primavera, vacanze di
Pasqua e una serie di ponti da sempre occasione per viaggiare. Si potrà farlo
ancora? Probabilmente sì, ma molti Paesi sono off limits, altri comportano dei
rischi, nel migliore dei casi della cancellazione del volo.
I PAESI A RISCHIO E QUELLI COLLEGATI CON LE AREE ‘CALDE’
Tra i paesi praticamente più monitorati (e a rischio) ci sono Iran, Iraq,
Israele e Cisgiordania, Iraq, Libano, Emirati Arabi Uniti, Oman, Kuwait, Qatar e
Bahrain. Soprattutto nelle grandi città e, ancora di più, nelle vicinanze di
aree militari. Oltre alla questione della sicurezza, poi, c’è quella logistica,
legata ai voli. Molti collegamenti aerei con i Paesi del Sud-est asiatico,
infatti, hanno scali proprio nell’area interessata alle rappresaglie dell’Iran
in risposta agli attacchi di Usa e Israele. Quindi negli Emirati Arabi Uniti e
in Qatar, Bahrein, Kuwait, dove si moltiplicano le cancellazioni dei voli in
programma. Attraverso l’Unità di Crisi, la Farnesina invita a registrarsi
sull’App Viaggiare Sicuri o sul sito www.dovesiamonelmondo.it, non solo i
cittadini che si trovano nelle aree del Medio Oriente, ma anche quelli in
partenza o che stanno pensando di partire dall’Italia, perché si abbia un quadro
della situazione, prima ancora di prenotare. L’eventualità di ritrovarsi con un
volo cancellato va presa in considerazione non solo se si è diretti in Paesi
coinvolti che si trovano nelle aree più a rischio, ma anche se si vuole
viaggiare alla volta di Maldive, India, Australia, Bangladesh, Singapore,
Malesia, Sri Lanka, Filippine, Seychelles e Vietnam.
APP E PORTALI DELLA FARNESINA CON AGGIORNAMENTI E RACCOMANDAZIONI
Il portale Viaggiare Sicuri, accessibile anche con l’omonima App, raccoglie
gratuitamente le informazioni sulla situazione in 222 Paesi e territori nel
mondo. “Ricordatevi di controllarlo prima della vostra partenza e durante il
viaggio in un Paese estero. La situazione di sicurezza e le misure normative e
amministrative possono variare rapidamente” si legge sul sito istituzionale. Tra
gli ultimi aggiornamenti quelli sull’Azerbaigian, dopo gli attacchi dei droni:
“È altamente sconsigliato recarsi nel territorio della Repubblica Autonoma del
Nakhchivan”. Ma si sconsigliano viaggi anche “nelle aree del sud est della
Turchia, ai confini con Iran, Iraq e Siria” e, a qualsiasi titolo, anche in
Iraq. “Si invitano i connazionali a rinviare tutti i viaggi” in Libano, mentre a
chi già si trova lì è consigliato “di lasciare il Paese con i primi voli
commerciali disponibili”. Così come “si invitano gli italiani ancora presenti in
Afghanistan ad andare via il prima possibile”. La Farnesina fornisce le
indicazioni per attraversare la frontiera via terra tra Qatar e Arabia Saudita
(“risulta aperta”) con un visto e informazioni sui collegamenti aerei
dall’Arabia Saudita all’Italia, ma si consiglia la massima attenzione anche per
l’Egitto. E si danno indicazioni anche per i turisti. “Alla luce degli ultimi
sviluppi nella regione in relazione all’Iran – si ribadisce ai connazionali che
si trovino nella penisola del Sinai che le aree di confine con Israele, così
come le altre località della penisola – ad eccezione dei resort turistici di
Sharm el Sheikh e le escursioni al Monastero di Santa Caterina – sono
sconsigliate”. Dalla stessa App è accessibile anche il portale Dove siamo nel
mondo, che consente a chi viaggia di segnalare il proprio itinerario nel
rispetto della riservatezza dei dati, che vengono cancellati 48 ore dopo il
rientro e sono utilizzati esclusivamente in caso d’emergenza per facilitare un
intervento da parte dell’Unità di Crisi. Alle situazioni legate ai conflitti in
corso, poi, si aggiungono quelle di tutt’altra natura, pure presenti sul sito e
da consultare prima di prenotare un viaggio: si va dalle epidemie alle tensioni
politiche interne.
A PASQUA IL SETTORE TURISTICO RISCHIA LA DÉBÂCLE
“L’escalation del conflitto in Medio Oriente, con le conseguenti chiusure degli
spazi aerei e sospensioni dei collegamenti, produce effetti rilevanti non solo
sul traffico aereo e sul turismo internazionale, ma anche sul piano giuridico,
attivando le specifiche tutele previste dall’ordinamento eurocomunitario” spiega
Assoviaggi Confesercenti, sottolineando che l’attuale scenario rientra
pienamente tra le “circostanze inevitabili e straordinarie” previste dalla
normativa europea e in cui, in base all’articolo 41 del Codice del Turismo, “il
viaggiatore ha diritto di recedere dal contratto di pacchetto turistico”. Senza
il pagamento di penali quando, prima della partenza, sopravvengano circostanze
inevitabili e straordinarie nel luogo di destinazione o nelle sue immediate
vicinanze, tali da incidere in modo sostanziale sull’esecuzione del viaggio o
sul trasporto verso la destinazione”. Il problema è proprio l’instabilità della
situazione, con un Paese oggi sicuro che domani potrebbe essere sconsigliato per
precauzione e dopodomani assolutamente off limits. “Se l’instabilità dovesse
persistere, le festività pasquali sono considerate a rischio ‘bagno di sangue’
per il settore turistico. La preoccupazione principale riguarda proprio il
blocco dei voli e l’incertezza che scoraggia le nuove prenotazioni” ha spiegato
all’AdnKronos Luana De Angelis, vice presidente vicario Fiavet, l’associazione
delle agenzie di viaggio di Confcommercio.
L'articolo La lista di Paesi resi off limits dalla crisi (allargata) in Medio
Oriente. Turisti nell’incertezza: dalla sicurezza alla logistica proviene da Il
Fatto Quotidiano.
Disponibilità di gas e petrolio ce n’è, ma sui prezzi è tutta un’altra storia. È
questo, in sintesi, il messaggio che arriva – per l’Italia – dal ministro
dell’Ambiente e della Sicurezza energetica, Gilberto Pichetto Fratin. E anche
dall’Unione europea, dopo la riunione del gruppo di coordinamento sul gas,
convocata per discutere della sicurezza dell’approvvigionamento energetico
dell’Unione alla luce dell’escalation in Medio Oriente. E del costo. La prossima
riunione del gruppo di esperti è prevista per il 26 marzo, ma a Bruxelles non si
esclude che possa essere necessario organizzare un vertice ad hoc prima di
quella data. Ci sarà anche l’Italia con Pichetto Fratin. Per il gas e il
petrolio “siamo nella condizione di essere abbastanza sicuri quantitativamente.
Siamo il paese che ha lo stoccaggio più alto d’Europa, abbiamo fonti di
approvvigionamento diversificate, quindi possiamo dire che non c’è una
situazione di estrema gravità sui quantitativi di risorsa, soprattutto sul gas”,
spiega al TgCom24, a margine del Key-The Energy Transition Expo 2026 di Rimini.
E proprio affrontando la questione dei prezzi (e delle bollette) in un momento
geopolitico a dir poco complesso, Pichetto coglie l’occasione per aprire ancora
un altro po’ la porta al combustibile fossile più inquinante, ossia il carbone.
PER BRUXELLES AD OGGI L’APPROVVIGIONAMENTO NON È UN PROBLEMA
Nel suo intervento introduttivo, la Commissione Ue avrebbe ribadito che non
sussistono preoccupazioni immediate sulla sicurezza dell’approvvigionamento,
anche dal momento che lo stoccaggio di gas rimane stabile al 30%, in linea con
gli obiettivi di riempimento invernale del 90%. Da Palazzo Berlaymont è stato
inoltre assicurato che gli Stati Uniti rimangono il principale fornitore di gas
naturale liquefatto all’Europa e che questi carichi non sono influenzati dalla
situazione in Medio Oriente. Durante la riunione europea hanno preso la parola i
rappresentanti di Ungheria, Spagna, Italia, Germania, Francia, Polonia e Belgio,
oltre al rappresentante dell’Agenzia internazionale dell’energia. Secondo il
gruppo di coordinamento Ue sul gas “non ci sono problemi di sicurezza
dell’approvvigionamento, ma i prezzi e le conseguenze rimangono motivo di forte
preoccupazione”. La durata del conflitto, l’entità dei danni e la sospensione
delle attività degli impianti di Gnl in Qatar “determineranno le conseguenze per
i mercati europei” ha spiegato un funzionario Ue dopo la riunione. Al momento
non sono state richieste misure coordinate a livello Ue, né misure individuali.
IL MINISTRO DELL’AMBIENTE SUL VERTICE A PALAZZO CHIGI
Il ministro Pichetto, invece, al TgCom24 ha parlato del doppio vertice che si è
svolto ieri a Palazzo Chigi: “Abbiamo fatto un punto della situazione, un punto
mobile rispetto a cosa che sta succedendo in Medio Oriente, con una valutazione
sulla sicurezza, per avere la garanzia di una quantità sufficiente di gas e
petrolio, e sui risvolti dei prezzi”. Alla prima riunione hanno partecipato
Giorgia Meloni, Pichetto Fratin, i ministri degli Esteri Antonio Tajani e della
Difesa, Guido Crosetto e i sottosegretari Alfredo Mantovano e Giovanbattista
Fazzolari. Poi il vertice si è allargato a Claudio Descalzi e Agostino
Scornajenchi, amministratori delegati di Eni e Snam, con cui è stata fatta
“un’analisi dell’impatto attuale e potenziale delle ostilità sui mercati
dell’energia e sull’economia”, nonché di “azioni di mitigazione che il governo
potrebbe adottare nel breve e medio periodo”. Sul fronte del gas non ci
sarebbero problemi nel breve periodo, perché le scorte obbligatorie di
opportunità sono “corpose” e lo Stretto di Hormuz per ora non è chiuso. Gli
stoccaggi a novembre sfioravano il 95%, secondo i dati di Snam. E il Gnl – per
cui il Qatar ha bloccato la produzione nel principale impianto mondiale – per
l’Italia vale solo un terzo delle importazioni. Presto, però, bisognerà pensare
agli stoccaggi per l’inverno prossimo e si seguono con attenzione le
oscillazioni del Ttf, il prezzo del gas europeo alla Borsa di Amsterdam. Ma se
sull’approvvigionamento, come ribadito da Pichetto, per ora non ci sono allarmi,
c’è poi tutta la questione legata ai prezzi.
IL NODO DEI PREZZI
“Il fronte prezzi è regolato da un sistema molto particolare” ricorda Pichetto
Fratin, secondo cui “la frizione sul Qatar e sullo stretto di Hormuz, da quale
passa il 20% del gas mondiale, crea tensione quantitativa sui mercati, non
diretta all’Italia, ma diretta ad altri Paesi del mondo, che automaticamente
vanno ad acquistare gas su altre fonti di approvvigionamento”. Questo determina
un rialzo del prezzo dovuto alla domanda-offerta si riversa sulla borsa Ttf di
Amsterdam, e lì si fa il prezzo che vale per tutti. Pichetto Fratin fa l’esempio
del gas naturale liquefatto che parte dalla Florida e arriva in Europa. “Quando
parte dalla Florida costa 10 dollari al megawattora. Poi – spiega – possiamo
metterci il trasporto, la mediazione, la rigassificazione. Farà 25 – 30 dollari?
Come tocca il Portogallo, il gas ha il prezzo del Ttf, che questa mattina (4
marzo, ndr) è circa 55 euro al megawattora”. Da qui una serie di preoccupazioni
dovute al fatto che il sistema del prezzo dell’energia in ambito europeo è
fissato con un criterio stabilito qualche decennio fa. “Con il prezzo del
peggior impianto nel peggior quarto d’ora del giorno prima. E guarda caso –
aggiunge Pichetto – il peggior impianto in un Paese come l’Italia, dove il gas
pesa ancora col termoelettrico per il 40%, è normalmente per il 70-80% delle ore
il termoelettrico. E, quindi, dato dal gas, con cui l’Italia produce ancora
circa il 40% dell’energia”.
LA RICETTA (EVENTUALE) DI PICHETTO: “TENGO A FREDDO ANCHE LE CENTRALI A CARBONE”
Per questa ragione, come più volte ribadito, per il ministro la soluzione
migliore è diversificare. Finora questo ha sempre significato non rinunciare a
nulla e, anzi, non accelerare l’abbandono delle fonti fossili. “È chiaro che noi
dobbiamo andare avanti sulle rinnovabili. Dobbiamo aggiungere altre e più
moderne produzioni di energia da fonte neutra che non abbiano emissioni, e qui
mi riferisco essenzialmente a idrogeno e nucleare” spiega il ministro, secondo
cui l’Italia ha “il costo dell’energia doppio rispetto alla Francia che ha tutto
nucleare, o la Spagna che ha nucleare e fotovoltaico”. Ma il ministro, in questo
momento, pensa anche a produzioni meno moderne e certamente non prive di
emissioni. “In questo momento – avverte – vista anche questa situazione di
difficoltà internazionale, tengo in riserva a freddo anche le centrali a
carbone, che non vorrei mai riattivare ma che però sono da tenere come riserva a
cautela dell’interesse del nostro Paese”.
L'articolo Forniture di gas sicure, ma Bruxelles trema sui prezzi. Come il
ministro Pichetto: “Tengo in riserva le centrali a carbone” proviene da Il Fatto
Quotidiano.