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La portaerei Usa Lincoln è in Medio Oriente. L’Iran avverte: “Se attaccati risposta sarà più dolorosa che in passato”
“L’Abraham Lincoln Carrier Strike Group è attualmente dispiegato in Medio Oriente per promuovere la sicurezza e la stabilità regionale”. È il Comando centrale degli Stati Uniti (Centcom), con un post sui social, a confermare che il gruppo d’attacco navale guidato dalla portaerei Uss Abraham Lincoln è arrivato in Medio Oriente, aumentando drasticamente la potenza di fuoco americana nella regione in un momento di forti tensioni con l’Iran. La presenza in zona del gruppo d’attacco – che comprende anche aerei da combattimento, cacciatorpediniere lanciamissili e almeno un sottomarino – è considerato un elemento cruciale per permettere agli Stati Uniti di condurre eventuali operazioni offensive e, allo stesso tempo, garantire la protezione delle forze statunitensi nella regione in caso di contrattacco iraniano. Tanto che, nelle scorse settimane, diversi analisti consideravano improbabile un intervento Usa proprio a causa dell’assenza in Medio Oriente di una portaerei e degli altri mezzi militari di supporto. Giovedì scorso era stato lo stesso presidente Donald Trump a mettere in guardia Teheran: “Abbiamo molte navi che vanno in quella direzione, per ogni evenienza. Abbiamo una grande flottiglia che va in quella direzione e vedremo cosa succede. Abbiamo una grande forza che si dirige verso l’Iran”, ha detto il presidente Usa ai giornalisti a bordo dell’Air Force One rientrando da Davos, in Svizzera. “Preferirei che non succedesse nulla, ma li stiamo monitorando molto attentamente”, ha proseguito, citando le affermazioni dell’Iran di aver annullato le esecuzioni programmate dei manifestanti nei giorni precedenti. La notizia dell’arrivo del gruppo d’attacco navale aumenta ancora di più la tensione nella regione. Mentre gli Emirati Arabi Uniti fanno sapere che non autorizzeranno attacchi contro l’Iran dal loro territorio, Teheran avverte: un eventuale attacco contro l’Iran “verrebbe accolto con una risposta più dolorosa e più decisiva rispetto al passato”. Il portavoce del ministero della Difesa iraniano, il generale Reza Talaei-Nik, si rivolge così direttamente a Israele e Stati Uniti, secondo quanto riferito dalla tv di Stato iraniana, aggiungendo che le minacce dei due Paesi richiedono all’Iran “di mantenere una preparazione completa e totale“. Avvertimenti anche dal portavoce del ministero degli Esteri iraniano, Esmail Baghaei: “I Paesi della regione sanno bene che qualsiasi violazione della sicurezza nella regione non avrà ripercussioni solo sull’Iran. L’insicurezza è contagiosa“, ha dichiarato ai giornalisti. Dall’altro fronte replica di Benjamin Netanyahu: un attacco iraniano a Israele sarà “un errore di troppo”, ha detto lunedì durante la sessione speciale alla Knesset tenuta in onore del primo ministro albanese Edi Rama. Il premier israeliano ha affermato che “ogni tentativo dell’Iran di danneggiare Israele incontrerà una risposta determinata. Sarà un errore molto grave”. Anche se al momento non c’è un’indicazione esplicita sulle reali intenzioni degli Usa, secondo la stampa israeliana, l’ipotesi di un nuovo colpo militare contro Teheran resta tutt’altro che fuori discussione dalle parti di Washington. Un “resoconto sui preparativi per un attacco americano all’Iran” sarebbe sul tavolo del governo di Israele. E i suoi vertici, a cominciare da Netanyahu, sono pronti a “tutti gli scenari”. Piani potenziali che sono stati trattati nell’ultimo gabinetto politico di sicurezza del governo, riporta Ynet. Riunione che segue i colloqui intercorsi tra vertici militari israeliani e colleghi americani per perfezionare il coordinamento difensivo dei rispettivi eserciti. E in questo contesto di avvertimenti incrociati si inseriscono anche i gruppi filo-iraniani. Gli Houthi, gruppo che controlla ampie zone dello Yemen tra cui la capitale Sana’a, hanno minacciato di riprendere gli attacchi contro le navi commerciali che transitano attraverso il Mar Rosso, sulla falsariga di quanto avvenuto durante la guerra a Gaza. In un breve video diffuso dagli Houthi, riferisce il Times of Israel, si vede una nave in fiamme con la didascalia: “Presto”. Qualsiasi attacco a Teheran coinvolgerà anche i militanti di Hezbollah, fa sapere il leader del gruppo libanese Naim Qassem, che sostiene il governo degli Ayatollah. “Di fronte a un’aggressione che non fa distinzioni, siamo bersaglio di qualsiasi potenziale aggressione e determinati a difenderci“, ha affermato in un discorso televisivo rivolto ai sostenitori durante una manifestazione di solidarietà per l’Iran. “In quel momento sceglieremo come agire, ma non siamo neutrali”, ha affermato, avvertendo che “una guerra contro l’Iran questa volta incendierà la regione“. L'articolo La portaerei Usa Lincoln è in Medio Oriente. L’Iran avverte: “Se attaccati risposta sarà più dolorosa che in passato” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Nel caos del ‘regime change’ in Iran, il Pakistan resta fragile e circondato: l’instabilità è un rischio enorme
Penso che sia necessario dirlo con chiarezza, anche a costo di risultare scomodi: quello che sta accadendo in Iran non è un fatto interno, né una crisi lontana che possiamo osservare con distacco. Ma siamo davanti a una dinamica già vista troppe volte, in cui proteste reali e legittime vengono progressivamente inglobate in una partita geopolitica più grande, dominata da interessi strategici, risorse energetiche e logiche di potenza. La storia recente dei “regime change” avrebbe dovuto insegnare qualcosa, e invece si continua a far finta di niente. Le manifestazioni in Iran nascono da problemi concreti: inflazione, difficoltà economiche, scelte politiche contestate. Su questo non ci sono dubbi. Sarebbe però ingenuo ignorare il contesto internazionale in cui tutto questo avviene. Quando un Paese come l’Iran, centrale per il petrolio, il gas e gli equilibri regionali, entra in una fase di instabilità, non mancano mai attori esterni pronti a spingere nella direzione che più conviene loro. E quasi mai questa direzione coincide con il benessere dei cittadini. Il punto più delicato di tutta questa vicenda è il collegamento con il Pakistan. Islamabad è oggi uno degli osservatori più preoccupati di ciò che succede a Teheran, e non a caso. Il Pakistan si trova già in una posizione estremamente fragile, tra difficoltà economiche, tensioni interne e un contesto regionale ostile. Ignorare questo elemento significa non comprendere la portata reale della crisi. Il recente conflitto di quattro giorni tra India e Pakistan è stato un campanello d’allarme chiarissimo, che avevo seguito con molta attenzione, come giornalista e rimanendo neutrale. In quei giorni è emerso senza ambiguità il nexus strategico e militare tra India e Israele. Il Pakistan non si è trovato di fronte solo all’India, ma anche a tecnologie avanzate, intelligence e supporto israeliano. Questo dato cambia profondamente la lettura degli equilibri regionali. Per questo motivo, credo che un eventuale intervento statunitense o israelo-americano in Iran rappresenterebbe un rischio enorme per il Pakistan. Se Stati Uniti e Israele arrivassero a esercitare una forte influenza sull’Iran, Paese che confina direttamente con il Pakistan, Islamabad si ritroverebbe stretta tra due “nemici strategici”: l’India a est e un Iran ostile o controllato da Usa/Israele a ovest. Uno scenario del genere metterebbe in pericolo la sicurezza nazionale pakistana e destabilizzerebbe ulteriormente l’intera regione. E qui vi ricordo una cosa fondamentale: il Pakistan è una potenza nucleare. Ignorare questo dato significa sottovalutare il rischio che una crisi regionale possa trasformarsi in una minaccia globale, con conseguenze che andrebbero ben oltre i confini dell’Asia meridionale. Quindi tutto questo caos legato al “regime change” non riguarda solo l’Iran, ma investe direttamente anche la stabilità del Pakistan. L’auspicio è che lo Stato pakistano riesca a gestire questa fase delicata con la stessa lucidità dimostrata durante il recente conflitto tra India e Pakistan: attraverso diplomazia, intelligenza strategica e nuove alleanze, mettendo però sempre al centro il proprio interesse nazionale e, prima di tutto, la sicurezza del Paese. L'articolo Nel caos del ‘regime change’ in Iran, il Pakistan resta fragile e circondato: l’instabilità è un rischio enorme proviene da Il Fatto Quotidiano.
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