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Iran, l’ambasciatore Javed (Pakistan): “L’Ue usa doppi standard, è pericoloso. Insista sul ritorno al diritto internazionale”
L’ambasciatore del Pakistan in Italia, Ali Javed, vuole in primis esprimere le sue condoglianze pubbliche alle famiglie delle 170 bambine iraniane morte nella scuola elementare a Minab, in Iran, nel primo giorno dei bombardamenti dell’ultima guerra del Golfo. “Gli errori di valutazione in un conflitto, a prescindere dalla loro portata, portano a tragedie umane”. In questo caso, dichiara, “condanne, perlopiù assenti, timide o tardive, hanno messo in luce, ancora una volta, la mentalità selettiva del “noi contro loro””. Ambasciatore, come valuta questa assenza di condanne immediate? Quale sarebbe stata la reazione se una simile miscalculation, errore di valutazione, avesse colpito l’Europa? L’Ue è un blocco importante, eppure manca di unità sulla questione iraniana e palestinese, non ha una voce sola. È pericoloso fare ‘pick & choose’, scegliere a piacimento. I tempi cambiano, ma la memoria resta. Come prevedete l’evolversi del conflitto tra Teheran e Stati Uniti-Israele? Più a lungo persisterà il conflitto, più dannoso sarà per tutti. Il Pakistan, pertanto, auspica la cessazione immediata delle ostilità e la ripresa della diplomazia. Il Pakistan è sempre stato un promotore di pace e ha mantenuto una posizione di principio contro qualsiasi violazione della Carta delle Nazioni Unite o del diritto internazionale. Il suo Paese è al centro di questo conflitto: Islamabad condivide un lungo confine con Teheran. Con l’Iran il Pakistan condivide non solo 900 km di confine, ma anche oltre 1000 anni di storia di fede e fiducia comuni. Il Pakistan si trova in una posizione unica in questo conflitto; godiamo di consolidate relazioni strategiche con tutti gli attori coinvolti. Dall’Arabia Saudita all’Oman, dalla Turchia all’Azerbaigian, il primo ministro Shehbaz Sharif mantiene stretti contatti con i leader di tutte le nazioni musulmane amiche, nonché con gli Stati Uniti, e richiede l’immediata ripresa della diplomazia, del dialogo e della de-escalation. Se l’Unione Europea non insiste sul “ritorno del diritto internazionale” nel dibattito, rischia di prevalere la legge della giungla e del più forte. In questo ultimo conflitto semplicemente non esiste una soluzione militare. Si sta allargando e infuria con altissimi costi umani e materiali. Un altro conflitto può acuirsi nella regione: quello tra il suo Paese e l’India. Al centro dello scontro c’è il diritto di uso delle risorse idriche. Un conflitto tra Pakistan e India si sta sviluppando silenziosamente ma pericolosamente. Ci sono sistematiche violazioni della Carta delle Nazioni Unite e del diritto internazionale, del “Trattato sulle acque dell’Indo del 1960” (si tratta dell’Indus Water Treaty, ndr), che l’India continua a minare con la sua idea errata di “armare le acque”: in modo estremamente irresponsabile, manipola il flusso dell’acqua e nega la condivisione delle risorse idriche rilevanti. Non è altro che la ricetta per un potenziale disastro. Considerando la persistente instabilità nella regione del Kashmir, quali dinamiche possono influenzare l’evoluzione della situazione nei prossimi mesi? Il Kashmir rimane il punto irrisolto più longevo nell’agenda del Consiglio di Sicurezza dell’Onu dal 1948. Se l’impatto economico dei conflitti tra Russia e Ucraina e tra Iran e Stati Uniti sta paralizzando le economie globali, la posta in gioco per tutti in caso di una guerra su vasta scala tra il Pakistan e l’India, entrambi dotati di armi nucleari, avrebbe conseguenze senza precedenti. Solo nel rispetto della Carta delle Nazioni Unite e del diritto internazionale il mondo sarà un posto migliore. L'articolo Iran, l’ambasciatore Javed (Pakistan): “L’Ue usa doppi standard, è pericoloso. Insista sul ritorno al diritto internazionale” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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L’Afghanistan accusa il Pakistan:” 400 morti in un raid su un ospedale a Kabul”. Islamabad nega
Il governo dell’Afghanistan ha accusato il Pakistan di un raid aereo contro un ospedale di riabilitazione per tossicodipendenti a Kabul. Il governo, riferisce Reuters, ha dichiarato: “Almeno 400 persone sono state uccise e 250 ferite in un raid aereo pakistano su un ospedale per la riabilitazione da droghe a Kabul”. Islamabad respinge le accuse, spiegando di aver attaccato esclusivamente forze militari talebane e siti militari. Il ministro dell’Informazione del Pakistan, Attaullah Tarar, aveva dichiarato che nella notte le forze armate pakistane avevano condotto “raid aerei di precisione” contro siti e strutture utilizzati da gruppi militanti afghani nelle aree di Kabul e Nangarhar. In un post, pubblicato su X, Tarar aveva dichiarato di aver colpito e distrutto “infrastrutture di supporto tecnico e depositi di munizioni“. Aveva poi aggiunto che nei raid erano stati colpiti due siti a Kabul, quattro nella provincia di Nangarhar e che gli obiettivi distrutti erano centri logistici, depositi di munizioni e infrastrutture tecniche presumibilmente utilizzate da gruppi militanti, come il gruppo Tehrik-e-Taliban Pakistan e i separatisti di etnia Baloch. Il ministro aveva poi confermato di aver ucciso 684 talebani afghani, feriti più di 900, distrutto 252 postazioni militari e catturato e demolito altre 44 strutture militari. Negli attacchi, sempre in base alle informazioni rilasciate da Tarar, erano stati distrutti 229 carri armati, veicoli blindati e sistemi di artiglieria. Nelle operazioni, però, è stato colpito anche l’ospedale Omid, specializzato nella riabilitazione da droghe, nella capitale afghana. Il vice portavoce del governo afghano, Hamdullah Fitrat ha dichiarato che il raid è avvenuto circa alle 21 di ieri sera. L’attacco, secondo Fitrat, ha causato la morte, finora accertata, di 400 persone, il ferimento di altre 250 e la distruzione di ampie sezioni dell’ospedale, adibito a ospitare fino a 2000 posti letto. Il Pakistan ha rispedito le accuse al mittente, definendo l’affermazione “falsa e fuorviante”, rivendicando di aver “colpito con precisione installazioni militari e infrastrutture di supporto al terrorismo”. L'articolo L’Afghanistan accusa il Pakistan:” 400 morti in un raid su un ospedale a Kabul”. Islamabad nega proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Pakistan, manifestanti assaltano il consolato Usa dopo l’uccisione di Khamenei: 9 morti e 32 feriti
L’uccisione della Guida Suprema, Ali Khamenei, nei raid di Israele e Stati Uniti ha fatto esplodere la rabbia e le manifestazioni di protesta anche in Pakistan. Centinaia di manifestanti hanno tentato di assaltare il consolato americano nella megalopoli pachistana di Karachi. I manifestanti hanno scandito slogan di condanna degli Stati Uniti e di Israele. Almeno 9 persone sono morte e altre 32 persone sono rimaste ferite. Proteste sono in corso anche a Lahore e nella capitale Islamabad L'articolo Pakistan, manifestanti assaltano il consolato Usa dopo l’uccisione di Khamenei: 9 morti e 32 feriti proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Afghanistan-Pakistan, l’analista Foschini: “Una guerra su larga scala non conviene a nessuno. La Cina? Resterà a guardare”
“Guerra aperta“. Sono bastate queste due parole scritte su X dal ministro della Difesa pakistano, Khawaja Asif, ha ricacciare la popolazione afghana nel terrore di un nuovo conflitto, dopo appena cinque anni di relativa pace seguita alla presa del potere dei Taliban. I termini utilizzati dall’esecutivo di Islamabad sono comunque inusuali, anche se, spiega Fabrizio Foschini, analista politico per Afghanistan Analysts Network, a Ilfattoquotidiano.it, “un conflitto prolungato non porterebbe risultati positivi né per la leadership afghana né per quella pakistana”. Negli ultimi mesi abbiamo assistito a un aumento degli scontri al confine, con il Pakistan che ha più volte accusato la leadership afghana di dare supporto alle milizie di Tehrik-i-Taliban Pakistan. È questo il motivo dell’attacco di Islamabad? Nessuno poteva prevedere un’escalation di questo tipo, proprio perché quello tra i due Paesi è un conflitto a bassa intensità che va avanti da molti anni, oscurato solo dalla guerra Nato-Taliban. Stiamo parlando di una guerra combattuta su più piani, con scontri al confine, blocchi economici, lo stop da parte del Pakistan dell’unico accesso al mare per il vicino. Questo anche durante la presenza americana nel Paese. I motivi dello scontro, quindi, rimangono gli stessi e ogni leadership, da entrambe le parti, in qualche modo li eredita: si va dalla demarcazione dei confini all’irredentismo nei territori Pashtun pakistani. Adesso, però, Islamabad ha parlato di “guerra aperta”. Ci sono delle motivazioni geopolitiche o economiche dietro a questo passo in avanti? Bisogna sempre ricordarci cosa è cambiato dal 2021 (col ritiro occidentale dall’Afghanistan, ndr), oltre a un più recente mutamento delle circostanze internazionali nella regione. Ora che al governo ci sono i Taliban, con scarsissimo appoggio e riconoscimento internazionale, il Pakistan sa che può agire più impunemente rispetto a quando c’erano i soldati americani sul terreno. Col salto di qualità nell’escalation registrato già a ottobre, il Pakistan non si aspettava comunque la risposta dei Taliban che, per non apparire eccessivamente deboli, hanno deciso di rispondere con raid aerei. Tutto questo ha avuto come risultato un picco della tensione tra i due Paesi. Già con le prime dichiarazioni, però, i Taliban afghani invocano il dialogo. Sono preoccupati da una “guerra aperta” con Islamabad? Sicuramente. Sono nettamente inferiori a livello militare, anche se godono di questa fama di grandi combattenti che arriva fino in Pakistan. Ma credo che analizzare la situazione tenendo in conto solo le prospettive militari sia fuorviante. Credo che l’ipotesi di un’invasione pakistana su larga scala sia controproducente per entrambe le parti. Rovesciare la leadership talebana provocherebbe una destabilizzazione nel Paese che sarebbe ancora più dannosa per il vicino pakistano. Per i Taliban, subire attacchi massicci sul proprio territorio metterebbe in discussione una delle poche certezze della popolazione afghana: la loro capacità di avere il controllo della sicurezza interna. Per questo una “guerra aperta” non conviene a nessuno. Io credo che, arrivati a questo punto, da Kabul attendano l’intervento della comunità internazionale. A proposito di comunità internazionale, la Cina starà guardando con occhio particolarmente interessato. Crede in un possibile intervento diplomatico? Stanno osservando, ma non credo che si attiveranno. Hanno rappresentato una delle maggiori reti di sicurezza per il Pakistan che, negli ultimi tempi, ha però iniziato a guardare anche ai Paesi del Golfo, come dimostra l’accordo di reciproca difesa siglato con l’Arabia Saudita. Questo rafforza il senso di impunità del Pakistan. Pechino mediatore? Vedo più i Paesi del Golfo a ricoprire questo ruolo. Su alcuni media indiani e pakistani c’è chi ipotizza l’uccisione della guida talebana, Hibatullah Akhundzada, nei raid. Sono solo speculazioni? È effettivamente un obiettivo del Pakistan in questo momento? Il Pakistan sta cercando di colpire la leadership talebana di un certo livello, è vero, ma un colpo di questo tipo avrebbe dei risvolti particolari all’interno del gruppo che governa l’Afghanistan e, quindi, in tutto il Paese. Dentro ai Taliban possiamo identificare due macrogruppi: uno, che fa capo ad Akhundzada e agli alti gradi dell’Emirato islamico, che mantiene una posizione estremamente conservatrice nelle politiche e nei costumi e un altro che, invece, è composto da un numero importante di esponenti più pragmatici che vorrebbero apportare dei cambiamenti anche in funzione di maggior riconoscimento internazionale. Colpire il leader non significherebbe necessariamente dare il via a un cambiamento, ma creerebbe un’instabilità interna che nemmeno il Pakistan vuole. X: @GianniRosini L'articolo Afghanistan-Pakistan, l’analista Foschini: “Una guerra su larga scala non conviene a nessuno. La Cina? Resterà a guardare” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Guerra Afghanistan-Pakistan, Emergency: “Svegliati di notte dalle bombe. La popolazione teme un ritorno al passato”
Sono dieci, nel momento in cui si scrive, i feriti che Emergency ha già soccorso. Ma dopo la nuova escalation militare tra Afghanistan e Pakistan, con raid di Islamabad su diverse aree del Paese confinante, compresa la capitale Kabul, la situazione non può che essere considerata “in divenire“. Lo spiega a Ilfattoquotidiano.it Alessandro Migliorati, responsabile logistica della ong italiana storicamente presente nel Paese centroasiatico, che racconta come per le strade della capitale sia tornata immediatamente la preoccupazione di una nuova guerra, dopo cinque anni di scontri molto ridotti con la conquista del potere da parte dei Taliban. Qual è in questo momento la situazione a Kabul e nelle aree dove siete presenti? Quanti interventi avete già compiuto? Emergency ha una presenza abbastanza capillare sul territorio afghano, abbiamo già soccorso dieci persone da stamattina. Quattro vengono direttamente dalla capitale, più precisamente dall’area orientale di Pul-e-Charkhi, mentre altri sei sono stati trattati dal nostro punto di primo soccorso a Gardez, nella provincia di Paktia, vicino al confine col Pakistan. Si tratta di numeri che potrebbero presto aumentare, data la situazione in divenire, non è ancora chiaro a che livello sia questa escalation. Avete avuto modo di raccogliere le impressioni della popolazione, almeno a Kabul? Qual è il clima in città? C’è molta preoccupazione per le possibili conseguenze nel quotidiano di una città, un Paese, che ne ha già passate tante. Si sentono già esternazioni di timore di un ritorno al passato anche tra colleghi. Siamo stati svegliati alle 3 di notte dalle bombe pakistane alle quali sono seguiti i colpi della contraerei afghana, costringendoci a chiuderci nei compound. Ci raccontano di scontri molto più intensi nelle zone di confine, dove abbiamo diverse cliniche, ed è lì che si concentrerà il nostro lavoro. Per quanto riguarda la popolazione, il timore maggiore è quello di perdere di nuovo una parvenza di normalità recuperata solo dall’agosto del 2021. Il Paese affronta una crisi tremenda, ma ci sono persone che dopo 40 anni di guerra hanno riavuto la possibilità di spostarsi senza il timore di essere ammazzate. E il pensiero di doversi di nuovo chiudere all’interno dei confini di una città o di un villaggio preoccupa. Una nuova guerra spingerebbe questo Paese, queste persone, in un burrone. Avete avuto modo di parlare con le autorità locali? Avete già ricevuto delle direttive? No, non abbiamo ancora parlato con loro perché non siamo usciti dal compound e non siamo stati contattati. Ma alcuni colleghi ci hanno parlato di preoccupazione diffusa. Anche per strada, dove si vedono capannelli di persone che parlano di ciò che è successo e, soprattutto, di ciò che potrebbe succedere. Diciamo che in città c’è preoccupazione diffusa. X: @GianniRosini L'articolo Guerra Afghanistan-Pakistan, Emergency: “Svegliati di notte dalle bombe. La popolazione teme un ritorno al passato” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Cina, India e tutti gli altri: le potenze mondiali interessate alla “guerra aperta” tra Pakistan e Afghanistan
L’eco del conflitto militare sempre più serrato tra Pakistan e Afghanistan sta crescendo così tanto d’intensità da farsi sentire anche ben oltre i confini della regione. Sono molti i Paesi che guardano con apprensione agli sviluppi sul terreno e che avrebbero da perdere in caso di un rovesciamento dei Talebani che regnano su Kabul, tra cui alcune delle principali potenze a livello mondiale. CINA Il primo e più ovvio attore coinvolto è ovviamente la Cina: da Pechino è arrivato quasi immediatamente un richiamo a una soluzione diplomatica delle tensioni che corrono tra Kabul e Islamabad e non potrebbe essere altrimenti. La Repubblica Popolare ha nel Pakistan uno dei suoi alleati di ferro nell’area – per quanto, va detto, negli ultimi mesi non sono mancati allontanamenti più o meno espliciti – e uno degli snodi più importanti delle Nuove Vie della Seta. Un’infrastruttura che proprio sul territorio pachistano è molto spesso oggetto di attacchi da parte del movimento separatista locale, situazione a cui il governo del primo ministro Shehbaz Sharif ha recentemente risposto creando un’unità di sicurezza dedicata esclusivamente a proteggere i cittadini cinesi presenti in Pakistan. Allo stesso tempo, Xi Jinping ha puntato molto sulla distensione coi Talebani per due motivi principali: primo, evitare che l’Afghanistan possa diventare una base di partenza per eventuali attacchi terroristici contro la Cina; secondo, mettere le mani, più in prospettiva che nell’immediato, sulle risorse minerarie afgane, potenzialmente molto rilevanti. INDIA Al netto delle tensioni bilaterali tra Pakistan e Afghanistan, molto di quello che sta succedendo in queste ore ha a che fare con l’India. Il primo ministro Narendra Modi è infatti appena rientrato in patria da un viaggio in Israele con in tasca accordi di varia natura e anche uno molto importante sul fronte della Difesa. Pare che a Nuova Delhi sarà concesso l’utilizzo della tecnologia israeliana basata su un sistema laser per intercettare droni e missili, che va sotto al nome di Iron Beam. Fumo negli occhi per il Pakistan che ha nell’India il suo nemico per eccellenza. A Islamabad hanno fatto velocemente i conti: colpire i Talebani si inserisce in questa dinamica perché quest’ultimi stanno vivendo una sorta di luna di miele con il governo indiano e i rapporti politici tra le due parti sono quanto mai calorosi. Non bisogna correre il rischio di appiattire il conflitto in corso interpretandolo solo in quest’ottica, ma sicuramente il Pakistan ha agito anche mosso da spirito di vendetta nei confronti del nemico indiano. RUSSIA Il relativo isolamento internazionale di Mosca non poteva che spingere i Talebani tra le braccia del presidente russo Putin. La Russia è stato il primo Paese al mondo a riconoscere ufficialmente il governo del movimento fondamentalista, una mossa poco costosa quanto potenzialmente vantaggiosa: il Cremlino punta a mettersi in prima fila per quando Kabul dovrà pensare a chi coinvolgere in progetti sul territorio afgano e a Putin fa comodo trovare sponda nel contrasto al terrorismo internazionale. Il ruolo di colomba non si addice all’esecutivo russo, ma il Ministero degli Esteri moscovita ha richiamato Pakistan e Afghanistan a un ritorno immediato al tavolo negoziale. IRAN E ALTRI PAESI DELLA REGIONE Nonostante abbia attualmente altri problemi da gestire, Teheran si è proposta come mediatrice tra Kabul e Islamabad, capitali con cui intrattiene relazioni cooperative. La vicinanza geografica al fronte di guerra rende però la situazione rischiosa per l’Iran, con il possibile arrivo di nuovi rifugiati afgani, dopo che la Repubblica Islamica negli ultimi mesi ne ha rimpatriate centinaia di migliaia. Anche le repubbliche centro-asiatiche temono una destabilizzazione che potrebbe mettere a rischio i loro progetti infrastrutturali nell’area. Pochi giorni fa, il presidente del Kazakistan si è recato in Pakistan proprio per parlare di un collegamento ferroviario tra i porti pachistani di Karachi e Gwadar e il territorio kazaco, via Afghanistan e Turkmenistan. Un’iniziativa che al momento sembra quanto mai improbabile. L'articolo Cina, India e tutti gli altri: le potenze mondiali interessate alla “guerra aperta” tra Pakistan e Afghanistan proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Pakistan-Afghanistan, è “guerra aperta”. L’aviazione di Islamabad bombarda Kabul: “Uccisi almeno 133 talebani”
Il Pakistan ha dichiarato “guerra aperta” all’Afghanistan. “La nostra pazienza ha raggiunto il limite. Ora è guerra aperta tra noi e voi”, ha scritto su X Khawaja Asif, ministro della Difesa di Islamabad. Il primo ministro Shehbaz Sharif ha dichiarato che le forze armate del suo Paese possono “schiacciare” gli aggressori. “Le nostre forze hanno la piena capacità di schiacciare qualsiasi ambizione aggressiva”, ha affermato Sharif, secondo la pagina X del governo pakistano. “L’intera nazione è al fianco delle forze armate pakistane”, ha aggiunto. Le forze armate pakistane hanno bombardato importanti città afghane, tra cui la capitale Kabul, dove nella serata di ieri corrispondenti di Afp hanno riferito di aver udito forti esplosioni seguite da colpi d’arma da fuoco, per diverse ore. Le strade di Kabul erano tranquille dopo l’alba, in linea con un venerdì di Ramadan nella nazione a maggioranza musulmana. Le autorità talebane non hanno aumentato significativamente la presenza delle forze di sicurezza né i posti di blocco, hanno riferito i giornalisti dell’agenzia. “È stata confermata la morte di 133 talebani afghani e il ferimento di oltre 200 – ha riferito Mosharraf Zaidi, portavoce di Sharif, in un comunicato -. Si stima che le vittime siano molte di più negli attacchi contro obiettivi militari a Kabul, Paktia e Kandahar“. Inoltre 27 postazioni dei talebani afghani sono state distrutte e nove sono state conquistate. Il governo talebano, da parte sua, sostiene di aver colpito obiettivi militari in territorio pakistano e di aver inflitto perdite alle truppe di Islamabad, inclusa la distruzione di alcune installazioni difensive. Anche in questo caso, le informazioni restano difficilmente verificabili in modo indipendente. Lungo la frontiera, considerata una delle più instabili della regione, si registrano movimenti di truppe e rafforzamenti delle postazioni militari su entrambi i lati. I valichi principali risultano sottoposti a controlli più severi e il traffico commerciale ha subito rallentamenti. La linea di confine, già teatro in passato di scontri sporadici, è tornata a essere un punto caldo con il rischio di ulteriori escalation. Altri reporter di Afp nei pressi del valico chiave di Torkham hanno sentito spari e bombardamenti intorno alle 9:30 (le 6 in Italia, ndr), prima che gli scontri transfrontalieri riprendessero, mentre si udivano colpi d’arma da fuoco in lontananza. Uno dei giornalisti ha visto altri soldati afghani dirigersi verso la frontiera, prima che le forze di sicurezza gli intimassero di lasciare la zona. Il valico di Torkham è rimasto aperto agli afghani che tornavano in massa dal Pakistan, nonostante il confine terrestre sia rimasto in gran parte chiuso dopo gli scontri tra i due Paesi confinanti di ottobre. Il campo di Omari che ospita i rimpatriati vicino al valico è stato colpito dai combattimenti durante la notte, costringendo la gente a fuggire. L’escalation è iniziata dopo che le forze afghane hanno attaccato le truppe di frontiera pakistane ieri sera, in risposta ai precedenti attacchi aerei di Islamabad. Le relazioni tra i vicini sono peggiorate negli ultimi mesi, con i valichi di frontiera terrestri in gran parte chiusi dopo i sanguinosi combattimenti di ottobre che hanno causato la morte di oltre 70 persone da entrambe le parti. Islamabad accusa l’Afghanistan di non agire contro i gruppi militanti che compiono attacchi in Pakistan, cosa che il governo talebano nega. La maggior parte degli attacchi è stata rivendicata dal Tehreek-e-Taliban Pakistan (Ttp), un gruppo militante che ha intensificato gli attacchi in Pakistan da quando i talebani afghani sono tornati al potere a Kabul nel 2021. Diversi cicli di negoziati tra Islamabad e Kabul hanno fatto seguito a un iniziale cessate il fuoco mediato da Qatar e Turchia, ma gli sforzi non sono riusciti a produrre un accordo duraturo. Sia l’esercito afghano che quello pakistano hanno dichiarato di aver ucciso decine di soldati nell’ultima ondata di violenze al confine, che ha fatto seguito ai molteplici attacchi di Islamabad in Afghanistan e agli scontri lungo la frontiera negli ultimi mesi. Sul fronte diplomatico nelle scorse ore il vicepremier e ministro degli Esteri pakistano, Ishaq Dar, ha avuto un colloquio con il capo della diplomazia saudita, Faisal bin Farhan bin Abdullah. L’Iran ha offerto il proprio aiuto per “facilitare il dialogo” tra i due paesi. Lo ha scritto su X il ministro degli esteri iraniano Abbas Araghchi. Anche la Cina si offre: “In quanto Paese vicino e amico, la Cina è profondamente preoccupata per l’escalation del conflitto e molto addolorata per le vittime provocate dal conflitto”, ha detto ai giornalisti la portavoce del ministero degli Esteri, Mao Ning. La Repubblica Popolare, ha ribadito, “ha fatto da mediatore tra Pakistan e Afghanistan tramite i propri canali ed è pronta a continuare a svolgere un ruolo costruttivo per la de-escalation”. L'articolo Pakistan-Afghanistan, è “guerra aperta”. L’aviazione di Islamabad bombarda Kabul: “Uccisi almeno 133 talebani” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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La Turchia chiede di entrare nell’alleanza militare tra Pakistan e Arabia Saudita: è la nascita di una Nato islamica?
Avevo scritto sul mio blog, lo scorso settembre, che l’accordo di difesa firmato tra Arabia Saudita e Pakistan non era una notizia qualsiasi. Allora molti lo liquidarono come l’ennesimo patto regionale destinato a restare sulla carta. Oggi, con la Turchia pronta a entrare nell’intesa, mi sento di dire che non era un’esagerazione parlare di qualcosa di “storico”. Anzi: forse siamo davanti alla nascita di una sorta di Nato islamica. Un’espressione forte, lo so, ma sempre più difficile da ignorare. Partiamo dai fatti. Islamabad e Riad hanno firmato un patto di mutua assistenza militare: se uno dei due viene attaccato, l’altro interviene. Un meccanismo semplice, diretto, che ricorda da vicino l’Articolo 5 della Nato. Ora Ankara è impegnata in negoziati avanzati per aderire formalmente a questo schema. Se l’accordo andrà in porto, non parleremo più solo di cooperazione bilaterale o di esercitazioni congiunte, ma di un vero pilastro di sicurezza tra Medio Oriente e Asia meridionale. La cosa che colpisce di più, a mio avviso, è il profilo dei protagonisti. La Turchia non è un Paese qualunque, è membro della Nato, ha il secondo esercito più grande dell’Alleanza dopo quello statunitense e negli ultimi anni ha dimostrato di saper usare lo strumento militare con decisione, dalla Siria al Caucaso. Vederla guardare altrove, o quantomeno affiancare alla Nato un nuovo ombrello di sicurezza, dovrebbe far riflettere più di una cancelleria occidentale. Perché Ankara lo fa? Io credo che la risposta stia in una parola che si sente sempre più spesso, anche se pochi la pronunciano apertamente: sfiducia. Sfiducia nell’impegno americano, nella prevedibilità di Washington, nella capacità della Nato di restare davvero coesa in un mondo che cambia. Non è un caso se questo avvicinamento avviene mentre gli Stati Uniti appaiono concentrati su altro e l’Europa fatica a parlare con una sola voce. Arabia Saudita e Pakistan, dal canto loro, non si muovono per ideologia, ma per calcolo. Riad porta soldi e influenza, Islamabad porta qualcosa di ben più pesante: l’arma nucleare, i missili, un esercito numeroso e abituato a vivere in uno stato di tensione permanente. La Turchia aggiunge esperienza operativa e un’industria della difesa che cresce a vista d’occhio. Messa così, l’alleanza non è solo simbolica: è concreta, credibile, potenzialmente deterrente. E qui, vi ricordo, c’è un elemento che spiega bene perché il Pakistan sia diventato così centrale agli occhi di Arabia Saudita e Turchia: la sua credibilità militare nel confronto con l’India. Islamabad ha costruito negli anni una deterrenza solida, fatta di forze armate esperte, missili e capacità nucleare, dimostrando nelle crisi con Nuova Delhi di saper reagire con rapidità e controllo. Questa postura ha rafforzato la percezione del Pakistan come attore affidabile e capace di reggere il confronto con una potenza regionale molto più grande. È una credibilità che pesa, e che rende Islamabad un partner di sicurezza appetibile per chi vuole costruire un’alleanza militare realmente efficace. C’è poi un elemento che considero tutt’altro che secondario: il valore simbolico. Per anni Turchia e Arabia Saudita si sono guardate con sospetto, rivali nella leadership del mondo sunnita. Oggi sembrano aver deciso che la competizione lascia spazio alla cooperazione. Il primo incontro navale bilaterale, tenuto di recente ad Ankara, è un segnale chiaro. Quando i simboli cambiano, spesso la politica segue. Qualcuno obietterà che i tre Paesi hanno interessi divergenti, che le differenze restano, che l’Iran è una variabile ingestibile. È vero. Ma è altrettanto vero che Ankara e Riad, pur diffidando di Teheran, sembrano preferire il dialogo allo scontro aperto. E condividono dossier cruciali: la Siria, la questione palestinese, la stabilità regionale. Non è poco, in un’area del mondo dove spesso basta una scintilla per accendere un incendio. Sul versante asiatico, poi, il legame tra Turchia e Pakistan è già solido: navi, caccia, droni, cooperazione industriale. L’idea di coinvolgere entrambi nel programma Kaan, il caccia di nuova generazione turco, va letta come un investimento politico prima ancora che militare. Il contesto, infine, è tutt’altro che rassicurante. Le tensioni tra India e Pakistan, l’instabilità afghana, le fratture mediorientali: tutto spinge verso nuove architetture di sicurezza. Quando le vecchie non bastano più, le nuove nascono quasi naturalmente. E allora torno alla domanda iniziale, quella che molti preferiscono evitare: stiamo davvero assistendo alla nascita di una Nato islamica? Forse sì, forse no. Ma una cosa mi sembra certa: ignorare questo processo sarebbe un errore. Perché non è solo un’alleanza in più. È il segnale che il mondo sta cambiando assetto. E la vera domanda, a questo punto, è chi ha davvero compreso la portata di questo cambiamento. 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Imtiaz Dharker, la poesia diasporica di una straniera (Traduzione di Melania Sacchini, a cura di Stella Sacchini)
Se è vero che l’unica patria di un essere umano è la lingua, allora la migrazione non è che un fenomeno interiore, e i confini geo­grafici non sono altro che invenzioni. Lo sa bene chi scrive, so­prattutto chi scrive poesia: chi compone versi si colloca sempre al di là di una prima lingua, di una lingua materna, del suo incantato universo di suoni e silenzi, per inquietare la propria frontiera linguistica e avventurarsi in una selva sonora e semantica inesplorata. Questa dinamica di stra­niamento si verifica all’ennesima potenza in certe poetesse che abitano lingue imposte dal passato coloniale dei loro paesi e che, dentro quelle lingue, creano nuovi spazi espressivi, spazi di ibri­dazione e contaminazione, possibilità inedite. Accomuna queste poetesse la ricerca di una voce propria e la domanda spasmodica: chi sono io? Il corpo che mia madre ha messo al mondo o quello che scelgo di essere, allontanandomi dalle mie radici per poi ritrovarle, cambiate eppure identiche? È da questa domanda tormentosa che prende le mosse la poesia di Imtiaz Dharker, autrice inglese di origine pakistana. È come se ricono­scesse alle proprie origini una sorta di marchio minoritario: mal­grado il “trapianto” in terra, e lingua, inglese, i nuovi getti che spuntano dal suolo resteranno sempre estranei. Non bastano le radici «a sei piedi di profondità» per superare una condizione endogena di minoranza, per non sentirsi più «fuori luogo, / come una poesia tradotta male». E allora non c’è rimedio a questa esi­stenza diasporica? Forse no, sembra dirci la poetessa, o forse è proprio quest’inap­partenenza congenita la condizione necessaria per poter scrive­re, e scrivere poesia. S. S. [Le poesie che seguono sono state tradotte da Melania Sacchini dell’IC Pagani di Pedaso durante “Il traduttore in classe”, progetto che porta la traduzione tra i banchi di scuola, curato e diretto da Stella Sacchini]. Scelta I Potrei crescere la mia bambina a casa di quest’uomo o nell’amore di quell’uomo, scaldarla al sorriso di questo, svezzarla con l’intelligenza di quell’altro, lodarla o biasimarla quand’è il momento, con ponderatezza, dirle sì o no, vero, falso, domani non oggi… Alla fine, chi sarà, a scelte fatte, quando gli autori di quelle scelte saranno morti, e degli uomini che amo non resteranno che i denti a battere e cincischiare con me sottoterra? Solo la somma di me e questo o quell’altro? Chi potrà essere se non, inevitabilmente, sé stessa? II Un giorno la tua testa non troverà più il mio grembo così facilmente. La fiducia è un’abitudine che presto perderai. Una volta, accarezzando la testa di un gattino su un velo di peluria, ho avuto paura della mia stessa mano, grande e forte e tremante, con l’impulso di schiacciarla. Qui, nella robusta curva del collo, il braccio che culla, l’amore guarda voglioso la violenza. La tua testa troppo fragile, bambina, sotto una lanugine di capelli. La casa è questo spazio nel mio grembo, finché il corpo non avrà la sua rivoluzione, i tessuti si tenderanno, la carne si farà compatta. Le tue ossa da gattino si faranno dure, sempre più lunghe fuggiranno da me, finché tu e io saremo certe di essere entrambe al sicuro. III Ho passato anni a nascondermi dal tuo volto, dal peso delle tue braccia, dal calore del tuo respiro. Nelle notti febbrili ti sognavo, con i cani da guardia della virtù e dell’obbedienza accovacciati sul mio petto. “Scuotili via” mi dicevo, e l’ho fatto. Mi sono crogiolata in piccole perversioni, celebrate man mano che si facevano adulte e, ormai mature, diventavano peccati. Ora la chiamo libertà, guardo la parola sguazzare voluttuosa, sfoggiare la mia indipendenza attraverso interi continenti di lenzuola. Ma svincolandomi dalla stretta delle braccia, dal respiro che raspa, per guardare la notte oltre le finestre oscurate, Madre, ti ritrovo a ricambiare il mio sguardo. Quand’è che il mio corpo ha deciso di indossare il tuo volto? Minoranza Sono nata straniera. Ho continuato da allora a diventare straniera ovunque andassi, anche nel posto in cui s’è interrata a sei piedi di profondità la mia famiglia: tuberi che han messo radici, con le dita e i volti che spingono verso l’alto, nuovi getti di mais e canna da zucchero. Posti d’ogni tipo e gruppi di persone con una storia ammirevole, quasi certamente, prenderebbero le distanze da me. Mi sento fuori luogo, come una poesia tradotta male; come cibo cotto nel latte di cocco al posto del ghee o della panna, il retrogusto inaspettato del cardamomo o del neem. Imtiaz Dharker è nata nel 1954 a Lahore (Pakistan). È poeta, artista e regista di documentari. Si è trasferita a Glasgow, dove ha frequenta l’università, e poi a Bombay, dove tutt’ora vive. Ha pubblicato numerose raccolte poetiche, tra cui Purdah (1989), Postcards from God (1997), I speak for the devil (2001), The Terrorist at My Table (2006), Leaving Fingerprints (2009), Over the Moon (2014), e ha vinto molti premi per la sua opera, sia documentaristica (Premio Silver Lotus nel 1980) che letteraria (la Queen’s gold medal for poetry nel 2014). L'articolo Imtiaz Dharker, la poesia diasporica di una straniera (Traduzione di Melania Sacchini, a cura di Stella Sacchini) proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Nel caos del ‘regime change’ in Iran, il Pakistan resta fragile e circondato: l’instabilità è un rischio enorme
Penso che sia necessario dirlo con chiarezza, anche a costo di risultare scomodi: quello che sta accadendo in Iran non è un fatto interno, né una crisi lontana che possiamo osservare con distacco. Ma siamo davanti a una dinamica già vista troppe volte, in cui proteste reali e legittime vengono progressivamente inglobate in una partita geopolitica più grande, dominata da interessi strategici, risorse energetiche e logiche di potenza. La storia recente dei “regime change” avrebbe dovuto insegnare qualcosa, e invece si continua a far finta di niente. Le manifestazioni in Iran nascono da problemi concreti: inflazione, difficoltà economiche, scelte politiche contestate. Su questo non ci sono dubbi. Sarebbe però ingenuo ignorare il contesto internazionale in cui tutto questo avviene. Quando un Paese come l’Iran, centrale per il petrolio, il gas e gli equilibri regionali, entra in una fase di instabilità, non mancano mai attori esterni pronti a spingere nella direzione che più conviene loro. E quasi mai questa direzione coincide con il benessere dei cittadini. Il punto più delicato di tutta questa vicenda è il collegamento con il Pakistan. Islamabad è oggi uno degli osservatori più preoccupati di ciò che succede a Teheran, e non a caso. Il Pakistan si trova già in una posizione estremamente fragile, tra difficoltà economiche, tensioni interne e un contesto regionale ostile. Ignorare questo elemento significa non comprendere la portata reale della crisi. Il recente conflitto di quattro giorni tra India e Pakistan è stato un campanello d’allarme chiarissimo, che avevo seguito con molta attenzione, come giornalista e rimanendo neutrale. In quei giorni è emerso senza ambiguità il nexus strategico e militare tra India e Israele. Il Pakistan non si è trovato di fronte solo all’India, ma anche a tecnologie avanzate, intelligence e supporto israeliano. Questo dato cambia profondamente la lettura degli equilibri regionali. Per questo motivo, credo che un eventuale intervento statunitense o israelo-americano in Iran rappresenterebbe un rischio enorme per il Pakistan. Se Stati Uniti e Israele arrivassero a esercitare una forte influenza sull’Iran, Paese che confina direttamente con il Pakistan, Islamabad si ritroverebbe stretta tra due “nemici strategici”: l’India a est e un Iran ostile o controllato da Usa/Israele a ovest. Uno scenario del genere metterebbe in pericolo la sicurezza nazionale pakistana e destabilizzerebbe ulteriormente l’intera regione. E qui vi ricordo una cosa fondamentale: il Pakistan è una potenza nucleare. Ignorare questo dato significa sottovalutare il rischio che una crisi regionale possa trasformarsi in una minaccia globale, con conseguenze che andrebbero ben oltre i confini dell’Asia meridionale. Quindi tutto questo caos legato al “regime change” non riguarda solo l’Iran, ma investe direttamente anche la stabilità del Pakistan. L’auspicio è che lo Stato pakistano riesca a gestire questa fase delicata con la stessa lucidità dimostrata durante il recente conflitto tra India e Pakistan: attraverso diplomazia, intelligenza strategica e nuove alleanze, mettendo però sempre al centro il proprio interesse nazionale e, prima di tutto, la sicurezza del Paese. L'articolo Nel caos del ‘regime change’ in Iran, il Pakistan resta fragile e circondato: l’instabilità è un rischio enorme proviene da Il Fatto Quotidiano.
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