La Francia verso un nuovo scandalo sanitario che potrebbe assumere dimensioni
internazionali? Due neonati sono morti a distanza di pochi giorni dopo essere
stati alimentati con latte artificiale: un bimbo, nato il 25 dicembre e morto
l’8 gennaio a Pessac, vicino a Bordeaux, e una bimba, nata il 23 dicembre, morta
pochi giorni dopo a Angers. Entrambi avevano bevuto il latte, potenzialmente
contaminato da batteri, della marca Guigoz prodotto da Nestlé, il gigante
svizzero dell’agroalimentare già coinvolto in Francia nello scandalo dell’acqua
in bottiglia venduta come “minerale naturale”, ma che invece aveva subito dei
trattamenti di disinfezione usati normalmente per l’acqua del rubinetto.
Entrambi i neonati erano stati ricoverati d’urgenza in ospedale per disturbi
digestivi, vomito e diarrea, con complicazioni gravi. In causa, la possibile
presenza nel latte artificiale della cereulide, una tossina prodotta dal
microrganismo Bacillus cereus che sarebbe quindi all’origine dell’intossicazione
alimentare. Sentita stamattina su BFM Tv, Stéphanie Rist, la ministra della
Salute, ha assicurato che tutti i lotti sospetti sono stati ritirati dal mercato
e ha invitato i genitori “a non entrare nel panico”. Ieri, in un comunicato, il
ministero dell’Agricoltura ha segnalato un’allerta sanitaria “di ampia portata,
ancora in evoluzione”, assicurando di aver attivato un “monitoraggio costante”
della situazione.
Due inchieste giudiziarie sono state aperte, a Bordeaux e Angers, ed il Centro
nazionale di crisi sanitarie (CCS), che fa capo al ministero della Salute, ha
avviato l’analisi dei prelievi tossicologici, i cui risultati non sono ancora
noti, per cui, secondo le autorità, il legame di causa effetto tra la
somministrazione del latte e il decesso dei neonati non è accertato. Nel
frattempo Nestlé ha ritirato numerosi lotti – di latte liquido della marca
Guigoz e in polvere della marca Nidal – in una sessantina di Paesi. Anche in
Italia, a inizio gennaio, Nestlé Italiana aveva volontariamente richiamato
alcuni lotti di prodotti per l’infanzia “in applicazione del principio di
precauzione“. Nelle ultime ore il caso si è allargato, coinvolgendo anche i
gruppi francesi Lactalis – già indagato dal 2023 per l’epidemia di salmonella
nelle formule per lattanti del 2017-2018 – e Danone – la cui azione sta
crollando in Borsa in queste ore. Lactalis ha annunciato di aver richiamato sei
lotti di latte in polvere per neonati della marca Picot, venduti in farmacia e
nei supermercati, in più di una quindicina di Paesi, tra cui oltre la Francia,
anche Grecia, Cina, Australia e Messico. Danone “a titolo precauzionale” ha
ritirato confezioni di latte del marchio Dumex.
Oggi tutti i media francesi pubblicano nei dettagli i numeri dei lotti
potenzialmente contaminati. Ma intanto due neonati sono morti. E, stando a fonti
della stampa francese, il ministero era al corrente dei rischi già dal 16
gennaio: il “denominatore comune” tra tutti i casi sospetti è “una materia prima
fornita da un produttore in Cina”. Stando alla Ong Foodwatch si tratterebbe
dell’acido arachidonico (ARA), fonte di omega-6, la cui sintesi è “strettamente
regolamentata in Europa”. Il nome del fornitore cinese non è stato reso noto.
Diverse Ong hanno denunciato la lentezza con cui Nestlé ha reagito: il latte in
questione può essere stato somministrato nel frattempo “a migliaia o milioni di
neonati nel mondo”. Foodwatch ha sporto denuncia e, in un post su X, ha accusato
Nestlé di non essere stato “trasparente”, mentre i sospetti della contaminazione
erano già concreti, ritirando il prodotto dagli scaffali “col contagocce” e “in
sordina”, senza informare correttamente i consumatori, per evitare lo scandalo:
“Già dal primo dicembre c’erano segnali forti della presenza di cereulidi in
alcune confezioni di latte per neonati a livello europeo – ha detto Ingrid
Kragl, direttrice dell’informazione di Foodwatch -. Gli Stati membri erano stati
avvisati. Nestlé era stata allertata dal proprio fornitore già a dicembre. Una
situazione inaccettabile – ha aggiunto -, dal momento che la legge prevede, dal
2002 e dall’epidemia della mucca pazza, che la tracciabilità a tutela dei
consumatori – e a maggior ragione dei più piccoli – debba essere immediata”. A
metà gennaio, l’amministratore delegato del gruppo svizzero, Philipp Navratil,
ha presentato le sue scuse “per le preoccupazioni causate ai genitori e ai
clienti”.
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Guigoz (Nestlè): aperte due inchieste giudiziarie proviene da Il Fatto
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“Non possiamo escludere che il decesso del primo figlio sia stata una morte
endouterina fetale, assolutamente non possiamo dire che questo bimbo
‘sicuramente non è nato morto'”. Il caso di Chiara Petrolini, la ragazza di
Traversetolo accusata di aver ucciso e sepolto i cadaveri di due suoi figli
neonati, ha visto oggi una nuova importante testimonianza davanti alla Corte
d’Assise di Parma. La dottoressa Immacolata Blasi, ginecologa e consulente della
difesa, ha dichiarato che non è possibile escludere la possibilità che la morte
del primo figlio, partorito nel 2023, possa essere stata una morte endouterina
fetale. Secondo la dottoressa, non si può affermare con certezza che il bambino
non fosse morto nel grembo materno prima del parto.
La ginecologa ha sottolineato che, in base alle visite effettuate e alle sue
osservazioni, non ci sono elementi certi che indichino un decesso post-nascita,
contrariamente a quanto sostenuto dall’accusa. Il caso ha visto anche un altro
punto di discordia tra le consulenze degli esperti. La dottoressa Blasi, che
visitò Chiara Petrolini a fine agosto 2024 dopo la nascita del secondo figlio,
ha fornito una ricostruzione differente da quella dell’accusa.
Durante la visita, la ginecologa osservò che “i genitali della ragazza
sembravano quelli di una persona che non ha partorito”, suggerendo che il
secondo feto fosse molto probabilmente piccolo e appartenesse a un bambino al di
sotto del decimo percentile di peso. Questo, secondo la Blasi, comporta un
maggiore rischio di sofferenza fetale, e potrebbe spiegare la difficoltà di
portare il bambino a termine in maniera sana. La tesi difensiva sostiene dunque
che anche il primo feto potesse essere piccolo e fragile, aumentando la
probabilità di complicazioni durante la gravidanza.
Queste affermazioni contrastano con la relazione dei periti dell’accusa,
Valentina Bugelli, medico legale, e Francesca Magli, antropologa forense. Nella
loro relazione, i due esperti sostengono che il primo neonato, sebbene nato
vivo, sarebbe stato successivamente ucciso. Gli inquirenti accusano Chiara
Petrolini di aver causato la morte del bambino dopo il parto, contrariamente
alla versione della giovane madre, che ha sempre sostenuto di aver trovato il
bambino privo di vita e di non averlo mai visto respirare: “Ho provato a
scuoterlo, non respirava e l’ho messo nel giardino”.
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della ginecologa di parte al processo di Chiara Petrolini proviene da Il Fatto
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