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“Chiara Petrolini immatura e fragile ma capace di intendere e di volere”, le conclusioni della perizia psichiatrica sulla 22enne accusata di duplice infanticidio
Immatura, fragile ma capace di intendere e volere. La Corte d’assise di Parma aveva disposto una perizia psichiatrica su Chiara Petrolini, la 22enne accusata di aver ucciso e sepolto i suoi due figli neonati, nati a un anno di distanza l’uno dall’altro. La perizia, condotta dalle psichiatre Marina Carla Verga e Laura Ghiringhelli, ha concluso che la giovane imputata era pienamente capace di intendere e di volere. Le perite non hanno riscontrato patologie psichiatriche che possano aver inciso sulla sua capacità di agire consapevolmente, nemmeno in relazione alla gravità degli atti di cui è accusata. LA VALUTAZIONE PSICHIATRICA Le due esperte hanno affermato che Chiara Petrolini era in grado di stare in giudizio, ma hanno anche sottolineato come la giovane presenti un quadro psicologico complesso. Secondo le psichiatre, la ragazza risulta immatura sotto vari aspetti. “Rispetto al comportamento osservabile, appare infantile, con atteggiamenti e modi di esprimersi che non sempre sono adeguati al contesto”, scrivono le perite. Petrolini non avrebbe raggiunto in pieno le tappe evolutive della sua età e, a loro avviso, avrebbe un adattamento superficiale alla vita adulta. “Mostra un’immagine di sé stessa iperadattata, ma in realtà c’è una forte dissonanza tra la sensazione soggettiva e l’immagine che vuole mostrare agli altri”, si legge nel documento. Questo immaturo sviluppo psicologico, seppur non ritenuto patologico, è stato ritenuto sufficiente a influire sul comportamento della giovane, ma non al punto da ridurre la sua responsabilità penale. IL PROFILO PSICOLOGICO E LA FRAGILITÀ NARCISISTICA A completare il quadro psichiatrico di Chiara Petrolini contribuisce anche la relazione dello psicologo e psicoterapeuta Mauro Di Lorenzo, che su richiesta delle due perite nominate dalla corte di assise di Parma ha preso parte ai colloqui e svolto con la giovane imputata un approfondimento psicodiagnostico, somministrando test alla 22enne L’esperto ha sottolineato come la giovane presenti una fragilità di natura narcisistica, che si manifesta in un profondo vissuto di vulnerabilità e nella paura di essere danneggiata dagli altri. Petrolini, secondo il rapporto, tende a ritirarsi dalle relazioni per evitare di mostrare le sue reali caratteristiche, preferendo vivere in una condizione di isolamento emotivo. “Se ferita o disconfermata a livello del proprio valore, Chiara può lasciare emergere una rabbia vendicativa non commisurata alla situazione“, ha scritto Di Lorenzo. Questo comportamento potrebbe spiegare la violenza del gesto, che viene descritto come una reazione a un vissuto di rifiuto o frustrazione. Nonostante le sue fragilità psicologiche, la perizia non ha escluso la possibilità che Chiara Petrolini abbia agito in modo lucido e razionale al momento degli omicidi. IL DUPLICE INFANTICIDIO: NESSUNA GIUSTIFICAZIONE Le perite, inoltre, hanno escluso qualsiasi tipo di giustificazione psicologica che possa spiegare il “ripetersi” del gesto. Petrolini ha infatti dichiarato di aver cercato la seconda gravidanza dopo aver vissuto il trauma della morte del primo figlio, definendo il secondo bambino come una “rivincita” verso se stessa. Tuttavia, le psichiatre non hanno ritenuto queste spiegazioni sufficienti a comprendere la ripetizione del comportamento omicida. Non vi sarebbe un rischio maggiore che la giovane possa ripetere l’atto, né tantomeno un trauma che possa averne facilitato la ripetizione. Inoltre, le perite hanno escluso che il gesto fosse motivato da una valenza strumentale o da una sorta di “sfida” nei confronti della società o delle autorità, come qualche esperto aveva inizialmente ipotizzato. Non sarebbe stato un tentativo di “farsi notare” o di ottenere attenzione attraverso un gesto eclatante. La personalità di Chiara Petrolini risulta dunque essere quella di una giovane donna fragile, ma capace di compiere azioni volontarie e consapevoli. Differenti le conclusioni delle consulenti della difesa, per la ginecologa incaricata dagli avvocati dell’imputata: non si può escludere che il primo bambino sia morto prima del parto, per la psichiatra e psicoterapeuta la giovane presenta “una personalità con caratteristiche miste, riconducibili a disturbi di tipo ‘dipendente, evitante, ossessivo, depressivo e dissociativo'”. La perizia psichiatrica sarà oggetto di discussione durante l’udienza del 13 febbraio, quando si proseguirà con il dibattimento. L'articolo “Chiara Petrolini immatura e fragile ma capace di intendere e di volere”, le conclusioni della perizia psichiatrica sulla 22enne accusata di duplice infanticidio proviene da Il Fatto Quotidiano.
Giustizia
Infanticidio
Parma
Perizia
“Non possiamo escludere la morte prima del parto”, la testimonianza della ginecologa di parte al processo di Chiara Petrolini
“Non possiamo escludere che il decesso del primo figlio sia stata una morte endouterina fetale, assolutamente non possiamo dire che questo bimbo ‘sicuramente non è nato morto'”. Il caso di Chiara Petrolini, la ragazza di Traversetolo accusata di aver ucciso e sepolto i cadaveri di due suoi figli neonati, ha visto oggi una nuova importante testimonianza davanti alla Corte d’Assise di Parma. La dottoressa Immacolata Blasi, ginecologa e consulente della difesa, ha dichiarato che non è possibile escludere la possibilità che la morte del primo figlio, partorito nel 2023, possa essere stata una morte endouterina fetale. Secondo la dottoressa, non si può affermare con certezza che il bambino non fosse morto nel grembo materno prima del parto. La ginecologa ha sottolineato che, in base alle visite effettuate e alle sue osservazioni, non ci sono elementi certi che indichino un decesso post-nascita, contrariamente a quanto sostenuto dall’accusa. Il caso ha visto anche un altro punto di discordia tra le consulenze degli esperti. La dottoressa Blasi, che visitò Chiara Petrolini a fine agosto 2024 dopo la nascita del secondo figlio, ha fornito una ricostruzione differente da quella dell’accusa. Durante la visita, la ginecologa osservò che “i genitali della ragazza sembravano quelli di una persona che non ha partorito”, suggerendo che il secondo feto fosse molto probabilmente piccolo e appartenesse a un bambino al di sotto del decimo percentile di peso. Questo, secondo la Blasi, comporta un maggiore rischio di sofferenza fetale, e potrebbe spiegare la difficoltà di portare il bambino a termine in maniera sana. La tesi difensiva sostiene dunque che anche il primo feto potesse essere piccolo e fragile, aumentando la probabilità di complicazioni durante la gravidanza. Queste affermazioni contrastano con la relazione dei periti dell’accusa, Valentina Bugelli, medico legale, e Francesca Magli, antropologa forense. Nella loro relazione, i due esperti sostengono che il primo neonato, sebbene nato vivo, sarebbe stato successivamente ucciso. Gli inquirenti accusano Chiara Petrolini di aver causato la morte del bambino dopo il parto, contrariamente alla versione della giovane madre, che ha sempre sostenuto di aver trovato il bambino privo di vita e di non averlo mai visto respirare: “Ho provato a scuoterlo, non respirava e l’ho messo nel giardino”. L'articolo “Non possiamo escludere la morte prima del parto”, la testimonianza della ginecologa di parte al processo di Chiara Petrolini proviene da Il Fatto Quotidiano.
Giustizia
Infanticidio
Parma
Neonati
Risolto il mistero degli animali in bottiglia: ecco come è stato possibile infilare corpi così grandi attraverso il foro stretto
Dopo quasi tre secoli trova finalmente risposta uno dei misteri più affascinanti della museologia naturalistica italiana. Uno studio pubblicato sulla rivista Museologia scientifica ricostruisce la tecnica utilizzata nel Settecento da padre Jean Baptiste Fourcault per realizzare la singolare collezione tassidermica oggi conservata al Museo di Storiografia Naturalistica dell’Università di Parma (MUST). Grazie a indagini radiografiche e tomografie assiali, i ricercatori hanno dimostrato che l’apparente impossibilità tecnica di inserire animali di grandi dimensioni in ampolle di vetro a collo stretto era il risultato di un raffinato artificio progettuale, concepito per ingannare lo sguardo dell’osservatore. La collezione Fourcault è ciò che resta dell’antico Gabinetto ornitologico settecentesco del frate dell’Ordine dei Minimi, figura centrale nella fondazione del museo parmense. Gli esemplari, custoditi in ampolle di vetro realizzate appositamente, appaiono tuttora perfettamente conservati. Ogni ampolla presenta una piccola imboccatura, sigillata dall’autore dopo l’introduzione dell’animale e degli elementi scenografici, creando un effetto visivo che per secoli ha posto una domanda irrisolta: come era stato possibile inserire corpi più grandi del foro di accesso senza danneggiarli? A chiarire l’enigma è stato un lavoro interdisciplinare firmato dal direttore scientifico del MUST Davide Persico, da Maria Amarante del Sistema Museale di Ateneo e Archivio Storico, dalla docente di Scienze medico-veterinarie Antonella Volta e dalla laureanda Alice Giovagnoni. Le moderne tecniche di imaging non invasivo hanno permesso di osservare l’interno delle ampolle senza alterarne la struttura, rivelando una soluzione tanto semplice quanto ingegnosa. Il foro visibile non era infatti l’apertura reale, ma un’apertura apparente, ottenuta applicando un colletto di vetro sovrapposto al collo originario dell’ampolla e fissato tramite gli elementi lignei del tappo. L’apertura reale, larga fino a tre volte quella visibile, consentiva il passaggio di parti rigide come i crani degli animali e di oggetti in legno, scoperti essere stati introdotti in più componenti e assemblati solo successivamente all’interno. I corpi degli animali, invece, venivano preparati per essere compressi e modellati durante l’inserimento. Ogni dettaglio era poi accuratamente mascherato: le linee di giunzione del vetro erano nascoste da eleganti cordicelle decorative, mentre quelle degli oggetti lignei venivano celate con carteggi incollati. Il risultato era un’illusione perfetta, capace di stupire e disorientare generazioni di osservatori. Come sottolineano gli autori nelle conclusioni, le “campane” di Fourcault non sono soltanto un sofisticato esempio di tassidermia storica, ma veri e propri oggetti museali artistici, concepiti con la consapevole intenzione di fondere scienza, estetica e inganno visivo. Un patrimonio che oggi, grazie alla ricerca scientifica, restituisce non solo una tecnica dimenticata, ma anche la modernità dello sguardo di chi, già nel Settecento, concepiva il museo come luogo di meraviglia, conoscenza e narrazione. Link alla rivista scientifica: https://www.anms.it/upload/rivistefiles/MS_19-2025___completo.pdf L'articolo Risolto il mistero degli animali in bottiglia: ecco come è stato possibile infilare corpi così grandi attraverso il foro stretto proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Parma
“Cassano tradì un patto e andò sotto la curva, io scesi dalla tribuna di corsa convinto di prenderlo a pugni”: il racconto di Lucarelli
“Presidente, ds, tutti. Mi hanno lasciato solo a combattere. È stato un anno tremendo. A un certo punto non avevamo nemmeno più i soldi per l’acqua o per andare in trasferta”. A parlare è Alessandro Lucarelli, fratello di Cristiano ed ex bandiera del Parma. Il riferimento è proprio al Parma e alla stagione 2014/15, quella del fallimento prima di ripartire dalla Serie D. “Noi ci allenavamo e intanto una gru portava via strutture e materiali della società. Sembrava un film di Fantozzi. Invece era vero: un incubo a occhi aperti”, ha raccontato a La Gazzetta dello Sport. Lucarelli è stato una bandiera del club ducale ed è rimasto anche dopo il ritiro, fino ad agosto 2025, ricoprendo il ruolo di direttore dell’area prestiti. “Sono stato mandato via senza avere una spiegazione chiara. L’ho trovata una mancanza di rispetto grave, sia per me come persona che per quello che ho rappresentato per la città di Parma”. Nel 2013/14 – ultimo anno con Tommaso Ghirardi alla presidenza – il Parma arrivò sesto, si qualificò in Europa League ma non la giocò per l’assenza della licenza Uefa. Nel 2014/15 successe di tutto, prima del fallimento. A un certo punto della stagione arrivò Giampietro Manenti, che si presentò con una conferenza stampa che fece il giro del mondo e che ancora oggi è spesso ricordata sui social. “Un pagliaccio. Fece quella conferenza stampa dal nulla, senza essersi presentato a nessuno. Poi venne in spogliatoio con un foglio bianco con scritto “100 milioni“. Dopo due settimane, ci disse che avevano sbagliato Iban a cui mandare i soldi. Io andai in banca e lo chiamai da lì… non sa quante gliene ho dette…”. Furono mesi in cui Lucarelli ha spiegato di esser rimasto deluso da tanti: società, calciatori, ds. “Più di Ghirardi mi hanno deluso i giocatori che rifiutarono di abbassarsi l’ingaggio. E poi, in città o nelle interviste, facevano quelli innamorati del Parma. Mi fanno schifo. Non serve fare nomi, loro sanno a chi mi riferisco”. Tra questi anche Antonio Cassano: “Quello di Antonio è un caso a parte. Lui scelse di andare via e questo ci sta, ma sbagliò a tradire un patto fatto nello spogliatoio”. Patto che lo stesso Lucarelli ha deciso di rivelare: “Io avevo proposto alla squadra di aspettare prima di mettere in mora la società. Antonio, invece, fece di testa sua. Alla vigilia di una partita col Cesena andò da un giornale a raccontare tutto. Poi andò sotto la curva a parlare con i tifosi, proprio lui che non aveva mai voluto farlo. Mirante gli urlò “puoi smettere di fare il fenomeno Anto”. Io ero squalificato e scesi dalla tribuna di corsa: andai in spogliatoio convinto di prenderlo a pugni. Per sua fortuna ci separò Luca Bucci, allora preparatore dei portieri. Tempo due giorni e rientrò tutto. Noi ci chiarimmo, ma lui scelse ugualmente di rescindere e andare via”. L'articolo “Cassano tradì un patto e andò sotto la curva, io scesi dalla tribuna di corsa convinto di prenderlo a pugni”: il racconto di Lucarelli proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Parma
Antonio Cassano
Violenza sessuale e molestie sul lavoro, sentenza storica a Parma: regista e teatro condannati a pagare 100mila euro
Violenza sessuale e molestie su un palco teatrale e scatta il risarcimento da 100mila euro. Lo scorso novembre il Tribunale del Lavoro di Parma ha emesso una sentenza storica condannando un noto regista, e il teatro che lo ospitava, a risarcire i danni materiali a due studentesse che hanno frequentato un corso di alta formazione teatrale finanziato dalla Regione Emilia-Romagna. Sono Federica Ombrato e Veronica Stecchetti ad aver denunciato nel 2019 gli abusi subiti durante il corso tenutosi al Teatro Due di Parma, recandosi alla Casa delle donne sempre del capoluogo emiliano. Pratica poi presa in carica dai legali delle associazioni Differenza Donna e Amleta che hanno seguito il caso fino alla sentenza. La condanna, infatti, prevede risarcimenti rispettivamente per la Ombrato di 25mila euro e per la Stecchetti di 85mila. Una sentenza in sede civile (si hanno 12 mesi per denunciare penalmente e si è quindi ricorsi al Tribunale del Lavoro ndr) che riconosce per la prima volta la molestia come discriminazione sul luogo di lavoro, ma anche danno e responsabilità del teatro come datore di lavoro nel prevenire atti considerati fuorilegge. Se il nome del regista è oscurato nella sentenza – mentre in realtà sui social il notissimo e storico regista del Teatro Due viene citato apertamente – quello del spazio teatrale, il celebre Teatro Due di Parma è invece finito nell’occhio del ciclone. La Fondazione ha interrotto ogni rapporto formale con il regista chiamato in giudizio da tempo, ma delle associazione di tutela delle donne è stato chiesto che anche solo a titolo simbolico vi fossero le dimissioni del Cda. La direttrice della fondazione, Paola Donati, interpellata dalla Gazzetta di Parma ha dichiarato che non intende fare passi indietro. “Il regista ha agito di nascosto, fuori dai luoghi del teatro e la prima denuncia in Procura è stata quella della Fondazione”, ha sostenuto il Cda parmense in un comunicato ufficiale lo scorso 5 dicembre. Insomma, a quanto puntualizzato dalla Fondazione Teatro Due, il celebre regista sarebbe già stato allontanato da tempo dal giro di produzioni e messe in scena del teatro, fin dal luglio del 2021, quando, spiegano sempre nel comunicato, la Fondazione ha ricevuto “una pec dai legali dello studio Lavoro Vivo (…) in cui veniva riferito di testimonianze concernenti le condotte del regista e si richiedeva un intervento urgentissimo”. Teatro Due ha fin dal luglio 2021 chiuso ogni legame con il regista in questione. Inoltre, la Fondazione continua a sostenere che molestie e violenze sono accadute “in contesti esterni ed estranei al teatro”. E ha annunciato che “farà appello contro la sentenza”. Negli ultimi giorni la polemica è però riscoppiata in consiglio regionale, dove il consigliere di Fratelli d’Italia, Priamo Bocchi, ha chiesto ufficialmente la revoca dell’accreditamento – quindi dei contributi pubblici – al teatro di Parma. L’assessora Pd alla Cultura Gessica Allegni ha risposto che “la Regione farà verifiche. Attiveranno un procedimento destinato a verificare la sussistenza o meno delle cause di revoca”. Secondo l’opposizione, l’intervento è necessario: “Ci sono 40 testimonianze, si parla di un sistema radicato non episodico all’interno di questa Fondazione. Parliamo di gestione di fondi pubblici”, ha proseguito Bocchi aggiungendo che nel verbale della sentenza “sono riportate le testimonianze delle vittime e delle testimoni dalle quali si evince che una violenza sessuale commessa dal regista, per un rapporto non consensuale e imposto, ai danni di un’attrice, sarebbe avvenuta nel 1998. Altri episodi di violenze sarebbero avvenuti nel 2007 e nel 2014”, oltre a una teste “che lavorava nel teatro, almeno dal 2018, che era stata messa in guardia e le era stato detto di stare lontano dal regista per evitare situazioni spiacevoli”. Nelle scorse ore è stata di nuovo la Fondazione Teatro Due a promuovere un nuovo incontro pubblico giovedì 18 dicembre alle 19 per “fare alcune riflessioni attorno a quanto si sta dibattendo in questi giorni su procedimenti giudiziari e posizione del teatro”. L'articolo Violenza sessuale e molestie sul lavoro, sentenza storica a Parma: regista e teatro condannati a pagare 100mila euro proviene da Il Fatto Quotidiano.
Diritti
Discriminazione
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Molestie al Teatro Due di Parma: quel che poteva essere un MeToo tutto italiano è emerso troppo a fatica
Un regista dal curriculum prestigioso, un teatro storico, una vicenda di violenze e ricatti sessuali che parla in modo diretto al presente: ci sarebbe stato tutto ciò che serve per aprire le prime pagine dei quotidiani o i telegiornali della sera. E invece no. La storia è emersa a fatica, a piccoli passi, confinata alla cronaca locale come se attorno al nome del regista e all’istituzione teatrale coinvolta si fosse alzata una cortina di nebbia protettiva. Quello che avrebbe potuto diventare un Me Too tutto italiano sembra destinato, ancora una volta, a infrangersi contro un muro di silenziamento. In gioco c’è una questione centrale e drammaticamente attuale: la violenza sessuale nei luoghi di lavoro. Una delle forme maggiormente sommerse di abuso di potere che mina il diritto delle donne di realizzare ambizioni e progetti o anche solo il diritto di avere un lavoro senza doversi difendere da prestigiosi e illustri predatori. Se ne parla soprattutto a Parma, nella città in cui i fatti sono avvenuti, ricostruiti in sede giudiziaria al termine di una lunga causa di lavoro durata sei anni e conclusasi con tre sentenze. I giudici hanno condannato un regista di chiara fama, e dal curriculum a dir poco prestigioso e la Fondazione Teatro Due: dovranno risarcire due attrici per danno biologico, morale ed esistenziale in seguito a violenze sessuali. La lettura delle sentenze che hanno ricostruito i fatti è profondamente perturbante. Le violenze sono avvenute nel 2019, dopo l’avvio di un corso di alta formazione finanziato dalla Regione Emilia-Romagna. Mesi di vessazioni, umiliazioni e ricatti sessuali. “Se lo decido io, tu non metti più piede in nessun teatro d’Italia” era solito dire il regista alle giovani iscritte che avevano aderito al corso con il sogno di recitare. Quando due attrici hanno deciso di rivolgersi all’autorità giudiziaria, si sono scontrate con il limite della prescrizione: i termini per la denuncia penale erano scaduti. Ma non si sono arrese. Con il sostegno delle associazioni Differenza Donna e Amleta e di Sonia Alvisi, consigliera di parità della Regione Emilia-Romagna, hanno intrapreso una causa di lavoro contro il regista e la direzione del teatro. Una causa vinta non solo per loro stesse ma per tutte le donne. Una di loro ha commentato così la condanna: “Non gioisco per la sentenza, perché so che uomini e donne all’interno di quel teatro sono rimasti in silenzio. Hanno ignorato le mail e le richieste di aiuto, hanno voltato lo sguardo davanti a giovani attrici in lacrime, non hanno risposto ai dubbi e alle manifestazioni di disagio. Si sono invece impegnati a proteggere l’immagine glorificata di un regista descritto come geniale, potente, intellettualmente affascinante. È proprio in virtù di questa immagine che la violenza si è consumata, tutelata da una narrazione che chiarisce subito le gerarchie: voi non siete nulla, lui è il re e dovete solo ringraziare di essere al suo cospetto”. Ma alle spalle di quella presunta regalità si muoveva un oceano di miseria. Il Consiglio di amministrazione del Teatro Due, nei giorni scorsi, ha respinto ogni responsabilità, annunciando di ricorrere contro la sentenza. Eppure i giudici ritengono che la direzione del teatro sapeva e avrebbe dovuto intervenire per prevenire il ripetersi delle violenze. La giudice del tribunale civile di Parma, sezione del lavoro, Ilaria Zampieri, scrive nella sentenza del 20 settembre 2025: E’ altamente inverosimile ipotizzare che, avendo tali accadimenti assunto una portata tale da essere conosciuti anche dagli Uffici staff dell’amministrazione del Teatro Due, gli stessi fossero ignorati dai vertici dell’Ente e che essendo emersi ‘plurimi indizi di gravissimi episodi accertati nella causa, i vertici del teatro avrebbero dovuto approfondire tale situazione, essendo, sotto tale profilo superfluo rilevare che il solo sospetto di condotte inappropriate avrebbe imposto di adottare cautele virtuose e di attivare, informali consultazioni che favorissero l’emersione di eventuali abusi. Sconcerta il clima di impunità e omertà nel quale il regista ha potuto agire per anni. Durante il processo sono emerse testimonianze di altre vittime che hanno raccontato molestie subite nel 2007 e nel 2014. Secondo Differenza Donna, si tratta solo di una parte di una lunga catena di abusi che, dal 1998, coinvolgerebbe decine di attrici. Marco Deriu, sociologo e attivista dell’associazione Maschi che si Immischiano e Maschile Plurale scrive: “In una mentalità sessista il prestigio e il potere vengono facilmente tradotti in presunti diritti di controllo e di dominazione sessuale sui corpi delle donne. L’immaginario patriarcale dell’harem non è scomparso: si è modernizzato. Più ci si percepisce potenti, più si ritiene di avere una riserva di caccia. Molte forme di abuso sessuale richiamano più il godimento del potere e della dominazione che quello del piacere sessuale in quanto tale. Tale godimento si estende al controllo e all’amministrazione delle vittime nelle loro vite private anche al di fuori del proprio diretto coinvolgimento”. Ci si chiede se il mondo dello spettacolo sia particolarmente difficile per le donne. L’associazione Amleta, fondata nel 2020 per contrastare la disparità di genere, la violenza e le molestie nel settore, ha raccolto in pochi anni dei dati eloquenti: il 93% delle vittime di violenze sessuali sono donne; i ricatti provengono soprattutto da registi (41,26%), attori (15,7%), produttori (6,28%), insegnanti (5,38%), seguiti da casting director, agenti, aiuto registi, giornalisti, tecnici e, in alcuni casi, perfino spettatori. Ma i ricatti sessuali sul lavoro non riguardano solo il mondo dello spettacolo. Mesi fa, a Piacenza, è emersa un’altra vicenda analoga. Questa volta in ambito sanitario: Emanuele Michieletti, primario di radiologia dell’ospedale Guglielmo da Saliceto, è stato licenziato per giusta causa a fronte di accuse gravissime — violenza sessuale aggravata e atti persecutori — con 32 casi documentati in appena 45 giorni da intercettazioni della Procura. Nemmeno il mondo del giornalismo ne è immune. Nel 2015, il libro Toglimi le mani di dosso, scritto da una stagista sotto lo pseudonimo Olga Ricci, raccontò dell’ennesimo sultano che, nei panni del direttore di un quotidiano, prendeva in ostaggio i sogni di giovani donne col ricatto sessuale. Ne parlarono non più di due o tre quotidiani (io ne scrissi sul Fatto quotidiano) poi su quella denuncia calò un silenzio confortevole. Scrive ancora Marco Deriu sulla vicenda di Parma: “Se è vero che certe forme di ignoranza possono riprodurre stereotipi e modelli sessisti, dall’altra parte la violenza molto spesso, si giova e approfitta del ruolo e della posizione dell’abusante e della sua disponibilità di amministrare risorse economiche, culturali, sociali e simboliche. Quindi una diseguale distribuzione di risorse può essere sia causa che conseguenza della violenza di genere”. E’ uno schema che si ripete: l’asimmetria di potere tra uomini e donne è la linfa che nutre le discriminazioni, ricatti e violenze sessuali che spesso non vengono denunciate perché chi ha prestigio sociale gode sempre di omertà, protezioni e tolleranza sociale mentre le vittime vengono isolate e spesso subiscono vicitim blaming. E come spesso accade, la denuncia corale e la rete tra donne porta allo svelamento e rompe il muro di silenzio che nasconde le miserie umane e sessuali del potente di turno. L'articolo Molestie al Teatro Due di Parma: quel che poteva essere un MeToo tutto italiano è emerso troppo a fatica proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Condannato per molestie il regista del Teatro Due: ora la città di Parma si comporterà da comparsa o protagonista?
Parma è scossa, turbata, indignata, fiera, orgogliosa che “noi queste cose non si fanno!”. Lo sapevano tutti, è la frase che circola più di ogni altra. Tutti chi? Sapere cosa? Che sua altezza il regista, noto come il prezzemolo ma innominabile come una bestemmia (non si può dire il nome per sentenza del Tribunale del lavoro, anche se è facile, facilissimo saperlo, anzi lo sanno tutti), insomma che per anni ha approfittato della sua posizione per usare violenza ad aspiranti attrici. Il Teatro Due, teatro dei fatti e condannato, esce dall’anonimato perché non ci sta e contrattacca in appello: noi all’oscuro di tutto, mai saputo, fatti avvenuti altrove. La città oscilla in balia dell’onda emotiva, ora si agita ma poi la rabbia lascerà il posto al silenzio, il silenzio ingoierà rospi cui Parma non è nuova, ma si adegua, come sa fare una piccola città dai poteri forti e interpreta l’imbarazzo della verità passando oltre, come quando schifi il mendicante all’ingresso del ristorante (pezzente). Maurizio Chierici, giornalista vero come Parma non ne ha più da tempo, quarant’anni fa scriveva sul Corriere della Sera: “La città resta quella di sempre, molte vetrine e pochi retrobottega”. Dopo quarant’anni splendono serrande abbassate e luccicano vetrine dei mille festival che si susseguono. Eppure la sentenza di questo sordido presente è storica: una sentenza civile del lavoro riconosce l’abuso di potere di chi ha chiesto sesso in cambio di promesse e la responsabilità di chi avrebbe dovuto vigilare. Molestie in teatro: scandalo. Accade ovunque. Accade continuamente. Uomini che fanno male alle donne. E il teatro non fa differenza: anche nel cinema, in ufficio, al centro commerciale, in ospedale, in fabbrica, tra un nome importante e il lavoratore qualunque non c’è differenza: questa cultura è sistema. Io sono io e tu sei mia. La Casa delle Donne di Parma non si fa attendere, unica voce che si alza al di sopra del coro prudente (opinione pubblica locale, puritana e opportunista: decidere se schierarsi conviene oppure no). E’ alla Casa delle Donne di Parma che due delle attrici che hanno subito raccontano in pubblico il ricatto sessuale; è alla Casa delle Donne che si costruisce la volontà di non retrocedere dall’indignazione e promuovere un cambiamento. > Visualizza questo post su Instagram > > > > > Un post condiviso da Casa delle donne Parma (@casa_delle_donne_parma) Cosa farà Parma? Tutti sapevano, nessuno parlava. E’ la storia di malanova, cattiva notizia, puttana. E’ la storia, vera, di Anna Maria, la ragazzina stuprata nel paesino in cui tutti sapevano, ma nessuno diceva. E quando Anna Maria deciderà di ribellarsi la giustizia le darà ragione, ma il paese la condannerà e diventerà malanova. Sarà costretta ad andarsene, colpevole per l’opinione pubblica di aver trasformato una piccola comunità in un paese di stupratori. Cosa farà Parma? Lascerà scorrere questa piena putrida in attesa della quiete della normalizzazione? Cosa è disposta a fare? Perchè non basta il coraggio, ci vuole consapevolezza, come ha detto Veronica, una delle due attrici alla Casa delle Donne di Parma pochi giorni fa. Tutti sapevano, nessuno diceva. Ora sono in tanti a voler cambiare le cose, ma cosa siano disposti a fare è tutto da dimostrare. Per andare contro questa odiosa cultura del maschio predatore occorre essere disposti a perdere qualcosa, perchè una battaglia non è senza conseguenze e in una città piccola come Parma dove tutti siamo legati a doppio filo con l’altro… forse ribellarsi non conviene. Cosa farà la città che ora si sente vittima di un copione già visto? Perché non è solo un regista di cui si vuole la pelle, né un CdA di cui si chiede le dimissioni, ma è l’occasione per decidere che ruolo avere in questo spettacolo indecente: protagonista o comparsa? Gisèle Pelicot, vittima di stupro di massa per una decina d’anni, ha denunciato e rinunciato all’anonimato cui aveva diritto. Hanno detto di lei che è stata coraggiosa, lei ha risposto: “No, è la volontà di rompere il muro di omertà contro la cultura dello stupro e la vergogna di chi si sente in colpa”. Che ne sarà della vetrina-Parma, ma soprattutto: quanto ci vorrà prima che nel foyer ducale si passi da “Tutti sapevano” a “Se la sono cercata?” E infine: noi uomini quando faremo i conti con la nostra fragilità senza violare una donna? L'articolo Condannato per molestie il regista del Teatro Due: ora la città di Parma si comporterà da comparsa o protagonista? proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Bimbo di un anno morto in un asilo nido di Parma. Indagini in corso per stabilire le cause
Un bimbo di circa un anno è morto, nel pomeriggio, in un asilo nido di Parma. Il piccolo avrebbe avuto un arresto cardiocircolatorio durante il riposo pomeridiano. Dopo i primi tentativi di rianimarlo, è stato trasportato d’urgenza all’ospedale dove è stato constatato il decesso. Sul caso sono in corso indagini per comprendere i contorni della vicenda. L'articolo Bimbo di un anno morto in un asilo nido di Parma. Indagini in corso per stabilire le cause proviene da Il Fatto Quotidiano.
Cronaca
Parma
Enigma Chiara Petrolini, gli psichiatri in aula: “Impossibile invocare l’infermità”, “No, era incapace e affetta dalla patologia che nega la gravidanza”
Chi è Chiara Petrolini? È la domanda che attraversa ogni udienza del processo per duplice infanticidio che vede imputata la 22enne di Vignale di Traversetolo (Parma), accusata di aver partorito in casa e poi seppellito i due neonati nel giardino della villetta di famiglia. Un enigma che la Corte d’Assise ha deciso di affrontare con una perizia psichiatrica già affidata ai periti nominati dai giudici. Intanto in aula si registra il confronto – con posizioni distanti e inconciliabili – dei consulenti dell’accusa, della difesa e della parte civile. La Procura contesta alla giovanissima donna un “disegno”, quello di voler sopprimere i figli e per questo le contesta la premeditazione. Ma davanti alla scena di una ragazzina – senza apparenti problemi o traumi – che nasconde le gravidanze, partorisce due volte e per due volte taglia il cordone ombelicale provocando l’emorragia mortale, i giudici dell’Assise hanno ritenuto di dover affidare un incarico scegliendo Marina Carla Verga, psichiatra milanese, e Laura Ghiringhelli, responsabile del Servizio Diagnosi e cura dell’ospedale di Legnano. I CONSULENTI DELLA PARTE CIVILE: “NON SI PUÒ INVOCARE INFERMITÀ” Il primo a prendere la parola è stato Renato Ariatti, psichiatra nominato come consulente della parte civile, che rappresenta Samuel Granelli, l’ex fidanzato di Chiara Petrolini e padre dei due bambini poi riconosciuti perché avessero un certificato di nascita e di morte. Lo specialista è netto: “Non sembra che sia possibile invocare un’infermità che sia tale da definire un vizio di mente per Chiara Petrolini. A noi non sembra sia possibile invocare un’infermità”. Il professionista, che lavora insieme allo psicologo Marco Samorì, spiega che la loro analisi è “interlocutoria e preliminare”, basata solo sugli atti in attesa della perizia ufficiale. A suo giudizio comunque non ci sono elementi per sostenere uno stato dissociativo: “Manca questa sovrapposizione di funzioni, manca un trauma che giustifichi la dissociazione, ci sono ricordi dei fatti avvenuti e manca un’amnesia vera che giustifichi la dissociazione. Non abbiamo trovato disturbi della personalità”. E QUELLI DELLA DIFESA: “AL MOMENTO DEI FATTI ERA INCAPACE DI INTENDERE E VOLERE” Di tutt’altro orientamento il consulente della difesa, lo psichiatra Piero Petrini, chiamato dall’avvocato Nicola Tria. Petrini sostiene che la 22enne fosse in una condizione psichica gravemente alterata durante i due parti. “Riteniamo che, al momento dei fatti, si trovasse in profonda alterazione tale da escludere completamente la capacità di intendere e di volere; al momento del parto riteniamo si sia verificato uno stato di dissociazione”. Secondo il professionista, Petrolini avrebbe manifestato un quadro di “denial pregnancy”, la negazione inconscia della gravidanza: “È una patologia… Chiara è vissuta in un assordante contesto affettivo ed emotivo”. Il quadro personale tratteggiato dallo specialista è quello di una giovane fragile: “Una personalità immatura, fragile, discontinua, sviluppatasi in un contesto giudicante e ambivalente”. A integrare il lavoro della difesa interviene anche lo psichiatra Giuseppe Cupello, che evidenzia un profilo problematico della ragazza: “In Chiara Petrolini ci sono caratteristiche della personalità palesemente disfunzionali, che incidono sulla sfera dell’affettività, della cognitività, quindi una difficoltà a conoscere e riconoscere il proprio mondo interiore, incidono sul funzionamento interpersonale”. LA DEPOSIZIONE DELLA COLONNELLA: “COMPORTAMENTO TIPICO DELLA SERIALITÀ” Nella precedente udienza aveva testimoniato la colonnella Anna Bonifazi, psicoterapeuta del Racis dei Carabinieri, che aveva parlato apertamente di dinamiche criminologiche di tipo seriale. “Nel caso di Chiara Petrolini i delitti sono incasellabili come omicidi a escalation asimmetrica” aveva affermato. Secondo l’ufficiale, tra il primo e il secondo fatto si nota “un aumento del motore criminale non frenabile… un comportamento che va avanti senza possibilità alcuna di esser bloccato”. Bonifazi aveva sottolineato sul carattere “non impulsivo” dei due episodi, evidenziando la similitudine delle modalità e il brevissimo intervallo tra le due gravidanze: “C’è serialità, c’è logica, un passaggio all’atto non bizzarro… Un comportamento che fa presagire che chi lo compie entra ed esce da un impatto emotivo elevatissimo senza avere scossoni emotivi. Questo è tipico comportamento seriale”. Nelle prossime udienze verranno ascoltati i periti nominati dalla Corte, la cui valutazione avrà un peso determinante. Per ora, il ritratto di Chiara Petrolini continua a oscillare tra due versioni inconciliabili: da un lato una giovane donna lucida, senza disturbi mentali, che avrebbe agito con freddezza; dall’altro una ragazza fragile, emotivamente schiacciata, incapace di percepire la realtà e la gravità di ciò che stava vivendo. I giudici oggi hanno potuto ascoltare anche la testimonianza di un’amica che ha raccontato il tempo passato insieme poco prima che la 22enne partorisse il suo secondo figlio: “Il 6 agosto abbiamo passato la sera insieme a casa mia, abbiamo fumato marijuana e bevuto qualche birra e un po’ di grappa”. Poche ore dopo la 22enne, che aveva cercato sul web informazioni su come indurre il parto, aveva fatto nascere il bimbo, tagliato il cordone ombelicale e poi lo aveva seppellito. L'articolo Enigma Chiara Petrolini, gli psichiatri in aula: “Impossibile invocare l’infermità”, “No, era incapace e affetta dalla patologia che nega la gravidanza” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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“Abbiamo fumato marijuana e bevuto qualche birra prima del parto”, la testimonianza di un’amica di Chiara Petrolini
“Il 6 agosto (poche ore prima del secondo parto) abbiamo passato la sera insieme a casa mia, abbiamo fumato marijuana e bevuto qualche birra e un po’ di grappa”. Irrompe una testimonianza importante nel processo per il duplice infanticidio dei due neonati sepolti nel giardino di casa a Vignale di Traversetolo in cui è imputata Chiara Petrolini. Un’amica della ragazza, Chiara Facchin, è stata ascoltata in Corte d’assise a Parma, ha ricostruito gli eventi che hanno preceduto il secondo parto della giovane. “Lei aveva appena finita l’ultimo giorno di centro estivo, era orario aperitivo, quindi abbiamo bevuto e mangiato qualcosa insieme. Lei è venuta in macchina: eravamo io, Chiara e Riccardo. Abbiamo parlato e poi abbiamo fumato insieme, tabacco e marijuana, che era stata regalata a Riccardo. Abbiamo fumato io e Chiara, una canna (intera), divisa equamente, abbiamo mangiato panini e patatine, abbiamo bevuto due birre a testa, Chiara forse tre e poi sono andati a casa. Nessuno di noi si ubriacò”. Nei giorni successivi, Facchin ha continuato a sentirsi con Petrolini: “Nei giorni successivi al secondo parto ci siamo sentite per messaggio, diceva di aver avuto un forte ciclo mestruale. La sera del 7 agosto ci siamo riviste per un aperitivo in una cantina della zona, poi siamo andate anche a bere un altro drink in un bar e infine l’ho portata a casa. Doveva partire per una vacanza negli Usa”. Poche ore prima della partenza per gli Stati Uniti, Petrolini aveva seppellito il figlio appena nato. L’amica ha aggiunto: “Ho sentito Chiara quando era a New York e mi ha detto che era felice“. Durante la deposizione, Facchin ha anche parlato dei rapporti quotidiani con Petrolini, sottolineando come nulla facesse sospettare le gravidanze: “Non ho mai notato nulla, nemmeno quando era nuda uscita dalla doccia o in piscina, Chiara non aveva la pancia e non mostrava nessuna alterazione a livello di comportamento. A luglio 2024, l’ho vista in intimo, non aveva la pancia. Lo abbiamo fatto spesso di cambiarci insieme prima di uscire”. L’amica ha descritto Petrolini come “una persona aperta, partecipativa; è sempre stata abbastanza solare, sapeva stare in mezzo alle persone e in compagnia”. Ha inoltre precisato che i rapporti con i genitori erano “positivi, con entrambi” e che la giovane aveva preso autonomamente la decisione di iniziare a lavorare. Infine, Facchin ha ricordato le parole di Petrolini: “Sono andata in ansia e ho reagito come ho reagito, ho avuto paura, mi sono sentita sola ed è successo quel che è successo”. L'articolo “Abbiamo fumato marijuana e bevuto qualche birra prima del parto”, la testimonianza di un’amica di Chiara Petrolini proviene da Il Fatto Quotidiano.
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