Immatura, fragile ma capace di intendere e volere. La Corte d’assise di Parma
aveva disposto una perizia psichiatrica su Chiara Petrolini, la 22enne accusata
di aver ucciso e sepolto i suoi due figli neonati, nati a un anno di distanza
l’uno dall’altro. La perizia, condotta dalle psichiatre Marina Carla Verga e
Laura Ghiringhelli, ha concluso che la giovane imputata era pienamente capace di
intendere e di volere. Le perite non hanno riscontrato patologie psichiatriche
che possano aver inciso sulla sua capacità di agire consapevolmente, nemmeno in
relazione alla gravità degli atti di cui è accusata.
LA VALUTAZIONE PSICHIATRICA
Le due esperte hanno affermato che Chiara Petrolini era in grado di stare in
giudizio, ma hanno anche sottolineato come la giovane presenti un quadro
psicologico complesso. Secondo le psichiatre, la ragazza risulta immatura sotto
vari aspetti. “Rispetto al comportamento osservabile, appare infantile, con
atteggiamenti e modi di esprimersi che non sempre sono adeguati al contesto”,
scrivono le perite. Petrolini non avrebbe raggiunto in pieno le tappe evolutive
della sua età e, a loro avviso, avrebbe un adattamento superficiale alla vita
adulta. “Mostra un’immagine di sé stessa iperadattata, ma in realtà c’è una
forte dissonanza tra la sensazione soggettiva e l’immagine che vuole mostrare
agli altri”, si legge nel documento. Questo immaturo sviluppo psicologico,
seppur non ritenuto patologico, è stato ritenuto sufficiente a influire sul
comportamento della giovane, ma non al punto da ridurre la sua responsabilità
penale.
IL PROFILO PSICOLOGICO E LA FRAGILITÀ NARCISISTICA
A completare il quadro psichiatrico di Chiara Petrolini contribuisce anche la
relazione dello psicologo e psicoterapeuta Mauro Di Lorenzo, che su richiesta
delle due perite nominate dalla corte di assise di Parma ha preso parte ai
colloqui e svolto con la giovane imputata un approfondimento psicodiagnostico,
somministrando test alla 22enne L’esperto ha sottolineato come la giovane
presenti una fragilità di natura narcisistica, che si manifesta in un profondo
vissuto di vulnerabilità e nella paura di essere danneggiata dagli altri.
Petrolini, secondo il rapporto, tende a ritirarsi dalle relazioni per evitare di
mostrare le sue reali caratteristiche, preferendo vivere in una condizione di
isolamento emotivo. “Se ferita o disconfermata a livello del proprio valore,
Chiara può lasciare emergere una rabbia vendicativa non commisurata alla
situazione“, ha scritto Di Lorenzo. Questo comportamento potrebbe spiegare la
violenza del gesto, che viene descritto come una reazione a un vissuto di
rifiuto o frustrazione. Nonostante le sue fragilità psicologiche, la perizia non
ha escluso la possibilità che Chiara Petrolini abbia agito in modo lucido e
razionale al momento degli omicidi.
IL DUPLICE INFANTICIDIO: NESSUNA GIUSTIFICAZIONE
Le perite, inoltre, hanno escluso qualsiasi tipo di giustificazione psicologica
che possa spiegare il “ripetersi” del gesto. Petrolini ha infatti dichiarato di
aver cercato la seconda gravidanza dopo aver vissuto il trauma della morte del
primo figlio, definendo il secondo bambino come una “rivincita” verso se stessa.
Tuttavia, le psichiatre non hanno ritenuto queste spiegazioni sufficienti a
comprendere la ripetizione del comportamento omicida. Non vi sarebbe un rischio
maggiore che la giovane possa ripetere l’atto, né tantomeno un trauma che possa
averne facilitato la ripetizione. Inoltre, le perite hanno escluso che il gesto
fosse motivato da una valenza strumentale o da una sorta di “sfida” nei
confronti della società o delle autorità, come qualche esperto aveva
inizialmente ipotizzato. Non sarebbe stato un tentativo di “farsi notare” o di
ottenere attenzione attraverso un gesto eclatante. La personalità di Chiara
Petrolini risulta dunque essere quella di una giovane donna fragile, ma capace
di compiere azioni volontarie e consapevoli. Differenti le conclusioni delle
consulenti della difesa, per la ginecologa incaricata dagli avvocati
dell’imputata: non si può escludere che il primo bambino sia morto prima del
parto, per la psichiatra e psicoterapeuta la giovane presenta “una personalità
con caratteristiche miste, riconducibili a disturbi di tipo ‘dipendente,
evitante, ossessivo, depressivo e dissociativo'”. La perizia psichiatrica sarà
oggetto di discussione durante l’udienza del 13 febbraio, quando si proseguirà
con il dibattimento.
L'articolo “Chiara Petrolini immatura e fragile ma capace di intendere e di
volere”, le conclusioni della perizia psichiatrica sulla 22enne accusata di
duplice infanticidio proviene da Il Fatto Quotidiano.
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“Non possiamo escludere che il decesso del primo figlio sia stata una morte
endouterina fetale, assolutamente non possiamo dire che questo bimbo
‘sicuramente non è nato morto'”. Il caso di Chiara Petrolini, la ragazza di
Traversetolo accusata di aver ucciso e sepolto i cadaveri di due suoi figli
neonati, ha visto oggi una nuova importante testimonianza davanti alla Corte
d’Assise di Parma. La dottoressa Immacolata Blasi, ginecologa e consulente della
difesa, ha dichiarato che non è possibile escludere la possibilità che la morte
del primo figlio, partorito nel 2023, possa essere stata una morte endouterina
fetale. Secondo la dottoressa, non si può affermare con certezza che il bambino
non fosse morto nel grembo materno prima del parto.
La ginecologa ha sottolineato che, in base alle visite effettuate e alle sue
osservazioni, non ci sono elementi certi che indichino un decesso post-nascita,
contrariamente a quanto sostenuto dall’accusa. Il caso ha visto anche un altro
punto di discordia tra le consulenze degli esperti. La dottoressa Blasi, che
visitò Chiara Petrolini a fine agosto 2024 dopo la nascita del secondo figlio,
ha fornito una ricostruzione differente da quella dell’accusa.
Durante la visita, la ginecologa osservò che “i genitali della ragazza
sembravano quelli di una persona che non ha partorito”, suggerendo che il
secondo feto fosse molto probabilmente piccolo e appartenesse a un bambino al di
sotto del decimo percentile di peso. Questo, secondo la Blasi, comporta un
maggiore rischio di sofferenza fetale, e potrebbe spiegare la difficoltà di
portare il bambino a termine in maniera sana. La tesi difensiva sostiene dunque
che anche il primo feto potesse essere piccolo e fragile, aumentando la
probabilità di complicazioni durante la gravidanza.
Queste affermazioni contrastano con la relazione dei periti dell’accusa,
Valentina Bugelli, medico legale, e Francesca Magli, antropologa forense. Nella
loro relazione, i due esperti sostengono che il primo neonato, sebbene nato
vivo, sarebbe stato successivamente ucciso. Gli inquirenti accusano Chiara
Petrolini di aver causato la morte del bambino dopo il parto, contrariamente
alla versione della giovane madre, che ha sempre sostenuto di aver trovato il
bambino privo di vita e di non averlo mai visto respirare: “Ho provato a
scuoterlo, non respirava e l’ho messo nel giardino”.
L'articolo “Non possiamo escludere la morte prima del parto”, la testimonianza
della ginecologa di parte al processo di Chiara Petrolini proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Dopo quasi tre secoli trova finalmente risposta uno dei misteri più affascinanti
della museologia naturalistica italiana. Uno studio pubblicato sulla rivista
Museologia scientifica ricostruisce la tecnica utilizzata nel Settecento da
padre Jean Baptiste Fourcault per realizzare la singolare collezione
tassidermica oggi conservata al Museo di Storiografia Naturalistica
dell’Università di Parma (MUST). Grazie a indagini radiografiche e tomografie
assiali, i ricercatori hanno dimostrato che l’apparente impossibilità tecnica di
inserire animali di grandi dimensioni in ampolle di vetro a collo stretto era il
risultato di un raffinato artificio progettuale, concepito per ingannare lo
sguardo dell’osservatore.
La collezione Fourcault è ciò che resta dell’antico Gabinetto ornitologico
settecentesco del frate dell’Ordine dei Minimi, figura centrale nella fondazione
del museo parmense. Gli esemplari, custoditi in ampolle di vetro realizzate
appositamente, appaiono tuttora perfettamente conservati. Ogni ampolla presenta
una piccola imboccatura, sigillata dall’autore dopo l’introduzione dell’animale
e degli elementi scenografici, creando un effetto visivo che per secoli ha posto
una domanda irrisolta: come era stato possibile inserire corpi più grandi del
foro di accesso senza danneggiarli?
A chiarire l’enigma è stato un lavoro interdisciplinare firmato dal direttore
scientifico del MUST Davide Persico, da Maria Amarante del Sistema Museale di
Ateneo e Archivio Storico, dalla docente di Scienze medico-veterinarie Antonella
Volta e dalla laureanda Alice Giovagnoni. Le moderne tecniche di imaging non
invasivo hanno permesso di osservare l’interno delle ampolle senza alterarne la
struttura, rivelando una soluzione tanto semplice quanto ingegnosa.
Il foro visibile non era infatti l’apertura reale, ma un’apertura apparente,
ottenuta applicando un colletto di vetro sovrapposto al collo originario
dell’ampolla e fissato tramite gli elementi lignei del tappo. L’apertura reale,
larga fino a tre volte quella visibile, consentiva il passaggio di parti rigide
come i crani degli animali e di oggetti in legno, scoperti essere stati
introdotti in più componenti e assemblati solo successivamente all’interno. I
corpi degli animali, invece, venivano preparati per essere compressi e modellati
durante l’inserimento. Ogni dettaglio era poi accuratamente mascherato: le linee
di giunzione del vetro erano nascoste da eleganti cordicelle decorative, mentre
quelle degli oggetti lignei venivano celate con carteggi incollati. Il risultato
era un’illusione perfetta, capace di stupire e disorientare generazioni di
osservatori.
Come sottolineano gli autori nelle conclusioni, le “campane” di Fourcault non
sono soltanto un sofisticato esempio di tassidermia storica, ma veri e propri
oggetti museali artistici, concepiti con la consapevole intenzione di fondere
scienza, estetica e inganno visivo. Un patrimonio che oggi, grazie alla ricerca
scientifica, restituisce non solo una tecnica dimenticata, ma anche la modernità
dello sguardo di chi, già nel Settecento, concepiva il museo come luogo di
meraviglia, conoscenza e narrazione.
Link alla rivista scientifica:
https://www.anms.it/upload/rivistefiles/MS_19-2025___completo.pdf
L'articolo Risolto il mistero degli animali in bottiglia: ecco come è stato
possibile infilare corpi così grandi attraverso il foro stretto proviene da Il
Fatto Quotidiano.
“Presidente, ds, tutti. Mi hanno lasciato solo a combattere. È stato un anno
tremendo. A un certo punto non avevamo nemmeno più i soldi per l’acqua o per
andare in trasferta”. A parlare è Alessandro Lucarelli, fratello di Cristiano ed
ex bandiera del Parma. Il riferimento è proprio al Parma e alla stagione
2014/15, quella del fallimento prima di ripartire dalla Serie D. “Noi ci
allenavamo e intanto una gru portava via strutture e materiali della società.
Sembrava un film di Fantozzi. Invece era vero: un incubo a occhi aperti”, ha
raccontato a La Gazzetta dello Sport.
Lucarelli è stato una bandiera del club ducale ed è rimasto anche dopo il
ritiro, fino ad agosto 2025, ricoprendo il ruolo di direttore dell’area
prestiti. “Sono stato mandato via senza avere una spiegazione chiara. L’ho
trovata una mancanza di rispetto grave, sia per me come persona che per quello
che ho rappresentato per la città di Parma”.
Nel 2013/14 – ultimo anno con Tommaso Ghirardi alla presidenza – il Parma arrivò
sesto, si qualificò in Europa League ma non la giocò per l’assenza della licenza
Uefa. Nel 2014/15 successe di tutto, prima del fallimento. A un certo punto
della stagione arrivò Giampietro Manenti, che si presentò con una conferenza
stampa che fece il giro del mondo e che ancora oggi è spesso ricordata sui
social. “Un pagliaccio. Fece quella conferenza stampa dal nulla, senza essersi
presentato a nessuno. Poi venne in spogliatoio con un foglio bianco con scritto
“100 milioni“. Dopo due settimane, ci disse che avevano sbagliato Iban a cui
mandare i soldi. Io andai in banca e lo chiamai da lì… non sa quante gliene ho
dette…”.
Furono mesi in cui Lucarelli ha spiegato di esser rimasto deluso da tanti:
società, calciatori, ds. “Più di Ghirardi mi hanno deluso i giocatori che
rifiutarono di abbassarsi l’ingaggio. E poi, in città o nelle interviste,
facevano quelli innamorati del Parma. Mi fanno schifo. Non serve fare nomi, loro
sanno a chi mi riferisco”. Tra questi anche Antonio Cassano: “Quello di Antonio
è un caso a parte. Lui scelse di andare via e questo ci sta, ma sbagliò a
tradire un patto fatto nello spogliatoio”.
Patto che lo stesso Lucarelli ha deciso di rivelare: “Io avevo proposto alla
squadra di aspettare prima di mettere in mora la società. Antonio, invece, fece
di testa sua. Alla vigilia di una partita col Cesena andò da un giornale a
raccontare tutto. Poi andò sotto la curva a parlare con i tifosi, proprio lui
che non aveva mai voluto farlo. Mirante gli urlò “puoi smettere di fare il
fenomeno Anto”. Io ero squalificato e scesi dalla tribuna di corsa: andai in
spogliatoio convinto di prenderlo a pugni. Per sua fortuna ci separò Luca Bucci,
allora preparatore dei portieri. Tempo due giorni e rientrò tutto. Noi ci
chiarimmo, ma lui scelse ugualmente di rescindere e andare via”.
L'articolo “Cassano tradì un patto e andò sotto la curva, io scesi dalla tribuna
di corsa convinto di prenderlo a pugni”: il racconto di Lucarelli proviene da Il
Fatto Quotidiano.
Violenza sessuale e molestie su un palco teatrale e scatta il risarcimento da
100mila euro. Lo scorso novembre il Tribunale del Lavoro di Parma ha emesso una
sentenza storica condannando un noto regista, e il teatro che lo ospitava, a
risarcire i danni materiali a due studentesse che hanno frequentato un corso di
alta formazione teatrale finanziato dalla Regione Emilia-Romagna. Sono Federica
Ombrato e Veronica Stecchetti ad aver denunciato nel 2019 gli abusi subiti
durante il corso tenutosi al Teatro Due di Parma, recandosi alla Casa delle
donne sempre del capoluogo emiliano. Pratica poi presa in carica dai legali
delle associazioni Differenza Donna e Amleta che hanno seguito il caso fino alla
sentenza.
La condanna, infatti, prevede risarcimenti rispettivamente per la Ombrato di
25mila euro e per la Stecchetti di 85mila. Una sentenza in sede civile (si hanno
12 mesi per denunciare penalmente e si è quindi ricorsi al Tribunale del Lavoro
ndr) che riconosce per la prima volta la molestia come discriminazione sul luogo
di lavoro, ma anche danno e responsabilità del teatro come datore di lavoro nel
prevenire atti considerati fuorilegge.
Se il nome del regista è oscurato nella sentenza – mentre in realtà sui social
il notissimo e storico regista del Teatro Due viene citato apertamente – quello
del spazio teatrale, il celebre Teatro Due di Parma è invece finito nell’occhio
del ciclone. La Fondazione ha interrotto ogni rapporto formale con il regista
chiamato in giudizio da tempo, ma delle associazione di tutela delle donne è
stato chiesto che anche solo a titolo simbolico vi fossero le dimissioni del
Cda. La direttrice della fondazione, Paola Donati, interpellata dalla Gazzetta
di Parma ha dichiarato che non intende fare passi indietro.
“Il regista ha agito di nascosto, fuori dai luoghi del teatro e la prima
denuncia in Procura è stata quella della Fondazione”, ha sostenuto il Cda
parmense in un comunicato ufficiale lo scorso 5 dicembre. Insomma, a quanto
puntualizzato dalla Fondazione Teatro Due, il celebre regista sarebbe già stato
allontanato da tempo dal giro di produzioni e messe in scena del teatro, fin dal
luglio del 2021, quando, spiegano sempre nel comunicato, la Fondazione ha
ricevuto “una pec dai legali dello studio Lavoro Vivo (…) in cui veniva riferito
di testimonianze concernenti le condotte del regista e si richiedeva un
intervento urgentissimo”. Teatro Due ha fin dal luglio 2021 chiuso ogni legame
con il regista in questione. Inoltre, la Fondazione continua a sostenere che
molestie e violenze sono accadute “in contesti esterni ed estranei al teatro”. E
ha annunciato che “farà appello contro la sentenza”.
Negli ultimi giorni la polemica è però riscoppiata in consiglio regionale, dove
il consigliere di Fratelli d’Italia, Priamo Bocchi, ha chiesto ufficialmente la
revoca dell’accreditamento – quindi dei contributi pubblici – al teatro di
Parma. L’assessora Pd alla Cultura Gessica Allegni ha risposto che “la Regione
farà verifiche. Attiveranno un procedimento destinato a verificare la
sussistenza o meno delle cause di revoca”. Secondo l’opposizione, l’intervento è
necessario: “Ci sono 40 testimonianze, si parla di un sistema radicato non
episodico all’interno di questa Fondazione. Parliamo di gestione di fondi
pubblici”, ha proseguito Bocchi aggiungendo che nel verbale della sentenza “sono
riportate le testimonianze delle vittime e delle testimoni dalle quali si evince
che una violenza sessuale commessa dal regista, per un rapporto non consensuale
e imposto, ai danni di un’attrice, sarebbe avvenuta nel 1998. Altri episodi di
violenze sarebbero avvenuti nel 2007 e nel 2014”, oltre a una teste “che
lavorava nel teatro, almeno dal 2018, che era stata messa in guardia e le era
stato detto di stare lontano dal regista per evitare situazioni spiacevoli”.
Nelle scorse ore è stata di nuovo la Fondazione Teatro Due a promuovere un nuovo
incontro pubblico giovedì 18 dicembre alle 19 per “fare alcune riflessioni
attorno a quanto si sta dibattendo in questi giorni su procedimenti giudiziari e
posizione del teatro”.
L'articolo Violenza sessuale e molestie sul lavoro, sentenza storica a Parma:
regista e teatro condannati a pagare 100mila euro proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Un regista dal curriculum prestigioso, un teatro storico, una vicenda di
violenze e ricatti sessuali che parla in modo diretto al presente: ci sarebbe
stato tutto ciò che serve per aprire le prime pagine dei quotidiani o i
telegiornali della sera. E invece no. La storia è emersa a fatica, a piccoli
passi, confinata alla cronaca locale come se attorno al nome del regista e
all’istituzione teatrale coinvolta si fosse alzata una cortina di nebbia
protettiva. Quello che avrebbe potuto diventare un Me Too tutto italiano sembra
destinato, ancora una volta, a infrangersi contro un muro di silenziamento.
In gioco c’è una questione centrale e drammaticamente attuale: la violenza
sessuale nei luoghi di lavoro. Una delle forme maggiormente sommerse di abuso di
potere che mina il diritto delle donne di realizzare ambizioni e progetti o
anche solo il diritto di avere un lavoro senza doversi difendere da prestigiosi
e illustri predatori.
Se ne parla soprattutto a Parma, nella città in cui i fatti sono avvenuti,
ricostruiti in sede giudiziaria al termine di una lunga causa di lavoro durata
sei anni e conclusasi con tre sentenze. I giudici hanno condannato un regista di
chiara fama, e dal curriculum a dir poco prestigioso e la Fondazione Teatro Due:
dovranno risarcire due attrici per danno biologico, morale ed esistenziale in
seguito a violenze sessuali.
La lettura delle sentenze che hanno ricostruito i fatti è profondamente
perturbante. Le violenze sono avvenute nel 2019, dopo l’avvio di un corso di
alta formazione finanziato dalla Regione Emilia-Romagna. Mesi di vessazioni,
umiliazioni e ricatti sessuali. “Se lo decido io, tu non metti più piede in
nessun teatro d’Italia” era solito dire il regista alle giovani iscritte che
avevano aderito al corso con il sogno di recitare. Quando due attrici hanno
deciso di rivolgersi all’autorità giudiziaria, si sono scontrate con il limite
della prescrizione: i termini per la denuncia penale erano scaduti. Ma non si
sono arrese. Con il sostegno delle associazioni Differenza Donna e Amleta e di
Sonia Alvisi, consigliera di parità della Regione Emilia-Romagna, hanno
intrapreso una causa di lavoro contro il regista e la direzione del teatro. Una
causa vinta non solo per loro stesse ma per tutte le donne.
Una di loro ha commentato così la condanna: “Non gioisco per la sentenza, perché
so che uomini e donne all’interno di quel teatro sono rimasti in silenzio. Hanno
ignorato le mail e le richieste di aiuto, hanno voltato lo sguardo davanti a
giovani attrici in lacrime, non hanno risposto ai dubbi e alle manifestazioni di
disagio. Si sono invece impegnati a proteggere l’immagine glorificata di un
regista descritto come geniale, potente, intellettualmente affascinante. È
proprio in virtù di questa immagine che la violenza si è consumata, tutelata da
una narrazione che chiarisce subito le gerarchie: voi non siete nulla, lui è il
re e dovete solo ringraziare di essere al suo cospetto”.
Ma alle spalle di quella presunta regalità si muoveva un oceano di miseria.
Il Consiglio di amministrazione del Teatro Due, nei giorni scorsi, ha respinto
ogni responsabilità, annunciando di ricorrere contro la sentenza. Eppure i
giudici ritengono che la direzione del teatro sapeva e avrebbe dovuto
intervenire per prevenire il ripetersi delle violenze. La giudice del tribunale
civile di Parma, sezione del lavoro, Ilaria Zampieri, scrive nella sentenza del
20 settembre 2025: E’ altamente inverosimile ipotizzare che, avendo tali
accadimenti assunto una portata tale da essere conosciuti anche dagli Uffici
staff dell’amministrazione del Teatro Due, gli stessi fossero ignorati dai
vertici dell’Ente e che essendo emersi ‘plurimi indizi di gravissimi episodi
accertati nella causa, i vertici del teatro avrebbero dovuto approfondire tale
situazione, essendo, sotto tale profilo superfluo rilevare che il solo sospetto
di condotte inappropriate avrebbe imposto di adottare cautele virtuose e di
attivare, informali consultazioni che favorissero l’emersione di eventuali
abusi.
Sconcerta il clima di impunità e omertà nel quale il regista ha potuto agire per
anni. Durante il processo sono emerse testimonianze di altre vittime che hanno
raccontato molestie subite nel 2007 e nel 2014. Secondo Differenza Donna, si
tratta solo di una parte di una lunga catena di abusi che, dal 1998,
coinvolgerebbe decine di attrici. Marco Deriu, sociologo e attivista
dell’associazione Maschi che si Immischiano e Maschile Plurale scrive: “In una
mentalità sessista il prestigio e il potere vengono facilmente tradotti in
presunti diritti di controllo e di dominazione sessuale sui corpi delle donne.
L’immaginario patriarcale dell’harem non è scomparso: si è modernizzato. Più ci
si percepisce potenti, più si ritiene di avere una riserva di caccia. Molte
forme di abuso sessuale richiamano più il godimento del potere e della
dominazione che quello del piacere sessuale in quanto tale. Tale godimento si
estende al controllo e all’amministrazione delle vittime nelle loro vite private
anche al di fuori del proprio diretto coinvolgimento”.
Ci si chiede se il mondo dello spettacolo sia particolarmente difficile per le
donne. L’associazione Amleta, fondata nel 2020 per contrastare la disparità di
genere, la violenza e le molestie nel settore, ha raccolto in pochi anni dei
dati eloquenti: il 93% delle vittime di violenze sessuali sono donne; i ricatti
provengono soprattutto da registi (41,26%), attori (15,7%), produttori (6,28%),
insegnanti (5,38%), seguiti da casting director, agenti, aiuto registi,
giornalisti, tecnici e, in alcuni casi, perfino spettatori.
Ma i ricatti sessuali sul lavoro non riguardano solo il mondo dello spettacolo.
Mesi fa, a Piacenza, è emersa un’altra vicenda analoga. Questa volta in ambito
sanitario: Emanuele Michieletti, primario di radiologia dell’ospedale Guglielmo
da Saliceto, è stato licenziato per giusta causa a fronte di accuse gravissime —
violenza sessuale aggravata e atti persecutori — con 32 casi documentati in
appena 45 giorni da intercettazioni della Procura. Nemmeno il mondo del
giornalismo ne è immune. Nel 2015, il libro Toglimi le mani di dosso, scritto da
una stagista sotto lo pseudonimo Olga Ricci, raccontò dell’ennesimo sultano che,
nei panni del direttore di un quotidiano, prendeva in ostaggio i sogni di
giovani donne col ricatto sessuale. Ne parlarono non più di due o tre quotidiani
(io ne scrissi sul Fatto quotidiano) poi su quella denuncia calò un silenzio
confortevole.
Scrive ancora Marco Deriu sulla vicenda di Parma: “Se è vero che certe forme di
ignoranza possono riprodurre stereotipi e modelli sessisti, dall’altra parte la
violenza molto spesso, si giova e approfitta del ruolo e della posizione
dell’abusante e della sua disponibilità di amministrare risorse economiche,
culturali, sociali e simboliche. Quindi una diseguale distribuzione di risorse
può essere sia causa che conseguenza della violenza di genere”. E’ uno schema
che si ripete: l’asimmetria di potere tra uomini e donne è la linfa che nutre le
discriminazioni, ricatti e violenze sessuali che spesso non vengono denunciate
perché chi ha prestigio sociale gode sempre di omertà, protezioni e tolleranza
sociale mentre le vittime vengono isolate e spesso subiscono vicitim blaming. E
come spesso accade, la denuncia corale e la rete tra donne porta allo svelamento
e rompe il muro di silenzio che nasconde le miserie umane e sessuali del potente
di turno.
L'articolo Molestie al Teatro Due di Parma: quel che poteva essere un MeToo
tutto italiano è emerso troppo a fatica proviene da Il Fatto Quotidiano.
Parma è scossa, turbata, indignata, fiera, orgogliosa che “noi queste cose non
si fanno!”.
Lo sapevano tutti, è la frase che circola più di ogni altra. Tutti chi? Sapere
cosa? Che sua altezza il regista, noto come il prezzemolo ma innominabile come
una bestemmia (non si può dire il nome per sentenza del Tribunale del lavoro,
anche se è facile, facilissimo saperlo, anzi lo sanno tutti), insomma che per
anni ha approfittato della sua posizione per usare violenza ad aspiranti
attrici.
Il Teatro Due, teatro dei fatti e condannato, esce dall’anonimato perché non ci
sta e contrattacca in appello: noi all’oscuro di tutto, mai saputo, fatti
avvenuti altrove. La città oscilla in balia dell’onda emotiva, ora si agita ma
poi la rabbia lascerà il posto al silenzio, il silenzio ingoierà rospi cui Parma
non è nuova, ma si adegua, come sa fare una piccola città dai poteri forti e
interpreta l’imbarazzo della verità passando oltre, come quando schifi il
mendicante all’ingresso del ristorante (pezzente).
Maurizio Chierici, giornalista vero come Parma non ne ha più da tempo,
quarant’anni fa scriveva sul Corriere della Sera: “La città resta quella di
sempre, molte vetrine e pochi retrobottega”. Dopo quarant’anni splendono
serrande abbassate e luccicano vetrine dei mille festival che si susseguono.
Eppure la sentenza di questo sordido presente è storica: una sentenza civile del
lavoro riconosce l’abuso di potere di chi ha chiesto sesso in cambio di promesse
e la responsabilità di chi avrebbe dovuto vigilare.
Molestie in teatro: scandalo. Accade ovunque. Accade continuamente. Uomini che
fanno male alle donne. E il teatro non fa differenza: anche nel cinema, in
ufficio, al centro commerciale, in ospedale, in fabbrica, tra un nome importante
e il lavoratore qualunque non c’è differenza: questa cultura è sistema. Io sono
io e tu sei mia. La Casa delle Donne di Parma non si fa attendere, unica voce
che si alza al di sopra del coro prudente (opinione pubblica locale, puritana e
opportunista: decidere se schierarsi conviene oppure no). E’ alla Casa delle
Donne di Parma che due delle attrici che hanno subito raccontano in pubblico il
ricatto sessuale; è alla Casa delle Donne che si costruisce la volontà di non
retrocedere dall’indignazione e promuovere un cambiamento.
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> Un post condiviso da Casa delle donne Parma (@casa_delle_donne_parma)
Cosa farà Parma? Tutti sapevano, nessuno parlava. E’ la storia di malanova,
cattiva notizia, puttana. E’ la storia, vera, di Anna Maria, la ragazzina
stuprata nel paesino in cui tutti sapevano, ma nessuno diceva. E quando Anna
Maria deciderà di ribellarsi la giustizia le darà ragione, ma il paese la
condannerà e diventerà malanova. Sarà costretta ad andarsene, colpevole per
l’opinione pubblica di aver trasformato una piccola comunità in un paese di
stupratori.
Cosa farà Parma? Lascerà scorrere questa piena putrida in attesa della quiete
della normalizzazione? Cosa è disposta a fare? Perchè non basta il coraggio, ci
vuole consapevolezza, come ha detto Veronica, una delle due attrici alla Casa
delle Donne di Parma pochi giorni fa. Tutti sapevano, nessuno diceva. Ora sono
in tanti a voler cambiare le cose, ma cosa siano disposti a fare è tutto da
dimostrare. Per andare contro questa odiosa cultura del maschio predatore
occorre essere disposti a perdere qualcosa, perchè una battaglia non è senza
conseguenze e in una città piccola come Parma dove tutti siamo legati a doppio
filo con l’altro… forse ribellarsi non conviene.
Cosa farà la città che ora si sente vittima di un copione già visto? Perché non
è solo un regista di cui si vuole la pelle, né un CdA di cui si chiede le
dimissioni, ma è l’occasione per decidere che ruolo avere in questo spettacolo
indecente: protagonista o comparsa?
Gisèle Pelicot, vittima di stupro di massa per una decina d’anni, ha denunciato
e rinunciato all’anonimato cui aveva diritto. Hanno detto di lei che è stata
coraggiosa, lei ha risposto: “No, è la volontà di rompere il muro di omertà
contro la cultura dello stupro e la vergogna di chi si sente in colpa”. Che ne
sarà della vetrina-Parma, ma soprattutto: quanto ci vorrà prima che nel foyer
ducale si passi da “Tutti sapevano” a “Se la sono cercata?” E infine: noi uomini
quando faremo i conti con la nostra fragilità senza violare una donna?
L'articolo Condannato per molestie il regista del Teatro Due: ora la città di
Parma si comporterà da comparsa o protagonista? proviene da Il Fatto Quotidiano.
Un bimbo di circa un anno è morto, nel pomeriggio, in un asilo nido di Parma. Il
piccolo avrebbe avuto un arresto cardiocircolatorio durante il riposo
pomeridiano. Dopo i primi tentativi di rianimarlo, è stato trasportato d’urgenza
all’ospedale dove è stato constatato il decesso. Sul caso sono in corso indagini
per comprendere i contorni della vicenda.
L'articolo Bimbo di un anno morto in un asilo nido di Parma. Indagini in corso
per stabilire le cause proviene da Il Fatto Quotidiano.
Chi è Chiara Petrolini? È la domanda che attraversa ogni udienza del processo
per duplice infanticidio che vede imputata la 22enne di Vignale di Traversetolo
(Parma), accusata di aver partorito in casa e poi seppellito i due neonati nel
giardino della villetta di famiglia. Un enigma che la Corte d’Assise ha deciso
di affrontare con una perizia psichiatrica già affidata ai periti nominati dai
giudici. Intanto in aula si registra il confronto – con posizioni distanti e
inconciliabili – dei consulenti dell’accusa, della difesa e della parte civile.
La Procura contesta alla giovanissima donna un “disegno”, quello di voler
sopprimere i figli e per questo le contesta la premeditazione. Ma davanti alla
scena di una ragazzina – senza apparenti problemi o traumi – che nasconde le
gravidanze, partorisce due volte e per due volte taglia il cordone ombelicale
provocando l’emorragia mortale, i giudici dell’Assise hanno ritenuto di dover
affidare un incarico scegliendo Marina Carla Verga, psichiatra milanese, e Laura
Ghiringhelli, responsabile del Servizio Diagnosi e cura dell’ospedale di
Legnano.
I CONSULENTI DELLA PARTE CIVILE: “NON SI PUÒ INVOCARE INFERMITÀ”
Il primo a prendere la parola è stato Renato Ariatti, psichiatra nominato come
consulente della parte civile, che rappresenta Samuel Granelli, l’ex fidanzato
di Chiara Petrolini e padre dei due bambini poi riconosciuti perché avessero un
certificato di nascita e di morte. Lo specialista è netto: “Non sembra che sia
possibile invocare un’infermità che sia tale da definire un vizio di mente per
Chiara Petrolini. A noi non sembra sia possibile invocare un’infermità”. Il
professionista, che lavora insieme allo psicologo Marco Samorì, spiega che la
loro analisi è “interlocutoria e preliminare”, basata solo sugli atti in attesa
della perizia ufficiale. A suo giudizio comunque non ci sono elementi per
sostenere uno stato dissociativo: “Manca questa sovrapposizione di funzioni,
manca un trauma che giustifichi la dissociazione, ci sono ricordi dei fatti
avvenuti e manca un’amnesia vera che giustifichi la dissociazione. Non abbiamo
trovato disturbi della personalità”.
E QUELLI DELLA DIFESA: “AL MOMENTO DEI FATTI ERA INCAPACE DI INTENDERE E VOLERE”
Di tutt’altro orientamento il consulente della difesa, lo psichiatra Piero
Petrini, chiamato dall’avvocato Nicola Tria. Petrini sostiene che la 22enne
fosse in una condizione psichica gravemente alterata durante i due parti.
“Riteniamo che, al momento dei fatti, si trovasse in profonda alterazione tale
da escludere completamente la capacità di intendere e di volere; al momento del
parto riteniamo si sia verificato uno stato di dissociazione”. Secondo il
professionista, Petrolini avrebbe manifestato un quadro di “denial pregnancy”,
la negazione inconscia della gravidanza: “È una patologia… Chiara è vissuta in
un assordante contesto affettivo ed emotivo”. Il quadro personale tratteggiato
dallo specialista è quello di una giovane fragile: “Una personalità immatura,
fragile, discontinua, sviluppatasi in un contesto giudicante e ambivalente”. A
integrare il lavoro della difesa interviene anche lo psichiatra Giuseppe
Cupello, che evidenzia un profilo problematico della ragazza: “In Chiara
Petrolini ci sono caratteristiche della personalità palesemente disfunzionali,
che incidono sulla sfera dell’affettività, della cognitività, quindi una
difficoltà a conoscere e riconoscere il proprio mondo interiore, incidono sul
funzionamento interpersonale”.
LA DEPOSIZIONE DELLA COLONNELLA: “COMPORTAMENTO TIPICO DELLA SERIALITÀ”
Nella precedente udienza aveva testimoniato la colonnella Anna Bonifazi,
psicoterapeuta del Racis dei Carabinieri, che aveva parlato apertamente di
dinamiche criminologiche di tipo seriale. “Nel caso di Chiara Petrolini i
delitti sono incasellabili come omicidi a escalation asimmetrica” aveva
affermato. Secondo l’ufficiale, tra il primo e il secondo fatto si nota “un
aumento del motore criminale non frenabile… un comportamento che va avanti senza
possibilità alcuna di esser bloccato”. Bonifazi aveva sottolineato sul carattere
“non impulsivo” dei due episodi, evidenziando la similitudine delle modalità e
il brevissimo intervallo tra le due gravidanze: “C’è serialità, c’è logica, un
passaggio all’atto non bizzarro… Un comportamento che fa presagire che chi lo
compie entra ed esce da un impatto emotivo elevatissimo senza avere scossoni
emotivi. Questo è tipico comportamento seriale”.
Nelle prossime udienze verranno ascoltati i periti nominati dalla Corte, la cui
valutazione avrà un peso determinante. Per ora, il ritratto di Chiara Petrolini
continua a oscillare tra due versioni inconciliabili: da un lato una giovane
donna lucida, senza disturbi mentali, che avrebbe agito con freddezza;
dall’altro una ragazza fragile, emotivamente schiacciata, incapace di percepire
la realtà e la gravità di ciò che stava vivendo. I giudici oggi hanno potuto
ascoltare anche la testimonianza di un’amica che ha raccontato il tempo passato
insieme poco prima che la 22enne partorisse il suo secondo figlio: “Il 6 agosto
abbiamo passato la sera insieme a casa mia, abbiamo fumato marijuana e bevuto
qualche birra e un po’ di grappa”. Poche ore dopo la 22enne, che aveva cercato
sul web informazioni su come indurre il parto, aveva fatto nascere il bimbo,
tagliato il cordone ombelicale e poi lo aveva seppellito.
L'articolo Enigma Chiara Petrolini, gli psichiatri in aula: “Impossibile
invocare l’infermità”, “No, era incapace e affetta dalla patologia che nega la
gravidanza” proviene da Il Fatto Quotidiano.
“Il 6 agosto (poche ore prima del secondo parto) abbiamo passato la sera insieme
a casa mia, abbiamo fumato marijuana e bevuto qualche birra e un po’ di grappa”.
Irrompe una testimonianza importante nel processo per il duplice infanticidio
dei due neonati sepolti nel giardino di casa a Vignale di Traversetolo in cui è
imputata Chiara Petrolini. Un’amica della ragazza, Chiara Facchin, è stata
ascoltata in Corte d’assise a Parma, ha ricostruito gli eventi che hanno
preceduto il secondo parto della giovane. “Lei aveva appena finita l’ultimo
giorno di centro estivo, era orario aperitivo, quindi abbiamo bevuto e mangiato
qualcosa insieme. Lei è venuta in macchina: eravamo io, Chiara e Riccardo.
Abbiamo parlato e poi abbiamo fumato insieme, tabacco e marijuana, che era stata
regalata a Riccardo. Abbiamo fumato io e Chiara, una canna (intera), divisa
equamente, abbiamo mangiato panini e patatine, abbiamo bevuto due birre a testa,
Chiara forse tre e poi sono andati a casa. Nessuno di noi si ubriacò”.
Nei giorni successivi, Facchin ha continuato a sentirsi con Petrolini: “Nei
giorni successivi al secondo parto ci siamo sentite per messaggio, diceva di
aver avuto un forte ciclo mestruale. La sera del 7 agosto ci siamo riviste per
un aperitivo in una cantina della zona, poi siamo andate anche a bere un altro
drink in un bar e infine l’ho portata a casa. Doveva partire per una vacanza
negli Usa”. Poche ore prima della partenza per gli Stati Uniti, Petrolini aveva
seppellito il figlio appena nato. L’amica ha aggiunto: “Ho sentito Chiara quando
era a New York e mi ha detto che era felice“.
Durante la deposizione, Facchin ha anche parlato dei rapporti quotidiani con
Petrolini, sottolineando come nulla facesse sospettare le gravidanze: “Non ho
mai notato nulla, nemmeno quando era nuda uscita dalla doccia o in piscina,
Chiara non aveva la pancia e non mostrava nessuna alterazione a livello di
comportamento. A luglio 2024, l’ho vista in intimo, non aveva la pancia. Lo
abbiamo fatto spesso di cambiarci insieme prima di uscire”. L’amica ha descritto
Petrolini come “una persona aperta, partecipativa; è sempre stata abbastanza
solare, sapeva stare in mezzo alle persone e in compagnia”. Ha inoltre precisato
che i rapporti con i genitori erano “positivi, con entrambi” e che la giovane
aveva preso autonomamente la decisione di iniziare a lavorare. Infine, Facchin
ha ricordato le parole di Petrolini: “Sono andata in ansia e ho reagito come ho
reagito, ho avuto paura, mi sono sentita sola ed è successo quel che è
successo”.
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testimonianza di un’amica di Chiara Petrolini proviene da Il Fatto Quotidiano.