Tag - Infanticidio

“Dare voce a questi bambini”, l’ex fidanzato e la madre di lui chiedono 1 milione e 650mila euro di risarcimento a Chiara Petrolini per i neonati uccisi
“Dare voce a questi bambini”. I piccoli in questione sono Angelo Federico e Domenico Matteo, i neonati partoriti da Chiara Petrolini, la ragazza accusata di aver uccisi e seppelliti nel giardino di casa nel Parmense che rischia 26 anni di carcere. Angelo Federico fu il secondo ma il primo a essere ritrovato nel giardino della casa di Traversetolo, dell’altro sono rinvenute soltanto le ossa. L’avvocata Monica Moschioni, per l’ex fidanzato di Chiara, Samuel Granelli e il padre Cristian, chiede risarcimenti da 800.000 euro per il primo e 350.000 per il secondo. Ma l’obiettivo dell’azione del giovane padre è far emergere queste vittime “disconosciute fin dall’inizio da chi avrebbe dovuto proteggerle, e invece le ha accantonate”. L’avvocato Pierfrancesco Guido, per la madre di Samuel, ha chiesto invece 500.000 euro. Nel corso delle indagini e del dibattimento è emerso che nessuno, né tra i familiari della donna imputata né tra quelli dell’ex fidanzato, si era accorto delle due gravidanze, avvenute nel 2023 e nel 2024. I due bambini sono stati riconosciuti dal giovane all’anagrafe. Nel giorno della requisitoria l’imputata ha scelto di parlare ai giudici fornendo dichiarazioni spontanee. Nella sua breve dichiarazione la ragazza – dichiarata capace di intendere e volere dai periti del Tribunale – ha respinto l’immagine di sé emersa nel racconto pubblico della vicenda. “Sono stata anche descritta come un’assassina, come una madre che uccide i suoi figli, ma non sono questo. Io non ho mai voluto fare del male ai miei bambini”, ha affermato davanti alla Corte. Poi ha aggiunto: “Quei bambini erano parte di me, non gli avrei mai fatto del male, è una sofferenza che distrugge dentro”. Per la procura di Parma invece si tratta di due infanticidi richiamando la capacità della giovane di tenere nascoste entrambe le gravidanze alle persone a lei più vicine, a partire dai genitori e appunto dal fidanzato. Gli inquirenti hanno ricordato anche “la forza di andare in giardino a seppellire i figli” e quella che ha definito “la spregiudicatezza dimostrata nell’interfacciarsi con l’autorità giudiziaria e con gli amici”. Al secondo bambino, nato vivo, fu tagliato il cordone ombelicale: lo shock emorragico lo uccise. Cosa avvenuta probabilmente un anno prima. L'articolo “Dare voce a questi bambini”, l’ex fidanzato e la madre di lui chiedono 1 milione e 650mila euro di risarcimento a Chiara Petrolini per i neonati uccisi proviene da Il Fatto Quotidiano.
Giustizia
Infanticidio
Parma
“Erano due bambini reali, condannare Chiara Petrolini a 26 anni”, la richiesta della procura di Parma per i neonati seppelliti
Non c’è richiesta di ergastolo perché la procura di Parma ha considerato attenuanti generiche la giovane età e “l’immaturità”. La pm Francesca Arienti e il procuratore capo Alfonso D’Avino hanno chiesto 26 anni per Chiara Petrolini, la 22enne imputata per la morte dei suoi due figli neonati e poi seppelliti nel giardino di casa nel Parmense. La richiesta è stata formulata al termine della requisitoria ritenendo la giovane responsabile di tutti i reati contestati: due omicidi volontari premeditati e due episodi di soppressione di cadavere. Ai neonati fu tagliato il cordone ombelicale, morirono per shock emorragico e furono nascosti sotto uno strato di terra. Il processo ricostruisce la vicenda dei due bambini partoriti in momenti diversi -a distanza di poco più di un anno l’uno dall’altro – e poi sepolti nel giardino della casa familiare a Traversetolo. Nel corso della requisitoria, la pm Arienti ha sottolineato con forza la concretezza delle vittime, parlando di “due bambini reali” e non di figure astratte. Per questo in aula ha mostrato l’immagine del neonato ritrovato nell’agosto 2024, spiegando: “Siamo qui per la morte di due bambini che non esistono solo sulla carta, sono realmente esistiti”. La magistrata ha chiamato i due piccoli con i nomi scelti dai genitori al momento del riconoscimento per il certificato di morte: Angelo Federico, il secondo figlio partorito ma il primo a essere ritrovato nel giardino della casa di Traversetolo, e Domenico Matteo, nato l’anno precedente e del quale sono state rinvenute soltanto le ossa. Secondo l’accusa, alla base della vicenda ci sarebbe stata una scelta deliberata da parte dell’imputata. “È emersa la scelta netta di fare della propria gravidanza una cosa propria, di non manifestarla a nessuno e di mantenere uno stile di vita incompatibile e dannoso per il nascituro”, ha detto la pm, parlando anche di una “tendenza sistematica e pervasiva a mentire”. Arienti ha inoltre sostenuto che da parte della giovane “c’è stata una scelta consapevole e deliberata di nascondere la gravidanza”, mantenendo nel frattempo “uno stile di vita incompatibile con una sana crescita intrauterina del feto”, con il consumo di sigarette, alcol e – secondo quanto riferito – anche superalcolici e marijuana durante il travaglio, dopo la rottura delle acque. Un comportamento che, secondo la pm, dimostrerebbe come l’evento fosse “previsto e voluto”. Nella ricostruzione dell’accusa, la giovane avrebbe inoltre scelto di non sottoporsi ad accertamenti medici e di evitare qualsiasi assistenza sanitaria. “C’è stata la volontà di non sottoporsi ad accertamenti medici anche in presenza dell’avvio del travaglio”, ha spiegato Arienti, parlando di “omissione di ogni doveroso accertamento ginecologico e ostetrico” e di una decisione che sarebbe stata presa anche “nel tentativo di accelerare l’avvio del travaglio per una vacanza negli Stati Uniti”. Tra gli elementi richiamati in aula anche le ricerche effettuate sul telefono della giovane. “Non abbiamo telecamere che ci mostrano che si schiacciava la pancia – ha detto la pm – ma abbiamo l’elemento certo che Chiara ha cercato nel suo telefono: come partorire prima, schiacciarsi la pancia“. Ricerche che, secondo l’accusa, “non possono essere ritenute fatte a caso”. La pm ha sottolineato inoltre come sul cellulare non siano state trovate ricerche legate al benessere del bambino: “Non ne abbiamo mai trovata una in positivo per il benessere di questo bambino. Sempre ricerche di morte“. Durante la requisitoria, il procuratore Alfonso D’Avino si è soffermato invece sui motivi per cui, secondo la Procura, non possa essere riconosciuta una prevalenza delle attenuanti sulle aggravanti. Pur riconoscendo alla giovane le attenuanti generiche – legate alla giovane età e all’immaturità evidenziata dalla perizia psichiatrica – l’accusa ritiene che queste debbano essere considerate equivalenti alle aggravanti. Tra gli elementi indicati dal procuratore figurano “la gravità intrinseca del fatto” e “l’assoluta mancanza di difesa” dei neonati. D’Avino ha inoltre sottolineato come la decisione sarebbe stata maturata e portata a compimento nell’arco di diversi mesi. Un altro aspetto ritenuto significativo dall’accusa riguarda la reiterazione del comportamento: nel secondo episodio, ha osservato il procuratore, l’imputata avrebbe agito con la piena consapevolezza di come si sarebbero svolti gli eventi, in quella che è stata definita “una copia conforme del primo“. La Procura ha poi richiamato la capacità della giovane di tenere nascoste entrambe le gravidanze alle persone a lei più vicine, a partire dai genitori e dal fidanzato. D’Avino ha ricordato anche “la forza di andare in giardino a seppellire i figli” e quella che ha definito “la spregiudicatezza dimostrata nell’interfacciarsi con l’autorità giudiziaria e con gli amici”. Infine, tra gli elementi evidenziati dall’accusa, anche la condotta successiva ai fatti: secondo quanto riferito in aula, dopo uno dei delitti la giovane sarebbe uscita frequentando bar e pizzerie e recandosi anche dall’estetista. L'articolo “Erano due bambini reali, condannare Chiara Petrolini a 26 anni”, la richiesta della procura di Parma per i neonati seppelliti proviene da Il Fatto Quotidiano.
Giustizia
Infanticidio
Parma
“Non sono una madre assassina, non pensavo di essere incinta”, i sette minuti di dichiarazione di Chiara Petrolini ai giudici
Nel silenzio dell’aula della Corte d’assise di Parma, Chiara Petrolini – la ragazza accusata di aver ucciso i due figli neonati partoriti a distanza di un anno l’uno dall’altro seppellendoli dopo la nascita – ha scelto di parlare. Per circa sette minuti, con voce monocorde e leggendo da un foglio, la giovane imputata per l’omicidio premeditato e la soppressione dei cadaveri dei suoi due figli neonati ha reso dichiarazioni spontanee davanti ai giudici che la stanno processando. Il procedimento riguarda la morte dei due bambini partoriti, secondo l’accusa, nel maggio 2023 e nell’agosto 2024. Nella sua breve dichiarazione la ragazza – dichiarata capace di intendere e volere dai periti del Tribunale – ha respinto l’immagine di sé emersa nel racconto pubblico della vicenda. “Sono stata anche descritta come un’assassina, come una madre che uccide i suoi figli, ma non sono questo. Io non ho mai voluto fare del male ai miei bambini”, ha affermato davanti alla Corte. Poi ha aggiunto: “Quei bambini erano parte di me, non gli avrei mai fatto del male, è una sofferenza che distrugge dentro”. Nel corso dell’intervento l’imputata ha provato a raccontare il proprio stato d’animo negli ultimi anni, descrivendo una distanza tra l’immagine esterna della sua vita e la percezione interiore di sé. “Molti qui fuori mi hanno descritto come una brava ragazza, con la famiglia, amici, un ragazzo, che lavorava e studiava, ma questa era solo apparenza. Dentro mi sentivo sola anche quando non lo ero davvero. Era uno spazio vuoto che nessuno riusciva a riempire. Un malessere che mi accompagnava in tutte le mie giornate, mi sentivo sbagliata e giudicata”. La giovane ha poi affrontato uno dei punti centrali della vicenda processuale, quello della consapevolezza della gravidanza. “Ho sempre dichiarato che sapevo di essere incinta ma perché mi sembrava l’unica spiegazione possibile. Non ho mai fatto un test di gravidanza, non sono mai stata sicura di esserlo”, ha detto. Nel suo racconto ha spiegato che i dubbi emergevano soprattutto in alcuni momenti: “C’erano momenti in cui ci pensavo di più, come quando facevo la doccia e vedevo questa pancia di cui nessuno si accorgeva. Allora facevo le ricerche, ma non ho mai messo in atto niente, non so perché lo facevo, ero stanca e confusa”. L’accusa invece sostiene che gli omicidi fossero premeditati: la ragazza fingeva di avere il ciclo e, stando alle indagini, sul web nel corso del tempo aveva chiesto di tutto: da come nascondere la pancia, a come indurre il parto, ma anche a come abortire e dopo quanto tempo puzza un cadavere. Eppure in aula dice ancora: “Non pensavo di essere incinta, nella mia testa dicevo che era impossibile, altrimenti gli altri se ne sarebbero accorti. Per quello mettevo in atto comportamenti come fumare o bere. Non ho mai avuto una nausea, mai presi farmaci per anticipare il parto, mai sono stata preoccupata di partorire in aereo”. Quest’ultimo riferimento riguarda il viaggio negli Stati Uniti compiuto con la famiglia dopo il secondo parto, avvenuto nell’agosto 2024, circostanza già emersa nel corso delle indagini. L’imputata, in considerazione della gravità delle accuse, rischia fino all’ergastolo. L'articolo “Non sono una madre assassina, non pensavo di essere incinta”, i sette minuti di dichiarazione di Chiara Petrolini ai giudici proviene da Il Fatto Quotidiano.
Giustizia
Infanticidio
Parma
“Orrore per la sua condotta. Gogna mediatica non può essere un’attenuante”, la pg di Milano ricorre in Cassazione contro lo sconto di pena per Alessia Pifferi
Una condotta che fa “orrore”, un’assenza di “resipiscenza” (pentimento, ndr”, le “inaudite sofferenze” inflitte a “l’essere umano più fragile e totalmente dipendente da lei”. Sono parole durissime quelle utilizzate dall’avvocato generale Lucilla Tontodonati, della Procura generale di Milano diretta da Francesca Nanni, nel ricorso in Cassazione contro la sentenza d’appello che ha ridotto da ergastolo a 24 anni la condanna per Alessia Pifferi, imputata per l’omicidio volontario della figlia Diana, morta nel luglio 2022 a meno di un anno e mezzo. Il ricorso, depositato alla Corte di Cassazione, chiede l’annullamento con rinvio della sentenza di secondo grado del 5 novembre scorso. La Corte d’Assise d’appello di Milano aveva escluso l’aggravante dei futili motivi e concesso le attenuanti generiche, ritenute equivalenti all’unica aggravante rimasta, quella del vincolo parentale, riducendo così la pena a 24 anni. Tra i motivi della riduzione, per i giudici di secondo grado, una presunta “lapidazione verbale” subita dall’imputata. Imputata che era stata già sottoposta a perizia psichiatrica su decisione della Corte d’Assise e che i giudici dell’appello hanno di fatto ripetuto. Con lo stesso risultato: capacità di intendere e di volere. “PRIGIONIERA DI UN LETTINO” Secondo la ricostruzione della Procura generale, Pifferi ha abbandonato la figlia “da sola in casa, prigioniera di un lettino da cui non poteva uscire” per “quasi sei giorni”, lasciandola a “temperature elevatissime e senza cibo e liquidi sufficienti”, fino alla morte per stenti. Un comportamento definito di “straordinaria gravità ed eccezionalità, addirittura unicità”. La donna avrebbe lasciato “l’essere umano più fragile e totalmente dipendente da lei” per un movente “egoistico”, legato alla volontà di trascorrere alcuni giorni con l’allora compagno. Ignaro che la piccola fosse stata abbandonata perché Pifferi gli disse era affidata ai parenti. Per la pg, una simile motivazione non può portare ad alcuna valutazione positiva” ai fini della concessione delle attenuanti. LE ATTENUANTI E IL “CLAMORE MEDIATICO”Ù Il cuore del ricorso riguarda proprio la scelta della Corte d’Assise d’appello di concedere le attenuanti generiche, giudicate dalla Procura frutto di motivazioni “illogiche, contraddittorie e carenti”. Tra i punti contestati vi è il riferimento, nella sentenza di secondo grado, alla “risonanza mediatica” e alle “dinamiche comunicative” che avrebbero inciso sul comportamento processuale dell’imputata. Per la pg, si tratta di “fenomeni inerenti alla contemporaneità” e di “fattori che, per loro natura, non attengono alla capacità a delinquere del soggetto, ma al contesto sociale in cui il processo si è svolto”. Il clamore mediatico, si legge nel ricorso, non è un “parametro normativo” idoneo a giustificare le attenuanti. Anzi, “processi penali mediatici” sono “purtroppo all’ordine del giorno”, ma riconoscere uno sconto di pena per la “gogna dei media” rischierebbe di “costituire un precedente per qualsiasi imputato”, introducendo nel giudizio un “dato metagiuridico”. Non si può “favorire un imputato” sulla base delle “reazioni negative” dell’opinione pubblica “MAI COLLABORATIVA” La Procura generale evidenzia inoltre come non sia in alcun modo “provato” un nesso tra la “pressione mediatica” e un presunto “cambiamento del comportamento assunto” dall’imputata, che non sarebbe mai stata realmente collaborativa. Pifferi, si legge ancora, avrebbe continuato a “mentire” e a rappresentarsi come vittima, “privilegiando la rappresentazione di sé come vittima davanti al pubblico, piuttosto che il pentimento”. Le eventuali modifiche nella linea difensiva sarebbero riconducibili a una “strategia processuale” suggerita “dalla difesa tecnica”. Nel ricorso si sottolinea anche come la donna si sia “lamentata”, per tutto il corso del processo, di essere stata lasciata sola nella cura della figlia» dai familiari. Ma, ribatte la pg, “ad essere stata lasciata sola è stata la piccola Diana”. “SOCIALMENTE PERICOLOSA” La Procura generale definisce l’imputata “socialmente pericolosa“, ritenendo concreto il rischio che possa “reiterare condotte analoghe” dopo aver inflitto “inaudite sofferenze” alla bambina. Una madre che è venuta meno a “quell’accudimento minimo” che rientra nel “più elementare” istinto di “protezione della specie, elemento distintivo dei mammiferi”. Per questo, oltre al ripristino dell’ergastolo deciso in primo grado dalla Corte d’Assise di Milano, la pg sollecita anche l’applicazione della misura della libertà vigilata una volta espiata la pena. Ora la parola passa alla Suprema Corte, chiamata a stabilire se il processo d’appello dovrà essere celebrato di nuovo. L'articolo “Orrore per la sua condotta. Gogna mediatica non può essere un’attenuante”, la pg di Milano ricorre in Cassazione contro lo sconto di pena per Alessia Pifferi proviene da Il Fatto Quotidiano.
Giustizia
Infanticidio
Milano
Bimba uccisa a Bordighera, la madre avrebbe viaggiato con il corpo della figlia in macchina
Manuela A., 43 anni, la donna accusata dell’omicidio preterintenzionale della figlia, avrebbe viaggiato in macchina con il cadavere della bimba. Secondo la ricostruzione degli inquirenti, Beatrice, 2 anni, sarebbe morta nella notte tra l’8 e il 9 febbraio, in circostanze ancora da chiarire. Il giudice per le indagini preliminari di Imperia, Massimiliano Botti, che aveva lasciato in carcere l’indagata nell’ordinanza fa riferimento agli spostamenti della donna dalla casa del compagno a Bordighera, dove ha dato l’allarme al 118, fino a Perinaldo, senza rivelare l’effettiva morte della piccola. Anche l’uomo è indagato ed è a piede libero. Secondo la ricostruzione degli investigatori tutto è avvenuto la mezzanotte e le 2 della notte tra l’8 e il 9 febbraio, quando Beatrice sarebbe deceduta. Manuela A., stando alle indagini, avrebbe chiesto l’intervento dei soccorsi alle 8.21 del mattino, ma per il giudice la bambina era già morta da diverse ore. Anche questo dettaglio cruciale ha portato al fermo della donn. Gli inquirenti sospettano che la morte della bambina sia avvenuta non nella casa della madre, come inizialmente ipotizzato, ma nell’abitazione di Perinaldo, un piccolo centro dell’entroterra ligure dove vive il compagno, in una casa rurale che è stata posta sotto sequestro. Secondo le dichiarazioni della madre, che ha passato la notte tra il 7 e l’8 febbraio con le sue tre figlie nel paese del compagno, Beatrice avrebbe avuto dei problemi respiratori, che lei avrebbe scambiato per un semplice raffreddore. La donna ha ammesso di non aver portato la bambina al pronto soccorso, pur avendo notato alcuni sintomi preoccupanti. A complicare la vicenda, l’autopsia sul corpo della piccola Beatrice, che si svolgerà nei prossimi giorni, dovrà chiarire se le numerose contusioni riscontrate sul corpo della bambina siano state causate da un incidente, come ha dichiarato la madre, oppure da violenza. La donna ha raccontato che la piccola sarebbe caduta dalle scale pochi giorni prima della morte, ma non l’ha portata in ospedale ritenendo che fosse solo una ferita superficiale. Tuttavia, i lividi evidenti potrebbero suggerire altro. Oltre alla testimonianza della madre, ci sono anche immagini di telecamere di sorveglianza e indagini da parte dei carabinieri. In un clima già teso, l’avvocata Laura Corbetta, che difende la donna, è stata oggetto di minacce sui social. Foto di archivio L'articolo Bimba uccisa a Bordighera, la madre avrebbe viaggiato con il corpo della figlia in macchina proviene da Il Fatto Quotidiano.
Infanticidio
Cronaca Nera
Imperia
“Chiara Petrolini immatura e fragile ma capace di intendere e di volere”, le conclusioni della perizia psichiatrica sulla 22enne accusata di duplice infanticidio
Immatura, fragile ma capace di intendere e volere. La Corte d’assise di Parma aveva disposto una perizia psichiatrica su Chiara Petrolini, la 22enne accusata di aver ucciso e sepolto i suoi due figli neonati, nati a un anno di distanza l’uno dall’altro. La perizia, condotta dalle psichiatre Marina Carla Verga e Laura Ghiringhelli, ha concluso che la giovane imputata era pienamente capace di intendere e di volere. Le perite non hanno riscontrato patologie psichiatriche che possano aver inciso sulla sua capacità di agire consapevolmente, nemmeno in relazione alla gravità degli atti di cui è accusata. LA VALUTAZIONE PSICHIATRICA Le due esperte hanno affermato che Chiara Petrolini era in grado di stare in giudizio, ma hanno anche sottolineato come la giovane presenti un quadro psicologico complesso. Secondo le psichiatre, la ragazza risulta immatura sotto vari aspetti. “Rispetto al comportamento osservabile, appare infantile, con atteggiamenti e modi di esprimersi che non sempre sono adeguati al contesto”, scrivono le perite. Petrolini non avrebbe raggiunto in pieno le tappe evolutive della sua età e, a loro avviso, avrebbe un adattamento superficiale alla vita adulta. “Mostra un’immagine di sé stessa iperadattata, ma in realtà c’è una forte dissonanza tra la sensazione soggettiva e l’immagine che vuole mostrare agli altri”, si legge nel documento. Questo immaturo sviluppo psicologico, seppur non ritenuto patologico, è stato ritenuto sufficiente a influire sul comportamento della giovane, ma non al punto da ridurre la sua responsabilità penale. IL PROFILO PSICOLOGICO E LA FRAGILITÀ NARCISISTICA A completare il quadro psichiatrico di Chiara Petrolini contribuisce anche la relazione dello psicologo e psicoterapeuta Mauro Di Lorenzo, che su richiesta delle due perite nominate dalla corte di assise di Parma ha preso parte ai colloqui e svolto con la giovane imputata un approfondimento psicodiagnostico, somministrando test alla 22enne L’esperto ha sottolineato come la giovane presenti una fragilità di natura narcisistica, che si manifesta in un profondo vissuto di vulnerabilità e nella paura di essere danneggiata dagli altri. Petrolini, secondo il rapporto, tende a ritirarsi dalle relazioni per evitare di mostrare le sue reali caratteristiche, preferendo vivere in una condizione di isolamento emotivo. “Se ferita o disconfermata a livello del proprio valore, Chiara può lasciare emergere una rabbia vendicativa non commisurata alla situazione“, ha scritto Di Lorenzo. Questo comportamento potrebbe spiegare la violenza del gesto, che viene descritto come una reazione a un vissuto di rifiuto o frustrazione. Nonostante le sue fragilità psicologiche, la perizia non ha escluso la possibilità che Chiara Petrolini abbia agito in modo lucido e razionale al momento degli omicidi. IL DUPLICE INFANTICIDIO: NESSUNA GIUSTIFICAZIONE Le perite, inoltre, hanno escluso qualsiasi tipo di giustificazione psicologica che possa spiegare il “ripetersi” del gesto. Petrolini ha infatti dichiarato di aver cercato la seconda gravidanza dopo aver vissuto il trauma della morte del primo figlio, definendo il secondo bambino come una “rivincita” verso se stessa. Tuttavia, le psichiatre non hanno ritenuto queste spiegazioni sufficienti a comprendere la ripetizione del comportamento omicida. Non vi sarebbe un rischio maggiore che la giovane possa ripetere l’atto, né tantomeno un trauma che possa averne facilitato la ripetizione. Inoltre, le perite hanno escluso che il gesto fosse motivato da una valenza strumentale o da una sorta di “sfida” nei confronti della società o delle autorità, come qualche esperto aveva inizialmente ipotizzato. Non sarebbe stato un tentativo di “farsi notare” o di ottenere attenzione attraverso un gesto eclatante. La personalità di Chiara Petrolini risulta dunque essere quella di una giovane donna fragile, ma capace di compiere azioni volontarie e consapevoli. Differenti le conclusioni delle consulenti della difesa, per la ginecologa incaricata dagli avvocati dell’imputata: non si può escludere che il primo bambino sia morto prima del parto, per la psichiatra e psicoterapeuta la giovane presenta “una personalità con caratteristiche miste, riconducibili a disturbi di tipo ‘dipendente, evitante, ossessivo, depressivo e dissociativo'”. La perizia psichiatrica sarà oggetto di discussione durante l’udienza del 13 febbraio, quando si proseguirà con il dibattimento. L'articolo “Chiara Petrolini immatura e fragile ma capace di intendere e di volere”, le conclusioni della perizia psichiatrica sulla 22enne accusata di duplice infanticidio proviene da Il Fatto Quotidiano.
Giustizia
Infanticidio
Parma
Perizia
“Non possiamo escludere la morte prima del parto”, la testimonianza della ginecologa di parte al processo di Chiara Petrolini
“Non possiamo escludere che il decesso del primo figlio sia stata una morte endouterina fetale, assolutamente non possiamo dire che questo bimbo ‘sicuramente non è nato morto'”. Il caso di Chiara Petrolini, la ragazza di Traversetolo accusata di aver ucciso e sepolto i cadaveri di due suoi figli neonati, ha visto oggi una nuova importante testimonianza davanti alla Corte d’Assise di Parma. La dottoressa Immacolata Blasi, ginecologa e consulente della difesa, ha dichiarato che non è possibile escludere la possibilità che la morte del primo figlio, partorito nel 2023, possa essere stata una morte endouterina fetale. Secondo la dottoressa, non si può affermare con certezza che il bambino non fosse morto nel grembo materno prima del parto. La ginecologa ha sottolineato che, in base alle visite effettuate e alle sue osservazioni, non ci sono elementi certi che indichino un decesso post-nascita, contrariamente a quanto sostenuto dall’accusa. Il caso ha visto anche un altro punto di discordia tra le consulenze degli esperti. La dottoressa Blasi, che visitò Chiara Petrolini a fine agosto 2024 dopo la nascita del secondo figlio, ha fornito una ricostruzione differente da quella dell’accusa. Durante la visita, la ginecologa osservò che “i genitali della ragazza sembravano quelli di una persona che non ha partorito”, suggerendo che il secondo feto fosse molto probabilmente piccolo e appartenesse a un bambino al di sotto del decimo percentile di peso. Questo, secondo la Blasi, comporta un maggiore rischio di sofferenza fetale, e potrebbe spiegare la difficoltà di portare il bambino a termine in maniera sana. La tesi difensiva sostiene dunque che anche il primo feto potesse essere piccolo e fragile, aumentando la probabilità di complicazioni durante la gravidanza. Queste affermazioni contrastano con la relazione dei periti dell’accusa, Valentina Bugelli, medico legale, e Francesca Magli, antropologa forense. Nella loro relazione, i due esperti sostengono che il primo neonato, sebbene nato vivo, sarebbe stato successivamente ucciso. Gli inquirenti accusano Chiara Petrolini di aver causato la morte del bambino dopo il parto, contrariamente alla versione della giovane madre, che ha sempre sostenuto di aver trovato il bambino privo di vita e di non averlo mai visto respirare: “Ho provato a scuoterlo, non respirava e l’ho messo nel giardino”. L'articolo “Non possiamo escludere la morte prima del parto”, la testimonianza della ginecologa di parte al processo di Chiara Petrolini proviene da Il Fatto Quotidiano.
Giustizia
Infanticidio
Parma
Neonati
Enigma Chiara Petrolini, gli psichiatri in aula: “Impossibile invocare l’infermità”, “No, era incapace e affetta dalla patologia che nega la gravidanza”
Chi è Chiara Petrolini? È la domanda che attraversa ogni udienza del processo per duplice infanticidio che vede imputata la 22enne di Vignale di Traversetolo (Parma), accusata di aver partorito in casa e poi seppellito i due neonati nel giardino della villetta di famiglia. Un enigma che la Corte d’Assise ha deciso di affrontare con una perizia psichiatrica già affidata ai periti nominati dai giudici. Intanto in aula si registra il confronto – con posizioni distanti e inconciliabili – dei consulenti dell’accusa, della difesa e della parte civile. La Procura contesta alla giovanissima donna un “disegno”, quello di voler sopprimere i figli e per questo le contesta la premeditazione. Ma davanti alla scena di una ragazzina – senza apparenti problemi o traumi – che nasconde le gravidanze, partorisce due volte e per due volte taglia il cordone ombelicale provocando l’emorragia mortale, i giudici dell’Assise hanno ritenuto di dover affidare un incarico scegliendo Marina Carla Verga, psichiatra milanese, e Laura Ghiringhelli, responsabile del Servizio Diagnosi e cura dell’ospedale di Legnano. I CONSULENTI DELLA PARTE CIVILE: “NON SI PUÒ INVOCARE INFERMITÀ” Il primo a prendere la parola è stato Renato Ariatti, psichiatra nominato come consulente della parte civile, che rappresenta Samuel Granelli, l’ex fidanzato di Chiara Petrolini e padre dei due bambini poi riconosciuti perché avessero un certificato di nascita e di morte. Lo specialista è netto: “Non sembra che sia possibile invocare un’infermità che sia tale da definire un vizio di mente per Chiara Petrolini. A noi non sembra sia possibile invocare un’infermità”. Il professionista, che lavora insieme allo psicologo Marco Samorì, spiega che la loro analisi è “interlocutoria e preliminare”, basata solo sugli atti in attesa della perizia ufficiale. A suo giudizio comunque non ci sono elementi per sostenere uno stato dissociativo: “Manca questa sovrapposizione di funzioni, manca un trauma che giustifichi la dissociazione, ci sono ricordi dei fatti avvenuti e manca un’amnesia vera che giustifichi la dissociazione. Non abbiamo trovato disturbi della personalità”. E QUELLI DELLA DIFESA: “AL MOMENTO DEI FATTI ERA INCAPACE DI INTENDERE E VOLERE” Di tutt’altro orientamento il consulente della difesa, lo psichiatra Piero Petrini, chiamato dall’avvocato Nicola Tria. Petrini sostiene che la 22enne fosse in una condizione psichica gravemente alterata durante i due parti. “Riteniamo che, al momento dei fatti, si trovasse in profonda alterazione tale da escludere completamente la capacità di intendere e di volere; al momento del parto riteniamo si sia verificato uno stato di dissociazione”. Secondo il professionista, Petrolini avrebbe manifestato un quadro di “denial pregnancy”, la negazione inconscia della gravidanza: “È una patologia… Chiara è vissuta in un assordante contesto affettivo ed emotivo”. Il quadro personale tratteggiato dallo specialista è quello di una giovane fragile: “Una personalità immatura, fragile, discontinua, sviluppatasi in un contesto giudicante e ambivalente”. A integrare il lavoro della difesa interviene anche lo psichiatra Giuseppe Cupello, che evidenzia un profilo problematico della ragazza: “In Chiara Petrolini ci sono caratteristiche della personalità palesemente disfunzionali, che incidono sulla sfera dell’affettività, della cognitività, quindi una difficoltà a conoscere e riconoscere il proprio mondo interiore, incidono sul funzionamento interpersonale”. LA DEPOSIZIONE DELLA COLONNELLA: “COMPORTAMENTO TIPICO DELLA SERIALITÀ” Nella precedente udienza aveva testimoniato la colonnella Anna Bonifazi, psicoterapeuta del Racis dei Carabinieri, che aveva parlato apertamente di dinamiche criminologiche di tipo seriale. “Nel caso di Chiara Petrolini i delitti sono incasellabili come omicidi a escalation asimmetrica” aveva affermato. Secondo l’ufficiale, tra il primo e il secondo fatto si nota “un aumento del motore criminale non frenabile… un comportamento che va avanti senza possibilità alcuna di esser bloccato”. Bonifazi aveva sottolineato sul carattere “non impulsivo” dei due episodi, evidenziando la similitudine delle modalità e il brevissimo intervallo tra le due gravidanze: “C’è serialità, c’è logica, un passaggio all’atto non bizzarro… Un comportamento che fa presagire che chi lo compie entra ed esce da un impatto emotivo elevatissimo senza avere scossoni emotivi. Questo è tipico comportamento seriale”. Nelle prossime udienze verranno ascoltati i periti nominati dalla Corte, la cui valutazione avrà un peso determinante. Per ora, il ritratto di Chiara Petrolini continua a oscillare tra due versioni inconciliabili: da un lato una giovane donna lucida, senza disturbi mentali, che avrebbe agito con freddezza; dall’altro una ragazza fragile, emotivamente schiacciata, incapace di percepire la realtà e la gravità di ciò che stava vivendo. I giudici oggi hanno potuto ascoltare anche la testimonianza di un’amica che ha raccontato il tempo passato insieme poco prima che la 22enne partorisse il suo secondo figlio: “Il 6 agosto abbiamo passato la sera insieme a casa mia, abbiamo fumato marijuana e bevuto qualche birra e un po’ di grappa”. Poche ore dopo la 22enne, che aveva cercato sul web informazioni su come indurre il parto, aveva fatto nascere il bimbo, tagliato il cordone ombelicale e poi lo aveva seppellito. L'articolo Enigma Chiara Petrolini, gli psichiatri in aula: “Impossibile invocare l’infermità”, “No, era incapace e affetta dalla patologia che nega la gravidanza” proviene da Il Fatto Quotidiano.
Giustizia
Infanticidio
Parma
“Abbiamo fumato marijuana e bevuto qualche birra prima del parto”, la testimonianza di un’amica di Chiara Petrolini
“Il 6 agosto (poche ore prima del secondo parto) abbiamo passato la sera insieme a casa mia, abbiamo fumato marijuana e bevuto qualche birra e un po’ di grappa”. Irrompe una testimonianza importante nel processo per il duplice infanticidio dei due neonati sepolti nel giardino di casa a Vignale di Traversetolo in cui è imputata Chiara Petrolini. Un’amica della ragazza, Chiara Facchin, è stata ascoltata in Corte d’assise a Parma, ha ricostruito gli eventi che hanno preceduto il secondo parto della giovane. “Lei aveva appena finita l’ultimo giorno di centro estivo, era orario aperitivo, quindi abbiamo bevuto e mangiato qualcosa insieme. Lei è venuta in macchina: eravamo io, Chiara e Riccardo. Abbiamo parlato e poi abbiamo fumato insieme, tabacco e marijuana, che era stata regalata a Riccardo. Abbiamo fumato io e Chiara, una canna (intera), divisa equamente, abbiamo mangiato panini e patatine, abbiamo bevuto due birre a testa, Chiara forse tre e poi sono andati a casa. Nessuno di noi si ubriacò”. Nei giorni successivi, Facchin ha continuato a sentirsi con Petrolini: “Nei giorni successivi al secondo parto ci siamo sentite per messaggio, diceva di aver avuto un forte ciclo mestruale. La sera del 7 agosto ci siamo riviste per un aperitivo in una cantina della zona, poi siamo andate anche a bere un altro drink in un bar e infine l’ho portata a casa. Doveva partire per una vacanza negli Usa”. Poche ore prima della partenza per gli Stati Uniti, Petrolini aveva seppellito il figlio appena nato. L’amica ha aggiunto: “Ho sentito Chiara quando era a New York e mi ha detto che era felice“. Durante la deposizione, Facchin ha anche parlato dei rapporti quotidiani con Petrolini, sottolineando come nulla facesse sospettare le gravidanze: “Non ho mai notato nulla, nemmeno quando era nuda uscita dalla doccia o in piscina, Chiara non aveva la pancia e non mostrava nessuna alterazione a livello di comportamento. A luglio 2024, l’ho vista in intimo, non aveva la pancia. Lo abbiamo fatto spesso di cambiarci insieme prima di uscire”. L’amica ha descritto Petrolini come “una persona aperta, partecipativa; è sempre stata abbastanza solare, sapeva stare in mezzo alle persone e in compagnia”. Ha inoltre precisato che i rapporti con i genitori erano “positivi, con entrambi” e che la giovane aveva preso autonomamente la decisione di iniziare a lavorare. Infine, Facchin ha ricordato le parole di Petrolini: “Sono andata in ansia e ho reagito come ho reagito, ho avuto paura, mi sono sentita sola ed è successo quel che è successo”. L'articolo “Abbiamo fumato marijuana e bevuto qualche birra prima del parto”, la testimonianza di un’amica di Chiara Petrolini proviene da Il Fatto Quotidiano.
Giustizia
Infanticidio
Parma
Bimbo di 9 anni ucciso dalla madre, il padre: “Mi ero opposto agli incontri tra lei e nostro figlio da soli, aveva già tentato di strozzarlo”
Dopo la morte del piccolo Giovanni a soli 9 anni, ucciso dalla madre mercoledì con un coltello da cucina, il papà Paolo Trame affida al parroco di Muggia (Trieste) don Andrea Destradi, le sue parole e un rimpanto: “Il grande rammarico legato al fatto che alla madre sia stato consentito di vedere il bambino senza protezione”. Don Andrea ha raccolto le parole sul suo stato emotivo, “completamente devastato”. Il sacerdote è in costante contatto con il genitore del piccolo Giovanni. IL MONITO DEL PADRE: “SE SUCCEDERÀ QUALCOSA DI TERRIBILE QUALCUNO DOVRÀ RISPONDERNE” Il bimbo è stato ucciso due giorni fa dall’ex moglie dell’uomo, Olena Stasiuk, con un taglio alla gola. Il piccolo era da solo a casa della madre, tra i due ex coniugi era in corso da 8 anni una battaglia legale. “Quella donna è pericolosa, non lasciate che veda nostro figlio da sola”, ha ricostruito Paolo Trame, rivolgendosi a giudici e assistenti sociali. Come scrive Repubblica, il papà del bimbo aveva messo nero su bianco il suo terrore in un documento giudiziario del 2021. “Se succederà qualcosa di terribile qualcuno dovrà risponderne”. L’uomo nutriva “certezze motivate da violenze e minacce documentate”. Ora le carte della causa di separazione sarebbero al vaglio della procura di Trieste che ha aperto un fascicolo sulla morte del piccolo Giovanni. La madre è stata arrestata con l’accusa di “omicidio volontario pluriaggravato”. Già nel giugno del 2023, secondo il papà, “ha tentato di strozzare” il figlio. Il bambino era finito al pronto soccorso dell’ospedale cittadino con lividi sul collo e a una mascella. I PROBLEMI MENTALI DELLA MADRE E GLI INCONTRI PROTETTI CON IL FIGLIO La donna ha assunto farmaci contro la schizofrenia ed era stata in cura presso il Centro di salute mentale. Aveva più avvolte avvertito che “se io muoio, Giovanni muore con me”, riporta Repubblica. Oltre a minacciare il suicidio ai giudici del tribunale civile e agli assistenti sociali del Comune di Muggia: “Se non mi date l’affidamento di mio figlio – ammoniva la donna – mi butto nel mare e mi annego assieme al bambino”. Ma la precaria salute mentale della madre aveva indotto il tribunale dei minori ad affidare il piccolo Giovanni alle cure del padre: per Olena era scattato il divieto di stare da sola con il figlio. Un’altra batosta, per una donna in serie difficoltà economiche e senza un lavoro fisso. Tanto da perdere la casa e finire in un dormitorio pubblico. Solo grazie ai 250 euro mensili del marito la donna sarebbe riuscita a pagare l’affitto di una casa. Grazie alla nuova dimora, dal 2021 il tribunale aveva concesso alla donna di vedere il figlio 3 volte a settimana, ma solo alla presenza degli assistenti sociali. E proprio in quell’appartamento si è consumato l’omicidio del bambino. Già da settimane la madre poteva vedere il figlio da sola, mentre il padre invano si sarebbe opposto. La decisione è stata assunto da Filomena Piccirillo – la giudice della causa civile di separazione – dopo la consulenza tecnica della psicologa Erika Jakovic. Proprio il 12 novembre, il giorno del delitto, era attesa una decisione sull’affido definitivo: rinviata al prossimo febbraio. L'articolo Bimbo di 9 anni ucciso dalla madre, il padre: “Mi ero opposto agli incontri tra lei e nostro figlio da soli, aveva già tentato di strozzarlo” proviene da Il Fatto Quotidiano.
Cronaca
Infanticidio
Trieste