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A 50 anni dalla dittatura in Argentina, mancano ancora all’appello i desaparecidos
Il 24 marzo 2026 segna il 50esimo anno dal colpo di Stato militare avvenuto in Argentina, passato sotto il nome ufficiale di Processo di riorganizzazione nazionale. Come in occasione del golpe cileno dell’11 settembre 1973, l’eco suscitata in Italia è stata vasta per la preminenza dell’Argentina nel continente sudamericano e per le comuni radici che legano i due Paesi. Anche nel secondo dopoguerra, la democrazia in Argentina attecchisce a fatica, soffocata prima dalla presidenza di Juan Domingo Peron (1946-1955) poi dal golpe del 1966, Revolución argentina, che depone con il favore dei ceti medi il presidente Arturo Umberto Illia che si era distinto per le leggi sul salario minimo e sulla campagna per l’alfabetizzazione, destinando all’istruzione il 23% del bilancio nazionale. Il golpe del 1966 produce una dittatura lunga sette anni che segna profondamente la società argentina, la radicalizza e immiserisce i ceti popolari. Contro il regime, dal 1968, agisce l’Ejército revolucionario del pueblo di marca trockista e dal 1970 prende corpo il movimento armato dei Montoneros, congiunzione tra frange del cattolicesimo sociale ed elementi della sinistra peronista. Il ritorno della democrazia nel 1973 è un fugace lampo funestato anche dal terrorismo di destra che produce il massacro di Ezeiza (13 morti e 300 feriti) sulla folla festante che accoglie Peron dall’esilio. L’ormai viejo leader torna in patria dopo 18 anni portandosi dietro la sua incongrua miscela di diverse percezioni, tra chi lo ritiene un Mao argentino e chi lo assimila a una versione moderata del dittatore spagnolo Francisco Franco, nel cui Paese Peron ha trascorso la parte finale del suo esilio. L’ultimo Peron non ha più l’abilità di ricomporre le fratture. La sua presidenza dura appena nove mesi e l’1 luglio 1974 un attacco cardiaco gli è fatale. Sostituisce Peron la moglie María Estela Martínez, detta Isabelita, che ricopriva la vicepresidenza. Dal cuore dello Stato si muove un sotterraneo processo disgregatore, una sorta di golpe prima del golpe, a opera del ministro del Benessere sociale José López Rega – iscritto alla loggia P2 di Licio Gelli, ammiratore di Adolf Hitler, referente politico della Triple A (Allianza anticomunista argentina) – un apparato formalmente esterno allo Stato, ma a questo intimamente legato. La Triple A è in gran parte composta da poliziotti e militari ed è guidata dal criminale neonazista Aníbal Gordon. Oltre alle uccisioni e agli attentati terroristici, i taglieggiamenti, le ruberie e i riscatti arricchiscono i componenti e, in particolare, il suo comandante. L’organizzazione è coperta da Isabelita, ma in precedenza anche dallo stesso Peron, secondo lo storico Juan Carlos Marín. Il punto è che, prima ancora del golpe militare, la Triple A avvia la pratica delle sparizioni degli oppositori che, alla fine della seconda settennale dittatura argentina, saranno 30.000. Nei nove mesi della presidenza Peron scompaiono 66 cittadini, che salgono a 1770 nei 20 mesi del mandato di Isabelita Martínez. L’avvento della dittatura militare accelera indiscriminatamente le sparizioni. Il regime vorrebbe estirpare per sempre il seme della ribellione finendo per strappare i neonati alle loro madri, assegnandoli poi a famiglie “sicure”. Da oltre quarant’anni è attivo il movimento delle Abuelas de Plaza de Mayo composto dalle nonne protese alle ricerca dei loro nipoti. Al luglio del 2025 ne sono stati ritrovati 140. La Triple A compie anche attentati attribuendone la responsabilità alle organizzazioni di estrema sinistra, un copione non nuovo, conosciuto anche in Italia con le stragi nere di Piazza Fontana (1969) e della Questura di Milano (1973). Non a caso, alcuni neofascisti italiani (Stefano Delle Chiaie e Pierluigi Pagliai fra questi) risultano attivi nella collaborazione con le polizie politiche cilene, argentine e boliviane. Una complicità superiore proviene dall’”amico” statunitense che pur di rendere l’America Latina “sicura dal comunismo” (o, detto in altri termini, vassalla ai suoi interessi economici) non ha timore di calpestare i diritti umani elaborando l’articolato Piano Condor per la repressione dei movimenti di sinistra, nella più vasta area sudamericana (Cile, Argentina, Bolivia, Paraguay, Uruguay). Una lettura istruttiva su questa vicenda è senz’altro quella degli storici Marina Cardozo e Mimmo Franzinelli Gli artigli del Condor (Einaudi, 2025). L'articolo A 50 anni dalla dittatura in Argentina, mancano ancora all’appello i desaparecidos proviene da Il Fatto Quotidiano.
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50 anni dal golpe in Argentina, nel Paese di Milei si cancella la memoria: “Il governo taglia i fondi ai centri sui crimini del regime”
Nella marcia che ogni anno attraversa Buenos Aires il 24 marzo, anniversario del colpo di Stato che nel 1976 aveva dato inizio alla dittatura civico-militare di Jorge Rafael Videla, c’è uno striscione con i volti e i nomi di 30mila desaparecidos. Sono le persone scomparse a causa dei militari e per cui ancora oggi le abuelas e le madres de Plaza de Mayo chiedono giustizia. Nell’Argentina del presidente di destra Javier Milei, questo incessante lavoro per ottenere la verità è messo a rischio. A cinquant’anni dal golpe, la memoria storica è “sotto attacco”, spiega a Ilfattoquotidiano.it Marcela Perelman, direttrice delle attività di ricerca del Centro de Estudios Legales y Sociales (CELS). L’organizzazione monitora le politiche del Nunca Más: create con il ritorno del Paese alla democrazia nel 1983, hanno permesso di portare avanti i processi contro i militari, tuttora in corso, l’annullamento delle leggi di impunità e le attività di ricerca e identificazione dei desaparecidos. Per tale insieme di iniziative, ottenute con il sostegno della società civile, l’Argentina è diventata un esempio e un modello a livello internazionale. Il governo ultraliberista ha ridotto le risorse umane e finanziarie necessarie per la loro attuazione, smantellando gruppi di lavoro e programmi: le ha inoltre delegittimate, sostenendo tesi revisioniste e negazioniste. “Riteniamo fondamentale la mobilitazione del 24 marzo. È creativa, immensa e rappresenta un forte sostegno ai diritti umani”, prosegue Perelman. Da quando il governo libertario si è insediato nel dicembre 2023, il personale che si occupava di gestire le politiche per la memoria è stato ridotto del 40% e il budget è stato diminuito. La Segreteria dei Diritti Umani, organismo del governo nazionale incaricato di attuare le misure del nunca más, è stata declassata a sottosegreteria, perdendo capacità decisionale e peso istituzionale: la scelta ha comportato un indebolimento della capacità dello Stato di promuovere i processi per i crimini contro l’umanità commessi durante la dittatura. Gli avvocati, che rappresentavano le vittime, sono stati licenziati. Il governo ha colpito anche le attività di ricerca e analisi delle informazioni necessarie per i processi. Nell’aprile 2024 è stato smantellato l’Equipo de Relevamiento y Análisis Documental (ERyA): il suo lavoro consisteva nell’identificare i documenti probatori e consegnarli direttamente ai funzionari giudiziari che li richiedevano. È stato inoltre limitato l’accesso agli archivi statali: non esiste più alcun ufficio della pubblica amministrazione con le facoltà di consultare la documentazione delle forze armate e delle forze di sicurezza. “Parliamo di una ‘motosega ideologica‘ perché lo smantellamento e la distruzione dell’intero programma di memoria, verità e giustizia sono un chiaro e mirato attacco politico”. La situazione dei “sitios de memoria“, quando dipendono dal governo nazionale per il loro funzionamento, è critica: ex centri clandestini di detenzione, oggi musei e centri culturali, hanno subito riduzioni del bilancio e del personale. Il museo della ex Escuela de Mecánica de la Armada (ESMA) a Buenos Aires – dove migliaia di persone sono state imprigionate, torturate e “fatte sparire” – ha dovuto ridurre l’apertura al pubblico da sei a quattro giorni a settimana per mancanza di dipendenti. Altre realtà – come La Escuelita, il Faro de la Memoria, Campo de Mayo e il Centro Cultural Haroldo Conti – hanno fortemente ridotto le loro attività. La mancanza di finanziamenti sta comportando “gravi conseguenze sulle possibilità che siano eseguiti interventi di manutenzione. Questi spazi rappresentano prove giudiziarie, quindi il loro degrado influisce sul processo di giustizia”, prosegue Perelman. I lavoratori delle strutture denunciano la censura dei contenuti e delle narrazioni proposte dai musei: nella ex ESMA sono state cancellate conferenze e seminari, anche dedicati al 50esimo anniversario del colpo di Stato, dietro il pretesto di “depoliticizzare gli spazi pubblici“. Uno dei settori più colpiti è stato la ricerca dei bambini e delle bambine sottratti illegalmente alle loro famiglie durante il terrorismo di Stato: negli anni della dittatura chi nasceva da persone detenute, poi uccise, veniva affidato ai militari. Le vittime crescevano senza conoscere la loro vera identità. La Comisión Nacional por el Derecho a la Identidad (CoNaDI) ha subito la chiusura dell’Unidad Especial de Investigación (UEI) nel 2024: la struttura ha operato per vent’anni con poteri di accesso diretto a documenti delle forze armate e delle forze di sicurezza che venivano forniti ai giudici nei processi per appropriazione illecita di minori. La CoNaDI ha perso il 40% del personale e i dipendenti rimasti lavorano in condizioni estremamente precarie. “Ogni volta che hanno chiuso un programma, ogni volta che hanno smantellato un progetto, hanno usato termini dispregiativi e sminuito un percorso professionale e istituzionale”, conclude Perelman. “Contro questa deriva, è importante prendere parte alla marcia. Chi partecipa – i bambini, le famiglie, le organizzazioni – ricorderà di averlo fatto nel giorno dell’anniversario dei 50 anni del golpe. Marciamo per la memoria e generiamo anche la memoria del futuro”. 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In Messico la tragedia dei desaparecidos, aumentati del 213% negli ultimi dieci anni. E il 90% dei casi resta impunito
“Lavorare non dovrebbe costarti la vita”: è il grido di indignazione di centinaia di minatori, scesi in piazza nello stato di Sonora, chiedendo “giustizia” per i dieci colleghi desaparecidos da fine gennaio nelle vicinanze di Panuco, località situata nelle catene montuose di Concordia. La Procura generale ha annunciato il ritrovamento di cinque cadaveri: si tratta di Jesús Ramón Inzunza, Juan Carlos Silva, Roberto Espinoza, Miguel Ángel Martínez e Pedro Valenzuela. Erano stati rapiti, uccisi e gettati in fosse clandestine. Lavoravano tutti per la miniera canadese Vizla Silver Corp, nella località di Concordia: zona dilaniata dalla guerra tra le fazioni de “El Mayo” Zambada e “Los Chapitos”, entrambe appartenenti al Cártel de Sinaloa. “Li hanno confusi con membri di una fazione rivale”, ha giustificato il segretario messicano della Sicurezza e protezione cittadina, Omar García Harfuch. Ipotesi smentita da altri minatori della zona: “Siamo stati minacciati dai narcos, ma l’azienda (Vizla Silver Corp, ndr) ha sottovalutato il rischio”, dice uno di loro, che ha chiesto l’anonimato. Quei cinque minatori – Jesús, Juan Carlos e i loro colleghi – non rientrano nel registro degli “omicidi”, ma restano “desaparecidos”, anche se i loro corpi sono stati ritrovati. In Messico si contano 36 omicidi in meno al dì – come rivendica la presidente Claudia Sheinbaum – ma spariscono dalle 35 alle 40 persone nello stesso arco di tempo. “La violenza non sta scomparendo, ma si trasforma; si sposta verso categorie meno visibili o più difficili da documentare”, si legge nel dossier “Violencia en México: una década sin paz, 2015-2025“, pubblicato dall’Ong México Evalúa, che solleva non pochi dubbi sulle “lacune” o “manipolazioni nei registri” per indurre a “una diminuzione artificiale degli omicidi”. Nell’ultimo decennio le vittime di sparizione sono aumentate del 212,9%: nel 2015 erano 4.114 mentre nel 2025 i casi sono saliti a 12.872 persone. Nello specifico, Sinaloa resta l’epicentro delle sparizioni, con quasi 30 “desaparecidos” ogni 100mila abitanti. L’indice aumenta a 49,6 nella municipalità di Mazatlán, nota destinazione turistica, lacerata dai sequestri di persona. Secondo l’esperto in sicurezza David Saucedo il Messico affronta una nuova “amministrazione del conflitto: il governo trucca i numeri mentre i gruppi criminali puntano alla sparizione, anziché all’omicidio diretto, affinché la pressione internazionale venga meno”. È ancora più diretto Armando Vargas Hernández, che ha coordinato la stesura del dossier, per il quale la sparizione è divenuta “un meccanismo utile a nascondere omicidi e sbiadire i registri ufficiali”. I casi di sparizione registrano inoltre un indice di impunità di oltre il 90%: nessun corpo né scena del crimine, almeno nell’immediato, e la vittima viene derubricata nella voce di personas no localizadas. La stima giornaliera dei “desaparecidos” potrebbe essere ben più alta, ma molte famiglie evitano di sporgere denuncia perché temono eventuali rappresaglie da parte dei cartelli. Infatti, almeno 30 familiari impegnati nella ricerca dei desaparecidos, di cui sedici donne, sono stati uccisi tra il 2011 e il 2025. Tra le più colpite restano le Madres buscadoras, il gruppo di madri impegnate nella ricerca diretta delle vittime: quasi tutte – il 97%, secondo Amnesty – hanno subito episodi di violenza da parte dei cartelli. Ma alle madri pesa di più il fronte aperto con le istituzioni. È successo ieri, a Guanajuato, dove il gruppo di lavoro ha scoperto una fossa clandestina attribuita al Cártel de Santa Rosa de Lima che conteneva 43 corpi. Quantità confermata da criminologi ed esperti, ma la Procura ha provato a ridimensionare il ritrovamento, registrando appena 19 vittime. “Il nostro sistema sta funzionando”, è assicura Sheinbaum, che in risposta alle critiche promette di rendere le stime ufficiali delle sparizioni. La leader ammette anche le lacune nei meccanismi statali di ricerca: l’apposita piattaforma governativa – nata con l’intento di offrire strumenti digitali per l’individuazione delle vittime – “ha molti problemi“. L'articolo In Messico la tragedia dei desaparecidos, aumentati del 213% negli ultimi dieci anni. E il 90% dei casi resta impunito proviene da Il Fatto Quotidiano.
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“Desaparecidos”, la parola che da un secolo all’altro si è fatta globale
Questo 2026 ci propone tre anniversari importanti, distanti tra loro temporalmente ma accomunati da una parola: “desaparecidos”. Le “sparizioni forzate e involontarie”, così definite dal punto di vista giuridico, sono uno dei più gravi crimini di diritto internazionale, che continua a realizzarsi fino a quando lo stato non riveli il destino o la localizzazione delle persone coinvolte e, dopo che la sparizione è stata confermata, non restituisca i resti dei corpi alle famiglie. L’angoscia provata dai familiari nel non sapere dove e come si trovi una persona a loro cara e nel vedersi negata ogni informazione a chiunque la chiedano, è inimmaginabile. La parola “desaparecidos”, che va declinata anche al femminile, è stata usata per la prima volta negli anni Settanta in America del Sud per indicare le persone arrestate per motivi politici o di altra natura, detenute in luoghi sconosciuti e private di ogni contatto col mondo esterno. Uno dei tre anniversari del 2026 cadrà quando il 24 marzo saranno trascorsi 50 anni dal colpo di Stato militare in Argentina, che causò la scomparsa di almeno 30.000 persone, per lo più oppositori e attivisti politici. Ma quella parola ha attraversato continenti e decenni rimanendo purtroppo sempre attuale. Intanto, è rimasta in America del Sud. Secondo dati ufficiali, sono attualmente oltre 128.000 le persone “desaparecide” in Messico. La loro ricerca è compromessa dalla mancanza di volontà politica, dalla collusione delle autorità locali coi responsabili delle sparizioni e dall’ostilità diffusa nei confronti dei gruppi e delle singole persone, molto spesso donne, che si ostinano a cercare verità e giustizia. Un rapporto diffuso da Amnesty International nel luglio 2025 ha rivelato che 16 donne erano state assassinate mentre cercavano disperatamente informazioni. Tantissime altre (il 97 per cento delle 600 intervistate dall’organizzazione per i diritti umani) avevano subito minacce, estorsioni, aggressioni, rapimenti, torture e violenza sessuale, erano state costrette a trasferirsi altrove o erano scomparse a loro volta. In Siria, il conflitto interno iniziato nel 2011 e terminato con la caduta del regime di Bashar al-Assad alla fine del 2024 ha lasciato un’eredità di almeno 100.000 persone scomparse, in nove casi su dieci ad opera dei vari servizi di sicurezza statali. La scaltrezza dei funzionari del deposto regime che hanno distrutto documentazione e interi archivi, la disperazione dei familiari che hanno preso d’assalto i centri di detenzione (tra cui quello famigerato di Saydnaya) e l’inefficienza delle nuove autorità nell’assicurare la conservazione delle prove e cordonare le fosse comuni stanno rendendo problematica la ricerca delle persone scomparse. Utilizzate costantemente dai servizi di sicurezza del Pakistan a partire dalla cosiddetta “guerra al terrore”, dal 2001 in avanti, contro difensori dei diritti umani, attivisti politici, studenti, giornalisti ed esponenti di minoranze per il mero sospetto o l’accusa infondata di essere “terroristi”, le sparizioni forzate rendono tuttora irrintracciabili migliaia di persone, che le autorità negano di aver arrestato e delle quali non forniscono alcuna informazione. Particolarmente a rischio di svanire nel nulla per poi essere ritrovate uccise sono le persone che vivono nelle aree tradizionalmente di conflitto, come il Waziristan e il Belucistan. In Egitto, nei primi anni successivi al colpo di stato di Abdelfattah al-Sisi, periodo nel quale fu vittima di sparizione forzata anche il ricercatore italiano Giulio Regeni, il cui decimo anniversario dalla sparizione è stato ricordato ieri, le organizzazioni per i diritti umani denunciavano una media di tre sparizioni al giorno, soprattutto ad opera dell’Agenzia per la sicurezza nazionale, i servizi di sicurezza interni. Ancora oggi, è una prassi abituale sottrarre una persona arrestata arbitrariamente a ogni contatto col mondo esterno e interrogarla sotto tortura per giorni, settimane o mesi prima di portarla di fronte a un’autorità giudiziaria. Seguirà un processo, spesso basato su confessioni di colpevolezza rese durante il periodo di sparizione, che terminerà invariabilmente con una condanna. A luglio saranno trascorsi 25 anni da quella che Amnesty International definì “una violazione dei diritti umani di proporzioni mai viste in Europa nella storia più recente”: quanto accadde durante il G8 del 2001 a Genova. Tra quelle “violazione dei diritti umani” va compresa anche la sparizione di oltre 200 persone, arrestate in piazza e nella scuola Diaz e portate nella caserma di Bolzaneto. La loro fu, tecnicamente, anche se “soltanto” per decine di ore e non giorni, una sparizione. Va ricordato, infine, che la Convenzione internazionale per la protezione di tutte le persone dalle sparizioni forzate è entrata in vigore nel 2010 con l’obiettivo di prevenire il fenomeno, scoprire la verità su quelle del passato e assicurare che sopravvissuti e familiari degli scomparsi ricevano giustizia, verità e riparazione. Richiede a tutti gli stati che l’hanno ratificata di dotarsi di norme interne per criminalizzare le sparizioni forzate e di garantire verità, giustizia e riparazione. È quello che ha fatto lo Sri Lanka, dove il conflitto interno tra le forze armate e le Tigri per la liberazione del Tamil Eelam, dall’inizio degli anni Ottanta al 1999, ha prodotto uno dei più alti numeri di vittime di sparizione forzata al mondo, si stima fino a 100.000. La sparizione di massa di coloro che si erano arresi è stata una chiara indicazione dell’istituzionalizzazione di questa prassi. Nel marzo 2018, a seguito di una campagna delle organizzazioni locali e internazionali per i diritti umani, tra le quali Amnesty International, è stato istituito il reato di sparizione forzata. L'articolo “Desaparecidos”, la parola che da un secolo all’altro si è fatta globale proviene da Il Fatto Quotidiano.
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“Venezuela, in carcere ci sono ancora mille detenuti. Duecento i desaparecidos”: l’allarme delle ong
I conti non tornano: la presidente ad interim del Venezuela Delcy Rodríguez ha annunciato la scarcerazione di 406 prigionieri politici ma Ong come Foro Penal e altre fonti indipendenti registrano appena 167 scarcerazioni nel corso del 2026, inclusi gli italiani Alberto Trentini e Mario Burlò. Il rilascio più recente: Rafael Tudares, genero dell’ex-candidato presidenziale Edmundo González Urrutia. “È stata una lotta dura, lunga più di un anno”, dice la moglie, Mariana González, chiedendo “piena libertà” per suo marito. Tudares è quindi scarcerato, ma non libero: deve “astenersi di rilasciare dichiarazioni sui media o commenti sui Social”, si legge nell’ordine di scarcerazione. Era sicuramente il caso di Alberto Trentini, che è stato comunque messo a rischio con il video inviato dalla Farnesina al Tg1. Le persone scarcerate in Venezuela sono costrette a tacere. Caracas non ha reso noto alcun elenco che attesti le scarcerazioni, le Ong invece sì. Nel frattempo spuntano nuovi nomi di detenuti: ne rimanevano 777, secondo stime ufficiali, ma in realtà sono oltre un migliaio. L’elenco aggiornato è stato presentato al segretario di Stato Usa Marco Rubio, incaricato di gestire le scarcerazioni a Caracas, dal Casla Institute. “Dopo l’avvio delle scarcerazioni abbiamo ricevuto trecento nuove segnalazioni: ne abbiamo confermato cento. Molte famiglie non hanno denunciato la prigionia dei loro cari per paura e perché minacciate dalle autorità e dalle guardie”, assicura l’avvocato Alfredo Romero, fondatore di Foro Penal. Tra i casi rimasti nell’ombra, quello degli sposi Patrick Zamora, 42 anni, e María Dalis, 50 anni, portati via senza mandato di cattura e lontani da un giusto processo. “Mi era stato detto che denunciare la loro prigionia avrebbe complicato le cose”, ammette la loro figlia, Julianny Flores, 25 anni, che ha scelto di rompere il silenzio. Ma potrebbe essere tardi. I riflettori sono già altrove, come anche l’attenzione dell’amministrazione Usa, indirizzata alla Groenlandia. “Ne hanno liberati molti. Usciranno praticamente tutti”, ha assicurato Donald Trump, interpellato a dal giornalista spagnolo David Alandete. Il dossier è stato portato anche presso l’Organizzazione degli Stati americani, dove l’ambasciatore Usa, Leandro Rizzuto, ha chiesto “il rilascio incondizionato di tutti i prigionieri ingiustamente trattenuti”, confermando la stima di “circa mille persone” ancora in cella. Non è chiaro il numero degli italiani in cella, che secondo la Farnesina sono 24, tra cui Daniel Echenagucia, che rischia l’oblio a El Rodeo I. Ma in verità i prigionieri politici sono passati in secondo piano: l’attenzione Usa è tutta concentrata sui giacimenti di petrolio e sulla riforma della “Ley organica de Hidrocarburos”, approvata giovedì sera dall’Assemblea nazionale. Preoccupano anche le sorti dei desaparecidos: 201 prigionieri di cui si sono perse le tracce. Tra questi c’è l’italo-venezuelano 60enne Hugo Marino i cui familiari chiedono “verità e giustizia”. È sparito da quasi sei anni, nell’aprile 2019, dopo essere stato arrestato dagli agenti del Controspionaggio militare all’aeroporto di Maiquetía. “Da allora nessuna notizia: noi però abbiamo diritto a sapere dov’è finito, se è vivo o morto. Ma nessuno ci aiuta, men che meno l’Italia”, spiega la mamma, Beatriz Marino, a Ilfatto.it. I familiari restano vigili, davanti alle carceri, in una vigilia lunga quindici giorni, retta a suon di caffè e sigarette. Pregano, protestano e dormono davanti a El Rodeo I, l’Helicoide, Boleíta e altri centri di detenzione. “Qui non c’è nessuno”, dicono i carcerieri alle madri che chiedono conto dei loro figli. Resta grave la situazione presso il Centro detentivo di Boleíta, zona 7 della Polizia nazionale bolivariana, dove Trentini è stato recluso nei primi giorni. “Non ci lasciano portare del cibo, né vestiti, né medicine. Ci dicono che non è qui. Viviamo in angoscia”, racconta Yaxzodara Lozada, moglie di Joel Bravo, funzionario di Pnb, ex-funzionario di polizia, detenuto mentre si recava a lavoro. Nell’attesa sono già morti due prigionieri, sotto custodia: Edison Torres, ex-poliziotto, 52enne, deceduto il 12 gennaio, e José Gregorio Hernández Polo, 59 anni, colpito da un infarto pochi giorni fa. “Dopo la morte di Hernández non abbiamo più dormito, immaginando le condizioni detentive di chi rimane lì dentro”. I familiari pernottano in tenda, sotto lo sguardo vigile degli agenti, in tenuta antisommossa. Sulle loro divise la bandiera del decreto di “Guerra a muerte”, siglato da Simón Bolivar (1813). Avvistate anche nuove camere di videosorveglianza, che puntano dritto nelle tende: “Cosa altro vogliono, sorvegliarci mentre facciamo le nostre necessità?”, si chiede una delle madri. Li accompagnano attivisti sociali, sindacalisti e studenti, che scendono in piazza insieme a loro. È dall’estate 2024 che nessuno manifestava più. “Loro ci hanno tolto tutto, persino la paura”, è ora lo slogan del Comité para la libertad de los presos políticos. L'articolo “Venezuela, in carcere ci sono ancora mille detenuti. Duecento i desaparecidos”: l’allarme delle ong proviene da Il Fatto Quotidiano.
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