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“Desaparecidos”, la parola che da un secolo all’altro si è fatta globale
Questo 2026 ci propone tre anniversari importanti, distanti tra loro temporalmente ma accomunati da una parola: “desaparecidos”. Le “sparizioni forzate e involontarie”, così definite dal punto di vista giuridico, sono uno dei più gravi crimini di diritto internazionale, che continua a realizzarsi fino a quando lo stato non riveli il destino o la localizzazione delle persone coinvolte e, dopo che la sparizione è stata confermata, non restituisca i resti dei corpi alle famiglie. L’angoscia provata dai familiari nel non sapere dove e come si trovi una persona a loro cara e nel vedersi negata ogni informazione a chiunque la chiedano, è inimmaginabile. La parola “desaparecidos”, che va declinata anche al femminile, è stata usata per la prima volta negli anni Settanta in America del Sud per indicare le persone arrestate per motivi politici o di altra natura, detenute in luoghi sconosciuti e private di ogni contatto col mondo esterno. Uno dei tre anniversari del 2026 cadrà quando il 24 marzo saranno trascorsi 50 anni dal colpo di Stato militare in Argentina, che causò la scomparsa di almeno 30.000 persone, per lo più oppositori e attivisti politici. Ma quella parola ha attraversato continenti e decenni rimanendo purtroppo sempre attuale. Intanto, è rimasta in America del Sud. Secondo dati ufficiali, sono attualmente oltre 128.000 le persone “desaparecide” in Messico. La loro ricerca è compromessa dalla mancanza di volontà politica, dalla collusione delle autorità locali coi responsabili delle sparizioni e dall’ostilità diffusa nei confronti dei gruppi e delle singole persone, molto spesso donne, che si ostinano a cercare verità e giustizia. Un rapporto diffuso da Amnesty International nel luglio 2025 ha rivelato che 16 donne erano state assassinate mentre cercavano disperatamente informazioni. Tantissime altre (il 97 per cento delle 600 intervistate dall’organizzazione per i diritti umani) avevano subito minacce, estorsioni, aggressioni, rapimenti, torture e violenza sessuale, erano state costrette a trasferirsi altrove o erano scomparse a loro volta. In Siria, il conflitto interno iniziato nel 2011 e terminato con la caduta del regime di Bashar al-Assad alla fine del 2024 ha lasciato un’eredità di almeno 100.000 persone scomparse, in nove casi su dieci ad opera dei vari servizi di sicurezza statali. La scaltrezza dei funzionari del deposto regime che hanno distrutto documentazione e interi archivi, la disperazione dei familiari che hanno preso d’assalto i centri di detenzione (tra cui quello famigerato di Saydnaya) e l’inefficienza delle nuove autorità nell’assicurare la conservazione delle prove e cordonare le fosse comuni stanno rendendo problematica la ricerca delle persone scomparse. Utilizzate costantemente dai servizi di sicurezza del Pakistan a partire dalla cosiddetta “guerra al terrore”, dal 2001 in avanti, contro difensori dei diritti umani, attivisti politici, studenti, giornalisti ed esponenti di minoranze per il mero sospetto o l’accusa infondata di essere “terroristi”, le sparizioni forzate rendono tuttora irrintracciabili migliaia di persone, che le autorità negano di aver arrestato e delle quali non forniscono alcuna informazione. Particolarmente a rischio di svanire nel nulla per poi essere ritrovate uccise sono le persone che vivono nelle aree tradizionalmente di conflitto, come il Waziristan e il Belucistan. In Egitto, nei primi anni successivi al colpo di stato di Abdelfattah al-Sisi, periodo nel quale fu vittima di sparizione forzata anche il ricercatore italiano Giulio Regeni, il cui decimo anniversario dalla sparizione è stato ricordato ieri, le organizzazioni per i diritti umani denunciavano una media di tre sparizioni al giorno, soprattutto ad opera dell’Agenzia per la sicurezza nazionale, i servizi di sicurezza interni. Ancora oggi, è una prassi abituale sottrarre una persona arrestata arbitrariamente a ogni contatto col mondo esterno e interrogarla sotto tortura per giorni, settimane o mesi prima di portarla di fronte a un’autorità giudiziaria. Seguirà un processo, spesso basato su confessioni di colpevolezza rese durante il periodo di sparizione, che terminerà invariabilmente con una condanna. A luglio saranno trascorsi 25 anni da quella che Amnesty International definì “una violazione dei diritti umani di proporzioni mai viste in Europa nella storia più recente”: quanto accadde durante il G8 del 2001 a Genova. Tra quelle “violazione dei diritti umani” va compresa anche la sparizione di oltre 200 persone, arrestate in piazza e nella scuola Diaz e portate nella caserma di Bolzaneto. La loro fu, tecnicamente, anche se “soltanto” per decine di ore e non giorni, una sparizione. Va ricordato, infine, che la Convenzione internazionale per la protezione di tutte le persone dalle sparizioni forzate è entrata in vigore nel 2010 con l’obiettivo di prevenire il fenomeno, scoprire la verità su quelle del passato e assicurare che sopravvissuti e familiari degli scomparsi ricevano giustizia, verità e riparazione. Richiede a tutti gli stati che l’hanno ratificata di dotarsi di norme interne per criminalizzare le sparizioni forzate e di garantire verità, giustizia e riparazione. È quello che ha fatto lo Sri Lanka, dove il conflitto interno tra le forze armate e le Tigri per la liberazione del Tamil Eelam, dall’inizio degli anni Ottanta al 1999, ha prodotto uno dei più alti numeri di vittime di sparizione forzata al mondo, si stima fino a 100.000. La sparizione di massa di coloro che si erano arresi è stata una chiara indicazione dell’istituzionalizzazione di questa prassi. Nel marzo 2018, a seguito di una campagna delle organizzazioni locali e internazionali per i diritti umani, tra le quali Amnesty International, è stato istituito il reato di sparizione forzata. L'articolo “Desaparecidos”, la parola che da un secolo all’altro si è fatta globale proviene da Il Fatto Quotidiano.
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“Venezuela, in carcere ci sono ancora mille detenuti. Duecento i desaparecidos”: l’allarme delle ong
I conti non tornano: la presidente ad interim del Venezuela Delcy Rodríguez ha annunciato la scarcerazione di 406 prigionieri politici ma Ong come Foro Penal e altre fonti indipendenti registrano appena 167 scarcerazioni nel corso del 2026, inclusi gli italiani Alberto Trentini e Mario Burlò. Il rilascio più recente: Rafael Tudares, genero dell’ex-candidato presidenziale Edmundo González Urrutia. “È stata una lotta dura, lunga più di un anno”, dice la moglie, Mariana González, chiedendo “piena libertà” per suo marito. Tudares è quindi scarcerato, ma non libero: deve “astenersi di rilasciare dichiarazioni sui media o commenti sui Social”, si legge nell’ordine di scarcerazione. Era sicuramente il caso di Alberto Trentini, che è stato comunque messo a rischio con il video inviato dalla Farnesina al Tg1. Le persone scarcerate in Venezuela sono costrette a tacere. Caracas non ha reso noto alcun elenco che attesti le scarcerazioni, le Ong invece sì. Nel frattempo spuntano nuovi nomi di detenuti: ne rimanevano 777, secondo stime ufficiali, ma in realtà sono oltre un migliaio. L’elenco aggiornato è stato presentato al segretario di Stato Usa Marco Rubio, incaricato di gestire le scarcerazioni a Caracas, dal Casla Institute. “Dopo l’avvio delle scarcerazioni abbiamo ricevuto trecento nuove segnalazioni: ne abbiamo confermato cento. Molte famiglie non hanno denunciato la prigionia dei loro cari per paura e perché minacciate dalle autorità e dalle guardie”, assicura l’avvocato Alfredo Romero, fondatore di Foro Penal. Tra i casi rimasti nell’ombra, quello degli sposi Patrick Zamora, 42 anni, e María Dalis, 50 anni, portati via senza mandato di cattura e lontani da un giusto processo. “Mi era stato detto che denunciare la loro prigionia avrebbe complicato le cose”, ammette la loro figlia, Julianny Flores, 25 anni, che ha scelto di rompere il silenzio. Ma potrebbe essere tardi. I riflettori sono già altrove, come anche l’attenzione dell’amministrazione Usa, indirizzata alla Groenlandia. “Ne hanno liberati molti. Usciranno praticamente tutti”, ha assicurato Donald Trump, interpellato a dal giornalista spagnolo David Alandete. Il dossier è stato portato anche presso l’Organizzazione degli Stati americani, dove l’ambasciatore Usa, Leandro Rizzuto, ha chiesto “il rilascio incondizionato di tutti i prigionieri ingiustamente trattenuti”, confermando la stima di “circa mille persone” ancora in cella. Non è chiaro il numero degli italiani in cella, che secondo la Farnesina sono 24, tra cui Daniel Echenagucia, che rischia l’oblio a El Rodeo I. Ma in verità i prigionieri politici sono passati in secondo piano: l’attenzione Usa è tutta concentrata sui giacimenti di petrolio e sulla riforma della “Ley organica de Hidrocarburos”, approvata giovedì sera dall’Assemblea nazionale. Preoccupano anche le sorti dei desaparecidos: 201 prigionieri di cui si sono perse le tracce. Tra questi c’è l’italo-venezuelano 60enne Hugo Marino i cui familiari chiedono “verità e giustizia”. È sparito da quasi sei anni, nell’aprile 2019, dopo essere stato arrestato dagli agenti del Controspionaggio militare all’aeroporto di Maiquetía. “Da allora nessuna notizia: noi però abbiamo diritto a sapere dov’è finito, se è vivo o morto. Ma nessuno ci aiuta, men che meno l’Italia”, spiega la mamma, Beatriz Marino, a Ilfatto.it. I familiari restano vigili, davanti alle carceri, in una vigilia lunga quindici giorni, retta a suon di caffè e sigarette. Pregano, protestano e dormono davanti a El Rodeo I, l’Helicoide, Boleíta e altri centri di detenzione. “Qui non c’è nessuno”, dicono i carcerieri alle madri che chiedono conto dei loro figli. Resta grave la situazione presso il Centro detentivo di Boleíta, zona 7 della Polizia nazionale bolivariana, dove Trentini è stato recluso nei primi giorni. “Non ci lasciano portare del cibo, né vestiti, né medicine. Ci dicono che non è qui. Viviamo in angoscia”, racconta Yaxzodara Lozada, moglie di Joel Bravo, funzionario di Pnb, ex-funzionario di polizia, detenuto mentre si recava a lavoro. Nell’attesa sono già morti due prigionieri, sotto custodia: Edison Torres, ex-poliziotto, 52enne, deceduto il 12 gennaio, e José Gregorio Hernández Polo, 59 anni, colpito da un infarto pochi giorni fa. “Dopo la morte di Hernández non abbiamo più dormito, immaginando le condizioni detentive di chi rimane lì dentro”. I familiari pernottano in tenda, sotto lo sguardo vigile degli agenti, in tenuta antisommossa. Sulle loro divise la bandiera del decreto di “Guerra a muerte”, siglato da Simón Bolivar (1813). Avvistate anche nuove camere di videosorveglianza, che puntano dritto nelle tende: “Cosa altro vogliono, sorvegliarci mentre facciamo le nostre necessità?”, si chiede una delle madri. Li accompagnano attivisti sociali, sindacalisti e studenti, che scendono in piazza insieme a loro. È dall’estate 2024 che nessuno manifestava più. “Loro ci hanno tolto tutto, persino la paura”, è ora lo slogan del Comité para la libertad de los presos políticos. L'articolo “Venezuela, in carcere ci sono ancora mille detenuti. Duecento i desaparecidos”: l’allarme delle ong proviene da Il Fatto Quotidiano.
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