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A 50 anni dalla dittatura in Argentina, mancano ancora all’appello i desaparecidos
Il 24 marzo 2026 segna il 50esimo anno dal colpo di Stato militare avvenuto in Argentina, passato sotto il nome ufficiale di Processo di riorganizzazione nazionale. Come in occasione del golpe cileno dell’11 settembre 1973, l’eco suscitata in Italia è stata vasta per la preminenza dell’Argentina nel continente sudamericano e per le comuni radici che legano i due Paesi. Anche nel secondo dopoguerra, la democrazia in Argentina attecchisce a fatica, soffocata prima dalla presidenza di Juan Domingo Peron (1946-1955) poi dal golpe del 1966, Revolución argentina, che depone con il favore dei ceti medi il presidente Arturo Umberto Illia che si era distinto per le leggi sul salario minimo e sulla campagna per l’alfabetizzazione, destinando all’istruzione il 23% del bilancio nazionale. Il golpe del 1966 produce una dittatura lunga sette anni che segna profondamente la società argentina, la radicalizza e immiserisce i ceti popolari. Contro il regime, dal 1968, agisce l’Ejército revolucionario del pueblo di marca trockista e dal 1970 prende corpo il movimento armato dei Montoneros, congiunzione tra frange del cattolicesimo sociale ed elementi della sinistra peronista. Il ritorno della democrazia nel 1973 è un fugace lampo funestato anche dal terrorismo di destra che produce il massacro di Ezeiza (13 morti e 300 feriti) sulla folla festante che accoglie Peron dall’esilio. L’ormai viejo leader torna in patria dopo 18 anni portandosi dietro la sua incongrua miscela di diverse percezioni, tra chi lo ritiene un Mao argentino e chi lo assimila a una versione moderata del dittatore spagnolo Francisco Franco, nel cui Paese Peron ha trascorso la parte finale del suo esilio. L’ultimo Peron non ha più l’abilità di ricomporre le fratture. La sua presidenza dura appena nove mesi e l’1 luglio 1974 un attacco cardiaco gli è fatale. Sostituisce Peron la moglie María Estela Martínez, detta Isabelita, che ricopriva la vicepresidenza. Dal cuore dello Stato si muove un sotterraneo processo disgregatore, una sorta di golpe prima del golpe, a opera del ministro del Benessere sociale José López Rega – iscritto alla loggia P2 di Licio Gelli, ammiratore di Adolf Hitler, referente politico della Triple A (Allianza anticomunista argentina) – un apparato formalmente esterno allo Stato, ma a questo intimamente legato. La Triple A è in gran parte composta da poliziotti e militari ed è guidata dal criminale neonazista Aníbal Gordon. Oltre alle uccisioni e agli attentati terroristici, i taglieggiamenti, le ruberie e i riscatti arricchiscono i componenti e, in particolare, il suo comandante. L’organizzazione è coperta da Isabelita, ma in precedenza anche dallo stesso Peron, secondo lo storico Juan Carlos Marín. Il punto è che, prima ancora del golpe militare, la Triple A avvia la pratica delle sparizioni degli oppositori che, alla fine della seconda settennale dittatura argentina, saranno 30.000. Nei nove mesi della presidenza Peron scompaiono 66 cittadini, che salgono a 1770 nei 20 mesi del mandato di Isabelita Martínez. L’avvento della dittatura militare accelera indiscriminatamente le sparizioni. Il regime vorrebbe estirpare per sempre il seme della ribellione finendo per strappare i neonati alle loro madri, assegnandoli poi a famiglie “sicure”. Da oltre quarant’anni è attivo il movimento delle Abuelas de Plaza de Mayo composto dalle nonne protese alle ricerca dei loro nipoti. Al luglio del 2025 ne sono stati ritrovati 140. La Triple A compie anche attentati attribuendone la responsabilità alle organizzazioni di estrema sinistra, un copione non nuovo, conosciuto anche in Italia con le stragi nere di Piazza Fontana (1969) e della Questura di Milano (1973). Non a caso, alcuni neofascisti italiani (Stefano Delle Chiaie e Pierluigi Pagliai fra questi) risultano attivi nella collaborazione con le polizie politiche cilene, argentine e boliviane. Una complicità superiore proviene dall’”amico” statunitense che pur di rendere l’America Latina “sicura dal comunismo” (o, detto in altri termini, vassalla ai suoi interessi economici) non ha timore di calpestare i diritti umani elaborando l’articolato Piano Condor per la repressione dei movimenti di sinistra, nella più vasta area sudamericana (Cile, Argentina, Bolivia, Paraguay, Uruguay). Una lettura istruttiva su questa vicenda è senz’altro quella degli storici Marina Cardozo e Mimmo Franzinelli Gli artigli del Condor (Einaudi, 2025). L'articolo A 50 anni dalla dittatura in Argentina, mancano ancora all’appello i desaparecidos proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Torture, sparizioni, furto di bambini: la dittatura di Videla, nata 50 anni fa, fu terrorismo di Stato
Cinquant’anni dopo la notte più buia, l’Argentina continua a fare i conti col proprio passato Ci sono date che non appartengono soltanto al calendario. Date che, anche dopo mezzo secolo, continuano ad attraversare la storia di un Paese come una frattura aperta. Il 24 marzo 1976 è una di queste. Quella notte, quando le Forze Armate rovesciarono il governo costituzionale di Isabel Perón, iniziò quella che molti argentini ricordano come la notte più lunga della loro storia. Non una notte fatta di ore, ma di anni: anni di terrore, sparizioni forzate, silenzi imposti e ferite che ancora oggi non si sono completamente rimarginate. Il golpe non fu un fulmine a ciel sereno ma piuttosto il punto di convergenza di processi più profondi che vedevano da un lato una crisi economica globale che stava ridefinendo i rapporti di forza nel capitalismo mondiale, dall’altro l’intensificarsi della conflittualità sociale in Argentina, dove il movimento operaio, studentesco e popolare aveva raggiunto livelli di mobilitazione senza precedenti. In quella fase storica, la possibilità che i settori subalterni potessero avanzare verso forme di autonomia sociale e di indipendenza politica non appariva un’ipotesi astratta. Per le élite economiche e politiche, quel ciclo doveva essere interrotto. Trovarono nelle Forze Armate lo strumento, mentre in parte della gerarchia ecclesiastica e settori civili il linguaggio morale necessario a legittimare l’operazione. L’obiettivo dichiarato era ristabilire l’ordine, ma quello reale era ristrutturare la società argentina e imporre un nuovo modello economico. La chiusura delle istituzioni democratiche non fu dunque un effetto collaterale, ma la condizione necessaria per avviare una trasformazione strutturale. La dittatura guidata da Jorge Rafael Videla inaugurò un ciclo che avrebbe segnato a lungo l’economia del Paese: apertura finanziaria, indebitamento esterno, deregolazione e progressivo smantellamento delle conquiste sociali del movimento operaio. Un modello che, in forme diverse, avrebbe continuato a influenzare l’Argentina anche negli anni successivi, dal menemismo degli anni Novanta fino alle politiche economiche più recenti. Ma la dimensione economica non può essere separata dalla natura del regime che rese possibile quella trasformazione. La dittatura argentina instaurò ciò che oggi è riconosciuto come terrorismo di Stato. La repressione operò attraverso una doppia struttura: una facciata istituzionale, che manteneva una parvenza di legalità autoritaria, e una macchina clandestina di violenza sistematica. In tutto il Paese furono attivati oltre 800 centri clandestini di detenzione, nei quali migliaia di persone furono sequestrate, torturate e fatte sparire. Il metodo era preciso e ripetuto: identificazione della vittima tramite attività di intelligence, sequestro, detenzione illegale, tortura. Da lì, alcune persone venivano rilasciate o “legalizzate” nelle carceri ufficiali, mentre molte altre venivano assassinate e fatte sparire. A questa sequenza si aggiunsero anche il furto sistematico dei bambini nati da madri detenute, l’appropriazione dei beni delle vittime e la negazione di qualsiasi informazione alle famiglie. Il linguaggio ufficiale parlava di “guerra contro la sovversione”, ma quell’ambiguità deliberata servì a estendere la repressione ben oltre le organizzazioni armate. Sindacalisti, studenti, giornalisti, docenti, militanti sociali e cittadini comuni furono colpiti da una strategia che mirava a distruggere i legami di solidarietà e di organizzazione collettiva. L’obiettivo era smantellare il tessuto sociale che aveva sostenuto le lotte per i diritti e sostituirlo con una società disciplinata dal timore. La dittatura terminò formalmente nel 1983, dopo la disastrosa avventura militare delle Malvinas, che accelerò il crollo del regime. La transizione democratica guidata da Raúl Alfonsín aprì una fase storica nuova e il processo alle giunte militari rappresentò un evento senza precedenti in America Latina, segnando l’inizio di un lungo percorso di memoria, verità e giustizia. Il potere economico che aveva sostenuto il golpe però rimase in gran parte intatto e le decadi successive furono segnate da un’alternanza tra momenti di espansione dei diritti e nuove ondate di ristrutturazione economica. I governi kirchneristi hanno rilanciato con forza le politiche di memoria e giustizia e hanno promosso una redistribuzione parziale della ricchezza, ma senza modificare radicalmente la posizione del Paese nel mercato globale. Oggi, a cinquant’anni dal golpe, il dibattito sulla memoria è tornato al centro della scena politica con il presidente Javier Milei e la vicepresidente Victoria Villarruel che promuovono una narrativa revisionista che mette in discussione alcuni dei pilastri del consenso democratico costruito dopo il 1983. La cifra dei 30.000 desaparecidos è stata contestata, e l’interpretazione degli anni della dittatura viene sempre più spesso descritta come una “guerra” tra due parti in cui lo Stato avrebbe commesso semplici “eccessi”. Non si tratta però soltanto di una disputa semantica ma di una battaglia sul significato stesso della democrazia argentina. Perché la memoria non è un rituale commemorativo, bensì un dispositivo politico e morale che permette a una società di riconoscere le proprie fratture e di costruire un’identità condivisa. A ricordarcelo la voce costante delle Madres e delle Abuelas de Plaza de Mayo che, con una perseveranza che ha attraversato generazioni, hanno trasformato il dolore in azione politica e hanno reso l’Argentina uno dei pochi Paesi al mondo in cui i crimini di una dittatura sono stati perseguiti sistematicamente dalla giustizia. Cinquanta anni dopo quella notte, l’Argentina continua a fare i conti con il proprio passato perché se qualcosa insegna quel 24 marzo è che la democrazia non è mai un punto di arrivo definitivo, ma un equilibrio fragile che deve essere difeso ogni giorno. L'articolo Torture, sparizioni, furto di bambini: la dittatura di Videla, nata 50 anni fa, fu terrorismo di Stato proviene da Il Fatto Quotidiano.
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50 anni dal golpe in Argentina, nel Paese di Milei si cancella la memoria: “Il governo taglia i fondi ai centri sui crimini del regime”
Nella marcia che ogni anno attraversa Buenos Aires il 24 marzo, anniversario del colpo di Stato che nel 1976 aveva dato inizio alla dittatura civico-militare di Jorge Rafael Videla, c’è uno striscione con i volti e i nomi di 30mila desaparecidos. Sono le persone scomparse a causa dei militari e per cui ancora oggi le abuelas e le madres de Plaza de Mayo chiedono giustizia. Nell’Argentina del presidente di destra Javier Milei, questo incessante lavoro per ottenere la verità è messo a rischio. A cinquant’anni dal golpe, la memoria storica è “sotto attacco”, spiega a Ilfattoquotidiano.it Marcela Perelman, direttrice delle attività di ricerca del Centro de Estudios Legales y Sociales (CELS). L’organizzazione monitora le politiche del Nunca Más: create con il ritorno del Paese alla democrazia nel 1983, hanno permesso di portare avanti i processi contro i militari, tuttora in corso, l’annullamento delle leggi di impunità e le attività di ricerca e identificazione dei desaparecidos. Per tale insieme di iniziative, ottenute con il sostegno della società civile, l’Argentina è diventata un esempio e un modello a livello internazionale. Il governo ultraliberista ha ridotto le risorse umane e finanziarie necessarie per la loro attuazione, smantellando gruppi di lavoro e programmi: le ha inoltre delegittimate, sostenendo tesi revisioniste e negazioniste. “Riteniamo fondamentale la mobilitazione del 24 marzo. È creativa, immensa e rappresenta un forte sostegno ai diritti umani”, prosegue Perelman. Da quando il governo libertario si è insediato nel dicembre 2023, il personale che si occupava di gestire le politiche per la memoria è stato ridotto del 40% e il budget è stato diminuito. La Segreteria dei Diritti Umani, organismo del governo nazionale incaricato di attuare le misure del nunca más, è stata declassata a sottosegreteria, perdendo capacità decisionale e peso istituzionale: la scelta ha comportato un indebolimento della capacità dello Stato di promuovere i processi per i crimini contro l’umanità commessi durante la dittatura. Gli avvocati, che rappresentavano le vittime, sono stati licenziati. Il governo ha colpito anche le attività di ricerca e analisi delle informazioni necessarie per i processi. Nell’aprile 2024 è stato smantellato l’Equipo de Relevamiento y Análisis Documental (ERyA): il suo lavoro consisteva nell’identificare i documenti probatori e consegnarli direttamente ai funzionari giudiziari che li richiedevano. È stato inoltre limitato l’accesso agli archivi statali: non esiste più alcun ufficio della pubblica amministrazione con le facoltà di consultare la documentazione delle forze armate e delle forze di sicurezza. “Parliamo di una ‘motosega ideologica‘ perché lo smantellamento e la distruzione dell’intero programma di memoria, verità e giustizia sono un chiaro e mirato attacco politico”. La situazione dei “sitios de memoria“, quando dipendono dal governo nazionale per il loro funzionamento, è critica: ex centri clandestini di detenzione, oggi musei e centri culturali, hanno subito riduzioni del bilancio e del personale. Il museo della ex Escuela de Mecánica de la Armada (ESMA) a Buenos Aires – dove migliaia di persone sono state imprigionate, torturate e “fatte sparire” – ha dovuto ridurre l’apertura al pubblico da sei a quattro giorni a settimana per mancanza di dipendenti. Altre realtà – come La Escuelita, il Faro de la Memoria, Campo de Mayo e il Centro Cultural Haroldo Conti – hanno fortemente ridotto le loro attività. La mancanza di finanziamenti sta comportando “gravi conseguenze sulle possibilità che siano eseguiti interventi di manutenzione. Questi spazi rappresentano prove giudiziarie, quindi il loro degrado influisce sul processo di giustizia”, prosegue Perelman. I lavoratori delle strutture denunciano la censura dei contenuti e delle narrazioni proposte dai musei: nella ex ESMA sono state cancellate conferenze e seminari, anche dedicati al 50esimo anniversario del colpo di Stato, dietro il pretesto di “depoliticizzare gli spazi pubblici“. Uno dei settori più colpiti è stato la ricerca dei bambini e delle bambine sottratti illegalmente alle loro famiglie durante il terrorismo di Stato: negli anni della dittatura chi nasceva da persone detenute, poi uccise, veniva affidato ai militari. Le vittime crescevano senza conoscere la loro vera identità. La Comisión Nacional por el Derecho a la Identidad (CoNaDI) ha subito la chiusura dell’Unidad Especial de Investigación (UEI) nel 2024: la struttura ha operato per vent’anni con poteri di accesso diretto a documenti delle forze armate e delle forze di sicurezza che venivano forniti ai giudici nei processi per appropriazione illecita di minori. La CoNaDI ha perso il 40% del personale e i dipendenti rimasti lavorano in condizioni estremamente precarie. “Ogni volta che hanno chiuso un programma, ogni volta che hanno smantellato un progetto, hanno usato termini dispregiativi e sminuito un percorso professionale e istituzionale”, conclude Perelman. “Contro questa deriva, è importante prendere parte alla marcia. Chi partecipa – i bambini, le famiglie, le organizzazioni – ricorderà di averlo fatto nel giorno dell’anniversario dei 50 anni del golpe. Marciamo per la memoria e generiamo anche la memoria del futuro”. 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Milei decide di uscire dall’Oms, come ha fatto Trump: “L’Argentina vuole piena sovranità sulle politiche sanitarie”
A un anno dalla notifica formale, l’Argentina ha ufficializzato l’uscita del Paese dall’Organizzazione mondiale della sanità (Oms), decisa dal governo di Javier Milei. In base alla Convenzione di Vienna sul diritto dei trattati, il recesso entra in vigore dodici mesi dopo la comunicazione ufficiale. L’annuncio è arrivato dal ministro degli Esteri Pablo Quirno su X, ricordando che la comunicazione era stata inviata il 17 marzo 2025 al segretario generale delle Nazioni Unite, depositario della Costituzione dell’Oms. Milei aveva annunciato la decisione nel febbraio 2025, citando profonde divergenze con l’organizzazione nella gestione della pandemia di Covid-19. Motivando la decisione, il governo aveva sostenuto che l’uscita dall’Oms avrebbe garantito maggiore flessibilità nelle politiche sanitarie e un uso più autonomo delle risorse. Quirno, dal canto suo, ha assicurato che l’Argentina continuerà a promuovere la cooperazione internazionale in materia sanitaria attraverso accordi bilaterali e iniziative regionali, mantenendo “piena sovranità e capacità decisionale nelle politiche sanitarie”. Lo scorso 20 gennaio, Trump ha firmato l’ordine esecutivo per uscire dall’Organizzazione mondiale della Sanità, come durante il primo mandato, accusando l’agenzia di essere sotto il controllo della Cina. In risposta alla decisione della Casa Bianca, il 23 gennaio la California del governatore dem Gavin Newsom è stato il primo Stato Usa a stabilire una collaborazione formale con il Global Outbreak Alert and Response Network, braccio operativo dell’Oms che risponde alle emergenze sanitarie, con l’invio di personale e risorse. “La California non sarà testimone del caos che questa decisione porterà – ha scritto Newsom, possibile futuro candidato democratico -. Continueremo a promuovere partnership a livello globale e a restare in prima linea nella preparazione alla sanità pubblica”. L'articolo Milei decide di uscire dall’Oms, come ha fatto Trump: “L’Argentina vuole piena sovranità sulle politiche sanitarie” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Guerra in Iran, annullata la Finalissima tra Spagna e Argentina prevista a Doha. La Uefa: “Rifiutate tutte le proposte”
La Finalissima tra Spagna e Argentina, prevista per il 31 marzo a Doha, in Qatar, non si giocherà. La gara è stata ufficialmente annullata. Dopo numerose discussioni tra la UEFA e le autorità organizzatrici in Qatar, la Uefa ha annunciato che, vista l’attuale situazione politica in Qatar – coinvolto nel conflitto tra Iran, Usa e Israele – la Finalissima tra la Spagna (vincitrice ell’Europeo 2024) e l’Argentina, campione della Copa América 2024, non si giocherà. “È motivo di grande delusione per la UEFA e per gli organizzatori che le circostanze e le tempistiche abbiano negato alle squadre la possibilità di competere per questo prestigioso trofeo in Qatar, un Paese che ha dimostrato più volte la propria capacità di ospitare eventi internazionali di livello mondiale in strutture all’avanguardia. La UEFA desidera esprimere la propria profonda gratitudine al comitato organizzatore e alle autorità competenti del Qatar per il lavoro svolto nel tentativo di ospitare la partita, nonché la propria fiducia che la pace tornerà presto nella regione”, si legge in una nota. La Finalissima è una partita introdotta in collaborazione tra UEFA e CONMEBOL in cui si sfidano appunto i vincitori dell’ultima Copa America e quelli dell’ultimo Europeo. L’Argentina, attuale campione del mondo, ha vinto la prima edizione nel 2022 contro l’Italia, battuta 3-0 allo stadio Wembley di Londra. “Con forte determinazione a salvare questo importante incontro, e nonostante le comprensibili difficoltà nel trasferire una partita di tale importanza con pochissimo preavviso, la UEFA ha esplorato altre alternative possibili, ma ognuna di esse è stata infine ritenuta inaccettabile dalla Federazione calcistica argentina“, ha sottolineato nel suo comunicato l’organismo presieduto da Aleksander Ceferin. La prima opzione – come spiegato dalla UEFA – era quella di programmare la partita al Santiago Bernabéu di Madrid nella data prevista, con lo stadio diviso a metà tra Spagna e Argentina, ma l’Argentina ha rifiutato. La seconda era disputare la Finalissima con sfide di andata e ritorno: una al Santiago Bernabéu il 27 marzo e l’altra a Buenos Aires durante una finestra internazionale prima di EURO e Copa América 2028, con lo stadio diviso a metà anche in questo caso. Anche questa proposta è stata rifiutata. “Infine, la UEFA ha cercato di ottenere un impegno da parte dell’Argentina affinché, qualora si fosse trovato un campo neutro in Europa, la partita potesse svolgersi il 27 marzo, come inizialmente previsto e annunciato il 18 dicembre 2025, oppure nella data alternativa del 30 marzo. Anche questa proposta è stata rifiutata“, ha spiegato la UEFA a proposito dei tentativi di riorganizzare il match. “L’Argentina ha fatto una controproposta di disputare la partita dopo la Coppa del Mondo, ma poiché la Spagna non ha date disponibili, anche questa opzione è stata esclusa. Infine, e contrariamente al piano originariamente concordato secondo cui la partita si sarebbe svolta il 27 marzo, l’Argentina ha dichiarato la propria disponibilità a giocare esclusivamente il 31 marzo, una data che si è rivelata impraticabile. Di conseguenza, e con rammarico della UEFA, questa edizione della Finalissima è stata cancellata“, ha concluso ancora la UEFA. L'articolo Guerra in Iran, annullata la Finalissima tra Spagna e Argentina prevista a Doha. La Uefa: “Rifiutate tutte le proposte” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Si indentificano mentalmente in cani, gatti e volpi: su TikTok arrivano i “therian”. L’esperto: “Diventa allarmante se sfocia nell’autolesionismo o al ferimento degli altri”
In Argentina si torna a parlare dei “therian”. Come riportano diversi tabloid sudamericani domenica scorsa in una piazza di Buenos Aires c’è stato un variopinto e ricco raduno di “therians” ovvero individui che affermano di identificarsi mentalmente, spiritualmente o psicologicamente con animali non umani. La tendenza ha preso piede sui social media argentini negli ultimi mesi, guadagnando terreno su piattaforme come TikTok, dove l’hashtag #therian ha superato i 2 milioni di post, con l’Argentina in testa a tutti gli altri paesi latinoamericani per coinvolgimento. L’ondata ha attirato l’attenzione di influencer e media, scatenando reazioni che vanno dal riso allo sconcerto, fino alla rabbia più totale. Su un tabloid turco, dove il reportage sui therian è ricco anche di una nutrita quantità di foto, è scritto: “Sofía, con indosso una maschera da beagle realistica, correva a quattro zampe sull’erba. Lì vicino, la quindicenne Aguara saltava in aria, superando un percorso a ostacoli e imitando i movimenti precisi di un cane di razza belga. Altri, vestiti da gatti e volpi, si appollaiavano sui rami degli alberi, mantenendosi a distanza dai curiosi”. Insomma, una perfomance perlomeno teatrale piuttosto atipica e sinceramente divertente. Anche se a seguire le dichiarazioni di alcuni partecipanti c’è da riflettere un pochino. “Aguara, che afferma di identificarsi come un pastore belga Malinois e che considera la sua età l’equivalente di due anni e due mesi in anni canini, afferma di essere molto simile a qualsiasi altra adolescente”, spiega il Daily Sabah. “Mi sveglio come una persona normale e vivo la mia vita come una persona normale”, ha detto. “Semplicemente, ci sono momenti in cui mi piace essere un cane”. In qualità di leader di quello che lei chiama il suo “branco”, Aguara vanta più di 125.000 follower su TikTok e coordina incontri regolari nella capitale argentina. Assieme alla ragazza cane c’è anche Aru, una sedicenne che durante il raduno indossava una maschera da foca e che ha spiegato come all’incontro ci è andata per puro divertimento e che la tendenza therian ha preso piede in Argentina grazie all’ambiente “relativamente libero” che si respira nel paese. “Da un punto di vista psicologico, si tratta di un’identificazione simbolica con un animale“, ha affermato Débora Pedace, psicologa e direttrice del Centro Terapeutico Integrale di Buenos Aires. “Diventa patologica o allarmante solo quando si trasforma in una convinzione profondamente radicata e la persona assume pienamente il ruolo di un animale, portando potenzialmente all’autolesionismo o al ferimento degli altri”. L'articolo Si indentificano mentalmente in cani, gatti e volpi: su TikTok arrivano i “therian”. L’esperto: “Diventa allarmante se sfocia nell’autolesionismo o al ferimento degli altri” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Scoperto uno dei dinosauri più piccoli di sempre: “Pesa meno di un chilo, il suo ritrovamento riscrive la storia dell’evoluzione”
Un dinosauro vissuto 90 milioni di anni fa in Patagonia riscrive la storia evolutiva di un gruppo di teropodi simili agli uccelli. Secondo quanto riportato dall’Ansa, la specie risalirebbe al periodo in cui i continenti erano ancora uniti nella Pangea. La novità è emersa dallo studio di Peter Makovicky dell’University of Minnesota, negli Usa, e Sebastian Apesteguia dell’Universidad Maimonides di Buenos Aires, in Argentina. I due studiosi hanno pubblicato i risultati della ricerca sulla rivista Nature, descrivendo il mini dinosauro chiamato Alnashetri. Appartiene a un gruppo di dinosauri simili a uccelli, conosciuti come alvarezsauri. Questi si distinguono per i denti minuscoli e le braccia tozze, che terminano in un unico grande artiglio. Per anni il gruppo non è stato al centro dell’attenzione, poiché la maggior parte dei fossili – tutti provenienti dall’Asia – era già stata catalogata. Nel 2014 la specie è tornata a far parlare di sé dopo la scoperta di un esemplare nell’area fossilifera di La Buitrera, nel nord della Patagonia. Il ritrovamento ha permesso di ricostruire con precisione l’anatomia del gruppo. A riguardo Peter Makovicky ha dichiarato: “Passare da scheletri frammentari difficili da interpretare a un animale quasi completo e articolato è come trovare una Stele di Rosetta paleontologica”. E ancora: “Ora abbiamo un punto di riferimento per identificare reperti più incompleti e mappare le transizioni evolutive in anatomia e dimensioni corporee”. ERI PICCOLO… COSÌ Come riporta 30science, il team di studiosi ha rivelato che Alnashetri possedeva arti anteriori più lunghi e denti più grandi, dimostrando l’inizio di un’evoluzione nella specie. L’analisi del fossile ha permesso anche di stabilire che il dinosauro era un adulto di almeno 4 anni. Sorprende il suo peso: meno di un chilogrammo. Si tratta di uno dei dinosauri non aviani più piccoli di sempre. Il ritrovamento di Alnashetri ha permesso agli scienziati di stabilire che la specie degli alvarezsauri ebbe origine quando i continenti erano ancora uniti tra loro (nella Pangea). La distribuzione globale sarebbe legata alla successiva frammentazione delle masse continentali. L’area di La Buitrera è nota per il ritrovamento di fossili. Negli anni sono stati scoperti serpenti primitivi e piccoli mammiferi dai denti a sciabola. L'articolo Scoperto uno dei dinosauri più piccoli di sempre: “Pesa meno di un chilo, il suo ritrovamento riscrive la storia dell’evoluzione” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Calcio argentino nel caos: i club fermano il campionato per le inchieste contro la Federazione. La guerra con Milei
In Argentina il calcio si ferma. Con una decisione clamorosa, i club professionistici hanno concordato uno sciopero dal 5 all’8 marzo per protestare contro quella che considerano una persecuzione giudiziaria nei confronti del capo della Federcalcio, Claudio Tapia. Il campionato si ferma per un fine settimana, ma potrebbe essere solo l’inizio. Da mesi infatti prosegue la guerra tra il presidente argentino Javier Milei e il calcio albiceleste. Dietro alle inchieste nei confronti di Tapia e dell’Afa, infatti, c’è il governo. Da tempo Milei vuole riformare lo statuto delle società calcistiche argentine (oggi società civili senza scopo di lucro) e consentire l’ingresso di Società per azioni. Un’iniziativa che si scontra tuttavia con una forte resistenza della Federcalcio e anche della maggioranza dei club argentini. Come dimostra la durissima protesta di questi giorni. L’annuncio dello sciopero è arrivato dopo che un giudice ha convocato Tapia a testimoniare il 5 marzo in un caso in cui è accusato di appropriazione indebita di contributi previdenziali. L’indagine nasce da una denuncia presentata dall’Agenzia delle Entrate e del Controllo Doganale (Arca) che fa capo proprio al governo. Il comitato esecutivo della Lega professionistica argentina ha deliberato all’unanimità di sospendere tutte le partite di prima divisione e le altre partite di campionato dal 5 all’8 marzo “in segno di protesta contro la denuncia presentata dall’Arca”, ha annunciato l’AFA in un comunicato. Tapia e il suo tesoriere, Pablo Toviggino, sono imputati per presunta indebita ritenzione di contributi previdenziali e altri tributi, nell’ambito di un’indagine sul mancato pagamento dei contributi previdenziali per un totale di 19 miliardi di pesos (13 milioni di dollari) tra marzo 2024 e settembre 2025. La normativa argentina prevede per questi reati pene detentive da due a sei anni. Venerdì scorso, il giudice Diego Amarante ha emesso un divieto di viaggio nei confronti di Tapia e ha convocato altri quattro funzionari per un interrogatorio all’inizio di marzo: il tesoriere Toviggino, il segretario generale Cristian Malaspina, il direttore generale Gustavo Lorenzo e l’ex presidente del Racing Club Víctor Blanco. Anche loro rischiano di venire coinvolti nel processo. Secondo la denuncia dell’autorità fiscale, l’Afa avrebbe omesso di depositare gli importi trattenuti entro 30 giorni di calendario dalla data di scadenza, il che ha portato all’emissione e alla notifica dei relativi avvisi di addebito da parte dell’agenzia delle entrate. L’Afa ha negato l’addebito e ha dichiarato in un comunicato stampa di lunedì che “il pagamento volontario di questi obblighi fiscali è stato effettuato prima della loro scadenza“. Poco prima dell’annuncio dello sciopero, il giudice Amarante ha autorizzato Tapia a recarsi in Colombia e Brasile tra il 23 e il 28 febbraio per partecipare ad attività ufficiali. Il presidente federale è coinvolto anche in altre indagini su presunte irregolarità finanziarie legate alla società Sur Finanzas – di proprietà dell’imprenditore Ariel Vallejo e legata a doppio filo al presidente della Afa – e l’acquisto di un immobile di lusso nella provincia di Buenos Aires. Le accuse vanno dal riciclaggio di denaro al presunto occultamento di beni. L'articolo Calcio argentino nel caos: i club fermano il campionato per le inchieste contro la Federazione. La guerra con Milei proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Argentina
Buenos Aires paralizzata dallo sciopero contro la riforma del lavoro di Milei che limita il potere dei sindacati e aumenta le ore di lavoro
È arrivato un altro sì alla riforma del lavoro voluta dal governo del presidente di destra Javier Milei. Nella notte del 20 febbraio la Camera dei deputati ha approvato, con 135 voti favorevoli e 115 contrari, il testo che modifica le leggi sul lavoro in vigore in Argentina dagli anni Sessanta. Il voto è arrivato dopo un lungo dibattito in aula durato più di dieci ore. La giornata è stata segnata da proteste in tutto il Paese e dallo sciopero organizzato dalla Confederación General del Trabajo (CGT), il principale sindacato argentino, che ha paralizzato la capitale Buenos Aires. Il disegno di legge deve ora tornare in Senato per l’approvazione definitiva, ma per l’esecutivo già rappresenta la prima vittoria legislativa del 2026. Il presidente ultraliberista ha seguito il dibattito da Washington, dove sta partecipando al Board of Peace voluto dal presidente degli Stati Uniti Donald Trump. L’obiettivo del leader de La Libertad Avanza è fare passare il testo entro il primo marzo, quando riprenderanno le sessioni ordinarie del Congresso. Secondo il governo, la legge sul lavoro era “obsoleta” e scoraggiava le imprese dall’assumere dipendenti. L’esecutivo ritiene che la nuova normativa possa “rivitalizzare” e “modernizzare” il mercato, riducendo l’impiego informale che in Argentina raggiunge il 43%. Per i sindacati, la riforma rappresenta un grave arretramento sui diritti conquistati in decenni di mobilitazioni e rischia di aumentare la precarietà. Lo sciopero di 24 ore indetto dalla CGT, il quarto da quando Milei è in carica dal 2023, ha interessato molti settori che vanno dal trasporto alla pubblica amministrazione, fino al commercio estero e all’industria. Le compagnie aeree hanno cancellato circa 400 voli con un impatto su almeno 64mila passeggeri, secondo i dati della Camera di commercio. Tra le novità della Ley de Modernización Laboral, c’è la possibilità di estendere l’attuale limite delle otto ore lavorative fino a dodici ore di lavoro giornaliere. Un’ulteriore modifica riguarda gli straordinari che, secondo la legge vigente, devono essere retribuiti al 50% per i giorni lavorativi regolari e al 100% per i giorni festivi e i fine settimana. La riforma introduce il meccanismo della “banca delle ore” che consente di compensare gli straordinari accumulati con giorni di riposo o giornate lavorative ridotte, e non con bonus. Diminuiscono le responsabilità delle aziende nel versamento dei contributi e si crea un fondo per finanziare le indennità di fine rapporto a spese del sistema pensionistico. Gli stipendi potranno essere pagati anche in dollari. Dal testo originario è stato rimosso l’articolo 44 che avrebbe ridotto fino al 50% gli stipendi dei lavoratori malati o vittime di incidenti. Uno dei principali punti critici riguarda i sindacati. Il nuovo testo prevede che, in caso di sciopero, devono essere garantiti livelli minimi di servizio del 75% per i servizi essenziali (come sanità, istruzione, trasporti) e del 50% per settori critici (come quello manifatturiero, minerario e bancario). Stabilisce che le assemblee del personale e i congressi dei delegati dovranno essere autorizzati dal datore di lavoro, che il lavoratore non percepirà alcuna retribuzione per tale periodo e che non si potrà interrompere il normale funzionamento dell’azienda. Inoltre, classifica come reati “molto gravi” i blocchi o le occupazioni di fabbriche. Gli accordi aziendali avranno priorità rispetto ai contratti collettivi nazionali di categoria. L’approvazione della Camera dei deputati arriva in un momento in cui si sono riaccese le critiche nei confronti delle politiche economiche di Milei. Alla vigilia del voto, la storica fabbrica di pneumatici FATE ha annunciato la cessazione delle attività e il licenziamento di oltre 900 dipendenti. Non è la sola. Come conseguenza della liberalizzazione delle importazioni, che ha costretto le imprese nazionali a competere con i prodotti cinesi, negli ultimi due anni hanno chiuso quasi 21mila aziende. Secondo i dati ufficiali, sono andati persi almeno 300mila posti di lavoro formali. L'articolo Buenos Aires paralizzata dallo sciopero contro la riforma del lavoro di Milei che limita il potere dei sindacati e aumenta le ore di lavoro proviene da Il Fatto Quotidiano.
Mondo
Argentina
Il trattato commerciale Usa-Argentina legalizza l’Italian sounding: a rischio Dop e Igp italiane, da Asiago a Parmigiano e capocollo
Dop e Igp italiane ed europee sotto scacco dopo la firma del trattato bilaterale tra Stati Uniti e Argentina, che introduce un mutamento sostanziale nel quadro del commercio internazionale dei prodotti agroalimentari. Attraverso l’integrazione di clausole di priorità e la definizione di una lista di termini considerati “generici”, l’intesa tra Washington e Buenos Aires punta a stabilire un primato normativo che potrebbe rendere inefficaci le tutele previste dai negoziati tra Unione Europea e Mercosur. L’accordo, denominato ARTI, ovvero Agreement on Reciprocal Trade and Investment e firmato il 5 febbraio, prevede una gestione molto permissiva dei nomi dei prodotti alimentari che “apre il mercato sudamericano ai falsi a stelle e strisce”, scrive Coldiretti in una nota. In particolare, l’Argentina si impegna a permettere l’uso di termini che identificano prodotti agricoli in relazione a merci statunitensi, se non c’è una qualità o reputazione specifica essenzialmente attribuibile alla sua origine geografica. L’articolo 2.5 stabilisce esplicitamente che Buenos Aires non limiterà l’accesso al mercato dei prodotti americani per l’uso di una lunga lista di termini specifici, tra cui sono presenti nomi che richiamano direttamente tipicità italiane come Asiago, Burrata, Fontina, Gorgonzola, Grana, Mascarpone, Mozzarella, Parmesan, Pecorino, Provolone, Ricotta e Romano per i formaggi, e Bologna, Capocollo, Mortadella, Pancetta, Prosciutto e Salame per i salumi. La lista contiene anche nomi di altre produzioni tipicamente europee: tra gli altri Brie, Camembert, Edam, Emmental, Feta, Gouda per i lattiero-caseari e Bratwurst, Chorizo e Kielbasa per le carni lavorate. In altre parole, l’accordo stabilisce che un nome possa essere utilizzato liberamente se non viene dimostrato che il prodotto abbia una “reputazione specifica essenzialmente attribuibile alla sua origine geografica”: non si dà dunque per scontato che “Asiago” sia una produzione veneta da proteggere, ma si stabilisce che, se non diversamente provato secondo i criteri dell’accordo, quel nome può essere trattato come un termine comune per indicare un tipo di formaggio, a prescindere da dove venga prodotto. Aver incluso un elenco di nomi nell’accordo di fatto cristallizza la genericità di questi prodotti per Usa e Argentina, e impedisce all’Italia o all’Ue di chiedere in futuro che quei nomi siano riservati solo ai prodotti originali Dop o Igp. L’accordo trasforma in termini di uso comune nomi considerati nel sistema europeo e internazionale come proprietà intellettuale e territoriale, rendendo di fatto legale l’Italian Sounding sul mercato argentino. Per i produttori italiani, questo significherà dover competere con versioni americane di “prosciutto” o “grana” che costeranno meno perché non devono rispettare i disciplinari di produzione. Le conseguenze sono rilevanti: un consumatore argentino potrà comprare una burrata o un prosciutto americano credendo di acquistare un prodotto italiano e si creerà un pericoloso precedente, che oggi riguarda solo il mercato argentino, ma che avrà un impatto sui futuri accordi commerciali del nostro paese e dell’Unione. L’intesa tra Stati Uniti e Argentina introduce inoltre una clausola di priorità e incompatibilità che neutralizza le tutele che l’Unione Europa aveva ottenuto nel negoziato con il Mercosur. L’accordo di Bruxelles puntava a proteggere i prodotti Dop e Igp impedendo le imitazioni in Sud America, ma quello di Washington ribalta la situazione, attraverso l’articolo 2.3.2 che sancisce il divieto di Buenos Aires di prendere impegni con altri Paesi che risultino incompatibili con le libertà concesse agli Stati Uniti, imponendo all’Argentina di garantire che i regolamenti tecnici, gli standard e le procedure di valutazione della conformità non creino ostacoli al commercio bilaterale e che non siano discriminatori. In altri termini l’Unione Europea non potrà chiedere all’Argentina di adottare standard tecnici o certificazioni di qualità europee che gli Usa considerino “ostacoli al commercio”. Washington vuole assicurarsi che l’Argentina non conceda ad altri paesi, come l’Italia, tutele speciali come quelle sulle Indicazioni Geografiche che finirebbero per discriminare i prodotti statunitensi. Il trattato americano-argentino si configura come un vero e proprio blitz: lo scorso novembre le parti hanno comunicato l’avvio dei lavori per un nuovo quadro di cooperazione bilaterale, e il 5 febbraio è stato presentato l’accordo, che diventerà efficace entro 60 giorni dalle notifiche di conferma del completamento delle procedure interne, ovvero approvazioni governative e ratifiche legislative. Entrando in vigore così velocemente, l’accordo ARTI sarà operativo ben prima dell’accordo Ue-Mercosur, che sebbene sia stato ufficialmente firmato, è stato rinviato dal Parlamento alla Corte di Giustizia, prima di dover comunque affrontare le ratifiche nazionali. Di fatto superando le tutele che Bruxelles aveva ottenuto dall’alleanza sudamericana. L'articolo Il trattato commerciale Usa-Argentina legalizza l’Italian sounding: a rischio Dop e Igp italiane, da Asiago a Parmigiano e capocollo proviene da Il Fatto Quotidiano.
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