Dopo le proiezioni in anteprima, arriva nelle sale da nord a sud il docufilm
“Giulio Regeni – Tutto il male del mondo” dedicato alla storia del ricercatore
torturato e ucciso in Egitto dieci anni fa. Dal 2 al 4 febbraio sarà nei cinema
di quasi tutte le regioni, a esclusione di Calabria, Molise e Valle d’Aosta (qui
tutte le sale dove sarà proiettato).
Diretto da Simone Manetti e distribuito da Fandango, il film propone una
ricostruzione puntuale dei fatti che hanno segnato una delle vicende giudiziarie
e di cronaca più dolorose per l’Italia contemporanea. La narrazione parte dal
rapimento di Giulio Regeni – giovane ricercatore italiano dell’Università di
Cambridge scomparso al Cairo il 25 gennaio 2016 e ritrovato privo di vita il 3
febbraio seguente con segni di torture – e segue gli sviluppi della lunga
battaglia per ottenere verità e giustizia.
Il documentario si avvale delle voci dei genitori, Claudio Regeni e Paola
Deffendi, e dell’avvocata Alessandra Ballerini, protagonisti della lotta civile
e legale per far luce sulle responsabilità di quanto accaduto al giovane
italiano. La sceneggiatura – firmata insieme a Emanuele Cava e Matteo Billi –
intreccia materiali d’archivio, atti processuali e testimonianze per mettere in
fila i dubbi, i depistaggi e le omissioni che hanno caratterizzato il caso e il
successivo iter giudiziario, ancora in corso e atteso a sentenza entro il 2026.
Prima dell’uscita ufficiale nelle sale, il documentario è stato presentato in
una serie di anteprime speciali con la partecipazione del regista Simone
Manetti, degli sceneggiatori Emanuele Cava e Matteo Billi e, in molte tappe,
anche dei genitori di Giulio e dell’avvocata. La prima nazionale si è tenuta il
25 gennaio a Fiumicello Villa Vicentina (Udine) alla Pista di pattinaggio con la
presenza degli autori e della produzione.
A Milano, il 26 gennaio all’Anteo Palazzo del Cinema la serata è stata moderata
da Fabio Fazio e collegata in contemporanea con numerose sale in altre città
italiane. Nel corso della settimana sono poi seguite proiezioni con incontri con
il pubblico a Roma al Nuovo Sacher (28 gennaio), a Bologna al Cinema
Modernissimo (29 gennaio, con la partecipazione anche di Carlo Lucarelli e
Gianluca Farinelli), a Pordenone, Udine, Monfalcone e Trieste, e ancora a Padova
e Vicenza.
A Genova, uno striscione con scritto “Verità per Giulio Regeni” è stato esposto
sulla facciata frontale di Palazzo Doria-Tursi. Al momento dell’affissione,
davanti alla sede del Comune c’erano la sindaca Silvia Salis e l’avvocata
Alessandra Ballerini. Nel capoluogo ligure il film verrà proiettato alle 21 di
martedì 3 febbraio al Cinema America: oltre ai saluti istituzionali portati
dalla prima cittadina, alla serata saranno presenti la legale della famiglia
Regeni, il regista del docufilm e il primo coautore della sceneggiatura, mentre
i genitori si collegheranno da remoto per fare un intervento.
Dopo le giornate in sala, sono in programma delle proiezioni con Q&A, tra cui a
Livorno il 4 febbraio con l’avvocata Ballerini e il regista, a Latina con gli
autori Cava e Billi, e il 12 febbraio a Torino con Ballerini, Manetti, Cava
insieme a Luciana Litizzetto e Don Ciotti.
L'articolo Dieci anni dal ritrovamento di Giulio Regeni, il documentario in 200
cinema: ecco tutte le sale dove sarà proiettato proviene da Il Fatto Quotidiano.
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“Verità per Giulio Regeni – Un giorno in Pretura” non è andato in onda ieri sera
in prima serata su Rai3. A dieci anni dal rapimento e dell’uccisione del
ricercatore universitario in Egitto, la Rai aveva annunciato, con tanto di
comunicato stampa e promo, la messa in onda della puntata realizzata da Daniele
Ongaro. Il programma di Roberta Petrelluzzi avrebbe dovuto ricostruire le tappe
del caso, dal sequestro alle torture fino all’omicidio attraverso gli atti
processuali e le deposizioni dei testimoni.
La puntata, a sopresa, non è stata trasmessa, sostituita all’ultimo dal film
“The New Toy“, pellicola francese del 2022 diretta da James Huth. Nessuna
spiegazione, solo un messaggio di poche righe pubblicate sulla pagina social
della storica trasmissione: “Lo speciale di Un giorno in Pretura, previsto
questa sera, andrà in onda la settimana prossima. Ci scusiamo per l’imprevisto”.
Parole che non hanno placato le reazioni social, sullo sfondo la domanda sulle
motivazioni dello slittamento in palinsesto: solo motivi tecnici o ragioni
politiche? E mentre Rai3 si ritrovava in onda un film, con proteste sui social,
su La7 a “Propaganda Live” tra gli ospiti erano presenti proprio i genitori di
Giulio, Paola Deffendi e Claudio Regeni.
Solo nella mattina del 31 gennaio, la Rai ha spiegato cosa è accaduto con una
nota: “Il rinvio della puntata di “Un giorno in pretura” prevista ieri è
avvenuto a seguito di una richiesta formale dell’avvocato della famiglia Regeni,
motivata dall’esigenza di tutelare la sicurezza di tutte le persone coinvolte e
dei testimoni. L’istanza è stata valutata con attenzione e responsabilità
dall’Azienda, che ha ritenuto doveroso accogliere la volontà espressa dalla
famiglia Regeni tramite il proprio legale, e ha pertanto deciso di rinviare la
messa in onda al prossimo venerdì per poter apportare tutti gli interventi
cautelativi richiesti”.
L'articolo “Il rinvio della puntata di Un Giorno in Pretura prevista ieri è
avvenuto in seguito a una richiesta formale dell’avvocato della famiglia
Regeni”: cosa è accaduto, la nota della Rai proviene da Il Fatto Quotidiano.
Sono usciti quasi tutti il 29 gennaio questi nuovi film al cinema: ‘La scomparsa
di Josef Mengele’ sull’infinita fuga di un nazista; ‘Le cose non dette’ segna il
ritorno di Gabriele Muccino; ‘Send Help’ si presenta come il nuovo horror di Sam
Raimi; ‘L’agente segreto’ è il brasiliano in corsa per 4 Oscar. Invece in
anteprima voglio parlarvi di ‘Giulio Regeni – Tutto il male del mondo’ che
ripercorre 10 anni di processo e insabbiamenti, in sala dal 2 al 4 febbraio; e
‘Hamnet’ che tratta la vicenda dolorosa di Shakespeare dietro la scrittura, dal
5 al cinema.
***
Appena passata la Giornata della Memoria escono al cinema anche film che
raccontano i colpevoli della Shoah. Così dal 29 gennaio è in sala La scomparsa
di Josef Mengele, di un regista russo, originale e antiautoritario come Kirill
Serebrennikov. Il suo racconto lucido sulla fuga lunga trent’anni del medico
macellaio di Auschwitz parte proprio dalle sue vere ossa che vengono conservate
oggi in un Museo della Memoria. Il bianco e nero, il montaggio che ci trasporta
su due binari temporali nella vicenda di quest’uomo protetto nel dopoguerra da
un conclave di nazisti in Sudamerica, forse raggiunge il suo culmine con il
confronto tra il gerarca e il figlio hippie, che scopre solo a fine anni
settanta i crimini del padre. Colpa e coscienza si scontrano in questa bilancia
del tempo che fa luce sui cerotti segreti di un regime finito, ma offre
consapevolezza sui rigagnoli velenosi del nazismo che si sono nascosti per
decenni tra le fazendas brasiliane e le periferie difficili di paesi neolatini.
Roccioso e inquietante il protagonista August Diehl, anche nel creare
involontariamente con il regista, un ponte con La zona d’interesse, altro titolo
sul tema campi e memoria.
Seppur diversamente, tocca il tema della memoria anche L’agente segreto di
Kleber Mendonça Filho. L’autore sfiora con tante citazioni alcuni classici del
cinema, e la vicenda di quest’uomo che torna a Recife per ritrovare la sua
famiglia impiglia il nostro sguardo, come il protagonista, tra la dittatura
degli anni ‘70 e il suo popolo formica. “La macumba è il twist dei poveri” dirà
a un certo punto uno dei personaggi. Ricostruzione minuziosa e meritevole di 4
candidature agli Oscar 2026, parte come affresco storico su quel Brasile ma
presenta diverse tragiche analogie con tanto insospettabile Occidente
democratico di oggi. E Wagner Moura è protagonista inossidabile del film
politico del momento.
Spostandoci in Italia invece, le sue dinamiche narrative si basanoda sempre su
relazioni amorose in crisi e struggimento individuale per raggiungere
un’impossibile serenità dei personaggi. Gabriele Muccino ha trasformato
agilmente Siracusa, il romanzo di Delia Ephron del 2018 in sceneggiatura corale
per il suo Le cose non dette. Una coppia in crisi porta una coppia di amici in
vacanza a Tangeri (nel libro erano americani in Sicilia). Alla ricerca di nuovi
equilibri vedremo una madre elicottero, l’iperprotettiva Carolina Crescentini,
un marito inseguito dall’amante giovane e appassionata, i sanguigni Stefano
Accorsi e Beatrice Savignani e due legatissimi amici. Tra i personaggi adulti e
traballanti brilla la giovane rivelazione Margherita Pantaleo nei panni della
figlia tredicenne con un bel caratterino. Crinale tra fiducia e tradimento, è su
questo rasoio che Muccino fa girare una serie di mulinelli emotivi e narrativi
rimescolando continuamente le acque della tensione. Il piccolo allievo di Ettore
Scola ora è grande, e stavolta ha fatto un quasi-thriller. Claudio Santamaria lo
aiuta a bagnarlo di commedia all’italiana, mentre la macchina da presa gli danza
intorno come fosse un altro personaggio, e Miriam Leone ci risulta gigante nella
sua dolorosa performance.
Tornando alle democrazie oggi dubbiose, ce ne andiamo negli Usa di Sam Raimi per
il suo horror giocherellone Send Help. Il plot aveva potenziale. Un’impiegata
timida e un po’ sciatta si ritrova su un’isola deserta con il suo capo bullo.
Chi si salverà nello scontro? Chissà cosa ne avrebbe pensato la Wertmuller,
perché mai nessuno è più riuscito a dare a quel naufragio a due un senso forte
come fece lei. Comunque, Raimi gigioneggia in ciò che lo diverte. Allora sangue
a volontà, situazioni iperboliche irreali e buchi tremendamente illogici sulla
storia. Anche se la protagonista Rachel McAdams è super, tutto pare
perfettamente apparecchiato per sollazzare e sfogare superficialmente un
pubblico giovane e rabbioso.
Giungiamo alla prima anteprima, Giulio Regeni – Tutto il male del mondo, in sala
per soli 3 giorni a inizio febbraio. Ma è sempre un inizio per i film evento,
perché se gli spettatori chiedono agli esercenti, alcune proiezioni fuoridata ci
scappano sempre. E qui ne varrebbe la pena. Il regista Simone Manetti mette
ordine i fatti a 10 anni dalla scomparsa e dalla tortura di Giulio. Nuove
testimonianze video si rincorrono in un caso ancora irrisolto e purtroppo non
unico. A parlare abbiamo i genitori Claudio Regeni e Paola Deffendi, due leoni
veri, e la loro avvocatessa. Il film è una ricerca della verità dritta e
necessaria, ma vanno riportate le parole della famiglia Regeni, più importanti
di qualsiasi recensione cinematografica: “Confidiamo che la diffusione di questo
documentario possa fare conoscere la nostra lunga battaglia per ottenere verità
e giustizia e possa fare comprendere tutto il male che abbiamo dovuto affrontare
e gli ideali che ci hanno animati. Ci auguriamo che la consapevolezza di ‘tutto
il male del mondo’ che si è abbattuto su Giulio e su di noi, possa renderne più
difficile la sua reiterazione, che pure sappiamo compiersi, spesso
nell’impunità, ai danni dei molti Giuli e Giulie del mondo”.
Chiudiamo con un altro dramma legato alla perdita di un figlio, e in uscita il 5
febbraio. È un romanzo del 2020 Hamnet, di Maggie O’Farrell, nel quale partendo
dalla vera tragedia famigliare della morte del figlio undicenne di William
Shakespeare si ipotizza un legame tra il trauma per la perdita e la drammaturgia
del più grande autore di sempre. La moglie, interpretata da Jessie Buckley, è la
protagonista luminsa di questa tragedia bucolica, e Paul Mescal ha il compito di
dare volto al Poeta. Anche senza le sue 8 candidature agli Oscar, questa nuova
opera di Chloé Zhao brilla perché mette in congiunzione su grande schermo il
superamento della quarta parete teatrale tra pubblico e artista sul
palcoscenico, tendendo le mani a tutto ciò che di più urgente l’Arte mette in
scena.
Ma riflette anche con acume sul processo creativo, e sulle magiche, misteriose e
salvifiche vie che trasformano le esperienze vere metabolizzandole in narrazione
teatrale, letteraria o cinematografica che sia. Insomma, oltre alla magnificenza
che porterà di sicuro Statuette, anche un valore inoppugnabilmente formale. Sarà
l’imperdibile di febbraio. #PEACE
L'articolo Il docufilm su Giulio Regeni e Hamnet (Shakespeare): due anteprime
tra i nuovi titoli in sala proviene da Il Fatto Quotidiano.
L’ultimo oltraggio alla memoria di Giulio Regeni, a dieci anni dal sequestro,
dalle torture e dall’omicidio del ricercatore italiano, arriva da Roma, nel
cuore del quartiere Eur della Capitale. È lì che si celebra, in un hotel a
quattro stelle, la conferenza finale della seconda fase di Itepa2, progetto di
cooperazione per la formazione delle forze di sicurezza di 22 Paesi africani.
Una cornice nella quale l’Italia ha firmato un nuovo memorandum con l’Accademia
di Polizia del Cairo, alla presenza del capo della Polizia Vittorio Pisani e del
presidente della stessa accademia del Paese nordafricano, Ibrahim Youssef Nedal
Abdelkader. Quelle stesse forze egiziane del regime di Al Sisi, da anni già
sotto accusa per la violenza, la repressione e il mancato rispetto dei diritti
umani. E protagoniste di uno dei depistaggi più clamorosi e sanguinari del caso
Regeni: la mattanza di cinque innocenti, che il regime egiziano tentò di far
passare come gli autori dell’omicidio. Una messinscena nel tentativo di sviare
le indagini e allontanare le responsabilità degli apparati d’intelligence.
Mentre il processo in Italia contro i quattro 007 egiziani è ancora oggi in
sospeso, per l’Italia l’Egitto è ormai tornato da anni un partner affidabile,
indispensabile. Nel nome degli affari e della realpolitik. Un “Paese sicuro“,
come considerato dal governo Meloni, al di là delle violazioni sistematiche dei
diritti, delle sparizioni forzate, delle torture. E della verità processuale
ancora non raggiunta sul caso Regeni, di fronte ad anni di depistaggi e mancata
collaborazione del Cairo. Così non sembra esserci alcun imbarazzo nel siglare
nuove intese di cooperazione, confermando la polizia egiziana come centrale
nella formazione delle forze di altri Paesi africani. L’ennesimo atto di
normalizzazione dei rapporti, politici e commerciali, dopo il vertice al
Viminale di poche ore prima, con tanto di onori e complimenti, tra il ministro
dell’Interno Matteo Piantedosi e l’omologo egiziano Mahmoud Tawfik, omaggiato
con tanto di photo opportunity e un comunicato in cui si rivendicava il “dialogo
strategico tra i due Paesi in una visione condivisa di stabilità, sicurezza e
responsabilità nel Mediterraneo”. Senza il minimo accenno al caso Regeni.
Dimenticato, di fatto, dall’esecutivo e dai suoi ministri, già protagonisti di
passerelle e vertici al Cairo, nel segno della rinnovata concordia.
Lo stesso Piantedosi aveva pure elogiato i rapporti tra le polizie di Roma e del
Paese nordafricano, evocando la sua soddisfazione per “l’ottima collaborazione“.
Parole inaccettabili per la famiglia Regeni: “Tutto il male che si è accanito su
Giulio continua ancora oggi, per chi, sotto il regime, quella tortura la subisce
nella assoluta impunità. Questo dovrebbe far sì che non avvenga che il ministro
dell’Interno italiano si incontri con quello egiziano, si facciano grandi
complimenti per la collaborazione nel fermare l’immigrazione che viene da un
paese, l’Egitto, che non è un Paese sicuro. Dal Cairo scappano persone che
stanno subendo le conseguenze del regime che ha torturato e ucciso Giulio. E che
ogni giorno tortura e uccide e fa sparire almeno tre persone al giorno”, aveva
ricordato l’avvocata della famiglia, Alessandra Ballerini.
Eppure, per i vertici della polizia italiana non sembrano esserci problemi. Così
è stato lo stesso Vittorio Pisani, in un breve margine con alcuni cronisti, a
rivendicare il presunto successo del progetto Itepa (International Training at
the Egyptian Police Academy), nato con l’obiettivo di creare un centro
internazionale di formazione specialistica presso l’Accademia della Polizia del
Cairo. Un’iniziativa promossa dal Dipartimento della pubblica sicurezza, in
collaborazione con la stessa Accademia egiziana, con il sostegno finanziario
della Commissione UE: “L’importanza di questo progetto è accrescere la
professionalità delle polizie africane che collaborano con le organizzazioni
europee, elevando gli standard internazionali di garanzia dei diritti umani“, ha
rivendicato. Per poi aggiungere, sollecitato sul caso Regeni: “La Polizia di
Stato è stato l’organo che ha svolto le indagini sul caso Regeni, indagini
portate avanti anche con la collaborazione e l’acquisizione di documenti forniti
dalla Polizia egiziana. Così si può agevolare quella cooperazione investigativa
e giudiziaria affinché anche il caso Regeni giunga a una conclusione“. Parole
che stridono non poco con la realtà dei fatti. E che rievocano quella retorica
su una presunta collaborazione, in realtà mai avvenuta. Sbandierata soltanto a
parole, come più volte dimostrato dai 38 teste ascoltati nel processo che vede
imputati quattro 007 egiziani. Ovvero, Usham Helmi, il generale Sabir Tariq e i
colonnelli Athar Kamel Mohamed Ibrahim, e Magdi Ibrahim Abdelal Sharif, accusati
del reato di sequestro di persona pluriaggravato (mentre al solo Sharif sono
contestati anche i reati di concorso in lesioni personali aggravate e di
concorso in omicidio aggravato).
“Errare è umano, perseverare… Altro che collaborazione. Da dieci anni siamo di
fronte a bugie e depistaggi sistematici, ancora attendiamo prove concrete di una
volontà che vada in quella direzione. Non ne abbiamo mai visto il minimo
segnale”, spiega a ilfattoquotidiano.it, il deputato Pd Gianni Cuperlo, sempre
presente alle udienze del processo. E che già aveva accusato Piantedosi per il
suo incontro al Viminale: “Mi vergogno per lui e per la sua immoralità”.
Allo stesso modo sulle ombre di Itepa e dei progetti di formazione tra polizie,
a contestare i successi sbandierati è Alice Franchini, di EgyptWide for Human
Rights. Una delle ong che negli scorsi anni, così come fatto da diversi
parlamentari europei, hanno denunciato la scarsa trasparenza sui contenuti del
progetto e sulle operazioni di monitoraggio in merito alla difesa dei diritti
umani, al di là della supervisione prevista da parte di Oim e Unhcr: “Il
programma Itepa2, concluso in questi giorni, presenta un syllabus, dove tra i
contenuti non c’è mai alcuna menzione di strumenti formativi legati
all‘incorporazione dei diritti umani nelle pratiche di polizia. Se ne parla
soltanto riguardo la gestione della comunicazione con i media, quindi è
prettamente una questione di immagine“. Ma non solo: “Gli strumenti di
monitoraggio, così come i nomi dei partecipanti al programma, non sono resi
pubblici. Abbiamo chiesto al Ministero dell’Interno italiano in passato se
vengano fatti dei controlli preventivi su chi siano gli agenti di questi Paesi
che partecipano al programma Itepa, per verificare che non siano persone che
magari in passato si sono macchiate di abusi o di crimini nell’esercizio delle
loro funzioni di polizia o di forze di sicurezza. Ma non è chiaro se questi
controlli siano stati portati avanti”.
A pesare è soprattutto il nodo della cooperazione con il Cairo, in materia di
sicurezza oltre che politica, a dieci anni dall’omicidio di Giulio Regeni,
ancora senza una verità processuale. E dopo quell’incontro al Viminale che ha
già scatenato le forti proteste delle opposizioni in Parlamento, con Pd e Avs
che hanno già annunciato un’interrogazione parlamentare. Mentre è l’ong
Mediterranea a scagliarsi contro il ministro Piantedosi: “Le sue dichiarazioni
sono una vergogna per il nostro Paese”.
L'articolo A 10 anni dall’omicidio Regeni, l’Italia rinnova la cooperazione con
la polizia del Cairo. Le critiche: “Piantedosi si vergogni” proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Non è la prima volta che accade negli ultimi anni, tra passerelle di ministri
italiani al Cairo e bilaterali tra la premier Giorgia Meloni e il presidente
egiziano Al Sisi. Ma nei giorni del decennale del sequestro, delle torture e
dell’omicidio di Giulio Regeni, l’incontro al Viminale tra il ministro
dell’Interno Matteo Piantedosi e l’omologo egiziano Mahmoud Tawfik, accolto con
tutti gli onori e poi omaggiato con tanto di comunicato in cui si parla di
“dialogo strategico tra i due Paesi in una visione condivisa di stabilità,
sicurezza e responsabilità nel Mediterraneo”, non può che rappresentare
un’ulteriore ferita. L’ultimo atto di quella normalizzazione dei rapporti
politici e commerciali tra Roma e il Cairo, nel nome degli affari, della
politica estera, della realpolitik.
Così, nel corso della proiezione a Roma di “Tutto il male del mondo“, il
documentario che ripercorre le tappe della vicenda e del processo che vede
imputati in Italia quattro 007 della National Security, il servizio segreto
egiziano, è la legale della famiglia, Alessandra Ballerini, con accanto i
genitori Claudio Regeni e Paola Deffendi, a denunciare quel vertice al Viminale,
considerato inaccettabile. “Ricostruire la verità, nonostante l’ostruzionismo, i
depistaggi dell’Egitto, l’arroganza e la cialtroneria del regime di Al Sisi,
sopportata anche dal nostro governo, non è stato facile. Tutto il male che si è
accanito su Giulio Regeni continua ancora oggi, ogni volta che in udienza viene
rievocata la parola ‘tortura‘. E continua per chi, sotto il regime, quella
tortura la subisce sul proprio corpo, nella assoluta impunità. Con il processo e
con questo documentario vogliamo ristabilire che i diritti umani fondamentali
sono inviolabili, che esiste un divieto di tortura universale”. Per questo
motivo, precisa Ballerini, “questo dovrebbe far sì che non avvengano fatti come
quelli avvenuti oggi, che il ministro dell’Interno italiano si incontri con
quello egiziano, si facciano grandi complimenti per la collaborazione, per
fermare l’immigrazione che viene da un paese, l’Egitto, che non è un Paese
sicuro. Dal Cairo scappano persone che stanno subendo le conseguenze del regime
che ha torturato e ucciso Giulio e che ogni giorno tortura e uccide e fa sparire
almeno tre persone al giorno”.
Eppure, mentre il processo di fronte alla Corte di Assise di Roma, dopo 17 mesi,
28 udienze e 38 teste ascoltati, è ancora sospeso, in attesa della sentenza
della Corte costituzionale che dovrà decidere – dopo la questione di legittimità
sollevata dai legali degli imputati – sulla copertura o meno, da parte dello
Stato, dei costi degli eventuali consulenti tecnici della difesa, l’asse
politico tra il Cairo e Roma sembra sempre più saldo, nonostante le parole della
famiglia e le contestazioni delle opposizioni. “Piantedosi? Mi vergogno per lui
e per la sua immoralità”, ha attaccato con un post social il dem Gianni Cuperlo,
sempre presente alle udienze del processo. E ancora: “A Fiumicello ho visto il
docufilm su Giulio e la descrizione delle torture che ha subito. I depistaggi e
le volgarità delle autorità egiziane proseguite negli anni. E il ministro degli
Interni italiano parla di ‘collaborazione molto proficua’”. Anche Avs ha
annunciato di voler presentare un’interrogazione parlamentare. Pochi giorni fa
era stato lo stesso capo dello Stato Sergio Mattarella a mandare una lettera
alla famiglia Regeni nella quale sottolineava come “verità e giustizia non
devono prestarsi a compromessi”.
Nel comunicato ufficiale rilasciato dal Viminale, invece, del caso Regeni non
c’è nemmeno l’ombra. Mai citato, silenzio totale. Al contrario, nessun imbarazzo
nel riportare “la soddisfazione per l’ottima cooperazione tra le forze di
polizia“. Le stesse forze egiziane protagoniste di uno dei depistaggi più
clamorosi e sanguinari, quella mattanza di cinque innocenti accusati dal regime
di Al Sisi di essere gli autori dell’omicidio Regeni, nel tentativo di sviare le
indagini e allontanare le responsabilità degli apparati d’intelligence. Con
tanto di passaporto poi fatto ritrovare a casa di uno dei cinque. Un falso, come
subito accertato dalle indagini degli investigatori dello Sco della Polizia di
Stato e da quelli del Ros dei Carabinieri.
La famiglia Regeni però continua nella sua ricerca di verità e giustizia,
nonostante tutto, in attesa che il processo riparta al più presto: “Tutto quello
che vedrete nel documentario – ha spiegato la madre Paola, ospite di Nanni
Moretti al cinema Nuovo Sacher – sono tutte cose che noi abbiamo vissuto in
questi dieci anni, non c’è alcuna finzione. Per noi è un pugno nello stomaco, ma
chi ci conosce sa che bisogna andare avanti“.
L'articolo Piantedosi riceve al Viminale il suo omolologo egiziano, Ballerini:
“Un ministro di quel regime che ha ucciso Regeni”” proviene da Il Fatto
Quotidiano.
“L’esigenza di giustizia è quello che ci ha mosso fin dall’inizio. Non è un
qualcosa sulla quale abbiamo ragionato, ci è venuto spontaneo”. Lo ha detto
Claudio Regeni, il padre di Giulio, a dieci anni dall’uccisione del figlio in
Egitto. I genitori del ricercatore hanno parlato in collegamento con Fabio Fazio
a Che tempo che fa, sul Nove. “Quello che ha subito Giulio – ha aggiunto il
padre – lo consideriamo un oltraggio inaccettabile e quindi con tutta la nostra
forza, con tutto quello che sappiamo fare, ci siamo messi a perseguire la strada
della Giustizia e cammin facendo abbiamo scoperto il valore della Giustizia non
soltanto per Giulio, ma per tutti i Giuli e le Giulie del mondo che purtroppo
soffrono situazioni simili, non soltanto in Egitto”.
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L'articolo Regeni, il padre Claudio: “Noi mossi dall’esigenza di giustizia, non
solo per nostro figlio ma per tutti” proviene da Il Fatto Quotidiano.
Un minuto di silenzio è stato osservato ieri sera alle 19.41 nel piazzale dei
Tigli a Fiumicello, alla stessa ora in cui dieci anni fa Giulio Regeni inviò il
suo ultimo messaggio dal Cairo prima di essere rapito. Presente la famiglia di
Regeni, assieme all’avvocata Alessandra Ballerini, con lo striscione ‘Verità per
Giulio Regeni’. Il piazzale dei Tigli è stato il punto di arrivo della Camminata
dei diritti, un corteo silenzioso che ha attraversato le vie del paese. In
testa, una bandiera della pace portata dai bambini. Subito dopo la famiglia
Regeni e, vicino a loro, il presidente di Libera, don Luigi Ciotti, e la
segretaria del Pd, Elly Schlein. Dopo il minuto di silenzio, con in mano le
fiaccole gialle, i numerosi presenti hanno intonato Hallelujah di Leonard Cohen.
Al termine, la manifestazione si è sciolta.
L'articolo Regeni, a dieci anni dal rapimento la fiaccolata silenziosa a
Fiumicello – Video proviene da Il Fatto Quotidiano.
Questo 2026 ci propone tre anniversari importanti, distanti tra loro
temporalmente ma accomunati da una parola: “desaparecidos”.
Le “sparizioni forzate e involontarie”, così definite dal punto di vista
giuridico, sono uno dei più gravi crimini di diritto internazionale, che
continua a realizzarsi fino a quando lo stato non riveli il destino o la
localizzazione delle persone coinvolte e, dopo che la sparizione è stata
confermata, non restituisca i resti dei corpi alle famiglie. L’angoscia provata
dai familiari nel non sapere dove e come si trovi una persona a loro cara e nel
vedersi negata ogni informazione a chiunque la chiedano, è inimmaginabile.
La parola “desaparecidos”, che va declinata anche al femminile, è stata usata
per la prima volta negli anni Settanta in America del Sud per indicare le
persone arrestate per motivi politici o di altra natura, detenute in luoghi
sconosciuti e private di ogni contatto col mondo esterno.
Uno dei tre anniversari del 2026 cadrà quando il 24 marzo saranno trascorsi 50
anni dal colpo di Stato militare in Argentina, che causò la scomparsa di almeno
30.000 persone, per lo più oppositori e attivisti politici. Ma quella parola ha
attraversato continenti e decenni rimanendo purtroppo sempre attuale.
Intanto, è rimasta in America del Sud. Secondo dati ufficiali, sono attualmente
oltre 128.000 le persone “desaparecide” in Messico. La loro ricerca è
compromessa dalla mancanza di volontà politica, dalla collusione delle autorità
locali coi responsabili delle sparizioni e dall’ostilità diffusa nei confronti
dei gruppi e delle singole persone, molto spesso donne, che si ostinano a
cercare verità e giustizia. Un rapporto diffuso da Amnesty International nel
luglio 2025 ha rivelato che 16 donne erano state assassinate mentre cercavano
disperatamente informazioni. Tantissime altre (il 97 per cento delle 600
intervistate dall’organizzazione per i diritti umani) avevano subito minacce,
estorsioni, aggressioni, rapimenti, torture e violenza sessuale, erano state
costrette a trasferirsi altrove o erano scomparse a loro volta.
In Siria, il conflitto interno iniziato nel 2011 e terminato con la caduta del
regime di Bashar al-Assad alla fine del 2024 ha lasciato un’eredità di almeno
100.000 persone scomparse, in nove casi su dieci ad opera dei vari servizi di
sicurezza statali. La scaltrezza dei funzionari del deposto regime che hanno
distrutto documentazione e interi archivi, la disperazione dei familiari che
hanno preso d’assalto i centri di detenzione (tra cui quello famigerato di
Saydnaya) e l’inefficienza delle nuove autorità nell’assicurare la conservazione
delle prove e cordonare le fosse comuni stanno rendendo problematica la ricerca
delle persone scomparse.
Utilizzate costantemente dai servizi di sicurezza del Pakistan a partire dalla
cosiddetta “guerra al terrore”, dal 2001 in avanti, contro difensori dei diritti
umani, attivisti politici, studenti, giornalisti ed esponenti di minoranze per
il mero sospetto o l’accusa infondata di essere “terroristi”, le sparizioni
forzate rendono tuttora irrintracciabili migliaia di persone, che le autorità
negano di aver arrestato e delle quali non forniscono alcuna informazione.
Particolarmente a rischio di svanire nel nulla per poi essere ritrovate uccise
sono le persone che vivono nelle aree tradizionalmente di conflitto, come il
Waziristan e il Belucistan.
In Egitto, nei primi anni successivi al colpo di stato di Abdelfattah al-Sisi,
periodo nel quale fu vittima di sparizione forzata anche il ricercatore italiano
Giulio Regeni, il cui decimo anniversario dalla sparizione è stato ricordato
ieri, le organizzazioni per i diritti umani denunciavano una media di tre
sparizioni al giorno, soprattutto ad opera dell’Agenzia per la sicurezza
nazionale, i servizi di sicurezza interni. Ancora oggi, è una prassi abituale
sottrarre una persona arrestata arbitrariamente a ogni contatto col mondo
esterno e interrogarla sotto tortura per giorni, settimane o mesi prima di
portarla di fronte a un’autorità giudiziaria. Seguirà un processo, spesso basato
su confessioni di colpevolezza rese durante il periodo di sparizione, che
terminerà invariabilmente con una condanna.
A luglio saranno trascorsi 25 anni da quella che Amnesty International definì
“una violazione dei diritti umani di proporzioni mai viste in Europa nella
storia più recente”: quanto accadde durante il G8 del 2001 a Genova. Tra quelle
“violazione dei diritti umani” va compresa anche la sparizione di oltre 200
persone, arrestate in piazza e nella scuola Diaz e portate nella caserma di
Bolzaneto. La loro fu, tecnicamente, anche se “soltanto” per decine di ore e non
giorni, una sparizione.
Va ricordato, infine, che la Convenzione internazionale per la protezione di
tutte le persone dalle sparizioni forzate è entrata in vigore nel 2010 con
l’obiettivo di prevenire il fenomeno, scoprire la verità su quelle del passato e
assicurare che sopravvissuti e familiari degli scomparsi ricevano giustizia,
verità e riparazione. Richiede a tutti gli stati che l’hanno ratificata di
dotarsi di norme interne per criminalizzare le sparizioni forzate e di garantire
verità, giustizia e riparazione.
È quello che ha fatto lo Sri Lanka, dove il conflitto interno tra le forze
armate e le Tigri per la liberazione del Tamil Eelam, dall’inizio degli anni
Ottanta al 1999, ha prodotto uno dei più alti numeri di vittime di sparizione
forzata al mondo, si stima fino a 100.000. La sparizione di massa di coloro che
si erano arresi è stata una chiara indicazione dell’istituzionalizzazione di
questa prassi. Nel marzo 2018, a seguito di una campagna delle organizzazioni
locali e internazionali per i diritti umani, tra le quali Amnesty International,
è stato istituito il reato di sparizione forzata.
L'articolo “Desaparecidos”, la parola che da un secolo all’altro si è fatta
globale proviene da Il Fatto Quotidiano.
“Il rapimento e il barbaro assassinio di Giulio rimangono una ferita aperta nel
corpo della comunità nazionale”. Al decimo anniversario della morte di Giulio
Regeni, il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha mandato un messaggio
rivolto alla madre Paola Deffendi, al padre Claudio Regeni e a Paolo Dijust,
sindaco di Fiumicello Villa Vicentina, il comune in provincia di Udine di cui la
famiglia del ricercatore ucciso è originaria.
“Nella dolorosa ricorrenza odierna, rinnovo la vicinanza della Repubblica alla
famiglia Regeni e l’impegno del nostro ordinamento affinché sia onorata la
memoria di Giulio facendo piena luce sulle circostanze e le responsabilità che
ne segnarono il tragico destino”, aggiungendo che “la piena collaborazione delle
autorità egiziane nel dare risposte adeguate alle richieste della magistratura
italiana [. . . ] continua a rappresentare un banco di prova“.
E ha rilanciato l’appello di chi in questi anni ha continuato a chiedere alle
autorità di non abbandonare il caso: “Verità e giustizia non devono prestarsi a
compromessi, a tutela non solo delle legittime aspettative di chiarezza dei
familiari, ma a presidio dei principi fondanti del nostro ordinamento
costituzionale e sociale e delle relazioni internazionali”. Un decennio segnato
soprattutto da “l’impegno di quanti, con dedizione, hanno operato e operano per
[. . . ] la verità storica e giudiziaria”, un impegno che “merita rispetto e
gratitudine” per “un’esigenza condivisa da tutti gli italiani e non solo”. Nella
parole del capo dello Stato, questa occasione rappresenta un modo per ribadire
“le ragioni universali della giustizia e del rispetto dei diritti fondamentali
dell’uomo, contro ogni forma di tortura”. E ha concluso: “Rivolgo anzitutto un
affettuoso pensiero ai suoi genitori, colpiti dal dolore inconsolabile per la
perdita di un figlio avvenuta per cause abiette e con modalità disumane”.
L'articolo Mattarella: “Verità e giustizia per Giulio Regeni, piena
collaborazione con le autorità egiziane” proviene da Il Fatto Quotidiano.
Il 25 gennaio di dieci anni fa al Cairo, in Egitto, veniva sequestrato,
torturato e ucciso Giulio Regeni, un giovane ricercatore italiano che stava
svolgendo la sua ricerca universitaria al Cairo.
Come hanno dimostrato le udienze del processo in corso a Roma, era stato fermato
da uomini della sicurezza, legati ad Al Sisi, torturato per giorni e ucciso. “Ho
visto nei suoi occhi tutto il male del mondo” ha detto la madre Paola Deffendi.
Le udienze hanno anche svelato bugie, omissioni, reticenze, non solo da parte
del regime egiziano, ma anche dei governi di centrosinistra. Subito dopo il
sequestro Giulio era ancora vivo, ma gli interventi sull’Egitto furono tardivi,
confusi, segnati dagli ottimi rapporti che, ieri come oggi, hanno Italia e
Egitto. La puzza dei soldi e delle armi ha nascosto il profumo dei diritti
umani.
Come abbiamo appreso nella triste vicenda di Alberto Trentini, il cooperante
veneziano tornato a casa dopo 15 mesi di fallimenti, l’Italia non riconosce
‘paese amico’ il Venezuela, ma l’Egitto sì; non sa nulla su sparizioni e
torture, finge di non vedere la quotidiana repressione delle minoranze dei
diritti politici, civili, sociali. Vale per l’Egitto ma anche per la Turchia, la
Libia, l’Iran.
Dopo dieci anni, per l’ennesima volta, tutto il paese di Fiumicello Villa
Vicentina si riunirà con i suoi genitori, Paola e Claudio, con la sorella Irene,
con l’avvocata Alessandra Ballerini, amiche e amici, giornalisti, scrittori,
autori, richiamati dalle tante iniziative promosse da Giulio siamo noi – una
straordinaria associazione che ha lanciato l’onda gialla e ha contribuito a
impedire che un colpevole oblio cancellasse ogni traccia – e che hanno invitato
tutte e tutti a ritrovarsi sempre il giorno 25 alle 19.41, ora del suo
sequestro, con una candela tra le mani, davanti ad una delle tante panchine
dedicate a Giulio.
Dopo dieci anni la richiesta di verità e giustizia non ê stata archiviata,
resiste a bugie, depistaggi, vigliaccherie istituzionali. Ora il processo è
fermo in attesa della pronuncia della Corte costituzionale su alcune eccezioni
sollevate in extremis dai difensori degli imputati egiziani, riguardanti le
modalità di pagamento dei compenso agi avvocati d’ufficio.
Una volta assunta la decisione il processo riprenderà comunque. Il giorno
dell’udienza si avvicinerà, anche se gli imputati sono sempre in Egitto, ben
protetti dal regime e dai loro amici a casa nostra.
Quando la sentenza arriverà spetterà ai familiari di Giulio, alla tenace
avvocata Ballerini, a ciascuno di noi alzare ancora la voce per reclamare dal
governo un po’ di quell’orgoglio nazionale che, a parole, rivendica in ogni
comizio: spetterà a loro chiede l’estradizione in Italia degli eventuali
condannati. Lo faranno mai? Mostreranno, almeno in senso figurato, i pugni al
dittatore?
“Prima gli italiani” urlavano in campagna elettorale; poi di fronte ai balbettii
per Trentini, ai silenzi per Mario Paciolla e Andrea Rocchelli, ai tradimenti su
Regeni, abbiamo capito che quel “prima gli italiani” vale solo a favore di
riflettori, a giorni alterni, per alcuni italiani, a seconda del colore politico
degli oppressori.
L'articolo Dieci anni dal sequestro di Giulio Regeni: chissà se chi grida ‘prima
gli italiani’ finalmente mostrerà fermezza proviene da Il Fatto Quotidiano.