Il ciclone Harry che ha devastato, in particolare, la Sicilia orientale, la
Calabria ionica centro meridionale e la Sardegna impone delle riflessioni. La
prima riguarda la innegabile potenza inusuale della tempesta che dimostra ancora
una volta, per chi si ostina ancora a negarla, la drammatica attualità dei
cambiamenti climatici. I danni del ciclone sono stati tremendi: porti distrutti,
infrastrutture ferroviarie pesantemente danneggiate, strade devastate, spiagge
cancellate, case e lidi distrutti, centinaia di imbarcazioni e autovetture
colpite, servizi resi inagibili.
I negazionisti dei cambiamenti climatici e coloro i quali si oppongono
sistematicamente alle adozioni serie e concrete di misure tese ad affrontare le
cause di questa tragedia ambientale sono da ritenere corresponsabili di questi
eventi. Un’altra considerazione da fare è il cattivo utilizzo che istituzioni
centrali e locali hanno fatto delle eccezionali risorse destinate al nostro
Paese con i fondi Pnrr del dopo Covid. Un fiume di denaro pubblico che doveva
essere destinato soprattutto ad opere strategiche, come la messa in sicurezza
per scongiurare i pericoli incombenti del dissesto idrogeologico. Una grave
occasione persa con evidenti responsabilità politiche.
Inoltre non può negarsi la differenza inaccettabile e discriminatoria di risorse
economiche destinate maggiormente al nord del Paese invece che al Sud.
Deplorevole, poi, deve considerarsi la condotta del governo Meloni e della sua
maggioranza che hanno deciso, anche in violazione della Costituzione, di
aumentare spaventosamente la spesa militare, non per ragioni difensive ma
offensive, a discapito di fondi da destinare per garantire i diritti
fondamentali delle persone costituzionalmente protetti, tra cui il diritto alla
sicurezza, alla salute e all’ambiente. Sono da considerare traditori della
Costituzione sul piano etico, politico e giuridico.
Non possono sottacersi, però, le gravi e stratificate responsabilità ai diversi
livelli regionali e territoriali. Difatti, governi regionali e locali, di colori
politici apparentemente diversi, che hanno adottato negli anni norme e
provvedimenti che hanno danneggiato sul piano urbanistico, territoriale,
ambientale e paesaggistico aree che andavano invece salvaguardate. E come,
invece, amministratori pubblici che hanno operato coraggiosamente in difesa dei
propri territori sono stati pesantemente ostacolati da poteri forti politici,
economici e non di rado mafiosi, che agiscono con obiettivi speculativi e di
profitti illeciti.
Così come la cancellazione del reato di abuso d’ufficio rende molto spuntata ed
inoffensiva la possibilità della magistratura di intervenire quando vi siano
condotte che mettono in pericolo la sicurezza delle persone e dei territori.
Ovviamente in questo quadro da scena di crimini ambientali non si possono negare
anche le responsabilità di soggetti privati che non hanno esitato a realizzare
opere e condotte incoscienti, talvolta scellerate e non di rado illegali.
Da ultimo, il silenziatore che si sta mettendo per coprire quanto accaduto è
davvero nauseante unitamente alle inadeguate risorse economiche che sinora il
governo ha stanziato. Di notte trovano soldi per armi e guerre, si rendono anche
complici di genocidi, per il resto gli italiani possono aspettare, soffrire,
soccombere, se poi sono meridionali ancora di più. E si definiscono pure
sovranisti e patrioti, ma sarebbe meglio qualificarli traditori.
L'articolo Tutti gli errori dietro ai danni del ciclone Harry, a partire dai
fondi Pnrr sottratti al Sud proviene da Il Fatto Quotidiano.
Tag - Recovery Fund
Nell’anno in cui la crescita economica è dichiaratamente in cima alle sue
preoccupazioni, per Giorgia Meloni il Pnrr resta un’àncora di salvezza: senza i
miliardi del piano che scade il prossimo 31 agosto l’Italia sarebbe in
recessione. Ma, al netto dell’impatto immediato sul pil, dietro le
rivendicazioni della premier sulla Penisola “capofila in Europa nell’attuazione”
c’è una realtà fatta di investimenti andati a rilento che hanno reso necessarie
ben sei revisioni degli obiettivi. In alcuni casi riducendo le ambizioni, in
altri rinviando il completamento degli interventi ai prossimi anni attraverso il
ricorso a strumenti finanziari gestiti da altri: basta trasferire i fondi e
assicurarsi che la concessione dei contributi ai beneficiari finali sia definita
entro agosto per poter poi spendere i soldi fino al 2029. Crepe che a una
lettura attenta emergono anche dall’ultima relazione del governo al Parlamento,
la settima, pubblicata a metà gennaio. Da cui emerge che, in attesa del nuovo
decreto Pnrr che secondo il ministro il ministro per gli Affari europei e il
Pnrr Tommaso Foti dovrebbe arrivare in consiglio dei ministri questa settimana,
lo stato di avanzamento medio del piano dal punto di vista della spesa effettiva
si ferma al 58,4%. Quota tra l’altro gonfiata dal fatto che le tabelle depurano
le cifre complessive assegnate alle amministrazioni dalle risorse poi spostate
in facility gestite da soggetti come Cdp o Invitalia.
DIFFICOLTÀ NEI PAGAMENTI, CONTENZIOSI E OCCUPAZIONI ABUSIVE
“L’evoluzione positiva del dato sulla spesa nonché l’avanzamento fisico ed
economico dei progetti sull’intero territorio nazionale che ci consente di
richiedere anche il pagamento della nona e penultima rata del Piano certificano
che il Pnrr dell’Italia rappresenta un modello virtuoso da seguire”, garantisce
Meloni nell’introduzione. Ma basta arrivare a pagina 21, dove si dà conto delle
criticità riscontrate dalle Cabine di coordinamento istituite presso le
Prefetture, per trovare il resoconto di “rallentamenti procedurali dovuti a
imprevisti emersi in fase esecutiva, anche connessi a risoluzioni o rescissioni
contrattuali”. A cui si sommano problemi finanziari tutt’altro che marginali: in
particolare la ben nota “difficoltà nei pagamenti alle imprese esecutrici,
spesso riconducibili alla mancanza di risorse proprie degli enti attuatori per
anticipare la spesa”, che finisce per rallentare i cantieri anche in presenza di
risorse già assegnate. Non mancano poi “contenziosi insorti nelle procedure di
gara” e “ritardi nel rilascio di pareri, nulla osta e autorizzazioni da parte
delle amministrazioni competenti”, elementi che contribuiscono ad allungare i
tempi di realizzazione ben oltre quanto previsto dal cronoprogramma. Ecco perché
in diversi casi è stato necessario intervenire direttamente sul disegno degli
interventi per “modificare le aree o le localizzazioni degli investimenti” a
fronte di vincoli emersi solo in fase attuativa, oppure di progetti rallentati
da “documentazione incompleta o non conforme”.
La Relazione cita anche situazioni limite, come la presenza di “occupazioni
abusive delle aree interessate dagli interventi, che richiedono l’attivazione di
procedimenti di sgombero forzoso prima dell’avvio dei lavori”. A valle, le
Cabine di coordinamento segnalano poi “criticità nella rendicontazione degli
interventi e nell’aggiornamento delle informazioni sul sistema ReGiS”, con
effetti a catena sul monitoraggio complessivo del Piano. Si capisce, così,
perché lo scorso anno si sia resa necessaria una nuova imponente revisione che
ha riguardato ben 173 misure, compresi “ridimensionamenti” giustificati con
cambiamenti nelle condizioni di mercato, modifiche nella domanda, aumenti dei
costi e eventi climatici estremi.
LA SPESA EFFETTIVA E LA CLASSIFICA CHE “TRUCCA” L’EFFICIENZA DEI MINISTERI
Con queste premesse come procede la spesa effettiva? Al 30 novembre 2025, dice
la Relazione, si attestava a 101,3 miliardi di euro, il 72,35% delle risorse
ricevute dall’Italia e il 52% della dotazione totale di 194,4 miliardi della
Recovery and resilience facility. Ma scoprire chi è stato più efficiente non è
facile perché il governo ha sì calcolato uno stato di avanzamento distinto per
ogni ministero, ma l’ha fatto considerando la spesa “al netto degli strumenti
finanziari” messi in campo per poter spendere 23,8 miliardi oltre il 2026 e
depurando anche la dotazione complessiva dalle risorse destinate a misure che
non saranno completate quest’anno. Anche così, la quota di spesa già sostenuta
si ferma in media al 58,4%.
In testa, con questo escamotage, si piazza il ministero delle Imprese e del Made
in Italy guidato da Adolfo Urso, che ha utilizzato l’88% dei 22,6 miliardi di
competenza complice l’erogazione di incentivi come quelli di Transizione 4.0 che
non richiedono particolare capacità amministrativa (oltre a non prevedere
vincoli ambientali per le imprese richiedenti). Ma la posizione è falsata dal
fatto che ben 7,6 miliardi sono stati dirottati in fondi gestiti da soggetti
attuatori terzi. Per rimediare ai ritardi del piano per la banda ultralarga, per
esempio, con l’ultima revisione del Piano oltre 900 milioni di euro sono stati
spostati in un nuovo “Fondo Nazionale Connettività” gestito da Invitalia che
dovrà “garantire mediante nuove procedure a evidenza pubblica la piena copertura
dei civici nelle aree del Piano Italia a 1 Giga”. E altri 3,2 miliardi sono
finiti in uno strumento per competitività e resilienza delle catene di
approvvigionamento strategiche sempre sotto il controllo di Invitalia.
Seguono, con dotazioni ben più contenute, il ministero dell’Economia di
Giancarlo Giorgetti – con un avanzamento del 72,8% su un totale di 320 milioni –
e il ministero della Giustizia di Carlo Nordio (69% di 2,7 miliardi). Quello
dell’Università e della Ricerca guidato da Anna Maria Bernini ha speso il 66,9%
dei 10,9 miliardi assegnati, ma ha fatto flop rispetto all’obiettivo di
garantire la creazione di 60mila nuovi posti letto per studenti universitari:
motivo per cui 600 milioni destinati a quella misura sono stati trasferiti a una
nuova facility finanziaria gestita da Cassa depositi e prestiti. E ancora:
stando alle tabelle della relazione il ministero dell’Ambiente di Gilberto
Pichetto Fratin ha usato il 65,1% di 26,9 miliardi a disposizione, che però
erano 31 prima che le Comunità energetiche perdessero per strada 1,4 miliardi su
2,2 e che per lo sviluppo agro-voltaico e quello del bio metano nascessero due
nuovi programmi di sovvenzione ad hoc, da 1 e 2,2 miliardi rispettivamente,
gestiti dal Gse.
Più indietro si piazza il ministero delle Infrastrutture di Matteo Salvini, che
resta il perno finanziario del Piano con una dotazione di quasi 39 miliardi al
netto delle facility (oltre 41 totali): ha erogato 22,18 miliardi, con un
avanzamento del 56,9%. Ma il leader del Carroccio ha dovuto prendere atto tra il
testo di “criticità strutturali legate alla realizzazione di alcuni progetti”
legati alla tutela delle risorse idriche: per questo la revisione dello scorso
anno ha previsto la creazione di un nuovo Fondo per gli investimenti sulle
infrastrutture idriche da 1 miliardo, oltre alla destinazione di 1,2 miliardi
destinati all’efficienza del settore ferroviario a una nuova società che –
stando alle bozze del prossimo decreto Pnrr – acquisterà i treni Intercity in
vista di una liberalizzazione del servizio. Poco sopra la metà della spesa si
collocano anche il ministero dell’Interno di Matteo Piantedosi (58%) e quello
dell’Istruzione guidato da Giuseppe Valditara (54%).
GLI ULTIMI IN CLASSIFICA
La parte bassa della classifica conferma che sul fronte della sanità il piano
che doveva dotare il Paese di 381 ospedali di comunità e 1.350 case di comunità
in grado di offrire assistenza sul territorio arranca. La percentuale di
avanzamento della spesa per il dicastero di Orazio Schillaci si ferma al 49,5%
dei 15,6 miliardi assegnati. Ancora più indietro il Ministero dell’Agricoltura
guidato da Francesco Lollobrigida (34,4% di 4,1 miliardi), che però sarebbe
messo ancora peggio se si tenesse conto che 4,7 miliardi sono stati trasferiti a
un Fondo rotativo per i contratti di filiera gestito da Ismea e in misura minore
a un Dispositivo per il parco agrisolare in mano al Gse. In coda la Cultura di
Alessandro Giuli (27,4%), il ministero del Lavoro di Marina Calderone (26,5%) e,
fanalino di coda, il ministero del Turismo guidato da Daniela Santanchè, che ha
speso appena il 19% delle risorse assegnate. E con l’ultima revisione ha visto
ridimensionare gli incentivi finanziari per le imprese turistiche per migliorare
l’efficienza energetica e il Fondo tematico Bei causa “insufficiente
assorbimento delle risorse stanziate” ed eliminare del tutto dal Piano il Fondo
Nazionale Turismo “alla luce dei tempi incompatibili con gli obblighi Pnrr”.
L'articolo Pnrr, anche la Relazione del governo ammette le crepe. E la spesa
arriva al 58% solo escludendo i progetti che slittano oltre il 2026 proviene da
Il Fatto Quotidiano.
La carenza di infrastrutture all’interno degli edifici è uno dei nodi che
l’Italia deve sciogliere per rispettare le scadenze previste dal Piano Nazionale
di rRpresa e Resilienza fissate al 30 giugno 2026. In molti casi, benché le
infrastrutture e la rete pubblica siano presenti, la fibra risulta
inaccessibile, almeno di fatto. Il bonus fibra 2026 si inserisce in questo
contesto: la misura è pensata per sostenere i costi tecnici per portare la
connessione Ftth direttamente all’interno delle abitazioni. Ma ufficialmente non
è stata comunicata alcuna data di avvio dell’iniziativa.
A COSA SERVE IL BONUS FIBRA 2026
Almeno a livello stradale in molte zone la fibra ottica è già presente, ma non
può essere utilizzata dalle famiglie nelle loro abitazioni. Nella maggior parte
dei casi non si tratta di un problema che riguarda la copertura esterna: mancano
le infrastrutture interne adeguate, soprattutto quando si tratta di condomini
particolarmente datati. In altre parole manca il collegamento che porta la fibra
ottica dalla strada fin dentro il palazzo e da qui all’interno del singolo
appartamento.
Grazie al bonus fibra ottica 2026 dovrebbe essere superato questo gap. Il
ministero delle Imprese e del Made in Italy ha promosso questa misura
nell’ambito degli obiettivi che sono stati fissati con il Pnrr: l’intento è
quello di rendere più facile il collegamento tra le singole unità immobiliari e
la rete pubblica, facendo in modo che le connessioni ultraveloci siano alla
portata di tutti.
Il nuovo bonus si differenzia dai voucher del passato perché non è legato al
costo dell’offerta o al canone mensile. Viene erogato un contributo che serve a
coprire le spese tecniche necessarie perché venga installata la fibra Ftth
all’interno dei singoli edifici.
Il bonus fibra ottica 2026, a questo punto, potrà essere utilizzato per
effettuare il cablaggio verticale dei condomini, per adeguare gli impianti
interni e per effettuare gli interventi tecnici necessari per portare la fibra
ottica fin dentro il singolo appartamento.
Si stima che il contributo possa essere pari a 200 euro: un importo di per sé
non alto, ma che rappresenta un valido aiuto quando il vero ostacolo
all’attivazione della fibra ottica sono i costi da sostenere.
QUANDO DOVREBBE PARTIRE E CHI LO PUÒ CHIEDERE
Il bonus fibra ottica 2026 è una delle tante misure che sono collegate
direttamente al Pnrr e che devono essere completate entro il prossimo 30 giugno
2026. Perché la misura diventi realmente operativa, però, è necessario che venga
emanato un provvedimento attuativo, attraverso il quale vengano definite le
modalità, le tempistiche e vengano indicati quali operatori sono coinvolti.
Al momento si sa solo che la platea potenzialmente interessata al bonus fibra
ottica è di circa 1,5 milioni famiglie. Per poter ottenere il contributo
dovrebbe essere previsto un solo requisito, che riguarda la tecnologia di
connessione: è possibile ottenerlo solo se si passa ad una rete Ftth – Fiber to
the home -. Stiamo parlando della fibra ottica che attiva direttamente in casa,
senza alcun tratto in rame.
Per ottenere il bonus fibra ottica 2026, con ogni probabilità, verrà adottato un
meccanismo indiretto: non saranno le famiglie a doverlo richiedere, presentando
la domanda ad un qualsivoglia ente pubblico. Saranno gli operatori di
telecomunicazione accreditati a gestire le varie fasi dell’operazione.
Ai fini pratici questo significa che ci sarà uno sconto in fase di installazione
o attivazione del servizio, riducendo il costo dei lavori che devono essere
effettuati per portare la fibra direttamente in casa.
L'articolo Bonus fibra ottica 2026, chi può beneficiarne e cosa manca per
partire proviene da Il Fatto Quotidiano.
di Leonzio Rizzo e Alberto Zanardi (fonte: lavoce.info)
Le revisioni del Pnrr operate dal governo hanno via via rinviato, ridimensionato
o modificato gli obiettivi iniziali, per consentirne il conseguimento. Arrivati
alla fase finale del Piano, restano da raggiungere target e milestone
decisamente impegnativi
Via libera della Commissione all’ottava rata
Nelle ultime settimane il Pnrr ha registrato una serie di novità che danno
un’immagine in chiaroscuro della sua attuazione, giunta ormai all’ultimo miglio.
Il 1° dicembre, infatti, la Commissione europea ha dato il via libera al
pagamento dell’ottava rata del Piano italiano (12,8 miliardi) per i 32 milestone
e target raggiunti al 30 giugno scorso. Poco prima, il 4 novembre, è arrivato
l’ok della Commissione, e successivamente del Consiglio Ue, alla sesta
rimodulazione del nostro Pnrr. A metà novembre, invece, il governo ha aggiornato
il catalogo Open data sul Pnrr pubblicato sul sito Italia Domani, che permette
una fotografia dello stato di avanzamento del Piano dandone, a meno di dieci
mesi dalla chiusura (agosto 2026), un quadro tutt’altro che esaltante.
Lo stato di realizzazione del Piano
Guardiamo innanzitutto allo stato di realizzazione del Piano. Pur tenendo conto
dei ritardi nell’aggiornamento delle informazioni riportate nella piattaforma di
monitoraggio Regis, lo scenario che emerge è preoccupante (vedi tabella sotto).
A metà ottobre erano stati complessivamente spesi poco più di 63 miliardi
corrispondenti al 39 per cento del finanziamento totale Pnrr. La situazione è
variegata tra i diversi ambiti di intervento (missioni e componenti). Per gli
interventi nella “Efficienza energetica a riqualificazione degli edifici” la
spesa è ferma al 4 per cento del finanziamento Pnrr, per quelli della
“Intermodalità e logistica integrata” al 7 per cento, per gli “Interventi
speciali per la coesione territoriale” al 19 per cento. Gli investimenti nella
nuova missione “RePowerEU”, introdotta con la revisione dell’agosto 2023, hanno
portato a spese per il 20 per cento delle disponibilità.
Guardando agli interventi specifici, investimenti di grande rilievo finanziario
che arrancano in termini di spesa sono, ad esempio, le “Connessioni Internet
veloci (banda ultra-larga e 5G)” (5,3 miliardi, spesi al 29 per cento), lo
“Sviluppo trasporto rapido di massa” (5,2 miliardi, spesi al 27 per cento), i
“Collegamenti ferroviari ad alta velocità verso il Sud per passeggeri e merci”
(7,4 miliardi spesi al 28 per cento), le “Politiche attive del mercato del
lavoro e formazione professionale” (3,5 miliardi spesi al 20 per cento), la
“Riforma della legislazione sugli alloggi per studenti e investimenti negli
alloggi per studenti” (1,2 miliardi totalmente ancora non spesi). Si può
sostenere che per molti interventi le procedure di avanzamento dei lavori
comporteranno che i pagamenti arrivino tutti alla fine. Ma certamente i
risultati finanziari finora conseguiti sono segno di una perdurante debolezza
nelle capacità di spesa delle amministrazioni pubbliche coinvolte nel Pnrr.
Cosa c’è nella sesta revisione del Pnrr
L’allarme sui ritardi nell’attuazione del Piano ha certamente motivato il
governo a lavorare sulla nuova revisione – la sesta, presumibilmente l’ultima –
da poco approvata dalle istituzioni europee. Si tratta di una revisione ad ampio
raggio, che ha richiesto mesi per essere messa a punto. Coinvolge più di metà
delle misure del Piano (163 su 305), più ancora della pesante rimodulazione
attuata nel 2023. Otto interventi vengono soppressi del tutto (tra cui
potenziamento, elettrificazione e aumento della resilienza delle ferrovie nel
Sud). Venti misure sono parzialmente cancellate “a causa delle mutate condizioni
di mercato” (come la costruzione di nuovi alloggi per gli studenti
universitari), oppure “in quando la domanda manca o è mutata” (come Transizione
5.0), o ancora “a causa dell’inflazione elevata” (come i Piani urbani
integrati), o infine “a causa di eventi meteorologici estremi”.
Ben 52 misure sono poi modificate “al fine di attuare alternative migliori per
conseguire il livello di ambizione originario” (ad esempio, il potenziamento del
parco autobus per il trasporto pubblico con mezzi a zero emissioni), mentre 83
sono modificate, sembrerebbe soltanto sul piano tecnico-formale, per ridurre
oneri amministrativi o per finalità di semplificazione. Vengono poi attivate 10
nuove misure (come la riedizione di Transizione 4.0) e rafforzate altre 7 (come
un ampliamento delle borse di studio per l’accesso alle università) su cui
vengono convogliate le risorse liberate dalle soppressioni e dalle riduzioni
degli interventi già attivati, con il risultato di lasciare invariato il valore
complessivo dei finanziamenti 194,4 miliardi.
Per prolungare i tempi disponibili per le effettive erogazioni di spesa oltre il
termine dell’agosto 2026, si ricorre a nuovi strumenti finanziari (facilities)
che prevedono che entro la conclusione del Pnrr sia soltanto finalizzato il
trasferimento delle risorse a un gestore finanziario, la definizione della
policy di investimento e la firma della concessione dei contributi. La
realizzazione effettiva delle opere, e l’erogazione della spesa corrispondente,
avverrà successivamente, non è ben chiaro entro quali tempi. Il ricorso a questi
strumenti finanziari riguarda in particolare gli interventi in materia di
housing studentesco, di infrastrutture per l’approvvigionamento idrico, di
transizione verde delle imprese agricole (Fondo agrisolare), di interventi per
connettività digitale.
Una fase finale molto impegnativa
Il governo si fa vanto che i target e i milestone previsti dalle diverse rate di
erogazione dei fondi Pnrr – compresa l’ultima – siano sempre stati rispettati.
Ma è stato possibile anche perché le varie revisioni del Piano congegnate dal
governo – e sempre accolte dall’Europa – hanno via via rinviato, ridimensionato
o modificato gli obiettivi inizialmente fissati, consentendone alla fine il
conseguimento. È quanto accade anche con la sesta revisione, che alleggerisce un
po’ il peso dei target e i milestone delle due ultime rate – quella di fine 2025
e quella finale del primo semestre 2026 – con il ricorso, ad esempio, alle
facilities finanziarie. Ma gli obiettivi da raggiungere restano ancora molto
gravosi, sia per il numero dei target previsti – rispettivamente 48 e 163 – sia
per il loro contenuto sostanziale, in termini di opere da portare concretamente
a termine. E i termini per un’altra revisione ormai sono scaduti.
L'articolo Pnrr, mancano meno di dieci mesi alla chiusura ma il quadro italiano
è tutt’altro che esaltante proviene da Il Fatto Quotidiano.
di Paolo Ghion
Atreju non è che l’ennesimo trono che il potere costruisce per sé. Non serve al
paese, ai cittadini e a risolvere nessun problema reale. E’ un enorme spazio
negativo: colma un vuoto con una voce fuori campo e narra una storia che non
combacia con la Storia. Quindi la manfrina sull’opportunità di parteciparvi e
l’epilogo lascia il tempo che trova.
Poniamo di fare un passo indietro, quel tanto che basta per osservare questa
variopinta fauna politica, il cui purgatorio è una curiosa piramide alimentare
che ha due apici e nessuna base. Nel 2020 l’allora Governo Conte 2, organizzò
gli Stati Generali a Villa Pamphili. Si trattava di un tavolo di confronto, a
cui parteciparono associazioni di categoria, sindacati, cittadini. Alla luce del
Recovery Fund, l’idea era discutere sul come utilizzare quel denaro, che avrebbe
potuto materializzare le proposte pervenute, attraverso i provvedimenti.
Naturalmente vennero invitate le opposizioni di allora (Fratelli d’Italia e Lega
in primis), le cui reazioni furono abbastanza scomposte. Ci si impigliò sulla
scelta del luogo e la Lega si disse disponibile a patto che la seda fosse
istituzionale. Giorgia Meloni si arroccò tra condizioni di disponibilità e
aperture a dibattere emendamenti nel proprio steccato. Si concluse con un
rifiuto, con la futura presidente del Consiglio in tv a decantare la corposità
del proprio piano, il che è tutto molto bello, ma è per l’appunto scavare una
fossa per coccodrilli, intorno al recinto elettrificato e tutto per aver
adocchiato l’angolo di un invito, sbucare dalla cassetta delle lettere, neanche
fosse un matrimonio a luglio.
Conte (presidente del Consiglio dell’epoca) disse: “C’è un po’ di difficoltà a
concordare con l’opposizione un luogo e un tempo in cui confrontarsi. Mi ricorda
un po’ il Nanni Moretti di Ecce Bombo: ‘Mi si nota più se si fa in un modo o in
quell’altro'”. Osservando l’habitat a cinque anni di distanza, è quasi
tragicomico commentare gli atteggiamenti a parti inverse di governo ed
opposizione.
La nostra Presidente del Consiglio attuale, soddisfatta di aver colpito al cuore
una ciambella col buco che i bontemponi chiamano opposizione, non ricorda di
aver disertato un evento di rilancio economico del paese in mezzo ad una
pandemia, soprattutto sbirciando i fotogrammi del proprio atteggiamento prima e
durante i terribili giorni che abbiamo vissuto; il che è un pochino più
importante della solita festa della parrocchia che dinnanzi a crisi economica,
sanitaria ed occupazionale, porta in dote l’ora del selfie irrevocabile in una
notte di fuochi d’artificio che fa felice solo l’industria delle armi.
Per una questione meccanica, mi riesce ostico stendere una lasagna di veli
pietosi sulle forze di opposizione, la cui definizione cela due domande: “Dove e
quando?”. Posto che una cintura di sicurezza floscia chiusa nella portiera
dell’auto ha maggior vigore di questo gruppo di bimbi sperduti, qualcuno
dovrebbe spiegare come si può definire trappola, una caduta dovuta ad una corsa
a lacci sciolti. E’ un mistero che si consideri “occasione persa” dire di no
all’invito a cotale parterre de roi.
Luigi di Maio e Giuseppe Conte ancora insieme sulla breccia, il primo ex
politico del Movimento Cinquestelle, un bel giorno fece una giravolta tale (per
i distratti), che si trovò i bottoni della camicia sulla schiena, poi cominciò a
lanciare moniti verso il secondo che avrebbe disallineato l’Italia dalla Nato.
Il tutto per difendere il proprio consulente per la ricollocazione
professionale, nonché ex PdC, Mario Draghi.
In questa metamorfosi kafkiana da Stati generali a generali prostrati, le forze
“d’apposizione” non sanno come sparar medaglie di stagnola in direzione del
fronte nemico. C’è una gran parte di paese a cui l’opposizione non parla e se si
vuol incalzare Giorgia Meloni, è il caso di farlo al polo opposto del governo e
non dal suo palco. Un semplice consiglio: ad invito ormai accettato, è tanto
disdicevole portare con sé chi non riesce più a curarsi?
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L'articolo La sinistra fuori da Atreju ma Meloni disertò un evento ben più
importante proviene da Il Fatto Quotidiano.
Il Piano nazionale di ripresa e resilienza e i bonus edilizi hanno contribuito
in maniera decisiva a quello che può essere definito un boom di occupazione nel
Mezzogiorno negli ultimi quattro anni. A beneficiarne sono stati anche i
giovani, con 100mila nuovi occupati under 35 dalla ripresa post-Covid a oggi.
Eppure, questo non ha arrestato l’aumento dell’emigrazione, soprattutto di
giovani laureati. Così come, nell’ultimo anno, al Sud non si è fermata la
crescita del lavoro povero, spinto soprattutto dalla concentrazione di posti di
lavoro in settori a bassi salari come il turismo.
Il quadro è tracciato nel consueto rapporto annuale della Svimez, associazione
per lo sviluppo industriale del Mezzogiorno. Il rapporto è stato illustrato
giovedì al Palazzo dei gruppi parlamentari dal direttore generale Luca Bianchi e
racconta le solite contraddizioni dell’economia meridionale, portando anche un
chiaro avvertimento: nel 2027, conclusi gli effetti del Pnrr, il Sud tornerà a
crescere più lentamente rispetto al Centro-Nord, ponendo fine alla positiva
anomalia di questi anni in cui è successo il contrario.
La grande occasione del Piano di ripresa è quindi stata sfruttata solo in parte.
A fronte di una crescita sostenuta, non sono stati risolti i problemi sociali
più sensibili, anzi in alcuni casi si sono persino aggravati. La crescita di
occupati nel Sud, tra il 2021 e il 2024, è stata dell’8%, contro il 5,4% nel
resto d’Italia. Tuttavia, dalle Regioni meridionali, sono emigrati nel triennio
ben 175.333 persone con età compresa tra i 25 e i 34 anni, in aumento rispetto
alle 167.693 andate via nei tre anni precedenti. Il Sud continua a perdere
laureati attraverso un meccanismo che favorisce il Nord: nel triennio, 23.446
persone con un titolo universitario sono emigrate dal Sud al Centro-Nord, che
quindi ha più che compensato la perdita di 10.847 laureati emigrati all’estero.
Secondo la Svimez, la perdita di queste competenze costa 7,9 miliardi di euro
all’anno al Sud.
Il boom di posti di lavoro al Sud nasconde quindi altri dettagli non positivi.
Il primo è che il principale settore che ha spinto la crescita è il turismo,
quindi un comparto a basso valore aggiunto e scarse retribuzioni, il quale
concentra un terzo dell’incremento. Più incoraggiante l’aumento del 13,6% nei
settori tecnologici (Ict) e l’8,8% nel pubblico impiego, circostanza
quest’ultima resa possibile dal potenziamento dei servizi pubblici. Al Sud, sei
su dieci dei nuovi occupati ha una laurea. Questi dati settoriali fanno pensare
che molti di loro hanno trovato opportunità che non sempre valorizzano il titolo
di studio conseguito. “Finché il principale canale di ingresso nel mercato del
lavoro continuerà a essere offerto dai settori a più basso valore aggiunto –
chiosa il sommario del rapporto – il Mezzogiorno non riuscirà a valorizzare
pienamente il proprio capitale umano”.
Ecco perché nell’ultimo anno si è verificato ancora una volta il paradosso solo
apparente dell’aumento di occupazione accompagnato da una crescita del lavoro
povero, passato dal 18,9% al 19,4%. La perdita di potere d’acquisto delle
retribuzioni ha colpito il Sud più del Centro-Nord: il calo nel Mezzogiorno è
del 10,2% rispetto all’8,8% nazionale. La performance peggiore è dovuta
soprattutto a due fattori: il primo sono le buste paga che crescono più
lentamente, il secondo è l’inflazione che ha un impatto maggiore sui bassi
redditi. Chi guadagna meno, infatti, destina una percentuale maggiore dei suoi
redditi ai beni di prima necessità. Quando i prezzi di questi prodotti crescono,
è quindi più colpito.
La spinta delle costruzioni, tra bonus e Pnrr, ha avuto effetti maggiori al Sud.
Ecco perché da anni il tasso di crescita meridionale è migliore rispetto a
quello del resto del Paese. Svimez prevede che anche nel 2026 questa dinamica
proseguirà, con Pil in salita dello 0,9% al Sud, grazie al consolidamento degli
investimenti pubblici, e 0,6% al Centro-Nord. Già dal 2027, però, la stima dice
che si invertiranno i valori in maniera perfettamente speculare. Nel biennio
appena passato, il Pnrr ha contribuito con 1,1 punti alla crescita del Pil. Nel
2025-2026 raggiungerà 1,7 punti di contributo, quote sempre maggiori rispetto al
Centro-Nord. Questo anche se l’esecuzione del Piano al Sud risulta un po’ più
lenta, come testimonia il monitoraggio avviato da Svimez con l’associazione dei
costruttori Ance. Il 16,2% dei progetti al Sud è in fase finale, quella del
collaudo, mentre al Centro-Nord arriva al 25,1%.
Un altro motivo per cui il Sud ha avuto buoni dati di occupazione è legato
all’industria, che nel Mezzogiorno è meno esposta agli choc globali. Svimez
avverte però che servono interventi per non invertire la rotta tracciata dal
Pnrr. Ecco perché l’associazione suggerisce una serie di settori che potranno
consolidare la crescita: il social housing, che permetterebbe anche di
intervenire sul crescente problema dell’emergenza abitativa, il sostegno alle
grandi imprese, il ruolo cruciale del Sud nella transizione energetica.
L'articolo Al Sud 100mila nuovi occupati under 35 grazie a Pnrr e bonus edilizi.
Ma altri 175mila sono emigrati proviene da Il Fatto Quotidiano.
La Commissione europea taglia ancora le stime sulla crescita italiana e
certifica che, una volta esaurita la spinta del Recovery plan, Roma tornerà
fanalino di coda in Europa. A dimostrazione del fatto che la scommessa su cui si
fondava il Pnrr – portare l’Italia fuori dal circolo vizioso dello “zero
virgola” e mettere in sicurezza la sostenibilità del debito – è stata persa.
Nelle previsioni economiche d’autunno Bruxelles rivede al ribasso il Pil di
quest’anno (+0,4%, contro lo 0,7% indicato in primavera) e del 2026, che
dovrebbe chiudersi a +0,8% dallo 0,9% precedente. Quella stima è lievemente
migliore di quella inserita dal governo nel Documento programmatico di finanza
pubblica, ma peggio farà solo l’Irlanda (+0,2%). E il valore atteso per il 2027,
primo anno post-Recovery, accende un allarme rosso: quell’ulteriore +0,8% è il
dato più basso dell’intera Ue che nel complesso viaggerà tra +1,4% (Eurozona) e
+1,5% (Ue a 27).
L’ITALIA RIENTRA NEL CIRCOLO VIZIOSO
Il commissario agli Affari economici Valdis Dombrovskis ha spiegato che la
dinamica “modesta” dell’Italia è oggi sostenuta soprattutto dai consumi delle
famiglie e dagli investimenti pubblici di cui il Recovery resta il “principale
motore“. Con i vincoli del nuovo Patto di stabilità che irreggimentano la
politica di bilancio del governo Meloni – che quel Patto l’ha sottoscritto – la
scadenza del Piano rimetterà a nudo l’atavico problema della bassa produttività
– e di conseguenza bassa crescita – che gli investimenti e le riforme del Pnrr
avrebbero dovuto risolvere.
Tentativo fallito, evidentemente, causa dispersione delle risorse, ritardi nello
spendere davvero i soldi, burocrazia e rendicontazioni che hanno finito per
contare più dei risultati. Così, nonostante l’attesa di “una ripresa dei
finanziamenti e degli investimenti per la coesione” anticipata dallo stesso
Dombrovskis e nonostante le facility che dovrebbero consentire di spendere fino
al 2029 le risorse residue del Pnrr, riecco il circolo vizioso. Alimentato anche
da consumi delle famiglie molto deboli, come ha spiegato il commissario, e “un
ulteriore aumento del risparmio precauzionale”. Senza i miliardi di prestiti e
sovvenzioni a fondo perduto in arrivo dalla Ue, quest’anno l’Italia sarebbe
finita in recessione. A valle del Pnrr tornerà in un equilibrio di bassi
stipendi e bassa produttività. A dirlo è il governo stesso: nel Documento
programmatico di finanza pubblica i tecnici del Mef stimano la crescita
potenziale media nel periodo 2026-2041 allo 0,6%, meno dello 0,8% previsto solo
un anno fa nel Piano strutturale di bilancio di medio termine previsto dalle
nuove regole europee.
“Il governo Meloni ci riporta fanalino di coda in Europa”, attacca
l’eurodeputato M5S Pasquale Tridico, parlando di “bocciatura senza appello delle
ricette economiche dell’esecutivo” compresa l’ultima “legge di bilancio da
ragioneria“. “Non serve a nulla uscire dalla procedura d’infrazione“, la chiosa,
“se si lascia il Paese in rovina”. La Commissione vede infatti il deficit
italiano al 3% nel 2025, al 2,8% nel 2026 e al 2,6% nel 2027, esattamente come
indicato dal governo nel Dpb. E in aprile, dati definitivi alla mano, Bruxelles
deciderà sull’eventuale chiusura della procedura per deficit. Propedeutica
all’attivazione della clausola di salvaguardia che consente di aumentare gli
investimenti in difesa senza impatto sul disavanzo rilevante agli occhi della
Commissione.
IL CONFRONTO EUROPEO
Tornando alla crescita, il confronto europeo è impietoso. Quest’anno Roma fa
meglio solo di Finlandia (+0,1%) e Germania (+0,2%). Nel 2026 sarà penultima,
davanti alla sola Irlanda. Nel 2027 chiuderà la classifica, dietro la Francia
(1,1%) e la Germania (1,2% come Austria e Finlandia). Berlino, dopo un
quinquennio di crescita debole, tornerà a muoversi più rapidamente dell’Italia.
A sostenere la ripresa tedesca saranno l’espansione della spesa pubblica, la
tenuta dei consumi e gli investimenti in edilizia e infrastrutture trainati da
una politica di bilancio vistosamente espansiva: deficit al 4% nel 2026 e debito
in crescita verso il 67% del Pil. Mentre le esportazioni continueranno a
soffrire per dazi, incertezze globali e domanda estera debole.
Sul fronte opposto della graduatoria si conferma la Spagna, che continua a
essere la grande economia dell’Eurozona con il passo più rapido. Bruxelles ha
rivisto al rialzo le stime: +2,9% nel 2025 e +2,3% nel 2026, con una crescita
sostenuta dalla domanda interna, dalla solidità del mercato del lavoro e dal
contributo degli investimenti. Il previsto aumento dell’occupazione, sottolinea
Bruxelles, è attribuibile principalmente al continuo afflusso di migranti, che
sta ampliando notevolmente la forza lavoro e accelerando il ritmo di creazione
di posti. Il tasso di disoccupazione continuerà quindi a scendere: 10,4% nel
2025, poi sotto il 10% nel 2026 e nel 2027. Livelli che la Spagna non vedeva da
oltre un decennio, anche se restano tra i più alti della Ue.
I RISCHI LEGATI A DAZI E “BOLLA DELL’AI”
Il quadro tracciato dalla Commissione resta come sempre esposto a rischi
significativi. Al netto della geopolitica, i principali sono legati a dinamiche
che hanno origine oltreoceano. “A livello globale, le barriere commerciali hanno
raggiunto massimi storici”, ha ricordato Dombrovskis. A pesare sono ovviamente i
dazi di Donald Trump, pur sub iudice da parte della Corte suprema, e “le
risposte da altri attori chiave come la Cina”. Gli esportatori europei
continuano a scontare condizioni penalizzanti: “L’aliquota tariffaria media
affrontata dagli esportatori Ue verso gli Usa si attesta intorno al 10%”, cioè
“significativamente sopra i dazi medi prima che l’amministrazione Trump entrasse
in carica”. Un contesto che pesa su un’economia “altamente aperta”,
“suscettibile alle continue restrizioni commerciali e all’incertezza”. Sul
fronte finanziario, un altro fattore di instabilità arriva da Wall Street. “La
correzione del prezzo dei rischi nei mercati azionari, specialmente nel settore
tecnologico statunitense, potrebbe impattare sulla fiducia degli investitori e
le condizioni di finanziamento”.
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di coda. Fallita la scommessa del Pnrr proviene da Il Fatto Quotidiano.