A otto mesi dalla morte in Svizzera della triestina Martina Oppelli, affetta da
sclerosi multipla da oltre 20 anni, Marco Cappato e le altre tre persone che
hanno aiutato la donna ad andare all’estero per ricorrere al suicidio assistito
hanno deciso di autodenunciarsi a Trieste.
Martina Oppelli – ricorda l’Associazione Coscioni – aveva deciso di andare in
Svizzera dopo 2 anni di battaglie legali e tre dinieghi ricevuti dall’azienda
sanitaria Asugi nonostante la completa dipendenza dall’assistenza continuativa
dei caregivers e da presidi medici (farmaci, catetere e macchina della tosse),
secondo l’azienda sanitaria non era sottoposta ad alcun trattamento di sostegno
vitale (1 dei 4 requisiti previsti dalla sentenza della Corte costituzionale sul
caso Dj Fabo\Cappato per poter accedere alla morte volontaria assistita in
Italia). Oppelli aveva anche denunciata l’azienda sanitaria per tortura.
“Non avrei mai voluto prendere questa decisione, determinata da anni di
sofferenza e da una patologia che non può essere curata e che per me è come una
spada di Damocle – disse la donna in un video appello – Convivo con questi
sintomi da un quarto di secolo e l’ho sempre fatto con dignità, con speranza,
perché amo la vita, che è stupenda e va rispettata. Ma sono arrivata a un punto
in cui il dolore è devastante: io ormai muovo solo la testa, riesco ancora a
lavorare tramite i comandi vocali, ma la fatica è tanta e non ce la faccio più.
La mia non è una scelta di disperazione, ma una scelta d’amore verso la vita che
ho avuto”.
Cappato e gli attivisti andranno giovedì alle 9.30 presso la questura di
Trieste. A seguire alle 11 si terrà una conferenza stampa presso il Caffè San
Marco. Saranno presenti Marco Cappato, rappresentante legale dell’Associazione
Soccorso Civile e Tesoriere dell’Associazione Luca Coscioni; Filomena Gallo,
avvocata, Segretaria nazionale dell’Associazione Luca Coscioni e legale di
Martina Oppelli; Claudio Stellari e Matteo D’angelo, attivisti dell’Associazione
Soccorso Civile che hanno accompagnato Martina Oppelli in Svizzera; Felicetta
Maltese, attivista di Soccorso Civile che ha fornito aiuto logistico al viaggio
L'articolo Cappato e altri tre attivisti si autodenunciano per aver aiutato
Martina Oppelli ad andare in Svizzera per il suicidio assistito proviene da Il
Fatto Quotidiano.
Tag - Suicidio Assistito
Quando si parla di fine vita, il diritto incontra inevitabilmente la dimensione
più fragile e dolorosa dell’esistenza umana. Dietro le norme, le sentenze e le
interpretazioni giuridiche ci sono storie di persone che affrontano malattie
irreversibili, sofferenze profonde e la richiesta, spesso estrema, di poter
decidere con dignità come concludere la propria vita. La recente archiviazione
dell’indagine nei confronti di Marco Cappato da parte della giudice per le
indagini preliminari di Milano, Sara Cipolla, riporta al centro del dibattito
pubblico il tema del suicidio assistito e del vuoto legislativo che ancora
caratterizza il fine vita in Italia. Perché la giudice ha considerato
“accanimento terapeutico” la chemioterapia e l’alimentazione artificiale che
Elena, malata oncologica terminale, e Romano, affetto da Parkinson, rifiutavano.
Una decisione che si inserisce nel solco delle pronunce della Corte
Costituzionale e che, ancora una volta, chiama la magistratura a confrontarsi
con domande etiche e giuridiche complesse. Ne parliamo con Tiziana Siciliano,
procuratrice aggiunta ora in pensione, che negli anni ha seguito con alcuni dei
casi più delicati su questo fronte, a partire da quello di Fabiano Antoniani
DjFabo, spiegando il significato della decisione e il ruolo della giustizia in
un ambito dove la legge ancora fatica a intervenire. È anche merito delle
posizioni di avanguardia nel campo dei diritti civili di questa magistrata se la
Corte Costituzionale nel 2019 ha potuto emettere una storica sentenza che poi ha
portato all’assoluzione di Marco Cappato dall’accusa di aiuto al suicidio.
La gip Sara Cipolla ha disposto l’archiviazione dell’indagine su Marco Cappato
accogliendo la linea interpretativa sostenuta dalla Procura. Che valore ha
questa decisione sul piano giuridico?
È una decisione impeccabile, perfettamente allineata alle diverse pronunce della
Corte Costituzionale intervenute dal caso di Fabiano Antoniani in avanti. In
assenza di una legge specifica in materia di fine vita, il giudice non può fare
altro che adeguare la propria decisione alla linea interpretativa fornita dalla
Corte Costituzionale.
Nel vostro ragionamento avete sostenuto una lettura più ampia del concetto di
“trattamento di sostegno vitale”. In cosa consiste questo passaggio e perché lo
avete ritenuto necessario?
Perché la medicina attuale, in molti casi, non ha la capacità di riportare il
malato a uno stato di salute accettabile, ma ha la possibilità di prolungarne
l’esistenza a qualsiasi costo, anche quando le condizioni di vita sono diventate
penose fino all’insostenibile. Questo può avvenire in molti modi: respirazione
forzata, alimentazione artificiale, solo per fare alcuni esempi, ma anche
attraverso mezzi non necessariamente meccanici che prolungano un’esistenza che
assomiglia molto a un’agonia. Mi riferisco, ad esempio, a trattamenti
assistenziali o farmacologici. Ricordiamoci sempre, per evitare posizioni troppo
ideologiche, che stiamo parlando di casi disperati: persone che moriranno a
breve, per le quali l’unica opzione è consentire di scegliere quale vita — o
quale morte — possa essere considerata dignitosa.
Nei casi di Elena e Romano si parla di terapie considerate accanimento
terapeutico. Quanto è centrale, in questo tipo di valutazioni, la distinzione
tra cure necessarie e trattamenti che prolungano solo la sofferenza?
È una distinzione indispensabile, che non è frutto soltanto della mia
interpretazione ma che, ad esempio, è condivisa dall’Ordine dei rianimatori a
livello mondiale. C’è un momento in cui bisogna fermarsi: quando le procedure
rianimatorie non risultano efficaci per il paziente, non devono essere
somministrate. Rammento inoltre che anche le cure considerate necessarie
richiedono comunque il consenso del paziente, consenso che, sulla base della
normativa vigente, può essere negato anche anticipatamente. Nei due casi oggetto
dell’archiviazione i malati rifiutavano le terapie farmacologiche che avrebbero
potuto prolungare, peraltro di poco, la loro esistenza. Un’esistenza che, senza
dubbio, avrebbe presto richiesto anche un supporto meccanico. Ed è proprio
questo che rifiutavano con assoluta decisione.
Questa interpretazione si richiama anche agli articoli 2 e 32 della
Costituzione. Quanto pesa il principio di autodeterminazione del paziente nelle
scelte di fine vita?
È un principio fondamentale, perché è strettamente connesso con il diritto alla
dignità dell’esistenza, che ogni essere umano deve poter autodeterminare.
Dopo la sentenza della Corte Costituzionale sul caso di Fabiano Antoniani e le
pronunce successive, la giurisprudenza sembra aver progressivamente ampliato le
condizioni di non punibilità dell’aiuto al suicidio. È davvero così?
No, parlare di ampliamento non è corretto. Ci sono state pronunce che hanno
affermato la non punibilità di indagati o imputati, ma sempre nel rigoroso
rispetto del dettato della Corte Costituzionale. Non si tratta di un ampliamento
interpretativo, ma dell’applicazione della legge nella sua interpretazione
costituzionale.
In assenza di una legge organica sul fine vita, la magistratura si trova spesso
a colmare i vuoti normativi. È un ruolo inevitabile o sarebbe necessario un
intervento legislativo più chiaro?
La continua opera di supplenza a cui vengono chiamati i magistrati non è né
voluta, né gradita. La nostra funzione è applicare le leggi e interpretarle in
un’ottica costituzionale. Se esistesse una legge chiara che regolasse la
materia, noi la applicheremmo. In sua assenza possiamo solo applicare le norme
esistenti con un’interpretazione costituzionalmente orientata, esponendoci
spesso a critiche ingiustificate di volerci sostituire al legislatore. In questo
caso il Parlamento avrebbe potuto intervenire da tempo, avendo già una strada
chiaramente tracciata dalla Corte Costituzionale. Questo rende il vuoto
legislativo ancora più difficile da comprendere, soprattutto considerando che il
tema riguarda sofferenze insostenibili per molti cittadini che si aspettano una
risposta dallo Stato.
Decisioni come questa possono contribuire ad accelerare il dibattito politico e
legislativo sul fine vita in Italia?
Francamente me lo auguro, e credo se lo augurino tutti i cittadini italiani.
Lei ha sostenuto negli anni interpretazioni considerate da alcuni molto avanzate
sul piano dei diritti. Si sente, in qualche modo, una pioniera nella difesa dei
diritti civili attraverso l’azione giudiziaria?
No. Mi sento semplicemente un magistrato che ha fatto il proprio dovere. La
difesa dei diritti è il nostro compito istituzionale. Trovo piuttosto triste che
vi siano diritti che trovano tutela solo attraverso la via giudiziaria. La
giustizia dovrebbe rappresentare l’ultima spiaggia.
Guardando ai casi di Elena e Romano, quanto conta per la giustizia ascoltare la
volontà e la sofferenza concreta delle persone che chiedono di decidere sulla
propria fine?
È fondamentale. Ancora una volta mi richiamo all’illuminata sentenza della Corte
Costituzionale, che ha posto tra i requisiti per la non punibilità dell’aiuto al
suicidio proprio la condizione di gravissima sofferenza fisica o psicologica del
paziente. L’accertamento giudiziario di questi elementi deve avvenire in
concreto, non in astratto. È così che la sofferenza umana entra nel processo e
ne orienta inevitabilmente il percorso valutativo.
Dopo questa archiviazione, quali scenari si aprono per i futuri casi di aiuto al
suicidio in Italia?
È un precedente importante che certamente dovrà essere preso in considerazione
nelle decisioni future. Anche perché è motivato in modo molto solido sul piano
giuridico. Argomentare in senso difforme non sarà semplice.
L'articolo “L’archiviazione di Cappato è un precedente. La medicina può
prolungare un’esistenza che somiglia a un’agonia. Fine vita? Lo Stato risponda
ai cittadini” proviene da Il Fatto Quotidiano.
C’è un nuovo caso di suicidio medicalmente assistito in Italia, anche se
parzialmente “garantito” dallo Stato. È il dodicesimo in Italia e il primo in
Liguria. Silvano V., 56 anni, affetto da sclerosi multipla progressiva da quasi
trent’anni, è morto lo scorso 26 febbraio a seguito dell’autosomministrazione di
un farmaco per il fine vita fornito dal servizio sanitario nazionale insieme
alla strumentazione necessaria. “Mi auguro che la mia lotta possa servire anche
ad altri nella mia stessa condizione”, è stato l’ultimo appello di Silvano alla
Regione Liguria e al Parlamento prima di morire. L’uomo aveva fatto richiesta
del suicidio assistito un anno fa, dopo diffide e messe in mora come avvenuto
praticamente per tutti i casi precedenti, la azienda sanitaria locale ha fornito
il farmaco e la strumentazione. L’assistenza medica, in assenza di disponibilità
all’interno dell’Asl, è stata a cura del suo medico di fiducia.
“Dopo aver atteso un anno dalla sua richiesta, Silvano è la 12esima persona in
Italia ad aver completato la procedura prevista dalla Consulta con la sentenza
242/2019 sul caso Cappato/Antoniani, con l’assistenza diretta del servizio
sanitario nazionale, la nona seguita dall’Associazione Luca Coscioni – ricorda
la stessa associazione -. In assenza di medici dell’Asl disponibili a vigilare
sulla procedura, Silvano è stato assistito dal dottor Mario Riccio, medico
anestesista, consigliere generale dell’Associazione Luca Coscioni, che nel 2006
aveva assistito Piergiorgio Welby e poi alcuni pazienti che fino a oggi hanno
avuto accesso al suicidio medicalmente assistito”.
A causa della malattia Silvano era divenuto tetraplegico, con gravi difficoltà
nella comunicazione e nella deglutizione. Aveva bisogno di assistenza
continuativa per ogni attività quotidiana: mangiare, bere, assumere farmaci,
muoversi. Aveva un catetere vescicale permanente ed era sottoposto a manovre
meccaniche per l’evacuazione. Le sue condizioni cliniche e le sofferenze erano
diventate per lui intollerabili. Il 24 febbraio 2025 aveva presentato all’Asl la
richiesta di verifica delle condizioni per accedere al suicidio medicalmente
assistito.
Nei giorni scorsi – il 27 febbraio – dall’Associazione Coscioni è stata
ricordata la morte volontaria di Fabiano Antoniani, conosciuto come Dj Fabo,
avvenuta nove anni. Il 40enne milanese era cieco e tetraplegico a seguito di un
incidente stradale: morì nella clinica Dignitas, vicino Zurigo. La sua lotta
pubblica e la disobbedienza civile di Marco Cappato, che lo accompagnò in
Svizzera, hanno portato alla legalizzazione del testamento biologico e del
“suicidio medicalmente assistito”, a determinate condizioni, da parte della
Corte costituzionale nel 2019. “Diritti – spiegava in una nota oggi
l’associazione Luca Coscioni – che sarebbero cancellati se la legge del Governo
sul fine vita venisse approvata”. Per questo “nelle prossime settimane
l’Associazione Luca Coscioni organizzerà dal 6 al 19 aprile nelle piazze di
tutta Italia una mobilitazione per chiedere al Governo di ritirare la legge”.
L'articolo “Mi auguro che la mia lotta possa servire anche ad altri”, storia di
Silvano V. dodicesimo caso di suicidio assistito in Italia proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Un uomo di quarant’anni, affetto da una grave malattia degenerativa, è il primo
paziente in Piemonte ad aver avuto accesso al suicidio medicalmente assistito.
Si è spento nella propria abitazione, circondato dai medici di sua fiducia e con
il supporto logistico dell’Asl 4, competente per Ivrea, Chivasso e per l’area
settentrionale della provincia di Torino. La richiesta era stata presentata
alcuni mesi fa dallo stesso paziente all’azienda sanitaria. Dopo l’iter
previsto, nelle scorse settimane una commissione interdisciplinare dell’Asl
aveva riconosciuto la sussistenza dei requisiti necessari per accedere al fine
vita volontario. Tuttavia, l’azienda aveva precisato che non avrebbe messo a
disposizione né i farmaci né l’assistenza sanitaria per l’esecuzione della
procedura. Poi la situazione si è finalmente sbloccata.
A darne notizia sono stati i giornali locali, tra cui La Stampa, che hanno
ricostruito i passaggi della vicenda. Nel percorso è intervenuta anche Filomena
Gallo, segretaria nazionale dell’associazione Luca Coscioni, che si era offerta
di affiancare dal punto di vista legale il paziente e la sua famiglia. Il caso
rappresenta il primo in Piemonte dopo le pronunce della Corte costituzionale che
hanno delineato le condizioni in presenza delle quali il suicidio medicalmente
assistito non è punibile: tra queste, la presenza di una patologia
irreversibile, fonte di sofferenze fisiche o psicologiche ritenute
intollerabili, la dipendenza da trattamenti di sostegno vitale e la capacità di
prendere decisioni libere e consapevoli. La vicenda riapre il dibattito sul fine
vita e sull’applicazione concreta delle procedure da parte delle aziende
sanitarie, in assenza di una legge nazionale che disciplini in modo organico la
materia.
Nei giorni scorsi era scoppiata una polemica in Piemonte per una circolare
inviate alle Asl con cui si chiarivano gli aspetti tecnico-giuridici delle
sentenze della Corte costituzionale sul suicidio medicalmente assistito. Un
documento che era arrivato proprio dopo il caso di questo uomo, che pur avendo
ottenuto la validazione dei requisiti previsti dalla legge, si era visto negare
la possibilità di ricevere farmaci e sostanze potenzialmente utilizzabili per la
procedura. Che invece poi è stata eseguita secondo i protocolli. Dieci mesi dopo
la richiesta l’uomo ha ottenuto il farmaco dall’Asl.
L'articolo Suicidio medicalmente assistito, primo caso in Piemonte: è un 40enne
affetto da una grave malattia degenerativa proviene da Il Fatto Quotidiano.
Un’opinione pubblica sensibilizzata e un Parlamento assente. Una ricerca
accademica ha scattato una fotografia completa dell’Italia sul tema del suicidio
assistito. Le richieste aumentano e il vuoto normativo si fa più pesante,
lasciando sempre più cittadini e rappresentanti delle istituzioni privi di
risposte su come procedere al suicidio assistito. Un vuoto che genera delle
risposte frammentarie e talvolta contradditorie, come spesso capita con il
Servizio sanitario nazionale.
Lo studio è stato pubblicato sulla rivista Frontiers in Psychiatry ed è firmato
da Emanuela Turillazzi e Naomi Iacoponi dell’Università di Pisa, insieme a
Donato Morena e Vittorio Fineschi della Sapienza di Roma. Un punto fondamentale
che emerge dalla ricerca è come l’opinione pubblica appaia molto più avanti
della politica. Secondo i dati Censis, il 74% degli italiani si dichiara
favorevole all’eutanasia o al suicidio assistito, con percentuali ancora più
alte tra i giovani e tra i laureati.
Il lavoro di ricerca ripercorre anche la storia giuridica del suicidio assistito
in Italia: nel 2019, ci fu la storica sentenza con cui la Corte costituzionale
indicò le condizioni in cui l’aiuto al suicidio può essere considerato non
punibile. Da allora, il percorso è stato tutt’altro che lineare: molte aziende
sanitarie non hanno applicato le indicazioni della Consulta in modo uniforme,
accumulando ritardi e rifiuti a procedere, costringendo i malati a fare ricorso.
Un vuoto normativo che ha generato un conflitto istituzionale.
In questo quadro incerto, la Toscana è stata la prima regione ad aver approvato
nel marzo 2025 una normativa organica che definisce tempi, procedure e
responsabilità per la valutazione delle richieste. Una scelta subito contestata
dal governo, che ha impugnato la legge. Il risultato è un conflitto
istituzionale che aggiunge ulteriori incertezze a una questione già complessa.
Lo studio ricostruisce anche i casi che hanno segnato la storia recente del fine
vita in Italia. La vicenda di “Mario”, il primo paziente a ottenere il suicidio
assistito nel nostro Paese, così come la storia di “Anna”, la prima persona a
cui il trattamento è stato garantito con costi interamente coperti dal sistema
pubblico. Altri casi, come quello di Davide Trentini, hanno esteso
l’interpretazione dei criteri stabiliti dalla Consulta per i “trattamenti di
sostegno vitale”. Tutto questo avviene mentre l’opinione pubblica appare molto
più avanti della politica. Secondo i dati Censis citati nello studio, il 74%
degli italiani si dichiara favorevole all’eutanasia o al suicidio assistito. A
fronte di un consenso così ampio, il Paese continua però a non dotarsi di una
legge nazionale.
I ricercatori hanno poi aperto una riflessione sui trattamenti di sostegno
vitale, ovvero tutti quei macchinari e interventi farmacologici o assistenziali
che sono indispensabili alla sopravvivenza della persona malata. Nel corso degli
anni, questo concetto è stato alla base per giustificare il suicidio assistito a
livello giuridico. Tuttavia, questa visione presenta dei limiti.
Come sottolinea infatti Emanuele Turillazzi: “La dipendenza dai trattamenti di
sostegno vitale è un criterio troppo limitativo. La nostra idea è di superare
questo vincolo e concentrarci su ciò che davvero conta: una patologia
irreversibile, una sofferenza che il paziente ritiene intollerabile e una
volontà libera, consapevole e direttamente espressa dalla persona. Sono questi,
secondo noi, i requisiti fondamentali. Il resto – gli aspetti procedurali e le
verifiche – spetta al sistema sanitario e ai comitati etici territoriali. Solo
così è possibile ridurre le disuguaglianze territoriali e rimettere al centro
diritti, autodeterminazione e dignità della persona“.
L'articolo Suicidio assistito, in Italia aumentano le richieste ma le norme sono
ancora ferme: lo studio proviene da Il Fatto Quotidiano.
La scelta delle gemelle Kessler di ricorrere al suicidio assistito in Germania
ha riportato in primo piano un tema che in Italia resta irrisolto: il fine vita.
Dal 2019, con la sentenza sul caso di Dj Fabo, la Corte costituzionale ha
depenalizzato il suicidio medicalmente assistito, riconoscendo il diritto delle
persone di anticipare una morte comunque imminente, perché affette da patologie
irreversibili che provocano intollerabili sofferenze fisiche o psicologiche e
dipendenti da trattamenti di sostegno vitale. Si tratta di una cornice molto più
ristretta rispetto a quella tedesca, dove la malattia non è un requisito
obbligatorio e l’unica condizione essenziale è che la scelta sia libera,
consapevole e autonoma.
Negli anni, il Parlamento italiano non ha mai trasformato i principi indicati
dalla Consulta in una legge organica. Anzi: negli ultimi mesi il governo Meloni
ha provato a bloccare anche il tentativo della Toscana – la prima Regione a
legiferare sul tema – e della Sardegna di definire almeno una procedura chiara a
livello locale. Il risultato è un sistema frammentato, in cui Regioni e singole
aziende sanitarie applicano la sentenza in modo diverso, spesso imponendo
ostacoli che rendono l’accesso impossibile anche a chi ne avrebbe diritto. Un
quadro che, nel confronto con alcuni Paesi dell’Unione Europea, evidenzia quanto
l’Italia sia ancora ferma, mentre intorno a lei il dibattito si è tradotto – con
sfumature diverse – in regole, tutele e percorsi più definiti.
GERMANIA
Il suicidio assistito è stato depenalizzato nel 2020 da una sentenza della Corte
costituzionale, che ha dichiarato illegittimo il divieto assoluto di “aiuto al
morire”, sterbehilfe. Come in Italia, non si tratta di eutanasia: il medico non
può compiere l’atto finale, che deve essere completamente autonomo. La persona
deve essere maggiorenne, capace di intendere e di volere, e deve
autosomministrarsi il farmaco letale. Non è richiesta una malattia incurabile né
una morte imminente: è questo il punto che ha permesso alle gemelle Kessler –
senza un quadro clinico terminale – di accedere alla procedura. L’assistenza
pratica è offerta da tre associazioni senza scopo di lucro, tra cui la Dghs di
Berlino, che ha seguito le Kessler. Per accedervi bisogna essere soci da almeno
sei mesi. La quota annuale è di 60 euro e il costo della prestazione varia tra i
3mila e i 4500 euro. Il protocollo prevede colloqui ripetuti e la presenza di un
medico durante l’infusione. Nel 2024 si sono registrati circa 1200 suicidi
assistiti ma, nonostante il numero sia in crescita, anche in Germania manca
ancora una legge organica che disciplini la materia.
PAESI BASSI
Sono stati i primi al mondo a legalizzare sia l’eutanasia sia il suicidio
assistito, con una legge entrata in vigore nel 2002. Il modello olandese è tra i
più strutturati d’Europa. Stabilisce criteri e percorsi uniformi, con un sistema
di controllo multilivello. Per accedere alla procedura, la persona deve essere
affetta da una malattia incurabile o da sofferenze considerate “insopportabili e
senza prospettive di miglioramento” – compresi disturbi mentali – ma non deve
essere per forza dipendente da trattamenti salvavita né trovarsi in una fase
terminale. La valutazione del caso spetta a due figure: il medico curante e un
medico indipendente esterno, che devono confermare insieme che i criteri siano
soddisfatti. Dopo il decesso, ogni caso viene esaminato da una commissione di
controllo, che verifica il rispetto della legge e segnala eventuali irregolarità
alla magistratura. L’atto finale deve essere eseguito da un medico. Questo rende
la procedura accessibile anche a persone che non sono più fisicamente in grado
di autosomministrarsi il farmaco. Inoltre, la legge permette che le persone
rilascino delle wilsverklaring, “dichiarazioni anticipate di volontà”. Ciò
significa che chi rischia di perdere la capacità di intendere e di volere per
motivi medici può comunicare in anticipo le sue volontà, essendo sicuro che
verranno rispettate al momento opportuno. Il dibattito interno sul fine vita è
molto acceso, soprattutto alla luce dell’aumento costante del numero di
richieste. Nel 2024 la crescita è stata del 10% e, sebbene i numeri assoluti
siano ancora bassi, allarma l’aumento delle eutanasie eseguite su pazienti con
disturbi psicologici, soprattutto quelle richieste dagli under 30. Una deriva
che crea molte preoccupazioni e dubbi, sia sulle condizioni dei giovani nel
Paese sia sull’impianto etico della misura.
BELGIO
Anche il Belgio ha legalizzato sia l’eutanasia sia il suicidio assistito nel
2002, appena due mesi dopo i Paesi Bassi. È uno dei sistemi più avanzati al
mondo: dal 2014 la possibilità di accedere alla procedura è stata estesa anche
ai minori, senza limiti di età. Una scelta unica nel panorama internazionale.
Per proseguire è comunque necessario che il bambino sia in grado di comprendere
la decisione, che esprima la propria volontà e che ci sia il consenso dei
genitori. Oltreché di un’équipe di specialisti che certifichi una condizione
medica grave, incurabile e irreversibile. Da quando è entrata in vigore la
norma, i casi di eutanasia su minori sono stati sei. In totale, hanno fatto
ricorso all’eutanasia oltre 30mila persone. Negli ultimi anni il trend è in
forte crescita: secondo la Commissione federale di controllo e valutazione
dell’eutanasia, nel 2023 le procedure sono aumentate del 15%, e nel 2024 del
16,6% rispetto all’anno precedente. Nel 2024 la Commissione ha ricevuto 3991
dichiarazioni di eutanasia, pari al 3,6% di tutti i decessi registrati nel
Paese. Il profilo dei pazienti resta relativamente stabile. La maggior parte ha
più di 70 anni (72,6%) e quasi la metà supera gli 80 anni. I casi sotto i 40
anni sono molto rari (1,3%). Il cancro è la causa principale delle richieste,
coinvolgendo il 54% dei pazienti. Nel 76,6% dei casi la morte era prevista a
breve termine, ma cresce il numero delle persone che chiedono l’eutanasia pur
non trovandosi in prossimità della fine della loro vita: 932 casi nel 2024,
contro i 713 del 2023. Le condizioni psichiatriche rappresentano ancora una
minoranza, pari all’1,4% dei casi: 48 persone nel 2024.
SPAGNA
La Ley Orgánica de Regulación de la Eutanasia è in vigore da giugno 2021. Prima
della sua approvazione, aiutare qualcuno a morire era un reato punibile fino a
10 anni di carcere. La norma ha legalizzato sia l’eutanasia attiva sia il
suicidio medicalmente assistito. Possono farvi ricorso le persone maggiorenni
affette da una “malattia grave e incurabile” oppure da una patologia “cronica,
grave e invalidante” che comporti una sofferenza fisica o psichica costante e
intollerabile. Il processo è rigoroso: il paziente deve presentare due richieste
scritte, a distanza di almeno 15 giorni l’una dall’altra, confermando di essere
consapevole dell’esistenza di cure palliative. La valutazione spetta a due
medici e, dopo il loro parere, a una commissione autonoma che deve autorizzare
in via definitiva la prestazione. Una volta approvate, l’eutanasia o la morte
assistita sono a carico del sistema sanitario nazionale. Secondo i dati del
Ministero della Salute, fino al 2024 erano state eseguite 1034 procedure, il 42%
delle 2.475 domande presentate. Circa un quarto delle persone che ne aveva fatto
richiesta è morto nell’attesa. Motivo per cui l’Associazione spagnola per il
Diritto a Morire con Dignità sta chiedendo alla politica di intervenire per
accorciare i tempi dell’iter.
L'articolo Suicidio assistito ed eutanasia, dalla Germania alla Spagna cosa
accade in Europa mentre l’Italia è ferma proviene da Il Fatto Quotidiano.
“Il limite della mia sopportazione è stato superato. Chiedo l’aiuto di un medico
per poter morire”. Continua a rimbombare nelle aule di giustizia la volontà di
“Libera”, la 55enne toscana colpita da sclerosi multipla e che essendo
paralizzata dal collo in giù, non può assumere da sola il farmaco. Di rimbalzo
in rimbalzo, anche se con lentezza, arrivano le risposte agli appelli e le
decisioni dopo i ricorsi, le udienze e finanche una decisione della Consulta per
la paziente a cui è stato riconosciuto il diritto al suicidio assistito. Il
Tribunale di Firenze ha infatti ordinato al Consiglio nazionale delle ricerche
(CNR) di progettare e fornire entro 90 giorni il dispositivo necessario a
consentire l’autosomministrazione del farmaco letale tramite comando oculare.
Una decisione che arriva dopo l’ennesima impasse burocratica, dovuta
all’indisponibilità delle aziende coinvolte a realizzare la tecnologia richiesta
dal giudice. Tutto questi nei giorni in cui ancora si dibatte sulla scelta di
Alice ed Ellen Kessler di restare unite per scelta anche negli ultimi istanti di
vita.
Un traguardo amaro perché strappato all’indifferenza del Parlamento italiano,
alla lentezza della giustizia, alla impenetrabilità delle norme. “Avevo chiesto
solo che la mia volontà fosse rispettata e che un medico potesse essere
autorizzato a intervenire su mia richiesta. Invece, la Consulta ha rimandato la
decisione al giudice di Firenze, costringendo a ripetere indagini già svolte e
imponendo nuovi passaggi burocratici su dispositivi che esistono, ma che le
aziende non adattano per la mia situazione. Ogni rinvio è un tempo che io passo
nella sofferenza, nella paura concreta di una fine dolorosa che non ho scelto –
ricorda Libera -. Sono grata al giudice di Firenze, ai miei legali, che hanno
agito con serietà e rispetto, ma la stanchezza e la sofferenza hanno superato
ogni limite umano. Per questo oggi dichiaro che se in tempi brevissimi non
riceverò la strumentazione necessaria sono pronta a ricevere l’aiuto a morire
sotto forma di azioni di disobbedienza civile: un atto pubblico, nonviolento e
trasparente, per porre fine alla violenza che sto vivendo. Non voglio vie
oscure, non cerco scorciatoie pericolose. Chiedo che venga finalmente
riconosciuto il mio diritto a una scelta libera e umana con l’aiuto di
strumentazioni o di una persona che mi somministri il farmaco letale”.
IL CASO DI LIBERA
Libera nel marzo 2024 aveva fatto richiesta all’Asl di poter accedere al
suicidio medicalmente assistito. Inizialmente il parere era stato negativo, per
il rifiuto della donna di sottoporsi alla nutrizione artificiale con la Peg,
interpretato come mancato soddisfacimento di uno dei requisiti previsti dalla
sentenza 242 del 2019 della Corte costituzionale (Cappato/Dj Fabo). “Pretendono
che io mi sottoponga a un trattamento sanitario invasivo contro la mia volontà
per poi poterlo interrompere e ricorrere al suicidio assistito. Tutto questo è
crudele e umiliante. Io, a oggi, voglio solo essere libera di scegliere come e
quando morire”, furono le parole di Libera diffuse allora dall’associazione Luca
Coscioni. L’iter sembrava essersi sbloccato a luglio di un anno fa, alla luce
della sentenza 135/2024 della Consulta che aveva esteso l’interpretazione del
concetto di trattamento di sostegno vitale. Invece sono stati necessari
ulteriori passaggi e una nuova decisione della Corte costituzionale.
Il 25 luglio scorso la Consulta – interpellata per l’ennesima volta su un caso
di richiesta assistita di fine vita – aveva ribadito il no all’intervento di
terzi, dando il via libera a dispositivi comandati da voce e occhi. Il nodo
tecnico era stato affrontato già lo scorso 16 ottobre, quando il giudice aveva
fissato un termine di 15 giorni per fornire la strumentazione indispensabile
alla procedura. Nessuna delle aziende inizialmente individuate, tuttavia, aveva
prodotto un dispositivo adeguato alle condizioni della paziente. Di fronte a
tale stallo, la Usl Toscana nord-ovest aveva presentato ricorso chiedendo al
Tribunale ulteriori indicazioni.
L’AZIONE GIUDIZIARIA
I legali di Libera, coordinati dall’avvocata Filomena Gallo, Segretaria
dell’Associazione Luca Coscioni, avevano nel frattempo svolto nuove verifiche
presso enti pubblici e privati. Già da settembre era stato individuato nel CNR
l’ente pubblico dotato delle tecnologie necessarie e della competenza adeguata a
realizzare un macchinario conforme ai requisiti posti dal giudice. All’udienza
del 19 novembre, il CNR ha confermato la propria disponibilità a progettare un
sistema che consenta a Libera di attivare autonomamente l’infusione del farmaco,
questo perché non possono esserci terzi a intervenire. I tecnici dell’ente hanno
stimato in circa 90 giorni il tempo necessario per realizzare e mettere a punto
il dispositivo.
Il giudice, con il provvedimento successivo all’udienza, ha così ordinato alla
USL Toscana nord-ovest di avviare immediatamente la procedura con il CNR,
sostenendone tutti i costi, e ha nominato lo stesso CNR ausiliario dell’autorità
giudiziaria. L’ente riceve quindi mandato diretto a predisporre e consegnare la
tecnologia all’azienda sanitaria entro il termine fissato. Una volta ottenuto il
macchinario, la USL dovrà consegnarlo alla paziente insieme al farmaco
necessario, affinché Libera possa valutare se e quando scegliere di morire.
L’avvocata Gallo, coordinatrice del collegio di difesa, conferma la gravità che
comporta l’attesa e il limbo in cui da troppo tempo è tenuta la donna: “‘Libera
oggi è stanca, sofferente e in reale pericolo: potrebbe andare incontro a una
morte improvvisa e atroce, come accaduto pochi giorni fa ad Ancona a una persona
malata, morta soffocata mentre attendeva il pieno riconoscimento della sua
condizione per accedere alla morte assistita”. Per evitare che si ripeta una
simile tragedia, aggiunge, il team legale sta valutando “tutte le soluzioni nel
pieno rispetto della legge”. È, ribadisce, “una corsa contro il tempo” perché
Libera saluti la vita con serenità e dignità e non nel dolore.
L'articolo “La mia sofferenza ha superato ogni limite umano”, il giudice ordina
al Cnr il dispositivo per permettere a Libera di morire proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Ultimi preparativi per far sì che le urne delle gemelle Kessler che saranno
trasportate nel bosco di Grünwald, nel cimitero dove è sepolta la loro madre
Elsa. La tomba è essenziale, la famiglia infatti non era religiosa, circondata
da erica rosa e con un lumino acceso. Non possono però essere realizzare appeno
le ultime volontà: “Vogliamo essere sepolte in un’unica urna con nostra madre
Elsa e il cane Yello”.
In Germania non è possibile mischiare le cenere in una stessa urna. Intanto si
parla del patrimonio delle gemelle che, secondo ad alcune indiscrezioni, è
milionario. Le due sorelle, infatti, sono sempre state, per loro stessa
ammissione, piuttosto parsimoniose.
Nel 2023 avevano cambiato il testamento, dove in un primo momento avevano
destinato tutto ai Medici senza frontiere. Sono state aggiunte altre
associazioni come: Missione per i ciechi, la CBM (Christian Blind Mission,
missione per i ciechi), l’Unicef, la Paul-Klinger-Künstlersozialwerk per gli
artisti in difficoltà economiche e la Deutsche Stiftung Patientenschutz per la
tutela dei pazienti ospedalieri.
“Vogliamo distribuire la nostra eredità in modo equo, non vogliamo mettere tutto
in unico calderone”, avevano detto alla Bild nel 2024. “Non è poco, abbiamo
guadagnato molto bene. Non abbiamo mai avuto le mani bucate e abbiamo
risparmiato perbene”. C’è anche la villa a Grunewald, in 900 metri quadrati di
giardino con piscina, nel quartiere dei superricchi di Monaco di Baviera. Anche
i ricavi della vendita andranno agli eredi.
L'articolo Le ceneri delle gemelle Kessler non saranno mischiate nella stessa
urna (in Germania è vietato): “Saranno disposte vicine nella stessa tomba della
madre” proviene da Il Fatto Quotidiano.
La vita è una malattia che si trasmette per via sessuale. Ed è, soprattutto –
come richiede una delle troppe condizioni imposte dalla legislazione italiana
per poter consentire il “fine vita” (perché si tratta soltanto di rifiuto delle
cure e interruzione delle cure palliative) – una “malattia irreversibile”.
Le gemelle Kessler, invece, icone della televisione del secolo scorso, hanno
potuto abbandonare la vita congiuntamente poiché in Germania è consentita
l’eutanasia medicalmente assistita.
Da studioso della filosofia, sono portato a chiedermi se tale superiorità della
Germania rispetto al nostro Paese sia dovuta all’altrettale primazia filosofica
della nazione che ha dato i natali a Kant, Hegel e Freud. Sì, perché quello che
continuiamo a fare in Italia – e in tutti i paesi in cui lo Stato non consente
alle persone di praticare l’eutanasia – è fondamentalmente un errore filosofico.
Errore che, innanzitutto, consiste nel separare vita e morte considerandole due
dimensioni diverse. Quando, in realtà, sono due lati di una stessa medaglia,
perché “la meta di tutto ciò che è vivo è la morte”, scriveva Freud sulla scia
di quanto – un secolo prima – aveva affermato Hegel (entrambi tedeschi) in
maniera ancora più radicale: “Un essere vivente, nel momento stesso in cui fa la
sua comparsa in vita, è già pronto per morire”.
Da questo errore originario deriva il secondo, perfettamente conseguente. Quello
di pensare che la morte sia un qualcosa che avviene “dopo” la vita quando,
invece, “esse sono interdipendenti”, perché “esistono simultaneamente, non
consecutivamente”, come scriveva il grande psichiatra americano Irvin Yalom.
L’unica morte che conosciamo, infatti, avviene in vita, quando finisce un’epoca
in cui siamo stati felici, quando perdiamo delle persone care, quando torniamo
in luoghi del cuore, dopo molti anni, e nulla ci sembra più come prima anche se
lo scenario è lo stesso. Sono tutti frammenti di morte che avvengono mentre
siamo vivi e non potrebbe essere diversamente. Perché la morte intesa in senso
metafisico non ci è dato conoscerla né – come affermava Epicuro – temerla:
“Quando ci siamo noi, non c’è la morte; quando c’è la morte non ci siamo noi”.
Intesa in questo senso, la vita va considerata alla stregua di un grande corso
di formazione alla dipartita, a un “dopo” possibile in forma spirituale (per chi
ci crede). Di questo grande corso di formazione, l’ultima tappa più dura
consiste nel “morire”, che è questione ben diversa – ancora una volta – dalla
morte in quanto tale.
Quel morire può avvenire quando siamo ancora ben in vita, per una malattia o un
incidente, ma soprattutto può accadere senza che vi sia la morte stessa: a
fronte di dolori atroci e insopportabili non soltanto a livello fisico ma anche
psicologico (tema, quest’ultimo, per troppo tempo sminuito o ignorato del
tutto).
Ecco perché sarebbe ora di consentire a ciascuno l’esercizio del libero arbitrio
rispetto alla decisione di smettere la propria vita, quindi di essere aiutati in
ciò da quella medicina pubblica che esiste grazie alle tasse di tutti i
cittadini, compresi coloro che piombano in un abisso di dolore tale da rendergli
preferibile la scelta suddetta.
Coloro che sostengono la sacralità della vita, considerata a guisa di un “dono”
divino di cui l’uomo non può privarsi per una scelta volontaria, non considerano
che – volendo credere alla divinità creatrice – questa ci ha fatto dono anche
della morte, parte integrante della vita stessa all’interno di una dimensione
più ampia che le contiene entrambe (esistenza).
Ma, soprattutto, tale divinità ha lasciato al libero arbitrio di ciascuno la
possibilità di fare della propria vita ciò che più si desidera e ritiene giusto.
Fosse anche interromperla anzitempo. Se così non fosse, non avrebbe alcun senso
quanto dice la stessa dottrina cristiana, cioè che saremo giudicati sulla base
delle nostre azioni in terra (e in vita). Quale sommo e indiscutibile giudizio
divino, infatti, sarebbe possibile e decisivo se già qualcuno in terra ha
decretato cosa è Bene e cosa è Male rispetto all’essenza stessa della vita?!
Non spetta ad alcuna istituzione terrena, né ad alcun individuo, giudicare e
ancor più impedire all’essere umano di gestire la propria vita (e quindi la
propria morte) se le sue decisioni non danneggiano persone altre. Tantomeno
dovrebbero farlo dei parlamentari mediamente sempre più ignoranti su questioni
culturali basiche, figuriamoci rispetto alle altezze filosofiche.
Liberalizzare il libero arbitrio è una scelta umana e a favore dell’umano –
altrimenti l’enfasi posta a ogni pie’ sospinto sul pensiero critico è solo fuffa
– tanto più che non significa costringere chi non vuole a scegliere di morire.
Mentre proibire il libero arbitrio, invece, costringe tutti a doversi
genuflettere a un’ideologia. Nella nostra epoca impoverita, al posto dei grandi
filosofi tedeschi, ce lo hanno dimostrato le grandi gemelle Kessler.
L'articolo Fine vita, sarebbe ora che ognuno potesse esercitare il libero
arbitrio: le gemelle Kessler ce l’hanno ricordato proviene da Il Fatto
Quotidiano.
“Io avrei fatto esattamente quello che hanno fatto le gemelle Kessler. Non
sopporterei una separazione da lei. Impossibile sopravvivere a Ros“. Non usa
mezzi termini Simona Izzo. Commentando la notizia della morte congiunta di Alice
ed Ellen Kessler, l’attrice e regista romana rivela di comprendere la loro
decisione di morire insieme, anzi, la vede come un gesto di amore estremo che
paragona al rapporto viscerale che la lega alla sua gemella eterozigote,
Rossella. Lo fa in un’intervista al Corriere della Sera, in cui non si limita a
esprimere solidarietà, ma apre lo scrigno di un legame che definisce “talmente
empatico da superare quello con la madre”. Un’unione fatta di premonizioni,
dolori fisici condivisi e una sincronia che sfida la logica.
A dimostrare questa connessione quasi soprannaturale ci sono episodi precisi.
Simona racconta la nascita di suo figlio Francesco, avuto da Antonello Venditti.
La data prevista era metà settembre, ma Rossella sentiva altro. “Nascerà prima,
nascerà oggi il 26 agosto“, le disse la sorella. Simona non sentiva nulla,
nessun sintomo. Eppure, la gemella aveva ragione: “Due minuti prima della
mezzanotte mi si sono rotte le acque”. Ma l’empatia tra le due non si ferma alla
gioia, abbraccia anche il dolore e i presagi oscuri. Il giorno del matrimonio
tra Simona e Venditti, Rossella non smetteva di piangere. Non erano lacrime di
commozione, ma di avvertimento: “Mi ha detto: ‘Questo matrimonio andrà male‘”. E
così è stato. Ancora più sconvolgente è l’episodio della separazione. Il giorno
in cui Simona decise di lasciare il marito, senza averlo ancora comunicato a
nessuno, Rossella ebbe un malore fisico a distanza. “Ha avuto un attacco di
cardiopatia parossistica”, racconta la Izzo. Mentre il marito la portava in
ospedale, Rossella ripeteva: “A Simona sta succedendo qualcosa di brutto”.
Il filo invisibile che le unisce funziona in entrambe le direzioni. Simona
ricorda nitidamente il momento in cui sua nipote, l’attrice Myriam Catania,
venne alla luce. “Ero dal parrucchiere, era pomeriggio. A un certo punto ho
fatto un urlo. Avevo sentito una doglia”. In quello stesso istante, altrove, sua
sorella stava partorendo. “C’è qualcosa che nessun altro può capire tra
gemelli“, spiega. Non solo premonizioni, ma una vita vissuta in simbiosi fin
dall’infanzia. Simona ricorda con tenerezza quando, da ragazzine, rubavano le
calze della madre per imitare proprio le Kessler, ballando il Da-da-un-pa
davanti allo specchio. Una condivisione totale che passava anche per le prime
esperienze sentimentali: “Abbiamo dato il nostro primo bacio lo stesso giorno.
Ce lo siamo confessate la sera”. Dietro questa unione indissolubile, però, si
nasconde la paura più grande: quella di restare sola. “Io non sono stata sola
mai, altro che cordone ombelicale“, confessa Simona Izzo in chiusura, offrendo
una chiave di lettura profonda sul gesto delle Kessler e sul suo stesso sentire:
“Il nodo è quello dell’abbandono, non si scioglie mai”.
L'articolo “Farei anch’io come le Kessler, impossibile sopravvivere alla morte
di mia sorella gemella. Siamo così legate che lei ha delle premonizioni sulla
mia vita”: la confessione di Simona Izzo proviene da Il Fatto Quotidiano.