Questa mattina le opposizioni del Consiglio Regionale del Piemonte hanno chiesto
le dimissioni della vicepresidente della Giunta piemontese Elena Chiorino,
finita al centro del caso Delmastro. “Com’è possibile che la vice presidente sia
entrata in società con un consigliere regionale, un sottosegretario e con la
figlia di un prestanome condannato per intrecci con la mafia?” si chiede la
capogruppo M5S Sarah Disabato che insieme ai suoi colleghi si sarebbe aspettata
una risposta da parte di Chiorino nel corso della seduta oggi. La vice
presidente però non si è presentata. “Fino all’ultimo abbiamo dato la
possibilità di fornire spiegazioni, ma questo non è accaduto” aggiunge la
capogruppo Pd Gianna Pentenero. “Il dato politico è che ancora una volta questa
maggioranza scappa” aggiunge la capogruppo di Italia viva Vittoria Nallo. E
così, dopo il pressing delle opposizioni, è stato comunicato che l’informativa
sul caso Delmastro si terrà martedì prossimo alla presenza di Chiorino e Cirio.
“Di fronte a chi parla di legalità a vanvera – conclude la capogruppo di Avs
Alice Ravinale – non possiamo accettare questa disattenzione che infanga tutta
la Regione Piemonte”.
L'articolo Caso Delmastro, la vicepresidente del Piemonte Chiorino diserta il
Consiglio. Le opposizioni: “Dimissioni, Infanga la Regione” proviene da Il Fatto
Quotidiano.
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Un giornalista, Stefano Rizzi, e un giornale on-line, lo Spiffero, fanno il loro
mestiere e pubblicano un resoconto, numeri alla mano, dell’agghiacciante
situazione della sanità piemontese dopo quasi nove anni della “Cura Cirio“, ora
delegata all’assessore Riboldi dopo cinque anni di Icardi. Meno male che c’è
ancora qualcuno che lo fa, visto il clima da calma piatta prima della bufera nel
quale sguazza anche un’opposizione da strapparsi i capelli.
Tuttavia nemmeno il più disincantato studioso delle malefatte del centrodestra
avrebbe immaginato che il direttore del giornale fosse chiamato a difendere
l’operato, suo e del giornalista, di fronte alle pressioni che vengono
addirittura dai ministeri romani per ridurre al silenzio l’informazione libera.
Invece pare che sia successo stando a quanto riferisce il direttore dello
Spiffero senza troppe remore. Il coraggio è una merce rarissima, perciò vale la
pena di raccontare questa storia. Fa il paio a mio avviso con i dossier genovesi
commissionati da Bucci a danno del Secolo XIX, del “solito sistema clientelare”
per far vincere il Sì e di chissà quanti episodi che non arrivano alle cronache
perché c’è chi si piega prima.
La sanità piemontese è un pozzo senza fondo che neanche nei romanzi horror,
prestazioni di eccellenza e sciatteria senza limiti, in un allegro caos che
demotiva il personale che vorrebbe fare il lavoro per cui è pagato e premia
spesso i fedeli, e quelli della corrente giusta, a scapito dei bravi. Più si
sale e peggio va, come ho diffusamente raccontato in post passati. Di ospedali
nuovi neanche l’ombra, consulenze come se non ci fosse un domani, piani
finanziari sballati e gare bloccate sine die per impossibilità di
aggiudicazione. Le liste d’attesa spingono i pazienti con qualche soldo rimasto
verso la sanità dell’intramoenia, le case di comunità nascono col contagocce e
spesso per finta, festeggiano gli ambulatori privati verso i quali vengono
dirottate tutte le prestazioni, anche quelle di base che più non si può. Cresce
senza controllo il debito della Regione, lo dicono i dati comunicati
ufficialmente dai direttori generali della sanità per l’anno in corso.
Quasi un gioco da ragazzi per il giornalista mettere in fila i numeri del
disastro. Li elenca in un articolo annunciandoci che il debito previsto per il
2026 dai direttori generali di ASL e ASO si avvicina al miliardo di euro;
basterebbe molto meno per rendere inevitabile il commissariamento della Regione
da parte del MEF, quindi la preoccupazione è forte. Il tutto mentre in Tribunale
è in svolgimento il maxi-processo per l’ammanco della Città della Salute e non
passa giorno senza che emergano fatti sconcertanti. Intanto si apprende che la
Regione stanzia di corsa 203 milioni per coprire le maggiori spese sanitarie del
2025, ovviamente togliendo i soldi da altri capitoli del suo bilancio. Non
basta, i Bilanci 2024 e 2025 sono ancora alla firma del direttore della sanità
regionale, dopo che consulenti strapagati ne hanno certificato oggi la
correttezza per essere smentiti domani dai periti del Tribunale. Facile
immaginare il panico che deve circolare fra gli alti papaveri della sanità
regionale.
L’assessore Riboldi replica immediatamente con un video che, invece di smentire,
conferma; soprattutto che non ha ancora dimestichezza con i bilanci del suo
assessorato, così che confonde poste e annualità di esercizio. Il giornalista
non ci sta e risponde con i numeri a quella che definisce “propaganda da
cinegiornale” dell’assessore. Il titolo del suo articolo non lascia spazio
all’immaginazione: “Profondo rosso nei conti della Sanità, per l’assessore è
solo ‘fantasia’”. Essere solidali con giornali e giornalisti dalla schiena
dritta vuol dire anche raccontare queste storie. Però i centrodestri sono
davvero ammalati di presunzione per non immaginare la reazione di un giornale, a
volte molto vicino a loro, ma riferimento per una bella parte di opinione
pubblica piemontese proprio per la sua autonomia.
L'articolo Un’inchiesta rivela il buco della sanità piemontese. Più si sale
peggio va proviene da Il Fatto Quotidiano.
Un uomo di quarant’anni, affetto da una grave malattia degenerativa, è il primo
paziente in Piemonte ad aver avuto accesso al suicidio medicalmente assistito.
Si è spento nella propria abitazione, circondato dai medici di sua fiducia e con
il supporto logistico dell’Asl 4, competente per Ivrea, Chivasso e per l’area
settentrionale della provincia di Torino. La richiesta era stata presentata
alcuni mesi fa dallo stesso paziente all’azienda sanitaria. Dopo l’iter
previsto, nelle scorse settimane una commissione interdisciplinare dell’Asl
aveva riconosciuto la sussistenza dei requisiti necessari per accedere al fine
vita volontario. Tuttavia, l’azienda aveva precisato che non avrebbe messo a
disposizione né i farmaci né l’assistenza sanitaria per l’esecuzione della
procedura. Poi la situazione si è finalmente sbloccata.
A darne notizia sono stati i giornali locali, tra cui La Stampa, che hanno
ricostruito i passaggi della vicenda. Nel percorso è intervenuta anche Filomena
Gallo, segretaria nazionale dell’associazione Luca Coscioni, che si era offerta
di affiancare dal punto di vista legale il paziente e la sua famiglia. Il caso
rappresenta il primo in Piemonte dopo le pronunce della Corte costituzionale che
hanno delineato le condizioni in presenza delle quali il suicidio medicalmente
assistito non è punibile: tra queste, la presenza di una patologia
irreversibile, fonte di sofferenze fisiche o psicologiche ritenute
intollerabili, la dipendenza da trattamenti di sostegno vitale e la capacità di
prendere decisioni libere e consapevoli. La vicenda riapre il dibattito sul fine
vita e sull’applicazione concreta delle procedure da parte delle aziende
sanitarie, in assenza di una legge nazionale che disciplini in modo organico la
materia.
Nei giorni scorsi era scoppiata una polemica in Piemonte per una circolare
inviate alle Asl con cui si chiarivano gli aspetti tecnico-giuridici delle
sentenze della Corte costituzionale sul suicidio medicalmente assistito. Un
documento che era arrivato proprio dopo il caso di questo uomo, che pur avendo
ottenuto la validazione dei requisiti previsti dalla legge, si era visto negare
la possibilità di ricevere farmaci e sostanze potenzialmente utilizzabili per la
procedura. Che invece poi è stata eseguita secondo i protocolli. Dieci mesi dopo
la richiesta l’uomo ha ottenuto il farmaco dall’Asl.
L'articolo Suicidio medicalmente assistito, primo caso in Piemonte: è un 40enne
affetto da una grave malattia degenerativa proviene da Il Fatto Quotidiano.
In Piemonte si registra un insolito scontro tra Giunta di centrodestra e
associazione Pro Vita. A far esplodere la polemica è una circolare inviata alle
Aziende sanitarie locali dal direttore della Sanità regionale, Antonino Sottile,
che chiarisce gli aspetti tecnico-giuridici delle sentenze della Corte
costituzionale sul suicidio medicalmente assistito. Il documento arriva dopo il
caso di un paziente dell’Asl To4, tra Chivassese e Canavese, che pur avendo
ottenuto la validazione dei requisiti previsti dalla legge, si era visto negare
la possibilità di ricevere farmaci e sostanze potenzialmente utilizzabili per la
procedura. Proprio per evitare interpretazioni difformi, la Regione ha deciso di
intervenire con una circolare esplicativa.
Nel testo vengono richiamate le parole della Corte costituzionale, che
riconoscono il “diritto della persona di ottenere dalle aziende del Servizio
sanitario regionale il farmaco, i dispositivi eventualmente occorrenti
all’autosomministrazione, nonché l’assistenza sanitaria anche durante
l’esecuzione della procedura”. Sottile ha però precisato che non si tratta né di
linee guida né di una nuova regolamentazione: “È una mera circolare esplicativa
delle sentenze della Corte costituzionale che, nelle fonti del diritto italiano,
corrispondono a legge a cui tutti devono attenersi”.
Uno dei nodi più delicati riguarda il pagamento dei farmaci. La Regione
chiarisce che le Asl devono comunque fornire i medicinali, in applicazione della
sentenza 204 del 2025 della Consulta. Resta però aperta la questione dei costi:
se i farmaci rientreranno nei Lea, la spesa sarà a carico del servizio sanitario
regionale; se invece saranno classificati come extra-Lea, il costo ricadrà sul
richiedente. Su questo punto la Regione ha avviato un’interlocuzione con il
ministero della Salute per ottenere chiarimenti.
La circolare definisce anche le tempistiche e le procedure: entro 48 ore dalla
richiesta del paziente deve essere convocata la commissione di valutazione, con
il coinvolgimento del comitato etico territoriale. In caso di esito positivo, il
percorso passa a un’équipe sanitaria composta da medici, infermieri e, se
necessario, uno psicologo, tutti su base volontaria, chiamati a procedere in
modo tempestivo.
Nonostante le precisazioni, l’iniziativa ha scatenato la dura reazione di Pro
Vita & Famiglia. Secondo l’associazione, la Regione Piemonte – governata dal
centrodestra – starebbe trasformandosi in “un avamposto radicale”, arrivando di
fatto a finanziare i farmaci per il fine vita. Un’accusa respinta
dall’amministrazione, ma che il presidente dell’associazione, Antonio Brandi,
rilancia con toni durissimi: “È un grave tradimento politico verso gli elettori.
La Regione si piega a una cinica deriva che offre la morte come soluzione
economica alla sofferenza”.
Brandi denuncia anche una contraddizione di fondo: “È inaccettabile che la
Regione si affretti su questo fronte quando circa due malati su tre in Piemonte
sono ancora privati del diritto alle cure palliative”. Da qui la richiesta
all’amministrazione guidata da Alberto Cirio di ritirare immediatamente la
circolare. Secondo Pro Vita, il rischio è quello di “legittimare una morte
d’ufficio” e di esercitare pressioni, anche silenziose, su anziani, malati e
persone fragili, che potrebbero arrivare a percepirsi come un peso per la
società. “Ogni legge educa – conclude Brandi – e ciò che viene autorizzato
finisce per apparire giusto e perfino auspicabile”.
La Regione, dal canto suo, ribadisce di non aver introdotto alcuna novità
normativa e di limitarsi ad applicare le sentenze della Corte costituzionale,
attenendosi alle indicazioni che arriveranno dal ministero della Salute.
L'articolo Fine vita, scontro in Piemonte tra Regione e Pro Vita per una “mera”
circolare sulle sentenze della Consulta proviene da Il Fatto Quotidiano.
La Regione Piemonte vota No alle scarpe ortopediche di serie a titolo gratuito
alle persone con disabilità che ne hanno necessità e diritto. Scrive Renato La
Cara che “l’assessore piemontese FdI alla Sanità Federico Riboldi si è
giustificato dicendo che mancano le risorse: ‘Purtroppo a livello sanitario la
Regione non ha un bilancio con segno positivo. Senza attingere dai fondi statali
sulla sanità al momento non abbiamo le risorse sufficienti per farlo in
autonomia come Piemonte’. Qualcosa verrà fatto? ‘L’assessorato alla Sanità non
ha margini di manovra per affrontare interventi extra-Lea, siamo consapevoli dei
disagi e ci dispiace, proveremo a recuperare le risorse che occorrono dai fondi
del comparto Welfare ma non sono infiniti'”.
Il 6 dicembre 2025 avevo chiesto al ministro della Salute Orazio Schillaci di
sistemare il pasticcio legato all’erogazione gratuita degli ausili In modo che
ogni regione non potesse decidere in modo autonomo. Gli uffici che collaborano
con il ministero della Salute non hanno mai risposto alla mia lettera ma non
hanno nemmeno risolto il problema.
Noto che il governo Meloni per cercare di arginare, secondo il proprio pensiero,
gli atti violenti, sta elaborando alcune misure che verranno inserite nel
decreto sicurezza. Secondo la premier Giorgia Meloni è più importante garantire
la sicurezza di un paese che fornire le scarpe ordinarie alle persone disabili,
per me sono importanti entrambi.
Ricordo al governo che una persona disabile con invalidità al 100% prende di
pensione 340,71 euro e 552,57 euro di indennità di accompagnamento. L’indennità
di accompagnamento serve per pagare la persona cura di chi ha bisogno. La
pensione serve alla persona disabile per vivere e per rispondere ai propri
bisogni primari. Visto che non tutte le persone disabili vivono in famiglia, e
poi visti i rincari della vita quotidiana per le famiglie diventa comunque
difficile pagare 800 € per le scarpe ortopediche del proprio figlio o del
proprio parente.
Desidero dare all’assessore alla Sanità della Regione Piemonte, un suggerimento
non richiesto: chiami tutti i giorni il ministero dell’Economia e Finanza, la
Presidente del Consiglio dei ministri e faccia presente che la sua Regione non
ha potuto garantire la gratuità delle scarpe ortopediche ordinarie alle persone
disabili per mancanza di fondi, se le serve una mano a titolo gratuito l’aiuto
volentieri.
Per segnalarmi le vostre storie scrivete a: raccontalatuastoria@lucafaccio.it e
redazioneweb@ilfattoquotidiano.it
L'articolo Regione Piemonte non ha soldi per le scarpe ortopediche? Chiami tutti
i giorni il Ministero proviene da Il Fatto Quotidiano.
No alle scarpe ortopediche di serie a titolo gratuito alle persone con
disabilità motoria aventi diritto. È quanto ha votato il Consiglio regionale del
Piemonte che ha respinto il 30 gennaio l’ordine del giorno presentato dalla
consigliera di Alleanza Verdi Sinistra, Valentina Cera, che chiedeva di
garantire a costo zero per le famiglie la fornitura o il rimborso delle
calzature ortopediche di serie. Si tratta di una tipologia di ausili che non
vengono più erogati da circa un anno gratuitamente a seguito dell’aggiornamento
dei Livelli essenziali di assistenza (Lea) e l’entrata in vigore del nuovo
Nomenclatore tariffario. Dal primo gennaio 2025 queste scarpe sono uscite dalla
copertura del servizio nazionale pubblico, ambito sanitario che spetta però alle
Regioni garantire. Restano incluse le scarpe ortopediche realizzate su misura a
fronte dell’esclusione dal Nomenclatore anche dei codici di alcuni ausili per le
carrozzine elettriche, con le Regioni che continuano a procedere in ordine
sparso.
Contattato da ilfattoquotidiano.it l’assessore piemontese Fdi alla Sanità
Federico Riboldi si è giustificato dicendo che mancano le risorse: “Purtroppo a
livello sanitario la Regione non ha un bilancio con segno positivo. Senza
attingere dai fondi statali sulla sanità al momento non abbiamo le risorse
sufficienti per farlo in autonomia come Piemonte”. Qualcosa verrà fatto?
“L’assessorato alla Sanità non ha margini di manovra per affrontare interventi
extra-Lea, siamo consapevoli dei disagi e ci dispiace, proveremo a recuperare le
risorse che occorrono dai fondi del comparto Welfare ma non sono infiniti”. Il
problema è nazionale, sostiene Riboldi. “Il cambio del nomenclatore ha portato
ad escludere alcuni tipi di prestazione. Stiamo lavorando con l’assessore al
Welfare per riportarle all’interno della Regione Piemonte e lo stesso stiamo
facendo da mesi in Conferenza delle Regioni”. Resta il fatto che nemmeno in
Piemonte si possono erogare a titolo gratuito ausili di cui le persone con
disabilità motoria hanno assoluto bisogno per una vita dignitosa.
È passato oltre un anno dall’entrata in vigore del Decreto Tariffe, approvato a
novembre 2024, ma solo alcune amministrazioni regionali virtuose, ad esempio
Lombardia, Lazio e Toscana, sono intervenute per erogare gratis le scarpe
ortopediche di serie essenziali per la qualità di vita di donne e uomini che
vivono condizioni di fragilità. Inoltre il Decreto Tariffe è stato anche
bocciato dal Tar del Lazio il 10 dicembre scorso “per grave difetto di
istruttoria” e il ministero della Salute guidato da Orazio Schillaci ha un anno
di tempo per aggiornarlo correttamente.
Le scarpe ortopediche sono a pagamento e questo provoca in quasi tutta Italia
gravi disagi e scarica sulle famiglie le spese di acquisto fino a circa 400 euro
per un paio di calzature del genere. Per denunciare quanto sta accadendo,
Fabrizio Schiavo, papà di una bambina con disabilità, che vive a Villar Perosa
della Città metropolitana di Torino racconta a ilfattoquotidiano.it che “in un
anno abbiamo pagato circa 800 euro per le calzature di mia figlia, ma il sistema
sanitario pubblico non ci rimborsa più. È un problema non solo piemontese”. “Nel
frattempo però altre Regioni”, evidenzia Schiavo, “hanno ripristinano la
fornitura di tutte le scarpe ortopediche, non solo quelle su misura. In Piemonte
invece no. Abbiamo contattato via PEC l’ufficio dell’assessore piemontese della
Sanità e ci hanno risposto che loro continuano a segnalare la criticità al
Ministero della Salute”. “Cosa significa lo sappiamo – aggiunge Schiavo – è un
problema, ma non lo risolviamo. Nel frattempo, arrangiatevi. Non tutte le
famiglie possono permettersi di pagare 400 euro un paio di scarpe ortopediche di
serie”, attacca Schiavo.
“Non si tratta di un vuoto normativo e non risulta un problema di
interpretazioni. È una scelta politica precisa, che sposta il costo della
disabilità dal sistema pubblico alle famiglie aventi diritto costrette a dover
pagare di tasca propria dispositivi e ausili essenziali”, commenta a
ilfattoquotidiano.it l’avvocato dell’associazione Luca Coscioni Alessandro
Bardini, esperto del settore che segue la questione da diversi anni. Sul tema
dell’aggiornamento dei Lea è intervenuta il 27 gennaio 2026 presso la XII
Commissione Affari sociali della Camera dei Deputati anche la Federazione
italiana per i diritti delle persone con disabilità e famiglie che ha chiesto il
riconoscimento di reali margini di flessibilità nella prescrizione e
nell’erogazione degli ausili, anche in deroga agli elenchi standard, qualora la
valutazione multidimensionale evidenzi bisogni complessi. “Non stiamo chiedendo
semplici concessioni tecniche”, ha evidenziato il presidente della Fish Vincenzo
Falabella, “ma il riconoscimento del diritto a vivere una vita autonoma.
L’aggiornamento dei Lea non può restare un esercizio burocratico o un’operazione
di pura compensazione della spesa. Gli ausili – ha aggiunto – non sono una
merce, sono il mezzo che permette a una persona con disabilità di studiare,
lavorare e partecipare attivamente alla società. Se vogliamo davvero parlare di
inclusione, il Servizio Sanitario deve parlare la lingua del ‘Progetto di Vita’,
garantendo che la tecnologia sia al servizio delle persone”.
L'articolo Scarpe ortopediche a titolo gratuito per i disabili, il Piemonte vota
no: e i genitori di una bimba pagano fino a 800 euro proviene da Il Fatto
Quotidiano.
A Torino e in Piemonte anche i giornali si sono accorti del disastro della
sanità piemontese, delle inchieste giudiziarie che svelano ciò che in tanti
potevano vedere anche prima. Gli scandali stanno diventando una valanga che
nessuno riesce più ad arrestare e che finirà per travolgere anche un’opposizione
inconsistente. Prima di aggiungere altra carne al fuoco (lo farò nella seconda
parte di questo post) voglio riassumere i termini del disastro, perché non è una
questione locale.
Alla Città della Salute di Torino (Molinette) si susseguono delibere di scorporo
di parti del complesso ospedaliero che sembrano più destinate a costruire
carriere che a razionalizzare e migliorare il servizio sanitario. Dopo aver
passato vent’anni ad accorpare servizi e strutture ospedaliere, con due pagine
mal scritte se ne minano le fondamenta senza indicare costi e carichi, solo
lauti incarichi.
Il commissario straordinario Schael è stato defenestrato ad agosto perché “si
rifiutava di firmare il bilancio 2024 senza verifica”, il successore Tranchida
l’ha subito fatto con la penna fortunata dell’assessore… per essere smentito una
settimana dopo dagli atti che accompagnano i rinvii a giudizio di 16 dirigenti
degli ultimi 10 anni. Le carte di questa maxi-inchiesta rivelano un quadro a dir
poco spaventoso della gestione delle Molinette, mentre l’Università se ne sta
zitta, come se non fosse anche affar suo. Storie di delibere adottate e non
applicate, di intramoenia allegra che nel 2024 è costata all’Azienda 402.633,32
euro più dei ricavi, con contributi dovuti ma mai chiesti ai medici e da questi
mai corrisposti.
Non basta, perché restano ancora da raccontare i capitoli importanti, ad esempio
quello del rapporto fra cliniche private, assicurazioni e rimborsi regionali. È
emersa una perla rara in questi giorni: i vertici delle Molinette hanno appena
deliberato un premio di 82mila euro ai dirigenti per gli ottimi risultati
ottenuti nel 2023: al direttore sanitario (che ha anche firmato la delibera)
17mila euro; al Direttore Generale fino a marzo 2025 La Valle 21mila, è la
stessa persona oggi indagata per falso in bilancio, contro il quale la Regione e
l’Azienda si sono appena costituiti parte civile.
Poi c’è l’edilizia sanitaria: fiumi di denaro per gare eterne, consulenze a
go-go spesso per certificare ciò che era già agli atti, tutte cose di cui ho
dato puntualmente conto negli anni passati senza cogliere alcun sussulto.
Intanto Novara aspetta la sua Città della Salute e Torino anche. A ogni passo
avanti corrispondono rinvii e di nuovi ospedali veri neanche l’ombra. Cirio –
governa da 8 anni – e la sua giunta propongono scenari e deliberazioni ogni
volta diverse, nel tentativo di mascherare il fallimento e rimandare ogni cosa
ai successori in attesa che maturino i loro presupposti per carriere lontano da
Torino, così tutto passerà nel dimenticatoio. Ci sono anche gli scandali per i
maltrattamenti dei pazienti, le manovre della parente di Ghiglia e molte altre
storie che finalmente vengono raccontate.
Di tutto questo ci siamo occupati e ancora ci occuperemo. Il plurale maiestatis
è d’obbligo: chi conosce le fatiche dello studio e dell’analisi documentale, sa
che i risultati non vengono da una persona sola. C’è una rete di umarel 2.0,
pensionati e non, che guardano e analizzano le “carte”, con una preferenza per
la sanità (l’età…), forti dell’esperienza di tanti anni di gestione e di
direzione, spesso presi a calci nei denti dalla politica. Molte mie info vengono
da lì: c’è sempre qualcuno che ti aiuta a trovare il bandolo, perché è lì,
davanti al “cantiere”, che osserva critica e giudica. Spesso individuando a
colpo sicuro il punto debole o dove colpisce la mazzetta. Sono loro, gli umarel
2.0, che mi hanno illuminato sul tema che segue: per un po’ non ne parlerà
nessuno, poi esploderà in tutta la sua dirompenza.
Come si costruiscono gli indicatori della buona gestione di strutture
ospedaliere? Io ho fatto così: ho acquisito i dati relativi al bilancio 2024 di
cinque importanti Aziende Ospedaliere Universitarie italiane, ne ho calcolato
l’indice di efficienza comparando i trasferimenti regionali dal F.S.R. con i
ricavi derivanti dalla attività prodotte. Il rapporto fra queste due grandezze
produce il ricavo per ogni euro investito. Ebbene, in cima alla classifica si
colloca l’Umberto I di Roma con un indice di efficienza del 3,022 (€ ricavati
per ogni € investito); segue il Sant’Orsola di Bologna col 2,52, poi l’Ospedale
Maggiore di Novara col 2,21, il San Luigi di Orbassano (TO) con l’1,90. A
seguire la Città della Salute/Molinette con l’1,45, maglia nera il Niguarda di
Milano con l’1,35 (ristrutturazione in corso nel 2024, quindi forte riduzione
dell’attività).
L’AOU Città della Salute e della Scienza di Torino ha registrato a fine 2024 una
perdita di esercizio superiore a 54 milioni di euro. Tanto, ma la perdita “vera”
sarebbe di circa 200 milioni di euro se la Regione non fosse stata
particolarmente “generosa” (403 mln di euro), trasferendole in percentuale più
fondi che all’AOU San Luigi di Orbassano (306 mln) e dell’AOR Maggiore di Carità
di Novara (263 mln). Siccome le risorse per la sanità regionale sono stabilite a
livello nazionale, quella “bruciate” dalla Città della Salute torinese sono
state “sottratte” alle altre ASL e ASO del Piemonte.
Il mio non è accanimento ideologico. Questo settore “spende” ogni anno risorse
pubbliche per quasi 10 miliardi, il 5,8% del Pil della Regione. I dati e le
evidenze sembrano dimostrare che una sanità pubblica gestita così male
costituisce un freno al progresso. Da tempo orma i il Piemonte non è più uno dei
vertici del triangolo industriale del Nord, con questa gestione della sanità
rischia di diventare anche un’emergenza nazionale.
L'articolo Il disastro della sanità piemontese ora è valanga: 10 miliardi di
risorse per un settore inefficiente proviene da Il Fatto Quotidiano.