“Il fine politico di imbrigliare l’azione del pm attraverso la separazione delle
carriere, attraendolo inevitabilmente nella sfera dell’esecutivo, se non
direttamente, attraverso il raccordo con la maggioranza parlamentare, è
questione di tempo e appare ineluttabile. Di qui il dovere di denunciare il
concreto rischio di una involuzione della stessa democrazia”. È l’allarme
lanciato da Enrico Zucca, procuratore generale di Genova, durante la cerimonia
di apertura dell’anno giudiziario 2026. Un intervento applauditissimo da una
sala gremita di magistrati, incentrato in larga parte sui rischi legati alla
“riforma della magistratura”, “coperta dalla foglia di fico della separazione
delle carriere”: “Mai nella storia delle riforme sono state avanzate e
realizzate proposte di tale vasta portata sulla scorta di così fragili e ambigue
evidenze”, afferma Zucca. “La riforma ha evidentemente altri fini, che non sono
quelli della inutile e indimostrata inerenza alla struttura del processo
accusatorio. Il fine ormai dichiarato è il riassetto dei confini tra i poteri
con la riduzione della autonomia e indipendenza della magistratura“. Lungi dal
ritenere fisiologico il conflitto tra poteri in cui l’uno guarda e si difende
dallo sconfinamento dell’altro, lo si vuole eliminare, per riaffermare la
predominanza dell’assetto governativo parlamentare, con l’ausilio di collaterali
e più importanti riforme costituzionali dirette all’accentramento del potere per
derivazione plebiscitaria. Terreni già percorsi in altri Paesi in cui si
riconosce la deriva autoritaria, il primo passo essendo stato la accresciuta
ingerenza nella scelta dei giudici anche attraverso la modifica degli organismi
di autogoverno”.
Prima di essere nominato come magistrato inquirente più alto in grado della
Liguria, Zucca è stato un pm che ha legato il suo nome ad alcune grandi
inchieste, come quelle sul serial killer Donato Bilancia e sulle violenze alla
scuola Diaz durante il G8 del 2001. L’ombra del summit riaffiora anche nel
discorso alla cerimonia: “Quest’anno segna la ricorrenza del venticinquennale
del G8 di Genova 2001. Il diritto alla libertà di manifestazione in quei giorni
si è trovato sopraffatto da una repressione in reazione a degenerazioni
violente, ma minoritarie, una repressione che è stata stigmatizzata come la più
grave violazione di diritti umani in una società democratica occidentale dal
dopoguerra (…) Sul G8 non possono esserci ambiguità: si è trattato di una
infamia e una aberrazione, le cose vanno viste come sono, senza veli di sorta.
Negando questa premessa, è inutile discutere”. L’anniversario è un’occasione per
mettere in guardia su possibili derive legate all’“impunità” degli agenti, già
sanzionata dal Consiglio d’Europa, e ai rischi connessi ai decreti approvati (o
in corso di approvazione) dal governo in tema di sicurezza: “Non possiamo
illuderci che, come nelle tendenze ispiratrici di ulteriori riforme in tema di
sicurezza, l’ordine pubblico debba avere come postulati l’uso della coercizione
e del contrasto militare, con garanzie di immunità funzionali di varia specie”.
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democratica con la riforma. Il fine è il riassetto tra poteri” proviene da Il
Fatto Quotidiano.
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“La magistratura, che esercita la funzione giurisdizionale affinché la legge sia
uguale per tutti, sente di aver adempiuto il proprio dovere se il diritto, ogni
diritto, ha effettiva tutela e non se è soltanto declamato. La sua autonomia e
la sua indipendenza non sono un privilegio, ma sono presupposti perché il
giudice sia sempre imparziale. La preoccupazione della magistratura è quindi
volta a garantire che resti effettiva l’indipendenza e l’autonomia della
giurisdizione come caposaldo del sistema costituzionale“. All’inaugurazione
dell’anno giudiziario 2026 in Cassazione, di fronte al capo dello Stato Sergio
Mattarella e al ministro della Giustizia Carlo Nordio, il primo presidente della
Suprema Corte Pasquale D’Ascola dedica un passaggio esplicito della sua
relazione alla riforma della magistratura su cui si terrà il referendum
costituzionale a marzo.
D’Ascola – scelto dal Csm a settembre come successore di Margherita Cassano –
cita il documento finale approvato lo scorso giugno dall’assemblea generale
straordinaria della Cassazione, in cui si esprimeva il “preoccupato auspicio che
venga escluso ogni possibile rischio di indebolimento, o solo anche di
appannamento, dei principi costituzionali fondanti della giurisdizione, primo
fra tutti quello della sua indipendenza in ogni articolazione o componente”. Ma
resterà la “professionalità del magistrato”, assicura, “lo schermo contro ogni
timore derivante dalla trasformazione del Consiglio superiore della
magistratura, presidio dell’indipendenza e autonomia” dell’ordine giudiziario,
rivoluzionato dalla riforma Nordio che lo divide in tre organi distinti (uno per
i giudici e uno per i pm, più l’Alta Corte disciplnare) togliendo ai magistrati
il diritto di eleggere i propri rappresentanti, selezionati per sorteggio.
D’Ascola invita inoltre a “coltivare con tenacia un clima di rispetto reciproco
e fattiva collaborazione tra le istituzioni, che permetta lo sviluppo di un
dialogo pacato e razionale sul futuro della Giustizia”.
In prima fila c’è Mattarella, che come ogni anno fa il suo ingresso solenne
nell’Aula Magna del Palazzaccio accompagnato dal primo presidente e dal
procuratore generale Pietro Gaeta. Presenti anche i presidenti di Camera e
Senato, Lorenzo Fontana e Ignazio La Russa (seduto accanto a Nordio) e il
sottosegretario alla presidenza del Consiglio Alfredo Mantovano. D’Ascola – come
già aveva fatto l’anno scorso Cassano – cita i fenomeni criminali che
trasformano la società e a cui i giudici guardano “con occhio attento” : “I
reati di violenza in danno delle donne con la barbarie dei femminicidi, la
trasformazione, fonte di insicurezza e instabilità, del mondo del lavoro, che
reca con sé il tragico bilancio di morti e infortuni sul lavoro, la piaga dei
suicidi in carcere”.
Il primo presidente rivolge poi l’invito a Nordio a “colmare le carenze di
organico del personale amministrativo, ancora molto rilevanti per i continui
pensionamenti” e perché i funzionari dell’Ufficio per il processo, “non avendo
avuto tempestiva conferma della stabilizzazione, hanno in gran parte preferito
dirigersi verso occupazioni più certe e remunerative. Gli uffici giudiziari,
Corte di cassazione in testa, sono stati fieri di aver formato migliaia di
giovani funzionari laureati, ma meglio sarebbe stato poterli trattenere tutti
definitivamente e poterli affiancare ai magistrati”, mentre finora il ministero
ha garantito la stabilizzazione solo di una parte.
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magistratura resti effettiva. Preoccupati per indebolimento dell’indipendenza”
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