“Il fine politico di imbrigliare l’azione del pm attraverso la separazione delle
carriere, attraendolo inevitabilmente nella sfera dell’esecutivo, se non
direttamente, attraverso il raccordo con la maggioranza parlamentare, è
questione di tempo e appare ineluttabile. Di qui il dovere di denunciare il
concreto rischio di una involuzione della stessa democrazia”. È l’allarme
lanciato da Enrico Zucca, procuratore generale di Genova, durante la cerimonia
di apertura dell’anno giudiziario 2026. Un intervento applauditissimo da una
sala gremita di magistrati, incentrato in larga parte sui rischi legati alla
“riforma della magistratura”, “coperta dalla foglia di fico della separazione
delle carriere”: “Mai nella storia delle riforme sono state avanzate e
realizzate proposte di tale vasta portata sulla scorta di così fragili e ambigue
evidenze”, afferma Zucca. “La riforma ha evidentemente altri fini, che non sono
quelli della inutile e indimostrata inerenza alla struttura del processo
accusatorio. Il fine ormai dichiarato è il riassetto dei confini tra i poteri
con la riduzione della autonomia e indipendenza della magistratura“. Lungi dal
ritenere fisiologico il conflitto tra poteri in cui l’uno guarda e si difende
dallo sconfinamento dell’altro, lo si vuole eliminare, per riaffermare la
predominanza dell’assetto governativo parlamentare, con l’ausilio di collaterali
e più importanti riforme costituzionali dirette all’accentramento del potere per
derivazione plebiscitaria. Terreni già percorsi in altri Paesi in cui si
riconosce la deriva autoritaria, il primo passo essendo stato la accresciuta
ingerenza nella scelta dei giudici anche attraverso la modifica degli organismi
di autogoverno”.
Prima di essere nominato come magistrato inquirente più alto in grado della
Liguria, Zucca è stato un pm che ha legato il suo nome ad alcune grandi
inchieste, come quelle sul serial killer Donato Bilancia e sulle violenze alla
scuola Diaz durante il G8 del 2001. L’ombra del summit riaffiora anche nel
discorso alla cerimonia: “Quest’anno segna la ricorrenza del venticinquennale
del G8 di Genova 2001. Il diritto alla libertà di manifestazione in quei giorni
si è trovato sopraffatto da una repressione in reazione a degenerazioni
violente, ma minoritarie, una repressione che è stata stigmatizzata come la più
grave violazione di diritti umani in una società democratica occidentale dal
dopoguerra (…) Sul G8 non possono esserci ambiguità: si è trattato di una
infamia e una aberrazione, le cose vanno viste come sono, senza veli di sorta.
Negando questa premessa, è inutile discutere”. L’anniversario è un’occasione per
mettere in guardia su possibili derive legate all’“impunità” degli agenti, già
sanzionata dal Consiglio d’Europa, e ai rischi connessi ai decreti approvati (o
in corso di approvazione) dal governo in tema di sicurezza: “Non possiamo
illuderci che, come nelle tendenze ispiratrici di ulteriori riforme in tema di
sicurezza, l’ordine pubblico debba avere come postulati l’uso della coercizione
e del contrasto militare, con garanzie di immunità funzionali di varia specie”.
L'articolo Anno giudiziario, il pg Zucca a Genova: “Rischio di involuzione
democratica con la riforma. Il fine è il riassetto tra poteri” proviene da Il
Fatto Quotidiano.
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“Il 6 febbraio, con uno sciopero di 24 ore, bloccheremo 21 porti nell’area del
Mediterraneo“. Ieri, al Cap di via Albertazzi a Genova, l’assemblea convocata
dal Calp e Usb ha lanciato la giornata internazionale di sciopero contro la
guerra, alla quale prenderanno parte dieci porti italiani. Oltre a Genova, ci
saranno mobilitazioni a Livorno, Trieste, Ravenna, Ancona, Civitavecchia,
Salerno, Bari, Crotone e Palermo. José Nivoi, sindacalista del Collettivo
autonomo lavoratori portuali di Genova e dell’Usb, spiega al Fatto la geografia
della mobilitazione: “Saranno mobilitati 21 porti del Mediterraneo: dalla Grecia
alla Spagna, dal Marocco alla Turchia. La guerra non è un tema “esterno” al
lavoro, è una scelta politica che pesa sulla busta paga”. Nivoi rivendica un
percorso nato a Genova e poi allargato, tra mobilitazioni e incontri tra porti
in questi anni, “con l’accelerazione degli ultimi tre anni in solidarietà alla
Palestina“. Oggi il bersaglio dichiarato è il riarmo europeo, che per i portuali
“va a impoverire ulteriormente i lavoratori”.
A Genova lo sciopero inizierà con un presidio alle 18.30 al varco di San Benigno
aperto alla cittadinanza. I porti turchi e greci partiranno “un’ora dopo” per il
fuso orario. Gli altri, invece, faranno “blocchi dei porti e manifestazioni
dalle ore 18 in poi”, nello stesso momento. La mobilitazione, trainata
soprattutto dai portuali italiani e greci, è anche un test per chi a questa data
ha preferito non aderire ufficialmente, pur avendo partecipato al percorso
organizzativo,
e condividendone lo slancio, come, per ora, i francesi: “Uno sciopero
internazionale così non è mai stato fatto. È la prima volta che un settore si
muove su parole d’ordine non solo strettamente lavorative ma anche etiche e
politiche”.
Scopo della giornata di blocchi è produrre un impatto sui lavori portuali “per
dire chiaramente che i lavoratori non saranno complici dell’economia di guerra”.
Presente all’assemblea anche Carlo Tombola, dell’Osservatorio sulle armi nei
porti – Weapon Watch: “Quando abbiamo iniziato a occuparci delle filiere delle
armi con il Calp era evidente una sproporzione tra la filiera internazionale
della guerra e le lotte sindacali divise tra i singoli porti. Mancava quella
controparte, che oggi stiamo vedendo, all’altezza di questa internazionalità”.
Per Tombola mantenere vivo questo coordinamento non è solo una questione di
scioperi, ma è anche funzionale a “svelare le catene logistiche militari” e a
far capire “il punto in cui siamo arrivati. Deve passare il messaggio che la
guerra colpisce gli interessi di tutti, tranne quelli che nella guerra ci
guadagnano”. Anche per Francesco Staccioli, Usb, si tratta di un unico
meccanismo in cui “guerra e sfruttamento” si tengono: “La guerra è l’altra
faccia della medaglia dello sfruttamento dei lavoratori e delle risorse”. Nel
suo intervento allarga il fronte oltre i porti e chiama in causa le ferrovie:
parla di “militarizzazione” e di “treni carichi di armi”, da “bloccare come
fatto con le navi”.
L'articolo “Stop al riarmo europeo e al conflitto in Palestina”, annunciato
sciopero dei porti nel Mediterraneo: blocco in 21 scali proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Resta chiuso il traffico sulla statale Aurelia vicino alla galleria Pizzo nel
territorio comunale di Arenzano (Genova) a causa dell’imponente frana avvenuta
ieri sera per il cedimento della rete di contenimento. Le squadre Anas e il
personale tecnico sono intervenuti nella serata di ieri e sono tuttora impegnati
nelle operazioni di rimozione dei detriti e nelle verifiche tecniche sulla
stabilità del versante. L’obiettivo è garantire il ripristino della circolazione
in totale sicurezza nel minor tempo possibile. Al momento, la chiusura interessa
entrambe le direzioni di marcia. Il traffico veicolare è stato deviato
sull’autostrada A10. Sono proseguite tutta la notte le operazioni di ricerca dei
vigili del fuoco di eventuali persone coinvolte nella frana avvenuta ieri sera
ad Arenzano. Ricerche al momento con esito negativo.
L'articolo Imponente frana travolge l’Aurelia ad Arenzano: strada chiusa, nessun
ferito – Video proviene da Il Fatto Quotidiano.
Scuole chiuse e oltre cinquecento persone evacuate a Niscemi, cittadina di
25mila abitanti in provincia di Caltanissetta, dove una frana iniziata intorno
alle 13 di domenica 25 gennaio ha causato importanti lesioni e un allarme per
rischio idrogeologico. Lo smottamento del terreno è stato accentuato dalle fitte
piogge che hanno interessato gran parte della Sicilia a seguito dell’arrivo del
ciclone Harry. Per chi ha dovuto o voluto lasciare la propria casa è stato
disposto dalla Protezione Civile un servizio di accoglienza: molti hanno passato
la notte nel palasport “Pio La Torre”, mentre da Palermo sono arrivate centinaia
di brandine destinate alle persone sfollate. Situazione critica anche per i
collegamenti stradali, con il paese a rischio isolamento: la frana infatti ha
interrotto la strada provinciale SP10 e l’unica via di collegamento con la
statale Gela-Catania resta la provinciale 11. Già il 16 gennaio nella cittadina
si era verificato un evento simile: è stato convocato un tavolo tecnico per
studiare eventuali correlazioni tra i due avvenimenti.
Domenica il sindaco Massimiliano Conti ha disposto la chiusura delle scuole a
partire da lunedì mattina. “Nella notte la situazione è notevolmente peggiorata.
Siamo molto preoccupati. Al momento l’unico modo per arrivare a Niscemi è da
Caltagirone, ma stiamo cercando delle alternative viarie. La situazione è
drammatica“, ha dichiarato il primo cittadino. L’amministrazione ha attivato il
Centro operativo comunale. Il ministro per la Protezione civile Nello Musumeci
ha fatto sapere di essere aggiornato sul caso: “Ho sentito il sindaco
assicurando la massima collaborazione del governo Meloni e del nostro
dipartimento nazionale di Protezione civile, che ha già disposto l’invio di un
team di tecnici”. Il governatore Renato Schifani assicura che “La Regione
Sicilia è pronta a fare tutto il possibile per garantire la sicurezza dei
cittadini, dare assistenza agli sfollati, molti a titolo precauzionale, e
ripristinare al più presto i collegamenti viari”.
In accordo con Schifani, il dirigente generale della protezione civile siciliana
Salvo Cocina si è recato sul posto e seguirà da vicino l’evolversi degli eventi.
Presenti anche i Vigili del fuoco, i tecnici comunali, i tecnici del
dipartimento regionale della Protezione civile e le forze dell’ordine. “Nella
notte la frana si è mossa ancora e si è estesa in direzione Gela”, comunica
Cocina. Martedì è atteso in città anche il professor Nicola Casagli, presidente
dell’Istituto nazionale di Oceanografia e Geofisica sperimentale. La frana di
Niscemi non è stata l’unica in questi giorni in Italia: domenica sera, in
provincia di Genova, la statale Aurelia ha ceduto nel comune di Arenzano
all’altezza della galleria Pizzo. La strada è stata chiusa in entrambe le
direzioni, e le operazioni di messa in sicurezza sono proseguite tutta la notte.
Sul posto è stato attivato il protocollo Usar, con il supporto di unità
cinofile, mezzi di movimento terra e personale specializzato.
L'articolo Sicilia, Niscemi isolata da una frana: scuole chiuse e oltre 500
sfollati. Il sindaco: “Situazione drammatica” proviene da Il Fatto Quotidiano.
Il Museo più antico di Genova è chiuso dall’8 aprile 2025, e potrebbe riaprire i
battenti dopo il 2030. Insieme alla biblioteca specializzata che contiene circa
95mila opere tra monografie e miscellanee. “Chiuso temporaneamente per attività
di manutenzione della struttura e tutela delle collezioni”, spiega l’avviso che
compare nella home del portale del Museo di Storia Naturale Giacomo Doria. “Nato
nel 1867 (…) possiede ricchissime collezioni scientifiche formate da 4 milioni e
mezzo di reperti ed esemplari provenienti da ogni parte del mondo (…) Quelli
esposti sono 6.000, distribuiti in 23 sale, su due piani”. Mammiferi e uccelli,
rettili e anfibi, pesci e insetti, invertebrati e botanica, fossili e minerali.
Reperti esposti e spiegati, per essere fruiti. Ma la nuova giunta di Silvia
Salis vuole cambiare il volto del museo, non solo ristrutturarlo. Dunque i tempi
di chiusura si allungano fino a data de destinarsi.
IL MUSEO E I LAVORI IN CORSO
“Il ricco percorso di visita è a tutti gli effetti un viaggio nella biodiversità
del pianeta ed è particolarmente attrattivo per bambini, ragazzi, famiglie e per
tutti gli amanti della natura”, si legge sul portale del Museo. Ed infatti nel
2024 ha registrato 65.657 ingressi, l’anno precedente 44.316 ingressi, nel 2022
66.887 e nel 2019, l’anno pre-Covid, addirittura 71.073. Anche per questo la
prolungata chiusura del “museo degli animali morti”, come lo chiamano i
bambini”, allarma. Anche se le attività scientifiche e di conservazione
proseguono. Mentre il progetto “Fuori Museo”, permette di portare nelle scuole e
in altri spazi civici della città i reperti e le attività didattiche.
“Il Museo è stato chiuso perché necessita di importanti lavori di
ristrutturazione”, faceva sapere il tavolo della Cultura del Comune, quasi al
termine dei sei mesi nei quali a svolgere le funzioni di sindaco c’era Pietro
Piciocchi, già vicesindaco della giunta guidata da Marco Bucci: “C’è bisogno di
mettere mano alla situazione anche per questioni di sicurezza, a cominciare
dallo scalone principale”. Per questo motivo il Comune nel Programma triennale
dei lavori pubblici 2025-2027 inserisce un milione di euro “Per completamento
dei lavori di adeguamento antincendio finalizzati alla Scia”. La somma si
aggiunge a 1.340.000 euro “Per impermeabilizzazione copertura”. Non è tutto. Nel
Programma triennale lavori pubblici 2026-2028 previsti 1,3 milioni per
“Interventi di messa a norma impianti meccanici”.
L’ASSESSORE: “RISTRUTTURARE NON BASTA, PER IL NOSTRO PROGETTO SERVONO ALMENO 4
ANNI”
Lavori che la nuova giunta comunale guidata Silvia Salis, ritiene per certi
versi inadeguati. Meglio, insufficienti: la chiusura, necessaria, può
trasformarsi in un’occasione per agire radicalmente sulla struttura. Lo lascia
intendere, in una recente intervista televisiva, l’assessore alla Cultura
Giacomo Montanari: “Qui si può intervenire con un lavoretto, fatto per sistemare
alla bene e meglio. Investendo quasi 4 milioni di euro in una sistemazione
sostanzialmente impiantistica che quindi nulla ha che fare con le conservazioni
delle collezioni, né con la fruizione delle collezioni”. “Oppure – prosegue
Montanari – ed è la strada che vorremmo seguire, avere un progetto ambizioso.
Cioè ridare alla città un museo di livello internazionale, così come era il
Museo Doria alla fine dell’Ottocento quando nacque”.
Per realizzare questo auspicio “serve un po’ più di tempo. L’orizzonte temporale
non lo conosciamo nel dettaglio. Però per un progetto di questo livello credo
che almeno 4 anni siano necessari, tra la progettazione e l’esecuzione”, spiega
a ilfattoquotidiano.it l’assessore Montanari. Che aggiunge: “L’idea è quella di
impegnare l’anno in corso per provvedere alla progettualità, con una parte delle
cifre disponibili. Sperando magari di poter procedere ad una riapertura per
blocchi. Nel mentre serve reperire ulteriori risorse”.
L’ASSOCIAZIONE: “CHIUSURA LUNGA? NON CE LO ASPETTAVAMO, ERANO PREVISTE DIVERSE
MOSTRE”
I prolungati tempi di chiusura, oltre a provocare critiche nelle opposizioni
politiche in consiglio, sembrano costituire il motivo di maggior preoccupazione
di molti. “Ci aspettavamo dei lavori, ma non una chiusura così lunga,
specialmente perché erano previste diverse mostre tra cui quella di Marie
Curie”, spiega Carla Olivari, presidente dell’associazione Amici del Museo
Doria. Coniugare le legittime esigenze dei visitatori con la volontà degli
amministratori di restituire alla Città un Luogo, non solo più sicuro, ma anche
più attrattivo. La sfida è anche questa.
L'articolo Genova, Museo di Storia Naturale chiuso per lavori: riaprirà (forse)
nel 2030 proviene da Il Fatto Quotidiano.
Il tribunale dei minori di Genova ha deciso di scarcerare in anticipo, una delle
ragazze coinvolte nel lancio di una bici di Murazzi che, tre anni fa, ha reso
Mauro Glorioso tetraplegico. La giovane, condannata a 6 anni e 8 mesi per non
aver fermato il lancio di una bicicletta elettrica dalla balaustra ai Murazzi,
ha lasciato ieri l’istituto penitenziario di Pontremoli, dove si trovava da
quando l’incidente avvenne nella notte tra il 20 e il 21 gennaio 2023.
La giovane, all’epoca minorenne, era tra i presenti quando un gruppo di amici ha
lanciato la pesante bicicletta. Il tribunale ha accolto la richiesta di
affidamento in prova al servizio sociale, riconoscendo un “maggiore livello di
consapevolezza” da parte della giovane riguardo le proprie responsabilità. Oltre
a proseguire il suo percorso di recupero psicologico, la ragazza dovrà
impegnarsi in attività di volontariato con la Croce Rossa e praticare la boxe,
sport che le è stato consigliato per trasmetterle valori come rispetto,
dedizione e responsabilità.
Nel processo, emerse anche alcune chat che i giovani si scambiarono dopo
l’incidente, rivelando una totale mancanza di rimorso, con i membri del gruppo
che continuarono a divertirsi e scherzare senza preoccuparsi della gravità della
situazione. L’autista del bus su cui salirono i ragazzi raccontò che erano
“rumorosi, scherzavano, facevano baccano” dopo l’incidente. Mauro, che oggi è
paralizzato dal collo in giù, ha completato la sua laurea in Medicina lo scorso
novembre, dichiarando di concentrarsi su ciò che può fare e guardando al futuro.
L'articolo Scarcerata la ragazza che assistette al lancio della bici sui
Murazzi: inizia il percorso di riabilitazione proviene da Il Fatto Quotidiano.
È un anonimo lo 007 israeliano autore del dossier che ha portato
all’incriminazione di Mohamed Hannoun, per ragioni di sicurezza nazionale. Ma il
suo nome se lo sono dimenticato in copia conoscenza nel fascicolo a cui hanno
accesso, oltre alla Procura, anche tutte le difese degli imputati. Il misterioso
“Avi”, autore del rapporto “Expert” che collega le associazioni benefiche
palestinesi finanziate da Hannoun che in realtà sarebbero legate ad Hamas, ha un
nome e cognome: si chiama Avi Abramson, ed è un esperto di antiterrorismo che
lavora per il National Bureau of Counter Terrorism Financing of Israel, branca
dei servizi di sicurezza di Tel Aviv che si occupa di intelligence finanziaria.
Sembra incredibile, ma un banale errore da comuni mortali poco avvezzi
all’informatica (non coprire la copia conoscenza di un’email) sembrerebbe aver
vanificato l’imponente apparato di sicurezza messo in piedi in questo insolito
canale di cooperazione giudiziaria internazionale, la “collaborazione spontanea”
offerta dai servizi di sicurezza israeliani, che ha velocizzato le vie ordinarie
saltando rogatorie o richieste di estradizione. A garantire per l’identità di
“Avi”, nella lettera di accompagnamento del rapporto, è una sua collega. Che
però sembrerebbe essersi dimenticata il nome dell’anonimo nell’email inviata
alle autorità italiane.
Il dossier in questione è quello che di fatto fornisce la prova fondamentale
delle accuse contestate dalla Procura di Genova ad Hannoun e agli altri
indagati: il collegamento fra le associazioni finanziate e Hamas. Un passaggio
contestatissimo dal collegio difensivo degli indagati, che domani farà valere
questa argomentazione davanti al tribunale del Riesame. Per i legali sarebbero
inutilizzabili quelle prove, sia perché provengono da un Paese estero impegnato
in un conflitto, sia perché sarebbe materiale di intelligence non vagliato da
un’autorità giudiziaria, sia perché sarebbe stato raccolto in contesti in cui
sono stati commessi presunti crimini di guerra. È lo stesso Avi, nel suo report,
a indicare che alcune prove sarebbero state raccolte durante operazioni, poi
ricollegate dai difensori a bombardamenti di ospedali e campi profughi. A questo
punto potrebbe diventare determinante, in caso di futuro processo, la
disponibilità a testimoniare in Italia da parte dell’agente israeliano. Il nome
di Avi Abramson compare in rete legato a due eventi specifici. Il primo riguarda
un incontro pubblico organizzato dalle autorità israeliane nel 2020, che ha come
tema centrale il collegamento fra ong e organizzazioni terroristiche. In quel
consesso Abramson interviene come “esperto di antiterrorismo con diciannove anni
di carriera alle spalle”. Il secondo è legato alla delegazione israeliana che
nel 2016 difese l’operato del governo di Tel Aviv di fronte alla Commissione Onu
contro la tortura. In quell’occasione Abramson risulta aver partecipato come
consigliere legale dell’allora primo ministro israeliano.
Stamattina comincerà la discussione delle misure cautelari di fronte al
tribunale del Riesame. Il collegio difensivo ne chiede l’annullamento. Oltre
all’inutilizzabilità delle prove israeliane, i difensori puntano anche su un
precedente, finora non noto, o perlomeno non citato nell’ordinanza del tribunale
di Genova. Non c’è solo il precedente della Procura e del tribunale ligure, che
nei primi anni Duemila archiviarono le vecchie indagini di Hannoun. Anche la
Procura di Roma, più di recente, aveva archiviato le accuse nei confronti di un
membro della stessa associazione. Per il pm di allora, Eugenio Albamonte, oggi
membro della Direzione nazionale antimafia e antiterrorismo, finanziare
“associazioni che operano in territori governati da Hamas”, anche laddove il
sostegno riguardi “famiglie di attentatori suicidi”, “non integra il reato di
finanziamento al terrorismo”, se non è provato “un collegamento univoco fra
finanziamenti e azioni terroristiche”.
E ancora: “Sul punto non appare potersi attribuire rilievo al fatto che le
associazioni che ricevono i finanziamenti in Palestina siano comunque collegate
ad Hamas – scriveva ancora Albamonte – Infatti dal 2007 Hamas è strutturato
quale una sorta di partito-Stato che controlla la cosiddetta Striscia di Gaza
esercitando su di essa le prerogative sovrane, comprese quelle amministrative e
solidaristico sociali (assistenza, istruzione, sanità ecc.). In questo contesto
è quindi necessario operare un attento discernimento, al fine di onorare il
principio di necessaria offensività imposto da un’interpretazione della legge
che sia fedele al dettato costituzionale. E’ necessario cioè distinguere tra
finalità di tipo terroristico militare (pienamente riconducibili all’ipotesi di
reato) e finalità socio assistenziali dei finanziamenti (che devo essere
ritenute immuni da sanzione penale). Né può essere accettato il sillogismo che
vuole qualificare come terroristiche anche le finalità civili le quali,
comunque, sarebbero funzionali a conservare ed accrescere il prestigio di Hamas
nella popolazione palestinese e, conseguentemente a rafforzarne indirettamente
ed implicitamente l’azione terroristico – militare”. Un principio che invece, in
quest’ultima inchiesta, è stata ribaltato invece dal tribunale di Genova,
secondo cui i finanziamenti ad associazioni legate ad Hamas, anche quando
indirizzati ad associazione benefiche, avrebbero comunque accresciuto il potere
dell’organizzazione”.
La Procura di Roma nel 2018 aveva anche messo in guardia sull’utilizzazione di
prove di autorità estere: “Allo stesso modo non appare apprezzabile la
circostanza in base alla quale alcune associazioni palestinesi destinatarie di
fondi sarebbero state considerate terroristiche dallo Stato di Israele o
dall’Autorità nazionale palestinese proprio per il loro collegamento ad Hamas.
Infatti non può essere in alcun modo trasferita nel nostro sistema sanzionatorio
penale una determinazione assunta da altre autorità politiche, giudiziarie e di
polizia senza una approfondita valutazione degli elementi fattuali che
concretizzino condotte rilevanti penalmente poste in essere nel nostro Paese
alla luce dei principi giuridici qui vigenti. Le stesse considerazioni valgono
per simili determinazioni assunte dalle autorità statunitensi in relazione ad
associazioni apparentemente simili a quella qui ricostruita”.
L'articolo Caso Hannoun, ecco chi è il misterioso 007 israeliano che ha fornito
la prova che collega le associazioni finanziate e Hamas proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Faccetta nera che suona a tutto volume alla giostra degli autoscontri. È quanto
ripreso da un cittadino genovese al Luna Park invernale della città, medaglia
d’oro per la Resistenza. Il video ha fatto rapidamente il giro del web,
scatenando indignazione. La stessa provata anche dall’autore del video che nella
clip prova, invano, a parlare col giostraio. “Bravo, complimenti”, gli dice il
cittadino, mentre il giostraio gli risponde “è solo una canzone”. Ma lui lo
ammonisce: “Guarda che questa è apologia del fascismo, è reato. Questa canzone è
reato”. Pochi giorni prima di Natale, a Sanremo, stessa vicenda: un video
mostrava la canzone come sottofondo in un luna park, tra ragazzi in fila e
giostre in movimento.
“A Genova non c’è e non ci sarà mai spazio per nostalgie fasciste”, commenta la
sindaca del capoluogo ligure, Silvia Salis. “Il video che sta circolando in
rete, relativo ai fatti di ieri sera, è attualmente oggetto di tutti gli
approfondimenti necessari – aggiunge – Genova, purtroppo, non è l’unica città in
cui durante queste festività si è diffusa questa moda incommentabile. Un gesto
che, anche qualora non fosse dettato da precise motivazioni politiche, resta
comunque un atto di profonda stupidità e irresponsabilità. Come cantava Giorgio
Gaber, ‘Il saluto vigoroso a pugno chiuso è un antico gesto di sinistra, quello
un po’ degli anni ’20 un po’ romano è da stronzi oltre che di destra’”.
La sindaca assicura che verranno vagliate “tutte le azioni possibili da parte
dell’amministrazione pubblica, comprese eventuali sanzioni, e chiediamo lo
stesso alle altre autorità competenti. Ci auguriamo una presa di posizione netta
e immediata da parte degli organizzatori del Winter Park, che porti
all’esclusione dell’attrazione coinvolta. Ci attendiamo inoltre, nelle prossime
ore, una condanna chiara e senza ambiguità da parte di tutti i partiti e i
movimenti politici della città. Genova è e resterà sempre orgogliosamente
antifascista”.
L'articolo Al luna park di Genova suona Faccetta nera agli autoscontri. La
sindaca Salis: “Grave, qui non c’è spazio per nostalgie fasciste” proviene da Il
Fatto Quotidiano.
Una staffetta silenziosa che corre lungo l’Italia, lontano dai riflettori ma
decisiva come poche altre. È il circuito virtuoso della sanità pubblica, della
competenza e della solidarietà tra ospedali. Ed è grazie a questa rete se oggi
alcuni giovanissimi pazienti, rimasti gravemente feriti nell’incendio del bar di
Crans-Montana, stanno combattendo con più armi a disposizione la loro battaglia
più dura: quella per la sopravvivenza. Al Niguarda di Milano, dove sono
ricoverati alcuni dei ragazzi ustionati, nelle ore successive al loro arrivo è
scattata un’emergenza nell’emergenza. Per trattare ustioni estese e
profondissime serviva subito un farmaco altamente specialistico, raro, costoso e
non disponibile in quel momento nelle scorte dell’ospedale milanese. La risposta
è arrivata da Genova, dal Centro Grandi Ustionati dell’Ospedale Villa Scassi:
quindici flaconi di estratto di bromelina, per un valore complessivo di circa 20
mila euro, spediti d’urgenza verso il capoluogo lombardo
Non è solo una spedizione di farmaci. Villa Scassi – che aveva dato
disponibilità al trattamento di pazienti – è uno degli otto centri italiani
certificati dall’European Burns Association per standard qualitativi di
altissimo livello, ed è stato tra i primi in Italia a sperimentare e utilizzare
questo trattamento innovativo. Quando Niguarda ha chiesto aiuto, Genova ha
aperto il proprio magazzino senza esitazioni. Perché, nei grandi ustionati, il
tempo non è una variabile: è una questione di vita o di morte.
PERCHÉ QUESTO FARMACO È COSÌ DECISIVO
Il nome commerciale è NexoBrid. Dietro, c’è una delle innovazioni più radicali
degli ultimi decenni nella cura delle ustioni gravi. Il suo principio attivo è
la bromelina, un concentrato di enzimi estratti dal gambo dell’ananas. Sembra
quasi fantascienza, ma è scienza purissima applicata alla medicina d’urgenza.
Quando una persona subisce ustioni profonde, la pelle bruciata forma rapidamente
un’escara: una crosta dura, nera, apparentemente “protettiva”, che in realtà
diventa un terreno ideale per i batteri. Da lì le infezioni possono entrare nel
sangue, scatenando sepsi devastanti. Rimuovere quella pelle morta il prima
possibile è vitale. Ma farlo con la chirurgia tradizionale significa interventi
lunghi, sanguinamenti importanti, anestesia generale e un ulteriore stress per
un corpo già allo stremo.
Il farmaco cambia completamente lo scenario. È un gel enzimatico che viene
applicato direttamente sull’ustione e lasciato agire per circa quattro ore. Gli
enzimi della bromelina “digeriscono” selettivamente solo il tessuto morto,
quello denaturato dal calore, risparmiando in modo sorprendente il tessuto sano
sottostante. La selettività arriva fino al 98%. Dopo poche ore, l’escara si
stacca con un semplice lavaggio, senza bisturi, senza grandi perdite di sangue.
Il risultato è una ferita pulita, pronta per eventuali innesti cutanei, con meno
dolore, meno infezioni, meno cicatrici e soprattutto con molte più possibilità
di sopravvivenza. È per questo che, come spiega il direttore del Centro Grandi
Ustionati di Villa Scassi, Giuseppe Perniciaro, l’introduzione di questa terapia
ha rivoluzionato l’approccio alla fase acuta del grande ustionato: se prima si
dovevano attendere 5-7 giorni prima di intervenire chirurgicamente, oggi si può
agire nelle primissime ore dal trauma.
UNA STORIA DI RICERCA CHE NASCE LONTANO
La storia del farmaco inizia all’inizio degli anni Duemila, in Israele, nella
cittadina di Yavne. Una piccola biotech, MediWound, decide di sfruttare le
proprietà proteolitiche della bromelina e trasformarle in un’arma terapeutica
contro uno dei nemici più insidiosi delle ustioni: il tessuto necrotico. Anni di
studi, sperimentazioni e trial clinici, come spiegato dal microbiologico Marco
Zambianchi in più post su Facebook, portano nel 2012 all’approvazione europea.
Poi arrivano l’ok della FDA nel 2022, l’adozione in Giappone e persino il
sostegno del Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti, che lo considera
strategico anche in scenari di guerra e disastri di massa.
In Italia il farmaco entra presto nei centri più avanzati, prima con uso
compassionevole e poi, dal 2016, con il rimborso del Servizio Sanitario
Nazionale. Non è un farmaco “di routine”: costa, scade rapidamente e richiede
personale altamente formato. Proprio per questo non tutti gli ospedali ne
tengono grandi scorte. Ma quando l’emergenza colpisce duro, come nel caso dei
ragazzi di Crans-Montana, la rete fa la differenza. Ogni flacone copre una
porzione limitata di superficie corporea. Per un singolo paziente possono
servire più flaconi, migliaia di euro di terapia. Ma il vero valore non sta nei
numeri: sta nelle possibilità che restituisce. Possibilità di superare la fase
critica, di ridurre le complicanze, di affrontare poi il lungo percorso di
ricostruzione con un corpo meno devastato.
L'articolo Staffetta Villa Scassi-Niguarda per il super farmaco destinato ai
ragazzi feriti nel rogo di Crans-Montana proviene da Il Fatto Quotidiano.
Genova si è stretta attorno alla famiglia di Emanuele Galeppini, il 16enne morto
nella strage di Capodanno a Crans-Montana nel devastante rogo del bar-discoteca
Constellation. Questa mattina, nella chiesa parrocchiale di Sant’Antonio a
Boccadasse, il feretro del ragazzo è stato accolto da un muro di rose bianche,
da corone inviate da Regione Liguria, Comune di Genova e Genoa CFC, e da un
cuore di fiori con la scritta “Gli amici di sempre”, un omaggio delle comunità
sportive del Golf Club Rapallo e dello sci-club Crans Montana. Ieri da Roma a
Lugano sono stati celebrati i funerali degli altri cinque ragazzi morti
nell’incendio e le cui famiglie nel dolore attendono “verità e giustizia”.
La cerimonia per la giovane promessa del golf è stata officiata dall’arcivescovo
di Genova, monsignor Marco Tasca, che ha parlato della sofferenza causata dalla
perdita di Emanuele e dei suoi coetanei: “La morte di Emanuele ci lascia
storditi e increduli. Il primo pensiero è per lui, per l’interruzione dei sogni
e della sua vita. Penso ai suoi genitori, ai parenti, agli amici e a tutti noi,
partecipi di questo stordimento”. Il vescovo ha poi ricordato come la fede possa
rappresentare una certezza nei momenti di dolore, pur non cancellando la
tragedia: “Emanuele è con noi e Dio è con noi. Con fiducia chiediamo che la
giustizia faccia il suo corso e la verità emerga”.
Durante la cerimonia è intervento il fratellino di Emanuele: “Ciao Ema, per me
eri tutto, il mio esempio e il mio migliore amico. Mi mancano le risate, il golf
insieme e anche quando mi prendevi in giro. So che ora stai giocando a golf
lassù, io continuerò a giocare anche per te. Ti voglio bene per sempre”. A
queste parole si sono aggiunti i ricordi della zia e della nonna, che hanno
ripercorso la vita del ragazzo tra famiglia, amici e passioni, in particolare il
golf, disciplina che Emanuele condivideva con il nonno e che lo aveva sempre
accompagnato nei momenti felici.
La cerimonia ha visto la partecipazione del governatore della Liguria Marco
Bucci e della sindaca di Genova Silvia Salis, oltre a numerosi familiari, amici
e cittadini del borgo marinaro di Boccadasse, dove la comunità si è unita nel
ricordo del giovane. Dopo la funzione religiosa, la salma è stata trasferita al
cimitero monumentale di Staglieno, dove resterà a disposizione dell’autorità
giudiziaria, nell’ambito delle indagini sulla strage che ha causato la morte di
40 ragazzi, di cui 23 francesi e 9 italiani. La famiglia del giovane chiede
chiarezza sulle cause e aveva chiesto che fosse disposta l’autopsia.
L'articolo Crans Montana – Un muro di rose bianche per Emanuele Galeppini, il
fratellino: “Continuerò a giocare a golf con te” proviene da Il Fatto
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