Il Comitato Olimpico Internazionale (CIO) è finito al centro di una nuova
polemica globale. Oltre 80 organizzazioni – tra cui Sport & Rights Alliance,
ILGA World e Humans of Sport – chiedono di abbandonare ogni ipotesi di
introdurre test genetici obbligatori per la verifica del sesso e di vietare la
partecipazione delle atlete transgender e intersex. La presa di posizione arriva
dopo diverse indiscrezioni su un “Gruppo di lavoro sulla protezione della
categoria femminile”, accusato di scarsa trasparenza, che avrebbe raccomandato
proprio queste misure. Se confermate, segnerebbero – secondo i firmatari – “un
passo indietro di 30 anni” sul terreno dei diritti e dell’uguaglianza nello
sport.
“Una politica di test di sesso e di divieto generalizzato rappresenterebbe una
catastrofica erosione dei diritti e della sicurezza delle donne”, ha dichiarato
Andrea Florence, direttrice esecutiva di Sport & Rights Alliance. Critiche che
si estendono anche al metodo: il CIO, sostengono le organizzazioni, non avrebbe
avviato consultazioni adeguate con atlete, esperti e ricercatori. I test di
verifica del sesso non sono una novità: furono abbandonati dal CIO dopo i Giochi
del 1996 perché ritenuti “scientificamente ed eticamente ingiustificabili”.
Numerose istituzioni internazionali – dall’ONU alle principali associazioni
mediche – li hanno poi definiti discriminatori e dannosi. Secondo Payoshni
Mitra, direttrice di Humans of Sport, reintrodurli significherebbe esporre le
atlete a “umiliazioni pubbliche” e violazioni della privacy, con rischi ancora
maggiori per le minorenni. Sulla stessa linea Julia Ehrt, direttrice esecutiva
di ILGA World: “Il controllo invasivo dei corpi delle donne rafforza stereotipi
dannosi ed espone tutte le atlete a ulteriori abusi”.
Il nodo, però, non è solo giuridico o etico: è anche scientifico. Le
organizzazioni contestano l’idea che esista un criterio semplice e universale
per determinare il sesso biologico e, soprattutto, eventuali vantaggi atletici.
Un punto su cui insiste anche Rosario Coco, coordinatore dell’ufficio Outsport
di Aics. “A otto anni dalla prima ricerca europea su persone LGBT e sport era
già chiarissimo che le persone trans sono le più discriminate: circa il triplo
rispetto a gay, lesbiche e bisessuali, 45% contro il 16%”, spiega a
ilfattoquotidiano.it. “Dati più recenti, del 2023, su un campione di 2.800
persone in Europa mostrano che circa la metà delle persone trans e non binarie
rinuncia allo sport per il clima di pregiudizio”. Per Coco, il punto centrale è
l’accesso allo sport: “Il CIO sta cadendo nella trappola della generalizzazione.
Non è con una misura uguale per tutti, come il test genetico, abbandonato già
nei primi anni 2000, che si risolve il problema”. Anzi, il rischio è di colpire
indiscriminatamente tutte le donne, soprattutto quelle che non rientrano in
stereotipi fisici tradizionali. “Il test genetico va a cercare il marcatore SRY,
ma non determina automaticamente né lo sviluppo maschile né un vantaggio
atletico”, aggiunge. “Esistono condizioni come la sindrome da insensibilità agli
androgeni che dimostrano quanto sia complessa la realtà biologica. È un
approccio anti-scientifico”. Il timore, condiviso dalle organizzazioni
firmatarie, è che si finisca per escludere migliaia di persone dallo sport a
partire da pochissimi casi. “Se pensiamo che alle Olimpiadi ha partecipato una
sola atleta trans e alle Paralimpiadi casi analoghi sono rarissimi, stiamo
costruendo una risposta sproporzionata”, dice Coco.
Sul piano globale, il rischio riguarda soprattutto i Paesi con meno risorse: i
test genetici possono costare fino a 10mila dollari per atleta, con conseguenze
difficili da sostenere per molte federazioni. E, secondo i firmatari, potrebbero
colpire in modo sproporzionato le donne del Sud globale, già esposte a
discriminazioni. Nel mirino c’è anche un possibile cambio di rotta rispetto al
quadro del 2021 su equità, inclusione e non discriminazione adottato dal CIO,
considerato finora un riferimento internazionale. “Sarebbe un capovolgimento
totale”, denunciano le organizzazioni. Per Coco, la strada è un’altra: “Serve un
approccio sport per sport, basato su dati scientifici e non su slogan. E
soprattutto bisogna evitare che questa diventi una dichiarazione di esclusione
globale per tutte le persone che non si conformano agli stereotipi di genere”.
A rendere il quadro ancora più politico è anche il contesto internazionale. Le
prossime Olimpiadi si terranno a Los Angeles nel 2028 e, per molte delle
organizzazioni firmatarie, questa possibile stretta del CIO appare in sintonia
con il clima che si respira negli Stati Uniti, segnato dal ritorno di Donald
Trump e dalle sue politiche restrittive nei confronti delle persone transgender.
Un elemento che alimenta il sospetto che dietro la svolta non ci siano solo
ragioni sportive o scientifiche, ma anche una pressione politica sempre più
forte.
L'articolo Il Cio vuole introdurre i test genetici per la verifica del sesso. La
protesta: “Sono invasivi, discriminatori e anti-scientifici” proviene da Il
Fatto Quotidiano.
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Sognava di essere eletto proprio in Italia, e poi di farsi le Olimpiadi di
Milano-Cortina da presidente (del Comitato organizzatore) e pure da fresco
membro dell’esecutivo Cio. Praticamente un trionfo. Invece è finita, se non
proprio con un’umiliazione, certamente con una beffa: battuto – o come si suol
dire in gergo “trombato” – per un solo voto e in casa propria nella corsa ad un
posto prestigioso nel consiglio dei ministri dello sport mondiale.
Giovanni Malagò coltiva da anni il progetto di una carriera internazionale,
visto che la politica italiana fin qui non l’ha mai troppo attratto. È diventato
membro Cio nel 2018, poi ha favorito l’elezione tra gli atleti della sua
protetta Federica Pellegrini. In passato si era parlato addirittura di una
possibile candidatura alla presidenza, ma all’ultimo giro in cui è stata eletta
la sudafricana Kirsty Coventry i tempi erano decisamente prematuri. Proprio
l’elezione di Coventry, però, ha liberato un posto nell’esecutivo Cio, il gruppo
ristretto che prende le decisioni più importanti, direttamente sotto il
presidente. L’occasione ideale per fare un ulteriore avanzamento, tanto più che
il voto si teneva a Milano, nella sessione Cio che tradizionalmente precede
l’inizio dei Giochi. Da padrone di casa, e con un solo rivale, Malagò si
presentava da favorito.
Invece è andata male. Anzi malissimo: Malagò ha perso di un’incollatura contro
il cileno Neven Ilic: al primo giro avevano preso 48 voti a testa, al secondo è
stata decisiva un’astensione. Ha pagato una serie di circostanze sfavorevoli.
Nelle dinamiche della geopolitica sportiva, un cileno era comunque più adatto a
prendere il posto di Coventry, donna sudafricana, tanto più che il Sudamerica ha
soltanto un altro rappresentante nel board, dove invece l’Europa è in larga
maggioranza e l’Italia può contare già su Ivo Ferriani (il n.1 mondiale del
bob). E probabilmente lo stesso Malagò, che era molto vicino all’ex presidente
Thomas Bach (che in passato lo ha spalleggiato nelle battaglie contro il governo
italiano), sembra diventato più marginale nella nuova gestione Coventry.
Malagò ostenta sportività: “Accetto con serenità l’esito del voto”, ha detto
dopo la proclamazione del rivale. “Sono arrivato a pareggiare i suoi voti in
pochi giorni di campagna”. Ma in realtà ci teneva tantissimo e ci lavorava da
tempo. Lo smacco è clamoroso. Non è la prima volta che capita: c’è infatti
l’illustre precedente di Mario Pescante, che proprio nella sessione di Torino
2006 non riuscì a diventare vicepresidente. Evidentemente le Olimpiadi di casa
non portano bene ai nostri dirigenti, ma oltre la cabala ci dev’essere di più.
La morale è che il prestigio che Malagò si è sempre (auto) riconosciuto a
livello internazionale forse era stato un po’ sovrastimato. Ormai isolato in
Italia, dove le continue polemiche contro politica e governo lo hanno portato a
perdere consenso nel suo stesso mondo (vedi l’ultima batosta sulla scelta della
governance delle Olimpiadi giovanili di Valtellina 2028). Irrilevante anche nel
mondo. Gli restano i Giochi di Milano-Cortina da presidente, queste tre
settimane ancora da protagonista. E poi un futuro da reinventare.
L'articolo Che smacco per Malagò: perde la corsa a un posto nell’esecutivo del
Cio, beffato in casa dal cileno Ilic proviene da Il Fatto Quotidiano.