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“Sarah Ferguson riveli i suoi rapporti con Epstein”: le pressioni dagli Usa sulla sua testimonianza
Da Washington, la commissione del Congresso che indaga su Jeffrey Epstein vorrebbe che lei rispondesse sui legami che la legavano al finanziere pedofilo. Un uomo che lei definiva “il fratello che ho sempre desiderato”, col quale si era complimentata per un presunto figlio in arrivo e a cui scriveva, con risentimento, di essere dispiaciuta del suo allontanamento, consapevole che l’avesse “usata” solo per arrivare al principe Andrea. Ma da quando sono usciti a fine gennaio gli Epstein Files, Sarah Ferguson non è più apparsa in pubblico. La Bbc però riporta che anche nel Regno Unito crescono le pressioni affinché testimoni. Il deputato Suhas Subramanyam, membro della Commissione della Camera che indaga, ha affermato di credere ora che la donna possieda “informazioni relative all’indagine”. Per cui “Sarah Ferguson dovrebbe rendere testimonianza sotto giuramento davanti alla nostra commissione”, ha affermato. Negli Stati Uniti non esiste alcun meccanismo legale che obblighi Ferguson a testimoniare, ma Subramanyam ha dichiarato all’emittente britannica che i parlamentari sarebbero “felici di trovare un accordo che le vada bene”, purché presti giuramento. I rappresentanti di Ferguson si sono rifiutati di commentare. La stessa richiesta è stata presentata dalla deputata democratica Melanie Stansbury. “Se Ferguson o un qualsiasi membro della sua famiglia possiede informazioni” sugli illeciti commessi da Epstein e dai suoi collaboratori, “la nostra responsabilità è quella di analizzare i fatti ovunque”, ha dichiarato alla Bbc. Anche la famiglia di Virginia Giuffre, una delle principali accusatrici di Epstein, ha affermato di “credere fermamente” che l’ex duchessa di York debba recarsi negli Stati Uniti per rispondere alle domande. “Se Ferguson sa qualcosa, dovrebbe testimoniare immediatamente negli Stati Uniti”, ha dichiarato alla Bbc Sky Roberts, rappresentante del fratello di Giuffre. Nei file resi noti dal Dipartimento di Giustizia Usa, Ferguson descrive nel 2009 Epstein come “il fratello che ho sempre desiderato”. Emerge anche che la donna abbia contattato Epstein mentre era in prigione per aver sollecitato la prostituzione di una minorenne e che abbia portato le figlie a pranzo con lui a Miami, pochi giorni dopo la sua scarcerazione. Gloria Allred, avvocata che rappresenta alcune delle vittime di Epstein, ha affermato che le nuove rivelazioni chiariscono che Ferguson “non è una vittima in questa storia”. “Sebbene molte delle persone citate nei fascicoli di Epstein possano affermare di non essere state a conoscenza dei crimini del pedofilo contro i minori quando lo frequentavano, questa non è una difesa che Sarah Ferguson può invocare”, ha dichiarato. Ed è “ormai giunto il momento” che Ferguson si offra volontariamente di testimoniare sotto giuramento davanti al Congresso e risponda alle domande della polizia britannica. Anche Andrew Lownie, autore della biografia intitolata ‘L’ascesa e la caduta della Casa di York‘, ha sostenuto che Ferguson dovrebbe testimoniare negli Stati Uniti, definendola una “testimone di rilievo”. “Lei andava a trovarlo regolarmente a casa sua”, ha detto Lownie alla Bbc. “Avrà visto tanto quanto Andrew. È inconcepibile che non l’abbia visto. Era molto amica di Epstein”, ha aggiunto. Intanto, secondo indiscrezioni, emittenti statunitensi avrebbero offerto compensi a sei cifre per un’intervista esclusiva, mentre resta incerta la disponibilità dell’ex Duchessa a esporsi pubblicamente. L'articolo “Sarah Ferguson riveli i suoi rapporti con Epstein”: le pressioni dagli Usa sulla sua testimonianza proviene da Il Fatto Quotidiano.
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“Per il 52% degli americani Trump usa la guerra in Iran per distogliere l’attenzione dagli Epstein files”
L’interesse sugli Epstein files sembra essere stato surclassato, almeno sui media, dal conflitto in Iran. Mentre il Congresso continua a indagare e sono attese nelle prossime settimane diverse audizioni di spicco – tra cui anche quella di Bill Gates – proseguono le accuse di insabbiamento nei confronti del segretario alla Giustizia Pam Bondi. “Non ha nessuna intenzione di presentarsi per dare una testimonianza sotto giuramento“, ha detto la deputata liberal Melanie Stansbury della commissione di sorveglianza della Camera, quella davanti alla quale Bondi e il suo vice Todd Blanche si sono presentati volontariamente per aggirare il mandato di comparizione. “Noi democratici abbiamo abbandonato l’aula perché non volevamo stare al loro gioco”, ha continuato Stansbury. “L’insabbiamento continua”, aggiungono i democratici che hanno riferito di aver saputo della comparizione di Bondi e Blanche e di aver ricevuto indicazioni su come l’udienza a porte chiuse si sarebbe svolta solo ieri. Per quanto l’amministrazione cerchi di distogliere l’attenzione mediatica dal tema, dentro alla base trumpiana, tra i dem e gli analisti c’è chi ritiene che l’operazione militare sia un mezzo per distrarre dallo scandalo che ha travolto uomini di potere – dalla politica alla finanza fino alle case reali – dentro e oltre gli Stati Uniti. Un sospetto già sorto nelle prime fasi del conflitto e che continua a crescere: come riporta il Telegraph, un recente sondaggio commissionato da Zeteo – sito web di orientamento progressista – e da altre testate, ha rivelato che per il 52% degli americani Donald Trump ha attaccato Teheran per distogliere l’attenzione dei media dallo scandalo del finanziere pedofilo. A Washington sono perfino comparsi manifesti che ribattezzano l’offensiva contro l’Iran ‘Operation Epstein Fury’, invece di ‘Epic Fury’. L’ipotesi, respinta dalla Casa Bianca come “ridicola”, circola in realtà anche tra esponenti politici di entrambi i partiti, commentatori e opinionisti. “Avviso pubblico: bombardare un paese dall’altra parte del mondo non farà sparire i dossier su Epstein, così come non lo farà il Dow Jones che supera quota 50.000″, ha scritto il repubblicano Thomas Massie, che si è scontrato ripetutamente con Trump in merito alla pubblicazione dei documenti. Graham Platner, un democratico del Maine, la pensa in modo molto simile: “Questa guerra viene fomentata anche perché il presidente figura nei dossier Epstein, così come altre persone alla Casa Bianca, e costoro sono terrorizzati dal fatto che ci siamo accorti di ciò che stanno combinando”. Nel giugno del 2025 Joe Rogan, il podcaster americano che vanta 11 milioni di ascoltatori mensili, espresse pensieri analoghi in seguito agli attacchi sferrati da Trump contro i siti nucleari iraniani: “Basta bombardare l’Iran e tutti dimenticano. Tutti si scordano della faccenda”. L'articolo “Per il 52% degli americani Trump usa la guerra in Iran per distogliere l’attenzione dagli Epstein files” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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“Epstein mi mandò a Saint Tropez sullo yacht di Mohamed Al Fayed: lì ha abusato di me”
Il Regno Unito gli ha sempre negato la cittadinanza, nonostante gli investimenti colossali a partire dagli anni Ottanta in settori simbolo della cultura britannica, con l’obiettivo (spesso dichiarato) di farsi accettare dall’alta società del Paese. Ma dopo un’inchiesta della Bbc a un anno dalla morte avvenuta nel 2023, la sua eredità in Uk è stata pesantemente riconsiderata a causa di oltre 150 denunce di abusi sessuali emerse dopo la sua morte, che lo descrivono come un “predatore seriale” all’interno delle sue stesse aziende. Le vittime erano in larga parte ex dipendenti dei grandi magazzini londinesi del lusso di Harrods, gioiello della corona dell’impero d’affari di Mohamed fino al 2010. E ora Mohamed Al Fayed – padre di Dodi, ultimo compagno della principessa Diana che con lei morì a Parigi nel tunnel dell’Alma – entra anche dentro lo scandalo di Jeffrey Epstein, anche se di lui non c’è traccia nei documenti rilasciati dal Dipartimento di Giustizia Usa. Una vittima del finanziere pedofilo ha infatti affermato di essere stata inviata da lui – nell’ambito dei suo traffici di minorenni – proprio all’imprenditore egiziano, che ha abusato di lei sul suo yacht, scrive il Sunday Times. La donna, indicata con lo pseudonimo Natalie, ha raccontato di essere stata presa di mira da Epstein all’età di 17 anni prima di essere “mandata” due anni dopo, nel 1997, al proprietario di Harrods. Natalie sostiene di essere volata a Saint Tropez, sulla Costa Azzurra in Francia, dove che il miliardario, descritto come “un uomo molto più anziano”, l’ha incontrata a bordo del suo superyacht Jonikal. Diana e Dodi furono fotografati su quello yacht nel 1997 pochi giorni prima di morire in un incidente d’auto. Natalie dice di non aver visto nessuno dei due durante la sua visita. E racconta che Al Fayed iniziò a dirle che voleva “provare cose nuove” con lei e che non le permise di lasciare la lussuosa imbarcazione finché non attraccò. Natalie ha dichiarato al The Sunday Times che fu allora che il magnate abusò sessualmente di lei. “Mi sentivo come se fossi arrivata a un punto in cui mi ero abituata a questo trattamento“, ha detto. La donna afferma di aver capito solo recentemente che era Al Fayed l’uomo che l’aveva abusata, quando ha visto una notizia su di lui online lo scorso novembre. Natalie, che proviene da un Paese in cui il defunto miliardario non è una figura molto nota, dice di essere disposta a parlare con la polizia britannica. “Ero sicuramente su quella barca ed era sicuramente quell’uomo”, ha dichiarato. “Ricordo il suo volto. Queste cose non si dimenticano”, ha aggiunto. Epstein era noto per trafficare donne verso associati potenti e di alto profilo, ma non esistono prove documentate che lo abbia fatto per Al Fayed. Nei milioni di documenti su Epstein recentemente pubblicati dal dipartimento di giustizia non c’è alcun riferimento a un collegamento diretto tra i due uomini. L'articolo “Epstein mi mandò a Saint Tropez sullo yacht di Mohamed Al Fayed: lì ha abusato di me” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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I soldi di Epstein nel petrolio venezuelano. Il suo broker era Francisco D’Agostino, “l’intoccabile”
Neppure Caracas si è salvata dai tentacoli di Jeffrey Epstein. L’imprenditore statunitense, morto nel 2019, condannato per abusi sessuali e traffico di minori, ha investito fino a 4,5 milioni di dollari su Bond emessi dal colosso Petróleos de Venezuela sociedad anónima (Pdvsa). Il suo broker di riferimento era Francisco D’Agostino, anch’egli imprenditore, ispano-venezuelano, arrestato a Bardonecchia il 5 gennaio – su mandato di cattura dell’Interpol – e scarcerato cinque giorni dopo su ordine della Corte d’appello di Torino, nonostante la richiesta di estradizione di Caracas. “Sussistono gravi indizi di colpevolezza, ma bisogna tenere conto della situazione esistente in Venezuela sulla condizione dei detenuti nelle carceri”, è la motivazione con cui la giudice Alessandra Pfiffner esclude l’eventuale estradizione a Caracas, dove D’Agostino è accusato di “truffa aggravata”, “traffico e commercio illecito di risorse o materiali strategici”, “riciclaggio” e altri reati. D’Agostino – cognato di Luis Alfonso de Borbón e dell’ex-parlamentare Henry Ramos Allup – è stato ospite alla Little Saint James, meglio nota come Epstein Island, dove ha stretto un rapporto d’amicizia con l’imprenditore, come si evince nel carteggio di mail desecretato dal Dipartimento di Stato Usa. “Mi sono divertito moltissimo”, scrive D’Agostino a Epstein in una mail datata 2 ottobre, facendo riferimento a una donna soprannominata “Water Gazelle”: “È davvero impressionante… Che ragazza così bella e intelligente”. Nella mail D’Agostino auspica “l’inizio di un’amicizia divertita e durevole” con Epstein, con il quale intendeva “esplorare le diverse possibilità di fare soldi insieme”. Nel loro carteggio (in data 22 ottobre 2012) D’Agostino proponeva a Epstein una rosa di nove nomi da incontrare durante un suo eventuale viaggio a Caracas. In elenco: Baldo Sansò (cognato dell’ex-presidente di Pdvsa Rafael Ramírez), l’imprenditore Oswaldo Cisneros e Alejandro Betancourt, Ceo della Derwick, che (secondo Transparencia Venezuela) avrebbe fatturato un sovrapprezzo da 3 miliardi di dollari a Pdvsa. “Pranziamo da lui?”, chiede D’Agostino. All’inizio Epstein resta prudente: accenna una prima disponibilità (“il 26 novembre, se può andare”), attende la rielezione presidenziale di Hugo Chávez (ottobre 2012), che ritiene “geniale”, pensando alla stabilità economica del Paese. Nelle settimane successive D’Agostino ed Epstein speculano sullo stato di salute di Chávez, sottoposto a cure oncologiche all’Avana e deceduto il 5 marzo 2013. “È molto probabile che a Chávez rimangano sei mesi di vita”, scrive D’Agostino, ipotizzando elezioni imminenti e la probabilità che “qualcuno del movimento di Chávez, ma meno radicale, vinca le elezioni”. In seguito il loro scambio diventa più fitto. “Come sta la mia Water Gazelle?”, chiede D’Agostino. “Qui, e nuda”, la risposta di Epstein, che rinnova a D’Agostino il suo invito a visitare l’isola: “Quando vuoi”. Non è chiaro se Epstein abbia mai fatto visita a Caracas ma, secondo l’Organized Crime and Corruption – Reporting Project, dal 2013 al 2015 l’imprenditore Usa si rivelerà un acquirente assiduo di bond petrolieri venezuelani. Secondo El Universal il legame tra D’Agostino ed Epstein è già stato oggetto di indagini da parte dell’Fbi in qualità di “interlocutore costante”, intento a “capitalizzare l’influenza di Epstein”, attraverso progetti congiunti. L’imprenditore spagnolo venezuelano è stato anche sottoposto a sanzioni Usa (2021-2025) per il suo coinvolgimento nel traffico di greggio venezuelano. Interpellato più volte dai media, ha sempre evitato di riferire pubblicamente sui suoi affari. Attualmente D’Agostino vive a Palma di Maiorca – dov’è tornato in un jet privato dopo il suo rilascio a gennaio – e si presenta al mondo come “immobiliarista” e investitore nel settore taurino, in Spagna. “Colui che mi dica che la Spagna non è taurina, non è cattolica e non si intrattiene giocando a calcio non conosce questo Paese”, ha detto D’Agostino recentemente, in riferimento ai suoi investimenti nella tauromachia. Fonti sostengono che l’imprenditore è legato a circuiti conservatori e tradizionalisti di Madrid, vicini alla monarchia. “Qui D’Agostino è un intoccabile”, assicura Jorge Castro, giornalista d’inchiesta radicato in Spagna, secondo il quale l’imprenditore “vive sotto la protezione di Luis Alfonso de Borbón e le notizie negative sul suo conto non attecchiscono nella Penisola iberica”. Tuttavia Caracas non molla l’osso e, dopo il suo rilascio in Italia, il Tribunal supremo de justicia ha rinnovato la richiesta di estradizione (AA30P2026000006) contro l’imprenditore in data 21 febbraio. “D’Agostino resta sotto indagine per aver dato vita a una struttura che, attraverso società di comodo, e mediante flotte fantasma, trafficava petrolio in Cina, senza che gli introiti del suddetto greggio passassero dalla Banca centrale del Venezuela“, sostiene l’esperto legale Eligio Rojas, che segue da vicino il dossier. L'articolo I soldi di Epstein nel petrolio venezuelano. Il suo broker era Francisco D’Agostino, “l’intoccabile” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Epstein files, spunta una foto di Mandelson e l’ex principe Andrea in accappatoio col finanziere
Spunta una nuova foto dal mega archivio americano su Jeffrey Epstein e questa volta a essere immortalati con il finanziere pedofilo, morto in carcere a New York nel 2019, sono l’ex principe Andrea e l’ex ambasciatore britannico negli Usa, Peter Mandelson. Si tratta della prima immagine che ritrae tutti insieme i tre personaggi coinvolti nello scandalo e tutti e tre appaiono in accappatoio, in un momento di relax. La caccia a documenti e foto compromettenti dall’enorme database americano fa emergere ogni giorno elementi diversi. E questa volta a scovare la fotografia è stata Itv, un’emittente del Regno Unito. Nella foto, i tre siedono attorno a un tavolo di legno da giardino, presumibilmente tra il 1999 e il 2000, a Marthàs Vineyard, meta balneare nel Massachusetts. L’immagine, nonostante siano già emersi elementi sufficienti a travolgere sia l’ex rampollo di casa Windsor che il politico Labour, tanto che entrambi sono già stati arrestati e rilasciati il mese scorso con l’accusa d’aver condiviso con l’amico comune informazioni riservate quando occupavano incarichi pubblici, è la prova definitiva del legame dei due britannici con il finanziere americano. Le accuse su Mandelson, la cui vicenda ha scatenato una bufera politica sul premier laburista Keir Starmer che lo aveva scelto l’anno scorso come ambasciatore in Usa, riguardano il suo operato da ministro, ma anche da commissario Ue e quindi di consulente privato agganciato a svariati colossi del business. Incarichi attraverso i quali aveva costruito solidi rapporti d’intermediazione con la Cina, giocando verosimilmente un ruolo non minore nella stessa designazione di Andrea, sotto i governi del New Labour, a testimonial commerciale britannico in Asia e nel resto del mondo: protagonista di missioni a margine delle quali, fra il 2001 e il 2011, l’ex duca di York risulta aver poi spifferato informazioni coperte al finanziere. L’ennesimo elemento di scandalo emerge mentre a Westminster monta pure il sospetto di un insabbiamento di parte della prima tranche di documenti del dossier che il governo Starmer è stato obbligato dal Parlamento a rendere pubblici nei giorni scorsi sul criticatissimo processo di nomina politica di Mandelson alla guida dell’ambasciata a Washington. L’opposizione Tory si è già rivolta formalmente a sir Laurie Magnus, responsabile dell’autorità etica indipendente chiamata a sorvegliare il rispetto degli standard di condotta governativi, per sollecitare l’apertura di un’inchiesta amministrativa ad hoc sul primo ministro e sul suo ufficio di gabinetto. L'articolo Epstein files, spunta una foto di Mandelson e l’ex principe Andrea in accappatoio col finanziere proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Starmer chiede scusa su Mandelson, ma i Tory lo accusano di insabbiamento e chiedono un’inchiesta
“Sono io ad aver commesso un errore, e sono io a porgere le mie scuse alle vittime di Epstein“. Keir Starmer interviene dopo l’uscita dei documenti che riguardano la nomina di Lord Mandelson e prova a spegnere il caso. Impresa che risulta al momento improbabile. Mentre il suo portavoce è dovuto intervenire per respingere le accuse di insabbiamento nella rivelazione dei documenti relativi alla nomina avanzate dalla leader dell’opposizione conservatrice Kemi Badenoch, i Tory hanno puntato il dito contro due sezioni dei file, riservate ai commenti del primo ministro laburista sull’incarico all’ex ambasciatore a Washington, che risultano vuote, avanzando il sospetto di una censura. Badenoch ha dichiarato che, in base alla sua esperienza passata di ministra, si sarebbe aspettata di vedere delle annotazioni di sir Keir che spiegassero la sua decisione di scegliere l’ex eminenza grigia come inviato britannico negli Usa di Donald Trump, ancora di più alla luce degli avvertimenti fatti da diversi alti funzionari al premier sugli scheletri nell’armadio di Mandelson. “Respingo l’ipotesi di un insabbiamento. Il governo ha rispettato pienamente le procedure”, ha detto ai giornalisti il portavoce di Starmer. I sospetti di insabbiamento – Intanto l’opposizione conservatrice si è anche rivolta formalmente a sir Laurie Magnus, responsabile dell’autorità etica indipendente chiamata a sorvegliare sul rispetto degli standard di condotta governativi, per sollecitare l’apertura di un’inchiesta amministrativa ad hoc sul premier e sul suo ufficio di gabinetto. L’accusa è – nero su bianco – quella di “un potenziale insabbiamento” di alcuni dei file del materiale che l’esecutivo si era impegnato a divulgare in questa prima tranche, su precisa indicazione della Camera dei Comuni: cosa che configurerebbe un “oltraggio al Parlamento“. A mancare all’appello non sarebbero infatti solo le specifiche carte mantenute riservate come previsto per non intralciare l’indagine giudiziaria aperta dalla polizia su Mandelson. Bensì anche possibili annotazioni e risposte a messaggi scritte di proprio pugno dallo stesso Starmer o dal suo potente capo dello staff Morgan McSweeney (costretto a sua volta a dimettersi sulla scia dell’ex ambasciatore per la stretta vicinanza a Mandelson), di cui non è emersa alcuna traccia: essendo il file che li riguarda risultato singolarmente vuoto. Downing Street ha negato già ieri qualunque insabbiamento, ma limitandosi ad assicurare d’aver seguito “le procedure”: senza rispondere nel dettaglio ai sospetti di media e opposizioni. Il caso Mandelson – Secondo il Guardian, che cita fonti governative di alto livello, Starmer potrebbe vedersela con nuove dimissioni non appena i messaggi WhatsApp di Mandelson saranno pubblicati. Cosa che non potrà avvenire prima di diverse settimane. I messaggi saranno esaminati dalla commissione parlamentare per l’intelligence e la sicurezza, composta da membri del Parlamento e della Camera dei Lord, che valuterà, per motivi di sicurezza nazionale, quali possono essere divulgati. La pubblicazione era stata richiesta con una mozione parlamentare approvata dai conservatori, dopo che Mandelson era stato licenziato dopo soli nove mesi dal suo incarico di ambasciatore negli Stati Uniti, in seguito all’emergere di nuovi dettagli sui suoi legami con Epstein. L’ex membro del partito laburista è stato arrestato con l’accusa di cattiva condotta nell’esercizio di una carica pubblica, dopo che alcune e-mail provenienti dai file Epstein del Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti avrebbero dimostrato che aveva inoltrato informazioni riservate a Epstein mentre era segretario alle imprese nel governo di Gordon Brown. Mandelson aveva negato qualsiasi illecito. I funzionari ritengono che alcuni degli scambi che saranno resi pubblici nella prossima tranche dei file Mandelson saranno sufficientemente dannosi da provocare ulteriori dimissioni. A tutti i ministri di alto livello, ai funzionari pubblici e ai consiglieri speciali è stato chiesto di far esaminare i propri messaggi telefonici, compresi quelli di coloro che non fanno più parte del governo, come l’ex vice primo ministro Angela Rayner, l’ex capo di gabinetto del primo ministro Morgan McSweeney e l’ex direttore della comunicazione Matthew Doyle. L'articolo Starmer chiede scusa su Mandelson, ma i Tory lo accusano di insabbiamento e chiedono un’inchiesta proviene da Il Fatto Quotidiano.
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“Epstein mi chiese di spogliarmi e di fargli un massaggio mentre era in vivavoce con Trump”: nuova testimone parla del rapporto tra il finanziere e il tycoon
Donald Trump di nuovo al centro di un file del caso Epstein. Una vittima ha dichiarato che il finanziere pedofilo disse a una ragazza di 16 anni di spogliarsi e di fargli un massaggio mentre lui era impegnato al telefono con Trump in una chiamata in vivavoce. La notizia, riferita dal Daily Mail, testimonierebbe un rapporto per nulla superficiale tra il tycoon ed Epstein. Il fatto, secondo le testimonianze, è accaduto nella stanza dei massaggi allestita nella sua casa di sette piani a Manhattan. Come raccontato dalla giovane, “Epstein – si legge nel memo dell’Fbi – salì sul lettino da massaggi ed era impegnato in una telefonata in vivavoce con Donald Trump”. L’episodio risale al 2004. Se la testimonianza, fatta all’Fbi nel luglio 2020, fosse vera, testimonierebbe un rapporto confidenziale con Trump che ha sempre dichiarato di aver rotto con Epstein all’inizio degli anni duemila e di considerarlo una conoscenza superficiale. In quegli anni, l’attuale presidente aveva già avviato una relazione con Melania. In aggiunta, dai file pubblicati finora dal dipartimento di Giustizia emergono riferimenti a frequentazioni tra Epstein e Trump anche negli anni successivi, durante il primo mandato presidenziale del tycoon, cominciato nel 2017. Karoline Leavitt, portavoce della Casa Bianca, ha bollato le accuse come “infondate“, medesimo termine scelto per screditare un’altra testimone che, sentita per quattro volte dall’Fbi, aveva accusato Trump di averla stuprata quando lei aveva 13 anni. La donna che avrebbe sentito la telefonata tra Epstein e Trump è nata in Cile, cresciuta nel Queens e oggi ha 40 anni. La seconda, invece, è cresciuta in South Carolina. In entrambi i casi, l’Fbi decise di non procedere con le indagini, ma ora, anche sulla spinta dei media che potrebbero presto rintracciarle, le due testimonianze assumono tutt’altra importanza. L'articolo “Epstein mi chiese di spogliarmi e di fargli un massaggio mentre era in vivavoce con Trump”: nuova testimone parla del rapporto tra il finanziere e il tycoon proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Epstein files, Londra costretta a pubblicare i documenti su Mandelson: “Starmer avvertito del rischio reputazionale”
Gli Epstein files si spingono oltre i confini statunitensi. Anche il governo britannico è stato obbligato a pubblicare a partire da oggi i documenti sugli scambi di messaggi e di rapporti avvenuti transitati per Downing Street al tempo della designazione di Lord Peter Mandelson, che ha avuto una stretta frequentazione col defunto faccendiere pedofilo americano amico di vip e potenti. Ed emerge che l’attuale premier Keir Starmer ne fosse a conoscenza. In un rapporto preparato proprio per il primo ministro dal suo ufficio di gabinetto 9 giorni prima della formalizzazione della nomina di Mandelson, annunciata a dicembre del 2024, si fa riferimento all’evidenza di “rischi generali” sulla reputazione del potente ex ministro ed eminenza grigia del New Labour. Si citano inoltra le conclusioni di un’inchiesta di JP Morgan risalente al 2009 in cui si sottolineava “la relazione particolarmente vicina” mantenuta dal futuro ambasciatore con Epstein anche dopo la prima condanna di questi negli Usa per istigazione alla prostituzione di minorenni. Non solo: si faceva riferimento a un documento custodito nei National Archives britannici in grado di certificare almeno un incontro avvenuto fra Tony Blair, allora primo ministro, e lo stesso faccendiere americano “facilitato a suo tempo da Mandelson” in prima persona. Indicazioni che sembrano contrastare con l’autodifesa di Starmer, trinceratosi in Parlamento dietro una presunta consapevolezza non piena sugli scheletri nell’armadio di Mandelson e delle “bugie” che questi gli aveva detto. E su cui è scattata immediatamente la polemica delle opposizioni alla Camera dei Comuni nel dibattito seguito allo statement difensivo affidato dal governo al ministro Darren Jones subito dopo la pubblicazione dei primi documenti. Pubblicazione che per oggi riguarda solo una parte del materiale destinato a essere divulgato. E che porta fra l’altro alla luce carte imbarazzanti pure sulla mega buonuscita che Mandelson ha potuto reclamare all’atto del siluramento: pari a ben 547mila sterline (633mila euro) dopo appena 9 mesi di mandato. Cifra ridotta poi a 75mila sterline, versategli dal Tesoro nel pieno dello scandalo in seguito a una transazione negoziata. Già chiacchieratissima eminenza grigia del New Labour di Tony Blair, Mandelson era stato riesumato da sir Keir per un ruolo di primo piano prima del siluramento forzato dei mesi scorsi. Normalmente i materiali che vengono divulgati in queste ore restano riservati nel Regno Unito, ma il Parlamento ha costretto il governo non solo a pubblicarli, bensì anche a subentrare ad esso – tramite una commissione bipartisan – nella valutazione di documenti che eventualmente verranno lasciati coperti per ragioni di riserbo rispetto alle indagini giudiziarie in corso o di asserita tutela della sicurezza nazionale del Regno. La pubblicazione è prevista in varie ondate, a partire da quella di oggi accompagnata da una illustrazione alla Camera dei Comuni affidata al ministro Darren Jones: braccio destro del premier e coordinatore del suo Ufficio di Gabinetto. Il 72enne Mandelson – sottoposto il mese scorso a un clamoroso fermo di polizia di alcune ore per essere interrogato – resta intanto sotto indagine da parte di Scotland Yard con l’accusa d’aver condiviso con Epstein a suo tempo informazioni governative riservate (e lucrose). Sospetto analogo a quello rinfacciato all’ex principe Andrea nell’ambito di una delle altre inchieste aperte nel Regno in relazione alle ricadute britanniche dello scandalo legato al nome del finanziere newyorchese. L'articolo Epstein files, Londra costretta a pubblicare i documenti su Mandelson: “Starmer avvertito del rischio reputazionale” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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“Minacciata per gli Epstein files e la cattura di Maduro”: Pam Bondi trasferita in una base militare
Fino a poche settimane fa viveva nel suo appartamento, a Washington. Ma ora, scrive il New York Times, la residenza della procuratrice generale Pam Bondi è stata trasferita in una base militare della capitale federale, a seguito delle minacce ricevute nella gestione degli Epstein files e da parte dei cartelli dopo la cattura del dittatore venezuelano Nicolas Maduro. Non è la prima funzionaria di questa amministrazione a essere trasferita in una base: come lei anche il principale consigliere del presidente Stephen Miller, il segretario di Stato Marco Rubio, l’ex segretario alla sicurezza interna Kristi Noem, e il segretario alla Difesa Pete Hegseth. Per quanto non sia un inedito nella storia degli Stati Uniti, “questa – prosegue il Nyt – sembra essere la prima amministrazione a sfruttare in modo così diffuso gli alloggi militari finanziati dai contribuenti per ospitare persone nominate politicamente che non hanno un legame diretto con l’esercito“. Sebbene manchino dichiarazioni ufficiali rispetto ai motivi del trasferimento, in queste settimane Bondi – accusata di insabbiamento degli Epstein files – si trova ad affrontare continue critiche per la gestione da parte del dipartimento dei fascicoli pubblicati in base a una legge approvata dal Congresso dopo mesi di pressioni pubbliche e politiche. Cinque repubblicani della Commissione di Vigilanza della Camera si sono uniti ai democratici votando il 4 marzo per citarla in giudizio, chiedendole di rispondere alle domande sotto giuramento, in segno di crescente frustrazione tra i membri dello stesso partito del presidente. Insomma, una storia complessa la cui fine è ben lontana. I precedenti – Sono stati pochissimi i funzionari che negli ultimi decenni sono stati trasferiti a vivere in basi militari. Tra loro l’ex segretario alla Difesa durante il primo mandato di Trump, Jim Mattis, e l’ex segretario di Stato Mike Pompeo, in carica dal 2018 al 2021. Il capo del Pentagono Robert M. Gates, che ha gestito le guerre in Iraq e Afghanistan, “ha vissuto in alloggi della Marina nell’area di Washington per gran parte del suo mandato”. Risalendo nel tempo, nel 1974 Capitol Hill diede il suo consenso affinché il vicepresidente abitasse presso l’Osservatorio Navale, “che per 40 anni era stato la sede ufficiale del capo delle operazioni navali. Da allora – continua il New York Times -, gli ammiragli più importanti della Marina hanno solitamente vissuto a Tingey House, una proprietà storica situata dall’altra parte della città, presso il Washington Navy Yard“. Bondi chiamata a testimoniare davanti alla Commissione – La decisione è stata presa grazie al voto di cinque repubblicani che si sono uniti a tutti i democratici per portare la segretaria alla Giustizia americana a deporre sulla gestione di uno dei più grandi scandali degli ultimi vent’anni negli Stati Uniti. D’altra parte, la base Maga non ha mai perdonato al tycoon di non aver pubblicato subito le milioni di pagine di documenti sul caso del finanziere pedofilo, come promesso da lui e Bondi durante la campagna elettorale. Ed è stata la deputata repubblicana Nancy Mace a presentare la mozione per convocare l’attorney general. “Mancano oltre 65mila documenti e sappiamo che ci sono più di duemila video in circolazione. Il dipartimento di giustizia non sta fornendo al Congresso tutte le informazioni”, ha attaccato Mace. “Ho delle domande molto specifiche per lei, e non voglio parlare del Dow Jones”, ha incalzato la repubblicana all’ultima apparizione al Congresso durante la quale Bondi aveva cercato di evitare di rispondere ad alcune domande su Epstein portando l’attenzione sull’agenda economica di Trump. Un’uscita e un’audizione giudicata nel suo complesso fuori luogo da più parti tanto che il mondo Maga era insorto chiedendo le dimissioni immediata dell’attorney general. “Per mesi, Bondi ha avuto un ruolo determinante nell’orchestrare l’insabbiamento dei dossier Epstein da parte della Casa Bianca e non ha ottemperato alla nostra citazione bipartisan per la pubblicazione dei dossier completi e non censurati. Il popolo americano merita trasparenza, i sopravvissuti meritano giustizia e noi chiediamo risposte”, ha attaccato il deputato Robert Garcia, il democratico di maggior spicco della commissione. Nelle ultime settimane il dipartimento è stato accusato non solo di mancanza di trasparenza sui file ma anche di aver censurato appositamente i riferimenti al presidente americano. Secondo un’analisi del Wall Street Journal, mancherebbero dall’archivio pubblicato sul sito della Giustizia oltre 47mila file, compresi documenti dell’Fbi che contengono accuse contro il tycoon. Le vittime del mostro hanno anche fatto presente che i loro nomi non sono stati protetti come promesso. “Siamo stanchi di questi giochetti. Quando coloro che eleggiamo abusano della loro posizione lo paghiamo tutti”, ha dichiarato una delle sopravvissute, Annie Farmer, presente in aula durante l’audizione di Bondi. Nei giorni scorsi è stato convocato un altro pezzo grosso del governo di Trump, il segretario al Commercio. Dopo aver ripetutamente smentito contatti e essersi detto disgustato dal finanziere pedofilo, Howard Lutnick è stato costretto ad ammettere di aver visitato l’isola di Epstein e di averlo sentito in alcuni casi per partecipare a delle raccolte di fondi, una per Hillary Clinton candidata alla Casa Bianca. Prima di diventare sostenitore di Trump, l’attuale segretario al commercio ha sostenuto la candidatura dell’ex segretario di Stato nel 2016. A Manhattan era inoltre vicino di casa di Les Wexner, il miliardario considerato all’origine della fortuna finanziaria di Epstein. La sua abitazione era adiacente infatti a quella acquistata in un primo momento dal fondatore di “Victoria’s secret” che venne ceduta al pedofilo alla fine degli anni Novanta. L'articolo “Minacciata per gli Epstein files e la cattura di Maduro”: Pam Bondi trasferita in una base militare proviene da Il Fatto Quotidiano.
Donald Trump
Jeffrey Epstein
Epstein Files
“Trump parlava di riciclaggio coi casinò e di ricatti con Epstein”: pubblicate altre accuse di abusi sessuali del tycoon su una minorenne
Di resoconti ce n’era soltanto uno. Mancavano gli altri tre. L’accusatrice era la stessa: una donna, minorenne all’epoca dei fatti – nel 1983 -, che dichiarava di essere stata abusata sessualmente da Donald Trump. Si trattava di oltre pagine che erano sparite dal sito del Dipartimento di Giustizia, e che Npr e Cnn avevano denunciato. Ora il ministero guidato da Pam Bondi – che peraltro dovrà comparire davanti alla commissione che indaga – li ha ripubblicati, spiegando che fossero stati erroneamente omessi durante una precedente revisione. Riguardano altre tre interviste condotte con la donna nell’agosto e nell’ottobre 2019 e rientrano nella mole di files relativi al caso Epstein, il finanziere pedofilo trovato morto nella sua cella nel 2019. Le accuse non sono comprovate. Gli agenti dell’FBI l’hanno interrogata quattro volte, ma nel database del Dipartimento di Giustizia, reso pubblico all’inizio di quest’anno, era disponibile solo un promemoria che ricordava un’intervista del luglio 2019. In quell’intervista, la donna ha affermato di essere stata ripetutamente abusata da Epstein quando era minorenne e viveva nella Carolina del Sud. Nella stessa intervista, però non aveva mosso alcuna accusa contro Trump. Nella seconda intervista, la donna ha descritto ulteriori abusi subiti da parte di Epstein e di diversi suoi collaboratori maschi. Ha raccontato agli investigatori che il pedofilo “l’ha accompagnata in auto e/o in aereo a New York o nel New Jersey” quando lei aveva soltanto tra i 13 e i 15 anni, e l’ha portata in un “edificio molto alto”. Ed è lì, secondo la sua versione, che Epstein l’ha presentata a Trump. Una volta arrivata davanti a lui, l’attuale presidente chiese a chi era nella stanza di uscire e “disse qualcosa del tipo: ‘Lasciate che vi insegni come dovrebbero essere le bambine'”, ha dichiarato la donna nell’intervista. Poi, racconta, si sbottonò i pantaloni e le mise la testa “sul pene”. La donna racconta agli agenti di averlo morso e a quel punto il tycoon, dopo averle dato un pugno, ha detto “parole del tipo: ‘Portate questa piccola stronza fuori di qui'”. Il documento prosegue: nel corso dell’interrogatorio, la donna ha dichiarato agli agenti “di aver sentito Trump ed Epstein parlare di come Epstein ricattasse le persone e di aver sentito anche Trump “parlare di riciclaggio di denaro attraverso i casinò“. Tre settimane dopo, arriva il terzo interrogatorio, sempre all’Fbi: la donna dichiara di avere ricevuto minacce al telefono che, a suo dire, avevano a che fare con Epstein o Trump, nonché diversi incidenti in cui era stata “quasi spinta fuori strada” da altre auto. Infine, l’ultimo incontro che avviene quasi due mesi dopo. Per la prima volta si presenta all’Fbi sola, senza avvocato. Diceva di sentirsi a disagio ad essere registrata e si domandava quale fosse il motivo per continuare a parlare perché forse era già tutto caduto in prescrizione. Nel promemoria si legge che gli agenti la incoraggiavano “ad andare a casa e a prendersi tutto il tempo necessario per pensare a parlare ulteriormente”. Ma quale è stato il seguito delle dichiarazioni della presunta vittima? Non è chiaro: secondo una mail tra gli agenti che risale all’estate 2025 “una vittima identificata ha affermato di aver subito abusi da parte di Trump, ma alla fine si è rifiutata di collaborare”. Tuttavia si sa se si tratti della stessa persona intervistata 4 volte. Così come non è chiaro se fosse la stessa vittima che ha intentato una causa agli eredi di Epstein: aveva dichiarato di essere stata abusata dal finanziere – senza mai citare Trump – in Carolina del Sud e portata a incontri a New York con “uomini ricchi e di spicco”. Informazioni che corrispondono con quelle della testimone interrogata dall’Fbi. Secondo un verbale del tribunale del maggio 2021, la vittima, identificata come “Jane Doe 4”, è stata “ritenuta non idonea a ricevere un risarcimento” dall’Epstein Victims’ Compensation Program, un sistema istituito per esaminare in modo indipendente le richieste delle vittime. Non si sa quali siano stati i motivi che non ne hanno riconosciuto l’idoneità. Ma il suo avvocato ha dichiarato che la donna ha ricevuto un risarcimento dopo avere ritirato la denuncia a dicembre 2021. L'articolo “Trump parlava di riciclaggio coi casinò e di ricatti con Epstein”: pubblicate altre accuse di abusi sessuali del tycoon su una minorenne proviene da Il Fatto Quotidiano.
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