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La società petrolifera del finanziatore di Trump compra impianti strategici in Germania. Ed è polemica sulla sicurezza nazionale
La compagnia petrolifera statunitense Sunoco LP ha preso il controllo di impianti di stoccaggio del petrolio e di oleodotti di importanza militare in Germania. Il più grande operatore tedesco di stoccaggio di gas in cisterne TanQuid GmbH & Co. KG è passato di mano, l’annuncio sul web già il 16 gennaio. L’azienda USA, già in Europa con terminali per combustibili liquidi in località chiave (tra cui Amsterdam e Bantry Bay, in Irlanda), entrando anche nel più grande operatore indipendente tedesco – con 15 terminal in Germania e uno in Polonia – espande così la sua presenza in infrastrutture critiche che consentono, oltre alla distribuzione del carburante, anche lo stoccaggio strategico per enti governativi. Dietro l’operazione c’è il volto del miliardario settantenne Kelcy Warren, amministratore delegato e presidente di Energy Transfer Partners, di cui Sunoco, fondata come Sun Oil nel 1886 e diventata Sunoco Inc. nel 1998, è una consociata. Finanziatore di Trump – si stima abbia donato più di 13 milioni di dollari alla campagna del 2024 – nel 2017, pochi giorni dopo il suo insediamento, era stato ringraziato con lo sblocco del progetto dell’oleodotto Dakota Access. Una pipeline cui gli Standing Rock Sioux e altre comunità di nativi americani si opponevano per i rischi che avrebbe rappresentato all’approvvigionamento idrico e ai loro siti sacri. Con il perfezionamento dell’ingresso in TanQuid, l’azienda di Warren controlla ora da Filadelfia circa un quinto della capacità di stoccaggio di gas in cisterne della Germania e oltre mille chilometri di oleodotti, nonché il 49 % del pacchetto della società di gestione degli oleodotti detenuto dall’operatore tedesco. TanQuid rifornisce principalmente l’industria petrolifera e clienti del settore petrolchimico; i suoi oleodotti a lunga distanza sono tuttavia di importanza strategica perché forniscono, tra le altre cose, cherosene agli aeroporti militari tedeschi, come quello di Büchel, dove sono immagazzinate le armi nucleari americane, e la base aerea di Neuburg, da cui decollano gli Eurofighter. “Questa infrastruttura militare è estremamente importante per la capacità operativa delle forze aeree: il fatto che ora sia posseduta al 49% da una società statunitense è un fatto politicamente molto delicato” ha commentato alla ZDF Jacopo Maria Pepe, della Fondazione tedesca per gli affari internazionali e la sicurezza. Sebbene TanQuid non detenga una quota di maggioranza nella rete di oleodotti della Nato, attraverso la sua quota nella società operativa delle pipelines (Fernleitungs-Betriebsgesellschaft o FBG) ha comunque un peso in caso di scontro militare. “L’acquisto fornisce agli Stati Uniti informazioni sulle capacità e le debolezze del sistema”, ha osservato Pepe. Quand’anche il 51% della FBG rimanga in mano al ministero della Difesa tedesco “se a causa dell’usura o di un sabotaggio fossero necessarie delle riparazioni, gli USA possono bloccarle”. Secondo documenti depositati dalla società americana presso la Commissione statunitense di controllo della borsa, l’accordo tra TanQuid e Sunoco era stato raggiunto fin da marzo 2025. Sunoco avrebbe pagato circa 500 milioni di euro, facendosi al contempo carico anche di debiti per circa 300 milioni di euro della società tedesca. Era però ancora necessario il superamento del processo di revisione degli investimenti, in cui il ministero federale dell’Economia e dell’Energia tedesco (BMWE) diretto da Katherina Reiche (CDU) analizzasse se fosse a repentaglio la sicurezza della Germania, o di un altro Stato membro dell’UE. Il 9 gennaio il BMWE ha dato sorprendentemente il via libera, seppure condizionato. “Le condizioni di approvazione garantiscono la fornitura continua delle capacità di stoccaggio dei serbatoi del Gruppo TanQuid” ha assicurato un portavoce ministeriale a ZDF e Spiegel, rifiutando di rispondere alle critiche alla cessione di impianti di importanza strategica, e se i requisiti siano commisurati all’importanza dell’infrastruttura in termini di sicurezza politica. “Il Governo tedesco non avrebbe mai dovuto approvare questo accordo”, ha dichiarato invece allo Spiegel Nina Noelle di Greenpeace, secondo cui sono state cedute infrastrutture energetiche critiche a una multinazionale statunitense di combustibili fossili, ignorando tutte le preoccupazioni in materia di sicurezza e politica climatica. Energy Transfer e la sua controllata, Sunoco, sarebbero state effettivamente multate tra il 2013 e il 2020 per milioni di dollari dalle autorità statunitensi per numerose violazioni del Clean Water Act, fuoriuscite di petrolio e inquinamento, scrive Jasper van Teeffelen ricercatore del Centro olandese di ricerca sulle industrie multinazionali (Somo), organizzazione che peraltro dichiara apertamente di voler “trasformare il sistema economico limitando il potere delle aziende e sostenendo la giustizia sociale”. Von Teefelen sostiene che gli europei dovrebbero essere più attenti a non abdicare agli standard climatici dando spazio al favore dell’amministrazione americana per le aziende fossili. Anche Michael Kellner, esperto di politica energetica dei Verdi, d’altronde ha definito la decisione del Governo tedesco del tutto incomprensibile: “Dobbiamo ridurre la nostra dipendenza dagli Stati Uniti, non aumentarla. Importanti infrastrutture non appartengono a mani russe, americane o cinesi” indica a Manager Magazin. I Verdi avevano già sollevato la questione in un’interrogazione al Bundestag (la numero 21/746) l’8 luglio 2025. L’acquisizione segna oltre a tutto un ulteriore aumento di dipendenza energetica dagli Stati Uniti. Dopo la cessazione delle forniture di gas russo a seguito della guerra in Ucraina e della distruzione dei gasdotti Nord Stream, la Germania ha fatto ampio affidamento sul gas naturale liquefatto (GNL) statunitense. Tra il 2021 e il 2025, le importazioni di GNL dagli USA verso l’UE sono quasi quadruplicate arrivando a circa il 57%. Anche se l’Agenzia federale tedesca per le reti sottolinea che la Germania adesso non si trova in una situazione di carenza e ha diversificato le rotte di importazione, permane una dipendenza strutturale. TanQuid era una struttura critica secondo la normativa tedesca “Kritis”, a Berlino pare però abbia rilevato piuttosto che Sunoco è un’azienda leader, esperta e operante a livello internazionale nel settore delle infrastrutture e della distribuzione di carburante. Proprio mentre il Pentagono dichiara che gli europei devono difendersi meglio da sé, gli USA aumentano così significativamente il loro controllo. Tanto più che dal 2024, Energy Transfer, attraverso la sua controllata Sunoco, ha già acquisito asset infrastrutturali energetici europei per un valore di quasi 700 milioni di euro, come rimarcato da Jasper van Teeffelen. L’acquisizione di TanQuid è più di un semplice cambio di proprietà, ha messo a fuoco anche Thomas Sabin su Focus, tocca questioni di sicurezza dell’approvvigionamento e dipendenza geopolitica. Con il vertice europeo sullo sviluppo dell’eolico off shore indetto il 26 gennaio ad Amburgo, il Cancelliere Merz non potrà rimediare ai rischi di dipendenza posti alla difesa aerea. L'articolo La società petrolifera del finanziatore di Trump compra impianti strategici in Germania. Ed è polemica sulla sicurezza nazionale proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Perché il petrolio venezuelano e perché ora? Due indizi spiegano il vero interesse di Trump
L’attacco da parte degli Stati Uniti nei confronti del Presidente venezuelano Maduro, e le successive dichiarazioni da parte di Trump e del suo staff, confermano, qualora ce ne fosse ancora bisogno, che gli equilibri geo-politici ed il diritto internazionale sono in forte sofferenza. A valle di questo evento che ha scosso le cancellerie di tutti i paesi, ampie discussioni televisive e articoli sulla stampa nazionale ed internazionale hanno dibattuto e dibattono ancora dell’interesse da parte di Trump, e dell’economia statunitense, nei confronti delle riserve di petrolio presenti nel sottosuolo dell’Orinoco Belt venezuelano. Lo stesso Trump, malgrado giustificasse la cattura del Presidente Maduro e di sua moglie in territorio venezuelano come conseguenza del mandato spiccato da un tribunale statunitense per fermare il traffico di droga verso gli Stati Uniti, durante la sua ora di show a reti unificate ha menzionato la parola droga (drug) solo 9 volte, mentre la parola petrolio (oil) è stata pronunciata per ben 27 volte sconfessando in diretta le motivazioni ufficiali per giustificare, almeno nella narrazione trumpiana, l’azione. Posizione della Orinoco Belt. Credit @Francia Galea Álvarez Sebbene sfruttare le riserve petrolifere venezuelane da parte dell’amministrazione Trump può avere il suo perché, è davvero questo il reale interesse come lo stesso Trump ha lasciato pensare? Oppure la tempistica dell’azione, malgrado velati attacchi alla sovranità venezuelana andassero avanti da mesi, svoltasi giusto due giorni dopo la visita di una delegazione cinese in Venezuela ricevuta dal Presidente Maduro per discutere di cooperazione bilaterale e il sostegno diplomatico cinese al Venezuela e rafforzare il legame tra i due paesi potrebbe indicare altre strade? Ricordiamo che durante il suo discorso, e nei giorni successivi, Trump non ha mancato di usare la cattura di Maduro come prova di forza verso altri governi americani, asiatici ed europei minacciando azioni simili a quanto fatto in Venezuela inclusa l’annessione della Groenlandia. Probabilmente, è ancora presto per capire le reali ragioni, ma una breve analisi potrebbe aiutare a comprendere se il petrolio venezuelano può veramente essere la motivazione principale. Uno spunto ce lo dà lo stesso Trump che in un messaggio sul suo social media dichiara che ‘gli Stati Uniti avranno accesso a 30-50 milioni di barili di petrolio di alta qualità…”. Se è vero che le riserve del Venezuela sono le maggiori al mondo, è altrettanto vero che la qualità è pessima e non di facile (aka economico – usando un linguaggio gradito a Trump) estrazione. Se guardiamo all’architettura a grande scala del reservoir principale, chiamato Oficina Formation e che costituisce il ‘serbatoio’ dove è intrappolato il petrolio, studi sedimentologici hanno mostrato come questo sia caratterizzato da una grossa variabilità di proprietà sia laterale che verticale che rendono complessa la sua modellizzazione per una efficiente pianificazione estrattiva. Sezione geologica che mostra la geologia della Oficina Formation nell’Orinoco Belt. Credit A.W. Martinius et alii, 2013 https://doi.org/10.1306/13371590St643559 Sebbene l’Oficina Formation abbia proprietà geologiche favorevoli (cioè porosità e permeabilità medie elevate – in pratica è come una spugna con dei larghi vuoti in cui è facile intrappolare e tirare fuori dei fluidi), il fatto che il petrolio sia pesante e molto viscoso rendono la sua estrazione molto difficile. Inoltre, considerando che il petrolio presente nel sottosuolo è a contatto con acqua, si produce più acqua (non utilizzabile per fini domestici e civili) che olio rendendo il rapporto acqua/olio poco favorevole. Inoltre, l’alta viscosità (heavy oil) implica difficoltà nel trasporto limitando la quantità massima giornaliera prodotta, e alti costi per essere successivamente raffinato. Questo significa che il prezzo del petrolio venezuelano è inferiore di circa 15-25 dollari al barile rispetto a quello prodotto ad esempio nel Mare del Nord e soggetto ad elevati costi post-estrazione. Quindi, con le attuali tecnologie il petrolio venezuelano tanto declamato da Trump è poco attrattivo da un punto di vista commerciale. E prima che le major del petrolio investano milioni di dollari in qualcosa di poco redditizio che ha ritorni sul lungo periodo, è necessario qualcosa di più di una prova di forza. Quindi o Trump non sa di cosa sta parlando (non sarebbe la prima volta e quindi fortemente possibile) ma lo usa per i suoi fini, oppure mente sapendo di mentire per nascondere la vera ragione del suo interesse per il Venezuela. Se consideriamo che la maggior parte del petrolio prodotto in Venezuela era destinato al mercato cinese, la tempistica dell’azione a ridosso della visita cinese, e che la Cina sia uno degli avversari sullo scacchiere globale di Trump, abbiamo che due indizi fanno una prova. Barili di petrolio venezuelano esportato nel 2025 in diversi paesi L'articolo Perché il petrolio venezuelano e perché ora? Due indizi spiegano il vero interesse di Trump proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Venezuela, gli Usa sequestrano la quinta petroliera: è la “Olina”, già sanzionata per il trasporto di petrolio russo
Il suo ultimo nome sarebbe “Olina“, ma in passato è stata registrata anche come “Minerva”. La Guardia costiera Usa l’ha intercettata nella notte americana: è la quinta petroliera fermata dalle autorità di Washington nella loro campagna volta a rintracciare le navi coinvolte nel trasporto di greggio venezuelano soggetto a sanzioni. Lo riferisce il Wall Street Journal, secondo cui la petroliera e . “Olina”, riferisce il Wall Street Journal, batte bandiera di Timor Est, era già stata sanzionata per aver trasportato greggio russo e secondo dati di tracciamento marittimo ha trasmesso l’ultima posizione a metà novembre, al largo del Venezuela. Il sequestro rischia di esacerbare ulteriormente le tensioni fra Washington e Mosca a pochi giorni dal sequestro della petroliera Marinera nelle acque internazionali dell’Oceano Atlantico. Anche se nelle ultime ore la tensione sembrava essersi abbassata. Oggi il ministero degli Esteri russo ha fatto sapere che, accogliendo le sollecitazioni di Mosca, Donald Trump avrebbe deciso di rilasciare due cittadini russi che fanno parte dell’equipaggio della stessa “Marinera”, sequestrata dalle forze Usa nei giorni scorsi. Le autorità Usa, specifica ancora il Wsj, continuano a sorvegliare altre imbarcazioni che tentano di eludere il blocco statunitense sulle petroliere soggette a sanzioni che viaggiavano da e verso il Venezuela. L'articolo Venezuela, gli Usa sequestrano la quinta petroliera: è la “Olina”, già sanzionata per il trasporto di petrolio russo proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Altro colpo Usa alla diplomazia: un ddl bipartisan per sanzionare chi intrattiene rapporti commerciali con Mosca
È la legge del pugile: chi non reagisce, subisce. Chi non risponde, incassa. E, al momento, Mosca sta incassando colpi sul ring della geopolitica mondiale: i pugni li sta dando tutti Trump. La timidezza con cui le autorità russe hanno reagito alla cattura del presidente Nicolas Maduro, alleato sudamericano del Cremlino, e al successivo sequestro della petroliera Marinera – ex Bella1, battente bandiera russa, assaltata dalle forze Usa mentre si dirigeva in un porto della Federazione – ha suscitato malumore tra i falchi russi – dal milblogger Aleksandr Kots fino al filosofo anti-occidentale Dugin. Cresce la richiesta di una riposta immediata e netta, che abbia il sapore di un’inequivocabile vendetta, ma probabilmente non arriverà: l’obiettivo dei russi sembra preservare l’avanzamento dei negoziati ucraini. Invece, Trump si prepara ad assestare un ulteriore colpo a Mosca: ha appena concesso di procedere al Congresso a un disegno di legge bipartisan sulle sanzioni contro i Paesi che intrattengono rapporti commerciali con la Russia. Si vota la prossima settimana. Sta lavorando al Sanctioning Russia Act il senatore repubblicano Lindsey Graham; lo ha redatto insieme al democratico Richard Blumenthal. L’emendamento fornisce al presidente degli Stati Uniti l’autorità di imporre dazi fino al 500% sulle importazioni dai Paesi che intrattengono rapporti con il settore energetico russo. Nel mirino ci sono dunque tre giganti: Cina, India e Brasile. Graham ha ottenuto “greenlit”, luce verde a procedere, dopo un “very productive meeting” che ha tenuto mercoledì con il presidente: “Questo disegno di legge consentirà al presidente Trump di punire i Paesi che acquistano petrolio russo a basso costo, alimentando la macchina da guerra di Putin” ha dichiarato, dicendosi convinto che la legge concepita per fare pressione sulla squadra Putin favorirà Kiev al tavolo negoziale (“Arriverà al momento giusto, poiché l’Ucraina sta facendo concessioni per la pace”). Martedì scorso, durante un summit di partner dell’Ucraina, gli Usa per la prima volta hanno accordato sostegno alle proposte europee per garanzie di sicurezza vincolanti per l’Ucraina, inclusa la presenza di boots on the ground, truppe sul terreno di una forza multinazionale – proposta sempre ritenuta irricevibile dal Cremlino. Ad uno ad uno, adesso, Washington sta colpendo l’intera rete degli alleati russi, proprio mentre la squadra repubblicana sta per mettere le mani – via Big Oil statunitensi – sulle riserve petrolifere del Venezuela, che Trump ha dichiarato di voler controllare a tempo indeterminato. Finora, tuttavia, le misure restrittive statunitensi non hanno frenato i legami tra Pechino e Mosca, e Mosca e New Delhi: la Cina ha acquistato quasi la metà delle esportazioni di greggio russo a novembre, l’India il 38%; solo Brasilia ha ridotto le importazioni negli ultimi mesi. L'articolo Altro colpo Usa alla diplomazia: un ddl bipartisan per sanzionare chi intrattiene rapporti commerciali con Mosca proviene da Il Fatto Quotidiano.
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“Il blitz sulle petroliere era legittimo, ma ora gli Usa rispettino il diritto marittimo. Altrimenti si torna all’Ottocento”
Il blitz in sé era possibile, ma la vera partita si apre ora e tutto lascia presagire che gli Stati Uniti non prendano in considerazione di assumere la postura più corretta secondo le leggi del mare. Nel giorno in cui gli Stati Uniti hanno sequestrato due petroliere legate al Venezuela, una delle quali battente bandiera russa, Giuseppe Cataldi, professore ordinario di Diritto Internazionale all’Università di Napoli L’Orientale e presidente dell’Association internationale du droit de la mer, prova a fare chiarezza riguardo all’aderenza dell’operazione militare al diritto internazionale e della navigazione. L’abbordaggio e il fermo in acque internazionali di Marinera e Sophia, accusate di far parte della flotta fantasma e di aver violato il blocco sul greggio venezuelano, sono un nuovo – e probabilmente non l’ultimo – capitolo del nuovo fronte aperto da Donald Trump in Sud America. Professore, l’operazione degli Stati Uniti è legittima? È presto e complicato per fornire una risposta univoca e netta. Bisogna partire dalle sanzioni e dalla loro legittimità, trattandosi di azioni unilaterali. In questo caso, poi, vengono da un solo Paese, con gli Usa che parlano di petrolio rubato dal Venezuela alle loro aziende. Senza entrare nel merito dell’operato di Nicolás Maduro e della sua cricca, il diritto di nazionalizzare una materia prima è, questo sì, certamente legittimo. Il blitz è avvenuto in acque internazionali, questo cosa comporta? Secondo il diritto, le navi sono sottoposte alla sola giurisdizione dello Stato di bandiera con rare eccezioni, come la tratta di schiavi e la pirateria. Di certo non è contemplato il contrabbando. Attenzione, non è una questione di buoni e cattivi: parliamo di imbarcazioni che navigavano senza bandiera in acque internazionali, spegnendo i transponder o grazie a operazioni molto opache di reflagging, cioè usando bandiere di convenienza. Non si tratta, con ogni evidenza, di navi pulite ma che agiscono anche loro in maniera borderline, se non fuori dal diritto internazionale. Nonostante questo, la presa in custodia da parte della Marina statunitense resta illegittima? Il diritto di visita su navi altrui in acque internazionali è una facoltà limitata, disciplinata dalla Convenzione di Montego Bay, che gli Usa, tra le altre cose, non hanno mai ratificato. In ogni caso, diciamo che l’abbordaggio e la presa in custodia sono considerabili legittimi perché, tra mancanza di bandiera e reflagging, non è chiaro a chi appartengano realmente entrambe le navi. Dal momento del fermo, però, il diritto internazionale prevede che chi è entrato in azione indaghi e avvisi lo Stato di riferimento iniziando una cooperazione, che al momento è mancata del tutto. E possiamo immaginare che ciò non avverrà perché gli Usa hanno già fatto capire che intendono considerare “cosa loro” il petrolio venezuelano. Insomma, la partita vera si apre ora? Essenzialmente sì. Chi è lo Stato competente? Il mare internazionale è di tutti e ognuno risponde per le proprie navi, tranne casi estremi come la pirateria e la tratta degli schiavi. Gli Usa dovrebbero capire a chi davvero appartengono le due imbarcazioni e come si sono mosse: dovrebbero, in sostanza, intavolare un dialogo con lo Stato che ha realmente la giurisdizione. Tra l’altro gli Stati Uniti, pur non essendo tra tra i 171 Paesi che aderiscono alla Convenzione Onu sul diritto del mare, la Convenzione di Montego Bay di cui parlavo in precedenza, hanno certamente violato il diritto quando negli scorsi mesi hanno preso a bombardare le imbarcazioni sospettate di trasportare droga: si tratta di operazioni del tutto illegali in acque internazionali. La realtà è che stiamo precipitando verso una concezione ottocentesca dei rapporti tra gli Stati, dove vige la legge del più forte. L'articolo “Il blitz sulle petroliere era legittimo, ma ora gli Usa rispettino il diritto marittimo. Altrimenti si torna all’Ottocento” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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È vera la storia delle ‘immense riserve petrolifere’ del Venezuela? Per uno scopo, sì
Molto tempo fa, si giustificavano le crociate dicendo “Dio lo Vuole” (Deus Vult). Non pare che all’epoca nessuno si preoccupasse più di tanto di verificare che Dio fosse veramente contento che i suoi figli si ammazzassero fra loro in suo nome (vi ricordate “Deus non vult” nel vecchio film “Brancaleone alle Crociate”?). Più tardi, sono venute di moda altre scuse, tipo “portiamogli la democrazia”. Di recente, si parla di “guerre per il petrolio”. Una volta lo si faceva con una certa pudicizia, ma adesso Trump ha sdoganato l’idea. Il rapimento di Nicolas Maduro, ha detto Trump, è stato per accaparrarsi le immense riserve petrolifere del Venezuela. Ora, c’è chi si straccia le vesti per l’insulto al diritto internazionale ma, sotto, sotto, il signor Rossi si frega le mani pensando che potrà ancora usare il suo dieselone. Ma, come sempre, le cose non sono semplici e vale la regola che nel mondo nessuno ti regala niente – tantomeno il petrolio. Allora, è vera la storia delle “immense riserve petrolifere” del Venezuela? In parte sì, ma in questa faccenda bisogna stare attenti a mettere i puntini su tutte le vocali. Il petrolio è un po’ come il vino: c’è una certa differenza fra un Brunello di Montalcino e un cartone di vino comprato al supermercato. Per il petrolio, quello migliore è quello “leggero” che si estrae come liquido dai pozzi senza troppe difficoltà – ed è quello ormai sempre più raro. Invece c’è ancora una certa abbondanza del petrolio “pesante”, come quello del Venezuela. Però, per tirarlo fuori bisogna liquefarlo con dei solventi, poi bisogna ripulirlo dalla contaminazione da zolfo e metalli pesanti. Poi va raffinato, e solo certe raffinerie specializzate lo possono fare, e non vi dimenticate l’inquinamento generato dall’operazione. Il costo e gli investimenti necessari sono spaventosi. Questo spiega come mai il Venezuela produce solo un decimo di quanto produca l’Arabia Saudita, nonostante che sulla carta abbia riserve superiori. Allora, che senso ha impegnarsi in una guerra per questa robaccia? Si parla di anni di lavoro e di investimenti dell’ordine di centinaia di miliardi di dollari per creare un’infrastruttura in grado di produrre il petrolio venezuelano a livelli comparabili a quelli dei grandi produttori. Ma ne varrebbe la pena solo se gli investitori fossero sicuri che fra dieci anni lo si potrà vendere. Ma, fra dieci anni, l’auto termica sarà altrettanto obsoleta delle locomotive a vapore e il prezzo del petrolio rischia di crollare perché non avrà più mercato. Per non parlare poi di un possibile ritorno di sanità mentale fra i nostri leader che potrebbero a capire che, se non vogliamo scassare tutto l’ecosistema terrestre, il petrolio pesante lo dovremmo lasciare sottoterra. Allora l’attacco al Venezuela è una follia? Lo è, come lo sono tutte le guerre. Ma, come diceva Polonio a proposito di Amleto, “in quella follia, c’è un metodo”. Il metodo appare chiaro se consideriamo non più il mercato civile (il dieselone del sig. Rossi), ma quello militare. L’apparato militare degli Stati Uniti è ancora quasi completamente basato sui combustibili liquidi, a parte le portaerei e i sommergibili nucleari. E gli Stati Uniti si trovano di fronte alla previsione di un calo sostanziale nella produzione nazionale di petrolio di scisto, una risorsa che finora li ha salvati dall’esaurimento del petrolio convenzionale. Allora, c’è una logica che il governo degli Stati Uniti prenda il controllo diretto del petrolio del Venezuela e che finanzi le proprie compagnie petrolifere per sviluppare la sua produzione. Fra una decina di anni, il petrolio venezuelano potrebbe ancora tenere in piedi l’apparato militare Usa. Quando si tratta di fare la guerra, il mercato non conta: paga lo Stato. E’ per questo che la Cina sta elettrificando il trasporto e sviluppando un’infrastruttura energetica rinnovabile. In questo modo, saranno strategicamente al sicuro, in grado di fare a meno del petrolio. Se fossimo furbi, faremmo anche noi la stessa cosa. E il dieselone del Sig. Rossi? Beh, mi dispiace, ma mi sa che nei prossimi anni di petrolio per lui ne rimarrà poco. L'articolo È vera la storia delle ‘immense riserve petrolifere’ del Venezuela? Per uno scopo, sì proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Petroliera russa sequestrata dagli Usa: il no all’alt, la fuga e il cambio di bandiera in pieno Atlantico: ecco come la “Bella1” ha tentato di fuggire
La prima volta che spegne il transponder è il 17 dicembre. Quel giorno la super-petroliera Bella 1, sequestrata nelle scorse ore dagli Stati Uniti dopo un inseguimento di tre settimane nell’oceano Atlantico, comincia a navigare con il sistema per trasmettere la posizione disattivato perché non vuole essere intercettata. La fuga vera e propria, però, inizia 4 giorni dopo. Sospettata di aver trasportato in passato greggio iraniano e sottoposta a sanzioni fin dal 2024, il 21 dicembre la VLCC (Very Large Crude Carrier) costruita nel 2002 si avvicina al Venezuela con le cisterne vuote. Quando la Guardia Costiera Usa, in possesso di un mandato di sequestro, cerca di abbordarla la nave respinge l’alt, inverte rotta e si lancia nell’oceano in direzione nord-ovest. Fugge, la Bella 1, confermando i sospetti di Washington secondo cui farebbe parte di una flotta ombra, una delle molte reti di vecchie navi commerciali con proprietà difficili da ricostruire, documentazione incerta e registrate con bandiere di comodo usate per trasportare greggio sanzionato per conto di Russia, Iran e, appunto, Venezuela. La svolta avviene tra il 29 e il 31 dicembre, in mezzo all’Atlantico. In piena fuga, l’equipaggio dipinge in modo grossolano una bandiera russa su una delle murate. Poco dopo l’armatore — la società turca Louis Marine Shipholding Enterprises — le cambia il nome in “Marinera” e la iscrive ufficialmente nel Registro marittimo russo con porto di immatricolazione Sochi, ottenendo un nuovo codice IMO che ricade sotto la bandiera di Mosca. La mossa serve a tentare di evitare l’abbordaggio e il sequestro, ma la procedura è inusuale: secondo la Convenzione delle Nazioni Unite sul Diritto del Mare non è previsto che si possa cambiare bandiera durante una tratta di navigazione. Tuttavia, l’iscrizione presso il Registro marittimo della Federazione conferisce formalmente alla Marinera lo status di nave russa, ponendola sotto giurisdizione e protezione formale di Mosca. Un funzionario ha riferito al New York Times che negli ultimi giorni di dicembre un ufficiale a bordo della petroliera ha contattato via radio la Guardia Costiera statunitense per comunicare che la nave batte bandiera russa e che quindi non può essere abbordata se non previo accordo tra gli Stati interessati. Washington, al contrario, ritiene che quando l’inseguimento è iniziato a metà dicembre, la Bella 1 non era ancora stata registrata a Sochi e per questo motivo poteva essere considerata “apolide”, non godeva ancora della protezione di Mosca e poteva essere soggetta a ispezioni ai sensi del diritto internazionale. L'articolo Petroliera russa sequestrata dagli Usa: il no all’alt, la fuga e il cambio di bandiera in pieno Atlantico: ecco come la “Bella1” ha tentato di fuggire proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Non si salva nessuno – la mia vignetta per Il Fatto Quotidiano oggi in edicola #venezuela #epifania #befana2026 #petrolio #vignetta #satira #ilfattoquotidiano #natangelo L'articolo Befana un cazzo proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Il diavolo è nel diesel: perché gli Usa hanno bisogno di importare petrolio. Soprattutto dal Venezuela
di Giovanna Gabetta A chi legge l’inglese, suggerirei di seguire il blog di Arthur Berman, un geologo statunitense con molti anni di esperienza nell’Oil and Gas. Art ha anche una laurea in Storia del Medio Oriente, e quindi ritiene che la sua sia una prospettiva abbastanza diversa rispetto a quella di molti altri analisti. In effetti, per quello che ne capisco io, è veramente così. Vorrei parlarvi di un suo articolo in particolare, in cui sostiene che “Il diavolo è nel diesel”. Voi mi direte: “Sappiamo tutti che il diavolo è nel diesel”: perché le auto a combustione interna inquinano, perché in Europa sono stati fissati dei termini oltre i quali non si potranno più immatricolare auto diesel (anche se questi limiti sono diversi da Paese a Paese), perché ormai il futuro è rappresentato dalle auto elettriche (sarà vero?). Ma il diesel non serve soltanto per le auto, il diesel è la linfa della nostra economia. L’agricoltura e l’allevamento, le miniere, i pozzi di petrolio, le navi, i treni e i camion funzionano perché c’è il diesel. Se ci fosse una mancanza di diesel, i costi di quasi tutte le materie prime e le attività aumenterebbero. E aumenterebbero anche i costi dei trasporti, rendendo molto meno favorevole comprare i prodotti che ci servono all’altro capo del mondo. In genere, le persone comuni, ma anche i politici e i giornalisti, non capiscono da cosa dipenda il problema, perché occorre sapere che il petrolio non è tutto uguale, e anche sapere come funzionano le raffinerie. Proviamo a spiegarlo in modo semplice. I prodotti della raffinazione sono diversi. Si possono grossolanamente dividere in quattro categorie: benzina, cherosene, combustibile per aerei e diesel. Devono essere distillati dal petrolio, ma non si tratta di un menù come quello dei ristoranti, nel quale ognuno può scegliere ciò che vuole. Il risultato dipende da due fattori principali: le caratteristiche della raffineria, e il tipo di petrolio che si usa. La distillazione del petrolio è un po’ come quella dei liquori: il liquido viene scaldato per ottenere un vapore che viene poi raffreddato di nuovo e ridiventa liquido. In questo modo si riesce a separare le diverse parti più o meno pesanti. Dai liquori, si eliminano le molecole più leggere che possono contenere metanolo, e quelle più pesanti che contengono residui dannosi. Per il petrolio, la parte più leggera è la benzina, ma neppure le frazioni via via più pesanti nella distillazione vengono eliminate, perché sul mercato hanno valore, anche più della benzina. Il petrolio contiene molecole complesse che consistono in catene molto lunghe, formate principalmente da atomi di carbonio e di idrogeno. In raffineria queste grosse molecole vengono spezzate in catene più piccole. Quanto di ogni frazione si può ricavare dipende dalla tecnologia che si usa, ma anche e soprattutto dal tipo di petrolio che si può immettere in ingresso. Le raffinerie che producono una maggiore percentuale di diesel hanno bisogno di petrolio più pesante come prodotto di partenza. Infatti non tutto il petrolio è lo stesso, anche se di solito questo fatto viene preso in considerazione di rado. In raffineria si definisce il petrolio usando il grado API, una misura di densità. Il petrolio leggero ha un grado API più alto e contiene in quantità minori i composti che servono per produrre il diesel. La maggior parte del petrolio che si produce negli Stati Uniti, detto petrolio di scisto (Shale Oil) è leggero e deve essere miscelato con petrolio più pesante se si vuole ottenere il diesel. Come conseguenza, gli Stati Uniti, pur essendo i primi produttori al mondo come quantità, non possono essere indipendenti per quanto riguarda il petrolio: devono importare da altri produttori – ad esempio dal Venezuela – la materia prima più pesante. IL BLOG SOSTENITORE OSPITA I POST SCRITTI DAI LETTORI CHE HANNO DECISO DI CONTRIBUIRE ALLA CRESCITA DE ILFATTOQUOTIDIANO.IT, SOTTOSCRIVENDO L’OFFERTA SOSTENITORE E DIVENTANDO COSÌ PARTE ATTIVA DELLA NOSTRA COMMUNITY. TRA I POST INVIATI, PETER GOMEZ E LA REDAZIONE SELEZIONERANNO E PUBBLICHERANNO QUELLI PIÙ INTERESSANTI. QUESTO BLOG NASCE DA UN’IDEA DEI LETTORI, CONTINUATE A RENDERLO IL VOSTRO SPAZIO. DIVENTARE SOSTENITORE SIGNIFICA ANCHE METTERCI LA FACCIA, LA FIRMA O L’IMPEGNO: ADERISCI ALLE NOSTRE CAMPAGNE, PENSATE PERCHÉ TU ABBIA UN RUOLO ATTIVO! SE VUOI PARTECIPARE, AL PREZZO DI “UN CAPPUCCINO ALLA SETTIMANA” POTRAI ANCHE SEGUIRE IN DIRETTA STREAMING LA RIUNIONE DI REDAZIONE DEL GIOVEDÌ – MANDANDOCI IN TEMPO REALE SUGGERIMENTI, NOTIZIE E IDEE – E ACCEDERE AL FORUM RISERVATO DOVE DISCUTERE E INTERAGIRE CON LA REDAZIONE. SCOPRI TUTTI I VANTAGGI! L'articolo Il diavolo è nel diesel: perché gli Usa hanno bisogno di importare petrolio. Soprattutto dal Venezuela proviene da Il Fatto Quotidiano.
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“Trump punta all’Iran solo perché quinto produttore del petrolio mondiale e ricco di gas. Nessun interesse umanitario”: l’attacco del maestro Bahrami
Ramin Bahrami, pianista iraniano, rifugiato da anni in Italia, e tra i maggiori interpreti contemporanei di Bach, ha commentato le ultime notizie sul suo Paese, da giorni al centro di sanguinose proteste contro il carovita, e ora nel mirino di Donald Trump che ha minacciato di colpire “duramente” l’Iran se verranno uccisi altri manifestanti. Secondo il quotidiano libanese Al-Akhbar, il presidente Usa avrebbe raggiunto un accordo con il premier israeliano Benjamin Netanyahu per attaccare il “Paese degli Ayatollah” se non interromperà completamente il suo programma nucleare. “È una situazione inquietante e drammatica. – ha detto l’artista all’AdnKronos – Qui non si tratta di interesse umanitario da parte degli Stati Uniti, siamo di fronte ad atti che vanno al di là di ogni legge internazionale, di ogni diritto politico e umanitario. Qui si punta solo a interessi economici colossali. Questa cosa è valsa per il Venezuela, ed è applicabile all’Iran, come a Cuba“. E ancora: “Sono indignato. Qui siamo di fronte a guerre di conquista economica, fatte cancellando ogni diritto. Nessuno vuole salvare nessuno. Si vogliono salvare solo le proprie tasche. Del resto il Presidente americano ha detto chiaro e tondo che a lui interessano solo i soldi e il petrolio del Venezuela e la stessa cosa dicasi anche per l’Iran che è il quinto produttore del petrolio mondiale e tra i principali esportatori di gas nel mondo. Questa è la mia posizione che credo sia la stessa di tutti quelli che amano la pace e la tranquillità”. Insomma per l’artista “in questi momenti, se non ci vogliamo perdere del tutto, abbiamo bisogno della cultura con la C maiuscola. Io da un uomo di cultura chiedo che tutti gli intellettuali del mondo si mettano assieme e lancino un grido perché si ritorni al buon senso. Perché non è possibile una cosa del genere. Stupito che molte personalità del mondo della musica internazionale non abbiano preso nessuna posizione. Questo è gravissimo”. L'articolo “Trump punta all’Iran solo perché quinto produttore del petrolio mondiale e ricco di gas. Nessun interesse umanitario”: l’attacco del maestro Bahrami proviene da Il Fatto Quotidiano.
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