Chi ci ha guadagnato? Pochi minuti prima che il presidente degli Stati Uniti,
Donald Trump, annunciasse lunedì il rinvio per cinque giorni degli attacchi
contro le infrastrutture energetiche iraniane, i trader hanno piazzato scommesse
per centinaia di milioni di dollari sul mercato petrolifero. Movimenti anomali
che alimentano sospetti di insider trading. Ovvero, che chi ha comprato e
venduto avesse informazioni riservate che gli hanno consentito di lucrare sulla
presunta tregua, peraltro subito rotta secondo Teheran che ha denunciato nuovi
raid su impianti del gas. Ipotesi che fanno il paio con l’accusa lanciata a
caldo dal presidente del parlamento iraniano Mohammad-Bagher Ghalibaf, che –
smentendo negoziati con gli Stati Uniti – ha parlato di “notizie false
utilizzate per manipolare i mercati finanziari e petroliferi e per uscire dal
pantano in cui sono intrappolati Stati Uniti e Israele”.
Secondo il Financial Times, tra le 6:49 e le 6:50 ora di New York, appena
quindici minuti prima del post di Trump su Truth Social in cui elogiava i
colloqui “produttivi” con Teheran, sono stati scambiati circa 6.200 contratti
futures sul Brent e sul West Texas Intermediate per un valore nominale di 580
milioni di dollari. Contestualmente, i future sull’indice azionario S&P 500
hanno registrato un’impennata, con volumi insolitamente elevati.
La Bbc conferma fornendo qualche dato: alle 06:49, gli operatori avevano
piazzato 733 contratti sul WTI, saliti a 2.007 un minuto dopo, per un valore di
circa 170 milioni di dollari, mentre sul Brent i volumi sono passati da 20 a
oltre 1.600 contratti, equivalenti a circa 150 milioni di dollari. Analisti come
Mukesh Sahdev di XAnalysts parlano di “situazione sicuramente anomala”,
sottolineando che a quell’ora del giorno, in genere, le transazioni sono molto
più limitate.
L’annuncio di Trump alle 07:04 ha scatenato una forte ondata di vendite sul
petrolio facendone scendere il prezzo e un rimbalzo dei mercati azionari,
nonostante il presidente del parlamento iraniano, Mohammad-Bagher Ghalibaf,
abbia negato che fossero in corso negoziati.
Diversi hedge fund e gestori hanno osservato che operazioni di grandi dimensioni
prima di annunci ufficiali del governo si sono verificate più volte negli ultimi
mesi. Anche a gennaio, prima della destituzione del presidente venezuelano
Nicolás Maduro, gli scommettitori su Polymarket hanno piazzato grandi scommesse
basate su eventi politici imminenti e c’è chi ci ha guadagnato centinaia di
migliaia di dollari. La Casa Bianca, per bocca del portavoce Kush Desai sentito
dal Ft, ha respinto ogni insinuazione: “Non tolleriamo che alcun funzionario
tragga profitto illegalmente da informazioni riservate”. E qualsiasi accusa è
“priva di fondamento”.
L'articolo Impennata di contratti sul prezzo del petrolio pochi minuti prima del
post di Trump sulla tregua con l’Iran. I sospetti proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Tag - Petrolio
Il prezzo del petrolio Brent è risalito oltre i 100 dollari al barile, dopo il
crollo superiore al 10% registrato lunedì in seguito all’annuncio di Donald
Trump sulla tregua di cinque giorni con conseguente rinvio di nuovi attacchi
contro l’Iran. Teheran il giorno dopo ha fatto sapere che ieri sera, in
contrasto con le dichiarazioni del presidente Usa, sono state colpite da
“attacchi statunitensi-israeliani” infrastrutture legate al settore energetico
nella provincia di Isfahan e nella città sud-occidentale di Khorramshahr.
Secondo l’agenzia Fars, a Isfahan sono stati colpiti un edificio
dell’amministrazione del gas naturale e una stazione di riduzione della
pressione del gas, con danni anche ad alcune abitazioni vicine. A Khorramshahr,
invece, è stato preso di mira un gasdotto collegato a una centrale elettrica. Il
Brent ha guadagnato il 2,9%, a 102,84 dollari, mentre il West Texas Intermediate
ha registrato un balzo del 3,5% a 91,20 dollari.
Sul fronte del gas, i future europei sul naturale sono scesi martedì a circa
55,7 euro per MWh, estendendo il calo dai massimi di oltre tre anni. I mercati
energetici restano altamente volatili, con la sostanziale chiusura dello Stretto
di Hormuz che limita i flussi di greggio e GNL. Recenti attacchi iraniani hanno
inoltre ridotto di circa il 17% la capacità di esportazione di GNL del Qatar, e
le riparazioni delle strutture danneggiate potrebbero richiedere fino a cinque
anni, secondo QatarEnergy. Con le scorte europee di gas significativamente
esaurite durante l’inverno, la regione potrebbe avere difficoltà a rifornire i
depositi quest’estate se le interruzioni persistono e la concorrenza asiatica
per le forniture di GNL si intensifica.
L'articolo Il petrolio risale sopra 100 dollari al barile. Teheran: “Attacchi di
Usa e Israele a infrastrutture del gas dopo che Trump ha annunciato la tregua”
proviene da Il Fatto Quotidiano.
L’amministrazione Trump allenta la pressione economica su Teheran mentre la alza
sul piano militare. Una contraddizione che mette in luce le difficoltà della
Casa Bianca davanti all’esplosione dei prezzi della benzina in patria. Con il
petrolio sopra i 100 dollari al barile e in aumento di circa il 50% dall’inizio
dell’escalation, il segretario al Tesoro statunitense Scott Bessent ha
annunciato la sospensione per 30 giorni delle sanzioni sugli acquisti di greggio
iraniano via mare, nel tentativo di immettere sul mercato fino a 140 milioni di
barili e contenere l’impatto sui prezzi dei carburanti. Si continua insomma a
colpire l’Iran sul piano militare ma, allo stesso tempo, gli si consente di
riaprire temporaneamente il rubinetto delle esportazioni per evitare che il
costo dell’energia diventi un problema politico interno, a pochi mesi dalle
elezioni di medio termine.
La mossa della disperazione, tuttavia, ha margini di efficacia limitati.
Innanzitutto è temporanea: la finestra di 30 giorni riduce l’impatto sulle
aspettative di lungo periodo e l’effetto calmierante è di conseguenza fragile.
Inoltre, la capacità produttiva e logistica dell’Iran non è tale da compensare
shock di offerta più ampi, soprattutto in uno scenario di escalation che
coinvolga direttamente lo Stretto di Hormuz, da cui transita circa un quinto del
petrolio mondiale.
L'articolo Mossa della disperazione di Trump per frenare i prezzi del petrolio:
stop alle sanzioni sul greggio iraniano proviene da Il Fatto Quotidiano.
L’offensiva di Stati Uniti e Israele contro l’Iran ha creato “la più grande
minaccia alla sicurezza energetica globale della storia”. L’avvertimento arriva
dal direttore dell’Agenzia internazionale dell’energia (Iea), Fatih Birol, che
in un’intervista al Financial Times spiega come la percezione pubblica delle
conseguenze della guerra in Medio Oriente sia incompleta: “Si sa che è una sfida
importante, ma non sono sicuro che la portata e le conseguenze siano davvero
comprese”. Il punto è che dopo gli attacchi incrociati agli impianti energetici
non determinino solo un’interruzione temporanea dei flussi, ma un potenziale
danno strutturale alle infrastrutture del Golfo. Per far ripartire l’operatività
“ci vorranno sei mesi in alcuni casi, in altri molto di più”. Anche nello
scenario più favorevole, quello di una fine rapida delle ostilità, i tempi di
recupero saranno lunghi. “Ci vorrà molto tempo” per rimettere in attività. Con
la conseguenza che lo choc sull’offerta potrebbe protrarsi ben oltre la durata
del conflitto, alimentando volatilità e tensioni sui mercati energetici.
Gli attacchi statunitensi e israeliani e la rappresaglia iraniana stanno già
colpendo il cuore del sistema energetico globale. “Si sono fermate le arterie
vitali”, osserva Birol, riferendosi non solo al petrolio e al gas ma a un intero
ecosistema industriale. Dalla produzione di fertilizzanti ai prodotti
petrolchimici, base per plastica, tessile e manifattura, fino a materie prime
critiche come zolfo ed elio, la crisi rischia di propagarsi lungo tutte le
catene del valore. Così l’aumento dei prezzi energetici si trasmette ai costi
agricoli, industriali e logistici, riaccendendo le pressioni inflazionistiche.
Sui prezzi, Birol evita previsioni, ma il quadro che emerge da altri attori è
già estremo. Secondo il Wall Street Journal, l’Arabia Saudita ritiene possibile
un balzo del petrolio fino a 180 dollari al barile (contro i 110 circa per il
Brent di venerdì 20 marzo) se lo choc dovesse protrarsi oltre aprile. In teoria
sarebbe una manna dal cielo per il Paese, che deriva gran parte della sua
ricchezza dalle entrate petrolifere, ma prezzi così elevati – sottolinea il
quotidiano – “potrebbero spingere i consumatori ad adottare abitudini che
riducano drasticamente il consumo di petrolio, potenzialmente a lungo termine, o
innescare una recessione che danneggerebbe ulteriormente la domanda”. E, è il
timore, “rischierebbero di far apparire l’Arabia Saudita come beneficiaria di
una guerra che non ha iniziato”.
Le riserve strategiche, spesso utilizzate in passato per contenere gli choc,
offrono solo un paracadute limitato. “Abbiamo ancora l’80% delle riserve
disponibili”, ricorda Birol, ma si tratta di uno strumento tampone, non in grado
di compensare una perdita prolungata di offerta. Il vero snodo resta lo Stretto
di Hormuz, da cui transita circa un quinto del petrolio mondiale: senza una
piena riapertura, ogni intervento resterà insufficiente. In questo contesto, il
direttore dell’Iea invita però i politici europei a non allentare le restrizioni
sul gas russo ripetendo “l’errore di dipendere eccessivamente dai flussi
energetici provenienti da Mosca”. Non solo: ‘utilizzo del gas russo ha poco
senso dal punto di vista economico, perché il suo prezzo era tradizionalmente
legato al prezzo del petrolio. Per di più i gasdotti russi Nord Stream non sono
operativi e la reputazione di Mosca come fornitore affidabile e a lungo termine
è stata distrutta.
Sul piano geopolitico, intanto, lo scenario rischia di deteriorarsi
ulteriormente. Secondo Axios, l’amministrazione Trump starebbe valutando
un’operazione diretta sull’isola iraniana di Kharg, snodo strategico da cui
passa circa il 90% delle esportazioni di greggio del Paese. Le opzioni includono
sia un’occupazione militare sia un blocco navale per impedire alle petroliere di
accedere all’isola. Un intervento di questo tipo segnerebbe un salto di qualità
nel conflitto, con rischi elevati per le forze statunitensi e potenziali effetti
dirompenti sui mercati. Fonti citate da Axios indicano che la Casa Bianca
starebbe considerando l’operazione solo dopo aver ulteriormente indebolito le
capacità militari iraniane nell’area dello Stretto di Hormuz, con una finestra
operativa stimata in circa un mese.
L'articolo Con la guerra in Iran “la minaccia alla sicurezza energetica più
grave della storia”. Arabia Saudita: petrolio a 180 dollari se la crisi dura
fino ad aprile proviene da Il Fatto Quotidiano.
In un post che avevo pubblicato qualche giorno fa sul blog del Fatto Quotidiano,
avevo scritto che in Medio Oriente “potrebbe andare peggio se si comincia con le
ripicche: ‘tu hai distrutto la mia raffineria? E io distruggo la tua!’” Ecco… è
successo esattamente questo, come avete sicuramente letto.
Forse non avrei dovuto scriverlo. E meno male che non ho menzionato le bombe
atomiche.
I bombardamenti hanno enormemente peggiorato una situazione già difficile che ha
le sue radici nel ciclo storico di sfruttamento del petrolio. Quelli di voi un
pochino più attempati si ricordano sicuramente delle grandi crisi del petrolio
degli anni ’70. Era il tempo delle domeniche senza automobili, della
circolazione a targhe alterne e altre regole cervellotiche e inefficaci.
Comunque, dopo un decennio di scombussolamento, le crisi furono archiviate come
il risultato di una banda di sceicchi cattivi. Ma non era così.
Le crisi erano il risultato del graduale esaurimento delle risorse petrolifere.
Attenzione: “esaurimento” non vuol dire “fine del petrolio.” Il problema era, e
rimane, il graduale aumento dei costi di estrazione via via che i pozzi
“facili”, ovvero quelli sfruttabili a basso costo, vengono abbandonati per
passare a risorse più costose. Si impara al primo anno del corso di laurea in
economia che domanda e offerta sono correlate fra loro attraverso i prezzi. Se
il costo fa aumentare i prezzi, la domanda diminuisce. Se i prezzi aumentano
bruscamente, la domanda diminuisce bruscamente, e avete quello che si chiama una
crisi. Se volete entrare nei dettagli, si sa che il mercato del petrolio è
“anelastico”, nel senso che la gente continua a usarlo anche se costa di più. Ma
l’elastico, se stiracchiato troppo, finisce per rompersi.
Questo è quello che è successo con la prima grande crisi del petrolio del 1973:
i costi crescenti non permettevano di continuare la crescita della produzione ai
ritmi forsennati degli anni precedenti. L’elastico si doveva rompere, e si è
rotto. La crisi sembrava politica, ma era stutturale. Dopo la crisi, la crescita
si è molto rallentata, fino ad arrivare a un livello quasi stabile, per ora.
Nel frattempo, ne sono successe di cose. Una è stata come gli Stati Uniti sono
riusciti a interrompere il loro declino produttivo con il trucco del “petrolio
di scisto”, abbondante ma costoso e che comincia a dare segni di esaurimento
anche quello. Più che altro, il cambiamento è stato lo spostamento dal petrolio
al gas naturale. Da una parte i gasdotti su terra, dall’altra il Gnl, gas
naturale liquido, che si trasporta liquefatto con le navi gasiere.
E qui c’è un altro elastico teso a un punto tale che si sta per rompere. Il gas
naturale sembrerebbe ancora abbondante, ma è tutto il sistema di produzione e
distribuzione di gas e di petrolio che è delicato e con margini di manovra
ristretti. Se poi ci si mettono le bombe, le cose peggiorano rapidamente.
Ed è esattamente quello che sta succedendo: ci stiamo dirigendo a tutta velocità
verso una nuova crisi petrolifera. Non è solo un’interruzione del passaggio
delle petroliere dallo stretto di Hormuz: se la guerra finisce, le petroliere
ripartono. Ma qui ci sono danni reali alle infrastrutture. L’attacco
all’impianto di produzione di Gnl in Qatar è un danno che non si rimedia in
pochi giorni. Non vi sto a dire quanto il mondo dipenda dal gas per tante cose;
non ultima, i fertilizzanti per l’agricoltura. Senza fertilizzanti,
l’agricoltura produce molto meno, o non produce proprio.
Capite bene quali potrebbero essere le conseguenze. Non spetta a me fare il
profeta di sventura, ma se la guerra non finisce subito, siamo nei guai ancora
di più di quanto non siamo già.
L'articolo Gli impianti bombardati non si riparano velocemente: ci dirigiamo
verso una nuova crisi petrolifera proviene da Il Fatto Quotidiano.
il caso della Arctic Metagaz alla deriva nel canale di Sicilia merita delle
riflessioni aggiuntive anche facendo un raffronto con l’attuale “sviluppo” in
corso del Porto di Napoli. Oltre a due serbatoi di gasolio ancora pieni, sulla
nave ci sono almeno altre 700 tonnellate di Gnl. Il rischio disastro ambientale
è elevatissimo.
La nave gasiera è stata probabilmente sabotata dai droni dei nostri “amici”
ucraini e ora vaga come una bomba ad orologeria alla deriva nel Mediterraneo
centrale.
La Arctic Metagaz ha un potenziale di trasporto di circa 60mila tonnellate di
Gnl. Il potenziale energetico racchiuso nei serbatoi è di gran lunga maggiore
persino della esplosione nucleare che fu fatta detonare a Hiroshima. Il Gnl è
composto principalmente da metano. Il potere calorifico inferiore del metano è
di circa 50 MJ/kg (megajoule per chilogrammo). Massa: 60.000 t = 60.000.000 kg.
Rapportando quindi il solo valore energetico potenziale a quello della bomba di
Hiroshima si deduce che il contenuto energetico di 60mila tonnellate di Gnl
equivale a decine di volte l’energia della bomba di Hiroshima – esclusivamente
in termini di potenziale energetico liberato, assolutamente non certo di
radioattività liberata.
Il Gnl ancora contenuto costituisce quindi così il rischio di un’esplosione
termica massiccia e immediata; il gasolio rappresenta invece il rischio di una
catastrofe ambientale a lungo termine nel caso in cui si versasse in mare,
creando una macchia oleosa che rischierebbe di soffocare le coste della
verdissima isola di Gozo (Malta) o di Linosa (Italia).
In caso di incendio, il gasolio potrebbe agire come “stoppino”, mantenendo le
fiamme accese molto più a lungo e rendendo quasi impossibile lo spegnimento dei
serbatoi di Gnl per via delle temperature estreme. Questa combinazione rende la
nave una doppia minaccia: un’esplosione colossale seguita da un disastro
ecologico persistente. Il calore sprigionato e l’espansione del gas nel caso di
worst-case scenario creerebbero comunque un evento termico di proporzioni
colossali.
Adesso riflettiamo sul Porto di Napoli. Nonostante l’ennesimo stop alla
costruzione nel Porto di un impianto a Gnl, è già in corso di realizzazione la
creazione di una piattaforma di ricarica navale a Gnl (e sono stati già
investiti a tale scopo oltre 50 milioni di euro) non più all’interno del Porto
ma direttamente in mezzo al golfo di Napoli giusto davanti alla città di
Ercolano. Ricordiamo che nell’eruzione pliniana del 79 d.C. abbiamo registrato
il massimo dei terrificanti flussi piroclastici proprio ad Ercolano, molto più
che a Pompei. Le centinaia di scheletri di cittadini di Ercolano sono oggi la
terrificante testimonianza di questo evento.
Oggi sui fondali di Ercolano sono state identificate almeno altre tre rime di
frattura del Vesuvio con bocche vulcaniche potenzialmente attive. Ispra ci
indica che nel Comune di Napoli ma in particolare all’interno del Porto sono
censite ben 9 aziende a potenziale incidente rilevante tra cui la Q8, che doveva
delocalizzare decenni fa perché tutti i depositi ricadono comunque in zona
gialla del Vesuvio, dove in caso di eruzione minima, come quella del 18 marzo
1944 di cui proprio oggi festeggiamo gli 82 anni, è prevista la ricaduta di
ceneri bollenti sino a 300 kg per metro quadro. In zona gialla del Vesuvio
abbiamo quindi in deposito da decenni decine di milioni di litri di benzine,
gasolio, gpl e gnl.
Queste amare ma forse non folli riflessioni purtroppo a mio parere sono solo
l’ennesima e drammatica dimostrazione della reale incapacità di programmare uno
“sviluppo” sostenibile e compatibile con le specificità naturali di Napoli da
parte dei nostri politici e imprenditori. E’ notizia di ieri che nello stesso
braccio di mare in cui si trova la nave gasiera, Eni ha identificato giacimenti
di gas naturale non inferiori a 28 miliardi di metri cubi. Una quantità immensa.
Quello stesso braccio di mare vede migliaia di migranti rischiare la vita anche
solo nella speranza di potere arrivare in Italia. Quanta follia umana di imperi
lontani da noi dobbiamo ancora subire prima di potere pensare a donare pace,
sanità gratis e farmaci ai nostri fratelli libici e africani in cambio
semplicemente di gas a buon prezzo, senza depositi esplosivi sotto vulcani
attivi ma semplicemente con metanodotti sottomarini di poche centinaia di km
dalle nostre coste?
L'articolo Dalla Arctic Metagaz può nascere una catastrofe ambientale: mi
rammenta la situazione del porto di Napoli proviene da Il Fatto Quotidiano.
L’operazione “Epic fury” fa saltare quello che è stato un pilastro della
politica marittima americana per oltre un secolo. L’Amministrazione Trump ha
annunciato che allenterà temporaneamente i vincoli del Jones Act, una legge che
limita le modalità di trasporto del petrolio all’interno degli Stati Uniti, nel
tentativo di arginare l’aumento dei prezzi dei carburanti dovuto alla guerra in
Iran.
Donald Trump ha sospeso i requisiti del Jones Act per 60 giorni “al fine di
mitigare le perturbazioni a breve termine del mercato petrolifero, mentre le
forze armate statunitensi continuano a perseguire gli obiettivi dell’Operazione
Epic Fury”, ha dichiarato su X la portavoce della Casa Bianca, Karoline Leavitt.
La deroga, ha aggiunto, consentirà a “risorse vitali come petrolio, gas
naturale, fertilizzanti e carbone di fluire liberamente verso i porti
statunitensi”. Il Jones Act stabilisce che solo le navi costruite negli Stati
Uniti e con equipaggi americani possono caricare merci nei porti americani e
trasportarle verso un altro porto statunitense. Questi requisiti comportano per
i clienti costi superiori rispetto alle navi straniere.
Gli Stati Uniti stanno soffrendo per l’impennata dei prezzi della benzina
dall’inizio di “Epic fury“. Un problema non da poco per Trump in vista delle
elezioni di medio termine, tanto che il dipartimento dell’Energia, su suo
ordine, il 12 marzo ha annunciato il prelievo di 172 milioni di barili della
riserva strategica di petrolio a partire da questa settimana.
L'articolo Guerra all’Iran, Trump sospende il Jones Act per arginare il prezzo
del petrolio proviene da Il Fatto Quotidiano.
Torna la tensione sui mercati energetici dopo le notizie di un attacco
israeliano alle raffinerie statali di Asaluyeh, sulla costa dell’Iran, e al
giacimento di gas naturale di South Pars/North Dome, il più grande al mondo. Si
trovano entrambi nella provincia di Bashehr, nell’area strategica dello Stretto
di Hormuz. L’Idf ha rivendicato il raid: “Se il messaggio non verrà recepito,
gli attacchi potrebbero estendersi”, ha detto l’ufficiale israeliano citato da
Channel 12. La televisione di Stato iraniana ha subito minacciato una
rappresaglia: la Repubblica Islamica, è l’annuncio, attaccherà le infrastrutture
petrolifere e del gas in Qatar, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti. Nel
mirino in particolare in particolare la raffineria Samref dell’Arabia Saudita e
il suo complesso petrolchimico di Jubail. il giacimento di gas Al Hasan degli
Emirati Arabi Uniti, gli impianti petrolchimici e una raffineria in Qatar. Il
greggio Wti, che in mattinata era in calo di oltre il 3%, ha invertito
bruscamente la rotta, risalendo fino a 98,4 dollari al barile. Il Brent arriva a
guadagnare il 5% a 108 dollari al barile.
Le tensioni continuano a trasferirsi sui prezzi alla pompa in Italia. Secondo i
dati della Staffetta Quotidiana, alle 8 di ieri mattina il gasolio in modalità
self service sfiorava i 2,1 euro al litro (2,089 euro), ai massimi da marzo
2022, mentre la benzina si avvicinava a 1,86 euro (1,855 euro), sui livelli più
alti da luglio 2024. I rialzi sono diffusi: Q8 ha aumentato di 6 centesimi la
benzina e di 1 il diesel, mentre Tamoil ha ritoccato i prezzi di 4 e 2 centesimi
rispettivamente. La benzina self service si attesta a 1,855 euro al litro e il
diesel a 2,089 euro; nel servito si sale rispettivamente a 1,988 e 2,221 euro.
Restano più stabili gli altri carburanti: il Gpl è a 0,705 euro al litro, il
metano a 1,506 euro al kg e il Gnl a 1,233 euro.
Sul fronte europeo, intanto, entra in vigore oggi la prima fase del piano
RepowerEU per l’uscita dal gas russo. Scatta il divieto di stipulare nuovi
contratti di importazione, sia a breve che a lungo termine. La stretta
proseguirà nei prossimi mesi: dal 25 aprile sarà vietato rinnovare i contratti
spot di Gnl già in essere, dal 17 giugno quelli via gasdotto. Il phase-out
completo è previsto entro il 2027. Ma proseguiranno fino a novembre le deroghe
temporanee per i Paesi senza sbocco sul mare come Ungheria e Slovacchia. La
ripresa di “normali relazioni energetiche” con la Russia per l’Ue semplicemente
“non è un’opzione”, ha sottolineato il premier polacco Donald Tusk da Danzica,
dopo che il primo ministro belga Bart De Wever ha dichiarato nel fine settimana
al quotidiano L’Echo che l’Ue dovrebbe fare un accordo con Mosca per riprendere
ad importare idrocarburi dalla Russia.
In Italia il governo pare intenzionato ad agire per tamponare le conseguenze per
i consumatori solo dopo il referendum sulla giustizia. Nei giorni scorsi Matteo
Salvini, vicepremier e leader leghista, ha rilanciato l’idea di un contributo
sugli “extraprofitti” dei petrolieri, ma Giorgia Meloni non è intenzionata a
seguire quella strada. Secondo Il Sole 24 Ore per le famiglie con Isee sotto i
15mila euro titolari della card Dedicata a te potrebbe arrivare un bonus
carburanti una tantum da 100 euro. Mentre il ministero delle Imprese punta ad
aiutare l’autotrasporto con un credito d’imposta del 28% per le spese per il
gasolio.
Il vicepresidente della Camera, Sergio Costa (M5s), attacca: “Un bonus da 100
euro dato solo a famiglie con redditi di un livello inferiore a quello di
sopravvivenza è un’elemosina che si sterilizza nel giro di due settimane. Con il
gasolio al picco dal 2022 e la benzina a 1,83 euro al litro, le famiglie
italiane non hanno bisogno di mance ma di un intervento strutturale e
strutturato che aggredisca le cause del caro-carburanti. Sul tavolo ci sono 710
milioni, di cui appena 130 per le famiglie: cifre che non sono nemmeno
lontanamente all’altezza dell’emergenza. Il Governo deve intervenire
urgentemente: si taglino le accise come promesso in campagna elettorale, si
smetta di rincorrere l’emergenza con misure-tampone insufficienti”.
L'articolo Iran, raid di Israele contro raffinerie e il giacimento di gas più
grande al mondo. Teheran risponde minacciando Arabia, Emirati e Qatar. Barile di
nuovo sopra i 100 dollari proviene da Il Fatto Quotidiano.
Era sabato 28 febbraio quando gli Stati Uniti e Israele hanno colpito l’Iran
uccidendo la guida suprema Ali Khamenei. Teheran ha risposto: lo Stretto di
Hormuz è di fatto chiuso e il prezzo del barile di petrolio ora oscilla intorno
ai 100 dollari.
In gran parte del continente africano quasi tutte le merci viaggiano su gomma e
l’aumento del gasolio si traduce in costi più alti per spostare cibo, medicinali
e beni essenziali nei mercati urbani. Anche per l’Africa dunque questa guerra
non è uno spettacolo geopolitico lontano. L’escalation tra Washington,
Gerusalemme e Teheran minaccia le catene di approvvigionamento globali e il
blocco dello Stretto di Hormuz fa esplodere anche i costi del trasporto
marittimo. È un doppio shock: energetico e logistico. E c’è un dettaglio che
racconta questa dipendenza meglio di qualunque statistica: il consumo di
carburante, in Africa, è amplificato dal massiccio uso dei generatori elettrici.
Dal Ciad al Malawi, dal Gabon alla Tanzania, milioni di persone accendono un
generatore per lavorare, per vivere, semplicemente perché la rete elettrica
salta. Ogni litro di gasolio in più al barile pesa direttamente sulla
possibilità di tenere accesa una luce.
L’impennata delle quotazioni del petrolio produce effetti opposti sulle due
sponde del continente: alcuni esportatori guadagnano (in parte) e molti
importatori devono fare i conti con una situazione di assoluta instabilità. Tra
i beneficiari c’è l’Angola, grande esportatore di greggio, che vede rafforzarsi
la bilancia dei pagamenti e le entrate statali grazie all’aumento dei prezzi
internazionali. L’Algeria, uno dei maggiori produttori di petrolio e gas del
continente, si trova nella stessa posizione favorevole: il rialzo degli
idrocarburi porta entrate aggiuntive al bilancio pubblico e alle riserve in
valuta. E se i prezzi dovessero stabilizzarsi oltre i 100 dollari al barile,
anche Nigeria e Libia potrebbero in teoria registrare un significativo aumento
delle entrate energetiche.
Ma anche tra i produttori, i benefici hanno un limite. Nigeria e Ghana esportano
greggio ma importano gran parte dei prodotti raffinati, e l’aumento dei prezzi
internazionali non cancella i rincari dei carburanti per i consumatori. Alla
fine il vantaggio lungo la filiera quasi si annulla. Questa situazione riflette
un paradosso comune a molte economie africane in cui la capacità di raffinazione
locale è spesso del tutto assente e costringe quindi questi paesi a esportare
materie prime e a importare prodotti finiti a costi più elevati. In Tunisia,
importatrice netta di energia, la volatilità dei mercati pesa sui conti
pubblici. Il Marocco importa circa il 90% del proprio fabbisogno energetico.
L’Egitto è stato tra i primi a reagire: il Ministero del Petrolio ha annunciato
rincari compresi tra il 14% e il 17% per diversi prodotti petroliferi, spiegando
che la decisione è legata agli sviluppi geopolitici in Medio Oriente e ai loro
effetti sui mercati globali dell’energia. C’è poi un altro tema, meno visibile
ma altrettanto devastante: i fertilizzanti. Gran parte dei fertilizzanti azotati
mondiali dipendono dal gas del Golfo, e il blocco parziale dello Stretto di
Hormuz sta facendo salire rapidamente anche i prezzi di urea e ammoniaca.
Per produrre i fertilizzanti azotati serve gas naturale, e il Golfo Persico ne
ha tra i più economici al mondo. Qatar, Arabia Saudita, Emirati Arabi, Iran e
Bahrein producono una fetta enorme del fabbisogno mondiale, e tutta quella
merce, per raggiungere i mercati internazionali, deve passare dallo Stretto di
Hormuz. Con lo Stretto bloccato, i prezzi dell’urea sono schizzati verso l’alto
tanto che i principali produttori della regione hanno sospeso le operazioni o
dichiarato forza maggiore sulle spedizioni. E a differenza del petrolio, per i
fertilizzanti non esistono riserve strategiche: nessuno ne ha accumulate per
un’emergenza come questa. Se un capitano di nave abbastanza coraggioso decidesse
di sfidare i droni e attraversare lo Stretto, preferirebbe trasportare petrolio,
non sacchi di urea.
Per l’Africa subsahariana è una catastrofe annunciata. In contesti già segnati
dall’insicurezza, dal Sahel al Corno d’Africa, l’effetto potrebbe aggravare
crisi umanitarie, migrazioni interne e conflitti locali per via di risorse
sempre più scarse. La nuova guerra in Medio Oriente investe l’Africa su una
serie di fronti intrecciati come scosse di assestamento e il caro-petrolio
potrebbe essere solo il primo colpo.
L'articolo Perché la chiusura dello stretto di Hormuz è una catastrofe
annunciata per l’Africa subsahariana proviene da Il Fatto Quotidiano.
Con il petrolio ormai stabilmente sopra i 100 dollari al barile e nessuna idea
di quando la guerra di Usa e Israele all’Iran potrà finire, la corsa al ritocco
dei prezzi dei carburanti è quotidiana. Nelle due mappe che seguono è possibile
scoprire – stazione per stazione – i prezzi praticati dai distributori di tutta
Italia, secondo quanto riportato dall’osservatorio quotidiano del Mimit.
Scegliendo tra le due mappe a disposizione (self e servito) è sufficiente
cliccare sul tipo di carburante prescelto per visualizzare tutti i distributori
che lo offrono. Cliccando su ogni pallino è poi possibile vedere nel dettaglio
il prezzo praticato e l’indirizzo.
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L'articolo La guerra in Iran e i conti in tasca: la mappa interattiva dei prezzi
dei carburanti in tutti i distributori italiani proviene da Il Fatto Quotidiano.