La principessa di Norvegia, Mette-Marit, parla per la prima volta del suo
incontro con Jeffrey Epstein alla tv nazionale NRK, seduta accanto al marito che
forse, anche per colpa di questo scandalo, non sarà mai re: “Sono stata
manipolata e ingannata”. È vestita di nero, i capelli biondi lungo le spalle a
la voce spezzata, mentre l’erede al trono ha spesso lo sguardo rivolto verso il
basso.
Ci sono volute circa sette settimane per portare Mette-Marit davanti alle
telecamere per metterci la faccia e, alla fine, l’intervista è arrivata nel
giorno dell’udienza finale del processo che vede il figlio maggiore, Marius Borg
Hoiby, imputato per diversi reati, compreso quello di violenza sessuale. Due
storie che hanno generato forte indignazione nel Paese, mettendo a rischio la
stabilità stessa della corona.
Il nome della principessa era già stato legato ad Epstein nel 2019, ma sono
stati i files pubblicati dal Dipartimento di Giustizia in gennaio a portare alla
luce le evidenze più forti sul suo coinvolgimento con il predatore sessuale. Su
di lei, adesso, pesano centinaia di e-mail scambiate tra il 2011 e il 2014 che
evidenziano quanto i rapporti tra i due siano stati piuttosto intensi. “Mi sono
sentita così manipolata – ha spiegato nell’intervista, aggiungendo che – quando
sei manipolata non lo capisci da subito”.
Allo scoppio dello scandalo, la principessa aveva affidato il suo pentimento e
la sua amarezza ad un comunicato stampa che, evidentemente, non deve essere
bastato a placare i sudditi che avevano già dovuto digerire le malefatte del
figlio Marius Borg Hoiby, il primogenito avuto dalla relazione precedente al
matrimonio con il principe Haakon. Non solo, perché il suo non è stato l’unico
nome di spicco chiamato in causa dai Files che hanno toccato anche l’ex primo
ministro Thorbjorn Jagland, accusato di corruzione aggravata e l’ex
ambasciatrice norvegese in Giordania e Iraq, Mona Juul insieme al marito: i
figli della coppia avrebbero anche ricevuto dieci milioni di dollari in eredità
da Epstein.
“Avrei dovuto verificare meglio chi fosse”, aveva già scritto e poi ribadito
ieri, mentre confermava il pentimento per la superficialità del suo giudizio nei
confronti del faccendiere e pedofilo.
La sua frequentazione è relativa agli anni successivi al suo primo arresto e
quando il giornalista che l’ha intervistata le ha fatto notare che, a quel
punto, erano disponibili tutte le informazioni su di lui e che bastava andare su
Wikipedia per scoprire che era stato condannato per violenza sessuale, la sua
risposta si è limitata ad un “non posso ricordarmelo, è stato 15 anni fa”.
Ancora, incalzata sulla visita nella casa di Epstein di Palm Beach avvenuta nel
2013, Mette-Marit ha spiegato di essersi trovata lì perché avevano un’amica in
comune.
Nonostante le origini semplici, nessuna goccia di sangue blu nelle sue vene, e
nonostante un passato piuttosto burrascoso che l’ha anche portata ad essere una
ragazza madre difficile da accettare per i sudditi, con il tempo, la principessa
ha saputo guadagnare l’affetto dei sudditi. Ma era necessario andare a casa di
Jeffrey Epstein con un’amica quando era già spostata con l’erede al trono?
Il viaggio in Florida è stato il frutto di “un contatto privato”, ha chiarito in
tv, per questo né il palazzo né il ministero degli Esteri erano stati informati.
Eppure, mentre si trovava lì, ospite in una delle residenze del predatore
sessuale che amava esporre tutti i suoi “trofei” in maniera sfacciata, qualche
dubbio deve esserle sorto. È il principe, seduto accanto a lei, a confermarlo
prendendo la parola e raccontando di una telefonata ricevuta dalla moglie nella
quale gli spiegava di “non sentirsi al sicuro”. Nessun dettaglio è stato
aggiunto per motivare questo disagio confermato dalla diretta interessata, che
si è limitata a parlare di “una situazione” che l’ha fatta sentire “non al
sicuro”, soprattutto l’ultimo giorno della sua permanenza a El Brillo.
Restano comunque evidenze di come i rapporti tra Mette-Marit ed Epstein non si
siano interrotti neanche a fronte di quella esperienza, e siano invece
proseguiti almeno un altro anno. L’intervista nel complesso è durata solo una
ventina di minuti per motivi di salute: la principessa, oggi 52enne, soffre di
una grave fibrosi polmonare e spesso si è reso anche difficile sentire le sue
parole
L'articolo “Sono stata manipolata e ingannata. Quando accade non te ne accorgi”:
la principessa di Norvegia per la prima volta in tv sul suo incontro con Jeffrey
Epstein proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Da Washington, la commissione del Congresso che indaga su Jeffrey Epstein
vorrebbe che lei rispondesse sui legami che la legavano al finanziere pedofilo.
Un uomo che lei definiva “il fratello che ho sempre desiderato”, col quale si
era complimentata per un presunto figlio in arrivo e a cui scriveva, con
risentimento, di essere dispiaciuta del suo allontanamento, consapevole che
l’avesse “usata” solo per arrivare al principe Andrea. Ma da quando sono usciti
a fine gennaio gli Epstein Files, Sarah Ferguson non è più apparsa in pubblico.
La Bbc però riporta che anche nel Regno Unito crescono le pressioni affinché
testimoni. Il deputato Suhas Subramanyam, membro della Commissione della Camera
che indaga, ha affermato di credere ora che la donna possieda “informazioni
relative all’indagine”. Per cui “Sarah Ferguson dovrebbe rendere testimonianza
sotto giuramento davanti alla nostra commissione”, ha affermato.
Negli Stati Uniti non esiste alcun meccanismo legale che obblighi Ferguson a
testimoniare, ma Subramanyam ha dichiarato all’emittente britannica che i
parlamentari sarebbero “felici di trovare un accordo che le vada bene”, purché
presti giuramento. I rappresentanti di Ferguson si sono rifiutati di commentare.
La stessa richiesta è stata presentata dalla deputata democratica Melanie
Stansbury. “Se Ferguson o un qualsiasi membro della sua famiglia possiede
informazioni” sugli illeciti commessi da Epstein e dai suoi collaboratori, “la
nostra responsabilità è quella di analizzare i fatti ovunque”, ha dichiarato
alla Bbc. Anche la famiglia di Virginia Giuffre, una delle principali
accusatrici di Epstein, ha affermato di “credere fermamente” che l’ex duchessa
di York debba recarsi negli Stati Uniti per rispondere alle domande. “Se
Ferguson sa qualcosa, dovrebbe testimoniare immediatamente negli Stati Uniti”,
ha dichiarato alla Bbc Sky Roberts, rappresentante del fratello di Giuffre.
Nei file resi noti dal Dipartimento di Giustizia Usa, Ferguson descrive nel 2009
Epstein come “il fratello che ho sempre desiderato”. Emerge anche che la donna
abbia contattato Epstein mentre era in prigione per aver sollecitato la
prostituzione di una minorenne e che abbia portato le figlie a pranzo con lui a
Miami, pochi giorni dopo la sua scarcerazione. Gloria Allred, avvocata che
rappresenta alcune delle vittime di Epstein, ha affermato che le nuove
rivelazioni chiariscono che Ferguson “non è una vittima in questa storia”.
“Sebbene molte delle persone citate nei fascicoli di Epstein possano affermare
di non essere state a conoscenza dei crimini del pedofilo contro i minori quando
lo frequentavano, questa non è una difesa che Sarah Ferguson può invocare”, ha
dichiarato. Ed è “ormai giunto il momento” che Ferguson si offra volontariamente
di testimoniare sotto giuramento davanti al Congresso e risponda alle domande
della polizia britannica.
Anche Andrew Lownie, autore della biografia intitolata ‘L’ascesa e la caduta
della Casa di York‘, ha sostenuto che Ferguson dovrebbe testimoniare negli Stati
Uniti, definendola una “testimone di rilievo”. “Lei andava a trovarlo
regolarmente a casa sua”, ha detto Lownie alla Bbc. “Avrà visto tanto quanto
Andrew. È inconcepibile che non l’abbia visto. Era molto amica di Epstein”, ha
aggiunto. Intanto, secondo indiscrezioni, emittenti statunitensi avrebbero
offerto compensi a sei cifre per un’intervista esclusiva, mentre resta incerta
la disponibilità dell’ex Duchessa a esporsi pubblicamente.
L'articolo “Sarah Ferguson riveli i suoi rapporti con Epstein”: le pressioni
dagli Usa sulla sua testimonianza proviene da Il Fatto Quotidiano.
La polizia inglese questa volta sembra davvero determinata ad andare a fondo
nell’inchiesta scaturita dagli Epstein Files che hanno definitivamente
compromesso la posizione dell’ex principe Andrea, tanto che un commissario della
Metropolitan Police si è recato a Washington per cercare di esercitare pressioni
sulle autorità statunitensi affinché accelerino la pubblicazione dei documenti,
non censurati, contenuti nei fascicoli. L’ex principe non ha mai smesso di
negare le accuse nei suoi confronti, ma oggi, all’ipotesi di abuso d’ufficio
aggravato dall’alto tradimento, per il fratello del sovrano si ipotizza anche
l’apertura di altri filoni, con l’ipotesi di accusa per corruzione e traffico
sessuale. A fornire elementi utili potrebbe essere la testimonianza di una donna
che, recentemente, ha dichiarato di essere stata mandata da Jeffrey Epstein nel
Regno Unito per finire a casa di Andrea con il quale avrebbe avuto un rapporto
sessuale. Queste nuove accuse sono al vaglio della polizia che aveva già sentito
Virginia Giuffre che aveva dichiarato di essere stata abusata da Andrea in tre
occasioni, compresa una volta a Londra, quando ancora minorenne. A quel tempo,
la Metropolitan Police aveva deciso di non avviare un’indagine approfondita,
mentre l’ex principe negava persino di aver mai conosciuto la Giuffre, morta
suicida un anno fa e con la quale, nel 2022, aveva poi raggiunto un accordo
extragiudiziale da 12 milioni di sterline. Ma non finisce qui, perchè secondo
quanto riferito dal Times, oltre ad un’indagine preliminare sul presunto
traffico sessuale, Andrea potrà essere indagato anche per altri potenziali reati
di corruzione.
Oggi il vento è cambiato, sono almeno dieci le forze di polizia impegnate nelle
inchieste e la Thames Valley Police sta andando oltre l’abuso d’ufficio per
evitare che un cavillo possa portare all’archiviazione. Il 19 febbraio scorso,
il fratello del re era stato prelevato dalla sua residenza per essere posto in
stato di fermo per undici ore. Ad inchiodarlo, alcune email scambiate con
Jeffrey Epstein quando l’ex principe svolgeva l’incarico di inviato speciale per
il commercio e gli investimenti per conto del governo britannico.
In diverse occasioni, il figlio prediletto della regina Elisabetta II aveva
condiviso con il faccendiere americano informazioni riservate e sensibili,
ottenute nello svolgimento della sua funzione. Andrea, tra il 2010 e il 2011,
era stato in missione in Asia, in viaggio tra Vietnam, Singapore, Hong Kong e
pochi istanti dopo aver ricevuto dai suoi collaboratori un report dettagliato,
lo aveva girato alla casella di posta elettronica di Epstein, che lo ospitava a
casa sua a Manhattan. Lo stesso copione era avvenuto dopo una missione svolta in
Afganistan, sempre alla ricerca di occasioni di investimento per conto del
governo che non lo pagava per svolgere quell’attività, ma le spese erano tutte
rimborsate, comprese le voci messe a piè di lista che fanno riferimento a non
meglio precisati ospiti e a massaggi, sui quali oggi, finalmente, anche il
parlamento sta cercando di fare chiarezza.
La ragione che ha spinto la polizia a cercare di estendere le indagini è legata
al cavillo formale che dovrà inquadrare con esattezza il ruolo di Andrea
Mountbatten-Windsor nel momento in cui svolgeva quell’attività per conto del
governo e che rischia di impedire di procedere penalmente. Una fonte di polizia
sentita dal quotidiano britannico avrebbe spiegato come “la soglia legale per
l’abuso d’ufficio è alta”. Il punto è definire il ruolo di Andrea, ovvero se
fosse da considerarsi “effettivamente un funzionario pubblico, in quel momento,
o che avesse effettivamente firmato dei documenti”. Sarebbero stati proprio
esperti legali a suggerire la difficoltà nell’avviare procedimenti penali a suo
carico vista la zona d’ombra aperta nella definizione esatta del suo incarico.
L’ex principe, per commettere il reato di abuso d’ufficio aggravato dall’alto
tradimento, deve avere sfruttato la sua carica: non basta essersi comportato in
modo scorretto mentre stava ricoprendo quel ruolo. Il presunto reato deve
avvenire “mentre sta specificamente esercitando le proprie funzioni”, insomma,
deve aver agito in modo intenzionale e volontario in qualità di pubblico
ufficiale, solo così si dimostrano il tradimento, la cattiva condotta e l’abuso.
Un cavillo che in realtà potrebbe trasformarsi nella via di fuga per Andrea,
che, al momento, condivide la sorte dell’ex ambasciatore britannico negli Stati
Uniti, Peter Mandelson, anch’egli accusato del medesimo abuso che sarebbe stato
commesso quando era membro del Gabinetto di governo di Tony Blair. Da qui si
spiegherebbe anche la ragione che ha spinto un commissario della Metropolitan
Police a volare fino a Washington per esercitare pressioni sulle autorità
statunitensi affinché accelerino la pubblicazione degli scambi epistolari utili
alle indagini, ma questa volta, senza censure.
L'articolo “La polizia inglese ha chiesto la pubblicazione degli Epstein files
non censurati, è determinata ad andare fino in fondo sull’ex principe Andrea.
Indaga anche per corruzione e traffico sessuale”: la rivelazione del Times
proviene da Il Fatto Quotidiano.
L’interesse sugli Epstein files sembra essere stato surclassato, almeno sui
media, dal conflitto in Iran. Mentre il Congresso continua a indagare e sono
attese nelle prossime settimane diverse audizioni di spicco – tra cui anche
quella di Bill Gates – proseguono le accuse di insabbiamento nei confronti del
segretario alla Giustizia Pam Bondi. “Non ha nessuna intenzione di presentarsi
per dare una testimonianza sotto giuramento“, ha detto la deputata liberal
Melanie Stansbury della commissione di sorveglianza della Camera, quella davanti
alla quale Bondi e il suo vice Todd Blanche si sono presentati volontariamente
per aggirare il mandato di comparizione. “Noi democratici abbiamo abbandonato
l’aula perché non volevamo stare al loro gioco”, ha continuato Stansbury.
“L’insabbiamento continua”, aggiungono i democratici che hanno riferito di aver
saputo della comparizione di Bondi e Blanche e di aver ricevuto indicazioni su
come l’udienza a porte chiuse si sarebbe svolta solo ieri.
Per quanto l’amministrazione cerchi di distogliere l’attenzione mediatica dal
tema, dentro alla base trumpiana, tra i dem e gli analisti c’è chi ritiene che
l’operazione militare sia un mezzo per distrarre dallo scandalo che ha travolto
uomini di potere – dalla politica alla finanza fino alle case reali – dentro e
oltre gli Stati Uniti. Un sospetto già sorto nelle prime fasi del conflitto e
che continua a crescere: come riporta il Telegraph, un recente sondaggio
commissionato da Zeteo – sito web di orientamento progressista – e da altre
testate, ha rivelato che per il 52% degli americani Donald Trump ha attaccato
Teheran per distogliere l’attenzione dei media dallo scandalo del finanziere
pedofilo. A Washington sono perfino comparsi manifesti che ribattezzano
l’offensiva contro l’Iran ‘Operation Epstein Fury’, invece di ‘Epic Fury’.
L’ipotesi, respinta dalla Casa Bianca come “ridicola”, circola in realtà anche
tra esponenti politici di entrambi i partiti, commentatori e opinionisti.
“Avviso pubblico: bombardare un paese dall’altra parte del mondo non farà
sparire i dossier su Epstein, così come non lo farà il Dow Jones che supera
quota 50.000″, ha scritto il repubblicano Thomas Massie, che si è scontrato
ripetutamente con Trump in merito alla pubblicazione dei documenti. Graham
Platner, un democratico del Maine, la pensa in modo molto simile: “Questa guerra
viene fomentata anche perché il presidente figura nei dossier Epstein, così come
altre persone alla Casa Bianca, e costoro sono terrorizzati dal fatto che ci
siamo accorti di ciò che stanno combinando”. Nel giugno del 2025 Joe Rogan, il
podcaster americano che vanta 11 milioni di ascoltatori mensili, espresse
pensieri analoghi in seguito agli attacchi sferrati da Trump contro i siti
nucleari iraniani: “Basta bombardare l’Iran e tutti dimenticano. Tutti si
scordano della faccenda”.
L'articolo “Per il 52% degli americani Trump usa la guerra in Iran per
distogliere l’attenzione dagli Epstein files” proviene da Il Fatto Quotidiano.
Se c’è Andrea, allora non ci saranno nè Kate nè i bambini. Questo è il diktat
emesso da William nei confronti dello zio e che non prevede deroghe di nessun
tipo. Neanche se si tratterà del funerale di re Carlo III, che di Andrea
Mountbatten-Windsor è e resta il fratello. Il principe del Galles sta facendo di
tutto per riscattare il futuro della corona che un giorno vorrebbe mettere sulla
sua testa, con la speranza di avere una fortuna migliore di quella toccata al
padre. Da settimane i suoi impegni e le uscite pubbliche in coppia con la
moglie, o in solitaria, si sono moltiplicati come mai prima d’ora. Bisogna
lavorare sodo per rimettere in piedi la reputazione di una monarchia gravemente
colpita dagli scandali prodotti dello zio Andrea che ha macchiato la sua
immagine e quella di tutta la famiglia reale. La relazione scabrosa intessuta,
per anni, con il predatore sessuale americano Jeffrey Epstein, il suo arresto e
lo stato di fermo durato 11 ore, le foto contenute negli Files pubblicati dal
Dipartimento di Giustizia non hanno lasciato spazio a nessuna clemenza da parte
dell’erede al trono.
È William che ha voluto Andrea fuori da casa e fuori dalla vita dell’intera
“ditta”, così come la famiglia reale viene chiamata dai sudditi. E la metafora è
calzante; la monarchia ha una gestione politica ed economica basata sulla
reputazione, sull’immagine e sul sogno che riesce a generare in chi la segue e
rispetta. Da settimane tutte le uscite pubbliche di re Carlo III sono
accompagnate da proteste e cartelli che chiedono verità e giustizia. “Che cosa
sapevate di Andrea?”, “parassiti”: sono queste le parole che gli antimonarchici
urlano all’indirizzo dei reali che si mostrano in pubblico senza perdere
l’aplomb britannico. Ma questo grido ha preso forza dopo le continue rivelazioni
legate agli affari e ai traffici condotti da Andrea e dalla ex moglie Sarah
Ferguson.
“Keep calm and carry on” per quanto potrà ancora essere una risposta valida?
L’unico che, ad oggi, pare poter viaggiare a testa alta è William che insieme
alla moglie e ai loro tre bambini, continua a rappresentare l’immagine pulita
della corona, quella di una famiglia che ha lottato contro la malattia di Kate
rafforzando un legame che sembra impermeabile alle crisi, nonostante i gossip.
William ha sempre fatto in modo che le voci di palazzo mostrassero la sua
durezza verso lo zio tanto quanto il fratello Harry. Lui ha sempre coltivato
l’idea che bisogna essere fermi e non perdonare. Oggi, questa narrativa potrebbe
salvarlo dalle accuse di essere stato complice delle malefatte di Andrea e aver
contribuito a “coprirle”.
Se re Carlo sembra più incline ad abbozzare, William avrebbe avuto un ruolo
fondamentale anche nella decisione di cacciare definitivamente lo zio dal Royal
Lodge, nonostante le reticenze degli altri. La sua famiglia, a inizio anno, si
stava trasferendo al Forest Lodge e non era ammissibile avere lo zio come vicino
di casa. Le due residenze, infatti, si trovano entrambe nelle pertinenze del
parco di Windsor e sarebbe stato possibile ritrovarsi faccia a faccia con Andrea
in sella al suo cavallo durante una passeggiata. L’immagine di Kate e dei
piccoli George, Charlotte e Louis non deve in alcun modo essere sporcata dalla
presenza di Andrea, nè quella di Sarah Ferguson e “sub judice” ci sarebbero
anche le due cugine, Beatrice e Eugenie. Parlare del funerale di un sovrano non
è peccato e non è sconveniente a corte; l’evento viene organizzato con anni di
anticipo, ecco perchè non sono l’età nè tanto meno la malattia del re le
motivazioni che avrebbero spinto William a chiarire la sua posizione che è stata
riportata ai tabloid dell’esperto reale, Rob Shuter. Si tratta di pura
pianificazione.
L'articolo “Se Andrea andrà ai funerali di Re Carlo, allora non ci saranno né
Kate né i miei figli”: il diktat del principe William (sempre più furioso)
contro lo zio proviene da Il Fatto Quotidiano.
Il Regno Unito gli ha sempre negato la cittadinanza, nonostante gli investimenti
colossali a partire dagli anni Ottanta in settori simbolo della cultura
britannica, con l’obiettivo (spesso dichiarato) di farsi accettare dall’alta
società del Paese. Ma dopo un’inchiesta della Bbc a un anno dalla morte avvenuta
nel 2023, la sua eredità in Uk è stata pesantemente riconsiderata a causa di
oltre 150 denunce di abusi sessuali emerse dopo la sua morte, che lo descrivono
come un “predatore seriale” all’interno delle sue stesse aziende. Le vittime
erano in larga parte ex dipendenti dei grandi magazzini londinesi del lusso di
Harrods, gioiello della corona dell’impero d’affari di Mohamed fino al 2010. E
ora Mohamed Al Fayed – padre di Dodi, ultimo compagno della principessa Diana
che con lei morì a Parigi nel tunnel dell’Alma – entra anche dentro lo scandalo
di Jeffrey Epstein, anche se di lui non c’è traccia nei documenti rilasciati dal
Dipartimento di Giustizia Usa. Una vittima del finanziere pedofilo ha infatti
affermato di essere stata inviata da lui – nell’ambito dei suo traffici di
minorenni – proprio all’imprenditore egiziano, che ha abusato di lei sul suo
yacht, scrive il Sunday Times. La donna, indicata con lo pseudonimo Natalie, ha
raccontato di essere stata presa di mira da Epstein all’età di 17 anni prima di
essere “mandata” due anni dopo, nel 1997, al proprietario di Harrods.
Natalie sostiene di essere volata a Saint Tropez, sulla Costa Azzurra in
Francia, dove che il miliardario, descritto come “un uomo molto più anziano”,
l’ha incontrata a bordo del suo superyacht Jonikal. Diana e Dodi furono
fotografati su quello yacht nel 1997 pochi giorni prima di morire in un
incidente d’auto. Natalie dice di non aver visto nessuno dei due durante la sua
visita. E racconta che Al Fayed iniziò a dirle che voleva “provare cose nuove”
con lei e che non le permise di lasciare la lussuosa imbarcazione finché non
attraccò. Natalie ha dichiarato al The Sunday Times che fu allora che il magnate
abusò sessualmente di lei. “Mi sentivo come se fossi arrivata a un punto in cui
mi ero abituata a questo trattamento“, ha detto. La donna afferma di aver capito
solo recentemente che era Al Fayed l’uomo che l’aveva abusata, quando ha visto
una notizia su di lui online lo scorso novembre. Natalie, che proviene da un
Paese in cui il defunto miliardario non è una figura molto nota, dice di essere
disposta a parlare con la polizia britannica. “Ero sicuramente su quella barca
ed era sicuramente quell’uomo”, ha dichiarato. “Ricordo il suo volto. Queste
cose non si dimenticano”, ha aggiunto. Epstein era noto per trafficare donne
verso associati potenti e di alto profilo, ma non esistono prove documentate che
lo abbia fatto per Al Fayed. Nei milioni di documenti su Epstein recentemente
pubblicati dal dipartimento di giustizia non c’è alcun riferimento a un
collegamento diretto tra i due uomini.
L'articolo “Epstein mi mandò a Saint Tropez sullo yacht di Mohamed Al Fayed: lì
ha abusato di me” proviene da Il Fatto Quotidiano.
“Che cosa ha portato Trump improvvisamente nelle grinfie di Netanyahu?”, questa
la domanda del direttore de il Fatto Quotidiano, Marco Travaglio, ospite ad
Accordi&Disaccordi, il programma condotto da Luca Sommi in onda tutti i sabati
sul Nove.
Marco Travaglio ha continuato: “Io devo ancora capire se è ricattato da
Netanyahu e quindi questa guerra non la può far finire se non quando decide
Netanyahu, oppure se aveva soltanto bisogno di un diversivo per non far più
parlare degli Epstein files”.
L'articolo “Trump sotto ricatto di Netanyahu o la guerra è un diversivo dagli
Epstein files?”: la domanda di Travaglio ad Accordi&Disaccordi (Nove) proviene
da Il Fatto Quotidiano.
Neppure Caracas si è salvata dai tentacoli di Jeffrey Epstein. L’imprenditore
statunitense, morto nel 2019, condannato per abusi sessuali e traffico di
minori, ha investito fino a 4,5 milioni di dollari su Bond emessi dal colosso
Petróleos de Venezuela sociedad anónima (Pdvsa). Il suo broker di riferimento
era Francisco D’Agostino, anch’egli imprenditore, ispano-venezuelano, arrestato
a Bardonecchia il 5 gennaio – su mandato di cattura dell’Interpol – e scarcerato
cinque giorni dopo su ordine della Corte d’appello di Torino, nonostante la
richiesta di estradizione di Caracas. “Sussistono gravi indizi di colpevolezza,
ma bisogna tenere conto della situazione esistente in Venezuela sulla condizione
dei detenuti nelle carceri”, è la motivazione con cui la giudice Alessandra
Pfiffner esclude l’eventuale estradizione a Caracas, dove D’Agostino è accusato
di “truffa aggravata”, “traffico e commercio illecito di risorse o materiali
strategici”, “riciclaggio” e altri reati. D’Agostino – cognato di Luis Alfonso
de Borbón e dell’ex-parlamentare Henry Ramos Allup – è stato ospite alla Little
Saint James, meglio nota come Epstein Island, dove ha stretto un rapporto
d’amicizia con l’imprenditore, come si evince nel carteggio di mail desecretato
dal Dipartimento di Stato Usa.
“Mi sono divertito moltissimo”, scrive D’Agostino a Epstein in una mail datata 2
ottobre, facendo riferimento a una donna soprannominata “Water Gazelle”: “È
davvero impressionante… Che ragazza così bella e intelligente”. Nella mail
D’Agostino auspica “l’inizio di un’amicizia divertita e durevole” con Epstein,
con il quale intendeva “esplorare le diverse possibilità di fare soldi insieme”.
Nel loro carteggio (in data 22 ottobre 2012) D’Agostino proponeva a Epstein una
rosa di nove nomi da incontrare durante un suo eventuale viaggio a Caracas. In
elenco: Baldo Sansò (cognato dell’ex-presidente di Pdvsa Rafael Ramírez),
l’imprenditore Oswaldo Cisneros e Alejandro Betancourt, Ceo della Derwick, che
(secondo Transparencia Venezuela) avrebbe fatturato un sovrapprezzo da 3
miliardi di dollari a Pdvsa. “Pranziamo da lui?”, chiede D’Agostino.
All’inizio Epstein resta prudente: accenna una prima disponibilità (“il 26
novembre, se può andare”), attende la rielezione presidenziale di Hugo Chávez
(ottobre 2012), che ritiene “geniale”, pensando alla stabilità economica del
Paese. Nelle settimane successive D’Agostino ed Epstein speculano sullo stato di
salute di Chávez, sottoposto a cure oncologiche all’Avana e deceduto il 5 marzo
2013. “È molto probabile che a Chávez rimangano sei mesi di vita”, scrive
D’Agostino, ipotizzando elezioni imminenti e la probabilità che “qualcuno del
movimento di Chávez, ma meno radicale, vinca le elezioni”.
In seguito il loro scambio diventa più fitto. “Come sta la mia Water Gazelle?”,
chiede D’Agostino. “Qui, e nuda”, la risposta di Epstein, che rinnova a
D’Agostino il suo invito a visitare l’isola: “Quando vuoi”. Non è chiaro se
Epstein abbia mai fatto visita a Caracas ma, secondo l’Organized Crime and
Corruption – Reporting Project, dal 2013 al 2015 l’imprenditore Usa si rivelerà
un acquirente assiduo di bond petrolieri venezuelani. Secondo El Universal il
legame tra D’Agostino ed Epstein è già stato oggetto di indagini da parte
dell’Fbi in qualità di “interlocutore costante”, intento a “capitalizzare
l’influenza di Epstein”, attraverso progetti congiunti. L’imprenditore spagnolo
venezuelano è stato anche sottoposto a sanzioni Usa (2021-2025) per il suo
coinvolgimento nel traffico di greggio venezuelano. Interpellato più volte dai
media, ha sempre evitato di riferire pubblicamente sui suoi affari.
Attualmente D’Agostino vive a Palma di Maiorca – dov’è tornato in un jet privato
dopo il suo rilascio a gennaio – e si presenta al mondo come “immobiliarista” e
investitore nel settore taurino, in Spagna. “Colui che mi dica che la Spagna non
è taurina, non è cattolica e non si intrattiene giocando a calcio non conosce
questo Paese”, ha detto D’Agostino recentemente, in riferimento ai suoi
investimenti nella tauromachia. Fonti sostengono che l’imprenditore è legato a
circuiti conservatori e tradizionalisti di Madrid, vicini alla monarchia. “Qui
D’Agostino è un intoccabile”, assicura Jorge Castro, giornalista d’inchiesta
radicato in Spagna, secondo il quale l’imprenditore “vive sotto la protezione di
Luis Alfonso de Borbón e le notizie negative sul suo conto non attecchiscono
nella Penisola iberica”. Tuttavia Caracas non molla l’osso e, dopo il suo
rilascio in Italia, il Tribunal supremo de justicia ha rinnovato la richiesta di
estradizione (AA30P2026000006) contro l’imprenditore in data 21 febbraio.
“D’Agostino resta sotto indagine per aver dato vita a una struttura che,
attraverso società di comodo, e mediante flotte fantasma, trafficava petrolio in
Cina, senza che gli introiti del suddetto greggio passassero dalla Banca
centrale del Venezuela“, sostiene l’esperto legale Eligio Rojas, che segue da
vicino il dossier.
L'articolo I soldi di Epstein nel petrolio venezuelano. Il suo broker era
Francisco D’Agostino, “l’intoccabile” proviene da Il Fatto Quotidiano.
Spunta una nuova foto dal mega archivio americano su Jeffrey Epstein e questa
volta a essere immortalati con il finanziere pedofilo, morto in carcere a New
York nel 2019, sono l’ex principe Andrea e l’ex ambasciatore britannico negli
Usa, Peter Mandelson. Si tratta della prima immagine che ritrae tutti insieme i
tre personaggi coinvolti nello scandalo e tutti e tre appaiono in accappatoio,
in un momento di relax.
La caccia a documenti e foto compromettenti dall’enorme database americano fa
emergere ogni giorno elementi diversi. E questa volta a scovare la fotografia è
stata Itv, un’emittente del Regno Unito. Nella foto, i tre siedono attorno a un
tavolo di legno da giardino, presumibilmente tra il 1999 e il 2000, a Marthàs
Vineyard, meta balneare nel Massachusetts.
L’immagine, nonostante siano già emersi elementi sufficienti a travolgere sia
l’ex rampollo di casa Windsor che il politico Labour, tanto che entrambi sono
già stati arrestati e rilasciati il mese scorso con l’accusa d’aver condiviso
con l’amico comune informazioni riservate quando occupavano incarichi pubblici,
è la prova definitiva del legame dei due britannici con il finanziere americano.
Le accuse su Mandelson, la cui vicenda ha scatenato una bufera politica sul
premier laburista Keir Starmer che lo aveva scelto l’anno scorso come
ambasciatore in Usa, riguardano il suo operato da ministro, ma anche da
commissario Ue e quindi di consulente privato agganciato a svariati colossi del
business. Incarichi attraverso i quali aveva costruito solidi rapporti
d’intermediazione con la Cina, giocando verosimilmente un ruolo non minore nella
stessa designazione di Andrea, sotto i governi del New Labour, a testimonial
commerciale britannico in Asia e nel resto del mondo: protagonista di missioni a
margine delle quali, fra il 2001 e il 2011, l’ex duca di York risulta aver poi
spifferato informazioni coperte al finanziere.
L’ennesimo elemento di scandalo emerge mentre a Westminster monta pure il
sospetto di un insabbiamento di parte della prima tranche di documenti del
dossier che il governo Starmer è stato obbligato dal Parlamento a rendere
pubblici nei giorni scorsi sul criticatissimo processo di nomina politica di
Mandelson alla guida dell’ambasciata a Washington. L’opposizione Tory si è già
rivolta formalmente a sir Laurie Magnus, responsabile dell’autorità etica
indipendente chiamata a sorvegliare il rispetto degli standard di condotta
governativi, per sollecitare l’apertura di un’inchiesta amministrativa ad hoc
sul primo ministro e sul suo ufficio di gabinetto.
L'articolo Epstein files, spunta una foto di Mandelson e l’ex principe Andrea in
accappatoio col finanziere proviene da Il Fatto Quotidiano.
Il caso Mandelson resta una mina per Keir Starmer. Nel dicembre 2024 il premier
laburista nomina Peter Mandelson, storico esponente del New Labour ed ex
commissario Ue al Commercio, ambasciatore britannico negli Stati Uniti. La
scelta mira a sfruttare l’esperienza “unrivalled”, senza paragoni, di Mandelson
per gestire il ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca e rafforzare la “special
relationship” in un momento di protezionismo e tensioni globali. Invece diventa
una ferita aperta che continua a sanguinare, e contribuisce ad indebolire un
governo già con un piede fuori dalla porta di Downing Street.
La vicenda ruota attorno ai legami di Mandelson con Jeffrey Epstein, il
finanziere condannato per reati sessuali su minori e morto in carcere nel 2019.
Rapporti che non si erano interrotti dopo la prima condanna del 2008 per
sollecitazione della prostituzione minorile: documenti e email emersi negli
ultimi mesi mostrano contatti continuati, inclusi soggiorni nella casa di
Epstein a New York nel 2009 (mentre era in carcere) e scambi di informazioni
sensibili, con Mandelson che fa da insider trader di scelte economiche
classificate del governo britannico di Gordon Brown.
Starmer annuncia la nomina il 20 dicembre 2024. Pochi giorni prima, il Cabinet
Office aveva compilato un “due diligence checklist” che segnalava esplicitamente
un “general reputational risk”, un rischio reputazionale, legato alla relazione
di Mandelson con Epstein, citando articoli e report preesistenti. Il premier ha
ammesso di aver saputo di questi legami, ma sostiene di essere stato ingannato
sulla loro profondità e continuità. In Parlamento, il 10 settembre 2025, ha
garantito che era stato seguito un “full due process”, la procedura prevista per
le verifiche dei candidati ad un incarico pubblico. Eppure, documenti rilasciati
di recente dalla Commissione Parlamentare che indaga sui fatti e un’esclusiva
odierna di The Times dipingono un processo decisionale opaco e affrettato.
Starmer non parlò mai direttamente con Mandelson prima della nomina. Delegò il
controllo sui legami con Epstein a due figure fidate e vicine a Mandelson:
Morgan McSweeney (allora chief of staff di Downing Street, amico personale e
pupillo di Mandelson, dimessosi poi nel febbraio 2026 come capro espiatorio del
fiasco) e Matthew Doyle (direttore della comunicazione del premier, che ammise
di aver socializzato con Mandelson proprio in quel periodo). A Mandelson vennero
poste solo tre domande sul rapporto con Epstein. McSweeney non espresse giudizi
sulle risposte; Doyle le giudicò “soddisfacenti”. Il National Security Adviser
Jonathan Powell definì il processo “weirdly rushed”, stranamente affrettato in
conversazioni successive. Riserve vennero espresse anche da Sir Philip Barton
(ex permanent secretary al Foreign Office) e da Dame Karen Pierce (ambasciatrice
uscente a Washington), diplomatica apprezzatissima, che aveva più volte
segnalato il rischio politico negli Usa.
Mandelson è rimasto in carica solo sette mesi: è stato rimosso nel settembre
2025 dopo l’emergere di email che dimostravano legami più stretti di quanto
dichiarato. Ha ricevuto un’indennità di 75.000 sterline dai contribuenti. Ne
aveva chiesto 500mila. Resta sotto indagine della Metropolitan Police per
presunta cattiva condotta in un ufficio pubblico, ma ha affidato la propria
difesa allo studio Mishcon de Reya, noto per la sua aggressività processuale.
Dice di aver risposto con accuratezza e di non aver agito per guadagno
personale, ma il conflitto di interessi sembra palese: durante il viaggio
ufficiale a Washington di Starmer organizzò una visita agli uffici di Palantir,
il colosso della Difesa con cui poco dopo il governo britannico ha firmato
contratti miliardari. Palantir era clienta di Global Counsel, la società di
consulenza fondata da Mandelson e dismessa a febbraio, dopo la sua caduta.
Starmer ha chiesto scusa alle vittime di Epstein, assumendosi la responsabilità
della nomina di Mandelson. Ma le rivelazioni recenti ne erodono ulteriormente la
credibilità. Politicamente, il danno è strutturale. Starmer aveva costruito la
sua immagine, e vinto le elezioni, su un messaggio di cambiamento, rigore,
trasparenza e rottura con gli scandali Tory. Nominare un ambasciatore politico
in una destinazione sensibile, rompendo con la prassi di privilegiare
diplomatici di carriera e minimizzando o non approfondendo i tanti campanelli
d’allarme, appare un errore di giudizio aggravato da una gestione ristretta a
una cerchia personale. I conservatori chiedono dimissioni; voci interne al
Labour parlano di arroganza e di una gestione autoritaria del partito, e le
recenti sconfitte elettorali suggeriscono che il leader laburista possa avere le
settimane contate.
L'articolo Epstein file, Starmer non parlò mai con Mandelson prima della nomina.
E al futuro ambasciatore negli Usa vennero poste solo tre domande proviene da Il
Fatto Quotidiano.