Futuro Prossimo, di Franz Baraggino – L’autoritarismo? Figlio della
centralizzazione del capitale in poche, pochissime mani che non tollerano più
l’ingombro dei regimi democratici. Riarmo e conflitti? Nient’altro che guerra
capitalista tra potenze che si contendono il controllo di quella stessa
concentrazione di ricchezza, a partire da un’America sempre più indebitata e
protezionista e una Cina creditrice e liberista. Non un caso né un complotto, ma
l’ineluttabile tendenza del capitalismo, sostiene Emiliano Brancaccio, docente
di economia politica all’Università Federico II di Napoli e autore di
‘Libercomunismo‘ (Feltrinelli, 2026). Che avverte: “Non ne usciamo se non
riabilitiamo qualche ipotesi comunista”. Pronti?
L'articolo Da Trump agli Eurobond: la catastrofe capitalista è inevitabile?
Franz Baraggino intervista Emiliano Brancaccio proviene da Il Fatto Quotidiano.
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No agli eurobond, sì a una deregulation spinta, più spazio agli aiuti di Stato,
limiti alla “preferenza europea” negli appalti pubblici. Sono i punti cardine
della piattaforma Meloni-Merz per il vertice europeo informale di Alden Biesen,
preceduto mercoledì da un amichevole incontro tra Ursula von der Leyen e 1.300
aziende europee energivore che è stato la dimostrazione plastica di quanto
l’agenza della Commissione Ue sia plasmata da quella della grande industria. A
sorprendere, leggendo il non paper di Italia e Germania firmato anche dal Belgio
padrone di casa e passando in rassegna le dichiarazioni dei leader, è però
quanto alcuni punti siano tanto sensati per Berlino quanto sfavorevoli per Roma.
Il cui matrimonio di interesse con Friedrich Merz, all’insegna della promozione
della crescita e della collaborazione nel settore della difesa purchessia, su
molti fronti sembra prescindere dall'”interesse nazionale” tanto caro a Giorgia
Meloni.
Sugli eurobond la stessa premier l’ha in qualche modo ammesso quando, dopo il
pre-summit convocato con Merz e a cui hanno partecipato altri 18 Paesi e von der
Leyen, ha spiegato di essere “personalmente favorevole” a nuove emissioni di
debito comune, avversate invece dal cancelliere tedesco che si è opposto anche a
quella decisa a dicembre per finanziare 90 miliardi di prestiti all’Ucraina.
Perché quindi Meloni non ha appoggiato la richiesta di Emmanuel Macron, che
ritiene indispensabile quello strumento “se vogliamo avere il giusto livello di
investimenti in spazio, difesa e sicurezza, tecnologie pulite, intelligenza
artificiale e quantistica”? Tanto più che l’ipotesi, caldeggiata dalla Spagna di
Pedro Sanchez, ha il sostegno della Bce e ha incassato pure l’apertura del
presidente della Banca centrale tedesca Joachim Nagel che a Politico ha spiegato
“rendere l’Europa attrattiva significa anche attrarre investitori esterni” e “un
mercato europeo più liquido per asset europei sicuri contribuirebbe a questo”. E
la premier non ha spiegato la scelta di schierarsi con il fronte del no,
limitandosi a far notare che la questione è “divisiva”. Le opposizioni hanno
messo il dito nella piaga: per la leader del Pd Elly Schlein “eurobond e
investimenti comuni sono necessari anzitutto al rilancio economico europeo” e
l’atteggiamento di Meloni è “di resa“. Stessa linea per il M5s di Giuseppe
Conte, che torna a evocare il Next generation Eu e al vicepremier Antonio Tajani
– secondo cui aprire il dibattito è “inutile” – ricorda che “nel 2020 non li
voleva quasi nessuno ma l’Italia fece passare la sua linea”.
Domanda simile – l’asse con Berlino conviene all’Italia? – sorge di fronte alla
posizione tedesca sugli aiuti di Stato, favorevole a un ulteriore allentamento
dei paletti che li limitano dopo quello arrivato con il Clean Industrial Deal.
Se la Germania è in grado di mobilitare per la sua industria decine di miliardi
l’anno (41 nel 2024, un quarto della spesa totale dei governi Ue) e lo sarà
ancora di più dopo la modifica del freno al debito che apre la strada a maxi
investimenti difesa, le infrastrutture e la protezione del clima, la situazione
dell’Italia con il suo maxi debito pubblico è ben diversa: difficile immaginare
che possa sfruttare maggiori margini di manovra per sostenere le imprese. Dov’è
insomma l’interesse nazionale?
Idem per quanto riguarda la “deregolamentazione radicale” che Merz ha evocato
anche durante l’incontro con l’industria ad Anversa, strizzando l’occhio alle
lobby che hanno spinto per i discussi sei pacchetti omnibus di alleggerimento
normativo e degli oneri di trasparenza presentati come “proposte legislative
urgenti” – scelta censurata dall’organo di controllo indipendente (Ombudsman)
dell’Unione – giustificandoli con la necessità di ridurre i costi. E sfociati in
uno smantellamento del Green deal e delle norme pensate per prevenire violazioni
dei diritti umani e danni ambientali nell’ambito delle catene produttive. A
novembre è arrivato anche il settimo, un digital omnibus che ha messo in allarme
organizzazioni della società civile e sindacati: temono che il punto di caduta
sia l’annacquamento delle leggi europee su diritti digitali e governance delle
piattaforme, dall’Ai act a Data act, Digital Services Act e Digital Markets Act.
Sarebbe una vittoria per Big tech e per il suo grande sponsor Donald Trump, nei
cui confronti Merz e Meloni hanno scelto la linea morbida anche a fronte delle
minacce più irricevibili. Al prezzo di minori tutele per i cittadini. Compresi
quelli italiani.
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eurobond e aiuti di Stato proviene da Il Fatto Quotidiano.