“U n sibilo fortissimo, simile a una pentola a pressione gigante”. L’incidente
di Seveso si annuncia così nel racconto di un residente, Alberto Colombo, che
quel 10 luglio del 1976 ha 15 anni. Intervistato in un episodio del giugno 2021
di Ossi di Seppia, ha ricostruito quanto accaduto quella calda mattina a Seveso,
Meda, Cesano Maderno e Desio. Sono le 12 e 37, è sabato. Visto che non siamo in
un giorno feriale, è impossibile valutare precisamente quanto questo particolare
abbia attenuato gli effetti di quella che oggi è nota come la Chernobyl
d’Italia. L’ICMESA è una fabbrica di Meda, un comune in provincia di Monza e
Brianza (all’epoca provincia di Milano). Le residenti e i residenti del
territorio la chiamano “la fabbrica dei profumi”, a causa delle emissioni
odorigene della sua produzione. All’ICMESA, infatti, si fa il triclorofenolo,
una sostanza utilizzata come base per la produzione di diserbanti e cosmetici.
Quella mattina la temperatura interna del reattore A101 nel reparto B dello
stabilimento sale improvvisamente e raggiunge i 250°C. La causa è un’avaria nel
sistema di controllo che innesca una reazione esotermica incontrollata (un
cosiddetto runaway) proprio durante la fase di idrolisi alcalina del
tetraclorobenzene, il processo necessario per ottenere il triclorofenato di
sodio. Il calore genera una sovrapressione anomala: quando la spinta interna
raggiunge le 4 atmosfere, il disco di rottura della valvola di sicurezza cede di
schianto.
> Dopo due o tre giorni gli animali nelle zone attorno alla fabbrica cominciano
> a morire. Il sindaco di Seveso si trova costretto a chiedere alla popolazione
> di non mangiare i prodotti dell’orto.
Si libera una nube bassa e giallastra, profuma vagamente di cloro o di sapone.
Contiene 3.000 chili di sostanze tossiche: soda caustica, glicol etilenico ma,
soprattutto, una quantità mai esattamente determinata, stimata tra pochi
ettogrammi e circa 30 kg, di diossina TCDD. La TCDD
(2,3,7,8-tetraclorodibenzo-p-diossina) è un composto organico policiclico
aromatico e alogenato. La sua struttura molecolare è formata da due anelli
benzenici uniti tra loro da un anello centrale con due atomi di ossigeno (un
nucleo dibenzo-p-diossina), in cui quattro atomi di idrogeno sono stati
sostituiti da altrettanti atomi di cloro. È un sottoprodotto involontario delle
produzioni chimiche, molto tossico, uno dei più stabili e persistenti mai
prodotti dall’uomo.
Spinta da un vento di 5 metri al secondo, la nube non ricade entro il perimetro
dell’ICMESA, ma viene trascinato verso sud-est, disegnando una scia di
contaminazione che avvolge centri abitati e campagne distendendosi su 1.810
ettari di territorio. Chi è per strada avverte fastidio alla pelle; gli occhi
bruciano. La fabbrica però tace. Le autorità restano ferme, aspettano di capire
cosa sia successo, si fidano delle rassicurazioni. Nel frattempo le foglie degli
alberi avvizziscono. Dopo due o tre giorni cominciano a morire gli animali:
uccelli, conigli, polli. All’improvviso si accasciano e muoiono. Intorno alla
fabbrica la mortalità degli animali domestici o di allevamento è del 100%. Il
sindaco di Seveso, su indicazione dell’ufficiale sanitario locale, dice alla
popolazione di non mangiare i prodotti dell’orto. Non possiamo sapere quando i
dirigenti della Givaudan, la società svizzera controllata del gruppo
proprietario dell’ICMESA, abbiano capito che si trattava di diossina. Sappiamo
che hanno aspettato circa una settimana per comunicarlo pubblicamente.
> Ad agosto, le autorità decidono di avallare l’aborto terapeutico per le donne
> della zona contaminata. Una decisione presa nell’incertezza più totale, che
> scatena uno scontro pubblico e che contribuirà ad accelerare l’iter che
> porterà, nel 1978, all’approvazione della legge 194.
In brevissimo tempo si diffonde il panico e si susseguono gli interventi da
parte delle istituzioni. Il territorio viene frammentato in tre zone a
contaminazione decrescente: A, B e R. La Zona A, l’epicentro del disastro, viene
completamente svuotata: tra il 26 luglio e il 2 agosto 736 residenti vengono
evacuati forzatamente, costretti ad abbandonare le proprie case poi destinate
alla demolizione. Nelle zone B e R scattano forti restrizioni come il divieto di
toccare la terra, mangiare ortaggi o allevare animali.
Le autorità consigliano di evitare gravidanze per il timore di malformazioni.
Non si sa quali potrebbero essere gli effetti sui feti, la letteratura
scientifica sulla diossina è ancora troppo scarsa per dirlo con certezza, ma il
panico spinge le donne del territorio a considerare l’aborto, che in Italia è
ancora illegale. L’unico precedente giuridico è una sentenza della Corte
costituzionale del 1975, che ha depenalizzato l’aborto terapeutico solo per
tutelare la salute della madre, non per il rischio di malformazioni del feto. Ad
agosto, però, il ministro della Sanità Luciano Dal Falco e quello della
Giustizia Francesco Paolo Bonifacio, con il consenso del presidente del
Consiglio Giulio Andreotti, danno pubblicamente il proprio benestare per
l’aborto terapeutico per le donne della zona contaminata. L’interpretazione che
lo rende possibile è un’estensione della nozione di “terapeutico” per la quale I
medici valutano che il gravissimo stress psichico e l’angoscia delle donne
esposte alla diossina minacciano direttamente la loro salute mentale. È una
decisione presa nell’incertezza più totale e scatena un durissimo scontro
pubblico: c’è chi, come il giornalista Nicola de Feo su La Stampa, arriva a
proporre di rendere l’aborto obbligatorio per le donne esposte, e chi, dal
fronte cattolico, si mobilita contro quella che vede come una
strumentalizzazione del disastro. Sulla questione interviene anche papa Paolo
VI, che condanna la scelta in qualsiasi circostanza. È proprio quel confronto
acceso a far accelerare l’iter che porterà, nel 1978, all’approvazione della
legge 194.
> Seveso ha cambiato il modo in cui gestiamo i disastri ambientali, la nostra
> concezione di sicurezza, informazione e prevenzione. Ha lasciato una nuova
> consapevolezza delle interazioni tra esseri umani e il loro ambiente.
L’incidente e tutte le sue implicazioni hanno una rilevanza mediatica enorme:
Seveso diventa il simbolo mondiale di un progresso irresponsabile che ha messo
in pericolo la vita di decine di migliaia di persone. La TCDD è infatti
considerata uno dei veleni più potenti mai sintetizzati: nelle cavie sottoposte
a esperimenti come ratti e conigli anche solo quantità infinitesimali sono
risultate letali. Lo stesso non vale per gli esseri umani, anche se nel 1976
questo non si sapeva.
L’eredità dell’incidente è ampia e la ritroviamo in diversi ambiti. Seveso ha
cambiato il modo in cui gestiamo i disastri ambientali, la nostra concezione di
sicurezza, informazione e prevenzione. Ha lasciato una nuova consapevolezza
delle interazioni tra esseri umani e il loro ambiente. Da Seveso derivano tre
direttive europee, che ne portano il nome, su rischi e disastri ambientali.
Prima del 1976 in Italia e in gran parte d’Europa non esisteva un sistema che
obbligasse le aziende chimiche a valutare preventivamente il rischio dei propri
impianti: l’ICMESA produceva triclorofenolo senza che nessuna autorità avesse
mai imposto un piano di emergenza, né informato la popolazione su cosa si
lavorasse a pochi metri dalle loro case.
La prima direttiva Seveso, approvata nel 1982, introduce l’obbligo per le
aziende che superano determinate soglie di sostanze pericolose di redigere
un’analisi di rischio e un piano di emergenza e impone alle autorità locali di
informare preventivamente i cittadini residenti vicino agli impianti a rischio.
Le due direttive successive, Seveso II nel 1996 e Seveso III nel 2012, allargano
e affinano questo impianto, aggiungendo l’obbligo di ispezioni periodiche e
rendendo più stringenti i criteri di classificazione delle sostanze pericolose.
La prospettiva è completamente ribaltata. La fabbrica non deve più limitarsi a
riconoscere le proprie responsabilità una volta avvenuto il disastro ma deve
dimostrare di sapere come comportarsi in caso avvenga. Grazie a quello che è
accaduto a Seveso, oggi in Europa migliaia gli stabilimenti sono classificati “a
rischio di incidente rilevante” secondo questa normativa e ognuno di essi, dalle
raffinerie ai depositi di gas, ha un piano di emergenza.
Non c’è però solo il contributo normativo. L’incidente del 1976 ha lasciato al
territorio un trauma e un parco, il Bosco delle querce, che riposa sulla Zona A.
E ha segnato un punto di svolta per la tossicologia, rendendo quelle città della
Brianza un laboratorio globale e un pilastro della moderna medicina di comunità.
Nel luglio del 1976 Paolo Mocarelli è un giovane primario del servizio di
Medicina di laboratorio dell’Ospedale di Desio (diverrà poi professore ordinario
di biochimica clinica dell’Università di Milano-Bicocca). È lui a coordinare le
operazioni di monitoraggio biochimico, con esami della popolazione che
cominciano il 26 luglio in un’aula requisita di una scuola a via De Gasperi.
Quel primo giorno effettuano 250 prelievi di sangue, in quelli successivi
diverse migliaia. Nel 1976 non esistono spettrometri di massa abbastanza
sensibili da misurare quantità così piccole di diossina nel sangue. Nessun
laboratorio al mondo può farlo. “Mi sono detto ‘Prima o poi si potrà’”, mi
racconta, “e ho deciso di conservare i campioni”. La mobilitazione è febbrile:
“Il personale dei vari reparti ha collaborato al lavoro di campionamento.
C’erano migliaia di provette da archiviare ed etichettare. Lavorammo giorno e
notte, tutti insieme”.
In Italia Seveso è uno spartiacque anche per l’informatizzazione della medicina.
Per gestire la mole immensa di dati (un milione di esami e 30.000 campioni da
etichettare) Mocarelli aveva bisogno di un sistema per rintracciare ogni singola
provetta. “A Desio era in corso un progetto regionale per il nuovo prontuario
ospedaliero di farmaci. C’era un calcolatore da ricerca. Le attività si erano
appena concluse”. In quel luglio 1976 il primario recupera un minicomputer
PDP-11/45 Digital e utilizza il personale di quel progetto per gestire gli esami
di laboratorio. Questo è il primo passo del percorso che trasformerà quello di
Desio nel primo ospedale totalmente informatizzato d’Italia. “Il laboratorio di
Desio è stato poi collegato direttamente ai reparti e ai primi 50 medici di
famiglia. Siamo stati i primi a mandare i risultati degli esami al cellulare dei
pazienti”, rivendica Mocarelli. Il successo del modello informativo di Desio
influenzò la stesura della riforma sanitaria del 1978. Nello specifico, il capo
III, articolo 27 della legge 833 (relativo agli “Strumenti informativi”) impose
per la prima volta la creazione di sistemi informativi sanitari computerizzati,
recependo l’avanguardia tecnologica sperimentata durante il disastro.
> Seveso non ha segnato solo un punto di svolta normativa, è stato uno
> spartiacque anche per lo studio della tossicologia e l’informatizzazione della
> medicina.
“Il monitoraggio è durato anni, facendo prelievi periodici e raccolta delle
urine. Monitoravamo i bambini ogni sei mesi, le donne gravide ogni tre”,
racconta. In tutto viene effettuato circa un milione di esami. I 30.000 campioni
di sangue prelevato a cittadine e cittadini, bambine e bambini di Seveso vengono
congelati a ‒20°C, aspettando un futuro in cui la tecnologia sarebbe stata in
grado di leggerli. Il tempo passa. “Ad agosto avemmo la prima sorpresa positiva,
che ci tranquillizzò. Ci rendemmo conto che l’epatotossicità riscontrata nei
ratti non c’era nelle persone, nemmeno nei bambini segnati dalle ustioni legate
alla pioggia di soda caustica che si liberò dalla nuvola”. A settembre la pelle
di bambine e bambini si copre di bolle: è la cloracne, una patologia
dermatologica caratterizzata da un’eruzione cutanea molto visibile associata
proprio all’esposizione alla diossina. “Ci preoccupammo perché era comparsa
anche se gli esami del sangue, del fegato, del midollo osseo e delle urine erano
normali. Col tempo, guarì da sola. I nostri dati mostravano che la diossina non
era epatotossica per gli umani”.
Nel 1976 la guerra del Vietnam è finita da un anno. Il 2 luglio, una settimana
prima che l’ICMESA vomitasse la sua nube tossica su Meda, Desio, Seveso e Cesano
Maderno, il Paese viene riunificato nella Repubblica socialista del Vietnam.
Negli Stati Uniti, però, chi è tornato da quel conflitto sta facendo i conti con
le conseguenze dell’utilizzo del devastante Agente arancio, sparso sulle foreste
in cui la popolazione si riparava dall’esercito statunitense e da cui sferrava
gli attacchi coordinati che gli avevano garantito la vittoria. In Vietnam il
defoliante ha ucciso o reso disabili 400.000 persone e creato problemi di salute
a due milioni. Secondo la Croce Rossa vietnamita, l’Agente arancio ha comportato
la nascita di 500.000 bambini con malformazioni.
È un dato che da decenni alimenta uno dei dibattiti scientifici più aspri legati
alla diossina, e che merita di essere trattato con cautela. Le revisioni
periodiche del National Academies of Sciences statunitense, il riferimento più
autorevole sul tema, riconoscono un nesso solo con due specifiche malformazioni:
la spina bifida e l’anencefalia, un difetto nella formazione del cranio e del
cervello. Per tutte le altre malformazioni denunciate in Vietnam, il comitato
scientifico ha più volte concluso che le prove non sono sufficienti a stabilire
un rapporto di causa-effetto, anche perché gran parte degli studi vietnamiti
citati a sostegno di un nesso più ampio non sono mai stati sottoposti a
revisione paritaria.
> Gli studi epidemiologici condotti negli anni successivi al disastro di Seveso
> non hanno rilevato alcun aumento delle malformazioni neonatali rispetto alla
> popolazione di controllo, nemmeno nella zona a contaminazione più alta.
Non mancano però voci di segno opposto: una metanalisi che ha messo insieme 22
studi, comprese fonti vietnamite inedite, ha calcolato che le madri esposte
all’Agente arancio avevano il doppio delle probabilità di avere figli con
malformazioni rispetto a quelle non esposte, un risultato che ha però scatenato
critiche feroci da parte di altri tossicologi, secondo cui lo studio si
appoggiava su pubblicazioni datate e mai verificate da pari. È un nodo che la
scienza non è ancora riuscita a sciogliere del tutto, complicato dalla
difficoltà di misurare con precisione l’esposizione individuale a distanza di
decenni. Su Seveso, invece, il quadro è più chiaro: gli studi epidemiologici
condotti negli anni successivi al disastro, basati su un registro ad hoc delle
nascite nell’area contaminata, non hanno rilevato alcun aumento delle
malformazioni neonatali rispetto alla popolazione di controllo, nemmeno nella
zona a contaminazione più alta.
Nel 1987, ad Atlanta, c’è la svolta che unisce quanto accaduto a Seveso e gli
effetti dell’utilizzo dell’Agente arancio in Vietnam. Per rispondere alle
pressioni dei veterani, il Center for disease control (CDC) affina la tecnologia
della spettrometria di massa ad alta risoluzione. Adesso è possibile misurare
tracce infinitesimali di TCDD in pochi millimetri di siero. “Quando l’Istituto
superiore di sanità lesse lo studio del CDC ci chiese se avevamo conservato i
campioni. Li avevamo: è nato un progetto scientifico che ha cambiato
radicalmente lo scenario in tutto il mondo”, racconta Mocarelli. I primi dati
sono sconcertanti: nel sangue della popolazione di Seveso c’è la concentrazione
di diossina più alta mai registrata in un essere umano.
“A Seveso, ribadisce Mocarelli, di diossina non è morto nessuno. Questo non vuol
dire che non ci siano state conseguenze”. Il veleno, come racconta il medico, ha
agito come un potente interferente endocrino, alterando molti meccanismi
ormonali nelle persone che erano state esposte. Mocarelli e il suo team le
controllano per decenni e questo li rende in grado di scoprire effetti profondi
sulla salute riproduttiva. Alcuni degli adulti che, al momento del disastro,
erano bambini (0-9 anni), hanno sviluppato una significativa riduzione della
quantità e della motilità spermatica. “I figli delle donne esposte, continua,
anche se concepiti anni dopo, mostravano la stessa riduzione della qualità
spermatica”. Quelli che il 10 luglio del 1976 erano adolescenti (10-18 anni),
invece, hanno mostrato un aumento degli spermatozoi e della loro motilità. Non
hanno invece avuto effetti le persone esposte quando il sistema riproduttivo era
già formato. La scoperta più sbalorditiva, pubblicata poi su The Lancet, è la
dimostrazione che l’esposizione del padre a un inquinante può influenzare il
sesso dei figli. “I padri con alte concentrazioni di TCDD nel sangue hanno
generato significativamente più figlie femmine rispetto al numero di figli
maschi”. Con Seveso e con Mocarelli si ha una delle prime prove scientifiche del
fatto che l’ambiente può determinare il destino biologico delle generazioni.
> Negli anni Ottanta, Paolo Mocarelli e il suo team scoprirono che nel sangue
> della popolazione di Seveso c’era la concentrazione di diossina più alta mai
> registrata in un essere umano, e che l’esposizione a essa aveva serie
> ripercussioni sulla salute riproduttiva.
La diossina ha avuto anche altri effetti a lungo termine: “Gli studi del
professor Pier Alberto Bertazzi hanno dimostrato un incremento di decessi per
tumori del tessuto linfoemopoietico, come leucemie e linfomi, e un aumento del
rischio di cancro al seno nelle donne”. Nell’area c’è stato anche un eccesso di
malattie cardiovascolari e respiratorie croniche registrato soprattutto nella
Zona A. Senza quell’esposizione, è probabile che alcune di quelle persone non si
sarebbero mai ammalate.
Il monitoraggio costante e l’analisi dei dati hanno trasformato quel disastro in
uno strumento per la tutela della salute pubblica e della fiducia tra scienza e
cittadini unico al mondo. Le 30.000 provette congelate per anni hanno dato un
contributo inestimabile all’avanzata del sapere scientifico mondiale. Il dottor
Mocarelli ci tiene a sottolinearlo: “Personalmente rivolgo ancora i miei
ringraziamenti all’ospedale di Desio, ai miei collaboratori che si sono
impegnati e soprattutto alla popolazione che si è sottoposta ai controlli. Tutti
dovremmo ringraziarli. Se non avessero continuato con le analisi, in tutti
quegli anni, non avremmo saputo tante cose sugli effetti della diossina. Tutti
insieme abbiamo scritto una tappa importante della medicina di comunità in
Italia”.
L'articolo Seveso, l’apocalisse in due tempi proviene da Il Tascabile.
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L
> a nostra casa comune è anche come una sorella, con la quale condividiamo
> l’esistenza, e come una madre bella che ci accoglie tra le sue braccia […].
> Siamo cresciuti pensando che eravamo suoi proprietari e dominatori,
> autorizzati a saccheggiarla. La violenza che c’è nel cuore umano ferito dal
> peccato si manifesta anche nei sintomi di malattia che avvertiamo nel suolo,
> nell’acqua, nell’aria e negli esseri viventi. […]. Dimentichiamo che noi
> stessi siamo terra (cfr Gen 2,7). Il nostro stesso corpo è costituito dagli
> elementi del pianeta, la sua aria è quella che ci dà il respiro e la sua acqua
> ci vivifica e ristora.
>
>
>
> Niente di questo mondo ci risulta indifferente.
A maggio 2015 la forza dirompente dell’enciclica Laudato si’ scuoteva alle
fondamenta il mondo cattolico e l’istituzione Chiesa. Siamo composti – scriveva
papa Francesco – dagli elementi stessi del pianeta. Viviamo la sua malattia.
Quel testo ha dato vita a una mobilitazione generale delle e dei fedeli che, in
tutto il mondo, hanno preso parte a iniziative grandi e piccole a contrasto
della crisi climatica. Attivazione che alle nostre latitudini associamo solo al
mondo cattolico ma che invece ha riguardato e riguarda molti altri culti.
L’altare e la biosfera
Se per tanto tempo la tutela della biosfera è stata considerata interesse più
vicino alla scienza che allo spirito, la crisi climatica ha scompaginato il
quadro e mobilitato anche le fedi più reticenti a interessarsi delle cose
terrene. La Terra è anzi diventata l’unico spazio in cui si gioca la salvezza,
biologica o spirituale che sia. A Occidente è stato un po’ come fare i conti con
le accuse che lo storico americano Lynn White Jr aveva mosso a partire dal 1967,
identificando il peccato originale dell’ecologia nell’antropocentrismo predatore
del cristianesimo occidentale che è stato a fondamento dello sfruttamento
illimitato della natura.
Dal saggio di White The Historical Roots of Our Ecologic Crisis alla stesura
della Laudato si’ sono passati quasi cinquant’anni. Cinque decenni di
negazionismo terreno e furia celeste, in cui sempre meno uomini si arricchivano
perpetuando un modello di società che devastava il pianeta, e quest’ultimo si
scaldava, inviando tempeste, siccità e inondazioni come monito per un’umanità
piuttosto restìa ad afferrare il concetto. Fino a che non è diventato
particolarmente esplicito e anche le fedi hanno scelto di mobilitarsi.
> Se per tanto tempo la tutela della biosfera è stata considerata interesse più
> vicino alla scienza che allo spirito, la crisi climatica ha scompaginato il
> quadro e mobilitato anche le fedi più reticenti a interessarsi delle cose
> terrene.
Dall’enciclica Laudato si’ al manifesto dei vescovi del Sud del mondo del marzo
2026, la fede cristiana si è trasformata in politica climatica e finanza etica.
Il cambiamento è globale e interreligioso: riguarda il concetto islamico di
Mīzān (equilibrio divino) così come la resistenza simbolica dei monaci
thailandesi, che “ordinano” gli alberi per proteggerli dal disboscamento. In
tempi di paradigmi che scricchiolano, l’antropocentrismo sembra sull’orlo del
suo sempre troppo ritardato collasso. Le grandi religioni stanno offrendo la
base filosofica per riconoscere la natura non più come oggetto, ma come soggetto
di diritto.
Dal dogma al bilancio: il Vaticano e la finanza climatica
Per le cattoliche e i cattolici, l’enciclica Laudato si’ rappresenta questo
passaggio. Il testo, presentato e vissuto non solo come un’esortazione
spirituale ma come una teologia politica che ha ridefinito il ruolo della Chiesa
nel mondo contemporaneo, ha da subito avuto una vocazione ecumenica. Indirizzata
a “ogni persona che abita questo pianeta”, l’enciclica supera i confini
confessionali per parlare alle donne e agli uomini di tutto il mondo, anche e
soprattutto a chi alle fedi non si affida più da tempo. Il fulcro politico del
testo sta nell’ecologia integrale: nella lettura ‒ scontata per chi di
ecosistema si occupa da sempre, di meno per il Vaticano ‒, che fonde la crisi
ambientale con quella sociale. Non esistono due crisi separate, scriveva di suo
pugno Bergoglio, ma un’unica sfida socioambientale. “Il grido della terra”
coincide con “il grido dei poveri”.
Fornendo nuove e solide basi alla relazione delle e dei fedeli con il creato,
“la casa comune”, il documento attacca apertamente il paradigma tecnocratico e
il mito della crescita infinita come fondamento delle nostre società. Crescita
sempre appannaggio di pochi, come testimoniato dal messaggio riportato dei
vescovi della Nuova Zelanda: “cosa significa il comandamento ‘non uccidere’
quando ‘un venti per cento della popolazione mondiale consuma risorse in misura
tale da rubare alle nazioni povere e alle future generazioni ciò di cui hanno
bisogno per sopravvivere’”? Il testo dell’enciclica è stato tanto radicale che,
con la proposta di creare un’autorità politica mondiale per la gestione dei beni
comuni, ha contribuito al clima politico e culturale che ha accompagnato la
stesura dell’Accordo di Parigi.
Ma la Laudato si’ non si è limitata alla proposta, è passata all’azione
spingendo enormi masse di cattoliche e cattolici a promuovere e alimentare il
movimento per il disinvestimento dai combustibili fossili. Non bastano più le
condanne morali: le donne e gli uomini di fede, così come le strutture interne
alla Chiesa, sono chiamati a usare il capitale come leva politica. Il movimento
per il disinvestimento, coordinato dal Movimento Laudato Si’, ha spinto più di
600 istituzioni religiose a tagliare per sempre i ponti con l’industria fossile,
eliminando tutti gli investimenti in fondi, aziende e azioni che supportino
energie climalteranti. A marzo 2026 i vescovi di Asia, Africa e America Latina
hanno nuovamente formalizzato l’impegno a riconsiderare i portafogli diocesani,
definendo l’abbandono di carbone, petrolio e gas come un “imperativo morale”.
> Non esistono due crisi separate, scriveva di suo pugno Bergoglio, ma un’unica
> sfida socioambientale.
La Chiesa è scesa dunque in campo e lo ha fatto con una strategia non solo etica
ma pragmatica, presentando il disinvestimento come una decisione finanziaria
“sana e prudente” per evitare il rischio di riporre ricchezze in asset destinati
a perdere valore. In un mondo che va sempre più verso il rifiuto dei
combustibili fossili, le istituzioni cattoliche hanno scelto di non restare a
guardare: grandi realtà come la provincia gesuita europea e molte diocesi
italiane e canadesi hanno già aderito alla mobilitazione. L’obiettivo è
influenzare i mercati per una transizione energetica giusta, legando la finanza
alla pace e alla tutela per chi ha di meno, che spesso subisce maggiormente gli
impatti della crisi climatica.
L’eco-Islam e i nuovi monaci della foresta
Appena pochi mesi dopo la pubblicazione dell’enciclica Laudato si’, ad agosto
2015 più di sessanta leader e accademici musulmani si riunivano a Istanbul per
lanciare il loro grido di battaglia. Il loro pubblico, del resto, consiste in
più di 1,6 miliardi di persone in tutto il mondo. La Dichiarazione di Istanbul
ha trasformato l’ecologia in uno dei pilastri della fede islamica, e ha definito
l’abbandono dei combustibili fossili e la transizione verso energie provenienti
da fonti rinnovabili un imperativo morale ineluttabile.
Questo movimento sta influenzando una riscoperta delle origini della religione
con un inedito interesse ambientale. Il cuore concettuale della presa di
posizione dei leader islamici è la nozione teologica di Mīzān, l’equilibrio
perfetto e l’armonia divina in cui Allah ha creato l’universo. Una forma di
ordine di cui l’essere umano non è padrone assoluto ma khalīfah: custode,
vicario. Alla nostra specie è affidato anzi il compito di mantenere questo
equilibrio, proteggerlo. Questo approccio alle cose terrene consente di
rileggere la crisi climatica come manifestazione fisica della fasād, la
corruzione morale e materiale derivata dall’avidità umana che ha spezzato il
sacro legame tra uomo e biosfera.
Pratiche tradizionali come l’hima – le riserve naturali per il bene pubblico
radicate in 14 secoli di storia – o il waqf (le donazioni pie) diventano modelli
di conservazione comunitaria che offrono alternative alla legislazione civile.
Esempi come il Misali Ethics Project a Zanzibar mostrano la capacità dell’etica
islamica di proteggere la biodiversità marina anche dove le leggi statali
faticano a imporsi.
> La Dichiarazione di Istanbul ha trasformato l’ecologia in uno dei pilastri
> della fede islamica, e ha definito l’abbandono dei combustibili fossili e la
> transizione verso energie provenienti da fonti rinnovabili un imperativo
> morale ineluttabile.
L’onda del risveglio spirituale è arrivata anche nelle foreste del Sud-Est
asiatico, dove i monaci si sono erti a difesa delle foreste contro i progetti di
estrazione fossile. In Thailandia, per contrastare il disboscamento illegale, i
monaci celebrano il rito della Buat ton mai: ordinano gli alberi come sacerdoti.
Anche solo a livello di immaginario, si tratta di atti potentissimi. Durante la
cerimonia le piante più imponenti vengono avvolte nelle vesti color zafferano
del Sangha e così consacrate, nel mezzo di canti monastici. In questo modo sono
elevate a tutti gli effetti allo status di membri della comunità religiosa. Non
si tratta solo di un rito molto suggestivo: la foresta in questo modo diventa
uno spazio inviolabile e, in quanto tale, attiva un potente deterrente karmico
verso chi voglia violarla. Abbattere un albero “ordinato” equivale ad ammazzare
un monaco, con tutte le conseguenze che il karma ne dispone.
Oltre l’antropocentrismo: diritti della natura e cosmogonie indigene
Ci sono casi in cui l’incontro tra fede e tutela dell’ecosistema diventa
dimensione di fusione identitaria. In Amazzonia le grandi religioni stanno
assorbendo la sapienza ancestrale delle comunità indigene, che da sempre vivono
in comunione con la natura. Movimenti come l’Interfaith rainforest initiative
(IRI) riuniscono leader cristiani, musulmani, ebrei e indù intorno ai guardiani
della foresta, dando vita a una missione tanto sacra quanto umana: proteggere il
polmone verde del pianeta. E farlo secondo una logica per la quale la natura non
è più oggetto da gestire, né luogo che ci ospita ma soggetto di diritto, una
vera e propria parente della specie umana che, in quanto tale, gode di
personalità giuridica. Da questo punto di vista le fedi si sono fatte ponte che
ha tradotto le cosmogonie, che considerano fiumi e foreste come antenati, in
concetti e linguaggio della giurisprudenza occidentale. La sinergia che ne
deriva è uno scudo politico e morale per chi impegna la propria vita a difesa
dell’ambiente e identifica la salvezza biologica del pianeta in quella
spirituale dell’umanità.
Le Faith-based organizations
Non si tratta di movimenti dettati dal volontarismo di singoli leader più o meno
virtuosi. Stiamo ormai assistendo all’espansione e al consolidamento di una rete
capillare di organizzazioni basate sulla fede, le Faith-based organization
(FBO), che oggi parlano all’84% della popolazione mondiale. Organizzazioni che
scendono in campo, abbandonando il ruolo indugiante di osservatori marginali, e
che si propongono come supporto alla governance climatica globale, forti di un
peso materiale impressionante: gestiscono circa il 10% delle attività
finanziarie del pianeta; possiedono circa l’8% delle terre abitabili.
> Le Faith-based organizations gestiscono circa il 10% delle attività
> finanziarie del pianeta; possiedono circa l’8% delle terre abitabili.
Questa imponente capacità di fare massa critica permette a reti interreligiose
come la GreenFaith o il Movimento Laudato si’ di trasformare un mandato morale
in una ben più efficace leva di mercato. Come i dati confermano: circa il 35% di
tutti i disinvestimenti dai combustibili fossili, a livello globale, proviene da
istituzioni religiose, compresi grandi attori come la Chiesa d’Inghilterra o il
Vaticano. Organizzazioni religiose che hanno mutato forma, si sono trasformate
in movimenti di attivazione diretta, di finanza etica e anche di pressione
politica e advocacy istituzionale per raggiungere obiettivi strutturali come
l’abbandono globale dei combustibili fossili.
Una nuova escatologia
Questo risveglio ecologico non è universale. Persistono sacche di resistenza in
cui il dogma si fa ancora strumento di tutela dello status quo. Accade ad
esempio in Brasile, dove una parte del mondo evangelico più conservatore ha
storicamente sostenuto politiche di espansione agricola a scapito
dell’Amazzonia, vedendo nel dominio sulla terra un mandato divino
incontestabile. Così come negli Stati Uniti, dove influenti settori del
cattolicesimo e del protestantesimo ultraconservatore percepiscono
l’ambientalismo come una sorta di cavallo di Troia per un’agenda neopagana o
globalista, arrivando a etichettare la giustizia climatica come una distrazione
dalle battaglie bioetiche tradizionali.
Gli esempi fino a qui riportati non sono esaustivi dei dispositivi di fede in
quanto tali ma vogliono essere la fotografia di un movimento che sta crescendo
sia globalmente sia territorio per territorio, regione per regione. E si sta
rafforzando perché riporta alle origini il legame della nostra specie con
l’ambiente che la circonda. Esattamente come fa la crisi climatica, ci fa
scendere dal piedistallo antropocentrico e ci ricorda che siamo natura nella
natura, che la salvezza del nostro pianeta, così come il suo perire, sono la
nostra salvezza e il nostro perire. Stiamo assistendo a un processo di
secolarizzazione inversa: per secoli la modernità ha spinto il sacro ai margini,
oggi la spiritualità sta tornando con vigore a occuparsi della Terra, che si sta
delineando come spazio fisico ma anche metafisico in cui si gioca la salvezza. E
in cui la protezione del luogo in cui siamo, che lo chiamiamo Creato, Casa
comune, Al-Ard, Pṛthivī, Pachamama o biosfera, lungi dall’essere un’opzione
morale è un vero e proprio obbligo ontologico. Non c’è spirito che possa
salvarsi senza un pianeta che ne ospiti il corpo.
> Questo risveglio ecologico non è universale. Persistono sacche di resistenza
> in cui il dogma si fa ancora strumento di tutela dello status quo.
In questo gioco deve esserci necessariamente qualcuno che vince, che viene
tutelato: i più poveri, i Paesi in via di sviluppo. E qualcuno che, per una
volta, perde: le lobby fossili, le economie sviluppate intorno all’estrattivismo
e all’iperconsumo. È come se una questione di fondamentale giustizia sociale,
con l’irrompere della crisi climatica a scompaginare il quadro, stia assurgendo
a un rango più elevato. Chi si oppone alla transizione necessaria, a questo
punto, ne risponderà in una dimensione umana e storica ma, se ci crede, anche in
una metafisica e ultraterrena. E il divino rappresentato da gran parte dei culti
non sembra troppo incline a subire il fascino dei dividendi o del greenwashing.
L'articolo Nuova escatologia terrena proviene da Il Tascabile.
V iaggiare. Penetrare paesaggi e skyline a cui il nostro occhio non è abituato;
ammirare flore e faune anomale; entrare in contatto con culture altre,
interagire con esse, saggiare le loro usanze, compararle – inevitabilmente – con
le nostre. Forse l’unico shock, quello culturale, che ha un effetto positivo:
illuminarci sulla necessità di decentralizzare i nostri riferimenti. E poi,
viaggiare come conquista interiore e socioeconomica: basta guardare i dati o i
trend dei social network per capire come il viaggio sia diventato sempre più
status symbol, quantizzato in pacchetti che via via si collezionano per
conoscere, per aprirsi; alla stregua di un master, un’esperienza definitiva,
quasi mistica, che faccia curriculum e si risolva in crescita personale.
Eppure. Eppure ogni beneficio ha un costo, un’altra faccia della luna che forse
è l’aspetto più disturbante – e quindi illuminante – che si trae dalla lettura
di Dall’Alaska alla Patagonia (2025) di Valeria Barbi. Il libro racconta, nel
solco della tradizione del reportage vecchia maniera e senza fronzoli, il
viaggio-spedizione attraverso la Panamericana, una dorsale che ha cominciato a
essere costruita nel 1923 e che oggi collega l’Alaska con la Patagonia: 30.000
chilometri di strada che la naturalista e giornalista ambientale Valeria Barbi
ha percorso con il fotografo Davide Agati sul van aVANscoperta. Un progetto
ambizioso e complesso che ha richiesto molta preparazione ed è durato un anno,
sei mesi e sette giorni, dal 2022 al 2024. Ma il progetto WANE (We Are Natural
Expedition) non è solo un tragitto attraverso la bellezza di quasi tutti i biomi
della terra, è anche una riflessione che porta alla luce i costi di ciò che
significa viaggiare, e a un’analisi che parte necessariamente da lontano.
Nel capolavoro di Joseph Conrad (sto parlando di Cuore di tenebra) l’attenzione
del lettore cade a fine avventura sulle nefandezze che l’epoca coloniale – su
cui il libro apre uno squarcio piuttosto netto – ha perpetrato nei confronti del
mondo non occidentale. Il tema di Conrad è chiaro e sconcertante: con
l’arbitraria missione (o copertura) di portare tecnologia a chi non ce l’ha, si
rastrellano risorse utili per la spinta economica e la fame di crescita della
vecchia Europa. Un monito che, grazie alla letteratura, ha sicuramente raggiunto
migliaia di lettori e generazioni di studenti.
Ma Cuore di tenebra non si limita a una fotografia, per quanto lucida, di un
rischio all’epoca ancora assai poco nitido. No, in Conrad c’è una morale
altissima proprio legata alle due parole più note di quel libro “L’orrore,
l’orrore” che il commerciante d’avorio Kurtz pronuncia prima di morire
sull’imbarcazione che lo sta riportando in patria. Quella parola, orrore, non è
un epitaffio statico, non è la constatazione di un dato di fatto. È una parola
mobile, un messaggio che Kurtz formula con estrema chiarezza e forza affinché
arrivi fino alle vie più illuminate, magnifiche e progressive di Londra. Una
chiamata umanitaria che, in parole semplici, metta in guardia l’Occidente sul
suo modus operandi, che analizzi il rapporto tra fini e mezzi.
> La Panamericana oggi collega l’Alaska alla Patagonia, 30.000 chilometri di
> strada che Valeria Barbi ha percorso con il fotografo Davide Agati. Un
> viaggio-spedizione che attraversa quasi tutti i biomi della terra, durato un
> anno, sei mesi e sette giorni.
La sfortuna di Kurtz, e dell’intero Occidente, però, è che a raccogliere questo
messaggio, a fare da testimone, c’è un uomo per sua stessa ammissione mediocre,
infine pavido, incapace di capirne veramente il significato. E la dimostrazione
è nel bellissimo finale, spesso derubricato a coda melensa, in cui però sta il
centro tematico di tutto il libro. Charles Marlow, marinaio e narratore della
storia, è tornato a Londra e si trova di fronte alla compagna senza nome (perché
ha il nome e cognome di tutti noi) di Kurtz che gli chiede conto e conforto
delle ultime parole dell’amato. Il marinaio mente: “L’ultima parola che
pronunciò fu il suo nome”. In quel momento Marlow perde un’occasione, lui e
tutto l’Occidente: guardarsi in faccia, conoscersi, esaminare la propria
coscienza ed eventualmente correre ai ripari. E, se nella finzione libresca
questo messaggio non arriva a destinazione, nelle intenzioni di Conrad c’era
quella di ridefinire il significato della sua storia, facendo di quel libro il
messaggio stesso. Il crepuscolo di un nero plumbeo che ospita le ultime righe ne
è la plastica e fosca dimostrazione.
Di questa morale in movimento si resero ben conto Francis Ford Coppola e
soprattutto John Milius scrivendo Apocalypse Now (1979). Qui il Libero Stato del
Congo (libero più o meno, dato che era il controverso regno privato di Leopoldo
II del Belgio) diventa il Vietnam; il fiume Congo diventa il Nung; Kurtz diventa
colonnello e il marinaio Marlow diventa il maggiore Willard. L’Occidente ha già
spostato il suo baricentro attraversando l’Atlantico e il colonialismo di inizio
secolo ha nel frattempo varcato la soglia dell’esportazione della democrazia.
Nell’iconico finale della versione cinematografica, Kurtz non muore da sé per
malattia ma, anzi, invita Willard ad abbatterlo, come il toro sacrificale che si
vedrà morire nelle scene immediatamente successive. In questo momento c’è tutta
la grandezza tematica e morale del film (e dei suoi autori): il maggiore
Willard, infatti, dopo l’esecuzione si assicura di prendere gli scritti del
colonnello – le sue memorie, il suo lascito – e poi, affacciandosi mezzo in luce
mezzo in ombra sulla popolazione e i suoi soldati, depone l’arma, scende le
scalinate della fortezza di Kurtz e prende uno a uno i suoi uomini per
tornarsene a casa. Questa volta il messaggio deve essere recapitato. E arrivare
a tutti.
> In un periodo caratterizzato al contempo dalla crisi ecologica e da un diffuso
> desiderio di entrare in contatto con la cosiddetta natura incontaminata, si
> corre il rischio di compromettere ecosistemi unici e fragili per mera
> curiosità o tendenza al presenzialismo.
Anche la Panamericana è un’interminabile discesa nel cuore di un Paese. E per
questo, il libro di Barbi è un oggetto intelligentemente capzioso, soprattutto
nelle intenzioni dell’editore che, fin dal titolo, passando per la foto di
copertina e la malizia della quarta, accalappia il lettore come nettare di
pianta carnivora. E meno male. Perché l’autrice, con un lavoro di cesello, lo
tiene attaccato fino a quando arriva il momento di mettere le cose in chiaro. Il
suo non è un reportage fatto a uso e consumo della sognante immaginazione dei
lettori-viaggiatori, di coloro che si aspettano lande immacolate e selvagge come
quelle della copertina. Non è il resoconto di fantastiche scoperte (anche
interiori) attraverso un’iconica strada. Non è un invito a prendere zaino e
buona volontà e fare come loro per assurgere all’illuminazione di cui va in
cerca ogni pellegrino contemporaneo. O meglio: è tutto questo ma è molto di più,
perché Valeria Barbi non si scorda né di Conrad né di Coppola, e non vuole
ripetere l’errore di Charles Marlow.
La loro è, a tutti gli effetti, una discesa nel cuore nero dello sfruttamento,
tra gli angoli sporchi della cambusa dell’Occidente, lungo sette tappe che
dividono il suo reportage in capitoli e che vanno da “L’ultima Frontiera
dell’Alaska” a quella che “Non è la fine del mondo” tra Cile e Argentina,
passando per il Messico, il Guatemala, El Salvador, il Nicaragua e la Costa
Rica, la Colombia e l’Ecuador, la Bolivia saltando, curiosamente, gli Stati
Uniti. I problemi di cui Barbi in questo lungo percorso si fa testimone e
portavoce sono tanti: alcuni noti, come povertà e crisi ambientale (due facce
della stessa medaglia), sfruttamento, corruzione; altri meno, come la perfida
forma di simbiosi tra gli allevamenti intensivi e il narcotraffico:
> Nonostante il Petén appaia di primo acchito come un’enorme distesa verde […]
> tra il 2001 e il 2023 questa regione ha perso il 33% della sua copertura
> forestale […]. A guidare il processo di deforestazione sono agricoltura e
> allevamento di bestiame, con un’ampia partecipazione dell’industria del
> narcotraffico. […] Insieme alle mucche, a seconda del paese, arrivano le
> infrastrutture per la coltivazione della coca, la raffinazione e il trasporto,
> dando vita a quel fenomeno noto come narcoganaderia. (Dall’unione delle parole
> che in spagnolo indicano la droga narco e l’allevamento ganaderia). Questa
> forma di allevamento illegale è funzionale al controllo del territorio e
> permette ai trafficanti di droga di sviluppare infrastrutture per ricevere la
> cocaina che arriva da altre regioni del Sud America per via aerea o marittima,
> immagazzinarla e spedirla principalmente negli Stati Uniti e, da lì, al resto
> dell’Occidente.
E poi c’è un ulteriore aspetto che ha a che fare con l’essenza del viaggio
stesso, del libro stesso. È un riflesso che spunta tra le pagine e prende corpo
via via come una domanda che sibila (e che non poteva esserci in Conrad): per
quanto attento e arricchente, il segno che il contemporaneo mito del viaggio
lascia sugli ambienti naturali e le popolazioni locali, non è esso stesso una
forma di colonialismo mascherato, certamente più gentile ma non meno impattante
e vincolante?
> L’inquinamento da microplastiche è stato rilevato persino nella regione
> sud-orientale delle isole Galapagos dove il nostro leone marino stabilisce le
> sue principali colonie riproduttive, tanto che un recente studio ha
> evidenziato come, su 180 campioni di feci analizzate, ben il 37% presentasse
> 81 diverse tipologie di microplastiche di diversa forma e dimensione che
> venivano assunte attraverso la catena alimentare, proprio come accade anche a
> noi. Di queste microplastiche, il 69% era riconducibile a fibre tessili
> utilizzate per produrre i costumi da bagno, materiale da pesca e imballaggio.
Ecco, dunque, che in un momento storico caratterizzato da un lato da una crisi
ecologica senza precedenti e, dall’altro, da un diffuso desiderio di entrare in
contatto con la cosiddetta wilderness ‒ la “natura incontaminata” ‒ il rischio è
quello di violare ecosistemi irripetibili nella loro storia evolutiva per mera
curiosità o tendenza al presenzialismo.
> Come per Joseph Conrad e Francis Ford Coppola, anche quella di Valeria Barbi è
> una discesa nel cuore nero dello sfruttamento, tra gli angoli sporchi della
> cambusa dell’Occidente.
Viaggiare è certamente una possibilità che ha come principale e positivo effetto
quello di aprire la mente, sensibilizzare, conoscere. E certamente, con il
giusto reportage, come quello di Barbi, anche chi non può o non vuole viaggiare
è invitato a riflettere su certe abitudini all’apparenza innocue o “salutari” ma
di fatto devastanti (tipo comprare l’avocado per colazione). D’altra parte,
però, la società del viaggio esercita anche e inevitabilmente una nuova forma di
sopruso.
Dunque? Che fare?
Ci sono due cose, dice Barbi, che ci possono salvare. La prima è l’empatia, e la
consapevolezza che ogni volta che ci muoviamo ci arricchiamo di qualcosa ma
depauperiamo chi quel qualcosa ce lo dona:
> chi si occupa di natura non lo fa mai solo per lavoro. È una vocazione. Una
> questione estremamente personale che ti fa vedere tutto in modo diverso,
> compreso il comportamento di chi ti circonda e che diventa spesso motivo di
> riflessione: se nobile, cerchi di replicarlo e raccontarlo al meglio a più
> persone possibile, se riprovevole, cerchi il modo migliore per attenuarne gli
> effetti ed evitare che si compia ancora. Il dolore delle altre creature, siano
> esse animali, piante o funghi, diventa un po’ anche il tuo dolore. L’empatia è
> un processo che tende a divenire totalizzante.
La seconda è la speranza, la necessità di credere nella forza del mondo. Barbi
sceglie di chiudere il libro non con le sue parole ma con quelle di Atreyu e
Gmork, nel dialogo disturbato dagli inquietanti sussulti di una Fantàsia sul
punto di crollare:
“Perché Fantasia muore?”
“Perché la gente ha rinunciato a sperare. E dimentica i propri sogni.
Così il Nulla dilaga.”
“Che cos’è questo Nulla?!”
“È il vuoto che ci circonda. È la disperazione che distrugge il mondo, e io ho
fatto in modo di aiutarlo.”
“Ma perché?!”
“Perché è più facile dominare chi non crede in niente. E questo è il modo più
sicuro di conquistare il potere.”
L'articolo Dall’Alaska alla Patagonia di Valeria Barbi proviene da Il Tascabile.
L a Sicilia mangiata dal mare, uno spettacolo che non può lasciare indifferenti.
Come pure, qualche anno fa, l’Emilia sotto l’acqua. La Liguria spazzata dai
tifoni, e più ancora, allargando lo sguardo, le inondazioni che ormai si
registrano un po’ ovunque, il caldo torrido, i freddi gelidi, le nevicate
esagerate e le piogge torrenziali, che affogano la terra essiccata da mesi di
siccità. La geografia della crisi climatica sta acquisendo terreno un po’
ovunque, modificando gli equilibri ambientali, certo, ma anche sociali.
Soprattutto perché, se fino a poco tempo fa ‒ una decina di anni e poco più ‒ si
credeva che fosse ancora possibile ignorarla, oggi la sua presenza è troppo
centrale per farlo. Al punto che persino quelle correnti politiche più
conservatrici e storicamente meno propense a considerarla ora non riescono a
fare a meno di parlarne, inserendola come voce nella corsa elettorale.
Anzi, stiamo addirittura assistendo a una modifica radicale della tematica
ecologista: non è più una questione progressista, minoritaria e naïf, ma una
nuova nicchia di mercato politico da cui anche le utradestre vogliono attingere.
Ecofascismo è un termine coniato negli ultimi vent’anni che rimanda in modi
diversi all’adesione tra le ideologie autoritarie e la proposta di tutela dello
stato dell’ambiente. Negli ultimi anni la loro presenza si è fatta più incisiva,
recuperando le tradizioni già presenti nel nazismo (in cui la fusione tra
preoccupazione per l’ambiente e razzismo era massimizzata dalla
concettualizzazione della purezza del territorio e della popolazione) e
inserendole nell’economia di mercato.
L’ecofascismo contemporaneo è completamente liberale: incentrato sull’incentivo
di flussi economici e drenaggi di risorse grazie all’economia bellica,
attribuisce tutta la responsabilità dell’inquinamento alle popolazioni dei Paesi
periferizzati, definiti Sud del mondo, e all’immigrazione che origina da quei
territori. Infatti, nell’economia di guerra, l’ambiente è una voce
sacrificabile, quasi una nota a margine. E non solo perché il comparto bellico
inquina nella produzione, ed è infatti responsabile di circa il 5,5% delle
emissioni GHG, ma anche perché qualsiasi prodotto da esso generato ha come scopo
la distruzione. Si vede ad esempio nelle previsioni disastrose sulle
ricostruzioni. Come a Gaza dove, tra i tempi di rimozione delle 50.000 tonnella
di macerie, stimati intorno ai 15 anni, e i costi esorbitanti per farlo ‒
stimati intorno ai 53 miliardi di dollari ‒, quasi si perde la dimensione di
come l’impatto di bombardamenti e distruzione di edifici, flora e uccisione di
animali non umani possa aver compromesso la vivibilità dell’ambiente.
Nel pensiero ecofascista, il volume della storia è molto breve, pensato per
connettere fatti in maniera inversa (secondo questo pensiero, l’immigrazione non
è conseguenza ma causa del depauperamento ambientale) e, soprattutto, per farlo
in una parentesi temporale da cui sono espulsi i processi storici.
L’ecofascismo, anche nelle sue forme più criptiche, quindi non dichiarate come
tali, si modella proprio su questa distribuzione iniqua sia delle pseudocause
sia delle soluzioni. E infatti ripete spesso proposte neomalthusiane, secondo le
quali l’unico modo per ridurre il degrado dell’ambiente sarebbe il controllo
della popolazione. Un controllo ipotizzato in maniera selettiva, che colpisce
direttamente alcuni Paesi che non solo sono popolosi, ma anche potenziali
concorrenti nel predominio economico occidentale. Il problema viene infatti
identificato con Stati come Cina e India, della cui popolazione l’ecofascismo
desidera una drammatica riduzione.
> Persino quelle correnti politiche più conservatrici e storicamente meno
> propense a considerare la crisi climatica ora non riescono a fare a meno di
> parlarne, inserendola come voce nella corsa elettorale.
Si tratta di una volontà “ecologista” che considera l’ambiente ‒ e la vita ‒
come un privilegio bianco. Naomi Klein, non a caso, parla dell’ecofascismo come
di quella corrente di pensiero e azione che promuove l’“ambientalismo attraverso
il genocidio”. L’ambiente, come contesto, rimane infatti sul piano simbolico:
uno spazio chiuso, idilliaco, da proteggere e rinnovare attraverso la
distruzione di un nemico. Il confine dell’ambiente diventa quello
dell’espulsione, il punto focale di rincontro tra spazio e razzializzazione. La
crisi climatica, oltre a funzionare da esasperatore delle diseguaglianze
sistemiche, viene usata come argomentazione che legittimi le ideologie alla base
di quelle stesse fratture.
Già nelle sue prime espressioni novecentesche l’ecofascismo lega in maniera
indissolubile natura e identità nazionale. Nella prospettiva dei fascismi
ambientali ‒ e dei loro affini ‒ l’ambiente è un concetto limitato, afferente a
uno spazio chiuso e scisso da tutto il resto, a sua volta suddiviso in vari
“ambienti” in funzione del tipo di autorità a cui sono sottoposti. L’adesione
tra ambiente e territorio dello Stato è assolutizzata, voluta proprio per
corroborare il presupposto sostanziale degli ecofascismi e cioè che la maggior
minaccia per l’ambiente è “l’esterno”. Prima di compiere la sparatoria a
Christchurch, Brenton Tarrant pubblicò un manifesto online in cui faceva
riferimento diretto all’ecofascismo, esprimendo l’idea che cultura e
razzializzazione siano equipollenti, che la cultura sia proprietaria degli
ambienti e che, perciò, l’azione contro una presenza culturale “differente” sia
da considerarsi legittima. L’attentato ecofascista e suprematista contro la
moschea di Christchurch di Brenton ha portato alla morte di 51 persone.
Perciò, mentre i poteri egemoni continuano a invadere con attività estrattive e
predatorie, nella retorica ecofascista tutto ciò che non è Occidente bianco
viene descritto come minaccia attiva. Il processo di alterizzazione, di
costruzione dell’altro, si lega all’attaccamento ambientale, all’identificazione
e costruzione di una popolazione interna minacciata da un’aggressione esterna
che, perciò, è considerata anche una minaccia all’ambiente. Nel ricircolo delle
idee, infatti, ogni prospettiva autoritaria, avvicinandosi esteticamente ad
alcune cause sociali, cerca di rendersi più appetibile e anzi, di proiettare
un’immagine di cura e sicurezza agli occhi della popolazione considerata
interna. Una modalità affine a quella femonazionalista, che usa i corpi delle
donne come corpi della nazione, alimenta la xenofobia fingendo che la violenza
di genere sia un problema legato alla migrazione e spinge perciò verso politiche
di espulsione ostentando di agire nel nome delle donne. O di chi, nella
prospettiva biologista, bianca e binaria viene considerata tale.
Il Mediterraneo è l’ambiente simbolo di queste derive. Un ambiente sempre più
ferito dalla crisi climatica, uno spazio militarizzato e turisticizzato, ma al
contempo abbandonato, in cui le soggettività in transito vengono lasciate morire
nel nome della protezione di una comunità interna. L’ecofascismo, infatti,
interrompe sul nascere le relazioni. La connessione e la solidarietà sono
indicate come il nemico sostanziale dell’autorità e, perciò, vengono presentate
come lesive di ambiente e autonomia. Infatti, l’esterno è lo spazio che contiene
anche la potenziale concorrenza ‒ di potere ‒ che deve essere rimossa
preservando sia il sistema degli Stati-nazione, sia quello del capitalismo.
> L’ecofascismo lega in maniera indissolubile natura e identità nazionale.
L’ecofascismo lega in maniera indissolubile natura e identità nazionale. Il che
è in netto contrasto con l’ecologismo, e cioè il modello politico che deriva
dall’ecologia, ovvero la scienza che studia le relazioni tra l’ambiente e chi lo
abita. Essendo le relazioni il fulcro della materia, dovrebbero esserlo anche
della politicizzazione. L’afflusso logico però si interrompe bruscamente
scontrandosi con gli ostacoli che derivano dal tipo di cultura che predomina nel
sistema capitalista, incentrata sull’interesse utilitario e strumentale, che
considera valido e interessante tutto ciò che genera un profitto per alcuni
spazi di potere: i centri di accumulo. Quelli che dell’ecologia si sono sempre
curati poco e male, ma che ora la vedono come nuovo carburante per alimentare i
propri processi di crescita materiale.
Un tratto non secondario dell’ecofascismo è che può essere criptato e mutuato.
Non solo da chi il fascista fa ma non si dichiarerebbe mai tale, dai gruppi di
estrema destra alle fazioni più immediatamente ascrivibili a quella espressione
politica, ma anche da altri poli politici. Le sinistre liberali, ad esempio,
hanno e continuano ad approcciarsi alla crisi climatica con modalità decisamente
affini, proprio perché non escono dalla cornice del capitalismo. Invece di
contrastarlo lo promuovono, finendo così per pavimentare l’avanzata più
reazionaria e mantenere salde le politiche xenofobe.
Il tutto accade in un contesto fosco. Le destre ecofasciste si confrontano, e a
volte coincidono, con quelle negazioniste e complottiste, per le quali la crisi
climatica non esiste o è un progetto di destabilizzazione politica orchestrato
da ignoti poteri forti e sotterranei. Anzi, quelli che potrebbero sembrare poli
opposti finiscono con l’essere sfumati a seconda del sentire del momento: ciò
che genera profitto elettorale vale più dell’idea in sé. Così la fluidità prende
il sopravvento, permettendo convivenze assurde e ossimori. Non a caso, la
negazione della crisi viene rivendicata dalle stesse persone che parlano della
sovrappopolazione come un problema climatico, le stesse che chiudono i confini
cercando di renderli più ermetici possibile mentre si impegnano nell’invasione
di altri territori.
È il caso di Marine Le Pen che con la sua idea di “ecologismo patriottico”
enfatizza la minaccia ecologica come una rischio per lo Stato innescato dalla
migrazione. L’etnonazionalismo trasforma i problemi globali in conflitti tra
gruppi separati da confini, e propone come soluzione la chiusura di questi, con
annesso controllo serrato sulla popolazione interna. Dal fascismo verde, quindi,
non arriva solo la legittimazione all’espulsione, ma anche alle ideologie
suprematiste e quindi all’uccisione programmatica, proprio grazie alla
costruzione concettuale del corpo invasore da allontanare per proteggere un
equilibrio identificato come “naturale”.
> Le destre ecofasciste si confrontano, e a volte coincidono, con quelle
> negazioniste e complottiste, per le quali la crisi climatica non esiste o è un
> progetto di destabilizzazione politica orchestrato da ignoti poteri forti e
> sotterranei.
Un frangente aggressivo in cui si colloca, pur sembrando ossimorico, il
“petromachismo”, descritto da Cara Daggett del dipartimento di Scienze politiche
della Virginia Tech (Virginia Polytechnic Institute and State University),
ovvero la relazione tra una maschilità egemone e predatoria e le spinte ecocide,
che avanza di pari passo con un machismo che promette soluzioni alla crisi
attraverso metodi forti, violenti e suprematisti. Due volti dello stesso viso,
che acquisiscono ‒ letteralmente ‒ terreno promuovendo una versione elitaria
dell’ecologia, messa al servizio della ricchezza e di chi la amministra. La
diseguaglianza, in questa cornice, è chiaramente progettata e ricercata per
mantenere il divario decisionale e di potere sia nelle relazioni tra
soggettività umane sia in quelle non umane.
Nel progetto ecologista fascista, infatti, le soggettività non umane non sono
contemplate se non come merce e come strumento. Alcune specie vengono elette a
specie nazionali, da “difendere”, mentre altre, sono considerate “aliene” e per
questo pericolose. Il punto non è tanto la reale interazione tra le specie,
quanto la costruzione dell’altro come nemico. Anche perché molte di queste
interazioni avvengono come conseguenza di azioni compiute dall’essere umano.
Soprattutto nel campo produttivo, che ha da sempre promosso l’importazione
forzata di specie messe a reddito. Così, anche lo specismo viene usato in una
forma particolarmente xenofoba, che ramifica ulteriormente il senso di
nazionalizzazione instillato da questi movimenti che fanno dell’ambiente un
territorio ideologico chiuso. La sedimentazione di questa percezione crea un
ulteriore bacino estrattivo semantico: dalla furia contro le soggettività non
umane non autoctone, si ricava altro materiale per scatenarla contro quelle
umane. In un circolo vizioso che, all’atto pratico, ha come unico scopo la
stabilizzazione di nuove forme di imperialismo climatico.
L’ecologismo di destra, anzi, finisce con l’essere l’apripista impensabile verso
le derive autoritarie ed ecocide. Promuovendo una percezione della crisi come
fattore esterno, causato da altri soggetti, statali e individuali, nutre la
convinzione che la soluzione sia un ripiegamento interno, una protezione che
aderisce totalmente all’idea di Stato-nazione. Il che spinge verso una deriva
autarchica, ovvero verso il raggiungimento di una sorta di indipendenza e
autonomia paradossalmente agganciata all’economia globale e, quindi, con tutti i
vizi di forma che la rendono non un’autosufficienza, ma una gestione
centralizzata di risorse il cui accumulo si realizza al di fuori della
materialità dello Stato.
L’imperialismo climatico si fonda infatti sull’acquisizione di terre a scopo
produttivo ed energivoro. Per realizzarla è necessaria l’estensione dei confini
dello Stato, con accordi o acquisizioni, ma anche con interferenze governative o
corruzioni di vario tipo. Così, i confini diventano porosi per i flussi che dal
“dentro” spingono verso il “fuori” in termini di esercizio di sovranità ‒
politica, militare ed estrattiva ‒, e per quelli dal “fuori” vanno verso il
“dentro” che prevedono l’acquisizione e la spesa di risorse, mentre si
solidificano in entrambe le direzioni quando si tratta di attraversabilità e
diritto.
> L’ecologismo di destra finisce con l’essere l’apripista verso le derive
> autoritarie ed ecocide.
L’ecologismo di destra estrema è costruito su questo doppio standard, sulla
misura del paradosso anche a livello concettuale. Infatti, oltre a predare i
territori che non appartengono all’influenza di quello Stato, nell’usare l’idea
della migrazione come spiegazione sacrificale di tutti i mali, nasconde un’altra
forma di predazione tipica del capitalismo, e di ogni forma politica che lo
formalizzi, ovvero quella delle periferie. Se l’esterno è considerato territorio
periferizzato, lo stesso si può dire di molti ambienti “interni”, territori
svalorizzati dalla prospettiva della vivibilità, ma altamente profittevoli da
quella estrattivista, vengono continuamente messi a reddito, acquisendo tutte le
risorse necessarie, siano queste forza lavoro, spazio, ambiente ecc., per
alimentare l’arricchimento del centro, compreso quello dei sistemi e delle
proposte ecofasciste. Un aspetto riscontrabile in tutte quelle proposte che
promettono guadagni in termini di sostenibilità a patto che vi sia una previa e
abbondante distruzione ambientale, che alle comunità che abitano quei territori
piaccia o meno.
La proposta ecofascista si vede in tutte quelle pianificazioni infrastrutturali
che, invece di lavorare con il territorio per dare reale sollievo al sistema
ambientale, agiscono su di esso, amministrandolo come se fosse un asset,
materiale e retorico. L’impostazione autoritaria si palesa quindi nella
repressione del dissenso che si genera alla luce di queste proposte e di questi
progetti, con una violenza militarizzata continua, prodotta sia con la
repressione fisica sia con quella burocratica e legale, allo scopo di sventrare
le possibilità di resistenza delle singole soggettività dissidenti,
sottoponendole alla minaccia del carcere, del tribunale e delle spese che
qualsiasi difesa legale comporti. A testimonianza di questi inasprimenti
concorrono le prese di posizioni sempre più vigorose nei confronti delle persone
attiviste per il clima, le cui azioni vengono progressivamente ascritte
all’ambito semantico e giuridico del terrorismo.
L’ecofascismo non è solo una prospettiva all’orizzonte ma è già una realtà in
molti Paesi. Una manifestazione abbellita da tinte verdi e proposte sostenibili
‒ ovvero che si impegnano a mantenere lo stato delle cose, non certo a cambiarlo
‒ che di fatto hanno pavimentato la strada per nuove estensioni imperialiste,
belliche ed ecocide.
L'articolo Ecofascismo proviene da Il Tascabile.
È il 22 settembre 1989. In Europa centrale e orientale sta per esplodere quello
che sarà ricordato come “l’Autunno delle nazioni”, una stagione di enormi
stravolgimenti politici e sociali che porterà alla caduta del muro di Berlino e
al rovesciamento dei regimi del blocco sovietico. In una tranquilla valle
slovena, un gruppetto di persone è seduto a semicerchio all’interno di un bosco
di faggi e abeti. Discutono animatamente. Parlano di futuro, stabilità,
diversità. Tutti, sulla pelle, sentono brividi di entusiasmo. Nell’oscillare di
rami e foglie riconoscono la brezza di un cambiamento possibile.
A Robanov Kot, remoto villaggio di pochi abitanti della valle Savinja, non è
riunito un gruppo di rivoluzionari pronti all’azione. O meglio, si tratta in
effetti di rivoluzionari che vogliono imprimere un netto cambio di passo, ma non
parlano di rovesciare regimi autoritari (forse anche di quello, ma nelle pause e
probabilmente sottovoce). Sono un gruppo di studiosi di selvicoltura ed ecologia
forestale che hanno da tempo in testa di lanciare e diffondere un approccio
innovativo nel modo di gestire i boschi del Vecchio continente, proponendo un
necessario ribilanciamento tra economia ed ecologia.
> La selvicoltura si potrebbe definire come l’insieme delle tecniche e degli
> approcci che consentono la coltivazione dei boschi, con l’obiettivo di
> generare servizi ecosistemici utili alla società.
In quel lontano giorno del 1989 viene fondata Pro Silva Europa: un’associazione,
oggi diffusa in 25 Paesi (in Italia dal 1996), che promuove attivamente una
selvicoltura “close to nature” (prossima alla natura). Per capire perché questo
momento sia così importante, è prima necessario aver chiaro di cosa parliamo
quando parliamo di selvicoltura.
Di cosa parliamo quando parliamo di selvicoltura
Semplificando, la selvicoltura si potrebbe definire come l’insieme delle
tecniche e degli approcci che consentono la coltivazione dei boschi, con
l’obiettivo di generare servizi ecosistemici utili alla società. Non solo legno,
ma anche tanto altro: tutto ciò che, tramite la gestione attiva di un’area
forestale, può portare benefici diretti o indiretti al nostro vivere, come la
possibilità di fruizione turistico-ricreativa, il mantenimento di un particolare
paesaggio, la prevenzione dagli incendi, la raccolta di prodotti selvatici, la
protezione di nuclei abitati e infrastrutture dalla caduta di massi o valanghe,
la conservazione attiva di habitat e specie a rischio.
La spinta ideale del gruppo riunito a Robanov Kot nasce da una constatazione di
fondo sullo stato delle foreste europee, che risentono dei lasciti di oltre un
secolo e mezzo di “selvicoltura finanziaria” applicata su larga scala e votata
alla massima produzione legnosa. I boschi, secondo la Scuola sassone di Tharandt
(che ha dato il via, nel 1811, alle scienze forestali in Europa), andavano
gestiti in base al principio del massimo reddito netto e in funzione delle
esigenze dell’industria del legno. Ciò ha spesso portato alla sostituzione delle
foreste locali, dove prevalevano latifoglie miste, con impianti artificiali di
specie più redditizie: pino silvestre e soprattutto abete rosso.
Questa impostazione è ovviamente da collocare in un preciso contesto storico,
quello tedesco e in generale europeo dei primi dell’Ottocento, di grande
fermento industriale. Serviva tanto legname e in modo costante nel tempo: le
neonate scienze forestali erano state chiamate a trovare un modo per produrlo e
lo avevano efficacemente ideato, pensando ai boschi quasi come a campi agricoli.
Se questa concezione ha avuto il merito di risolvere le necessità
dell’industria, da essa è derivata anche una sempre maggiore fragilità delle
foreste, resa evidente soprattutto da schianti da vento e massicci attacchi di
insetti, ma anche dalla costante diminuzione di numerose specie. In pratica, una
scarsa funzionalità ecologica data da boschi eccessivamente artificializzati.
> Per molto tempo le foreste sono state gestite in base al principio del massimo
> reddito netto e alle esigenze dell’industria del legno. Ciò ha spesso portato
> alla sostituzione delle foreste locali con impianti artificiali di specie più
> redditizie, come pino silvestre e abete rosso.
I forestali riuniti a Robanov Kot, cresciuti professionalmente nel secondo
dopoguerra, quando le scienze forestali hanno iniziato a interrogarsi seriamente
sui problemi appena descritti, pensano di contribuire a risolverli attraverso
un’operazione prima di tutto culturale: promuovere un modo di gestire i boschi
che continui a essere produttivo e adatto ai bisogni della società, ma che si
ispiri alle dinamiche di funzionamento delle foreste naturali. L’idea del
professor Dušan Mlinšek dell’Università di Ljubljana, già presidente della IUFRO
(International Union of Forest Research Organizations), è di lanciare un appello
a tutti i forestali europei convinti della necessità di un’innovazione in senso
naturalistico. È lui, insieme ad altre figure di spicco della selvicoltura
europea come Brice de Turckheim, un proprietario e consulente forestale
francese, a organizzare l’incontro del 1989 a Robanov Kot. La dichiarazione con
cui Pro Silva decide di presentarsi al mondo è breve, ma al tempo stesso densa,
critica e visionaria:
> Promuoviamo un movimento, a livello europeo, per foreste stabili, sane e
> produttive. Riteniamo che l’economia forestale tradizionale debba evolvere
> verso una gestione globale dell’ecosistema, al fine di garantirne la
> produttività e la stabilità. L’opzione di una selvicoltura paziente e
> rispettosa delle leggi naturali favorisce la diversità, lo sviluppo
> sostenibile, la ricchezza strutturale e la rinnovazione naturale delle foreste
> composte da specie adatte alle stazioni.
Linee guida, con una “r” in più
27 luglio 2023. Trentaquattro anni dopo la nascita di Pro Silva e a seguito di
centinaia, forse migliaia tra convegni, seminari e soprattutto escursioni
tecniche organizzati dalle varie diramazioni locali dell’associazione, accade
qualcosa che probabilmente i padri fondatori riuniti in Slovenia non avevano
neppure osato immaginare. La Commissione Europea pubblica delle Linee guida che
prendono il nome proprio dal concetto chiave ‒ “selvicoltura close to nature” ‒
coniato nel documento fondativo del 1989. Un grande segnale, che dimostra come
quel gruppo di esperti avesse visto lontano.
> Non è facile rinunciare di punto in bianco a modelli che hanno garantito
> benessere attraverso la produzione massiccia di una materia prima rinnovabile,
> il legno, che ci serve e ci servirà sempre più nel prossimo futuro.
C’è però un problema, o meglio, una differenza quasi impercettibile che tuttavia
genera da subito un acceso dibattito: è stata aggiunta una lettera, una “r”. Il
documento europeo si chiama infatti: “Guidelines on closer-to-nature forest
management”. Closer, non close. “Più vicina”, non “vicina”. Anche se può
sembrare una questione di lana caprina, non lo è affatto. Quella “r”, in
aggiunta al classico “close to nature” promosso da Pro Silva, è stata
determinante per far avallare le Linee guida anche dai Paesi nordeuropei dove,
molto più che nella parte centrale e soprattutto meridionale del Vecchio
continente, la gestione è ancora fortemente di stampo agronomico.
Vasti boschi, in queste zone, sono ancora oggi coltivati in modo analogo a
monospecifici campi di mais: si piantano, crescono, si tagliano, si ripiantano.
Molte meno le attenzioni alle dinamiche ecologiche, alla rinnovazione spontanea,
alla diversità specifica e strutturale tipica di un bosco naturale. Ma
ultimamente, anche in queste piantagioni si sono resi evidenti numerosi limiti,
che hanno iniziato a porre profondi interrogativi. Problemi crescenti
amplificati della crisi climatica, come tempeste di vento, attacchi di patogeni,
vasti incendi, ma anche livelli di biodiversità sempre più in calo. Tuttavia, in
questi Paesi l’economia forestale è ancora oggi trainante: non è certo facile,
in questi contesti, rinunciare di punto in bianco a modelli che hanno garantito
benessere attraverso la produzione massiccia di una materia prima rinnovabile,
il legno, che ci serve e ci servirà sempre più nel prossimo futuro.
L’utilizzo del termine closer (e non close) è stato ritenuto più accettabile
perché indica un cammino graduale da intraprendere: non selvicoltura prossima
alla natura in senso stretto ‒ qui e ora ‒ ma più vicina rispetto alla
situazione attuale. Un percorso in divenire quindi, da compiere passo dopo
passo, di cambiamento in cambiamento. Se da un lato l’aggiunta della “r” può
indubbiamente celare un’accettazione solo parziale dell’approccio, dall’altro
esorta tutti gli attori coinvolti a ragionare, pragmaticamente, su quali singole
azioni si possono implementare, da subito, per muoversi nella direzione di un
cambio di rotta ritenuto indispensabile per conservare le biodiversità forestale
e rendere le foreste più resistenti e resilienti anche riguardo agli effetti
della crisi climatica.
Ma a parte l’aggiunta della “r”, perché si è sentita la necessità di scrivere e
pubblicare queste Linee guida?
Due strategie in dialogo
La necessità deriva dalla pubblicazione di due importanti Strategie europee che
devono necessariamente dialogare tra loro: la “Strategia dell’UE sulla
biodiversità per il 2030” e la “Nuova strategia dell’UE per le foreste per il
2030”. L’approccio “closer to nature” è stato riconosciuto come una sorta di
collante capace di tenere insieme le sfide di entrambe: conservazione della
biodiversità, adattamento al cambiamento climatico, produzione continua di
materia prima rinnovabile e di altri servizi ecosistemici necessari alla
società. Nelle Linee guida europee il concetto di gestione forestale “closer to
nature” viene descritto come un “grande ombrello concettuale” che riunisce tutti
gli approcci che mirano a rafforzare biodiversità, resilienza e capacità di
adattamento climatico delle foreste attivamente gestite.
> Elementi che in passato erano ritenuti inutili, se non addirittura dannosi,
> come gli alberi senescenti e il legno morto in piedi e a terra, oggi sono
> riconosciuti come fondamentali per la conservazione della biodiversità.
I principi fondanti sono, ad esempio, la conservazione di “alberi habitat”
(alberi senescenti e ricchi di microhabitat come ferite, cavità, fessure o parti
di legno in fase di degradazione) e, più in generale, del legno morto in piedi e
a terra: elementi che in passato erano ritenuti inutili se non addirittura
dannosi, ma che oggi sono riconosciuti come fondamentali per la conservazione
della biodiversità (basti pensare che le cosiddette specie saproxiliche, che
dipendono cioè dal ciclo del legno morto, rappresentano il 30% circa delle
specie normalmente riscontrabili nei boschi).
Altri elementi cardine dell’approccio sono la promozione delle specie arboree
autoctone e della loro diversità genetica; l’incentivo alla rinnovazione
naturale da seme; la valorizzazione dell’eterogeneità strutturale dei boschi; la
riduzione degli interventi di gestione intensiva; il sostegno all’eterogeneità
del paesaggio forestale. Queste misure, secondo la Commissione, dovrebbero
essere urgentemente inserite in un disegno strategico che preveda un
bilanciamento tra le attività produttive e quelle utili alla conservazione di
ambienti forestali ricchi di biodiversità.
Quella “r” aggiunta al concetto di “close to nature”, insomma, non deve essere
letta come una scusa per rallentare, ma piuttosto come uno stimolo per dare
gambe, il più presto possibile e in modo pragmatico, alle sfide contenute nelle
due strategie europee: passo dopo passo, attraverso una coraggiosa azione
politica.
Tra segregazione e integrazione
A redigere le Linee guida per una selvicoltura più vicina alla natura sono stati
chiamati numerosi esperti da tutta Europa insieme allo European Forest Institute
(EFI). Un po’ come nel caso della nascita di Pro Silva, tante teste pensanti
provenienti da zone geografiche molto diverse hanno accettato una sfida non
certo facile, ma dal grande potenziale generativo.
> In futuro avremo bisogno di foreste lasciate alla libera evoluzione naturale,
> per preservare al massimo la biodiversità. Ma avremo anche bisogno di alcuni
> boschi fortemente produttivi: piantagioni specializzate per produrre legname.
A coordinare l’eterogeneo gruppo di esperti è stato un professore di
selvicoltura dell’Università di Copenaghen, Jørgen Bo Larsen. Il forestale
danese è stato invitato ad aprire il XIV Congresso della Società italiana di
Selvicoltura ed Ecologia forestale – SISEF, proprio per presentare le
riflessioni di fondo che stanno alla base delle Linee guida. Durante la sua
presentazione, Larsen ha mostrato un diagramma semplice ma illuminante, capace
di stimolare profondi interrogativi su come dovrebbero essere gestite in futuro
le foreste europee per raggiungere i tanti, diversi e complessi obiettivi che
ruotano attorno a esse: ambientali, produttivi, sociali e climatici.
La riflessione parte da due dati di fatto. Il primo (in verde nel diagramma): in
futuro avremo bisogno di foreste lasciate alla libera evoluzione naturale,
quindi senza interventi dell’uomo, per preservare al massimo la biodiversità
all’interno di ecosistemi forestali il più possibile indisturbati e simili alle
foreste vergini. Il secondo (in giallo): avremo ancora bisogno anche di boschi
fortemente produttivi, per garantire la disponibilità di legno, materia prima
rinnovabile che sarà sempre più richiesta nel cammino della transizione
ecologica.
Ma adottando solo queste due modalità di gestione, agli antipodi a livello di
approccio, si creerebbe un modello fortemente segregativo: gestione intensiva in
certe aree, esclusione totale dell’attività umana in altre. Un modello che,
specialmente in Europa, dove le foreste convivono con l’agricoltura e i nuclei
abitati in un paesaggio plasmato da millenni dall’azione antropica, non potrebbe
mai funzionare. Si genererebbero squilibri e conflitti (dove limitare fortemente
la gestione? E dove, invece, puntare su una produzione intensiva?), ma anche
rischi ambientali come incendi e dissesti, che potrebbero colpire anche zone
abitate e infrastrutture, oltre a causare un’enorme perdita culturale e
paesaggistica.
Ecco allora dove si inserisce, come un cuneo (bianco nel diagramma), l’approccio
“closer to nature”: tra i due estremi, portando un necessario equilibrio. Nel
diagramma una freccia rossa indica chiaramente la direzione: nel contesto
europeo occorre muoversi integrando sempre più questa “terza via”. Ma dove
collocarsi precisamente? Quali percentuali assegnare alle tre diverse ipotesi
gestionali? Dipende da tanti e complessi fattori, diversi di territorio in
territorio. Facciamo un esempio plausibile in molti contesti italiani.
> Il biologo inglese Edward O. Wilson ha proposto di destinare metà della
> superficie terrestre a riserva naturale per preservare la biodiversità. Una
> provocazione che ha avuto il merito di stimolare riflessioni, ma di fatto
> irrealistica.
Una parte di foreste dovrà essere lasciata unicamente alla libera evoluzione
naturale, in luoghi dove la mancata gestione non rischi di tradursi in un
pericolo per la popolazione: ipotizziamo il 10-20%. Un’altra dovrà essere
rappresentata da piantagioni specializzate, da realizzare in aree non troppo
accidentate, ben accessibili e lontane dal cuore delle aree protette:
ipotizziamo quindi un altro 10-20%. E il restante 60-80%? È lì, nella maggior
parte del territorio, che occorrerà applicare una selvicoltura più vicina alla
natura: all’interno di foreste seminaturali in cui appare strategico e
sostenibile applicare una gestione multifunzionale, che integri la conservazione
della natura alla produzione di beni e servizi. Ecco allora la parola chiave:
integrazione, l’esatto opposto di segregazione.
“In questi ultimi anni c’è stato un dibattito molto vivace a livello scientifico
e culturale sui due approcci di gestione delle risorse naturali: approccio
segregativo ed approccio integrativo”, spiega Renzo Motta, docente di
selvicoltura all’Università di Torino e membro italiano del gruppo di lavoro che
ha redatto le Linee guida europee. Questo dibattito è stato in parte suscitato
dal libro Metà della Terra. Salvare il futuro della vita, pubblicato nel 2016
dal biologo inglese Edward O. Wilson, nel quale l’autore propone che metà della
superficie terrestre sia destinata a riserva naturale per preservare la
biodiversità. La provocazione di Wilson, secondo Motta, ha avuto il merito di
stimolare riflessioni e proposte ma, in concreto: “È caratterizzata da una forte
connotazione ideologica e appare irrealistica”. Oltre a Motta, molti altri
esperti forestali pensano che sia molto più concreto ed efficace, almeno nel
contesto europeo, puntare su strategie di integrazione.
Lo fa, ad esempio, il progetto Horizon TRANSFORMIT, coordinato da EFI, che mira
proprio a promuovere una “Gestione forestale integrativa” (IFM, Integrative
Forest Management) al fine di “trasformare le foreste europee” (da qui il nome).
Questo approccio prevede di coniugare, all’interno di un complesso forestale, la
fornitura di servizi ecosistemici, la conservazione della biodiversità e la
resilienza climatica. Il progetto ha da poco pubblicato una lista di 17
indicatori che vengono proposti come uno strumento pragmatico per guidare i
gestori forestali verso il cambiamento auspicato. Inutile dire che questi
indicatori ricalcano, in buona parte, le indicazioni generali contenute nelle
citate Linee guida europee.
> In Italia la selvicoltura prossima alla natura è applicata da anni ma a
> macchia di leopardo, soprattutto sulle Alpi.
L’approccio integrativo, insomma, sembra sempre quello preferibile nel nostro
contesto. Non a caso la rete europea che dal 2016 (anno di uscita del libro di
Wilson) propone la convivenza tra conservazione della natura e gestione
forestale si chiama Integrate Network: un’alleanza guidata da EFI a cui anche
Pro Silva collabora.
A che punto siamo
Dall’approvazione delle Linee guida europee sono passati più di due anni. Il
tema ha inizialmente suscitato grande interesse e dibattito tra esperti di alto
livello, ma un cambiamento diffuso, purtroppo, appare ancora troppo lontano dal
realizzarsi, specialmente in quei Paesi dove gli interessi attorno alla
produzione massiccia di legno sono elevati. In Italia, anche grazie a Pro Silva,
la selvicoltura prossima alla natura è applicata da anni ma a macchia di
leopardo, soprattutto sulle Alpi. Nel nostro contesto sono poche le aree in cui
la gestione forestale è definibile come intensiva, ma molti miglioramenti in
senso naturalistico potrebbero essere comunque implementati nelle pratiche
ordinarie, spesso uguali a sé stesse da decenni.
“Sembra esserci una generale esitazione riguardo all’adozione delle Linee
guida”, spiega al Tascabile Jørgen Bo Larsen, il coordinatore delle stesse.
Secondo il ricercatore, il principale motivo è che la loro adozione
comporterebbe una maggiore regolamentazione del settore forestale senza alcuna
compensazione economica. “Manca uno schema di certificazione volontaria per una
gestione forestale più vicina alla natura, come era previsto dalla Strategia
forestale dell’UE per il 2030”, sottolinea Larsen: “Se e quando questo sistema
di certificazione ancora in sospeso verrà sviluppato e accompagnato da un
sistema di compensazione, la situazione potrebbe iniziare a sbloccarsi”. Larsen
ha un’opinione chiara rispetto a come dare una spinta concreta alla diffusione
dell’approccio. Un’opinione che dà grande valore al modello integrativo e che,
proprio per questo, potrebbe non piacere a chi invece propende per quello
segregativo.
> L’esperto danese Jørgen Bo Larsen propone di non considerare le aree protette
> solo come zone in cui limitare fortemente le attività antropiche, ma come
> laboratori privilegiati in cui applicare l’approccio closer to nature.
“La mia opinione personale riguarda il modo in cui le foreste gestite con
approccio closer to nature verrebbero considerate all’interno degli obiettivi di
protezione definiti dalla Strategia UE per la biodiversità”, spiega. Entro il
2030, infatti, almeno il 30% del territorio dell’Unione Europea dovrebbe essere
protetto, di cui il 20% sotto normale protezione e il 10% sotto protezione
rigorosa. “Se le foreste gestite secondo lo schema di certificazione per la
gestione forestale più vicina alla natura potessero essere accettate nella
categoria corrispondente al 20% di protezione”, sottolinea sempre Larsen, “si
potrebbe davvero compiere un importante passo in avanti, perché i principi della
gestione forestale più vicina alla natura potrebbero diventare uno strumento
chiave che permetterebbe ai Paesi dell’UE di raggiungere gli obiettivi di
protezione imposti dalla normativa”.
L’esperto danese, attraverso questa proposta provocatoria, esorta a non
considerare le aree protette solo come zone in cui limitare fortemente le
attività antropiche, di gestione forestale in particolare, ma, al contrario,
come laboratori privilegiati in cui sviluppare una gestione forestale
integrativa seguendo l’approccio closer to nature.
Due esempi, in Italia
Jerry F. Franklin, un grande studioso della gestione forestale su basi
ecologiche dell’America Settentrionale, ha spiegato che in passato la
selvicoltura si è concentrata soprattutto su quanto prelevare dal bosco. Adesso,
anche alla luce delle nuove conoscenze scientifiche, occorre invece concentrarsi
su quanto e cosa lasciare. Questa visione si sposa benissimo con gli obiettivi
di due diversi progetti finanziati dal programma Life dell’Unione Europea che
lavorano a un processo di integrazione basato sull’approccio closer to nature:
inserire, all’interno della gestione forestale ordinaria, pratiche adatte ad
aumentare la conservazione della biodiversità. Non a caso a questi progetti
collaborano sia l’European Forest Institute, sia la Rete Integrate, sia,
ovviamente, Pro Silva.
Il primo è il progetto Life Span, coordinato dal CNR-IRET, che nella parte
friulana della foresta del Cansiglio e nella foresta bavarese di Sailershausen
sta realizzando una particolare forma di gestione integrata: la creazione di un
insieme di SHS (Saproxylic Habitat Sites, siti adatti agli organismi
saproxilici, cioè che necessitano di legno morto), dove il bosco viene reso il
più simile possibile a una foresta vergine, con alberi morti in piedi e a terra,
radure e fusti in cui sono presenti cavità e ferite. Queste piccole isole sono
sparse nel mare di una foresta attivamente gestita, dove si produce anche
legname con interventi non intensivi: esse agiscono come nodi di una rete che
favorisce la diffusione della biodiversità in tutto il comprensorio forestale.
Sulla stessa linea di pensiero lavora anche il progetto Life GoProForMED,
coordinato da DREAm Italia e attivo in quattro Paesi del bacino del
Mediterraneo: Italia, Spagna, Francia e Grecia. Il progetto propone la creazione
di una rete ecologica costituita da “core area” (aree ad alto valore
conservazionistico), “isole per la biodiversità” (simili a quelle previste dal
Life Span) e singoli “alberi habitat”, il tutto distribuito all’interno di una
superficie boschiva in cui è prevista anche una gestione produttiva.
> Anche in Italia stanno emergendo progetti che si rifanno alla direzione
> proposta dagli studiosi riuniti nel 1989 in Slovenia: avvicinarsi, con
> coraggio e senza esitazioni, all’integrazione di produzione e conservazione.
Questi progetti, in fondo, non sono altro che un’evoluzione della proposta
lanciata dagli studiosi riuniti nel 1989 a Robanov Kot, in Slovenia. Una serie
di passi, lungo il cammino indicato da quella “r” aggiunta al titolo delle Linee
guida europee, che indica la direzione auspicata anche da Motta e Larsen: quella
di avvicinarsi, con coraggio e senza esitazioni, all’integrazione di produzione
e conservazione, sia all’interno di ogni singolo bosco, sia a scala di
paesaggio.
Integrazione: una sfida politica e culturale
Gli strumenti per sviluppare questo approccio e quindi per “trasformare le
foreste europee”, insomma, ci sono già tutti: Linee guida, indicatori, reti di
esperti, associazioni come Pro Silva, progetti pilota. Cosa manca ancora?
Probabilmente solo una seria volontà politica: quella di andare oltre le
pressioni di chi vuole mantenere lo status quo e passare dalle intenzioni ai
fatti, attraverso forti investimenti in azioni e strumenti concreti che rendano
questo approccio non solo desiderabile dalla società, ma anche conveniente per
proprietari e gestori, come auspicato da Larsen. Ma sarebbe un vero peccato
considerare tutta questa storia solo come una questione prettamente
tecnico-scientifica da risolvere unicamente a livello politico. Si tratta
infatti anche di una vera e propria sfida culturale, che appare cruciale per il
futuro.
L’approccio segregativo, dividendo nettamente due modalità di gestione ‒
conservativa e produttiva ‒ separa in fondo anche due mondi, due pezzi
importanti della società, che troppo poco spesso si conoscono e si confrontano:
chi studia e promuove la tutela degli ambienti naturali e chi lavora nella
filiera produttiva bosco-legno e nell’ordinaria gestione forestale. L’approccio
integrativo, al contrario, li obbliga ad avvicinarsi, a “sporcarsi le mani”, a
trovare punti di contatto attraverso compromessi accettabili da entrambe le
parti, basati su esigenze reali, evidenze scientifiche e su una comune visione
di intenti. Li esorta, così, anche a parlarne pubblicamente, a raccontare i
passi in avanti compiuti, a condividere questo necessario esercizio di
equilibrio con più persone possibili. Li spinge, insomma, al difficile compito
di costruire e condividere una nuova “selvicultura”, quella auspicata dal
“Manifesto per una selvicoltura più vicina alla natura” proposto dalla rivista
Sherwood e cofirmato da numerosi attori del mondo forestale e ambientalista
italiano.
> L’approccio segregativo separa due mondi che troppo poco spesso si conoscono e
> si confrontano; l’approccio integrativo, al contrario, li obbliga a trovare
> punti di contatto attraverso compromessi accettabili da entrambe le parti.
Close o closer, che dir si voglia, sono parole che indicano prossimità, legame,
contatto, empatia, dialogo. L’opposto di una società che tende sempre più spesso
a polarizzarsi, ragionando attraverso stereotipi e banalizzazioni ed evitando di
abitare la complessità. Al contrario, in questo delicato ma cruciale momento di
transizione, un serio e pragmatico dibattito sulla gestione responsabile degli
spazi naturali, non solo delle foreste, meriterebbe di tornare ad essere close,
o closer, alla vita di tutti noi.
L'articolo La terza via delle foreste proviene da Il Tascabile.
U na folta coda a strisce spunta da un bidone della spazzatura semiaperto. Dopo
un po’ di trambusto, al di sotto del coperchio, compaiono due occhietti
circondati da una maschera di pelo nera e una coppia di zampe con piccolissime
dita. I procioni (Procyon lotor) non temono gli umani, sono onnivori e sanno
cogliere il meglio che un ambiente urbanizzato possa offrire loro, tra cui i
nostri avanzi di cibo. Anzi, più un’area sarà abitata, maggiore sarà la
possibilità di rovistare nei rifiuti e trovare una leccornia da gustare. Questa
è una forma di commensalismo simile a quella dei lupi che, migliaia di anni fa,
si avvicinarono agli insediamenti umani per frugare tra gli scarti di quelle
comunità. Una vicinanza che è diventata cooperazione, selezione, relazione, fino
a plasmare il cane. Secondo un gruppo di ricerca statunitense, i procioni
potrebbero essere l’animale perfetto da osservare in tempo reale per capire come
una specie possa andare incontro a modificazioni tali da renderla diversa dal
proprio antenato selvatico.
La domesticazione, spesso definita come il controllo delle condizioni di vita di
una determinata specie al fine di ricavarne servizi e prodotti utili all’essere
umano, è un fenomeno più complesso e sfumato di quello che per molti anni è
stato descritto dalla comunità scientifica. A partire da circa 10.000 anni fa,
quando ha iniziato a delinearsi il passaggio da un’esistenza nomadica a una
sedentaria nella transizione neolitica, essa ha contribuito a mutare
radicalmente la biosfera terrestre. La nostra conoscenza della sua storia e dei
suoi meccanismi è ancora lacunosa e continuiamo a compulsarne le tracce per
recuperare i tasselli mancanti che compongono il nostro passato e che potrebbero
aiutarci a prevedere un possibile futuro.
La domesticazione: percorsi e nicchie
Dalla metà del Ventesimo secolo l’interesse verso la comprensione della
domesticazione di piante e animali ha trovato risposte in narrazioni incentrate
sul progresso tecnologico, sull’intenzionalità e sul dominio umano sul proprio
ambiente, punti di vista saldamente ancorati a una visione antropocentrica
caratterizzata da un forte dualismo tra natura e cultura. Sebbene questa visione
sia in parte ancora radicata nella letteratura archeologica, negli ultimi
quarant’anni il concetto di domesticazione si è sviluppato e ampliato, come mi
ha raccontato Thomas Cucchi, direttore di ricerca del Laboratorio di
bioarcheologia del Museo nazionale di Storia naturale di Parigi: “A partire
dagli anni Ottanta, gli antropologi hanno posto in rilievo prospettive che vanno
oltre le ontologie occidentali, fornendo esempi etnografici in cui le
distinzioni tra selvatico e domestico, cultura e natura, sono minime o
addirittura inesistenti. Il campo della zooarcheologia si è quindi allontanato
dalle narrazioni precedenti che enfatizzavano la domesticazione animale come
dominio umano sugli animali non umani, orientandosi verso un’attenzione alle
relazioni ecologiche, culturali e coevolutive che sono sempre esistite tra
esseri umani e animali non umani e alla loro intensificazione ed elaborazione
nei contesti delle prime società agricole”.
> Secondo l’archeologa Melinda Zeder ci sono tre percorsi attraverso cui le
> diverse specie rispondono alla domesticazione per poi essere integrate nelle
> società umane: il percorso commensale, quello della preda e la gestione
> diretta.
Le combinazioni tra fattori ecologici, culturali ed evolutivi all’interno dei
rapporti tra gli umani e gli altri animali possono essere molteplici, seguire
traiettorie non lineari, imboccare vicoli ciechi, e giungere a risultati
differenti in aree geografiche e finestre temporali più o meno lontane. Un
esempio è la domesticazione del cavallo, i cui primi tentativi risalirebbero a
circa 5.500 anni fa e sono documentati nel sito di Botaï, nel Kazakistan
settentrionale. Qui sono stati trovati resti che indicano l’uso di recinti,
briglie e la mungitura dei cavalli per ricavarne latte. Per molto tempo si è
pensato che i cavalli moderni discendessero da quelli di Botaï. In seguito, uno
studio pubblicato su Nature nel 2024 ha suggerito che il controllo della
riproduzione della linea dei cavalli moderni sarebbe emerso solo più tardi,
intorno al 2.200 a.C. nelle steppe pontico-caspiche.
La definizione di un quadro teorico del fenomeno è una sfida che è stata colta e
che solo negli ultimi anni ha dato origine ad approcci di più ampio respiro. Tra
le teorie che meglio combinano le componenti biologiche e sociali della
domesticazione c’è quella dei tre percorsi, elaborata dall’archeologa Melinda
Zeder nel 2012. Zeder sostiene che, al di là delle caratteristiche universali
comuni a tutti gli animali domestici – prima su tutte la docilità verso l’essere
umano ‒, vi siano molteplici modi in cui le diverse specie rispondono alla
domesticazione per poi essere integrate nelle società umane. Portando questo
ragionamento alle estreme conseguenze, si potrebbe addirittura affermare che
ogni animale domestico sia un caso a sé stante, partecipe di una relazione
unica, modellata da un elevato numero di variabili. La scienziata ritiene, però,
che siano tre i percorsi principali seguiti: il percorso commensale, quello
della preda e la gestione diretta.
Il percorso commensale è la via più nota al grande pubblico, la più citata tra
le possibili ricostruzioni della domesticazione del cane, ed è anche quella che
forse sta imboccando il procione. È un processo coevolutivo, in cui un gruppo di
individui di una determinata specie trae giovamento dalle risorse, come avanzi
di cibo e riparo, di un’altra. Non è necessario che vi sia intenzionalità da
parte dell’essere umano, poiché l’interazione potrebbe sorgere semplicemente
dalla condivisione dello stesso ambiente, e a sua volta può sfociare in legami
sociali o economici più stretti da cui gli umani potrebbero trarre beneficio. A
questo punto, la selezione guidata sarebbe il passo successivo.
Gli animali d’allevamento come pecore, capre e bovini, invece, sono stati per la
maggior parte i protagonisti di un percorso della preda: erano inizialmente
cacciati per la loro carne e il processo di domesticazione è cominciato quando
le comunità umane, per necessità, hanno dapprima sperimentato strategie di
caccia per aumentarne la disponibilità, per poi arrivare a una vera e propria
gestione delle mandrie, con il controllo esteso alle generazioni successive, se
gli animali mostravano di possedere le caratteristiche idonee.
Infine, vi è il percorso diretto, orientato, un processo avviato dagli esseri
umani con l’obiettivo di domesticare animali che vivono in libertà e per
ottenere una specifica risorsa o un insieme di risorse d’interesse. È ciò che
sarebbe accaduto, ad esempio, a conigli, visoni e struzzi. È una strada che
richiede già una certa dimestichezza con la domesticazione di altri animali e
per cui sono necessarie intenzionalità e forme di progresso tecnologico, in
quanto le specie coinvolte potrebbero non possedere molte delle caratteristiche
comportamentali ritenute prerequisiti essenziali.
I percorsi non sono esclusivi e possono incrociarsi. È il caso del maiale, Sus
scrofa domesticus, che deriverebbe dal percorso commensale e da quello della
preda: sembra che alcuni suini venissero cacciati, mentre altri fossero
tollerati intorno agli insediamenti, dove si nutrivano di scarti, adattandosi
così ad ambienti antropici. Queste condizioni si sarebbero presentate
indipendentemente sia in Mesopotamia sia in Cina.
> Più che un atto di dominio, la domesticazione è un processo coevolutivo,
> poiché l’essere umano ha plasmato l’evoluzione degli animali e delle piante
> domestiche, che poi a loro volta hanno modellato il genoma umano e la sua
> diversità culturale.
Un altro modo per spiegare le implicazioni biologiche, ecologiche e sociali
della domesticazione è la teoria della costruzione della nicchia. Anche in
questo caso si parla di una lunga coevoluzione basata su rapporti di reciproco
vantaggio che si concretizza nella costruzione, da parte di umani, piante e
animali, di nuove nicchie ecologiche, in una modifica attiva degli ambienti in
cui vivevano. Gli esseri umani, nel ruolo di ingegneri ecosistemici, avrebbero
trasformato i paesaggi per rendere più produttive e prevedibili alcune specie di
loro interesse e, allo stesso tempo, anche piante e animali coinvolti nella
domesticazione avrebbero contribuito a rimodellare gli ecosistemi, adattandosi,
influenzando le condizioni ambientali e innescando effetti che avrebbero
interessato altri organismi, modificandone indirettamente le traiettorie
evolutive.
Diviene chiaro come la domesticazione non sia ‒ o per lo meno, non sia sempre
stata ‒ un atto di dominio, ma che si possa inserire nel più grande racconto
dell’evoluzione. “La domesticazione è un eccezionale modello di evoluzione in
atto, in cui la forza motrice principale è la pressione selettiva dell’ambiente
umano, sia artificiale che naturale”, sottolinea Cucchi: “La domesticazione è un
sottoinsieme dell’evoluzione, che dimostra come l’intervento umano possa
accelerare e dirigere il processo evolutivo, con impatti profondi sia sulle
specie domesticate che sugli esseri umani. In effetti, consideriamo la
domesticazione come un processo coevolutivo. Poiché l’essere umano ha plasmato
l’evoluzione degli animali e delle piante domestiche, questi ultimi hanno
successivamente modellato anche il genoma umano e la sua diversità culturale”.
Da selvatico a domestico
Sono circa 2 milioni le specie conosciute e di queste solo una frazione (tra
mammiferi, uccelli ma anche insetti e pesci) è stata domesticata dagli esseri
umani. Un caso spesso citato di insuccesso è la zebra, particolarmente
aggressiva rispetto ai suoi parenti, il cavallo e l’asino. Nel suo saggio del
1997, Armi, acciaio e malattie, il fisiologo e ornitologo Jared Diamond provò a
spiegare il motivo per cui solo pochissimi animali sono stati domesticati
dall’essere umano, introducendo quello che lui chiama “principio di Anna
Karenina”. Se Lev Tolstoj, nel celebre incipit, asseriva che “Tutti i matrimoni
felici si somigliano; ogni matrimonio infelice è infelice a modo suo”, Diamond
rielabora la citazione affermando che “Tutti gli animali domestici si
assomigliano; ogni animale non domesticabile è selvatico a modo suo”. Questo è
un modo per dire che tutte le specie domesticate hanno delle caratteristiche
biologiche comuni, tutte necessarie affinché il processo funzioni: una dieta
flessibile, un tasso di crescita elevato, la capacità di riprodursi in
cattività, docilità verso gli esseri umani, una minore tendenza alla fuga e una
struttura gerarchica organizzata. Come racconta l’archeozoologa Juliet
Clutton-Brock nel suo libro Storia naturale della domesticazione dei mammiferi
(2001), nel 1865 anche Francis Galton, cugino di Charles Darwin, stilò una lista
di requisiti per la domesticazione, che includeva la robustezza, un’innata
inclinazione per gli esseri umani, la facilità di accudimento, l’utilità e la
capacità di riprodursi liberamente.
> Molti mammiferi domestici condividono caratteristiche fisiche e
> comportamentali non presenti negli antenati selvatici, tra cui variazioni
> nelle dimensioni corporee e nel comportamento sociale, code più corte o
> arrotolate e orecchie pendenti.
Non bastano, però, solo le peculiarità biologiche degli animali. Lo spiega il
paleobiologo Marcelo Sánchez-Villagra nel volume The Process of Animal
Domestication (2022): il numero relativamente ridotto di specie domestiche
autoctone nelle Americhe dipenderebbe non solo dalle caratteristiche degli
animali, ma anche dagli aspetti culturali delle popolazioni umane che convivono
con essi, a loro volta legati all’ecologia dei territori. In Amazzonia, per
esempio, alcune popolazioni intrattengono rapporti di stretta vicinanza con
determinati animali, come insetti, pappagalli, pecari, e persino con i cuccioli
di esemplari uccisi durante la caccia, senza avviarne la domesticazione: una
scelta che riflette una diversa visione del mondo e del rapporto tra esseri
umani e altre specie.
Nonostante i diversi percorsi e tempi della domesticazione nelle varie aree del
mondo, molti mammiferi domestici – anche se lontanamente imparentati tra loro –
condividono un insieme ricorrente di caratteristiche fisiche e comportamentali,
noto come “sindrome da domesticazione”, già individuato da Charles Darwin nella
sua analisi della selezione artificiale sugli animali allevati. Si tratta di
cambiamenti non presenti negli antenati selvatici e tra i più comuni si
osservano variazioni nelle dimensioni e nelle proporzioni del corpo, nella
pigmentazione del mantello, nella riproduzione e nel comportamento sociale. A
questi si aggiungono altre modifiche tipiche della domesticazione, come una
riduzione delle dimensioni del cervello, cambiamenti nella struttura del pelo,
code più corte o arrotolate e orecchie pendenti.
Una possibile spiegazione della sindrome da domesticazione è che gli esseri
umani abbiano selezionato, più volte e in modo indipendente, le stesse
caratteristiche in specie diverse. Questa ipotesi è stata testata dal genetista
russo Dmitry Belyaev nel celebre esperimento sulle volpi argentate, iniziato
negli anni Cinquanta del Ventesimo secolo. Gli esemplari scelti vennero
selezionati per docilità e, generazione dopo generazione, mostrarono attenzione
verso gli esseri umani, orecchie pendenti, code rivolte all’insù, mantelli
pezzati, cicli riproduttivi più frequenti e non legati alle stagioni e,
successivamente, musi più corti e larghi. Nonostante approfondimenti e studi
successivi, i risultati ottenuti sono ancora discussi nella comunità scientifica
per alcuni aspetti controversi.
> I procioni potrebbero essere l’animale perfetto da osservare in tempo reale
> per capire come una specie possa andare incontro a modificazioni tali da
> renderla diversa dal proprio antenato selvatico.
Oggi sono proprio i procioni, probabile modello di domesticazione in atto, a
essere protagonisti di un ampio studio in qualche modo accostabile a quello
delle volpi, pubblicato su Frontiers in Zoology. Analizzando il rapporto tra la
lunghezza del muso e quella del cranio in oltre 19.000 fotografie di procioni
scattate negli Stati Uniti e raccolte tramite applicazioni di citizen science,
gli autori della ricerca hanno osservato una tendenza chiara: gli individui che
vivono in aree densamente popolate mostrano, in media, un muso più corto. Se da
una parte la domesticazione interagisce con molte altre pressioni ambientali,
scienziate e scienziati stanno mettendo in correlazione questi risultati con la
cosiddetta ipotesi delle cellule della cresta neurale. Secondo questa teoria, la
maggiore docilità selezionata negli animali domesticati sarebbe legata a una
riduzione dell’attività o del numero di un gruppo di cellule embrionali
coinvolte nello sviluppo non solo dei caratteri comportamentali, ma anche di
molti tratti fisici. L’esito non intenzionale di queste modificazioni sarebbe la
comparsa dei tipici cambiamenti fisici osservati negli animali domestici.
Questa spiegazione sosterrebbe anche la tesi dell’auto-domesticazione umana,
dibattuta già ai tempi di Darwin. Infatti, esistono alcuni mutamenti
assimilabili alla sindrome da domesticazione nella nostra evoluzione, come
descrive Cucchi:
> Proprio come osservato nell’esperimento delle volpi di Belyaev, si sostiene
> che ci sia stata una selezione che avrebbe favorito comportamenti più sociali
> e meno aggressivi tra i cacciatori-raccoglitori del Paleolitico negli ultimi
> 300.000 anni e, secondo la teoria delle cellule della cresta neurale, questa
> selezione comportamentale avrebbe influenzato indirettamente l’evoluzione
> fenotipica della nostra specie verso un corpo più piccolo e snello. Alcuni
> sostengono che la selezione possa essere stata esercitata sugli individui più
> inclini alla violenza reattiva.
Attualmente altre ipotesi mettono in discussione il coinvolgimento di un
alterato funzionamento della cresta neurale e l’esistenza stessa della sindrome
da domesticazione, che per ora, però, sono tra le cornici esplicative più
esaminate.
Avanti il prossimo!
Il procione è solo uno degli animali che probabilmente stanno percorrendo le
prime tappe della strada che potrebbe portarli alla domesticazione. È spontaneo
domandarsi quali saranno in futuro le nuove specie in stretta relazione
all’essere umano, o da esso sfruttate, che subiranno un destino simile.
L’antropologo Marcus Baynes-Rock, nella sua opera La vita segreta delle iene
(2024), racconta la coesistenza tra i cittadini di Harar, in Etiopia, e gli
esemplari di due clan di iene che si aggirano nelle strade della metropoli e
accettano cibo dagli abitanti. L’estrema vicinanza e la riduzione
dell’aggressività nei nostri confronti potrebbero forse essere dei buoni
presupposti per l’avvento di nuovi compagni a quattro zampe.
> C’è anche chi sta cercando di domesticare il polpo, che però non sembra un
> candidato ideale: non è un animale sociale, è un predatore solitario, e
> relegato in vasche con altri conspecifici potrebbe aggredirli.
O ancora, dal 2018 l’azienda spagnola Nueva Pescanova sta lavorando alla
realizzazione di quello che potrebbe essere il primo allevamento intensivo di
polpi. Nel 2023, Nueva Pescanova ha dichiarato di essere stata in grado di
completare in cattività il ciclo riproduttivo del polpo comune e di stare
allevando la quinta generazione nel proprio centro di ricerca in Galizia.
Secondo quanto afferma l’azienda, il processo avrebbe reso questi molluschi più
adatti alle condizioni di allevamento, riducendo le criticità emerse nei
tentativi precedenti. Il polpo, infatti, non sembra un candidato ideale per la
domesticazione: non è un animale sociale, è un predatore solitario, e relegato
in vasche con altri conspecifici potrebbe aggredirli. Inoltre, è carnivoro e la
sua alimentazione in allevamento solleverebbe interrogativi dal punto di vista
della sostenibilità.
Thomas Cucchi ci riporta al presente: “La domesticazione dei pesci è la più
recente e di maggiore impatto”. È stata un’attività in aumento solo in tempi
recenti e la ricerca sull’acquacoltura ha rivelato effetti rapidi e vari nelle
specie ittiche. Come descritto anche da Sánchez-Villagra nel suo libro, fino
alla metà del Ventesimo secolo, erano pochi i pesci domesticati: c’erano le
carpe, i pesci rossi e, più recentemente, i salmonidi. Molte altre sono state
effettivamente domesticate, nel senso che la loro biologia riproduttiva è stata
modificata dagli esseri umani, solo negli ultimi decenni. L’acquacoltura ittica
coinvolge attualmente oltre 160 specie, sotto il nostro controllo per diversi
scopi, tra cui l’alimentazione, la conservazione e la ricerca.
Come evidenzia una review pubblicata su Trends in Ecology & Evolution nel 2022,
sono ancora molte le domande senza risposta che riguardano la nostra
comprensione di questo processo. Non è sempre chiaro quali percorsi ecologici ed
evolutivi portino alla domesticazione, quanto le specie coinvolte dipendano dai
rapporti di mutualismo con l’essere umano e come stabilire se una specie possa
dirsi davvero domesticata. Resta ancora da chiarire quale sia il peso della
selezione intenzionale rispetto a quella inconsapevole e il significato
evolutivo della selezione di tratti estetici, spesso legata a preferenze
culturali più che a vantaggi funzionali.
Gli occhi mascherati e le code a strisce che spuntano dai bidoni della
spazzatura statunitensi non ci forniranno tutte le risposte, ma sicuramente ci
avvicinano a quelle prime comunità umane che si ritrovarono a condividere gli
spazi con un’altra specie e che, a un certo punto di quella convivenza, si
impegnarono a legare la propria vita a quella di quegli animali per sempre.
L'articolo L’invenzione degli animali domestici proviene da Il Tascabile.
A lla parola paesaggio comunemente associamo la vista su delle colline, il verde
dei boschi, una pianura nella nebbia: molto dipende da dove siamo cresciuti,
qual è il posto a cui siamo legati in modo particolare, ma tendenzialmente il
paesaggio, nella nostra testa, somiglia molto a un quadro, è un panorama legato
quasi esclusivamente alla vista. Eppure un aspetto fondamentale dei luoghi è
quello sonoro: ogni posto ha un suo soundscape, un paesaggio sonoro specifico,
che varia, esattamente come l’aspetto visivo, allo scorrere delle ore del giorno
e della notte, nell’alternarsi delle stagioni, al passare degli anni.
Per chi vive in città il soundscape è un assedio di rumori incessanti, ma anche
quei luoghi che consideriamo più silenziosi – la cima di una montagna, una
spiaggia deserta – sono intessuti di suoni.
Fra questi due estremi, dal fastidio violento alla piacevolezza pacifica, si
muove la considerazione quasi puramente estetica che abbiamo del paesaggio
sonoro: ma prestare attenzione a cosa ci dicono i suoni può essere fondamentale
per accorgerci dei cambiamenti avvenuti in un ambiente, della riduzione della
biodiversità, della salute di un territorio, e dei benefici o danni che i suoni
possono apportare agli esseri viventi che lo abitano. A volte, infatti, è
proprio tendendo l’orecchio al paesaggio che ci arriva un segnale di allarme.
Primavera silenziosa, il famoso saggio di Rachel Carson pubblicato nel 1962 che
in qualche modo ha dato avvio al movimento ecologista statunitense, si apre con
una domanda: “Perché tacciono le voci della primavera in innumerevoli contrade
d’America?”. Il silenzio che improvvisamente dominava la primavera, al posto del
canto di innumerevoli specie di uccelli e del ronzio delle api, è l’aspetto
scelto dalla biologa per presentare, fin dal titolo, la sua indagine sulle
conseguenze dell’uso indiscriminato del DDT e di altri fitofarmaci.
Qualche anno dopo, all’incirca dalla fine degli anni Sessanta, alcuni studiosi
hanno cominciato a occuparsi di ecologia acustica, o ecologia dei paesaggi
sonori – ossia quella branca dell’ecologia che studia le relazioni fra i suoni
di un paesaggio e gli esseri viventi che lo abitano – nella convinzione che
l’aspetto sonoro delle questioni ambientali sia un tassello importante, che ci
può dire molto sullo stato di salute degli ecosistemi, sulla progettazione degli
spazi urbani, sui modi di condurre la transizione, sulle vite che vogliamo,
perfino sulla pace che desideriamo.
> Quando parliamo di paesaggio tendenzialmente pensiamo a un panorama legato
> quasi esclusivamente alla vista. Eppure, un aspetto fondamentale dei luoghi è
> quello sonoro: un paesaggio altrettanto specifico, che varia allo scorrere
> delle ore del giorno e della notte, nell’alternarsi delle stagioni, al passare
> degli anni.
Occuparsi di ecologia richiede spesso di impegnarsi a prestare attenzione a ciò
che alla nostra attenzione sfugge, perché difficile da comprendere, perché
invisibile, perché su scala troppo grande per averne una visione completa,
perché ha una dimensione temporale sfasata rispetto agli interessi politici e
alla nostra capacità di proiettarci nel futuro: a queste difficoltà, nel caso
dell’ecologia dei paesaggi sonori, si aggiunge il fatto che la vista, per gli
umani, è il senso a cui affidiamo gran parte delle nostre valutazioni, l’udito
ha un posto secondario, almeno a livello conscio, ed è così che sottovalutiamo
gli effetti dell’inquinamento acustico sulla nostra salute, i danni provocati
dai rumori delle guerre, la ricchezza sonora che stiamo perdendo assieme alla
biodiversità, e quanto sia importante, nell’immaginare il futuro, pensare anche
a come questo suonerà.
L’antropofonia e l’inquinamento acustico
Per cominciare a indagare di cosa è fatto un paesaggio sonoro possiamo partire
dalla divisione dei suoni in tre macrocategorie, o domini. Il primo è la
geofonia, ossia l’insieme dei suoni naturali provenienti da fonti abiotiche – il
mare, un fiume, il vento, un tuono, il brontolio selvaggio di un terremoto,
l’eruzione di un vulcano: ed è proprio l’eruzione del Krakatoa nel 1883 ad aver
generato l’onda sonora più potente mai registrata, con un boato di 310 decibel
(dB). C’è poi la biofonia, tutti quei suoni naturali emessi dagli esseri
viventi, animali e vegetali. Infine, l’antropofonia, cioè ogni nota, rumore,
boato o scricchiolio prodotti dagli umani, dalla musica più raffinata
all’insopportabile rombo di un aereo in decollo.
> Se sul posto di lavoro esistono, in Italia, norme precise sui limiti di
> esposizione al rumore, per quanto riguarda le città esistono solo delle
> raccomandazioni dell’OMS che vengono in larghissima parte disattese.
È proprio l’insieme dei rumori artificiali prodotti dalle attività umane a
costituire il tappeto sonoro predominante per chi vive nelle aree urbane: nel
mondo circa il 55% della popolazione, che si stima diventerà il 68% entro il
2050; in Italia la percentuale si aggira già attorno al 70% e sale al 91%,
secondo i dati Istat, che però comprendono anche i centri abitati più piccoli.
Se sul posto di lavoro esistono, in Italia, norme precise sui limiti di
esposizione che fissano a 80 dB la soglia media di attenzione (con picchi non
oltre i 135 dB) e a 87 dB la media massima che non può essere superata (con
picchi di 140 dB), per i rumori degli ambienti urbani in cui siamo immersi
esistono solo delle raccomandazioni dell’OMS (Organizzazione Mondiale della
Sanità) che vengono in larghissima parte disattese. Secondo le linee guida sul
rumore ambientale per l’Europa dell’OMS, infatti, il limite di esposizione al
rumore del traffico su strada sarebbe di 53 dB di giorno, 45 dB di notte. Quasi
un cittadino su tre, in Europa, vive in ambienti che superano, spesso anche di
molto, questi limiti: sono circa novantadue milioni di persone. Diciotto milioni
di persone, sempre in Europa, vivono in zone in cui il traffico ferroviario
produce rumori oltre la soglia prevista; e due milioni e mezzo di persone sono
esposte al rumore del traffico aereo.
Effetti dell’inquinamento acustico
La scarsa attenzione che prestiamo agli aspetti sonori dell’ambiente in cui
viviamo si riflette anche nella poca considerazione che abbiamo per i danni che
l’esposizione al rumore può avere: l’inquinamento acustico è fra le minacce
ambientali più pericolose per la salute, dopo quello atmosferico e il caldo
estremo. Lo scorso giugno, l’EEA (l’agenzia europea per l’ambiente) ha
presentato il rapporto Environmental noise in Europe, secondo il quale
l’inquinamento acustico è la causa di circa 66.000 decessi prematuri all’anno in
Europa, 50.000 nuovi casi di malattie cardiovascolari e 22.000 casi di diabete
di tipo 2. Oltre agli effetti diretti, ci sono quelli indiretti o a lungo
termine, come acufeni, stress, ansia, disturbi del sonno e difficoltà di
concentrazione, fino a depressione e demenza. Sono preoccupanti anche gli
effetti sui più piccoli: pare che l’esposizione continua al rumore del traffico
provochi difficoltà e ritardi nella lettura in circa mezzo milione di bambini e
disturbi del comportamento su circa 60.000. Si stima anche che circa 272.000
casi di sovrappeso infantile possano essere associati a livelli alti di rumore.
> L’inquinamento acustico è fra le minacce ambientali più pericolose per la
> salute: basti pensare che ogni anno, solo in Europa, causa 66.000 decessi
> prematuri. Per non parlare degli effetti indiretti su acufene, ansia, disturbi
> del sonno, difficoltà di concentrazione e depressione.
In complesso, sempre secondo lo stesso rapporto, in Europa perdiamo ogni anno
1,3 miliardi di anni di vita in buona salute (è l’indice DALY che somma gli anni
di vita persi per morti premature a quelli vissuti con malattie o disturbi
invalidanti). Un numero che fa impressione, ma forse non abbastanza da muoverci
all’azione: stando alle proiezioni dell’agenzia europea, senza forti misure
aggiuntive e senza nuovi investimenti non riusciremo a raggiungere l’obiettivo
di ridurre del 30% entro il 2030 il numero di persone che subiscono alti livelli
di inquinamento acustico (nello specifico, quello generato dal sistema dei
trasporti). Eppure i danni elencati hanno un costo elevato, stimato in 95,6
miliardi di euro l’anno: un numero da citare non perché serva assegnare un
valore economico alla nostra salute, ma per dare concretezza a qualcosa che ci
sembra semplice tappeto sonoro – il rumore del traffico nelle città – e che
solitamente consideriamo come secondario, incapace di produrre effetti concreti,
quando invece è perfino misurabile, sui nostri corpi e sui bilanci degli Stati.
Il rumore delle armi, il rumore come arma
Se il rumore del traffico è diventato una presenza costante e pervasiva del
paesaggio sonoro in cui siamo immersi, nel dominio dell’antropofonia in cima
alla lista dell’intensità si trovano i suoni prodotti da armi e mezzi di guerra:
il suono antropico più potente è quello generato dall’esplosione di una bomba
atomica, che supera i 200 dB. Anche in questi casi l’aspetto acustico ci sembra
marginale – e chiaramente di fronte a strumenti che producono morte il fatto che
producano anche dei rumori è marginale – ma essere sottoposti continuamente a
rumori così forti e innaturali, dal ronzio costante dei droni, al rombo degli
aerei militari, e poi le esplosioni, gli spari, gli allarmi, le urla, ha degli
impatti a lungo termine: in chi sopravvive; le conseguenze dell’esposizione
prolungata a questo tipo di rumori sono una parte importante dei disturbi
post-traumatici da stress, che spesso comprendono ipersensibilità ai rumori,
specie se forti e improvvisi.
> In cima alla lista dei suoni più potenti prodotti dall’essere umano ci sono
> quelli generati da armi e mezzi di guerra: l’esplosione di una bomba atomica,
> per dire, provoca un rumore che supera i 200 dB.
Esiste inoltre un’intera categoria di armi che usano proprio le onde sonore come
strumento di offesa: sono le armi soniche, o LRAD – Longe-Rage Acustic Device,
dispositivi acustici a lungo raggio –, vietate in molti Paesi, fra cui la
Serbia, che però è sospettata di averle utilizzate per disperdere la folla di
manifestanti in piazza il 15 marzo 2025. Le autorità di Belgrado negano di aver
utilizzato armi soniche, anche se hanno ammesso di averne acquistate. La
popolazione ha richiesto delle indagini indipendenti per chiarire i fatti, ma
quello che colpisce dei video diffusi in rete è l’invisibilità dell’onda che si
abbatte sul corteo, che si divide in due, con le persone che scappano dal centro
della strada, un’immagine che somiglia molto al rapporto che abbiamo con il
suono: qualcosa che sfugge alla nostra attenzione, ma di cui subiamo l’impatto.
Nel documentario Vibrations from Gaza, dell’artista Rehab Nazzal, il suono della
guerra oltre che invisibile diventa anche inudibile: i protagonisti sono bambini
sordomuti della Striscia di Gaza – una di loro, Amani, dice che “è una
benedizione essere sorda, così sono la meno terrorizzata quando bombardano” –, e
per tutto il film gli unici rumori sono il ronzio dei droni e le onde del mare.
I bambini raccontano quello che percepiscono degli aerei da guerra e delle bombe
che cadono: le vibrazioni dell’aria, del pavimento e dei loro corpi: la fisicità
del rumore, che rende impossibile il silenzio, finché non c’è pace, perfino per
chi non è in grado di udire la guerra.
Il silenzio: non solo un’assenza di suoni
Pace e silenzio sono due parole spesso associate: e come non si può definire la
pace per negazione, come solo assenza di guerra, così non si può definire il
silenzio per pura sottrazione del rumore.
> Un esempio chiaro del modo antropocentrico che abbiamo di intendere il mondo è
> che abbiamo fissato lo zero decibel non su un valore di reale silenzio, ma
> sulla soglia minima di percezione umana.
Eppure una prima idea di silenzio che ci viene alla mente è l’assenza di rumori
umani: niente rombi di motori o stridore dei freni, niente auto, aerei e navi,
niente bombe, niente fuochi d’artificio, niente allarmi, sirene e suonerie,
niente annunci, megafoni e altoparlanti, niente cantieri, demolizioni e
costruzioni. In breve, potremmo definire l’idea comune di silenzio come un
paesaggio sonoro in cui manca tutto l’insieme dell’antropofonia: sottraendo i
suoni di origine umana, rimangono quelli degli altri esseri viventi, o biofonia,
e degli elementi naturali non viventi, come quelli prodotti dai movimenti
dell’aria, dell’acqua o della terra, ossia la geofonia. Non è un silenzio
assoluto, ma un silenzio naturale, che non ha niente a che vedere con un vuoto,
ma è uno spazio sonoro pieno delle voci che altrimenti sono sopraffatte dai
rumori artificiali: canti degli uccelli, frinire di insetti, onde del mare,
scrosciare di fiumi e frusciare di foglie.
In Storia naturale del silenzio (2024) Jérôme Sueur va a indagare proprio cosa
c’è dentro il silenzio naturale, rendendo evidente che, se già prestiamo poca
attenzione agli aspetti sonori delle nostre vite, ancora meno ne prestiamo al
silenzio, che non è affatto univoco, né assoluto, né vuoto o assenza. Un esempio
chiaro del modo tutto antropocentrico che abbiamo di intendere il mondo è che
abbiamo fissato lo zero decibel non su un valore di reale silenzio, ma sulla
soglia minima di percezione umana: esistono in realtà suoni che misurano decibel
negativi perfettamente udibili da molte specie, ciascuna con una sua soglia di
silenzio differente.
> La nostra idea comune di silenzio è un paesaggio sonoro in cui mancano del
> tutto i rumori umani: niente rombi di motori o stridore dei freni, niente
> allarmi, sirene e suonerie, niente annunci, megafoni e altoparlanti, niente
> cantieri, demolizioni e costruzioni.
Nei linguaggi animali il silenzio non è vuoto, può essere un segnale amoroso, di
allerta o di sfida, ma può essere anche un segnale di morte e perdita: quando
una specie scompare, scompare anche il suono che è in grado di produrre. Così,
come “il silenzio nelle contrade di America” indicava che qualcosa stava
accadendo alle popolazioni di uccelli, registrare suoni e vibrazioni può dare
indicazioni precise sullo stato di salute degli ecosistemi e sulla biodiversità
che li abita.
Il silenzio dell’estinzione: l’ecoacustica per il monitoraggio della
biodiversità
È da questo proposito – monitorare la biodiversità attraverso il suono – che,
circa mezzo secolo dopo quell’intuizione di Rachel Carson, l’ecoacustica nasce
ufficialmente come disciplina, nel 2014, in Francia, al Muséum national
d’Histoire naturelle, grazie al lavoro di un gruppo di ricercatori, fra cui lo
stesso Jérôme Sueur. Alcuni ecosistemi sono nascosti alla vista: è il caso dei
ricercatori della Flinders University di Adelaide, nell’Australia meridionale,
che hanno registrato i suoni prodotti dalle comunità sotterranee di invertebrati
per monitorare lo stato di salute e di fertilità del suolo; oppure di specie
indistinguibili all’occhio, ma non all’orecchio, come alcune specie di rane; o
ancora di ecosistemi così vasti e difficili da raggiungere – l’oceano più
aperto, le profondità marine più inaccessibili – dove poter semplicemente
registrare e analizzare i suoni diventa il metodo più praticabile, e meno
invasivo, di monitoraggio.
I suoni prodotti da ciascuna specie sono un indicatore della biodiversità ma
anche, e soprattutto, una ricchezza in sé: e quando una specie scompare, quando
l’ultimo esemplare rinuncia a mandare i suoi richiami d’amore rivolti ormai a
nessuno, perdiamo per sempre delle note, un gorgoglio, delle vibrazioni, una
melodia che nessun altro essere vivente potrà replicare. Ogni singola specie non
solo produce dei suoni caratteristici ma ha un diverso modo di percepirli,
diversi spettri uditivi, diversi organi predisposti e diversi modi in cui le
vibrazioni sonore vengono percepite ed elaborate. Così quando una specie
scompare, non scompare solo il suono che produce, ma anche il suono che ascolta.
> Quando una specie scompare, quando l’ultimo esemplare rinuncia a mandare i
> suoi richiami d’amore rivolti ormai a nessuno, perdiamo per sempre delle note,
> un gorgoglio, delle vibrazioni, una melodia che nessun altro essere vivente
> potrà replicare.
Fra i vari compiti della tutela della biodiversità c’è anche fare in modo che le
altre specie animali possano continuare ad ascoltarsi fra loro: ridurre il
nostro peso sugli ecosistemi comprende quindi anche la riduzione del nostro
impatto sonoro – come, per esempio, l’inquinamento acustico del trasporto
marittimo, delle trivellazioni offshore e del deep-sea mining che stressa e
disorienta, provocando danni uditivi e a volte anche la morte, nei pesci e nei
mammiferi marini.
Immaginare un futuro silenzioso
Possiamo ripensare il nostro impatto sui paesaggi sonori; ripensare le città
tenendo a mente anche la necessità di contenere l’inquinamento acustico, per il
benessere di chi in città ci vive; ripensare la pace: “far tacere le armi” non
significa solo smettere di combattere, ma è un modo di lasciare spazio alla voce
dei popoli che con le armi vengono sottomessi, soggiogati, silenziati,
annientati; ripensare il silenzio: tacere, ridurre il rumore, non è creare un
vuoto ma creare spazio, così come quella che chiamiamo decrescita non è una
riduzione ma un modo diverso di crescere, dove alla crescita del PIL si
sostituisce quella del benessere, della salute e della giustizia.
Abbassare il livello, e il peso, dell’antropofonia sull’ambiente significa
quindi dare la possibilità di espressione ad altre specie animali, dar loro la
possibilità di tornare a comunicare, a quell’ultimo esemplare di scoprire magari
di non essere rimasto solo, e intercettare il verso di un suo simile prima che
entrambi smettano di cantare. Significa dare a noi, specie umana, la possibilità
di ascolto – delle altre specie, uscendo dal nostro antropocentrismo acustico, e
di chi, all’interno della nostra, è stato meno ascoltato –, e di immaginare un
cambiamento che tenga presente anche come potrebbe suonare il futuro che
vorremmo, una transizione non solo ecologica, non solo energetica, non solo
giusta socialmente, ma anche silenziosa, non per creare un vuoto sonoro assoluto
ma per poter ascoltare tutta quella ricchezza di voci di cui è fatto il mondo,
prima di perderle per sempre.
L'articolo Il paesaggio che (non) ascoltiamo proviene da Il Tascabile.
L o scorso 28 aprile la penisola iberica è rimasta senza elettricità. Attorno
alle 12 e 30 una serie di piccole interruzioni concentrate nel sud della Spagna
ha innescato una reazione a catena che ha compromesso la rete elettrica
spagnola. I computer che regolano le delicate esigenze di un’infrastruttura
energetica moderna sono subito intervenuti, riportando la rete in equilibrio. Ma
dopo pochi istanti è arrivato un secondo evento, e poi un terzo. Nel giro di
cinque secondi il sistema elettrico spagnolo è collassato, portandosi dietro
quello portoghese. Per dieci ore in media ‒ in alcune città, in realtà,
parecchie di più ‒ hanno smesso di funzionare le metro, i treni, gli ascensori,
gli elettrodomestici, la connessione telefonica e internet, le lampadine.
Per alcuni il blackout è stata una tragedia: almeno quattro persone hanno perso
la vita per cause legate all’assenza di corrente, chi intossicato da vecchie
stufe a gas e chi dal fumo di un incendio originato dalle candele. Per altri ‒
quelli che hanno avuto la sfortuna di rimanere bloccati in un ascensore o in un
vagone ‒ è stato come minimo un brutto pomeriggio. Ma la stragrande maggioranza
degli spagnoli e dei portoghesi ne conserva un ricordo diverso. La luce è
mancata a mezzogiorno di un tiepido giorno di primavera, col sole che splendeva
su praticamente tutta la penisola. Le aziende hanno chiuso, il governo ha
mandato per strada le volanti della polizia a chiedere alla gente di rimanere
dove si trovava e di non prendere l’auto, e senza telefono non c’era modo di
sapere cosa stesse succedendo o contattare i propri cari. Per tanti, la cosa più
sensata da fare è stata trovare il parco più vicino ‒ o un bar che vendesse
birre anche con la cassa spenta e i frigoriferi ormai tiepidi ‒ e aspettare. A
camminare per il centro delle città iberiche, nelle ore del blackout, sembrava
di essere nel mezzo di una domenica di ferie, più che in una emergenza.
Quel lunedì ero anche io in Spagna. Quando nella notte è tornata la connessione,
ho visto un tweet di un utente madrileno. Diceva: “sono stato meglio oggi col
blackout che tutti gli altri giorni con la luce”.
L’economia del benessere
A molti accademici che si occupano di economia del benessere non piacerebbe che
un articolo sulle loro proposte iniziasse con la descrizione di un collasso
della rete elettrica. “Quello che vogliamo non è una società senza tecnologia o
un salto indietro di secoli” mi spiega Tommaso Felici, docente di economia
ambientale all’Università di Utrecht. Ha ragione lui, ovviamente, ma rimane il
fatto che il tema di questo articolo ha a che fare col cambiare ‒ e in qualche
modo ridurre ‒ i nostri consumi, anche energetici, al fine di costruire una
società più sostenibile.
> I teorici dell’economia del benessere concordano sulla necessità di valutare
> diversamente il funzionamento delle società in cui viviamo, concentrandoci su
> fattori come l’aspettativa di vita media, il tasso d’istruzione, l’accesso ai
> servizi di base, la salute degli ecosistemi naturali e la felicità percepita.
Economia del benessere è un termine ombrello. L’espressione fu coniata nel 1920
Arthur Cecil Pigou, l’economista inglese che, tra le altre cose, fu il primo a
teorizzare la necessità di tassare le imprese al fine di diminuirne gli impatti
negativi sull’ambiente e sulla società. Nel 1972 il Massachusetts Institute of
Technology elaborò per conto del think-tank Club di Roma uno studio, passato
alla storia come Rapporto sui limiti dello sviluppo (The limits to Growth), che
ipotizzava il collasso della civiltà umana come possibile conseguenza dello
sfruttamento infinito di risorse naturali. Nei decenni a seguire autori come il
rumeno Nicholas Georgescu e il francese Serge Latouche hanno sistematizzato
nelle loro opere proposte teoriche racchiudibili nella definizione di economia
del benessere.
I diversi filoni di studio interni a questo ambito hanno in comune la necessità
di misurare il successo dell’economia su parametri che abbiano a che fare, per
l’appunto, con il livello di benessere di una società, e indirizzare di
conseguenza l’azione politica. L’indicatore oggi comunemente accettato per
valutare lo stato di salute di un’economia è il prodotto interno lordo (PIL). Si
calcola sommando il valore di tutti i beni e servizi prodotti in un territorio
in un dato lasso di tempo: quando sentiamo frasi come “L’Italia entra in
recessione” o “la Cina continua a crescere”, stiamo parlando dell’aumento o
della diminuzione di questo parametro. Tutti i teorici del benessere concordano
sulla necessità di valutare diversamente il funzionamento delle società in cui
viviamo, centrandoci su fattori come la felicità percepita, l’aspettativa di
vita media, il tasso d’istruzione, l’accesso ai servizi di base, la salute degli
ecosistemi naturali. Le Nazioni Unite usano nei loro report l’Indice di sviluppo
umano (ISU o HDI, Human Development Index), che include reddito pro capite,
aspettativa di vita e istruzione. Alcuni ricercatori dell’Università di Londra
lo hanno modificato per includere al suo interno anche una serie di parametri
ecologici, dando così vita all’Indice di sviluppo sostenibile (ISS o SDI,
Sustainable Development Index). In questa classifica, i tre Paesi con la
migliore combinazione di reddito, stile di vita e impatto ecologico sono Costa
Rica, Uruguay e Sri Lanka; gli ultimi Lussemburgo, Kuwait e Qatar.
Le proposte che ricadono sotto l’etichetta di economia del benessere sono molte.
Prima di esplorarle, però, è necessario comprendere perché la crescita economica
non possa essere una buona approssimazione del benessere di una società.
Crescere o non crescere
I periodi di crescita economica sono stati spesso anche periodi di ottimismo, ed
è legittimo domandarsi da dove provenga la necessità di abbandonare un paradigma
che a lungo sembra aver funzionato. “Te lo dico con uno slogan un po’ datato ma
efficace” risponde Riccardo Mastini, ricercatore al Politecnico di Milano e
consulente delle Nazioni Unite: “la crescita infinita in un mondo dalle risorse
finite è impossibile”. Il concetto chiave è quello di limite. L’ecologo svedese
Johan Rockström, insieme ad altri autori, pubblicò nel 2009 uno studio ‒
tutt’oggi citatissimo ‒ che teorizzava la presenza di nove limiti planetari,
superati i quali la stabilità degli ecosistemi sui quali abbiamo costruito le
nostre civiltà viene messa a rischio. Il primo riguarda la concentrazione di gas
climalteranti in atmosfera, e quindi la necessità di stabilizzare le temperature
medie del pianeta, ma ugualmente cruciali sono il ciclo dell’azoto e del
fosforo, la perdita di biodiversità, l’acidificazione degli oceani, la riduzione
dell’ozono atmosferico, l’inquinamento da sostanze chimiche, l’accumulo di
particolati, il consumo di acqua dolce e di suolo, e l’acidificazione degli
oceani.
> In un cruciale studio del 2009, l’ecologo svedese Johan Rockström ha
> teorizzato la presenza di nove limiti planetari, superati i quali la stabilità
> degli ecosistemi sui quali abbiamo costruito le nostre civiltà viene messa a
> rischio.
Il fulcro delle riflessioni sul benessere è che per garantire a tutti uno
standard di vita dignitoso e accettabile non possiamo semplicemente consumare di
più ‒ più metalli estratti dal terreno, più pesce pescato dal mare e così via ‒
perché le risorse terrestri non sono inesauribili e dipendono da sistemi fragili
e interconnessi. Una crescita indefinita della nostra economia finirà,
paradossalmente, col far venir meno quei materiali e quelle risorse da cui la
nostra civiltà dipende, economia compresa.
Questa conclusione trova in disaccordo molti economisti, che per quanto divisi
tendenzialmente concordano sull’idea che la crescita economica sia condizione
necessaria per l’avanzamento della società. Per alcuni studiosi, l’economia del
benessere assomiglia davvero al blackout spagnolo di cui sopra: poca energia,
poche risorse, poca sicurezza. “Ma è un’idea vecchia” spiega Felici che, pur
essendo economista, dissente da buona parte dei suoi colleghi. “Sicuramente in
passato la crescita ha portato a maggior benessere, e questo rimane vero per
molti dei cosiddetti Paesi in via di sviluppo. Ma nella nostra Europa
industrializzata non è più così. Anzi, quando il PIL aumenta, aumentano anche le
disuguaglianze. Il caso italiano è emblematico: i salari reali sono fermi da
trent’anni, nonostante ci sia stata crescita”.
Ciò che dice Felici trova riscontro nei dati. Nel 2018 un gruppo di ricercatori
dell’Università di Leeds ha pubblicato uno studio intitolato A Good Life for all
within Planetary Boundaries, che rileva come l’aumento del reddito medio pro
capite corrisponda effettivamente a un aumento della qualità di vita, ma solo
fino a una certa soglia. Superata questa, che i ricercatori ritengono stia
attorno ai 20.000 dollari, l’aumento di questo parametro non è più correlato ad
un’aspettativa di vita più alta, a tassi di istruzione migliori o a più felicità
percepita. Tradotto: nella Spagna del blackout per far star meglio la gente,
piuttosto che accrescere l’economia complessiva della nazione, sarebbe utile
distribuire diversamente la ricchezza che già c’è. Ad esempio, investendo su una
rete elettrica più pulita e sicura.
> A un aumento del reddito medio pro capite corrisponde effettivamente un
> aumento della qualità di vita, in termini di aspettativa di vita, tassi di
> istruzione o felicità percepita, ma solo fino ad una certa soglia.
Il fatto che gran parte degli economisti non riconosca la necessità di porre un
limite al consumo di risorse non significa che disconoscano la realtà di una
crisi ecologica in atto. Semplicemente, scommettono sul fatto che sarà
l’innovazione tecnologica ‒ resa possibile, a detta loro, proprio dalla crescita
economica ‒ a risolvere il problema. “In passato è davvero andata così, penso ad
esempio al problema del buco dell’ozono, risolto grazie alle nuove tecnologie e
ad un modello virtuoso di collaborazione tra Stati” dice Felici “Ma non sappiamo
se ci riusciremo ancora: quando parliamo di crisi climatica, ad esempio, non
sembra affatto che stiamo riuscendo a tenere assieme un modello economico
tradizionale con la riduzione delle emissioni. Scommettere sullo sviluppo
tecnologico come panacea di ogni male sfida il principio di prudenza”.
Uno spazio operativo sicuro e giusto
I teorici dell’economia del benessere concordano su un assunto di base: non deve
essere la crescita a guidare le scelte di una società. Come debba funzionare un
modello alternativo, però, è tema di dibattito. Un grande interrogativo è cosa
fare dell’economia del presente, che si prefigge un aumento del PIL trimestre
dopo trimestre. Per la maggioranza degli studiosi di quest’area, è impossibile
disaccoppiare l’aumento del PIL dal deterioramento degli habitat naturali, dalle
emissioni, e dallo sforamento di quei limiti che abbiamo descritto sopra. È
questa la posizione anche di Riccardo Mastini: “La crescita del PIL è stata un
grande calmante sociale. Di fronte alla povertà, invece di distribuire
diversamente la ricchezza che già esisteva si è deciso di crearne di nuova,
promettendo che un po’ di quelle risorse fresche sarebbero andate a tutti. E ha
funzionato, almeno in parte, ma al prezzo inevitabile di esternalità negative
sempre più pesanti ‒ dal riscaldamento globale alla crisi degli ecosistemi.
Effetti collaterali che, paradossalmente, mettono a rischio le conquiste fin qua
avvenute”.
> Sarebbe più utile parlare di post-crescita, piuttosto che di decrescita. Il
> punto non è decrescere in sé e per sé, quanto cambiare il nostro parametro
> guida, dall’aumento del PIL all’aumento della qualità di vita delle persone.
Un’altra parte, minoritaria, degli economisti del benessere ha un approccio più
sfumato: può essere che il PIL continui a crescere anche in un’economia
differente, che il disaccoppiamento tra crescita e crisi ecologica sia
possibile. Ma se così non fosse, dobbiamo essere pronti a dare priorità a quegli
altri indicatori che abbiamo descritto ‒ dalla salute degli ecosistemi
all’aspettativa di vita ‒ piuttosto che al PIL. È questa la posizione di Tommaso
Felici: “io preferisco parlare di post-crescita, piuttosto che di decrescita.
Questo perché decrescere non deve essere un obiettivo in sé. Il punto è cambiare
focus, dall’aumento del PIL all’aumento della qualità di vita delle persone. Se
riusciamo a farlo continuando a crescere, ben venga, ma dobbiamo essere pronti a
sacrificare l’espansione dell’economia, se serve a stare meglio”.
Ciò su cui tutti gli studiosi del benessere sono invece concordi è la necessità
di porre al centro i bisogni essenziali delle persone: cibo, un tetto sopra la
testa, la possibilità di istruirsi, di curarsi, di avere tempo libero.
L’economia del benessere è, in questo senso, erede diretta dello Stato sociale
novecentesco: l’intera struttura produttiva, l’intero mercato del lavoro, devono
essere prima di tutto al servizio del welfare, nel senso ampio del termine. Per
ottenere ciò non serve necessariamente un’economia pianificata sul modello
sovietico, ma di sicuro occorre che si contragga lo spazio del mercato e si
ampli l’intervento pubblico. Un passaggio ineludibile è la redistribuzione della
ricchezza. L’economista inglese Kate Raworth ha teorizzato per prima il modello
economico della ciambella, in cui lo spazio operativo per l’umanità andrebbe
cercato nella fascia compresa tra due limiti: uno ecologico esterno e uno
sociale interno. Per Raworth, nessuno dovrebbe essere troppo povero da non poter
accedere a risorse e diritti fondamentali, e nessuno dovrebbe essere così ricco
da incidere negativamente sui limiti planetari.
Tradurre in politiche concrete i principi di cui sopra è tutt’altro che facile,
ed è su questo che si è focalizzata buona parte del lavoro di quest’area
politica e culturale degli ultimi decenni. Una misura da tempo proposta è quella
del reddito di base universale. Si tratterebbe di un sussidio erogato dallo
Stato a chiunque possegga la cittadinanza ‒ o, addirittura, la residenza ‒ a
prescindere dal lavoro. Una grande operazione di redistribuzione della
ricchezza, ovviamente, ma anche il principio di una trasformazione più profonda.
Nel breve termine, un reddito universale permetterebbe di rendere socialmente
accettabile la contrazione della produzione industriale o la chiusura di certi
settori particolarmente impattanti; nel lungo, di iniziare a slegare il lavoro
dalla necessità di avere un salario, e costruire un’economia non più basata sui
consumi. L’accorciamento delle catene del valore ‒ cioè, riportare i luoghi di
produzione più vicino a quelli di consumo ‒ è un’altra politica che mira assieme
a ridurre il consumo energetico e logistico, oltre ad aumentare le possibilità
di impiego.
> Secondo il modello economico a ciambella di Raworth, lo spazio operativo per
> l’umanità dovrebbe avere un limite ecologico e uno sociale: nessuno dovrebbe
> essere troppo povero da non poter accedere a risorse e diritti fondamentali,
> nessuno così ricco da incidere negativamente sui limiti planetari.
“Decrescita significa abbandonare le produzioni inutili, è riportare a casa
quelle che ci servono” spiega Mastini. Per ottenere tutto questo serve cambiare
chi prende le decisioni. Da qui il ruolo centrale dello Stato di cui sopra,
certo, ma anche la possibilità di cambiare la natura del privato: “Immaginiamo
di avere, al posto dei grandi oligopoli, un sistema di employee ownership, cioè
la proprietà collettiva dei lavoratori. In questo modo elimini l’extraprofitto,
chi possiede le imprese guadagna dal suo stesso lavoro e non dalla mera
proprietà. E soprattutto, in questo modo si potrebbe pensare ad un sistema
economico orientato al bene comune”.
L’economia del benessere è economia della cura
Un ripensamento dell’economia non può prescindere dal concetto di “lavoro di
cura”, ossia quelle attività indispensabili ‒ come crescere i bambini, aiutare
gli anziani, gestire le attività domestiche ‒ che tradizionalmente sono svolte
in forma gratuita dalle donne. La redistribuzione e retribuzione di quel lavoro
potrebbe essere la chiave di volta per un’economia diversa.
Ina Praetorius è una teologa svizzera, tra le fondatrici della Network Care
Revolution. “Le donne sono il prosieguo degli schiavi dell’antichità. Platone
distingueva tra liberi e dipendenti: i primi erano gli uomini adulti con la
cittadinanza, i secondi erano i bambini, gli schiavi e le donne” mi spiega.
“L’illuminismo abolisce l’impianto formale di questa divisione, ma rimangono in
piedi gli usi. E il capitalismo, quando nasce, trova molto conveniente avere
questa manodopera gratuita addetta ad attività indispensabili, dalla cucina al
supporto ai malati. Tutt’oggi quante persone ‒ non solo uomini e non solo
conservatrici ‒ ritengono naturale che certi lavori siano svolti dalle donne
della famiglia?”.
Per economia della cura si intende un sistema economico centrato sul
soddisfacimento dei bisogni delle persone in forma organizzata, legalmente
riconosciuta ed equamente distribuita tra i generi. L’idea è che quelle mansioni
storicamente svolte da donne in ambito familiare e senza salario diventino il
punto focale delle nostre economie. Il reddito di base prima citato, ad esempio,
permetterebbe di liberare almeno parte del tempo che impieghiamo nel normale
lavoro salariato, permettendo a tutti ‒ a prescindere dal genere ‒ di usarlo
anche per questo genere di attività così indispensabili.
Le assonanze con l’economia del benessere sono chiare. “L’idea della cura nasce
nell’ambito del movimento femminista, ma non è un tema di genere: è di tutti”
continua la teologa: “se penso al mondo tra cento anni, immagino molto più tempo
libero: per curare la famiglia e la casa, certo, ma anche per l’ozio ‒ che è
importantissimo ed è un diritto di tutti, non solo dei ricchi».
> Un ripensamento dell’economia non può prescindere dalla redistribuzione e
> retribuzione del lavoro di cura, ossia quelle attività indispensabili che
> tradizionalmente sono svolte in forma gratuita dalle donne.
Il reddito di base universale è la prima delle proposte che mette d’accordo
promotori della decrescita, dell’economia del benessere e delle istanze
femministe. Spostare i capitali pubblici da settori ad alto impatto ecologico e
bassa utilità sociale ‒ il fossile, le armi, il cibo spazzatura ‒ a settori poco
impattanti ed essenziali come quelli della cura è un secondo, importante punto
di contatto. Il terzo è la riduzione dell’orario lavorativo. “Produrre meno
significa anche ridurre il monte ore lavorato. E se puntiamo a garantire a tutti
un impiego, la logica conseguenza è lavorare meno” dice Mastini. L’idea è che da
un lato l’economia del benessere richieda di produrre meno, e quindi liberi
tempo nella vita delle persone; dall’altra che il tempo libero sia prerequisito
per distribuire meglio il cosiddetto lavoro domestico.
Lo spazio per il benessere
Nonostante il relativo successo in campo accademico o nella bolla dei movimenti
sociali, per ora molto poco dell’economia del benessere si è tradotto in prassi
politica. La primazia del PIL come indicatore del successo di un’economia non è
mai stata davvero messa in discussione da nessun governo, e lo spazio del
welfare o dell’intervento pubblico, almeno in Occidente, si va riducendo, invece
che aumentare. In Europa, il piano di riarmo delle istituzioni comunitarie e dei
governi rischia di sostituire lo stato sociale e la transizione ecologica tra le
prime voci dei bilanci pubblici del prossimo lustro.
Eppure, le questioni poste dai teorici del benessere non sono venute meno. E mai
come oggi si avverte la necessità di riconcepire la nostra idea di benessere. Il
giorno seguente al blackout, i social spagnoli si sono riempiti di persone che,
più o meno ironicamente, si interrogavano sul fatto che, tutto sommato, senza
corrente non si stesse poi così male. I cittadini di un Paese ricco e
sviluppato, in cui il PIL cresce e gli indicatori macroeconomici tradizionali
sono tutti positivi, hanno salutato più con sollievo che con paura l’assenza di
elettricità. Nemmeno il più radicale dei “decrescisti” proporrebbe di farne a
meno, ma quelle reazioni rimandano ugualmente a una riflessione: quali
precondizioni, quali servizi e quali opportunità rendono la vita di una persona
soddisfacente? Siamo sicuri che il sistema in cui viviamo ci renda più felici di
quanto ci faccia sentire in trappola? E ancora: quale economia può consentirci
di utilizzare diversamente le nostre risorse, indirizzandole verso beni e
servizi che, nel loro insieme, contribuiscano a costruire una società felice?
L'articolo Da un’economia di crescita a una di cura proviene da Il Tascabile.