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Seveso, l’apocalisse in due tempi
“U n sibilo fortissimo, simile a una pentola a pressione gigante”. L’incidente di Seveso si annuncia così nel racconto di un residente, Alberto Colombo, che quel 10 luglio del 1976 ha 15 anni. Intervistato in un episodio del giugno 2021 di Ossi di Seppia, ha ricostruito quanto accaduto quella calda mattina a Seveso, Meda, Cesano Maderno e Desio. Sono le 12 e 37, è sabato. Visto che non siamo in un giorno feriale, è impossibile valutare precisamente quanto questo particolare abbia attenuato gli effetti di quella che oggi è nota come la Chernobyl d’Italia. L’ICMESA è una fabbrica di Meda, un comune in provincia di Monza e Brianza (all’epoca provincia di Milano). Le residenti e i residenti del territorio la chiamano “la fabbrica dei profumi”, a causa delle emissioni odorigene della sua produzione. All’ICMESA, infatti, si fa il triclorofenolo, una sostanza utilizzata come base per la produzione di diserbanti e cosmetici. Quella mattina la temperatura interna del reattore A101 nel reparto B dello stabilimento sale improvvisamente e raggiunge i 250°C. La causa è un’avaria nel sistema di controllo che innesca una reazione esotermica incontrollata (un cosiddetto runaway) proprio durante la fase di idrolisi alcalina del tetraclorobenzene, il processo necessario per ottenere il triclorofenato di sodio. Il calore genera una sovrapressione anomala: quando la spinta interna raggiunge le 4 atmosfere, il disco di rottura della valvola di sicurezza cede di schianto. > Dopo due o tre giorni gli animali nelle zone attorno alla fabbrica cominciano > a morire. Il sindaco di Seveso si trova costretto a chiedere alla popolazione > di non mangiare i prodotti dell’orto. Si libera una nube bassa e giallastra, profuma vagamente di cloro o di sapone. Contiene 3.000 chili di sostanze tossiche: soda caustica, glicol etilenico ma, soprattutto, una quantità mai esattamente determinata, stimata tra pochi ettogrammi e circa 30 kg, di diossina TCDD. La TCDD (2,3,7,8-tetraclorodibenzo-p-diossina) è un composto organico policiclico aromatico e alogenato. La sua struttura molecolare è formata da due anelli benzenici uniti tra loro da un anello centrale con due atomi di ossigeno (un nucleo dibenzo-p-diossina), in cui quattro atomi di idrogeno sono stati sostituiti da altrettanti atomi di cloro. È un sottoprodotto involontario delle produzioni chimiche, molto tossico, uno dei più stabili e persistenti mai prodotti dall’uomo. Spinta da un vento di 5 metri al secondo, la nube non ricade entro il perimetro dell’ICMESA, ma viene trascinato verso sud-est, disegnando una scia di contaminazione che avvolge centri abitati e campagne distendendosi su 1.810 ettari di territorio. Chi è per strada avverte fastidio alla pelle; gli occhi bruciano. La fabbrica però tace. Le autorità restano ferme, aspettano di capire cosa sia successo, si fidano delle rassicurazioni. Nel frattempo le foglie degli alberi avvizziscono. Dopo due o tre giorni cominciano a morire gli animali: uccelli, conigli, polli. All’improvviso si accasciano e muoiono. Intorno alla fabbrica la mortalità degli animali domestici o di allevamento è del 100%. Il sindaco di Seveso, su indicazione dell’ufficiale sanitario locale, dice alla popolazione di non mangiare i prodotti dell’orto. Non possiamo sapere quando i dirigenti della Givaudan, la società svizzera controllata del gruppo proprietario dell’ICMESA, abbiano capito che si trattava di diossina. Sappiamo che hanno aspettato circa una settimana per comunicarlo pubblicamente. > Ad agosto, le autorità decidono di avallare l’aborto terapeutico per le donne > della zona contaminata. Una decisione presa nell’incertezza più totale, che > scatena uno scontro pubblico e che contribuirà ad accelerare l’iter che > porterà, nel 1978, all’approvazione della legge 194. In brevissimo tempo si diffonde il panico e si susseguono gli interventi da parte delle istituzioni. Il territorio viene frammentato in tre zone a contaminazione decrescente: A, B e R. La Zona A, l’epicentro del disastro, viene completamente svuotata: tra il 26 luglio e il 2 agosto 736 residenti vengono evacuati forzatamente, costretti ad abbandonare le proprie case poi destinate alla demolizione. Nelle zone B e R scattano forti restrizioni come il divieto di toccare la terra, mangiare ortaggi o allevare animali. Le autorità consigliano di evitare gravidanze per il timore di malformazioni. Non si sa quali potrebbero essere gli effetti sui feti, la letteratura scientifica sulla diossina è ancora troppo scarsa per dirlo con certezza, ma il panico spinge le donne del territorio a considerare l’aborto, che in Italia è ancora illegale. L’unico precedente giuridico è una sentenza della Corte costituzionale del 1975, che ha depenalizzato l’aborto terapeutico solo per tutelare la salute della madre, non per il rischio di malformazioni del feto. Ad agosto, però, il ministro della Sanità Luciano Dal Falco e quello della Giustizia Francesco Paolo Bonifacio, con il consenso del presidente del Consiglio Giulio Andreotti, danno pubblicamente il proprio benestare per l’aborto terapeutico per le donne della zona contaminata. L’interpretazione che lo rende possibile è un’estensione della nozione di “terapeutico” per la quale I medici valutano che il gravissimo stress psichico e l’angoscia delle donne esposte alla diossina minacciano direttamente la loro salute mentale. È una decisione presa nell’incertezza più totale e scatena un durissimo scontro pubblico: c’è chi, come il giornalista Nicola de Feo su La Stampa, arriva a proporre di rendere l’aborto obbligatorio per le donne esposte, e chi, dal fronte cattolico, si mobilita contro quella che vede come una strumentalizzazione del disastro. Sulla questione interviene anche papa Paolo VI, che condanna la scelta in qualsiasi circostanza. È proprio quel confronto acceso a far accelerare l’iter che porterà, nel 1978, all’approvazione della legge 194. > Seveso ha cambiato il modo in cui gestiamo i disastri ambientali, la nostra > concezione di sicurezza, informazione e prevenzione. Ha lasciato una nuova > consapevolezza delle interazioni tra esseri umani e il loro ambiente. L’incidente e tutte le sue implicazioni hanno una rilevanza mediatica enorme: Seveso diventa il simbolo mondiale di un progresso irresponsabile che ha messo in pericolo la vita di decine di migliaia di persone. La TCDD è infatti considerata uno dei veleni più potenti mai sintetizzati: nelle cavie sottoposte a esperimenti come ratti e conigli anche solo quantità infinitesimali sono risultate letali. Lo stesso non vale per gli esseri umani, anche se nel 1976 questo non si sapeva. L’eredità dell’incidente è ampia e la ritroviamo in diversi ambiti. Seveso ha cambiato il modo in cui gestiamo i disastri ambientali, la nostra concezione di sicurezza, informazione e prevenzione. Ha lasciato una nuova consapevolezza delle interazioni tra esseri umani e il loro ambiente. Da Seveso derivano tre direttive europee, che ne portano il nome, su rischi e disastri ambientali. Prima del 1976 in Italia e in gran parte d’Europa non esisteva un sistema che obbligasse le aziende chimiche a valutare preventivamente il rischio dei propri impianti: l’ICMESA produceva triclorofenolo senza che nessuna autorità avesse mai imposto un piano di emergenza, né informato la popolazione su cosa si lavorasse a pochi metri dalle loro case. La prima direttiva Seveso, approvata nel 1982, introduce l’obbligo per le aziende che superano determinate soglie di sostanze pericolose di redigere un’analisi di rischio e un piano di emergenza e impone alle autorità locali di informare preventivamente i cittadini residenti vicino agli impianti a rischio. Le due direttive successive, Seveso II nel 1996 e Seveso III nel 2012, allargano e affinano questo impianto, aggiungendo l’obbligo di ispezioni periodiche e rendendo più stringenti i criteri di classificazione delle sostanze pericolose. La prospettiva è completamente ribaltata. La fabbrica non deve più limitarsi a riconoscere le proprie responsabilità una volta avvenuto il disastro ma deve dimostrare di sapere come comportarsi in caso avvenga. Grazie a quello che è accaduto a Seveso, oggi in Europa migliaia gli stabilimenti sono classificati “a rischio di incidente rilevante” secondo questa normativa e ognuno di essi, dalle raffinerie ai depositi di gas, ha un piano di emergenza. Non c’è però solo il contributo normativo. L’incidente del 1976 ha lasciato al territorio un trauma e un parco, il Bosco delle querce, che riposa sulla Zona A. E ha segnato un punto di svolta per la tossicologia, rendendo quelle città della Brianza un laboratorio globale e un pilastro della moderna medicina di comunità. Nel luglio del 1976 Paolo Mocarelli è un giovane primario del servizio di Medicina di laboratorio dell’Ospedale di Desio (diverrà poi professore ordinario di biochimica clinica dell’Università di Milano-Bicocca). È lui a coordinare le operazioni di monitoraggio biochimico, con esami della popolazione che cominciano il 26 luglio in un’aula requisita di una scuola a via De Gasperi. Quel primo giorno effettuano 250 prelievi di sangue, in quelli successivi diverse migliaia. Nel 1976 non esistono spettrometri di massa abbastanza sensibili da misurare quantità così piccole di diossina nel sangue. Nessun laboratorio al mondo può farlo. “Mi sono detto ‘Prima o poi si potrà’”, mi racconta, “e ho deciso di conservare i campioni”. La mobilitazione è febbrile: “Il personale dei vari reparti ha collaborato al lavoro di campionamento. C’erano migliaia di provette da archiviare ed etichettare. Lavorammo giorno e notte, tutti insieme”. In Italia Seveso è uno spartiacque anche per l’informatizzazione della medicina. Per gestire la mole immensa di dati (un milione di esami e 30.000 campioni da etichettare) Mocarelli aveva bisogno di un sistema per rintracciare ogni singola provetta. “A Desio era in corso un progetto regionale per il nuovo prontuario ospedaliero di farmaci. C’era un calcolatore da ricerca. Le attività si erano appena concluse”. In quel luglio 1976 il primario recupera un minicomputer PDP-11/45 Digital e utilizza il personale di quel progetto per gestire gli esami di laboratorio. Questo è il primo passo del percorso che trasformerà quello di Desio nel primo ospedale totalmente informatizzato d’Italia. “Il laboratorio di Desio è stato poi collegato direttamente ai reparti e ai primi 50 medici di famiglia. Siamo stati i primi a mandare i risultati degli esami al cellulare dei pazienti”, rivendica Mocarelli. Il successo del modello informativo di Desio influenzò la stesura della riforma sanitaria del 1978. Nello specifico, il capo III, articolo 27 della legge 833 (relativo agli “Strumenti informativi”) impose per la prima volta la creazione di sistemi informativi sanitari computerizzati, recependo l’avanguardia tecnologica sperimentata durante il disastro. > Seveso non ha segnato solo un punto di svolta normativa, è stato uno > spartiacque anche per lo studio della tossicologia e l’informatizzazione della > medicina. “Il monitoraggio è durato anni, facendo prelievi periodici e raccolta delle urine. Monitoravamo i bambini ogni sei mesi, le donne gravide ogni tre”, racconta. In tutto viene effettuato circa un milione di esami. I 30.000 campioni di sangue prelevato a cittadine e cittadini, bambine e bambini di Seveso vengono congelati a ‒20°C, aspettando un futuro in cui la tecnologia sarebbe stata in grado di leggerli. Il tempo passa. “Ad agosto avemmo la prima sorpresa positiva, che ci tranquillizzò. Ci rendemmo conto che l’epatotossicità riscontrata nei ratti non c’era nelle persone, nemmeno nei bambini segnati dalle ustioni legate alla pioggia di soda caustica che si liberò dalla nuvola”. A settembre la pelle di bambine e bambini si copre di bolle: è la cloracne, una patologia dermatologica caratterizzata da un’eruzione cutanea molto visibile associata proprio all’esposizione alla diossina. “Ci preoccupammo perché era comparsa anche se gli esami del sangue, del fegato, del midollo osseo e delle urine erano normali. Col tempo, guarì da sola. I nostri dati mostravano che la diossina non era epatotossica per gli umani”. Nel 1976 la guerra del Vietnam è finita da un anno. Il 2 luglio, una settimana prima che l’ICMESA vomitasse la sua nube tossica su Meda, Desio, Seveso e Cesano Maderno, il Paese viene riunificato nella Repubblica socialista del Vietnam. Negli Stati Uniti, però, chi è tornato da quel conflitto sta facendo i conti con le conseguenze dell’utilizzo del devastante Agente arancio, sparso sulle foreste in cui la popolazione si riparava dall’esercito statunitense e da cui sferrava gli attacchi coordinati che gli avevano garantito la vittoria. In Vietnam il defoliante ha ucciso o reso disabili 400.000 persone e creato problemi di salute a due milioni. Secondo la Croce Rossa vietnamita, l’Agente arancio ha comportato la nascita di 500.000 bambini con malformazioni. È un dato che da decenni alimenta uno dei dibattiti scientifici più aspri legati alla diossina, e che merita di essere trattato con cautela. Le revisioni periodiche del National Academies of Sciences statunitense, il riferimento più autorevole sul tema, riconoscono un nesso solo con due specifiche malformazioni: la spina bifida e l’anencefalia, un difetto nella formazione del cranio e del cervello. Per tutte le altre malformazioni denunciate in Vietnam, il comitato scientifico ha più volte concluso che le prove non sono sufficienti a stabilire un rapporto di causa-effetto, anche perché gran parte degli studi vietnamiti citati a sostegno di un nesso più ampio non sono mai stati sottoposti a revisione paritaria. > Gli studi epidemiologici condotti negli anni successivi al disastro di Seveso > non hanno rilevato alcun aumento delle malformazioni neonatali rispetto alla > popolazione di controllo, nemmeno nella zona a contaminazione più alta. Non mancano però voci di segno opposto: una metanalisi che ha messo insieme 22 studi, comprese fonti vietnamite inedite, ha calcolato che le madri esposte all’Agente arancio avevano il doppio delle probabilità di avere figli con malformazioni rispetto a quelle non esposte, un risultato che ha però scatenato critiche feroci da parte di altri tossicologi, secondo cui lo studio si appoggiava su pubblicazioni datate e mai verificate da pari. È un nodo che la scienza non è ancora riuscita a sciogliere del tutto, complicato dalla difficoltà di misurare con precisione l’esposizione individuale a distanza di decenni. Su Seveso, invece, il quadro è più chiaro: gli studi epidemiologici condotti negli anni successivi al disastro, basati su un registro ad hoc delle nascite nell’area contaminata, non hanno rilevato alcun aumento delle malformazioni neonatali rispetto alla popolazione di controllo, nemmeno nella zona a contaminazione più alta. Nel 1987, ad Atlanta, c’è la svolta che unisce quanto accaduto a Seveso e gli effetti dell’utilizzo dell’Agente arancio in Vietnam. Per rispondere alle pressioni dei veterani, il Center for disease control (CDC) affina la tecnologia della spettrometria di massa ad alta risoluzione. Adesso è possibile misurare tracce infinitesimali di TCDD in pochi millimetri di siero. “Quando l’Istituto superiore di sanità lesse lo studio del CDC ci chiese se avevamo conservato i campioni. Li avevamo: è nato un progetto scientifico che ha cambiato radicalmente lo scenario in tutto il mondo”, racconta Mocarelli. I primi dati sono sconcertanti: nel sangue della popolazione di Seveso c’è la concentrazione di diossina più alta mai registrata in un essere umano. “A Seveso, ribadisce Mocarelli, di diossina non è morto nessuno. Questo non vuol dire che non ci siano state conseguenze”. Il veleno, come racconta il medico, ha agito come un potente interferente endocrino, alterando molti meccanismi ormonali nelle persone che erano state esposte. Mocarelli e il suo team le controllano per decenni e questo li rende in grado di scoprire effetti profondi sulla salute riproduttiva. Alcuni degli adulti che, al momento del disastro, erano bambini (0-9 anni), hanno sviluppato una significativa riduzione della quantità e della motilità spermatica. “I figli delle donne esposte, continua, anche se concepiti anni dopo, mostravano la stessa riduzione della qualità spermatica”. Quelli che il 10 luglio del 1976 erano adolescenti (10-18 anni), invece, hanno mostrato un aumento degli spermatozoi e della loro motilità. Non hanno invece avuto effetti le persone esposte quando il sistema riproduttivo era già formato. La scoperta più sbalorditiva, pubblicata poi su The Lancet, è la dimostrazione che l’esposizione del padre a un inquinante può influenzare il sesso dei figli. “I padri con alte concentrazioni di TCDD nel sangue hanno generato significativamente più figlie femmine rispetto al numero di figli maschi”. Con Seveso e con Mocarelli si ha una delle prime prove scientifiche del fatto che l’ambiente può determinare il destino biologico delle generazioni. > Negli anni Ottanta, Paolo Mocarelli e il suo team scoprirono che nel sangue > della popolazione di Seveso c’era la concentrazione di diossina più alta mai > registrata in un essere umano, e che l’esposizione a essa aveva serie > ripercussioni sulla salute riproduttiva. La diossina ha avuto anche altri effetti a lungo termine: “Gli studi del professor Pier Alberto Bertazzi hanno dimostrato un incremento di decessi per tumori del tessuto linfoemopoietico, come leucemie e linfomi, e un aumento del rischio di cancro al seno nelle donne”. Nell’area c’è stato anche un eccesso di malattie cardiovascolari e respiratorie croniche registrato soprattutto nella Zona A. Senza quell’esposizione, è probabile che alcune di quelle persone non si sarebbero mai ammalate. Il monitoraggio costante e l’analisi dei dati hanno trasformato quel disastro in uno strumento per la tutela della salute pubblica e della fiducia tra scienza e cittadini unico al mondo. Le 30.000 provette congelate per anni hanno dato un contributo inestimabile all’avanzata del sapere scientifico mondiale. Il dottor Mocarelli ci tiene a sottolinearlo: “Personalmente rivolgo ancora i miei ringraziamenti all’ospedale di Desio, ai miei collaboratori che si sono impegnati e soprattutto alla popolazione che si è sottoposta ai controlli. Tutti dovremmo ringraziarli. Se non avessero continuato con le analisi, in tutti quegli anni, non avremmo saputo tante cose sugli effetti della diossina. Tutti insieme abbiamo scritto una tappa importante della medicina di comunità in Italia”. L'articolo Seveso, l’apocalisse in due tempi proviene da Il Tascabile.
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Nuova escatologia terrena
L > a nostra casa comune è anche come una sorella, con la quale condividiamo > l’esistenza, e come una madre bella che ci accoglie tra le sue braccia […]. > Siamo cresciuti pensando che eravamo suoi proprietari e dominatori, > autorizzati a saccheggiarla. La violenza che c’è nel cuore umano ferito dal > peccato si manifesta anche nei sintomi di malattia che avvertiamo nel suolo, > nell’acqua, nell’aria e negli esseri viventi. […]. Dimentichiamo che noi > stessi siamo terra (cfr Gen 2,7). Il nostro stesso corpo è costituito dagli > elementi del pianeta, la sua aria è quella che ci dà il respiro e la sua acqua > ci vivifica e ristora. > > > > Niente di questo mondo ci risulta indifferente. A maggio 2015 la forza dirompente dell’enciclica Laudato si’ scuoteva alle fondamenta il mondo cattolico e l’istituzione Chiesa. Siamo composti – scriveva papa Francesco – dagli elementi stessi del pianeta. Viviamo la sua malattia. Quel testo ha dato vita a una mobilitazione generale delle e dei fedeli che, in tutto il mondo, hanno preso parte a iniziative grandi e piccole a contrasto della crisi climatica. Attivazione che alle nostre latitudini associamo solo al mondo cattolico ma che invece ha riguardato e riguarda molti altri culti. L’altare e la biosfera Se per tanto tempo la tutela della biosfera è stata considerata interesse più vicino alla scienza che allo spirito, la crisi climatica ha scompaginato il quadro e mobilitato anche le fedi più reticenti a interessarsi delle cose terrene. La Terra è anzi diventata l’unico spazio in cui si gioca la salvezza, biologica o spirituale che sia. A Occidente è stato un po’ come fare i conti con le accuse che lo storico americano Lynn White Jr aveva mosso a partire dal 1967, identificando il peccato originale dell’ecologia nell’antropocentrismo predatore del cristianesimo occidentale che è stato a fondamento dello sfruttamento illimitato della natura. Dal saggio di White The Historical Roots of Our Ecologic Crisis alla stesura della Laudato si’ sono passati quasi cinquant’anni. Cinque decenni di negazionismo terreno e furia celeste, in cui sempre meno uomini si arricchivano perpetuando un modello di società che devastava il pianeta, e quest’ultimo si scaldava, inviando tempeste, siccità e inondazioni come monito per un’umanità piuttosto restìa ad afferrare il concetto. Fino a che non è diventato particolarmente esplicito e anche le fedi hanno scelto di mobilitarsi. > Se per tanto tempo la tutela della biosfera è stata considerata interesse più > vicino alla scienza che allo spirito, la crisi climatica ha scompaginato il > quadro e mobilitato anche le fedi più reticenti a interessarsi delle cose > terrene. Dall’enciclica Laudato si’ al manifesto dei vescovi del Sud del mondo del marzo 2026, la fede cristiana si è trasformata in politica climatica e finanza etica. Il cambiamento è globale e interreligioso: riguarda il concetto islamico di Mīzān (equilibrio divino) così come la resistenza simbolica dei monaci thailandesi, che “ordinano” gli alberi per proteggerli dal disboscamento. In tempi di paradigmi che scricchiolano, l’antropocentrismo sembra sull’orlo del suo sempre troppo ritardato collasso. Le grandi religioni stanno offrendo la base filosofica per riconoscere la natura non più come oggetto, ma come soggetto di diritto. Dal dogma al bilancio: il Vaticano e la finanza climatica Per le cattoliche e i cattolici, l’enciclica Laudato si’ rappresenta questo passaggio. Il testo, presentato e vissuto non solo come un’esortazione spirituale ma come una teologia politica che ha ridefinito il ruolo della Chiesa nel mondo contemporaneo, ha da subito avuto una vocazione ecumenica. Indirizzata a “ogni persona che abita questo pianeta”, l’enciclica supera i confini confessionali per parlare alle donne e agli uomini di tutto il mondo, anche e soprattutto a chi alle fedi non si affida più da tempo. Il fulcro politico del testo sta nell’ecologia integrale: nella lettura ‒ scontata per chi di ecosistema si occupa da sempre, di meno per il Vaticano ‒, che fonde la crisi ambientale con quella sociale. Non esistono due crisi separate, scriveva di suo pugno Bergoglio, ma un’unica sfida socioambientale. “Il grido della terra” coincide con “il grido dei poveri”. Fornendo nuove e solide basi alla relazione delle e dei fedeli con il creato, “la casa comune”, il documento attacca apertamente il paradigma tecnocratico e il mito della crescita infinita come fondamento delle nostre società. Crescita sempre appannaggio di pochi, come testimoniato dal messaggio riportato dei vescovi della Nuova Zelanda: “cosa significa il comandamento ‘non uccidere’ quando ‘un venti per cento della popolazione mondiale consuma risorse in misura tale da rubare alle nazioni povere e alle future generazioni ciò di cui hanno bisogno per sopravvivere’”? Il testo dell’enciclica è stato tanto radicale che, con la proposta di creare un’autorità politica mondiale per la gestione dei beni comuni, ha contribuito al clima politico e culturale che ha accompagnato la stesura dell’Accordo di Parigi. Ma la Laudato si’ non si è limitata alla proposta, è passata all’azione spingendo enormi masse di cattoliche e cattolici a promuovere e alimentare il movimento per il disinvestimento dai combustibili fossili. Non bastano più le condanne morali: le donne e gli uomini di fede, così come le strutture interne alla Chiesa, sono chiamati a usare il capitale come leva politica. Il movimento per il disinvestimento, coordinato dal Movimento Laudato Si’, ha spinto più di 600 istituzioni religiose a tagliare per sempre i ponti con l’industria fossile, eliminando tutti gli investimenti in fondi, aziende e azioni che supportino energie climalteranti. A marzo 2026 i vescovi di Asia, Africa e America Latina hanno nuovamente formalizzato l’impegno a riconsiderare i portafogli diocesani, definendo l’abbandono di carbone, petrolio e gas come un “imperativo morale”. > Non esistono due crisi separate, scriveva di suo pugno Bergoglio, ma un’unica > sfida socioambientale. La Chiesa è scesa dunque in campo e lo ha fatto con una strategia non solo etica ma pragmatica, presentando il disinvestimento come una decisione finanziaria “sana e prudente” per evitare il rischio di riporre ricchezze in asset destinati a perdere valore. In un mondo che va sempre più verso il rifiuto dei combustibili fossili, le istituzioni cattoliche hanno scelto di non restare a guardare: grandi realtà come la provincia gesuita europea e molte diocesi italiane e canadesi hanno già aderito alla mobilitazione. L’obiettivo è influenzare i mercati per una transizione energetica giusta, legando la finanza alla pace e alla tutela per chi ha di meno, che spesso subisce maggiormente gli impatti della crisi climatica. L’eco-Islam e i nuovi monaci della foresta Appena pochi mesi dopo la pubblicazione dell’enciclica Laudato si’, ad agosto 2015 più di sessanta leader e accademici musulmani si riunivano a Istanbul per lanciare il loro grido di battaglia. Il loro pubblico, del resto, consiste in più di 1,6 miliardi di persone in tutto il mondo. La Dichiarazione di Istanbul ha trasformato l’ecologia in uno dei pilastri della fede islamica, e ha definito l’abbandono dei combustibili fossili e la transizione verso energie provenienti da fonti rinnovabili un imperativo morale ineluttabile. Questo movimento sta influenzando una riscoperta delle origini della religione con un inedito interesse ambientale. Il cuore concettuale della presa di posizione dei leader islamici è la nozione teologica di Mīzān, l’equilibrio perfetto e l’armonia divina in cui Allah ha creato l’universo. Una forma di ordine di cui l’essere umano non è padrone assoluto ma khalīfah: custode, vicario. Alla nostra specie è affidato anzi il compito di mantenere questo equilibrio, proteggerlo. Questo approccio alle cose terrene consente di rileggere la crisi climatica come manifestazione fisica della fasād, la corruzione morale e materiale derivata dall’avidità umana che ha spezzato il sacro legame tra uomo e biosfera. Pratiche tradizionali come l’hima – le riserve naturali per il bene pubblico radicate in 14 secoli di storia – o il waqf (le donazioni pie) diventano modelli di conservazione comunitaria che offrono alternative alla legislazione civile. Esempi come il Misali Ethics Project a Zanzibar mostrano la capacità dell’etica islamica di proteggere la biodiversità marina anche dove le leggi statali faticano a imporsi. > La Dichiarazione di Istanbul ha trasformato l’ecologia in uno dei pilastri > della fede islamica, e ha definito l’abbandono dei combustibili fossili e la > transizione verso energie provenienti da fonti rinnovabili un imperativo > morale ineluttabile. L’onda del risveglio spirituale è arrivata anche nelle foreste del Sud-Est asiatico, dove i monaci si sono erti a difesa delle foreste contro i progetti di estrazione fossile. In Thailandia, per contrastare il disboscamento illegale, i monaci celebrano il rito della Buat ton mai: ordinano gli alberi come sacerdoti. Anche solo a livello di immaginario, si tratta di atti potentissimi. Durante la cerimonia le piante più imponenti vengono avvolte nelle vesti color zafferano del Sangha e così consacrate, nel mezzo di canti monastici. In questo modo sono elevate a tutti gli effetti allo status di membri della comunità religiosa. Non si tratta solo di un rito molto suggestivo: la foresta in questo modo diventa uno spazio inviolabile e, in quanto tale, attiva un potente deterrente karmico verso chi voglia violarla. Abbattere un albero “ordinato” equivale ad ammazzare un monaco, con tutte le conseguenze che il karma ne dispone. Oltre l’antropocentrismo: diritti della natura e cosmogonie indigene Ci sono casi in cui l’incontro tra fede e tutela dell’ecosistema diventa dimensione di fusione identitaria. In Amazzonia le grandi religioni stanno assorbendo la sapienza ancestrale delle comunità indigene, che da sempre vivono in comunione con la natura. Movimenti come l’Interfaith rainforest initiative (IRI) riuniscono leader cristiani, musulmani, ebrei e indù intorno ai guardiani della foresta, dando vita a una missione tanto sacra quanto umana: proteggere il polmone verde del pianeta. E farlo secondo una logica per la quale la natura non è più oggetto da gestire, né luogo che ci ospita ma soggetto di diritto, una vera e propria parente della specie umana che, in quanto tale, gode di personalità giuridica. Da questo punto di vista le fedi si sono fatte ponte che ha tradotto le cosmogonie, che considerano fiumi e foreste come antenati, in concetti e linguaggio della giurisprudenza occidentale. La sinergia che ne deriva è uno scudo politico e morale per chi impegna la propria vita a difesa dell’ambiente e identifica la salvezza biologica del pianeta in quella spirituale dell’umanità. Le Faith-based organizations Non si tratta di movimenti dettati dal volontarismo di singoli leader più o meno virtuosi. Stiamo ormai assistendo all’espansione e al consolidamento di una rete capillare di organizzazioni basate sulla fede, le Faith-based organization (FBO), che oggi parlano all’84% della popolazione mondiale. Organizzazioni che scendono in campo, abbandonando il ruolo indugiante di osservatori marginali, e che si propongono come supporto alla governance climatica globale, forti di un peso materiale impressionante: gestiscono circa il 10% delle attività finanziarie del pianeta; possiedono circa l’8% delle terre abitabili. > Le Faith-based organizations gestiscono circa il 10% delle attività > finanziarie del pianeta; possiedono circa l’8% delle terre abitabili. Questa imponente capacità di fare massa critica permette a reti interreligiose come la GreenFaith o il Movimento Laudato si’ di trasformare un mandato morale in una ben più efficace leva di mercato. Come i dati confermano: circa il 35% di tutti i disinvestimenti dai combustibili fossili, a livello globale, proviene da istituzioni religiose, compresi grandi attori come la Chiesa d’Inghilterra o il Vaticano. Organizzazioni religiose che hanno mutato forma, si sono trasformate in movimenti di attivazione diretta, di finanza etica e anche di pressione politica e advocacy istituzionale per raggiungere obiettivi strutturali come l’abbandono globale dei combustibili fossili. Una nuova escatologia Questo risveglio ecologico non è universale. Persistono sacche di resistenza in cui il dogma si fa ancora strumento di tutela dello status quo. Accade ad esempio in Brasile, dove una parte del mondo evangelico più conservatore ha storicamente sostenuto politiche di espansione agricola a scapito dell’Amazzonia, vedendo nel dominio sulla terra un mandato divino incontestabile. Così come negli Stati Uniti, dove influenti settori del cattolicesimo e del protestantesimo ultraconservatore percepiscono l’ambientalismo come una sorta di cavallo di Troia per un’agenda neopagana o globalista, arrivando a etichettare la giustizia climatica come una distrazione dalle battaglie bioetiche tradizionali. Gli esempi fino a qui riportati non sono esaustivi dei dispositivi di fede in quanto tali ma vogliono essere la fotografia di un movimento che sta crescendo sia globalmente sia territorio per territorio, regione per regione. E si sta rafforzando perché riporta alle origini il legame della nostra specie con l’ambiente che la circonda. Esattamente come fa la crisi climatica, ci fa scendere dal piedistallo antropocentrico e ci ricorda che siamo natura nella natura, che la salvezza del nostro pianeta, così come il suo perire, sono la nostra salvezza e il nostro perire. Stiamo assistendo a un processo di secolarizzazione inversa: per secoli la modernità ha spinto il sacro ai margini, oggi la spiritualità sta tornando con vigore a occuparsi della Terra, che si sta delineando come spazio fisico ma anche metafisico in cui si gioca la salvezza. E in cui la protezione del luogo in cui siamo, che lo chiamiamo Creato, Casa comune, Al-Ard, Pṛthivī, Pachamama o biosfera, lungi dall’essere un’opzione morale è un vero e proprio obbligo ontologico. Non c’è spirito che possa salvarsi senza un pianeta che ne ospiti il corpo. > Questo risveglio ecologico non è universale. Persistono sacche di resistenza > in cui il dogma si fa ancora strumento di tutela dello status quo. In questo gioco deve esserci necessariamente qualcuno che vince, che viene tutelato: i più poveri, i Paesi in via di sviluppo. E qualcuno che, per una volta, perde: le lobby fossili, le economie sviluppate intorno all’estrattivismo e all’iperconsumo. È come se una questione di fondamentale giustizia sociale, con l’irrompere della crisi climatica a scompaginare il quadro, stia assurgendo a un rango più elevato. Chi si oppone alla transizione necessaria, a questo punto, ne risponderà in una dimensione umana e storica ma, se ci crede, anche in una metafisica e ultraterrena. E il divino rappresentato da gran parte dei culti non sembra troppo incline a subire il fascino dei dividendi o del greenwashing. L'articolo Nuova escatologia terrena proviene da Il Tascabile.
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Dall’Alaska alla Patagonia di Valeria Barbi
V iaggiare. Penetrare paesaggi e skyline a cui il nostro occhio non è abituato; ammirare flore e faune anomale; entrare in contatto con culture altre, interagire con esse, saggiare le loro usanze, compararle – inevitabilmente – con le nostre. Forse l’unico shock, quello culturale, che ha un effetto positivo: illuminarci sulla necessità di decentralizzare i nostri riferimenti. E poi, viaggiare come conquista interiore e socioeconomica: basta guardare i dati o i trend dei social network per capire come il viaggio sia diventato sempre più status symbol, quantizzato in pacchetti che via via si collezionano per conoscere, per aprirsi; alla stregua di un master, un’esperienza definitiva, quasi mistica, che faccia curriculum e si risolva in crescita personale. Eppure. Eppure ogni beneficio ha un costo, un’altra faccia della luna che forse è l’aspetto più disturbante – e quindi illuminante – che si trae dalla lettura di Dall’Alaska alla Patagonia (2025) di Valeria Barbi. Il libro racconta, nel solco della tradizione del reportage vecchia maniera e senza fronzoli, il viaggio-spedizione attraverso la Panamericana, una dorsale che ha cominciato a essere costruita nel 1923 e che oggi collega l’Alaska con la Patagonia: 30.000 chilometri di strada che la naturalista e giornalista ambientale Valeria Barbi ha percorso con il fotografo Davide Agati sul van aVANscoperta. Un progetto ambizioso e complesso che ha richiesto molta preparazione ed è durato un anno, sei mesi e sette giorni, dal 2022 al 2024. Ma il progetto WANE (We Are Natural Expedition) non è solo un tragitto attraverso la bellezza di quasi tutti i biomi della terra, è anche una riflessione che porta alla luce i costi di ciò che significa viaggiare, e a un’analisi che parte necessariamente da lontano. Nel capolavoro di Joseph Conrad (sto parlando di Cuore di tenebra) l’attenzione del lettore cade a fine avventura sulle nefandezze che l’epoca coloniale – su cui il libro apre uno squarcio piuttosto netto – ha perpetrato nei confronti del mondo non occidentale. Il tema di Conrad è chiaro e sconcertante: con l’arbitraria missione (o copertura) di portare tecnologia a chi non ce l’ha, si rastrellano risorse utili per la spinta economica e la fame di crescita della vecchia Europa. Un monito che, grazie alla letteratura, ha sicuramente raggiunto migliaia di lettori e generazioni di studenti. Ma Cuore di tenebra non si limita a una fotografia, per quanto lucida, di un rischio all’epoca ancora assai poco nitido. No, in Conrad c’è una morale altissima proprio legata alle due parole più note di quel libro “L’orrore, l’orrore” che il commerciante d’avorio Kurtz pronuncia prima di morire sull’imbarcazione che lo sta riportando in patria. Quella parola, orrore, non è un epitaffio statico, non è la constatazione di un dato di fatto. È una parola mobile, un messaggio che Kurtz formula con estrema chiarezza e forza affinché arrivi fino alle vie più illuminate, magnifiche e progressive di Londra. Una chiamata umanitaria che, in parole semplici, metta in guardia l’Occidente sul suo modus operandi, che analizzi il rapporto tra fini e mezzi. > La Panamericana oggi collega l’Alaska alla Patagonia, 30.000 chilometri di > strada che Valeria Barbi ha percorso con il fotografo Davide Agati. Un > viaggio-spedizione che attraversa quasi tutti i biomi della terra, durato un > anno, sei mesi e sette giorni. La sfortuna di Kurtz, e dell’intero Occidente, però, è che a raccogliere questo messaggio, a fare da testimone, c’è un uomo per sua stessa ammissione mediocre, infine pavido, incapace di capirne veramente il significato. E la dimostrazione è nel bellissimo finale, spesso derubricato a coda melensa, in cui però sta il centro tematico di tutto il libro. Charles Marlow, marinaio e narratore della storia, è tornato a Londra e si trova di fronte alla compagna senza nome (perché ha il nome e cognome di tutti noi) di Kurtz che gli chiede conto e conforto delle ultime parole dell’amato. Il marinaio mente: “L’ultima parola che pronunciò fu il suo nome”. In quel momento Marlow perde un’occasione, lui e tutto l’Occidente: guardarsi in faccia, conoscersi, esaminare la propria coscienza ed eventualmente correre ai ripari. E, se nella finzione libresca questo messaggio non arriva a destinazione, nelle intenzioni di Conrad c’era quella di ridefinire il significato della sua storia, facendo di quel libro il messaggio stesso. Il crepuscolo di un nero plumbeo che ospita le ultime righe ne è la plastica e fosca dimostrazione. Di questa morale in movimento si resero ben conto Francis Ford Coppola e soprattutto John Milius scrivendo Apocalypse Now (1979). Qui il Libero Stato del Congo (libero più o meno, dato che era il controverso regno privato di Leopoldo II del Belgio) diventa il Vietnam; il fiume Congo diventa il Nung; Kurtz diventa colonnello e il marinaio Marlow diventa il maggiore Willard. L’Occidente ha già spostato il suo baricentro attraversando l’Atlantico e il colonialismo di inizio secolo ha nel frattempo varcato la soglia dell’esportazione della democrazia. Nell’iconico finale della versione cinematografica, Kurtz non muore da sé per malattia ma, anzi, invita Willard ad abbatterlo, come il toro sacrificale che si vedrà morire nelle scene immediatamente successive. In questo momento c’è tutta la grandezza tematica e morale del film (e dei suoi autori): il maggiore Willard, infatti, dopo l’esecuzione si assicura di prendere gli scritti del colonnello – le sue memorie, il suo lascito – e poi, affacciandosi mezzo in luce mezzo in ombra sulla popolazione e i suoi soldati, depone l’arma, scende le scalinate della fortezza di Kurtz e prende uno a uno i suoi uomini per tornarsene a casa. Questa volta il messaggio deve essere recapitato. E arrivare a tutti. > In un periodo caratterizzato al contempo dalla crisi ecologica e da un diffuso > desiderio di entrare in contatto con la cosiddetta natura incontaminata, si > corre il rischio di compromettere ecosistemi unici e fragili per mera > curiosità o tendenza al presenzialismo. Anche la Panamericana è un’interminabile discesa nel cuore di un Paese. E per questo, il libro di Barbi è un oggetto intelligentemente capzioso, soprattutto nelle intenzioni dell’editore che, fin dal titolo, passando per la foto di copertina e la malizia della quarta, accalappia il lettore come nettare di pianta carnivora. E meno male. Perché l’autrice, con un lavoro di cesello, lo tiene attaccato fino a quando arriva il momento di mettere le cose in chiaro. Il suo non è un reportage fatto a uso e consumo della sognante immaginazione dei lettori-viaggiatori, di coloro che si aspettano lande immacolate e selvagge come quelle della copertina. Non è il resoconto di fantastiche scoperte (anche interiori) attraverso un’iconica strada. Non è un invito a prendere zaino e buona volontà e fare come loro per assurgere all’illuminazione di cui va in cerca ogni pellegrino contemporaneo. O meglio: è tutto questo ma è molto di più, perché Valeria Barbi non si scorda né di Conrad né di Coppola, e non vuole ripetere l’errore di Charles Marlow. La loro è, a tutti gli effetti, una discesa nel cuore nero dello sfruttamento, tra gli angoli sporchi della cambusa dell’Occidente, lungo sette tappe che dividono il suo reportage in capitoli e che vanno da “L’ultima Frontiera dell’Alaska” a quella che “Non è la fine del mondo” tra Cile e Argentina, passando per il Messico, il Guatemala, El Salvador, il Nicaragua e la Costa Rica, la Colombia e l’Ecuador, la Bolivia saltando, curiosamente, gli Stati Uniti. I problemi di cui Barbi in questo lungo percorso si fa testimone e portavoce sono tanti: alcuni noti, come povertà e crisi ambientale (due facce della stessa medaglia), sfruttamento, corruzione; altri meno, come la perfida forma di simbiosi tra gli allevamenti intensivi e il narcotraffico: > Nonostante il Petén appaia di primo acchito come un’enorme distesa verde […] > tra il 2001 e il 2023 questa regione ha perso il 33% della sua copertura > forestale […]. A guidare il processo di deforestazione sono agricoltura e > allevamento di bestiame, con un’ampia partecipazione dell’industria del > narcotraffico. […] Insieme alle mucche, a seconda del paese, arrivano le > infrastrutture per la coltivazione della coca, la raffinazione e il trasporto, > dando vita a quel fenomeno noto come narcoganaderia. (Dall’unione delle parole > che in spagnolo indicano la droga narco e l’allevamento ganaderia). Questa > forma di allevamento illegale è funzionale al controllo del territorio e > permette ai trafficanti di droga di sviluppare infrastrutture per ricevere la > cocaina che arriva da altre regioni del Sud America per via aerea o marittima, > immagazzinarla e spedirla principalmente negli Stati Uniti e, da lì, al resto > dell’Occidente. E poi c’è un ulteriore aspetto che ha a che fare con l’essenza del viaggio stesso, del libro stesso. È un riflesso che spunta tra le pagine e prende corpo via via come una domanda che sibila (e che non poteva esserci in Conrad): per quanto attento e arricchente, il segno che il contemporaneo mito del viaggio lascia sugli ambienti naturali e le popolazioni locali, non è esso stesso una forma di colonialismo mascherato, certamente più gentile ma non meno impattante e vincolante? > L’inquinamento da microplastiche è stato rilevato persino nella regione > sud-orientale delle isole Galapagos dove il nostro leone marino stabilisce le > sue principali colonie riproduttive, tanto che un recente studio ha > evidenziato come, su 180 campioni di feci analizzate, ben il 37% presentasse > 81 diverse tipologie di microplastiche di diversa forma e dimensione che > venivano assunte attraverso la catena alimentare, proprio come accade anche a > noi. Di queste microplastiche, il 69% era riconducibile a fibre tessili > utilizzate per produrre i costumi da bagno, materiale da pesca e imballaggio. Ecco, dunque, che in un momento storico caratterizzato da un lato da una crisi ecologica senza precedenti e, dall’altro, da un diffuso desiderio di entrare in contatto con la cosiddetta wilderness ‒ la “natura incontaminata” ‒ il rischio è quello di violare ecosistemi irripetibili nella loro storia evolutiva per mera curiosità o tendenza al presenzialismo. > Come per Joseph Conrad e Francis Ford Coppola, anche quella di Valeria Barbi è > una discesa nel cuore nero dello sfruttamento, tra gli angoli sporchi della > cambusa dell’Occidente. Viaggiare è certamente una possibilità che ha come principale e positivo effetto quello di aprire la mente, sensibilizzare, conoscere. E certamente, con il giusto reportage, come quello di Barbi, anche chi non può o non vuole viaggiare è invitato a riflettere su certe abitudini all’apparenza innocue o “salutari” ma di fatto devastanti (tipo comprare l’avocado per colazione). D’altra parte, però, la società del viaggio esercita anche e inevitabilmente una nuova forma di sopruso. Dunque? Che fare? Ci sono due cose, dice Barbi, che ci possono salvare. La prima è l’empatia, e la consapevolezza che ogni volta che ci muoviamo ci arricchiamo di qualcosa ma depauperiamo chi quel qualcosa ce lo dona: > chi si occupa di natura non lo fa mai solo per lavoro. È una vocazione. Una > questione estremamente personale che ti fa vedere tutto in modo diverso, > compreso il comportamento di chi ti circonda e che diventa spesso motivo di > riflessione: se nobile, cerchi di replicarlo e raccontarlo al meglio a più > persone possibile, se riprovevole, cerchi il modo migliore per attenuarne gli > effetti ed evitare che si compia ancora. Il dolore delle altre creature, siano > esse animali, piante o funghi, diventa un po’ anche il tuo dolore. L’empatia è > un processo che tende a divenire totalizzante. La seconda è la speranza, la necessità di credere nella forza del mondo. Barbi sceglie di chiudere il libro non con le sue parole ma con quelle di Atreyu e Gmork, nel dialogo disturbato dagli inquietanti sussulti di una Fantàsia sul punto di crollare: “Perché Fantasia muore?” “Perché la gente ha rinunciato a sperare. E dimentica i propri sogni. Così il Nulla dilaga.” “Che cos’è questo Nulla?!” “È il vuoto che ci circonda. È la disperazione che distrugge il mondo, e io ho fatto in modo di aiutarlo.” “Ma perché?!” “Perché è più facile dominare chi non crede in niente. E questo è il modo più sicuro di conquistare il potere.” L'articolo Dall’Alaska alla Patagonia di Valeria Barbi proviene da Il Tascabile.
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Ecofascismo
L a Sicilia mangiata dal mare, uno spettacolo che non può lasciare indifferenti. Come pure, qualche anno fa, l’Emilia sotto l’acqua. La Liguria spazzata dai tifoni, e più ancora, allargando lo sguardo, le inondazioni che ormai si registrano un po’ ovunque, il caldo torrido, i freddi gelidi, le nevicate esagerate e le piogge torrenziali, che affogano la terra essiccata da mesi di siccità. La geografia della crisi climatica sta acquisendo terreno un po’ ovunque, modificando gli equilibri ambientali, certo, ma anche sociali. Soprattutto perché, se fino a poco tempo fa ‒ una decina di anni e poco più ‒ si credeva che fosse ancora possibile ignorarla, oggi la sua presenza è troppo centrale per farlo. Al punto che persino quelle correnti politiche più conservatrici e storicamente meno propense a considerarla ora non riescono a fare a meno di parlarne, inserendola come voce nella corsa elettorale. Anzi, stiamo addirittura assistendo a una modifica radicale della tematica ecologista: non è più una questione progressista, minoritaria e naïf, ma una nuova nicchia di mercato politico da cui anche le utradestre vogliono attingere. Ecofascismo è un termine coniato negli ultimi vent’anni che rimanda in modi diversi all’adesione tra le ideologie autoritarie e la proposta di tutela dello stato dell’ambiente. Negli ultimi anni la loro presenza si è fatta più incisiva, recuperando le tradizioni già presenti nel nazismo (in cui la fusione tra preoccupazione per l’ambiente e razzismo era massimizzata dalla concettualizzazione della purezza del territorio e della popolazione) e inserendole nell’economia di mercato. L’ecofascismo contemporaneo è completamente liberale: incentrato sull’incentivo di flussi economici e drenaggi di risorse grazie all’economia bellica, attribuisce tutta la responsabilità dell’inquinamento alle popolazioni dei Paesi periferizzati, definiti Sud del mondo, e all’immigrazione che origina da quei territori. Infatti, nell’economia di guerra, l’ambiente è una voce sacrificabile, quasi una nota a margine. E non solo perché il comparto bellico inquina nella produzione, ed è infatti responsabile di circa il 5,5% delle emissioni GHG, ma anche perché qualsiasi prodotto da esso generato ha come scopo la distruzione. Si vede ad esempio nelle previsioni disastrose sulle ricostruzioni. Come a Gaza dove, tra i tempi di rimozione delle 50.000 tonnella di macerie, stimati intorno ai 15 anni, e i costi esorbitanti per farlo ‒ stimati intorno ai 53 miliardi di dollari ‒, quasi si perde la dimensione di come l’impatto di bombardamenti e distruzione di edifici, flora e uccisione di animali non umani possa aver compromesso la vivibilità dell’ambiente. Nel pensiero ecofascista, il volume della storia è molto breve, pensato per connettere fatti in maniera inversa (secondo questo pensiero, l’immigrazione non è conseguenza ma causa del depauperamento ambientale) e, soprattutto, per farlo in una parentesi temporale da cui sono espulsi i processi storici. L’ecofascismo, anche nelle sue forme più criptiche, quindi non dichiarate come tali, si modella proprio su questa distribuzione iniqua sia delle pseudocause sia delle soluzioni. E infatti ripete spesso proposte neomalthusiane, secondo le quali l’unico modo per ridurre il degrado dell’ambiente sarebbe il controllo della popolazione. Un controllo ipotizzato in maniera selettiva, che colpisce direttamente alcuni Paesi che non solo sono popolosi, ma anche potenziali concorrenti nel predominio economico occidentale. Il problema viene infatti identificato con Stati come Cina e India, della cui popolazione l’ecofascismo desidera una drammatica riduzione. > Persino quelle correnti politiche più conservatrici e storicamente meno > propense a considerare la crisi climatica ora non riescono a fare a meno di > parlarne, inserendola come voce nella corsa elettorale. Si tratta di una volontà “ecologista” che considera l’ambiente ‒ e la vita ‒ come un privilegio bianco. Naomi Klein, non a caso, parla dell’ecofascismo come di quella corrente di pensiero e azione che promuove l’“ambientalismo attraverso il genocidio”. L’ambiente, come contesto, rimane infatti sul piano simbolico: uno spazio chiuso, idilliaco, da proteggere e rinnovare attraverso la distruzione di un nemico. Il confine dell’ambiente diventa quello dell’espulsione, il punto focale di rincontro tra spazio e razzializzazione. La crisi climatica, oltre a funzionare da esasperatore delle diseguaglianze sistemiche, viene usata come argomentazione che legittimi le ideologie alla base di quelle stesse fratture. Già nelle sue prime espressioni novecentesche l’ecofascismo lega in maniera indissolubile natura e identità nazionale. Nella prospettiva dei fascismi ambientali ‒ e dei loro affini ‒ l’ambiente è un concetto limitato, afferente a uno spazio chiuso e scisso da tutto il resto, a sua volta suddiviso in vari “ambienti” in funzione del tipo di autorità a cui sono sottoposti. L’adesione tra ambiente e territorio dello Stato è assolutizzata, voluta proprio per corroborare il presupposto sostanziale degli ecofascismi e cioè che la maggior minaccia per l’ambiente è “l’esterno”. Prima di compiere la sparatoria a Christchurch, Brenton Tarrant pubblicò un manifesto online in cui faceva riferimento diretto all’ecofascismo, esprimendo l’idea che cultura e razzializzazione siano equipollenti, che la cultura sia proprietaria degli ambienti e che, perciò, l’azione contro una presenza culturale “differente” sia da considerarsi legittima. L’attentato ecofascista e suprematista contro la moschea di Christchurch di Brenton ha portato alla morte di 51 persone. Perciò, mentre i poteri egemoni continuano a invadere con attività estrattive e predatorie, nella retorica ecofascista tutto ciò che non è Occidente bianco viene descritto come minaccia attiva. Il processo di alterizzazione, di costruzione dell’altro, si lega all’attaccamento ambientale, all’identificazione e costruzione di una popolazione interna minacciata da un’aggressione esterna che, perciò, è considerata anche una minaccia all’ambiente. Nel ricircolo delle idee, infatti, ogni prospettiva autoritaria, avvicinandosi esteticamente ad alcune cause sociali, cerca di rendersi più appetibile e anzi, di proiettare un’immagine di cura e sicurezza agli occhi della popolazione considerata interna. Una modalità affine a quella femonazionalista, che usa i corpi delle donne come corpi della nazione, alimenta la xenofobia fingendo che la violenza di genere sia un problema legato alla migrazione e spinge perciò verso politiche di espulsione ostentando di agire nel nome delle donne. O di chi, nella prospettiva biologista, bianca e binaria viene considerata tale. Il Mediterraneo è l’ambiente simbolo di queste derive. Un ambiente sempre più ferito dalla crisi climatica, uno spazio militarizzato e turisticizzato, ma al contempo abbandonato, in cui le soggettività in transito vengono lasciate morire nel nome della protezione di una comunità interna. L’ecofascismo, infatti, interrompe sul nascere le relazioni. La connessione e la solidarietà sono indicate come il nemico sostanziale dell’autorità e, perciò, vengono presentate come lesive di ambiente e autonomia. Infatti, l’esterno è lo spazio che contiene anche la potenziale concorrenza ‒ di potere ‒ che deve essere rimossa preservando sia il sistema degli Stati-nazione, sia quello del capitalismo. > L’ecofascismo lega in maniera indissolubile natura e identità nazionale. L’ecofascismo lega in maniera indissolubile natura e identità nazionale. Il che è in netto contrasto con l’ecologismo, e cioè il modello politico che deriva dall’ecologia, ovvero la scienza che studia le relazioni tra l’ambiente e chi lo abita. Essendo le relazioni il fulcro della materia, dovrebbero esserlo anche della politicizzazione. L’afflusso logico però si interrompe bruscamente scontrandosi con gli ostacoli che derivano dal tipo di cultura che predomina nel sistema capitalista, incentrata sull’interesse utilitario e strumentale, che considera valido e interessante tutto ciò che genera un profitto per alcuni spazi di potere: i centri di accumulo. Quelli che dell’ecologia si sono sempre curati poco e male, ma che ora la vedono come nuovo carburante per alimentare i propri processi di crescita materiale. Un tratto non secondario dell’ecofascismo è che può essere criptato e mutuato. Non solo da chi il fascista fa ma non si dichiarerebbe mai tale, dai gruppi di estrema destra alle fazioni più immediatamente ascrivibili a quella espressione politica, ma anche da altri poli politici. Le sinistre liberali, ad esempio, hanno e continuano ad approcciarsi alla crisi climatica con modalità decisamente affini, proprio perché non escono dalla cornice del capitalismo. Invece di contrastarlo lo promuovono, finendo così per pavimentare l’avanzata più reazionaria e mantenere salde le politiche xenofobe. Il tutto accade in un contesto fosco. Le destre ecofasciste si confrontano, e a volte coincidono, con quelle negazioniste e complottiste, per le quali la crisi climatica non esiste o è un progetto di destabilizzazione politica orchestrato da ignoti poteri forti e sotterranei. Anzi, quelli che potrebbero sembrare poli opposti finiscono con l’essere sfumati a seconda del sentire del momento: ciò che genera profitto elettorale vale più dell’idea in sé. Così la fluidità prende il sopravvento, permettendo convivenze assurde e ossimori. Non a caso, la negazione della crisi viene rivendicata dalle stesse persone che parlano della sovrappopolazione come un problema climatico, le stesse che chiudono i confini cercando di renderli più ermetici possibile mentre si impegnano nell’invasione di altri territori. È il caso di Marine Le Pen che con la sua idea di “ecologismo patriottico” enfatizza la minaccia ecologica come una rischio per lo Stato innescato dalla migrazione. L’etnonazionalismo trasforma i problemi globali in conflitti tra gruppi separati da confini, e propone come soluzione la chiusura di questi, con annesso controllo serrato sulla popolazione interna. Dal fascismo verde, quindi, non arriva solo la legittimazione all’espulsione, ma anche alle ideologie suprematiste e quindi all’uccisione programmatica, proprio grazie alla costruzione concettuale del corpo invasore da allontanare per proteggere un equilibrio identificato come “naturale”. > Le destre ecofasciste si confrontano, e a volte coincidono, con quelle > negazioniste e complottiste, per le quali la crisi climatica non esiste o è un > progetto di destabilizzazione politica orchestrato da ignoti poteri forti e > sotterranei. Un frangente aggressivo in cui si colloca, pur sembrando ossimorico, il “petromachismo”, descritto da Cara Daggett del dipartimento di Scienze politiche della Virginia Tech (Virginia Polytechnic Institute and State University), ovvero la relazione tra una maschilità egemone e predatoria e le spinte ecocide, che avanza di pari passo con un machismo che promette soluzioni alla crisi attraverso metodi forti, violenti e suprematisti. Due volti dello stesso viso, che acquisiscono ‒ letteralmente ‒ terreno promuovendo una versione elitaria dell’ecologia, messa al servizio della ricchezza e di chi la amministra. La diseguaglianza, in questa cornice, è chiaramente progettata e ricercata per mantenere il divario decisionale e di potere sia nelle relazioni tra soggettività umane sia in quelle non umane. Nel progetto ecologista fascista, infatti, le soggettività non umane non sono contemplate se non come merce e come strumento. Alcune specie vengono elette a specie nazionali, da “difendere”, mentre altre, sono considerate “aliene” e per questo pericolose. Il punto non è tanto la reale interazione tra le specie, quanto la costruzione dell’altro come nemico. Anche perché molte di queste interazioni avvengono come conseguenza di azioni compiute dall’essere umano. Soprattutto nel campo produttivo, che ha da sempre promosso l’importazione forzata di specie messe a reddito. Così, anche lo specismo viene usato in una forma particolarmente xenofoba, che ramifica ulteriormente il senso di nazionalizzazione instillato da questi movimenti che fanno dell’ambiente un territorio ideologico chiuso. La sedimentazione di questa percezione crea un ulteriore bacino estrattivo semantico: dalla furia contro le soggettività non umane non autoctone, si ricava altro materiale per scatenarla contro quelle umane. In un circolo vizioso che, all’atto pratico, ha come unico scopo la stabilizzazione di nuove forme di imperialismo climatico. L’ecologismo di destra, anzi, finisce con l’essere l’apripista impensabile verso le derive autoritarie ed ecocide. Promuovendo una percezione della crisi come fattore esterno, causato da altri soggetti, statali e individuali, nutre la convinzione che la soluzione sia un ripiegamento interno, una protezione che aderisce totalmente all’idea di Stato-nazione. Il che spinge verso una deriva autarchica, ovvero verso il raggiungimento di una sorta di indipendenza e autonomia paradossalmente agganciata all’economia globale e, quindi, con tutti i vizi di forma che la rendono non un’autosufficienza, ma una gestione centralizzata di risorse il cui accumulo si realizza al di fuori della materialità dello Stato. L’imperialismo climatico si fonda infatti sull’acquisizione di terre a scopo produttivo ed energivoro. Per realizzarla è necessaria l’estensione dei confini dello Stato, con accordi o acquisizioni, ma anche con interferenze governative o corruzioni di vario tipo. Così, i confini diventano porosi per i flussi che dal “dentro” spingono verso il “fuori” in termini di esercizio di sovranità ‒ politica, militare ed estrattiva ‒, e per quelli dal “fuori” vanno verso il “dentro” che prevedono l’acquisizione e la spesa di risorse, mentre si solidificano in entrambe le direzioni quando si tratta di attraversabilità e diritto. > L’ecologismo di destra finisce con l’essere l’apripista verso le derive > autoritarie ed ecocide. L’ecologismo di destra estrema è costruito su questo doppio standard, sulla misura del paradosso anche a livello concettuale. Infatti, oltre a predare i territori che non appartengono all’influenza di quello Stato, nell’usare l’idea della migrazione come spiegazione sacrificale di tutti i mali, nasconde un’altra forma di predazione tipica del capitalismo, e di ogni forma politica che lo formalizzi, ovvero quella delle periferie. Se l’esterno è considerato territorio periferizzato, lo stesso si può dire di molti ambienti “interni”, territori svalorizzati dalla prospettiva della vivibilità, ma altamente profittevoli da quella estrattivista, vengono continuamente messi a reddito, acquisendo tutte le risorse necessarie, siano queste forza lavoro, spazio, ambiente ecc., per alimentare l’arricchimento del centro, compreso quello dei sistemi e delle proposte ecofasciste. Un aspetto riscontrabile in tutte quelle proposte che promettono guadagni in termini di sostenibilità a patto che vi sia una previa e abbondante distruzione ambientale, che alle comunità che abitano quei territori piaccia o meno. La proposta ecofascista si vede in tutte quelle pianificazioni infrastrutturali che, invece di lavorare con il territorio per dare reale sollievo al sistema ambientale, agiscono su di esso, amministrandolo come se fosse un asset, materiale e retorico. L’impostazione autoritaria si palesa quindi nella repressione del dissenso che si genera alla luce di queste proposte e di questi progetti, con una violenza militarizzata continua, prodotta sia con la repressione fisica sia con quella burocratica e legale, allo scopo di sventrare le possibilità di resistenza delle singole soggettività dissidenti, sottoponendole alla minaccia del carcere, del tribunale e delle spese che qualsiasi difesa legale comporti. A testimonianza di questi inasprimenti concorrono le prese di posizioni sempre più vigorose nei confronti delle persone attiviste per il clima, le cui azioni vengono progressivamente ascritte all’ambito semantico e giuridico del terrorismo. L’ecofascismo non è solo una prospettiva all’orizzonte ma è già una realtà in molti Paesi. Una manifestazione abbellita da tinte verdi e proposte sostenibili ‒ ovvero che si impegnano a mantenere lo stato delle cose, non certo a cambiarlo ‒ che di fatto hanno pavimentato la strada per nuove estensioni imperialiste, belliche ed ecocide. L'articolo Ecofascismo proviene da Il Tascabile.
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La terza via delle foreste
È il 22 settembre 1989. In Europa centrale e orientale sta per esplodere quello che sarà ricordato come “l’Autunno delle nazioni”, una stagione di enormi stravolgimenti politici e sociali che porterà alla caduta del muro di Berlino e al rovesciamento dei regimi del blocco sovietico. In una tranquilla valle slovena, un gruppetto di persone è seduto a semicerchio all’interno di un bosco di faggi e abeti. Discutono animatamente. Parlano di futuro, stabilità, diversità. Tutti, sulla pelle, sentono brividi di entusiasmo. Nell’oscillare di rami e foglie riconoscono la brezza di un cambiamento possibile. A Robanov Kot, remoto villaggio di pochi abitanti della valle Savinja, non è riunito un gruppo di rivoluzionari pronti all’azione. O meglio, si tratta in effetti di rivoluzionari che vogliono imprimere un netto cambio di passo, ma non parlano di rovesciare regimi autoritari (forse anche di quello, ma nelle pause e probabilmente sottovoce). Sono un gruppo di studiosi di selvicoltura ed ecologia forestale che hanno da tempo in testa di lanciare e diffondere un approccio innovativo nel modo di gestire i boschi del Vecchio continente, proponendo un necessario ribilanciamento tra economia ed ecologia. > La selvicoltura si potrebbe definire come l’insieme delle tecniche e degli > approcci che consentono la coltivazione dei boschi, con l’obiettivo di > generare servizi ecosistemici utili alla società. In quel lontano giorno del 1989 viene fondata Pro Silva Europa: un’associazione, oggi diffusa in 25 Paesi (in Italia dal 1996), che promuove attivamente una selvicoltura “close to nature” (prossima alla natura). Per capire perché questo momento sia così importante, è prima necessario aver chiaro di cosa parliamo quando parliamo di selvicoltura. Di cosa parliamo quando parliamo di selvicoltura Semplificando, la selvicoltura si potrebbe definire come l’insieme delle tecniche e degli approcci che consentono la coltivazione dei boschi, con l’obiettivo di generare servizi ecosistemici utili alla società. Non solo legno, ma anche tanto altro: tutto ciò che, tramite la gestione attiva di un’area forestale, può portare benefici diretti o indiretti al nostro vivere, come la possibilità di fruizione turistico-ricreativa, il mantenimento di un particolare paesaggio, la prevenzione dagli incendi, la raccolta di prodotti selvatici, la protezione di nuclei abitati e infrastrutture dalla caduta di massi o valanghe, la conservazione attiva di habitat e specie a rischio. La spinta ideale del gruppo riunito a Robanov Kot nasce da una constatazione di fondo sullo stato delle foreste europee, che risentono dei lasciti di oltre un secolo e mezzo di “selvicoltura finanziaria” applicata su larga scala e votata alla massima produzione legnosa. I boschi, secondo la Scuola sassone di Tharandt (che ha dato il via, nel 1811, alle scienze forestali in Europa), andavano gestiti in base al principio del massimo reddito netto e in funzione delle esigenze dell’industria del legno. Ciò ha spesso portato alla sostituzione delle foreste locali, dove prevalevano latifoglie miste, con impianti artificiali di specie più redditizie: pino silvestre e soprattutto abete rosso. Questa impostazione è ovviamente da collocare in un preciso contesto storico, quello tedesco e in generale europeo dei primi dell’Ottocento, di grande fermento industriale. Serviva tanto legname e in modo costante nel tempo: le neonate scienze forestali erano state chiamate a trovare un modo per produrlo e lo avevano efficacemente ideato, pensando ai boschi quasi come a campi agricoli. Se questa concezione ha avuto il merito di risolvere le necessità dell’industria, da essa è derivata anche una sempre maggiore fragilità delle foreste, resa evidente soprattutto da schianti da vento e massicci attacchi di insetti, ma anche dalla costante diminuzione di numerose specie. In pratica, una scarsa funzionalità ecologica data da boschi eccessivamente artificializzati. > Per molto tempo le foreste sono state gestite in base al principio del massimo > reddito netto e alle esigenze dell’industria del legno. Ciò ha spesso portato > alla sostituzione delle foreste locali con impianti artificiali di specie più > redditizie, come pino silvestre e abete rosso. I forestali riuniti a Robanov Kot, cresciuti professionalmente nel secondo dopoguerra, quando le scienze forestali hanno iniziato a interrogarsi seriamente sui problemi appena descritti, pensano di contribuire a risolverli attraverso un’operazione prima di tutto culturale: promuovere un modo di gestire i boschi che continui a essere produttivo e adatto ai bisogni della società, ma che si ispiri alle dinamiche di funzionamento delle foreste naturali. L’idea del professor Dušan Mlinšek dell’Università di Ljubljana, già presidente della IUFRO (International Union of Forest Research Organizations), è di lanciare un appello a tutti i forestali europei convinti della necessità di un’innovazione in senso naturalistico. È lui, insieme ad altre figure di spicco della selvicoltura europea come Brice de Turckheim, un proprietario e consulente forestale francese, a organizzare l’incontro del 1989 a Robanov Kot. La dichiarazione con cui Pro Silva decide di presentarsi al mondo è breve, ma al tempo stesso densa, critica e visionaria: > Promuoviamo un movimento, a livello europeo, per foreste stabili, sane e > produttive. Riteniamo che l’economia forestale tradizionale debba evolvere > verso una gestione globale dell’ecosistema, al fine di garantirne la > produttività e la stabilità. L’opzione di una selvicoltura paziente e > rispettosa delle leggi naturali favorisce la diversità, lo sviluppo > sostenibile, la ricchezza strutturale e la rinnovazione naturale delle foreste > composte da specie adatte alle stazioni. Linee guida, con una “r” in più 27 luglio 2023. Trentaquattro anni dopo la nascita di Pro Silva e a seguito di centinaia, forse migliaia tra convegni, seminari e soprattutto escursioni tecniche organizzati dalle varie diramazioni locali dell’associazione, accade qualcosa che probabilmente i padri fondatori riuniti in Slovenia non avevano neppure osato immaginare. La Commissione Europea pubblica delle Linee guida che prendono il nome proprio dal concetto chiave ‒ “selvicoltura close to nature” ‒ coniato nel documento fondativo del 1989. Un grande segnale, che dimostra come quel gruppo di esperti avesse visto lontano. > Non è facile rinunciare di punto in bianco a modelli che hanno garantito > benessere attraverso la produzione massiccia di una materia prima rinnovabile, > il legno, che ci serve e ci servirà sempre più nel prossimo futuro. C’è però un problema, o meglio, una differenza quasi impercettibile che tuttavia genera da subito un acceso dibattito: è stata aggiunta una lettera, una “r”. Il documento europeo si chiama infatti: “Guidelines on closer-to-nature forest management”.  Closer, non close. “Più vicina”, non “vicina”. Anche se può sembrare una questione di lana caprina, non lo è affatto. Quella “r”, in aggiunta al classico “close to nature” promosso da Pro Silva, è stata determinante per far avallare le Linee guida anche dai Paesi nordeuropei dove, molto più che nella parte centrale e soprattutto meridionale del Vecchio continente, la gestione è ancora fortemente di stampo agronomico. Vasti boschi, in queste zone, sono ancora oggi coltivati in modo analogo a monospecifici campi di mais: si piantano, crescono, si tagliano, si ripiantano. Molte meno le attenzioni alle dinamiche ecologiche, alla rinnovazione spontanea, alla diversità specifica e strutturale tipica di un bosco naturale. Ma ultimamente, anche in queste piantagioni si sono resi evidenti numerosi limiti, che hanno iniziato a porre profondi interrogativi. Problemi crescenti amplificati della crisi climatica, come tempeste di vento, attacchi di patogeni, vasti incendi, ma anche livelli di biodiversità sempre più in calo. Tuttavia, in questi Paesi l’economia forestale è ancora oggi trainante: non è certo facile, in questi contesti, rinunciare di punto in bianco a modelli che hanno garantito benessere attraverso la produzione massiccia di una materia prima rinnovabile, il legno, che ci serve e ci servirà sempre più nel prossimo futuro. L’utilizzo del termine closer (e non close) è stato ritenuto più accettabile perché indica un cammino graduale da intraprendere: non selvicoltura prossima alla natura in senso stretto ‒ qui e ora ‒ ma più vicina rispetto alla situazione attuale. Un percorso in divenire quindi, da compiere passo dopo passo, di cambiamento in cambiamento. Se da un lato l’aggiunta della “r” può indubbiamente celare un’accettazione solo parziale dell’approccio, dall’altro esorta tutti gli attori coinvolti a ragionare, pragmaticamente, su quali singole azioni si possono implementare, da subito, per muoversi nella direzione di un cambio di rotta ritenuto indispensabile per conservare le biodiversità forestale e rendere le foreste più resistenti e resilienti anche riguardo agli effetti della crisi climatica. Ma a parte l’aggiunta della “r”, perché si è sentita la necessità di scrivere e pubblicare queste Linee guida? Due strategie in dialogo La necessità deriva dalla pubblicazione di due importanti Strategie europee che devono necessariamente dialogare tra loro: la “Strategia dell’UE sulla biodiversità per il 2030” e la “Nuova strategia dell’UE per le foreste per il 2030”. L’approccio “closer to nature” è stato riconosciuto come una sorta di collante capace di tenere insieme le sfide di entrambe: conservazione della biodiversità, adattamento al cambiamento climatico, produzione continua di materia prima rinnovabile e di altri servizi ecosistemici necessari alla società. Nelle Linee guida europee il concetto di gestione forestale “closer to nature” viene descritto come un “grande ombrello concettuale” che riunisce tutti gli approcci che mirano a rafforzare biodiversità, resilienza e capacità di adattamento climatico delle foreste attivamente gestite. > Elementi che in passato erano ritenuti inutili, se non addirittura dannosi, > come gli alberi senescenti e il legno morto in piedi e a terra, oggi sono > riconosciuti come fondamentali per la conservazione della biodiversità. I principi fondanti sono, ad esempio, la conservazione di “alberi habitat” (alberi senescenti e ricchi di microhabitat come ferite, cavità, fessure o parti di legno in fase di degradazione) e, più in generale, del legno morto in piedi e a terra: elementi che in passato erano ritenuti inutili se non addirittura dannosi, ma che oggi sono riconosciuti come fondamentali per la conservazione della biodiversità (basti pensare che le cosiddette specie saproxiliche, che dipendono cioè dal ciclo del legno morto, rappresentano il 30% circa delle specie normalmente riscontrabili nei boschi). Altri elementi cardine dell’approccio sono la promozione delle specie arboree autoctone e della loro diversità genetica; l’incentivo alla rinnovazione naturale da seme; la valorizzazione dell’eterogeneità strutturale dei boschi; la riduzione degli interventi di gestione intensiva; il sostegno all’eterogeneità del paesaggio forestale. Queste misure, secondo la Commissione, dovrebbero essere urgentemente inserite in un disegno strategico che preveda un bilanciamento tra le attività produttive e quelle utili alla conservazione di ambienti forestali ricchi di biodiversità. Quella “r” aggiunta al concetto di “close to nature”, insomma, non deve essere letta come una scusa per rallentare, ma piuttosto come uno stimolo per dare gambe, il più presto possibile e in modo pragmatico, alle sfide contenute nelle due strategie europee: passo dopo passo, attraverso una coraggiosa azione politica. Tra segregazione e integrazione A redigere le Linee guida per una selvicoltura più vicina alla natura sono stati chiamati numerosi esperti da tutta Europa insieme allo European Forest Institute (EFI). Un po’ come nel caso della nascita di Pro Silva, tante teste pensanti provenienti da zone geografiche molto diverse hanno accettato una sfida non certo facile, ma dal grande potenziale generativo. > In futuro avremo bisogno di foreste lasciate alla libera evoluzione naturale, > per preservare al massimo la biodiversità.  Ma avremo anche bisogno di alcuni > boschi fortemente produttivi: piantagioni specializzate per produrre legname. A coordinare l’eterogeneo gruppo di esperti è stato un professore di selvicoltura dell’Università di Copenaghen, Jørgen Bo Larsen. Il forestale danese è stato invitato ad aprire il XIV Congresso della Società italiana di Selvicoltura ed Ecologia forestale – SISEF, proprio per presentare le riflessioni di fondo che stanno alla base delle Linee guida. Durante la sua presentazione, Larsen ha mostrato un diagramma semplice ma illuminante, capace di stimolare profondi interrogativi su come dovrebbero essere gestite in futuro le foreste europee per raggiungere i tanti, diversi e complessi obiettivi che ruotano attorno a esse: ambientali, produttivi, sociali e climatici. La riflessione parte da due dati di fatto. Il primo (in verde nel diagramma): in futuro avremo bisogno di foreste lasciate alla libera evoluzione naturale, quindi senza interventi dell’uomo, per preservare al massimo la biodiversità all’interno di ecosistemi forestali il più possibile indisturbati e simili alle foreste vergini. Il secondo (in giallo): avremo ancora bisogno anche di boschi fortemente produttivi, per garantire la disponibilità di legno, materia prima rinnovabile che sarà sempre più richiesta nel cammino della transizione ecologica. Ma adottando solo queste due modalità di gestione, agli antipodi a livello di approccio, si creerebbe un modello fortemente segregativo: gestione intensiva in certe aree, esclusione totale dell’attività umana in altre. Un modello che, specialmente in Europa, dove le foreste convivono con l’agricoltura e i nuclei abitati in un paesaggio plasmato da millenni dall’azione antropica, non potrebbe mai funzionare. Si genererebbero squilibri e conflitti (dove limitare fortemente la gestione? E dove, invece, puntare su una produzione intensiva?), ma anche rischi ambientali come incendi e dissesti, che potrebbero colpire anche zone abitate e infrastrutture, oltre a causare un’enorme perdita culturale e paesaggistica. Ecco allora dove si inserisce, come un cuneo (bianco nel diagramma), l’approccio “closer to nature”: tra i due estremi, portando un necessario equilibrio. Nel diagramma una freccia rossa indica chiaramente la direzione: nel contesto europeo occorre muoversi integrando sempre più questa “terza via”. Ma dove collocarsi precisamente? Quali percentuali assegnare alle tre diverse ipotesi gestionali? Dipende da tanti e complessi fattori, diversi di territorio in territorio. Facciamo un esempio plausibile in molti contesti italiani. > Il biologo inglese Edward O. Wilson ha proposto di destinare metà della > superficie terrestre a riserva naturale per preservare la biodiversità. Una > provocazione che ha avuto il merito di stimolare riflessioni, ma di fatto > irrealistica. Una parte di foreste dovrà essere lasciata unicamente alla libera evoluzione naturale, in luoghi dove la mancata gestione non rischi di tradursi in un pericolo per la popolazione: ipotizziamo il 10-20%. Un’altra dovrà essere rappresentata da piantagioni specializzate, da realizzare in aree non troppo accidentate, ben accessibili e lontane dal cuore delle aree protette: ipotizziamo quindi un altro 10-20%. E il restante 60-80%? È lì, nella maggior parte del territorio, che occorrerà applicare una selvicoltura più vicina alla natura: all’interno di foreste seminaturali in cui appare strategico e sostenibile applicare una gestione multifunzionale, che integri la conservazione della natura alla produzione di beni e servizi. Ecco allora la parola chiave: integrazione, l’esatto opposto di segregazione. “In questi ultimi anni c’è stato un dibattito molto vivace a livello scientifico e culturale sui due approcci di gestione delle risorse naturali: approccio segregativo ed approccio integrativo”, spiega Renzo Motta, docente di selvicoltura all’Università di Torino e membro italiano del gruppo di lavoro che ha redatto le Linee guida europee. Questo dibattito è stato in parte suscitato dal libro Metà della Terra. Salvare il futuro della vita, pubblicato nel 2016 dal biologo inglese Edward O. Wilson, nel quale l’autore propone che metà della superficie terrestre sia destinata a riserva naturale per preservare la biodiversità. La provocazione di Wilson, secondo Motta, ha avuto il merito di stimolare riflessioni e proposte ma, in concreto: “È caratterizzata da una forte connotazione ideologica e appare irrealistica”. Oltre a Motta, molti altri esperti forestali pensano che sia molto più concreto ed efficace, almeno nel contesto europeo, puntare su strategie di integrazione. Lo fa, ad esempio, il progetto Horizon TRANSFORMIT, coordinato da EFI, che mira proprio a promuovere una “Gestione forestale integrativa” (IFM, Integrative Forest Management) al fine di “trasformare le foreste europee” (da qui il nome). Questo approccio prevede di coniugare, all’interno di un complesso forestale, la fornitura di servizi ecosistemici, la conservazione della biodiversità e la resilienza climatica. Il progetto ha da poco pubblicato una lista di 17 indicatori che vengono proposti come uno strumento pragmatico per guidare i gestori forestali verso il cambiamento auspicato. Inutile dire che questi indicatori ricalcano, in buona parte, le indicazioni generali contenute nelle citate Linee guida europee. > In Italia la selvicoltura prossima alla natura è applicata da anni ma a > macchia di leopardo, soprattutto sulle Alpi. L’approccio integrativo, insomma, sembra sempre quello preferibile nel nostro contesto. Non a caso la rete europea che dal 2016 (anno di uscita del libro di Wilson) propone la convivenza tra conservazione della natura e gestione forestale si chiama Integrate Network: un’alleanza guidata da EFI a cui anche Pro Silva collabora. A che punto siamo Dall’approvazione delle Linee guida europee sono passati più di due anni. Il tema ha inizialmente suscitato grande interesse e dibattito tra esperti di alto livello, ma un cambiamento diffuso, purtroppo, appare ancora troppo lontano dal realizzarsi, specialmente in quei Paesi dove gli interessi attorno alla produzione massiccia di legno sono elevati. In Italia, anche grazie a Pro Silva, la selvicoltura prossima alla natura è applicata da anni ma a macchia di leopardo, soprattutto sulle Alpi. Nel nostro contesto sono poche le aree in cui la gestione forestale è definibile come intensiva, ma molti miglioramenti in senso naturalistico potrebbero essere comunque implementati nelle pratiche ordinarie, spesso uguali a sé stesse da decenni. “Sembra esserci una generale esitazione riguardo all’adozione delle Linee guida”, spiega al Tascabile Jørgen Bo Larsen, il coordinatore delle stesse. Secondo il ricercatore, il principale motivo è che la loro adozione comporterebbe una maggiore regolamentazione del settore forestale senza alcuna compensazione economica. “Manca uno schema di certificazione volontaria per una gestione forestale più vicina alla natura, come era previsto dalla Strategia forestale dell’UE per il 2030”, sottolinea Larsen: “Se e quando questo sistema di certificazione ancora in sospeso verrà sviluppato e accompagnato da un sistema di compensazione, la situazione potrebbe iniziare a sbloccarsi”. Larsen ha un’opinione chiara rispetto a come dare una spinta concreta alla diffusione dell’approccio. Un’opinione che dà grande valore al modello integrativo e che, proprio per questo, potrebbe non piacere a chi invece propende per quello segregativo. > L’esperto danese Jørgen Bo Larsen propone di non considerare le aree protette > solo come zone in cui limitare fortemente le attività antropiche, ma come > laboratori privilegiati in cui applicare l’approccio closer to nature. “La mia opinione personale riguarda il modo in cui le foreste gestite con approccio closer to nature verrebbero considerate all’interno degli obiettivi di protezione definiti dalla Strategia UE per la biodiversità”, spiega. Entro il 2030, infatti, almeno il 30% del territorio dell’Unione Europea dovrebbe essere protetto, di cui il 20% sotto normale protezione e il 10% sotto protezione rigorosa. “Se le foreste gestite secondo lo schema di certificazione per la gestione forestale più vicina alla natura potessero essere accettate nella categoria corrispondente al 20% di protezione”, sottolinea sempre Larsen, “si potrebbe davvero compiere un importante passo in avanti, perché i principi della gestione forestale più vicina alla natura potrebbero diventare uno strumento chiave che permetterebbe ai Paesi dell’UE di raggiungere gli obiettivi di protezione imposti dalla normativa”. L’esperto danese, attraverso questa proposta provocatoria, esorta a non considerare le aree protette solo come zone in cui limitare fortemente le attività antropiche, di gestione forestale in particolare, ma, al contrario, come laboratori privilegiati in cui sviluppare una gestione forestale integrativa seguendo l’approccio closer to nature. Due esempi, in Italia Jerry F. Franklin, un grande studioso della gestione forestale su basi ecologiche dell’America Settentrionale, ha spiegato che in passato la selvicoltura si è concentrata soprattutto su quanto prelevare dal bosco. Adesso, anche alla luce delle nuove conoscenze scientifiche, occorre invece concentrarsi su quanto e cosa lasciare. Questa visione si sposa benissimo con gli obiettivi di due diversi progetti finanziati dal programma Life dell’Unione Europea che lavorano a un processo di integrazione basato sull’approccio closer to nature: inserire, all’interno della gestione forestale ordinaria, pratiche adatte ad aumentare la conservazione della biodiversità. Non a caso a questi progetti collaborano sia l’European Forest Institute, sia la Rete Integrate, sia, ovviamente, Pro Silva. Il primo è il progetto Life Span, coordinato dal CNR-IRET, che nella parte friulana della foresta del Cansiglio e nella foresta bavarese di Sailershausen sta realizzando una particolare forma di gestione integrata: la creazione di un insieme di SHS (Saproxylic Habitat Sites, siti adatti agli organismi saproxilici, cioè che necessitano di legno morto), dove il bosco viene reso il più simile possibile a una foresta vergine, con alberi morti in piedi e a terra, radure e fusti in cui sono presenti cavità e ferite. Queste piccole isole sono sparse nel mare di una foresta attivamente gestita, dove si produce anche legname con interventi non intensivi: esse agiscono come nodi di una rete che favorisce la diffusione della biodiversità in tutto il comprensorio forestale. Sulla stessa linea di pensiero lavora anche il progetto Life GoProForMED, coordinato da DREAm Italia e attivo in quattro Paesi del bacino del Mediterraneo: Italia, Spagna, Francia e Grecia. Il progetto propone la creazione di una rete ecologica costituita da “core area” (aree ad alto valore conservazionistico), “isole per la biodiversità” (simili a quelle previste dal Life Span) e singoli “alberi habitat”, il tutto distribuito all’interno di una superficie boschiva in cui è prevista anche una gestione produttiva. > Anche in Italia stanno emergendo progetti che si rifanno alla direzione > proposta dagli studiosi riuniti nel 1989 in Slovenia: avvicinarsi, con > coraggio e senza esitazioni, all’integrazione di produzione e conservazione. Questi progetti, in fondo, non sono altro che un’evoluzione della proposta lanciata dagli studiosi riuniti nel 1989 a Robanov Kot, in Slovenia. Una serie di passi, lungo il cammino indicato da quella “r” aggiunta al titolo delle Linee guida europee, che indica la direzione auspicata anche da Motta e Larsen: quella di avvicinarsi, con coraggio e senza esitazioni, all’integrazione di produzione e conservazione, sia all’interno di ogni singolo bosco, sia a scala di paesaggio. Integrazione: una sfida politica e culturale Gli strumenti per sviluppare questo approccio e quindi per “trasformare le foreste europee”, insomma, ci sono già tutti: Linee guida, indicatori, reti di esperti, associazioni come Pro Silva, progetti pilota. Cosa manca ancora? Probabilmente solo una seria volontà politica: quella di andare oltre le pressioni di chi vuole mantenere lo status quo e passare dalle intenzioni ai fatti, attraverso forti investimenti in azioni e strumenti concreti che rendano questo approccio non solo desiderabile dalla società, ma anche conveniente per proprietari e gestori, come auspicato da Larsen. Ma sarebbe un vero peccato considerare tutta questa storia solo come una questione prettamente tecnico-scientifica da risolvere unicamente a livello politico. Si tratta infatti anche di una vera e propria sfida culturale, che appare cruciale per il futuro. L’approccio segregativo, dividendo nettamente due modalità di gestione ‒ conservativa e produttiva ‒ separa in fondo anche due mondi, due pezzi importanti della società, che troppo poco spesso si conoscono e si confrontano: chi studia e promuove la tutela degli ambienti naturali e chi lavora nella filiera produttiva bosco-legno e nell’ordinaria gestione forestale. L’approccio integrativo, al contrario, li obbliga ad avvicinarsi, a “sporcarsi le mani”, a trovare punti di contatto attraverso compromessi accettabili da entrambe le parti, basati su esigenze reali, evidenze scientifiche e su una comune visione di intenti. Li esorta, così, anche a parlarne pubblicamente, a raccontare i passi in avanti compiuti, a condividere questo necessario esercizio di equilibrio con più persone possibili. Li spinge, insomma, al difficile compito di costruire e condividere una nuova “selvicultura”, quella auspicata dal “Manifesto per una selvicoltura più vicina alla natura” proposto dalla rivista Sherwood e cofirmato da numerosi attori del mondo forestale e ambientalista italiano. > L’approccio segregativo separa due mondi che troppo poco spesso si conoscono e > si confrontano; l’approccio integrativo, al contrario, li obbliga a trovare > punti di contatto attraverso compromessi accettabili da entrambe le parti. Close o closer, che dir si voglia, sono parole che indicano prossimità, legame, contatto, empatia, dialogo. L’opposto di una società che tende sempre più spesso a polarizzarsi, ragionando attraverso stereotipi e banalizzazioni ed evitando di abitare la complessità. Al contrario, in questo delicato ma cruciale momento di transizione, un serio e pragmatico dibattito sulla gestione responsabile degli spazi naturali, non solo delle foreste, meriterebbe di tornare ad essere close, o closer, alla vita di tutti noi. L'articolo La terza via delle foreste proviene da Il Tascabile.
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L’invenzione degli animali domestici
U na folta coda a strisce spunta da un bidone della spazzatura semiaperto. Dopo un po’ di trambusto, al di sotto del coperchio, compaiono due occhietti circondati da una maschera di pelo nera e una coppia di zampe con piccolissime dita. I procioni (Procyon lotor) non temono gli umani, sono onnivori e sanno cogliere il meglio che un ambiente urbanizzato possa offrire loro, tra cui i nostri avanzi di cibo. Anzi, più un’area sarà abitata, maggiore sarà la possibilità di rovistare nei rifiuti e trovare una leccornia da gustare. Questa è una forma di commensalismo simile a quella dei lupi che, migliaia di anni fa, si avvicinarono agli insediamenti umani per frugare tra gli scarti di quelle comunità. Una vicinanza che è diventata cooperazione, selezione, relazione, fino a plasmare il cane. Secondo un gruppo di ricerca statunitense, i procioni potrebbero essere l’animale perfetto da osservare in tempo reale per capire come una specie possa andare incontro a modificazioni tali da renderla diversa dal proprio antenato selvatico. La domesticazione, spesso definita come il controllo delle condizioni di vita di una determinata specie al fine di ricavarne servizi e prodotti utili all’essere umano, è un fenomeno più complesso e sfumato di quello che per molti anni è stato descritto dalla comunità scientifica. A partire da circa 10.000 anni fa, quando ha iniziato a delinearsi il passaggio da un’esistenza nomadica a una sedentaria nella transizione neolitica, essa ha contribuito a mutare radicalmente la biosfera terrestre. La nostra conoscenza della sua storia e dei suoi meccanismi è ancora lacunosa e continuiamo a compulsarne le tracce per recuperare i tasselli mancanti che compongono il nostro passato e che potrebbero aiutarci a prevedere un possibile futuro. La domesticazione: percorsi e nicchie Dalla metà del Ventesimo secolo l’interesse verso la comprensione della domesticazione di piante e animali ha trovato risposte in narrazioni incentrate sul progresso tecnologico, sull’intenzionalità e sul dominio umano sul proprio ambiente, punti di vista saldamente ancorati a una visione antropocentrica caratterizzata da un forte dualismo tra natura e cultura. Sebbene questa visione sia in parte ancora radicata nella letteratura archeologica, negli ultimi quarant’anni il concetto di domesticazione si è sviluppato e ampliato, come mi ha raccontato Thomas Cucchi, direttore di ricerca del Laboratorio di bioarcheologia del Museo nazionale di Storia naturale di Parigi: “A partire dagli anni Ottanta, gli antropologi hanno posto in rilievo prospettive che vanno oltre le ontologie occidentali, fornendo esempi etnografici in cui le distinzioni tra selvatico e domestico, cultura e natura, sono minime o addirittura inesistenti. Il campo della zooarcheologia si è quindi allontanato dalle narrazioni precedenti che enfatizzavano la domesticazione animale come dominio umano sugli animali non umani, orientandosi verso un’attenzione alle relazioni ecologiche, culturali e coevolutive che sono sempre esistite tra esseri umani e animali non umani e alla loro intensificazione ed elaborazione nei contesti delle prime società agricole”. > Secondo l’archeologa Melinda Zeder ci sono tre percorsi attraverso cui le > diverse specie rispondono alla domesticazione per poi essere integrate nelle > società umane: il percorso commensale, quello della preda e la gestione > diretta. Le combinazioni tra fattori ecologici, culturali ed evolutivi all’interno dei rapporti tra gli umani e gli altri animali possono essere molteplici, seguire traiettorie non lineari, imboccare vicoli ciechi, e giungere a risultati differenti in aree geografiche e finestre temporali più o meno lontane. Un esempio è la domesticazione del cavallo, i cui primi tentativi risalirebbero a circa 5.500 anni fa e sono documentati nel sito di Botaï, nel Kazakistan settentrionale. Qui sono stati trovati resti che indicano l’uso di recinti, briglie e la mungitura dei cavalli per ricavarne latte. Per molto tempo si è pensato che i cavalli moderni discendessero da quelli di Botaï. In seguito, uno studio pubblicato su Nature nel 2024 ha suggerito che il controllo della riproduzione della linea dei cavalli moderni sarebbe emerso solo più tardi, intorno al 2.200 a.C. nelle steppe pontico-caspiche. La definizione di un quadro teorico del fenomeno è una sfida che è stata colta e che solo negli ultimi anni ha dato origine ad approcci di più ampio respiro. Tra le teorie che meglio combinano le componenti biologiche e sociali della domesticazione c’è quella dei tre percorsi, elaborata dall’archeologa Melinda Zeder nel 2012. Zeder sostiene che, al di là delle caratteristiche universali comuni a tutti gli animali domestici – prima su tutte la docilità verso l’essere umano ‒, vi siano molteplici modi in cui le diverse specie rispondono alla domesticazione per poi essere integrate nelle società umane. Portando questo ragionamento alle estreme conseguenze, si potrebbe addirittura affermare che ogni animale domestico sia un caso a sé stante, partecipe di una relazione unica, modellata da un elevato numero di variabili. La scienziata ritiene, però, che siano tre i percorsi principali seguiti: il percorso commensale, quello della preda e la gestione diretta. Il percorso commensale è la via più nota al grande pubblico, la più citata tra le possibili ricostruzioni della domesticazione del cane, ed è anche quella che forse sta imboccando il procione. È un processo coevolutivo, in cui un gruppo di individui di una determinata specie trae giovamento dalle risorse, come avanzi di cibo e riparo, di un’altra. Non è necessario che vi sia intenzionalità da parte dell’essere umano, poiché l’interazione potrebbe sorgere semplicemente dalla condivisione dello stesso ambiente, e a sua volta può sfociare in legami sociali o economici più stretti da cui gli umani potrebbero trarre beneficio. A questo punto, la selezione guidata sarebbe il passo successivo. Gli animali d’allevamento come pecore, capre e bovini, invece, sono stati per la maggior parte i protagonisti di un percorso della preda: erano inizialmente cacciati per la loro carne e il processo di domesticazione è cominciato quando le comunità umane, per necessità, hanno dapprima sperimentato strategie di caccia per aumentarne la disponibilità, per poi arrivare a una vera e propria gestione delle mandrie, con il controllo esteso alle generazioni successive, se gli animali mostravano di possedere le caratteristiche idonee. Infine, vi è il percorso diretto, orientato, un processo avviato dagli esseri umani con l’obiettivo di domesticare animali che vivono in libertà e per ottenere una specifica risorsa o un insieme di risorse d’interesse. È ciò che sarebbe accaduto, ad esempio, a conigli, visoni e struzzi. È una strada che richiede già una certa dimestichezza con la domesticazione di altri animali e per cui sono necessarie intenzionalità e forme di progresso tecnologico, in quanto le specie coinvolte potrebbero non possedere molte delle caratteristiche comportamentali ritenute prerequisiti essenziali. I percorsi non sono esclusivi e possono incrociarsi. È il caso del maiale, Sus scrofa domesticus, che deriverebbe dal percorso commensale e da quello della preda: sembra che alcuni suini venissero cacciati, mentre altri fossero tollerati intorno agli insediamenti, dove si nutrivano di scarti, adattandosi così ad ambienti antropici. Queste condizioni si sarebbero presentate indipendentemente sia in Mesopotamia sia in Cina. > Più che un atto di dominio, la domesticazione è un processo coevolutivo, > poiché l’essere umano ha plasmato l’evoluzione degli animali e delle piante > domestiche, che poi a loro volta hanno modellato il genoma umano e la sua > diversità culturale. Un altro modo per spiegare le implicazioni biologiche, ecologiche e sociali della domesticazione è la teoria della costruzione della nicchia. Anche in questo caso si parla di una lunga coevoluzione basata su rapporti di reciproco vantaggio che si concretizza nella costruzione, da parte di umani, piante e animali, di nuove nicchie ecologiche, in una modifica attiva degli ambienti in cui vivevano. Gli esseri umani, nel ruolo di ingegneri ecosistemici, avrebbero trasformato i paesaggi per rendere più produttive e prevedibili alcune specie di loro interesse e, allo stesso tempo, anche piante e animali coinvolti nella domesticazione avrebbero contribuito a rimodellare gli ecosistemi, adattandosi, influenzando le condizioni ambientali e innescando effetti che avrebbero interessato altri organismi, modificandone indirettamente le traiettorie evolutive. Diviene chiaro come la domesticazione non sia ‒ o per lo meno, non sia sempre stata ‒ un atto di dominio, ma che si possa inserire nel più grande racconto dell’evoluzione. “La domesticazione è un eccezionale modello di evoluzione in atto, in cui la forza motrice principale è la pressione selettiva dell’ambiente umano, sia artificiale che naturale”, sottolinea Cucchi: “La domesticazione è un sottoinsieme dell’evoluzione, che dimostra come l’intervento umano possa accelerare e dirigere il processo evolutivo, con impatti profondi sia sulle specie domesticate che sugli esseri umani. In effetti, consideriamo la domesticazione come un processo coevolutivo. Poiché l’essere umano ha plasmato l’evoluzione degli animali e delle piante domestiche, questi ultimi hanno successivamente modellato anche il genoma umano e la sua diversità culturale”. Da selvatico a domestico Sono circa 2 milioni le specie conosciute e di queste solo una frazione (tra mammiferi, uccelli ma anche insetti e pesci) è stata domesticata dagli esseri umani. Un caso spesso citato di insuccesso è la zebra, particolarmente aggressiva rispetto ai suoi parenti, il cavallo e l’asino. Nel suo saggio del 1997, Armi, acciaio e malattie, il fisiologo e ornitologo Jared Diamond provò a spiegare il motivo per cui solo pochissimi animali sono stati domesticati dall’essere umano, introducendo quello che lui chiama “principio di Anna Karenina”. Se Lev Tolstoj, nel celebre incipit, asseriva che “Tutti i matrimoni felici si somigliano; ogni matrimonio infelice è infelice a modo suo”, Diamond rielabora la citazione affermando che “Tutti gli animali domestici si assomigliano; ogni animale non domesticabile è selvatico a modo suo”. Questo è un modo per dire che tutte le specie domesticate hanno delle caratteristiche biologiche comuni, tutte necessarie affinché il processo funzioni: una dieta flessibile, un tasso di crescita elevato, la capacità di riprodursi in cattività, docilità verso gli esseri umani, una minore tendenza alla fuga e una struttura gerarchica organizzata. Come racconta l’archeozoologa Juliet Clutton-Brock nel suo libro Storia naturale della domesticazione dei mammiferi (2001), nel 1865 anche Francis Galton, cugino di Charles Darwin, stilò una lista di requisiti per la domesticazione, che includeva la robustezza, un’innata inclinazione per gli esseri umani, la facilità di accudimento, l’utilità e la capacità di riprodursi liberamente. > Molti mammiferi domestici condividono caratteristiche fisiche e > comportamentali non presenti negli antenati selvatici, tra cui variazioni > nelle dimensioni corporee e nel comportamento sociale, code più corte o > arrotolate e orecchie pendenti. Non bastano, però, solo le peculiarità biologiche degli animali. Lo spiega il paleobiologo Marcelo Sánchez-Villagra nel volume The Process of Animal Domestication (2022): il numero relativamente ridotto di specie domestiche autoctone nelle Americhe dipenderebbe non solo dalle caratteristiche degli animali, ma anche dagli aspetti culturali delle popolazioni umane che convivono con essi, a loro volta legati all’ecologia dei territori. In Amazzonia, per esempio, alcune popolazioni intrattengono rapporti di stretta vicinanza con determinati  animali, come insetti, pappagalli, pecari, e persino con i cuccioli di esemplari uccisi durante la caccia, senza avviarne la domesticazione: una scelta che riflette una diversa visione del mondo e del rapporto tra esseri umani e altre specie. Nonostante i diversi percorsi e tempi della domesticazione nelle varie aree del mondo, molti mammiferi domestici – anche se lontanamente imparentati tra loro – condividono un insieme ricorrente di caratteristiche fisiche e comportamentali, noto come “sindrome da domesticazione”, già individuato da Charles Darwin nella sua analisi della selezione artificiale sugli animali allevati. Si tratta di cambiamenti non presenti negli antenati selvatici e tra i più comuni si osservano variazioni nelle dimensioni e nelle proporzioni del corpo, nella pigmentazione del mantello, nella riproduzione e nel comportamento sociale. A questi si aggiungono altre modifiche tipiche della domesticazione, come una riduzione delle dimensioni del cervello, cambiamenti nella struttura del pelo, code più corte o arrotolate e orecchie pendenti. Una possibile spiegazione della sindrome da domesticazione è che gli esseri umani abbiano selezionato, più volte e in modo indipendente, le stesse caratteristiche in specie diverse. Questa ipotesi è stata testata dal genetista russo Dmitry Belyaev nel celebre esperimento sulle volpi argentate, iniziato negli anni Cinquanta del Ventesimo secolo. Gli esemplari scelti vennero selezionati per docilità e, generazione dopo generazione, mostrarono attenzione verso gli esseri umani, orecchie pendenti, code rivolte all’insù, mantelli pezzati, cicli riproduttivi più frequenti e non legati alle stagioni e, successivamente, musi più corti e larghi. Nonostante approfondimenti e studi successivi, i risultati ottenuti sono ancora discussi nella comunità scientifica per alcuni aspetti controversi. > I procioni potrebbero essere l’animale perfetto da osservare in tempo reale > per capire come una specie possa andare incontro a modificazioni tali da > renderla diversa dal proprio antenato selvatico. Oggi sono proprio i procioni, probabile modello di domesticazione in atto, a essere protagonisti di un ampio studio in qualche modo accostabile a quello delle volpi, pubblicato su Frontiers in Zoology. Analizzando il rapporto tra la lunghezza del muso e quella del cranio in oltre 19.000 fotografie di procioni scattate negli Stati Uniti e raccolte tramite applicazioni di citizen science, gli autori della ricerca hanno osservato una tendenza chiara: gli individui che vivono in aree densamente popolate mostrano, in media, un muso più corto. Se da una parte la domesticazione interagisce con molte altre pressioni ambientali, scienziate e scienziati stanno mettendo in correlazione questi risultati con la cosiddetta ipotesi delle cellule della cresta neurale. Secondo questa teoria, la maggiore docilità selezionata negli animali domesticati sarebbe legata a una riduzione dell’attività o del numero di un gruppo di cellule embrionali coinvolte nello sviluppo non solo dei caratteri comportamentali, ma anche di molti tratti fisici. L’esito non intenzionale di queste modificazioni sarebbe la comparsa dei tipici cambiamenti fisici osservati negli animali domestici. Questa spiegazione sosterrebbe anche la tesi dell’auto-domesticazione umana, dibattuta già ai tempi di Darwin. Infatti, esistono alcuni mutamenti assimilabili alla sindrome da domesticazione nella nostra evoluzione, come descrive Cucchi: > Proprio come osservato nell’esperimento delle volpi di Belyaev, si sostiene > che ci sia stata una selezione che avrebbe favorito comportamenti più sociali > e meno aggressivi tra i cacciatori-raccoglitori del Paleolitico negli ultimi > 300.000 anni e, secondo la teoria delle cellule della cresta neurale, questa > selezione comportamentale avrebbe influenzato indirettamente l’evoluzione > fenotipica della nostra specie verso un corpo più piccolo e snello. Alcuni > sostengono che la selezione possa essere stata esercitata sugli individui più > inclini alla violenza reattiva. Attualmente altre ipotesi mettono in discussione il coinvolgimento di un alterato funzionamento della cresta neurale e l’esistenza stessa della sindrome da domesticazione, che per ora, però, sono tra le cornici esplicative più esaminate. Avanti il prossimo! Il procione è solo uno degli animali che probabilmente stanno percorrendo le prime tappe della strada che potrebbe portarli alla domesticazione. È spontaneo domandarsi quali saranno in futuro le nuove specie in stretta relazione all’essere umano, o da esso sfruttate, che subiranno un destino simile. L’antropologo Marcus Baynes-Rock, nella sua opera La vita segreta delle iene (2024), racconta la coesistenza tra i cittadini di Harar, in Etiopia, e gli esemplari di due clan di iene che si aggirano nelle strade della metropoli e accettano cibo dagli abitanti. L’estrema vicinanza e la riduzione dell’aggressività nei nostri confronti potrebbero forse essere dei buoni presupposti per l’avvento di nuovi compagni a quattro zampe. > C’è anche chi sta cercando di domesticare il polpo, che però non sembra un > candidato ideale: non è un animale sociale, è un predatore solitario, e > relegato in vasche con altri conspecifici potrebbe aggredirli. O ancora, dal 2018 l’azienda spagnola Nueva Pescanova sta lavorando alla realizzazione di quello che potrebbe essere il primo allevamento intensivo di polpi. Nel 2023, Nueva Pescanova ha dichiarato di essere stata in grado di completare in cattività il ciclo riproduttivo del polpo comune e di stare allevando la quinta generazione nel proprio centro di ricerca in Galizia. Secondo quanto afferma l’azienda, il processo avrebbe reso questi molluschi più adatti alle condizioni di allevamento, riducendo le criticità emerse nei tentativi precedenti. Il polpo, infatti, non sembra un candidato ideale per la domesticazione: non è un animale sociale, è un predatore solitario, e relegato in vasche con altri conspecifici potrebbe aggredirli. Inoltre, è carnivoro e la sua alimentazione in allevamento solleverebbe interrogativi dal punto di vista della sostenibilità. Thomas Cucchi ci riporta al presente: “La domesticazione dei pesci è la più recente e di maggiore impatto”. È stata un’attività in aumento solo in tempi recenti e la ricerca sull’acquacoltura ha rivelato effetti rapidi e vari nelle specie ittiche. Come descritto anche da Sánchez-Villagra nel suo libro, fino alla metà del Ventesimo secolo, erano pochi i pesci domesticati: c’erano le carpe, i pesci rossi e, più recentemente, i salmonidi. Molte altre sono state effettivamente domesticate, nel senso che la loro biologia riproduttiva è stata modificata dagli esseri umani, solo negli ultimi decenni. L’acquacoltura ittica coinvolge attualmente oltre 160 specie, sotto il nostro controllo per diversi scopi, tra cui l’alimentazione, la conservazione e la ricerca. Come evidenzia una review pubblicata su Trends in Ecology & Evolution nel 2022, sono ancora molte le domande senza risposta che riguardano la nostra comprensione di questo processo. Non è sempre chiaro quali percorsi ecologici ed evolutivi portino alla domesticazione, quanto le specie coinvolte dipendano dai rapporti di mutualismo con l’essere umano e come stabilire se una specie possa dirsi davvero domesticata. Resta ancora da chiarire quale sia il peso della selezione intenzionale rispetto a quella inconsapevole e il significato evolutivo della selezione di tratti estetici, spesso legata a preferenze culturali più che a vantaggi funzionali. Gli occhi mascherati e le code a strisce che spuntano dai bidoni della spazzatura statunitensi non ci forniranno tutte le risposte, ma sicuramente ci avvicinano a quelle prime comunità umane che si ritrovarono a condividere gli spazi con un’altra specie e che, a un certo punto di quella convivenza, si impegnarono a legare la propria vita a quella di quegli animali per sempre. L'articolo L’invenzione degli animali domestici proviene da Il Tascabile.
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Il paesaggio che (non) ascoltiamo
A lla parola paesaggio comunemente associamo la vista su delle colline, il verde dei boschi, una pianura nella nebbia: molto dipende da dove siamo cresciuti, qual è il posto a cui siamo legati in modo particolare, ma tendenzialmente il paesaggio, nella nostra testa, somiglia molto a un quadro, è un panorama legato quasi esclusivamente alla vista. Eppure un aspetto fondamentale dei luoghi è quello sonoro: ogni posto ha un suo soundscape, un paesaggio sonoro specifico, che varia, esattamente come l’aspetto visivo, allo scorrere delle ore del giorno e della notte, nell’alternarsi delle stagioni, al passare degli anni. Per chi vive in città il soundscape è un assedio di rumori incessanti, ma anche quei luoghi che consideriamo più silenziosi – la cima di una montagna, una spiaggia deserta – sono intessuti di suoni. Fra questi due estremi, dal fastidio violento alla piacevolezza pacifica, si muove la considerazione quasi puramente estetica che abbiamo del paesaggio sonoro: ma prestare attenzione a cosa ci dicono i suoni può essere fondamentale per accorgerci dei cambiamenti avvenuti in un ambiente, della riduzione della biodiversità, della salute di un territorio, e dei benefici o danni che i suoni possono apportare agli esseri viventi che lo abitano. A volte, infatti, è proprio tendendo l’orecchio al paesaggio che ci arriva un segnale di allarme. Primavera silenziosa, il famoso saggio di Rachel Carson pubblicato nel 1962 che in qualche modo ha dato avvio al movimento ecologista statunitense, si apre con una domanda: “Perché tacciono le voci della primavera in innumerevoli contrade d’America?”. Il silenzio che improvvisamente dominava la primavera, al posto del canto di innumerevoli specie di uccelli e del ronzio delle api, è l’aspetto scelto dalla biologa per presentare, fin dal titolo, la sua indagine sulle conseguenze dell’uso indiscriminato del DDT e di altri fitofarmaci. Qualche anno dopo, all’incirca dalla fine degli anni Sessanta, alcuni studiosi hanno cominciato a occuparsi di ecologia acustica, o ecologia dei paesaggi sonori – ossia quella branca dell’ecologia che studia le relazioni fra i suoni di un paesaggio e gli esseri viventi che lo abitano – nella convinzione che l’aspetto sonoro delle questioni ambientali sia un tassello importante, che ci può dire molto sullo stato di salute degli ecosistemi, sulla progettazione degli spazi urbani, sui modi di condurre la transizione, sulle vite che vogliamo, perfino sulla pace che desideriamo. > Quando parliamo di paesaggio tendenzialmente pensiamo a un panorama legato > quasi esclusivamente alla vista. Eppure, un aspetto fondamentale dei luoghi è > quello sonoro: un paesaggio altrettanto specifico, che varia allo scorrere > delle ore del giorno e della notte, nell’alternarsi delle stagioni, al passare > degli anni. Occuparsi di ecologia richiede spesso di impegnarsi a prestare attenzione a ciò che alla nostra attenzione sfugge, perché difficile da comprendere, perché invisibile, perché su scala troppo grande per averne una visione completa, perché ha una dimensione temporale sfasata rispetto agli interessi politici e alla nostra capacità di proiettarci nel futuro: a queste difficoltà, nel caso dell’ecologia dei paesaggi sonori, si aggiunge il fatto che la vista, per gli umani, è il senso a cui affidiamo gran parte delle nostre valutazioni, l’udito ha un posto secondario, almeno a livello conscio, ed è così che sottovalutiamo gli effetti dell’inquinamento acustico sulla nostra salute, i danni provocati dai rumori delle guerre, la ricchezza sonora che stiamo perdendo assieme alla biodiversità, e quanto sia importante, nell’immaginare il futuro, pensare anche a come questo suonerà. L’antropofonia e l’inquinamento acustico Per cominciare a indagare di cosa è fatto un paesaggio sonoro possiamo partire dalla divisione dei suoni in tre macrocategorie, o domini. Il primo è la geofonia, ossia l’insieme dei suoni naturali provenienti da fonti abiotiche – il mare, un fiume, il vento, un tuono, il brontolio selvaggio di un terremoto, l’eruzione di un vulcano: ed è proprio l’eruzione del Krakatoa nel 1883 ad aver generato l’onda sonora più potente mai registrata, con un boato di 310 decibel (dB). C’è poi la biofonia, tutti quei suoni naturali emessi dagli esseri viventi, animali e vegetali. Infine, l’antropofonia, cioè ogni nota, rumore, boato o scricchiolio prodotti dagli umani, dalla musica più raffinata all’insopportabile rombo di un aereo in decollo. > Se sul posto di lavoro esistono, in Italia, norme precise sui limiti di > esposizione al rumore, per quanto riguarda le città esistono solo delle > raccomandazioni dell’OMS che vengono in larghissima parte disattese. È proprio l’insieme dei rumori artificiali prodotti dalle attività umane a costituire il tappeto sonoro predominante per chi vive nelle aree urbane: nel mondo circa il 55% della popolazione, che si stima diventerà il 68% entro il 2050; in Italia la percentuale si aggira già attorno al 70% e sale al 91%, secondo i dati Istat, che però comprendono anche i centri abitati più piccoli. Se sul posto di lavoro esistono, in Italia, norme precise sui limiti di esposizione che fissano a 80 dB la soglia media di attenzione (con picchi non oltre i 135 dB) e a 87 dB la media massima che non può essere superata (con picchi di 140 dB), per i rumori degli ambienti urbani in cui siamo immersi esistono solo delle raccomandazioni dell’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità) che vengono in larghissima parte disattese. Secondo le linee guida sul rumore ambientale per l’Europa dell’OMS, infatti, il limite di esposizione al rumore del traffico su strada sarebbe di 53 dB di giorno, 45 dB di notte. Quasi un cittadino su tre, in Europa, vive in ambienti che superano, spesso anche di molto, questi limiti: sono circa novantadue milioni di persone. Diciotto milioni di persone, sempre in Europa, vivono in zone in cui il traffico ferroviario produce rumori oltre la soglia prevista; e due milioni e mezzo di persone sono esposte al rumore del traffico aereo. Effetti dell’inquinamento acustico La scarsa attenzione che prestiamo agli aspetti sonori dell’ambiente in cui viviamo si riflette anche nella poca considerazione che abbiamo per i danni che l’esposizione al rumore può avere: l’inquinamento acustico è fra le minacce ambientali più pericolose per la salute, dopo quello atmosferico e il caldo estremo. Lo scorso giugno, l’EEA (l’agenzia europea per l’ambiente) ha presentato il rapporto Environmental noise in Europe, secondo il quale l’inquinamento acustico è la causa di circa 66.000 decessi prematuri all’anno in Europa, 50.000 nuovi casi di malattie cardiovascolari e 22.000 casi di diabete di tipo 2. Oltre agli effetti diretti, ci sono quelli indiretti o a lungo termine, come acufeni, stress, ansia, disturbi del sonno e difficoltà di concentrazione, fino a depressione e demenza. Sono preoccupanti anche gli effetti sui più piccoli: pare che l’esposizione continua al rumore del traffico provochi difficoltà e ritardi nella lettura in circa mezzo milione di bambini e disturbi del comportamento su circa 60.000. Si stima anche che circa 272.000 casi di sovrappeso infantile possano essere associati a livelli alti di rumore. > L’inquinamento acustico è fra le minacce ambientali più pericolose per la > salute: basti pensare che ogni anno, solo in Europa, causa 66.000 decessi > prematuri. Per non parlare degli effetti indiretti su acufene, ansia, disturbi > del sonno, difficoltà di concentrazione e depressione. In complesso, sempre secondo lo stesso rapporto, in Europa perdiamo ogni anno 1,3 miliardi di anni di vita in buona salute (è l’indice DALY che somma gli anni di vita persi per morti premature a quelli vissuti con malattie o disturbi invalidanti). Un numero che fa impressione, ma forse non abbastanza da muoverci all’azione: stando alle proiezioni dell’agenzia europea, senza forti misure aggiuntive e senza nuovi investimenti non riusciremo a raggiungere l’obiettivo di ridurre del 30% entro il 2030 il numero di persone che subiscono alti livelli di inquinamento acustico (nello specifico, quello generato dal sistema dei trasporti). Eppure i danni elencati hanno un costo elevato, stimato in 95,6 miliardi di euro l’anno: un numero da citare non perché serva assegnare un valore economico alla nostra salute, ma per dare concretezza a qualcosa che ci sembra semplice tappeto sonoro – il rumore del traffico nelle città – e che solitamente consideriamo come secondario, incapace di produrre effetti concreti, quando invece è perfino misurabile, sui nostri corpi e sui bilanci degli Stati. Il rumore delle armi, il rumore come arma Se il rumore del traffico è diventato una presenza costante e pervasiva del paesaggio sonoro in cui siamo immersi, nel dominio dell’antropofonia in cima alla lista dell’intensità si trovano i suoni prodotti da armi e mezzi di guerra: il suono antropico più potente è quello generato dall’esplosione di una bomba atomica, che supera i 200 dB. Anche in questi casi l’aspetto acustico ci sembra marginale – e chiaramente di fronte a strumenti che producono morte il fatto che producano anche dei rumori è marginale – ma essere sottoposti continuamente a rumori così forti e innaturali, dal ronzio costante dei droni, al rombo degli aerei militari, e poi le esplosioni, gli spari, gli allarmi, le urla, ha degli impatti a lungo termine: in chi sopravvive; le conseguenze dell’esposizione prolungata a questo tipo di rumori sono una parte importante dei disturbi post-traumatici da stress, che spesso comprendono ipersensibilità ai rumori, specie se forti e improvvisi. > In cima alla lista dei suoni più potenti prodotti dall’essere umano ci sono > quelli generati da armi e mezzi di guerra: l’esplosione di una bomba atomica, > per dire, provoca un rumore che supera i 200 dB. Esiste inoltre un’intera categoria di armi che usano proprio le onde sonore come strumento di offesa: sono le armi soniche, o LRAD – Longe-Rage Acustic Device, dispositivi acustici a lungo raggio –, vietate in molti Paesi, fra cui la Serbia, che però è sospettata di averle utilizzate per disperdere la folla di manifestanti in piazza il 15 marzo 2025. Le autorità di Belgrado negano di aver utilizzato armi soniche, anche se hanno ammesso di averne acquistate. La popolazione ha richiesto delle indagini indipendenti per chiarire i fatti, ma quello che colpisce dei video diffusi in rete è l’invisibilità dell’onda che si abbatte sul corteo, che si divide in due, con le persone che scappano dal centro della strada, un’immagine che somiglia molto al rapporto che abbiamo con il suono: qualcosa che sfugge alla nostra attenzione, ma di cui subiamo l’impatto. Nel documentario Vibrations from Gaza, dell’artista Rehab Nazzal, il suono della guerra oltre che invisibile diventa anche inudibile: i protagonisti sono bambini sordomuti della Striscia di Gaza – una di loro, Amani, dice che “è una benedizione essere sorda, così sono la meno terrorizzata quando bombardano” –, e per tutto il film gli unici rumori sono il ronzio dei droni e le onde del mare. I bambini raccontano quello che percepiscono degli aerei da guerra e delle bombe che cadono: le vibrazioni dell’aria, del pavimento e dei loro corpi: la fisicità del rumore, che rende impossibile il silenzio, finché non c’è pace, perfino per chi non è in grado di udire la guerra. Il silenzio: non solo un’assenza di suoni Pace e silenzio sono due parole spesso associate: e come non si può definire la pace per negazione, come solo assenza di guerra, così non si può definire il silenzio per pura sottrazione del rumore. > Un esempio chiaro del modo antropocentrico che abbiamo di intendere il mondo è > che abbiamo fissato lo zero decibel non su un valore di reale silenzio, ma > sulla soglia minima di percezione umana. Eppure una prima idea di silenzio che ci viene alla mente è l’assenza di rumori umani: niente rombi di motori o stridore dei freni, niente auto, aerei e navi, niente bombe, niente fuochi d’artificio, niente allarmi, sirene e suonerie, niente annunci, megafoni e altoparlanti, niente cantieri, demolizioni e costruzioni. In breve, potremmo definire l’idea comune di silenzio come un paesaggio sonoro in cui manca tutto l’insieme dell’antropofonia: sottraendo i suoni di origine umana, rimangono quelli degli altri esseri viventi, o biofonia, e degli elementi naturali non viventi, come quelli prodotti dai movimenti dell’aria, dell’acqua o della terra, ossia la geofonia. Non è un silenzio assoluto, ma un silenzio naturale, che non ha niente a che vedere con un vuoto, ma è uno spazio sonoro pieno delle voci che altrimenti sono sopraffatte dai rumori artificiali: canti degli uccelli, frinire di insetti, onde del mare, scrosciare di fiumi e frusciare di foglie. In Storia naturale del silenzio (2024) Jérôme Sueur va a indagare proprio cosa c’è dentro il silenzio naturale, rendendo evidente che, se già prestiamo poca attenzione agli aspetti sonori delle nostre vite, ancora meno ne prestiamo al silenzio, che non è affatto univoco, né assoluto, né vuoto o assenza. Un esempio chiaro del modo tutto antropocentrico che abbiamo di intendere il mondo è che abbiamo fissato lo zero decibel non su un valore di reale silenzio, ma sulla soglia minima di percezione umana: esistono in realtà suoni che misurano decibel negativi perfettamente udibili da molte specie, ciascuna con una sua soglia di silenzio differente. > La nostra idea comune di silenzio è un paesaggio sonoro in cui mancano del > tutto i rumori umani: niente rombi di motori o stridore dei freni, niente > allarmi, sirene e suonerie, niente annunci, megafoni e altoparlanti, niente > cantieri, demolizioni e costruzioni. Nei linguaggi animali il silenzio non è vuoto, può essere un segnale amoroso, di allerta o di sfida, ma può essere anche un segnale di morte e perdita: quando una specie scompare, scompare anche il suono che è in grado di produrre. Così, come “il silenzio nelle contrade di America” indicava che qualcosa stava accadendo alle popolazioni di uccelli, registrare suoni e vibrazioni può dare indicazioni precise sullo stato di salute degli ecosistemi e sulla biodiversità che li abita. Il silenzio dell’estinzione: l’ecoacustica per il monitoraggio della biodiversità È da questo proposito – monitorare la biodiversità attraverso il suono – che, circa mezzo secolo dopo quell’intuizione di Rachel Carson, l’ecoacustica nasce ufficialmente come disciplina, nel 2014, in Francia, al Muséum national d’Histoire naturelle, grazie al lavoro di un gruppo di ricercatori, fra cui lo stesso Jérôme Sueur. Alcuni ecosistemi sono nascosti alla vista: è il caso dei ricercatori della Flinders University di Adelaide, nell’Australia meridionale, che hanno registrato i suoni prodotti dalle comunità sotterranee di invertebrati per monitorare lo stato di salute e di fertilità del suolo; oppure di specie indistinguibili all’occhio, ma non all’orecchio, come alcune specie di rane; o ancora di ecosistemi così vasti e difficili da raggiungere – l’oceano più aperto, le profondità marine più inaccessibili – dove poter semplicemente registrare e analizzare i suoni diventa il metodo più praticabile, e meno invasivo, di monitoraggio. I suoni prodotti da ciascuna specie sono un indicatore della biodiversità ma anche, e soprattutto, una ricchezza in sé: e quando una specie scompare, quando l’ultimo esemplare rinuncia a mandare i suoi richiami d’amore rivolti ormai a nessuno, perdiamo per sempre delle note, un gorgoglio, delle vibrazioni, una melodia che nessun altro essere vivente potrà replicare. Ogni singola specie non solo produce dei suoni caratteristici ma ha un diverso modo di percepirli, diversi spettri uditivi, diversi organi predisposti e diversi modi in cui le vibrazioni sonore vengono percepite ed elaborate. Così quando una specie scompare, non scompare solo il suono che produce, ma anche il suono che ascolta. > Quando una specie scompare, quando l’ultimo esemplare rinuncia a mandare i > suoi richiami d’amore rivolti ormai a nessuno, perdiamo per sempre delle note, > un gorgoglio, delle vibrazioni, una melodia che nessun altro essere vivente > potrà replicare. Fra i vari compiti della tutela della biodiversità c’è anche fare in modo che le altre specie animali possano continuare ad ascoltarsi fra loro: ridurre il nostro peso sugli ecosistemi comprende quindi anche la riduzione del nostro impatto sonoro – come, per esempio, l’inquinamento acustico del trasporto marittimo, delle trivellazioni offshore e del deep-sea mining che stressa e disorienta, provocando danni uditivi e a volte anche la morte, nei pesci e nei mammiferi marini. Immaginare un futuro silenzioso Possiamo ripensare il nostro impatto sui paesaggi sonori; ripensare le città tenendo a mente anche la necessità di contenere l’inquinamento acustico, per il benessere di chi in città ci vive; ripensare la pace: “far tacere le armi” non significa solo smettere di combattere, ma è un modo di lasciare spazio alla voce dei popoli che con le armi vengono sottomessi, soggiogati, silenziati, annientati; ripensare il silenzio: tacere, ridurre il rumore, non è creare un vuoto ma creare spazio, così come quella che chiamiamo decrescita non è una riduzione ma un modo diverso di crescere, dove alla crescita del PIL si sostituisce quella del benessere, della salute e della giustizia. Abbassare il livello, e il peso, dell’antropofonia sull’ambiente significa quindi dare la possibilità di espressione ad altre specie animali, dar loro la possibilità di tornare a comunicare, a quell’ultimo esemplare di scoprire magari di non essere rimasto solo, e intercettare il verso di un suo simile prima che entrambi smettano di cantare. Significa dare a noi, specie umana, la possibilità di ascolto – delle altre specie, uscendo dal nostro antropocentrismo acustico, e di chi, all’interno della nostra, è stato meno ascoltato –, e di immaginare un cambiamento che tenga presente anche come potrebbe suonare il futuro che vorremmo, una transizione non solo ecologica, non solo energetica, non solo giusta socialmente, ma anche silenziosa, non per creare un vuoto sonoro assoluto ma per poter ascoltare tutta quella ricchezza di voci di cui è fatto il mondo, prima di perderle per sempre. L'articolo Il paesaggio che (non) ascoltiamo proviene da Il Tascabile.
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Da un’economia di crescita a una di cura
L o scorso 28 aprile la penisola iberica è rimasta senza elettricità. Attorno alle 12 e 30 una serie di piccole interruzioni concentrate nel sud della Spagna ha innescato una reazione a catena che ha compromesso la rete elettrica spagnola. I computer che regolano le delicate esigenze di un’infrastruttura energetica moderna sono subito intervenuti, riportando la rete in equilibrio. Ma dopo pochi istanti è arrivato un secondo evento, e poi un terzo. Nel giro di cinque secondi il sistema elettrico spagnolo è collassato, portandosi dietro quello portoghese. Per dieci ore in media ‒ in alcune città, in realtà, parecchie di più ‒ hanno smesso di funzionare le metro, i treni, gli ascensori, gli elettrodomestici, la connessione telefonica e internet, le lampadine. Per alcuni il blackout è stata una tragedia: almeno quattro persone hanno perso la vita per cause legate all’assenza di corrente, chi intossicato da vecchie stufe a gas e chi dal fumo di un incendio originato dalle candele. Per altri ‒ quelli che hanno avuto la sfortuna di rimanere bloccati in un ascensore o in un vagone ‒ è stato come minimo un brutto pomeriggio. Ma la stragrande maggioranza degli spagnoli e dei portoghesi ne conserva un ricordo diverso. La luce è mancata a mezzogiorno di un tiepido giorno di primavera, col sole che splendeva su praticamente tutta la penisola. Le aziende hanno chiuso, il governo ha mandato per strada le volanti della polizia a chiedere alla gente di rimanere dove si trovava e di non prendere l’auto, e senza telefono non c’era modo di sapere cosa stesse succedendo o contattare i propri cari. Per tanti, la cosa più sensata da fare è stata trovare il parco più vicino ‒ o un bar che vendesse birre anche con la cassa spenta e i frigoriferi ormai tiepidi ‒ e aspettare. A camminare per il centro delle città iberiche, nelle ore del blackout, sembrava di essere nel mezzo di una domenica di ferie, più che in una emergenza. Quel lunedì ero anche io in Spagna. Quando nella notte è tornata la connessione, ho visto un tweet di un utente madrileno. Diceva: “sono stato meglio oggi col blackout che tutti gli altri giorni con la luce”. L’economia del benessere A molti accademici che si occupano di economia del benessere non piacerebbe che un articolo sulle loro proposte iniziasse con la descrizione di un collasso della rete elettrica. “Quello che vogliamo non è una società senza tecnologia o un salto indietro di secoli” mi spiega Tommaso Felici, docente di economia ambientale all’Università di Utrecht. Ha ragione lui, ovviamente, ma rimane il fatto che il tema di questo articolo ha a che fare col cambiare ‒ e in qualche modo ridurre ‒ i nostri consumi, anche energetici, al fine di costruire una società più sostenibile. > I teorici dell’economia del benessere concordano sulla necessità di valutare > diversamente il funzionamento delle società in cui viviamo, concentrandoci su > fattori come l’aspettativa di vita media, il tasso d’istruzione, l’accesso ai > servizi di base, la salute degli ecosistemi naturali e la felicità percepita. Economia del benessere è un termine ombrello. L’espressione fu coniata nel 1920 Arthur Cecil Pigou, l’economista inglese che, tra le altre cose, fu il primo a teorizzare la necessità di tassare le imprese al fine di diminuirne gli impatti negativi sull’ambiente e sulla società. Nel 1972 il Massachusetts Institute of Technology elaborò per conto del think-tank Club di Roma uno studio, passato alla storia come Rapporto sui limiti dello sviluppo (The limits to Growth), che ipotizzava il collasso della civiltà umana come possibile conseguenza dello sfruttamento infinito di risorse naturali. Nei decenni a seguire autori come il rumeno Nicholas Georgescu e il francese Serge Latouche hanno sistematizzato nelle loro opere proposte teoriche racchiudibili nella definizione di economia del benessere. I diversi filoni di studio interni a questo ambito hanno in comune la necessità di misurare il successo dell’economia su parametri che abbiano a che fare, per l’appunto, con il livello di benessere di una società, e indirizzare di conseguenza l’azione politica. L’indicatore oggi comunemente accettato per valutare lo stato di salute di un’economia è il prodotto interno lordo (PIL). Si calcola sommando il valore di tutti i beni e servizi prodotti in un territorio in un dato lasso di tempo: quando sentiamo frasi come “L’Italia entra in recessione” o “la Cina continua a crescere”, stiamo parlando dell’aumento o della diminuzione di questo parametro. Tutti i teorici del benessere concordano sulla necessità di valutare diversamente il funzionamento delle società in cui viviamo, centrandoci su fattori come la felicità percepita, l’aspettativa di vita media, il tasso d’istruzione, l’accesso ai servizi di base, la salute degli ecosistemi naturali. Le Nazioni Unite usano nei loro report l’Indice di sviluppo umano (ISU o HDI, Human Development Index), che include reddito pro capite, aspettativa di vita e istruzione. Alcuni ricercatori dell’Università di Londra lo hanno modificato per includere al suo interno anche una serie di parametri ecologici, dando così vita all’Indice di sviluppo sostenibile (ISS o SDI, Sustainable Development Index). In questa classifica, i tre Paesi con la migliore combinazione di reddito, stile di vita e impatto ecologico sono Costa Rica, Uruguay e Sri Lanka; gli ultimi Lussemburgo, Kuwait e Qatar. Le proposte che ricadono sotto l’etichetta di economia del benessere sono molte. Prima di esplorarle, però, è necessario comprendere perché la crescita economica non possa essere una buona approssimazione del benessere di una società. Crescere o non crescere I periodi di crescita economica sono stati spesso anche periodi di ottimismo, ed è legittimo domandarsi da dove provenga la necessità di abbandonare un paradigma che a lungo sembra aver funzionato. “Te lo dico con uno slogan un po’ datato ma efficace” risponde Riccardo Mastini, ricercatore al Politecnico di Milano e consulente delle Nazioni Unite: “la crescita infinita in un mondo dalle risorse finite è impossibile”. Il concetto chiave è quello di limite. L’ecologo svedese Johan Rockström, insieme ad altri autori, pubblicò nel 2009 uno studio ‒ tutt’oggi citatissimo ‒ che teorizzava la presenza di nove limiti planetari, superati i quali la stabilità degli ecosistemi sui quali abbiamo costruito le nostre civiltà viene messa a rischio. Il primo riguarda la concentrazione di gas climalteranti in atmosfera, e quindi la necessità di stabilizzare le temperature medie del pianeta, ma ugualmente cruciali sono il ciclo dell’azoto e del fosforo, la perdita di biodiversità, l’acidificazione degli oceani, la riduzione dell’ozono atmosferico, l’inquinamento da sostanze chimiche, l’accumulo di particolati, il consumo di acqua dolce e di suolo, e l’acidificazione degli oceani. > In un cruciale studio del 2009, l’ecologo svedese Johan Rockström ha > teorizzato la presenza di nove limiti planetari, superati i quali la stabilità > degli ecosistemi sui quali abbiamo costruito le nostre civiltà viene messa a > rischio. Il fulcro delle riflessioni sul benessere è che per garantire a tutti uno standard di vita dignitoso e accettabile non possiamo semplicemente consumare di più ‒ più metalli estratti dal terreno, più pesce pescato dal mare e così via ‒ perché le risorse terrestri non sono inesauribili e dipendono da sistemi fragili e interconnessi. Una crescita indefinita della nostra economia finirà, paradossalmente, col far venir meno quei materiali e quelle risorse da cui la nostra civiltà dipende, economia compresa. Questa conclusione trova in disaccordo molti economisti, che per quanto divisi tendenzialmente concordano sull’idea che la crescita economica sia condizione necessaria per l’avanzamento della società. Per alcuni studiosi, l’economia del benessere assomiglia davvero al blackout spagnolo di cui sopra: poca energia, poche risorse, poca sicurezza. “Ma è un’idea vecchia” spiega Felici che, pur essendo economista, dissente da buona parte dei suoi colleghi. “Sicuramente in passato la crescita ha portato a maggior benessere, e questo rimane vero per molti dei cosiddetti Paesi in via di sviluppo. Ma nella nostra Europa industrializzata non è più così. Anzi, quando il PIL aumenta, aumentano anche le disuguaglianze. Il caso italiano è emblematico: i salari reali sono fermi da trent’anni, nonostante ci sia stata crescita”. Ciò che dice Felici trova riscontro nei dati. Nel 2018 un gruppo di ricercatori dell’Università di Leeds ha pubblicato uno studio intitolato A Good Life for all within Planetary Boundaries, che rileva come l’aumento del reddito medio pro capite corrisponda effettivamente a un aumento della qualità di vita, ma solo fino a una certa soglia. Superata questa, che i ricercatori ritengono stia attorno ai 20.000 dollari, l’aumento di questo parametro non è più correlato ad un’aspettativa di vita più alta, a tassi di istruzione migliori o a più felicità percepita. Tradotto: nella Spagna del blackout per far star meglio la gente, piuttosto che accrescere l’economia complessiva della nazione, sarebbe utile distribuire diversamente la ricchezza che già c’è. Ad esempio, investendo su una rete elettrica più pulita e sicura. > A un aumento del reddito medio pro capite corrisponde effettivamente un > aumento della qualità di vita, in termini di aspettativa di vita, tassi di > istruzione o felicità percepita, ma solo fino ad una certa soglia. Il fatto che gran parte degli economisti non riconosca la necessità di porre un limite al consumo di risorse non significa che disconoscano la realtà di una crisi ecologica in atto. Semplicemente, scommettono sul fatto che sarà l’innovazione tecnologica ‒ resa possibile, a detta loro, proprio dalla crescita economica ‒ a risolvere il problema. “In passato è davvero andata così, penso ad esempio al problema del buco dell’ozono, risolto grazie alle nuove tecnologie e ad un modello virtuoso di collaborazione tra Stati” dice Felici “Ma non sappiamo se ci riusciremo ancora: quando parliamo di crisi climatica, ad esempio, non sembra affatto che stiamo riuscendo a tenere assieme un modello economico tradizionale con la riduzione delle emissioni. Scommettere sullo sviluppo tecnologico come panacea di ogni male sfida il principio di prudenza”. Uno spazio operativo sicuro e giusto I teorici dell’economia del benessere concordano su un assunto di base: non deve essere la crescita a guidare le scelte di una società. Come debba funzionare un modello alternativo, però, è tema di dibattito. Un grande interrogativo è cosa fare dell’economia del presente, che si prefigge un aumento del PIL trimestre dopo trimestre. Per la maggioranza degli studiosi di quest’area, è impossibile disaccoppiare l’aumento del PIL dal deterioramento degli habitat naturali, dalle emissioni, e dallo sforamento di quei limiti che abbiamo descritto sopra. È questa la posizione anche di Riccardo Mastini: “La crescita del PIL è stata un grande calmante sociale. Di fronte alla povertà, invece di distribuire diversamente la ricchezza che già esisteva si è deciso di crearne di nuova, promettendo che un po’ di quelle risorse fresche sarebbero andate a tutti. E ha funzionato, almeno in parte, ma al prezzo inevitabile di esternalità negative sempre più pesanti ‒ dal riscaldamento globale alla crisi degli ecosistemi. Effetti collaterali che, paradossalmente, mettono a rischio le conquiste fin qua avvenute”. > Sarebbe più utile parlare di post-crescita, piuttosto che di decrescita. Il > punto non è decrescere in sé e per sé, quanto cambiare il nostro parametro > guida, dall’aumento del PIL all’aumento della qualità di vita delle persone.  Un’altra parte, minoritaria, degli economisti del benessere ha un approccio più sfumato: può essere che il PIL continui a crescere anche in un’economia differente, che il disaccoppiamento tra crescita e crisi ecologica sia possibile. Ma se così non fosse, dobbiamo essere pronti a dare priorità a quegli altri indicatori che abbiamo descritto ‒ dalla salute degli ecosistemi all’aspettativa di vita ‒ piuttosto che al PIL. È questa la posizione di Tommaso Felici: “io preferisco parlare di post-crescita, piuttosto che di decrescita. Questo perché decrescere non deve essere un obiettivo in sé. Il punto è cambiare focus, dall’aumento del PIL all’aumento della qualità di vita delle persone. Se riusciamo a farlo continuando a crescere, ben venga, ma dobbiamo essere pronti a sacrificare l’espansione dell’economia, se serve a stare meglio”. Ciò su cui tutti gli studiosi del benessere sono invece concordi è la necessità di porre al centro i bisogni essenziali delle persone: cibo, un tetto sopra la testa, la possibilità di istruirsi, di curarsi, di avere tempo libero. L’economia del benessere è, in questo senso, erede diretta dello Stato sociale novecentesco: l’intera struttura produttiva, l’intero mercato del lavoro, devono essere prima di tutto al servizio del welfare, nel senso ampio del termine. Per ottenere ciò non serve necessariamente un’economia pianificata sul modello sovietico, ma di sicuro occorre che si contragga lo spazio del mercato e si ampli l’intervento pubblico. Un passaggio ineludibile è la redistribuzione della ricchezza. L’economista inglese Kate Raworth ha teorizzato per prima il modello economico della ciambella, in cui lo spazio operativo per l’umanità andrebbe cercato nella fascia compresa tra due limiti: uno ecologico esterno e uno sociale interno. Per Raworth, nessuno dovrebbe essere troppo povero da non poter accedere a risorse e diritti fondamentali, e nessuno dovrebbe essere così ricco da incidere negativamente sui limiti planetari. Tradurre in politiche concrete i principi di cui sopra è tutt’altro che facile, ed è su questo che si è focalizzata buona parte del lavoro di quest’area politica e culturale degli ultimi decenni. Una misura da tempo proposta è quella del reddito di base universale. Si tratterebbe di un sussidio erogato dallo Stato a chiunque possegga la cittadinanza ‒ o, addirittura, la residenza ‒ a prescindere dal lavoro. Una grande operazione di redistribuzione della ricchezza, ovviamente, ma anche il principio di una trasformazione più profonda. Nel breve termine, un reddito universale permetterebbe di rendere socialmente accettabile la contrazione della produzione industriale o la chiusura di certi settori particolarmente impattanti; nel lungo, di iniziare a slegare il lavoro dalla necessità di avere un salario, e costruire un’economia non più basata sui consumi. L’accorciamento delle catene del valore ‒ cioè, riportare i luoghi di produzione più vicino a quelli di consumo ‒ è un’altra politica che mira assieme a ridurre il consumo energetico e logistico, oltre ad aumentare le possibilità di impiego. > Secondo il modello economico a ciambella di Raworth, lo spazio operativo per > l’umanità dovrebbe avere un limite ecologico e uno sociale: nessuno dovrebbe > essere troppo povero da non poter accedere a risorse e diritti fondamentali, > nessuno così ricco da incidere negativamente sui limiti planetari. “Decrescita significa abbandonare le produzioni inutili, è riportare a casa quelle che ci servono” spiega Mastini. Per ottenere tutto questo serve cambiare chi prende le decisioni. Da qui il ruolo centrale dello Stato di cui sopra, certo, ma anche la possibilità di cambiare la natura del privato: “Immaginiamo di avere, al posto dei grandi oligopoli, un sistema di employee ownership, cioè la proprietà collettiva dei lavoratori. In questo modo elimini l’extraprofitto, chi possiede le imprese guadagna dal suo stesso lavoro e non dalla mera proprietà. E soprattutto, in questo modo si potrebbe pensare ad un sistema economico orientato al bene comune”. L’economia del benessere è economia della cura Un ripensamento dell’economia non può prescindere dal concetto di “lavoro di cura”, ossia quelle attività indispensabili ‒ come crescere i bambini, aiutare gli anziani, gestire le attività domestiche ‒ che tradizionalmente sono svolte in forma gratuita dalle donne. La redistribuzione e retribuzione di quel lavoro potrebbe essere la chiave di volta per un’economia diversa. Ina Praetorius è una teologa svizzera, tra le fondatrici della Network Care Revolution. “Le donne sono il prosieguo degli schiavi dell’antichità. Platone distingueva tra liberi e dipendenti: i primi erano gli uomini adulti con la cittadinanza, i secondi erano i bambini, gli schiavi e le donne” mi spiega. “L’illuminismo abolisce l’impianto formale di questa divisione, ma rimangono in piedi gli usi. E il capitalismo, quando nasce, trova molto conveniente avere questa manodopera gratuita addetta ad attività indispensabili, dalla cucina al supporto ai malati. Tutt’oggi quante persone ‒ non solo uomini e non solo conservatrici ‒ ritengono naturale che certi lavori siano svolti dalle donne della famiglia?”. Per economia della cura si intende un sistema economico centrato sul soddisfacimento dei bisogni delle persone in forma organizzata, legalmente riconosciuta ed equamente distribuita tra i generi. L’idea è che quelle mansioni storicamente svolte da donne in ambito familiare e senza salario diventino il punto focale delle nostre economie. Il reddito di base prima citato, ad esempio, permetterebbe di liberare almeno parte del tempo che impieghiamo nel normale lavoro salariato, permettendo a tutti ‒ a prescindere dal genere ‒ di usarlo anche per questo genere di attività così indispensabili. Le assonanze con l’economia del benessere sono chiare. “L’idea della cura nasce nell’ambito del movimento femminista, ma non è un tema di genere: è di tutti” continua la teologa: “se penso al mondo tra cento anni, immagino molto più tempo libero: per curare la famiglia e la casa, certo, ma anche per l’ozio ‒ che è importantissimo ed è un diritto di tutti, non solo dei ricchi». > Un ripensamento dell’economia non può prescindere dalla redistribuzione e > retribuzione del lavoro di cura, ossia quelle attività indispensabili che > tradizionalmente sono svolte in forma gratuita dalle donne. Il reddito di base universale è la prima delle proposte che mette d’accordo promotori della decrescita, dell’economia del benessere e delle istanze femministe. Spostare i capitali pubblici da settori ad alto impatto ecologico e bassa utilità sociale ‒ il fossile, le armi, il cibo spazzatura ‒ a settori poco impattanti ed essenziali come quelli della cura è un secondo, importante punto di contatto. Il terzo è la riduzione dell’orario lavorativo. “Produrre meno significa anche ridurre il monte ore lavorato. E se puntiamo a garantire a tutti un impiego, la logica conseguenza è lavorare meno” dice Mastini. L’idea è che da un lato l’economia del benessere richieda di produrre meno, e quindi liberi tempo nella vita delle persone; dall’altra che il tempo libero sia prerequisito per distribuire meglio il cosiddetto lavoro domestico. Lo spazio per il benessere Nonostante il relativo successo in campo accademico o nella bolla dei movimenti sociali, per ora molto poco dell’economia del benessere si è tradotto in prassi politica. La primazia del PIL come indicatore del successo di un’economia non è mai stata davvero messa in discussione da nessun governo, e lo spazio del welfare o dell’intervento pubblico, almeno in Occidente, si va riducendo, invece che aumentare. In Europa, il piano di riarmo delle istituzioni comunitarie e dei governi rischia di sostituire lo stato sociale e la transizione ecologica tra le prime voci dei bilanci pubblici del prossimo lustro. Eppure, le questioni poste dai teorici del benessere non sono venute meno. E mai come oggi si avverte la necessità di riconcepire la nostra idea di benessere. Il giorno seguente al blackout, i social spagnoli si sono riempiti di persone che, più o meno ironicamente, si interrogavano sul fatto che, tutto sommato, senza corrente non si stesse poi così male. I cittadini di un Paese ricco e sviluppato, in cui il PIL cresce e gli indicatori macroeconomici tradizionali sono tutti positivi, hanno salutato più con sollievo che con paura l’assenza di elettricità. Nemmeno il più radicale dei “decrescisti” proporrebbe di farne a meno, ma quelle reazioni rimandano ugualmente a una riflessione: quali precondizioni, quali servizi e quali opportunità rendono la vita di una persona soddisfacente? Siamo sicuri che il sistema in cui viviamo ci renda più felici di quanto ci faccia sentire in trappola? E ancora: quale economia può consentirci di utilizzare diversamente le nostre risorse, indirizzandole verso beni e servizi che, nel loro insieme, contribuiscano a costruire una società felice? L'articolo Da un’economia di crescita a una di cura proviene da Il Tascabile.
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