L’ ultima volta che Khaled si era trovato su un’auto c’era un passeur alla guida
e stava attraversando il confine croato e sloveno, prima di arrivare in Friuli.
In Italia non aveva la patente né tantomeno un’auto, soltanto una bicicletta
raffazzonata che usava per andare al lavoro. Il paesino dove era stato accolto
era talmente piccolo da rendere l’idea di spostarsi in bici quasi bislacca. Era
tutto vicino: il piccolo supermercato – una stanza di cinquanta metri quadri ‒,
il municipio dove aveva ottenuto la carta di identità, la piazza dove fumava una
sigaretta in compagnia prima di andare a dormire. Prima di una nuova giornata di
lavoro.
Dopo aver fatto richiesta di asilo, Khaled era stato accolto in un appartamento
di Passons, un paesino a pochi passi da Udine. Condivideva il suo appartamento
con altri cinque bangladesi e la loro vita scorreva piuttosto serena. Le aziende
agricole del territorio avevano bisogno di braccia per la raccolta delle olive.
Khaled aveva firmato il primo breve contratto di lavoro a ottobre, un paio di
mesi dopo il suo arrivo in Italia. Finita la raccolta, aveva trovato lavoro in
un ristorante cinese a San Marco. Ci arrivava in bicicletta tutte le mattine,
quali che fossero le condizioni meteo. Era stato fortunato. A Passons c’erano
pochi bangladesi, ma a differenza di lui non erano nuovi in Italia. E in quel
paesino sembravano conoscere tutto di tutti ed essere ben disposti ad aiutarlo –
un privilegio che, in una terra desolata e povera di opportunità, a volte non ci
si permette nemmeno tra connazionali.
La storia di Khaled ha anche un’altra differenza rispetto a quella dei
bangladesi arrivati in Italia alcuni anni fa: nel tempo le maglie della
richiesta di asilo sono diventate sempre più strette. I dispositivi tradizionali
di controllo delle frontiere sono stati potenziati. Ad esempio, i Paesi che
l’Italia considera sicuri sono aumentati. Un Paese è detto sicuro se non espone
i suoi abitanti al rischio di violazioni dei diritti umani fondamentali; se, in
sostanza, è considerato politicamente stabile e si adegua ai principi di uno
Stato di diritto. Durante il colloquio per il riconoscimento della protezione
internazionale – un colloquio a porte chiuse, in cui erano presenti soltanto
Khaled, un ufficiale italiano e un mediatore linguistico – l’ufficiale gli aveva
fatto varie domande sulla situazione politica in Bangladesh. Domande
circostanziate, precise, secche. Mirate a valutare i rischi che Khaled
correrebbe nel Paese di origine. “Che cosa le impedisce di vivere a Kabirhat con
i suoi figli?”. “E che cosa le succederebbe se tornasse in Bangladesh?”. Dopo
aver risposto a queste domande, era stato Khaled a chiedere all’ufficiale: “Chi
le ha detto che il Bangladesh è un Paese sicuro? Ha visto cos’è successo agli
studenti universitari?”.
“Chi le ha detto che il Bangladesh è un paese sicuro?”. Nel verbale di
audizione, la domanda è seguita da tre punti interrogativi, uno accanto
all’altro. Una scelta stilistica inusuale in un documento ufficiale. Un modo per
riportare il tono del richiedente audito? Era stata una domanda provocatoria,
quasi beffarda, capace di irritare l’intervistatore. Per quale altra ragione,
altrimenti, il verbale dovrebbe riportare non uno, ma tre punti interrogativi?
Su questa questione, in realtà, l’insistenza dell’ufficiale era legittima. Se un
migrante proviene da un Paese considerato sicuro, deve spiegare in dettaglio la
propria vicenda personale e convincere le autorità che tornarci comporterebbe un
rischio concreto per la propria vita. Per un richiedente asilo, l’obbligo a
questo tipo di racconto è una colossale spada di Damocle: è difficile tenere
insieme i fili di storie complesse, lo è tanto più se da anni lo Stato
normalizza l’oppressione, le disuguaglianze sociali e il terrore, se da quando
si è nati il regime esprime il proprio potere con la tortura o la persecuzione
degli oppositori politici, se si costruisce il proprio mondo su quell’orizzonte,
se si è visto ondeggiare continuamente la linea tra tutela dei diritti e
prevaricazione del più forte.
La lista dei Paesi sicuri viene aggiornata periodicamente dal ministero degli
Affari esteri, e nel febbraio 2026 è stata stilata per la prima volta anche a
livello europeo, quando la Commissione europea ha incluso, tra gli altri,
l’Egitto, la Tunisia e il Bangladesh. Amnesty International, nel suo rapporto
del 5 agosto 2024 “Il Bangladesh non è un paese sicuro”, ha dichiarato che “in
Bangladesh, come in Egitto e in Tunisia, i diritti umani restano violati in modo
diffuso, come riconosciuto dalla giurisprudenza”. Del resto, proprio nel 2024 il
Bangladesh ha vissuto una delle più violente insurrezioni dell’epoca
contemporanea. Il movimento studentesco aveva chiesto una svolta democratica per
il proprio Paese. Le forze dell’ordine avevano trasformato le proteste in
massacri uccidendo centinaia di studenti. La rivolta di massa che ne è seguita
aveva portato alla caduta del governo e alla cacciata della prima ministra,
Hasina Sheikh Wazed, che da allora vive rifugiata in India. Il 17 novembre 2025,
è stata condannata a morte per crimini di guerra.
> Se un migrante proviene da un Paese considerato sicuro deve spiegare in
> dettaglio la propria vicenda personale e convincere le autorità che tornarci
> comporterebbe un rischio concreto per la propria vita. Per un richiedente
> asilo, l’obbligo a questo tipo di racconto è una colossale spada di Damocle.
L’auto si ferma bruscamente a uno stop e Khaled si guarda intorno confuso. Nel
corso di quella mattina, in questura, gli avevano nominato Milano. Prima di quel
giorno aveva sentito parlare di Milano dai suoi amici, alcuni connazionali ci
erano andati per fare fortuna, ma in quelle ore concitate la geografia fisica e
quella emotiva avevano cominciato a versarsi l’una nell’altra, come se le
ordinarie separazioni della ragione fossero saltate. Mentre quel poliziotto
macinava chilometri in autostrada, Khaled ripensava al suo amico Assad,
rimpatriato in Bangladesh dalle autorità italiane. Gli aveva detto “In Italia
pensi di essere al sicuro, finché la legge non ti sceglie e decide che sei un
criminale e devi pagare”.
Il poliziotto ricomincia a parlare con il suo collega a voce alta. Per diverso
tempo in auto c’è stato un silenzio assoluto. Il timbro della sua voce riporta
Khaled a ciò che era accaduto quella mattina, prima di essere caricato in
quell’auto. Aveva corso tra lo studio dell’avvocato e l’ufficio degli operatori
sociali con un foglio tra le mani: il decreto con cui la prefettura di Udine
dichiarava che Khaled non aveva più diritto all’accoglienza. Le forze
dell’ordine lo avevano convocato in questura. Una firma su quel documento, e lui
avrebbe lasciato la sua camera per sempre. Khaled non si era presentato al primo
appuntamento in questura e neanche al secondo. Nel frattempo aveva implorato
l’avvocato di aiutarlo, aveva chiesto agli operatori del centro di accoglienza
di proteggerlo da quel provvedimento, contro ogni sensatezza aveva rifiutato di
vedere il suo progetto crollare. Ma la cessazione delle misure di accoglienza
era soltanto l’ultimo passaggio di un domino che partiva da lontano, e che mai
Khaled aveva pensato potesse toccargli.
Attese
Il 19 agosto 2024, poco dopo il suo arrivo in Italia, Khaled si era presentato
in questura per formalizzare la sua richiesta di protezione internazionale. Un
mediatore di lingua bangladese gli aveva tradotto le parole dell’ufficiale in
divisa. I discorsi erano stati tanti e non gli erano tutti chiari, ma una cosa
l’aveva capita: venire dal Bangladesh non era considerato abbastanza grave da
valere un permesso di soggiorno in Italia. Questo poteva diventare un grosso
problema se l’intervistatore non avesse creduto alla sua storia personale.
Avrebbe potuto comportare il rifiuto della domanda di protezione e diversi guai,
fino a mettere in discussione la sua permanenza in Italia.
L’accettazione o il rifiuto di una richiesta di asilo ha delle gerarchie. I
rifugiati politici ricevono la massima protezione. Seguono coloro che dimostrano
di rischiare un danno grave in caso di rientro in patria. Anche loro vengono
protetti, sebbene con un permesso di soggiorno meno “forte” rispetto a quello
del rifugiato politico. Ci sono poi quelli che ricevono una protezione per
ragioni di natura privata (una malattia che sarebbe difficile curare nel Paese
di origine, aver subito violenze domestiche, maltrattamenti subiti durante il
viaggio, situazioni di grave sfruttamento lavorativo). Ci sono poi coloro che
non sono rifugiati politici, non provengono da Paesi in conflitto e non
riferiscono storie di sofferenza. Nella gran parte di questi casi, la domanda di
asilo viene rifiutata. Vi è infine un’ultima casistica, sempre meno residuale: i
richiedenti la cui domanda di asilo non viene soltanto rifiutata, ma ritenuta
infondata. In questo caso, la Commissione ritiene che non vi siano reali motivi
a sostegno della loro richiesta, o addirittura che questa sia strumentale a
restare in Italia. La domanda di Khaled rientrava in quest’ultimo caso ed era
stata rigettata per manifesta infondatezza.
> L’accettazione o il rifiuto di una richiesta di asilo ha delle gerarchie.
Il poliziotto apre la porta dell’auto e Khaled scende. Al gabbiotto appare un
signore stanco. Il poliziotto gli passa dei documenti da una fessura nella
vetrata e il signore lascia il gabbiotto. Ricompare dopo poco dietro una
porticina laterale poco distante e li fa entrare. Dei due poliziotti che lo
avevano portato a Milano, soltanto uno lo accompagna dentro. Gli torna in mente
quella mattina, la sua famiglia in Bangladesh che non ha sue notizie e che non è
abituata a silenzi così prolungati. Non ha potuto avvertire che quella notte non
dormirà a casa, che è in un centro di detenzione, che non ha idea di cosa abbia
fatto per finirci. Mentre camminano chiede al poliziotto di riavere il telefono.
Il poliziotto gli dice che in quel posto i detenuti non hanno sempre il permesso
di usare il cellulare, e che forse, una volta dentro, gli operatori del centro
glielo restituiranno.
Dopo uno zigzag tra i corridoi, Khaled e il poliziotto giungono sul ciglio di
una stanza illuminata solo da una lampada da scrivania. L’Ufficiale chiede di
attendere fuori. I posti di transito, trattenimento o detenzione delle persone
straniere si assomigliano tutti: luci al neon, corridoi bucati da porte anonime,
sedie da aspetto. Sembra che questo sia il destino: dopo tanto viaggiare,
attendere qualcosa, non è sempre chiaro cosa, su una sedia di uno di quei tanti
corridoi del mondo. Era accaduto quella mattina nella questura di Udine, accade
ora al CPR di Milano, il CPR di via Corelli.
Chiusi dentro
I CPR (Centri di Permanenza per i Rimpatri) nascono come luoghi di trattenimento
per le persone straniere in condizione di irregolarità giuridica, in attesa del
rimpatrio nei Paesi di origine, quando l’espulsione non può essere effettuata in
tempi rapidi. Per l’intero periodo di permanenza, lo straniero non può uscire
dal CPR. È quella che viene chiamata “detenzione amministrativa”: una
limitazione della libertà personale applicata in assenza di un procedimento
penale, proprio perché non c’è alcun reato. Non c’è una condanna, come non c’è
un capo d’accusa. La persona viene rinchiusa perché non dispone di un regolare
permesso di soggiorno. Secondo la normativa (art. 14 TUI), la durata del
trattenimento è variabile e può andare da alcuni giorni a molti mesi. La
permanenza dura comunque “solo il tempo strettamente necessario all’espletamento
delle procedure di rimpatrio”. Ma la realtà è spesso diversa, e le persone
possono restare rinchiuse in un CPR anche per anni.
In Italia ad oggi si contano dieci CPR, sparsi tra il Nord, il Sud e le Isole.
Chi ha la possibilità di raccontarlo descrive le condizioni del trattenimento
come “durissime”. L’impatto della vita detentiva sulla salute mentale, lo stress
derivato dalla carenza di informazioni sul proprio conto, l’isolamento,
l’assenza di un servizio continuativo di assistenza legale e medica rendono la
permanenza nei CPR difficile, talvolta impossibile. Il “registro degli eventi
critici”, un resoconto che gli operatori di tutti i centri tengono
obbligatoriamente aggiornato, basterebbe da solo a raccontare l’abisso dei CPR,
tra tentativi di suicidio, atti di autolesionismo e rivolte. Soltanto al CPR di
Via Corelli, nel periodo tra febbraio e maggio 2024 gli eventi critici sono
stati documentati con una cadenza di uno ogni due giorni.
> I CPR nascono come luoghi di trattenimento per le persone straniere in
> condizione di irregolarità giuridica, in attesa del rimpatrio nei Paesi di
> origine, quando l’espulsione non può effettuarsi in tempi rapidi. Per l’intero
> periodo di permanenza, lo straniero non può uscire dal CPR.
Dei dieci CPR italiani, soltanto quelli di Milano e di Gradisca d’Isonzo
consentono l’uso del cellulare, sebbene il sequestro dei telefoni sia
chiaramente contro la legge. È un dettaglio importante, fondamentale. L’uso del
cellulare, oltre a garantire il diritto alla corrispondenza con amici e
familiari, consente alle realtà solidali di restare in contatto con i trattenuti
e di ricevere documentazione degli abusi. Sono infatti i collettivi e le
organizzazioni a monitorare quanto avviene oltre le inferriate dei CPR. A Milano
l’associazione Naga chiede da anni la possibilità di accedere al CPR di via
Corelli, ma la prefettura non lo ha mai autorizzato, né ha mai risposto alle
numerose richieste di accesso civico da parte degli attivisti.
Per diminuire le richieste da parte delle persone trattenute, gli operatori li
stordiscono con antiepilettici, ansiolitici, antidepressivi e sedativi.
Un’inchiesta giornalistica di Altreconomia del 2023 ha documentato la
somministrazione spropositata di medicinali, con una spesa in psicofarmaci 160
volte più alta nei CPR rispetto a delle realtà non detentive che prendono in
carico un’utenza simile per età e per provenienza. A ragione, si è più volte
parlato della “deriva manicomiale” dei Centri di permanenza per il rimpatrio.
L’ufficiale chiama dentro Khaled e inizia a scorrere in silenzio i dati al
computer. Un gesto meccanico, spento, fatto per lui come per altre migliaia di
detenuti. Sullo schermo Khaled riconosce il suo nome e cognome, gli unici
simboli che ha imparato a distinguere nell’alfabeto latino. Ma il resto delle
parole? Quel silenzio insondabile lo spezza. In quei mesi in Italia ogni
provvedimento che lo riguardava gli era parso un muro ostile di parole che non
presagivano niente di buono. Il provvedimento che gli avevano consegnato pochi
giorni prima dell’intervista, con cui gli veniva notificata la “procedura
accelerata” della sua richiesta di asilo, non era stata una buona notizia. Anche
l’esito dell’intervista non aveva portato buone notizie. Sono documenti
difficili, pieni di formule che Khaled non riesce a ricordare parola per parola.
Ma un punto gli è chiaro: rendono difficile la sua vita in Italia. Di fronte a
questo nuovo provvedimento, sente il bisogno di capire il prima possibile.
Ma quando prova a chiedere, l’ufficiale sbuffa in maniera incontrollata, come se
ogni interruzione al flusso del suo discorso fosse per lui una perdita infinita
e inaccettabile. Così, per una buona manciata di minuti Khaled si lascia
travolgere dalle informazioni. Le parole dell’ufficiale, incomprensibili,
rimbalzano contro quelle del mediatore e viceversa, quasi senza pause. Quando
infine l’ufficiale tace, Khaled domanda: “Cosa succederà se non mi liberano?”.
L’ufficiale risponde e il mediatore in maniera secca: “Devi tornare in
Bangladesh. Loro organizzeranno il tuo volo.”
> Per diminuire le richieste da parte delle persone trattenute, gli operatori li
> stordiscono con antiepilettici, ansiolitici, antidepressivi e sedativi. A
> ragione, si è più volte parlato della “deriva manicomiale” dei Centri di
> permanenza per il rimpatrio.
In un attimo Khaled realizza tutto quello che aveva vissuto nei giorni
precedenti. Gli operatori che a più riprese cercano di spiegargli le ragioni
della fine dell’accoglienza, che gli dicono: “Sono disposizioni della
prefettura”; l’insistenza dei poliziotti perché si rechi in questura il prima
possibile. Mentre lo conducono in una camera sozza e umida, gli torna in mente
Diego, l’operatore che si occupava dell’appartamento in cui era stato accolto.
Diego è poco più giovane di lui e ha un’energia contagiosa, è vitale e gioioso.
Qualche mese prima aveva organizzato un corso di italiano per stranieri in una
stanza del municipio. Fino a quando gli era stato possibile, Khaled non era
mancato mai a quelle lezioni. Dunque non avrebbe rivisto mai più neanche lui.
Nuovi elementi
Quella di Khaled è una storia strana, e strane sono le modalità con cui volgerà
al termine. È una storia di provvedimenti perentori e incalzanti, che in certi
passaggi sembrano suggerire un accanimento quasi personale nei suoi confronti.
Ma non solo. È una storia di fortunate coincidenze, una storia in cui “i nuovi
elementi” portati dall’avvocato hanno finito per rovesciare le decisioni di un
tribunale. Ma è anche la storia di un cittadino bangladese analfabeta, ingenuo e
senza cattiverie, un giovane che, nel giro di ventiquattro ore, dalla cucina del
ristorante dove lavorava si è ritrovato in viaggio verso il CPR di Milano, in
attesa di un rimpatrio. In questa storia si intrecciano istanze rigettate e
permessi di soggiorno che non avrebbero mai potuto essere rinnovati.
Il 1° luglio 2024 Khaled entrava in Italia e si presentava in questura per la
prima volta per chiedere verbalmente di poter fare richiesta di asilo.
L’appuntamento per formalizzare questa richiesta è stato fissato per il 19
agosto, un mese e mezzo dopo. “Formalizzare” la richiesta di asilo significa
compilare un modulo con i dati personali e assistere a un’informativa in cui,
alla presenza di un mediatore linguistico, si spiegano nel dettaglio i passaggi
della richiesta di asilo e i possibili esiti. La formalizzazione è un passaggio
fondamentale. Da questo momento, la regolarità in Italia del richiedente asilo
non può più essere contestata.
Ma quel 19 agosto in questura accadde anche altro. Per la domanda di asilo di
Khaled gli ufficiali disposero l’applicazione della “procedura accelerata” per
provenienza da Paese di origine sicuro. La procedura accelerata, come suggerisce
il nome, abbrevia di molto i tempi della procedura ordinaria. Nel caso di
Khaled, venne disposta in ragione del suo Paese di origine che, come detto
all’inizio, è ufficialmente considerato sicuro dall’Italia. Al vaglio delle
autorità competenti, la richiesta di asilo di chi proviene da un Paese sicuro
viene considerata a priori pretestuosa perché, per definizione di Paese sicuro,
“si può dimostrare che non vi sono persecuzioni costanti, torture, o trattamenti
inumani e degradanti”. Non vi sono dunque ragioni fondate per una fuga da tale
Paese e per la proposizione di una richiesta di asilo altrove. Salvo eccezioni,
una richiesta di asilo in procedura accelerata si conclude con un diniego, come
si dice in gergo tecnico, “per manifesta infondatezza”.
> Al vaglio delle autorità competenti, la richiesta di asilo di chi proviene da
> un Paese sicuro viene considerata a priori pretestuosa perché, per definizione
> di Paese sicuro, “si può dimostrare che non vi sono persecuzioni costanti,
> torture, o trattamenti inumani e degradanti”.
Un richiedente asilo nella procedura ordinaria potrebbe essere convocato davanti
alla Commissione territoriale dai sei ai dieci mesi dopo la formalizzazione
della richiesta di asilo, a volte anche dopo un anno. La procedura accelerata,
invece, ha una scansione temporale fittissima: entro sette giorni dalla
formalizzazione della domanda deve essere svolta l’intervista ed entro i
successivi due giorni deve essere emesso l’esito che, come abbiamo detto, è
nella maggior parte dei casi negativo. Il provvedimento di diniego di un
richiedente asilo non si limita a dichiarare l’inidoneità alla permanenza in
Italia, ma rende anche efficace l’obbligo di rimpatrio del richiedente e il
divieto di reingresso in Italia. A questo punto, il diniegato può rivolgersi a
un avvocato difensore e depositare un ricorso in tribunale, non più tardi di 15
giorni dalla notifica dell’esito. Anche sul ricorso le due procedure
differiscono: nella procedura ordinaria, il deposito del ricorso sospende
automaticamente l’efficacia del provvedimento di rimpatrio. Nella procedura
accelerata, invece, no: il ricorso deve essere corredato da un’apposita
richiesta di sospensione dell’obbligo di rimpatrio. È una richiesta
fondamentale. La sospensiva, se accettata dal Tribunale, permette al ricorrente
di restare regolarmente in Italia fino all’esito del ricorso. Se la sospensiva
viene rigettata, o non viene presentata affatto, l’obbligo di rimpatrio resta
effettivo.
Il 21 agosto Khaled venne audito dalla Commissione territoriale, il 23 agosto la
Commissione emette il verdetto: diniego per manifesta infondatezza. Viene
comunicato a Khaled il 2 settembre, dieci giorni dopo. Nel corso
dell’intervista, Khaled aveva raccontato i motivi della fuga dal Bangladesh.
Aveva parlato di alcune persone vicine alla famiglia, menzionando i fratellastri
di sua moglie, che gli avevano reso difficile la permanenza nel villaggio. Come
detto in precedenza, l’ufficiale della Commissione aveva chiesto a Khaled le
ragioni della sua fuga dal Bangladesh e Khaled aveva fatto quella domanda
provocatoria: “Chi le ha detto che il Bangladesh è un Paese sicuro?”.
Ci sono molte vicende come questa. La maggior parte delle storie raccolte dalle
Commissioni territoriali sui migranti bangladesi hanno a che fare con il
possesso di terre contese e con la prevaricazione di una famiglia su un’altra.
Qui non affronteremo le vicende personali di Khaled prima del suo arrivo in
Italia, perché non hanno a che fare con ciò che è accaduto dopo. Ma è opportuno
soffermarsi su come la Commissione territoriale si è espressa in merito alla sua
storia. La Commissione scrive che “tutte le dichiarazioni del signor Khaled
risultano complessivamente confuse e inverosimili” e che “l’impianto narrativo
dell’istante è contraddittorio in più punti”. Ma può davvero una Commissione
esprimersi, con un provvedimento peraltro molto duro, a fronte di una vicenda
lontana nel tempo e nello spazio, su cui non intervengono dei testimoni e di cui
non vi sono prove se non il racconto stesso del richiedente?
Può la valutazione di una richiesta di asilo basarsi unicamente sulla coerenza e
la credibilità del racconto fatto, senza considerare l’assetto socioculturale
del richiedente? Molti avvocati dell’immigrazione, sociologi e antropologi hanno
criticato in vario modo i parametri di giudizio applicati alle richieste di
asilo. Si è ritenuto in più occasioni che un simile approccio imponga standard
epistemologici occidentali su narrazioni di vita vissuta, ignorando le
differenze culturali, i traumi e i diversi contesti sociopolitici. Questo
metodo, basato sul sospetto anziché sulla fiducia, trasformerebbe la procedura
di asilo in un interrogatorio che penalizza chi non si adegua alle aspettative
cosiddette “eurocentriche” delle Commissioni territoriali.
Dopo l’esito, Khaled aveva contattato un avvocato, che aveva depositato il
ricorso nei termini, il 16 settembre 2024. Insieme al ricorso, come di prassi,
aveva depositato anche l’istanza di sospensiva. Il 27 settembre il giudice del
tribunale di Trieste rigettò l’istanza di sospensiva. Da quel giorno, Khaled era
rimpatriabile. L’avvocato non depositò ulteriori richieste al tribunale. A
posteriori, riferirà che farlo sarebbe stato sciocco e inutile. “In circostanze
di questo tipo, il Tribunale cambia idea unicamente a fronte di nuovi elementi
emersi dalla vicenda personale dell’assistito”, dirà: “E dato che avevo appena
presentato una richiesta di sospensiva che era stata rigettata, nessun elemento
sarebbe stato sufficiente a cambiare l’opinione del giudice”.
> Molti avvocati dell’immigrazione, sociologi e antropologi hanno criticato i
> parametri di giudizio applicati alle richieste di asilo: un simile approccio
> impone standard epistemologici occidentali su narrazioni di vita vissuta,
> ignorando le differenze culturali, i traumi e i diversi contesti
> sociopolitici.
In seguito al rigetto della sospensiva, la prefettura non aveva emesso alcun
provvedimento, nonostante la permanenza in Italia fosse stata di fatto rigettata
dallo Stato. In questo strano silenzio delle istituzioni, trascorsero i giorni e
le settimane. Nel frattempo erano passati sessanta giorni dalla formalizzazione
del C3, pertanto Khaled poteva iniziare a lavorare. E trovò lavoro ben presto.
Lo testimoniano i contratti agricoli firmati con un paio di connazionali, e
infine l’ultimo, quello con il titolare del ristorante cinese che sarà citato
più avanti proprio nel CPR di via Corelli. Khaled, insomma, in attesa che
qualcosa accadesse, aveva continuato a condurre la sua vita. Ignorava ‒ nessuno
gliele aveva illustrate in maniera approfondita ‒ le possibili conseguenze di
quella sospensiva rigettata. Le avrebbe comprese quasi un anno dopo, in quella
stanza della questura di Udine, quella mattina di settembre in cui tutto è
cominciato, il giorno in cui è stato condotto a Milano in un’auto delle forze
dell’ordine.
C’è altro. La questura di Udine, dopo il rigetto dell’istanza di sospensiva,
avrebbe dovuto registrare che Khaled era divenuto “irregolare” sul territorio
italiano e avrebbe dovuto negargli il rinnovo del permesso di soggiorno già nel
marzo del 2025. Khaled, al contrario, il 12 marzo si era presentato in questura
e aveva ottenuto il rinnovo del permesso come fosse un regolare richiedente
asilo in attesa dell’esito del ricorso. Questo errore da parte della questura,
in realtà, gli aveva permesso di lavorare in maniera continuativa con un
regolare rapporto di lavoro per altri sei mesi. Come vedremo più avanti, il
rinnovo erroneo del suo permesso è stato cruciale per la conclusione di questa
storia, una svista fortunata. In quei sei mesi, da marzo a settembre 2025,
nessuno si accorse di questa svista, e non ne era cosciente neanche Khaled e le
persone che gli stavano intorno. Il suo avvocato non ebbe alcuna cura di
approfondire la questione e gli operatori sociali non si accorsero di questo
controsenso. Capita spesso: in alcuni passaggi dei percorsi delle persone
straniere sembra esserci una separazione quasi schizofrenica tra la vita pratica
e l’iter giuridico. A volte la vita, con i suoi tentacoli e le sue protuberanze,
riesce ad avere la meglio sui vincoli legali. A volte, invece, i vincoli legali
si impongono, costringendo la vita in delle strettoie o strozzandola in vicoli
ciechi. Quando Khaled arriva nel CPR di Milano, quel tardo pomeriggio di
settembre, è rimasto chiuso in una terribile strettoia, per lui impensabile fino
a 24 ore prima. È stato uno shock.
Remigrare
Dopo l’informativa e la prima, sommaria visita medica nel CPR, Khaled si ritrova
in un angolo, seduto sul letto che gli hanno assegnato, nella sezione delle
camere dei trattenuti. La stanza è spoglia e annerita dalla muffa su più punti
del soffitto. Non ci sono armadi o comodini. Una sola lampadina fissata al
soffitto con i fili elettrici a vista illumina la stanza, mandando barlumi
intermittenti e fastidiosi. I letti dei compagni sono circondati dalle loro
cose, tenute insieme in sacchi della spazzatura o gettate alla rinfusa sul
pavimento e sotto i materassi.
Quella coltre nebbiosa torna a diluire i confini dei pensieri. Si ricorda di
quando aveva pedalato sotto un acquazzone instancabile per trenta minuti,
diretto verso il ristorante cinese. Alla fine si era rassegnato. Si era messo al
riparo sotto un ponte in attesa che smettesse di piovere. Ma quel giorno non
smetteva. Al lavoro non ci era mai arrivato e le aveva sentite dal capo.
Naturalmente era stata una tragica eccezione. Per la maggior parte del tempo,
Khaled aveva goduto dei risvegli all’alba e dei ritorni al buio. Aveva imparato
a pedalare di buona lena e il sottofondo delle auto alle sue spalle non lo
suggestionava più come i primi giorni. Aveva scoperto che l’alba in Friuli aveva
tutto un suo odore, diverso dal Bangladesh. In quei mesi Khaled si era lasciato
attraversare dalla fredda aria che spira dalle prealpi, aveva pedalato al buio
alla fine del turno serale, imboccando l’ultimo vialetto di un paese dormiente.
Alla fine delle giornate era scivolato sotto le coperte, sfinito e triste. La
vita in Italia non era stata semplice, e l’emicrania, di cui già soffriva quando
era in Bangladesh, era peggiorata. Ma anche le più amare giornate avevano un
senso: era arrivato qui, aveva un lavoro. O almeno, prima di Milano lo aveva. La
paga non era alta, ma bastava alla famiglia in Bangladesh. Questo era il suo
sommo compito: garantire riso e acqua ogni mese a moglie e figli. Non si sarebbe
sentito realizzato in alcun altro modo che questo.
> A volte la vita riesce ad avere la meglio sui vincoli legali. A volte, invece,
> i vincoli legali si impongono, costringendo la vita in delle strettoie o
> strozzandola in vicoli ciechi.
Secondo i dati ufficiali, i bangladesi residenti in Friuli-Venezia Giulia al 1°
gennaio 2025 sono 8.425. Sono in maggioranza uomini e rappresentano quasi il 7%
dell’intera popolazione residente. Molti di questi giovani uomini hanno una
storia migratoria molto simile a quella di Khaled: arrivano in Italia via terra
passando per la Turchia. Alcuni fanno tappa negli Emirati Arabi, dove lavorano
per un periodo più o meno lungo, prima di partire per l’Unione Europea. Sembra
essere un pattern ricorrente per i bangladesi, una sorta di trampolino
economico, perché raggiungere l’Europa è più costoso. Molti di loro non hanno
abbastanza soldi per arrivarci direttamente. E molti, moltissimi partono
lasciando mogli e figli in Bangladesh.
Queste partenze non vengono vissute come delle rinunce ai propri doveri
coniugali e familiari, al contrario: sono degli upgrade sociali. Il villaggio
augura al giovane sposo di arrivare in Europa nel migliore dei modi e di trovare
il suo posto. I bangladesi che riempiono le cucine dei nostri ristoranti, i
cantieri e i filari delle nostre campagne, lavorando fino a dodici ore al giorno
in condizioni di grigio, di nero o con contratti fantoccio, inviano gli stipendi
alle famiglie che così possono continuare a vivere in un Paese tormentato dalla
corruzione e dalla crisi economica e climatica. Per un bangladese, migrare è un
progetto collettivo. Con la detenzione e l’imminente rimpatrio, quel progetto
laboriosamente costruito da Khaled e dalla sua comunità si riavvolgeva su sé
stesso e lo riportava nello stesso posto da cui era partito, come una partita
all’oca finita male.
Punto e a capo
La legge dispone che entro 48 ore dall’ingresso di una persona straniera in CPR
il giudice di pace, convocando un’udienza ufficiale, verifichi la legittimità
del trattenimento. L’udienza di Khaled si tiene due giorni dopo il suo arrivo a
Milano, nell’ufficio di via Sforza. Quindici minuti prima dell’inizio, Khaled
viene condotto in un’aula del CPR predisposta per l’udienza. Non è raro che i
trattenuti partecipino a queste udienze a distanza, in videoconferenza. Sullo
schermo compaiono il giudice in toga, un mediatore bangladese e un ufficiale in
divisa, in rappresentanza della questura di Milano. Qualche minuto più tardi
arriva anche l’avvocato nominato da Khaled per la difesa. L’udienza comincia.
Dal verbale si evincono i passaggi fondamentali. All’inizio viene citato il
provvedimento del questore di Milano, con cui Khaled veniva respinto “mediante
accompagnamento alla frontiera”.
L’avvocato difensore si oppone al rimpatrio. Menziona i contratti di lavoro di
Khaled e si sofferma sull’ultimo, quello al ristorante cinese, ancora in corso
di validità. Dice: “Khaled Aslam ha lavorato con regolarità da quando ha potuto.
Quarantotto ore fa, prima di essere condotto in un centro di permanenza per il
rimpatrio, si trovava sul posto di lavoro.” L’ufficiale della questura di
Milano, invece, insiste per il rimpatrio. Testuali, le parole del giudice di
pace che chiudono l’udienza: “Lo straniero, dal suo ingresso in Italia, ha
sempre regolarmente lavorato, non ha procedimenti penali a suo carico e, per
tali ragioni, risulta inserito nel tessuto sociale ed economico in cui opera.
Per questi motivi, non si convalida il suo trattenimento”.
Si conclude così la parentesi più dolorosa del percorso di Khaled. In poco più
di 72 ore ha ricevuto un decreto di espulsione immediata, è stato escluso dal
sistema di accoglienza, è stato condotto al CPR di Milano, ha affrontato
l’udienza di convalida del suo trattenimento. In poco più di tre giorni, da
essere un lavoratore titolare di un regolare permesso di soggiorno è stato
declassato a straniero irregolare trattenuto e a rischio di espulsione. In
questa strettoia giuridica, Khaled si è chiesto come avrebbe affrontato il
ritorno forzato in Bangladesh. Come avrebbe fatto a ricominciare daccapo. Dove
avrebbe trovato i soldi per mantenere la famiglia. Come avrebbe sostenuto la
reazione dei figli e della comunità di origine.
Il giorno dopo il rilascio, Khaled si fa prestare dei soldi da un amico
bangladese e ritorna in Friuli. Il buio che il trattenimento e l’espulsione
hanno creato attorno a lui lo hanno privato di tutti i diritti fondamentali: non
ha più un permesso di soggiorno, non ha più un posto dove dormire, non sa come
mangiare. Nonostante abbia trascorso quasi un anno a Passons, ora deve
ricominciare tutto daccapo, come in un gioco dell’oca vivente. Nei piccoli paesi
le notizie corrono. Quando è venuto a sapere della detenzione, il titolare del
ristorante ha interrotto il rapporto di lavoro di Khaled, temendo che potesse
creare problemi legali alla sua attività. Nell’attesa che la prefettura lo
reintegrasse nel sistema di accoglienza, Khaled ha dormito per due settimane
sulle panchine di un parco comunale. Quando gli è stato detto di andare a
regolarizzare la sua posizione giuridica, che avrebbe ottenuto un nuovo permesso
di soggiorno, che sarebbe tornato “regolare”, che era tutto passato, Khaled ha
contattato Diego, l’operatore delle lezioni di italiano. Gli chiede di andarci
insieme, all’appuntamento in questura. Gli dice: “Ho una paura matta di andarci
da solo”.
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S aleem si avvicina al portone e fa un cenno con la mano. Le labbra si
increspano in un impercettibile “Ciao”. È vestito di tutto punto, come non lo si
vede spesso. Possiamo immaginare che fino a due anni fa non avesse mai indossato
una camicia all’occidentale. In Pakistan, durante le celebrazioni importanti,
indossava la kurta, il lungo camice tradizionale che arriva alle ginocchia,
quello che si abbina a pantaloni larghi dello stesso tessuto e a ciabatte di
pelle. Oggi però l’appuntamento lo richiede: una camicia di cotone, pantaloni
color crema, un paio di scarpe chiuse.
Non è la prima volta che Saleem percorre la lunga via di casa verso il centro
per un appuntamento con il suo avvocato. Negli ultimi mesi lo ha incontrato
spesso, prima per la raccolta degli elementi in sua difesa, poi per la stesura
delle memorie e infine per l’udienza preliminare. Per un periodo Saleem ha
lavorato per Rajid Muhammad, un signore pakistano in partita IVA che fa affari
nella provincia di Udine. Rajid Muhammad, “il capo” come Saleem lo chiama, non
gli ha corrisposto lo stipendio di due mesi di lavoro, per un totale di 1.300
euro. Saleem lo ha sollecitato più volte, ma Rajid gli ha risposto sempre allo
stesso modo: per lui, quelle ore non sono mai state lavorate. Non risultano da
nessuna parte. Ma Saleem è sicuro di averle lavorate, eccome. Le ha segnate su
un pezzo di carta giorno per giorno, con la meticolosità di chi si aspettava una
mossa del genere.
Anche quel foglio è finito nello studio del suo avvocato, insieme a tutto il
resto. Quando Saleem ha capito che i soldi non sarebbero arrivati con
l’insistenza, ha segnalato questo fatto al sindacato. Un mese dopo lo hanno
perquisito. I carabinieri sono piombati in casa sua alle 7 del mattino e il
commissario gli ha fatto firmare un decreto che lo autorizzava a controllare nei
cassetti, nelle valigie, nell’armadio, sotto il letto, dappertutto. Poi ha
caricato Saleem sull’auto di servizio e lo ha portato in questura. Lì Saleem ha
scoperto di essere indagato per furto e aggressione ai danni di una persona. Ed
è cominciata questa storia.
A somma non zero
L’economia informale o semi formale, come un liquido, prende la forma dei
contenitori che trova; i sistemi e le gerarchie che ne nascono si adattano alle
faglie, sempre diverse e sempre le stesse, del mercato formale. Nel Sud Italia
lo sfruttamento del lavoro prospera nelle grandi estensioni di colture di
pomodori, negli oliveti e negli aranceti. I braccianti, in gran parte romeni e
nordafricani, raccolgono frutti per più di dieci ore sotto il sole torrido
dell’estate o si dedicano alla brucatura degli oliveti in autunno. A fine
giornata dormono in insediamenti informali che di anno in anno, di stagione in
stagione, assumono la forma di vere e proprie baraccopoli o ghetti, come alcuni
li chiamano.
> L’economia informale, come un liquido, prende la forma dei contenitori che
> trova; i sistemi e le gerarchie che ne nascono si adattano alle faglie del
> mercato formale.
Nella piana di Catania e di Gioia Tauro, nel foggiano e nel trapanese, i
braccianti non se ne vanno alla fine della stagione. Trovano altri piccoli
impieghi sul territorio, e così le baracche non vengono dismesse mai. Anzi,
diventano un piccolo paese fatto di appartamenti a piano terra in plastica e
lamiera, in cui si utilizzano bombole a gas e generatori a benzina per cucinare,
illuminare, riscaldare acqua, ricaricare i cellulari. Questi servizi vengono
forniti e goduti da chi vive all’interno delle baracche: braccianti, barbieri,
lavoratrici del sesso. Ciascuno a proprio modo. Nasce una comunità di persone
che lavorano per mandare avanti la vita quotidiana in un ecosistema chiuso. A
volte accade che, nella povertà di questa vita di sussistenza, il ghetto si
trasformi in luogo di relazioni e che un po’ diventi casa. Chi ci è entrato
spesso fatica a uscirne per un posto nel sistema di accoglienza.
In Friuli-Venezia Giulia lo sfruttamento ha altre codificazioni. La gran parte
dei caporali sono pakistani e si inseriscono nel mercato regolare aprendo una
partita IVA agricola. Stando ai dati, il numero di partite IVA agricole in
questa regione è aumentato a dismisura negli ultimi anni. Si passa dalle 5
partite IVA del 2018 alle 95 del 2023. Questo numero continua a crescere. “Da
fuori farsi imprenditori agricoli può sembrare complicato”, spiega Stefano
Gobbo, segretario generale della FAI CISL del Friuli-Venezia Giulia, “in realtà
bastano 500 euro per aprire una partita IVA”. Il costo dell’apertura di una
partita IVA individuale va dai 400 ai 600 euro e non sono necessari dei
particolari requisiti formativi. “Chi è in Italia da non molto… sei, sette, otto
anni ha capito dove infilarsi per fare profitti”, prosegue Gobbo. Dopo aver
aperto una partita IVA, l’imprenditore pakistano va in supporto di aziende
locali per la conduzione di specifiche fasi della produzione agricola. Si reca
dall’azienda italiana e offre la propria disponibilità per la potatura o la
vendemmia proponendo un prezzo. Naturalmente l’azienda italiana trova questo
prezzo conveniente e tramite contratto gli cede in appalto un segmento della
produzione. Del resto, oltre a buoni risultati a un prezzo economico, il
pakistano garantisce al produttore italiano il reclutamento della manodopera:
vincono entrambi. Ma gli effetti di questo gioco del miglior prezzo si propagano
verso il basso, rovesciandosi a cascata sull’ultimo anello della catena.
Colpirne uno
Saleem si è presentato nello studio dell’avvocato con tutte le carte che possono
essere utili alla difesa: il contratto di lavoro con Rajid Muhammad, il famoso
foglio con la traccia di tutte le ore lavorate e non pagate, le buste paga, la
segnalazione in CISL. L’avvocato legge le condizioni del contratto di lavoro. Le
mansioni di Saleem rientravano in “attività di supporto alla produzione
vegetale”. È il codice Ateco classico con cui i datori di lavoro assumono i
braccianti. La busta paga di agosto è per 42 ore di lavoro, 250 euro netti. Ma
quel mese Saleem ha lavorato tutti i giorni di bel tempo: ben più di 42 ore.
Ogni giornata è durata dalle 8 alle 10 ore. L’avvocato scorre quelle carte e poi
le ripone in un angolo della scrivania. Non è compito suo venire a capo di
quella particolare faccenda: il sindacato ha preso in carico la segnalazione per
sfruttamento, e chi vivrà ne vedrà gli esiti. Lui deve difendere Saleem
dall’accusa di furto e aggressione. Ma in questa storia tutto si tiene insieme.
Dopo la perquisizione in casa, il commissario aveva notificato a Saleem la
denuncia in maniera sbrigativa e senza un mediatore linguistico. A parole
semplici, l’avvocato gli spiega di nuovo il senso di quel documento. La denuncia
era stata sporta dal signor Zahid Shah, cittadino pakistano nato il 6 marzo
1989. Quasi un anno fa, il 24 luglio 2024, intorno alle 19, camminando in via
Monterosso nei pressi della stazione ferroviaria di Udine, il signor Zahid Shah
sarebbe stato aggredito con un pugno alla schiena. L’aggressore lo avrebbe poi
derubato di 600 euro e di un orologio da polso. Nel documento, Zahid Shah accusa
Saleem di averlo colpito e derubato.
> Gli effetti di questo gioco del miglior prezzo si propagano verso il basso,
> rovesciandosi a cascata sull’ultimo anello della catena.
L’avvocato scorre i documenti sotto gli occhi di Saleem. In coda alla denuncia
c’è un referto medico. Stando al referto, il giorno dopo l’aggressione il
denunciante si è presentato al pronto soccorso per un livido alla schiena che
gli causava una “lieve dolorabilità alla palpazione”. Sempre secondo il referto,
la visita in ospedale era durata circa quindici minuti. Il signor Zahid Shah era
stato dimesso quasi subito e senza particolari prescrizioni. L’avvocato si mette
al lavoro per costruire la difesa. Spiega a Saleem gli scenari. Nel caso
peggiore, se Saleem venisse condannato rischierebbe fino a quattro anni di
detenzione. Ci sono delle possibilità per richiedere un’attenuazione della pena.
Saleem si massaggia le tempie. Ha l’espressione assente di chi ha intuito che il
processo sarà doloroso. Dopo qualche secondo sembra riprendersi. Dice
all’avvocato di non essere mai stato in via Monterosso, ma non ricorda cosa
abbia fatto il 24 luglio 2024, e non sa se ci siano delle persone in grado di
testimoniare che quel giorno a quell’ora si trovava altrove. È passato tanto
tempo. L’avvocato gli mostra la foto del denunciante e Saleem lo riconosce
immediatamente. “Sì, lo conosco. È Master.”
Braccia affamate di lavoro
L’avvocato rilegge il verbale scritto in casa di Saleem quel mattino dopo la
perquisizione. L’operazione era risultata negativa: nessuna traccia dei soldi e
dell’orologio. “Chi è questo signore?”, chiede l’avvocato. Con voce pacata e
ferma, Saleem spiega chi è Zahid Shah, la persona che lo accusa di averlo
aggredito e derubato. Il primo giorno di lavoro presso la ditta di Rajid
Muhammad, questo Zahid gli si era presentato come il fratello di Rajid. Saleem
spiega all’avvocato che in Pakistan un fratello non è necessariamente un
fratello di sangue. Spesso si chiama “fratello” un amico, un compagno, un socio
in affari, una persona particolarmente fidata. “Io non conoscevo il suo vero
nome”, spiega Saleem, “noi lo chiamavamo Master”. Noi braccianti, si intende.
Zahid, soprannominato Master, deve essere una sorta di braccio destro del
caporale. L’avvocato scrive degli appunti sull’agenda e congeda Saleem.
Secondo i dati ISTAT forniti nell’ultimo Censimento generale dell’agricoltura,
oltre il 70% della superficie agricola utilizzabile del Friuli-Venezia Giulia si
trova nelle province di Udine e Pordenone. A eccezione della zona montana nel
Nord della regione in cui prevalgono prati e pascoli, l’area collinare e
pianeggiante circondata dal Tagliamento, dal Torre e dall’Isonzo viene coltivata
a vite, cereali e piante industriali. Nella provincia di Udine poco meno della
metà degli operai agricoli sono stranieri, e nella vicina Pordenone lo è quasi i
due terzi del totale. Sempre nella provincia di Udine nel 2024 sono stati
registrati 6.524 operai agricoli a tempo determinato. Di questi, 399 sono
pakistani e 421 sono bengalesi.
Come abbiamo già visto, si tratta in prevalenza di persone in accoglienza,
richiedenti asilo arrivati in Italia attraverso la rotta balcanica non più di
quattro anni fa. La facilità nell’agganciare e reclutare questa particolare
categoria dipende dalla loro precarietà. Sono titolari di un permesso di
soggiorno di breve durata che li esclude da assunzioni di lungo periodo. Hanno
un estremo bisogno di trovare un impiego e non conoscono i canali e le norme che
potrebbero tutelarli come lavoratori: per un signore straniero che vive da anni
in Italia e conosce le regole abbastanza da riuscire a evaderle, queste persone
sono braccia preziose per la sua attività. Il gancio è la provenienza: arrivando
dagli stessi Paesi, dagli stessi distretti, a volte dagli stessi villaggi dei
richiedenti asilo più giovani, questi signori diventano caporali di un
bracciantato cucito su di loro, sfruttabile perché bisognoso, manipolabile
perché ignorante, ricattabile perché fidato.
> Arrivando dagli stessi Paesi, a volte dagli stessi villaggi dei richiedenti
> asilo più giovani, questi signori diventano caporali di un bracciantato cucito
> su di loro, sfruttabile perché bisognoso, manipolabile perché ignorante,
> ricattabile perché fidato.
Secondo i dati della Camera di commercio di Pordenone-Udine, il primo Paese di
provenienza dei titolari di ditte individuali è il Pakistan. Negli ultimi due
anni, in Friuli-Venezia Giulia sono state aperte quasi 200 partite IVA
individuali, per la maggior parte da cittadini pakistani. È un trend nuovo, che
si impone su quello che fino a quattro anni fa vedeva impiegati nell’agricoltura
prevalentemente lavoratori dell’Europa dell’Est, romeni e albanesi ai primi
posti.
Dati di fatto
“Con l’aumento dei prezzi del prodotto finito, anche il valore di tutti gli
anelli della filiera alimentare dovrebbe aumentare. È un dato di fatto.” A.,
agricoltore friulano, gestisce un’azienda vitivinicola a conduzione familiare.
Ha assunto più volte degli operai agricoli, ma lo ha sempre fatto in maniera
diretta, senza intermediari. Gli è capitato più volte di dire no a qualche
straniero presentatosi per l’appalto della vendemmia. “Non mi fido di loro”,
racconta. “Non mi serve chiedere quanto pagherebbero la manodopera, lo immagino
dall’offerta che mi fanno. E chi lavora in questo settore lo sa: se con 15 euro
all’ora i soldi arrivano anche ai braccianti, quando questi iniziano a costare
10 euro qualche domanda te la fai”.
Le aziende cedono segmenti di produzione ai pakistani in partita IVA agricola
tramite dei contratti di appalto. Solitamente queste cooperative “senza terra”
propongono un prezzo alle aziende italiane, come è successo ad A. Ma a
differenza di A., molte altre aziende accettano il gioco del caporale. “Fanno
un’offerta conveniente”, prosegue Gobbo. “Facciamo un esempio: prima di iniziare
la vendemmia, un produttore agricolo stima quanto spenderebbe senza intermediari
per portare a termine il lavoro in due mesi. Supponiamo che tra le spese dei
macchinari e lo stipendio agli operai gli costerebbe cento. Il signore pakistano
gli garantisce di fare lo stesso lavoro al costo di settanta. È chiaro che la
maggior parte dei produttori scelgono di appoggiarsi a lui”.
I signori pakistani non sono tenuti a giustificare al produttore in che modo
intendono allocare i soldi dell’appalto. L’azienda si limita a verificare che i
documenti del suo intermediario siano in regola, dal suo permesso di soggiorno
all’iscrizione alla Camera di commercio e al Registro delle imprese. Il primo
nodo di questa storia è questo: l’intermediario presenta all’azienda dei
documenti puliti. “Come riuscirà a fare il lavoro a quel costo, però, non ci
vuole una laurea per capirlo”, prosegue Gobbo. Il produttore, quando appalta
l’attività a un intermediario, sa che il segreto della sua convenienza viene
direttamente dallo sfruttamento della manodopera. I contratti di lavoro dei
braccianti immigrati sono apparentemente in regola: contratti a tempo
determinato, spesso a chiamata. Ma il numero di giornate dichiarate dal caporale
risulta nettamente inferiore al numero di giornate effettivamente lavorate. I
braccianti ricevono una parte dello stipendio in busta paga e il resto in
contanti. Un colpo al cerchio, un colpo alla botte: dichiarando in busta paga
una minima parte delle ore lavorate, il caporale è in grado di assicurarsi dei
contratti di assunzione apparentemente in regola; allo stesso tempo, se gran
parte del costo dei braccianti viene pagato in contanti, il caporale non paga le
imposte sulla gran parte della forza lavoro.
> Il produttore, quando appalta l’attività a un intermediario, sa che il segreto
> della sua convenienza viene direttamente dallo sfruttamento della manodopera.
Il secondo nodo di questa storia è che l’azienda appaltante non è tenuta a
verificare le condizioni di lavoro dei braccianti: se e quante giornate di
lavoro vengono dichiarate dal datore, le modalità di pagamento della manodopera
e quello che succede in campagna. Nell’ottica di un produttore italiano,
appaltare il lavoro agricolo a intermediari significa avere manodopera
efficiente e conveniente e il contratto di appalto è una perfetta copertura: il
lavoro sporco viene delegato a stranieri furbi e disposti ad assumersi un
rischio.
Il terzo nodo è la vulnerabilità umana, giuridica e contrattuale dei braccianti.
I caporali stranieri attingono a un bacino di persone che farebbero tutto pur di
mettere insieme 600 euro al mese. È il fortunato e atroce incontro tra la
domanda di imprenditori senza scrupoli e l’offerta di una categoria di immigrati
povera e facilmente ricattabile. I signori pakistani vanno a cercare braccia nei
centri di accoglienza per richiedenti asilo. La maggior parte di questi luoghi
garantisce i servizi minimi, ma non fa un’informativa su come si legge una busta
paga o sugli indicatori dello sfruttamento lavorativo. Gli ospiti di questi
posti sono arrivati in Italia da poco. Non parlano l’italiano, non conoscono la
normativa che regola il lavoro in Italia, non vedono l’ora di mandare soldi alle
famiglie nel Paese di origine. I caporali sanno di poter sempre contare sul loro
lavoro a basso costo, e quando si mettono sul mercato sfruttano a proprio
vantaggio i gap culturali e i bisogni dei connazionali più giovani. Promettendo
un’assunzione immediata e senza particolari requisiti attraggono immigrati
affamati di lavoro. Integrando nelle condizioni contrattuali la fornitura di
ulteriori servizi come il trasporto nei campi fidelizzano le proprie vittime.
I codici Ateco utilizzati il più delle volte nei contratti di lavoro firmati dai
braccianti sono due: “attività di supporto alla produzione vegetale” e “servizi
di supporto per la silvicoltura”. Con questi codici-copertura che camuffano le
reali attività, questi signori pakistani si presentano sul mercato legale con
bilanci apparentemente in regola, nascondendo pratiche di intermediazione
illecita e di sfruttamento sistemico. Per passare inosservati, poi, si spostano
da una regione all’altra facendo sparire i propri movimenti. Le aziende “senza
terra” nate da questi signori pakistani in partita IVA hanno una vita media di
18 mesi, dopo i quali si dissolvono per sfuggire al fisco.
Gli elenchi annuali pubblicati dall’INPS a inizio 2025 sui lavoratori agricoli a
tempo determinato dichiarano che nel 2024 nella provincia di Udine i pakistani e
i bengalesi hanno lavorato in media tra le 50 e le 90 giornate. Considerato che
per sopravvivere un operaio agricolo dovrebbe lavorare almeno 150 giornate
all’anno, vivere con 80 giornate è impensabile. Questi numeri da soli non
indicano necessariamente dei fenomeni di sfruttamento: data la natura stagionale
delle attività agricole, è plausibile che uno straniero rimbalzi da un impiego
come bracciante a un impiego come lavapiatti o come operaio in fabbrica, per poi
tornare bracciante con la vendemmia, e che a fine anno le giornate lavorate nei
campi siano davvero poche, concentrate in brevi periodi di lavoro stagionale. Ma
a confermare quanto suggeriscono i dati sono le storie delle persone.
Abdullah, Jaherul, Fazal
Abdullah è un ragazzetto pakistano poco più che ventenne. È arrivato in Europa
nel 2022, è entrato in Italia dalla frontiera di Tarvisio e ha fatto richiesta
di asilo a Udine. Ha imparato l’italiano come ha potuto ‒ le videolezioni su
YouTube, le ore di lavoro fianco a fianco con i compagni italiani, i colloqui
con gli operatori del centro di accoglienza ‒ e si è inserito nel mercato del
lavoro dove ha trovato delle opportunità. È giovane e intelligente. Più volte,
nei periodi in cui un rapporto di lavoro si era concluso e un nuovo impiego non
era ancora arrivato, ha provato a frequentare dei corsi di formazione,
specializzarsi, imparare un mestiere, ma le pressioni della famiglia lo hanno
costretto ogni volta a trovare in fretta un nuovo lavoro. Mostra i contratti che
ha firmato da quando è in Italia. Tutti quelli come bracciante sono alle
dipendenze di datori pakistani, titolari di imprese agricole della tipologia che
abbiamo appena descritto.
> È il fortunato e atroce incontro tra la domanda di imprenditori senza scrupoli
> e l’offerta di una categoria di immigrati povera e facilmente ricattabile.
“Ho trovato questo lavoro tramite un amico che in passato ha lavorato con lo
stesso capo”, mi spiega Jaherul. Parla del suo capo come di un pezzo grosso
nella cerchia dei suoi connazionali. Dice che questo signore ha tante attività
per le mani, sparse per il Friuli e oltre. “Nel campo dove lavoro siamo
trentacinque [dipendenti]”, spiega. Sfila il telefono dalla tasca e mi mostra il
posto su Maps. È stagione di potatura e i campi cominciano di nuovo a riempirsi
di lavoratori. A quanto pare il signore pakistano ha accordi con varie aziende
italiane per la produzione vitivinicola. Dal baretto in cui ci troviamo, Jaherul
indica in direzione di Venezia. Il signore pakistano ha dei terreni anche di là.
In questi anni ha lavorato per tre diversi datori pakistani, e a molti altri si
è presentato chiedendo le condizioni di lavoro. Mi ha spiegato che funziona
così. Tutti questi signori pagano la manodopera con l’obiettivo di risparmiare
sui contributi: al netto delle imposte che gravano sullo stipendio di un operaio
agricolo comune, un bracciante riceve in busta paga 300/350 euro a prescindere
da quante giornate ha effettivamente lavorato. Il datore dichiara quindi che il
suo operaio ha lavorato circa quaranta ore, corrispondenti a sei giornate. Le
restanti venti giornate del mese vengono pagate “fuori busta”, in contanti
perché non restino tracce.
“Alle sei il furgone raccoglie i braccianti in giro per Udine”, racconta in urdu
Fazal, un quarantenne pakistano arrivato in Italia soltanto un anno fa. Ci sono
degli hub, punti di ritrovo specifici noti all’intera rete pakistana che vive in
zona. Tra via Roma, viale 23 Marzo 1948 e via Cividale, i braccianti si fanno
trovare pronti per una nuova giornata di lavoro. I “drivers”, come li chiama
Fazal, hanno di solito un rapporto molto stretto con il signore pakistano che
organizza i turni e smista i braccianti nei campi. Fazal racconta che i drivers
fanno parte del gruppo di lavoro, che spesso si fermano nei campi e “li aiutano”
nella potatura. Incrociando le storie delle persone con i report scritti negli
ultimi anni da ricercatori e giornalisti, sembra chiaro che in alcuni casi ci
sono catene di intermediari: il signore pakistano che tiene i rapporti con
l’azienda italiana non recluta direttamente i braccianti, ma appalta questo
lavoro a un suo diretto sottoposto, un intermediario di serie B che si occupa di
mansioni più operative rimanendo però a stretto contatto con il caporale ‒ un
modo per filtrare le pratiche illegali e renderne più difficile la
ricostruzione, ma anche per gerarchizzare delle organizzazioni che, quando le
attività diventano molte, possono essere complesse da coordinare da un solo
uomo.
“A volte non facciamo nemmeno una pausa, a volte facciamo una pausa di
mezz’ora”, continua Fazal. Anche lui ha lavorato con più di un signore, anche
lui ha preso contatti con i caporali tramite conoscenti pakistani. Quando i
braccianti lasciano l’alloggio in accoglienza e vanno a vivere in autonomia,
spesso stanno in dieci in un piccolo appartamento a Borgo Stazione, il quartiere
di Udine dove risiedono le comunità asiatiche. Le case costano molto, e tra
compagni ci si aiuta a pagare le spese di affitto. Abdullah, Jaherul e Fazal
hanno la fortuna di vivere ancora in accoglienza: se decidessero di lasciare il
lavoro, non dovrebbero fare i conti a fine mese per bollette e affitto, e alla
sera avrebbero comunque una casa dove tornare. In altri casi, il caporale offre
ai braccianti una sistemazione di fortuna e li lega a doppio nodo alle proprie
attività: se perdono il lavoro, perdono tutto.
Il primo anello
Le operatrici che hanno raccolto la segnalazione di Saleem appartengono a una
rete nata appositamente per rilevare forme di sfruttamento lavorativo. Insieme
ai sindacati fanno un lavoro di monitoraggio sul territorio regionale,
raccolgono le storie e poi incrociano i racconti delle persone con i dati
prodotti dall’INPS sulle giornate di lavoro dichiarate dai datori. Prima di
Saleem, Rajid è stato citato nelle segnalazioni di altre persone, braccianti che
avevano avuto il coraggio di denunciare delle forme di lavoro irregolare. Alcuni
hanno denunciato di aver lavorato per mesi senza percepire lo stipendio, altri
di aver chiesto giustizia al caporale ed essere stati minacciati. “Avevamo già
delle informazioni interessanti su di lui”, raccontano. Le operatrici delineano
un ritratto delle vittime di queste intermediazioni. Sanno chi sono le
principali vittime, sanno che il settore più colpito è quello vitivinicolo e
sanno come agiscono i caporali. A pochi giorni dall’udienza preliminare, Saleem
era stato raggiunto da una brutta chiamata del suo aguzzino. Una proposta di
patteggiamento. Gli aveva proposto di ritirare la denuncia se lui avesse
ritirato la segnalazione in CISL.
> Non bastano le segnalazioni dei braccianti, non basta il lavoro delle
> operatrici che le raccolgono, non basta il lavoro della guardia di finanza che
> manda una volante ogni tanto per un sopralluogo. Non ci sono abbastanza
> risorse.
“C’è un motivo se le segnalazioni aperte da questi braccianti arrivano prima o
poi a un punto morto”, spiegano le operatrici. “I caporali minacciano le proprie
vittime, le legano a sé. I braccianti non hanno le forze per sottrarsi a questo
trattamento o semplicemente hanno paura”. “Manca un lavoro a più teste”, spiega
Stefano Gobbo. Non bastano le segnalazioni dei braccianti, non basta il lavoro
delle operatrici che le raccolgono, non basta il lavoro della guardia di finanza
che manda una volante ogni tanto per un sopralluogo. “Dovremmo lavorare in
maniera integrata, ognuno su un pezzetto. Dovremmo fare appostamenti quotidiani.
Un appostamento al giorno, per due mesi. E poi dovremmo confrontare le
dichiarazioni che i caporali fanno all’INPS con le osservazioni sul campo. Solo
così troveremmo le falle del sistema”. Ma non ci sono abbastanza risorse, e
l’INPS pubblica i dati a distanza di mesi dai periodi di lavoro, lasciandoli
disponibili in rete per pochi giorni.
Le partite IVA individuali nell’ambito delle attività agricole nate in supporto
alla produzione si sono diffuse e moltiplicate negli ultimi cinque anni. Ma le
realtà locali, che da generazioni sono sul territorio e sostengono la filiera,
facendo il gioco di questi imprenditori hanno riscritto le regole della
produzione e i prezzi della manodopera. A risalire la filiera, avere braccia
economiche significa vendere prodotti a prezzi inferiori ed essere più
competitivi sul mercato. Se la rete di sfruttamento dei caporali pakistani
prospera è perché molti altri, dagli agricoltori ai commercialisti ai consulenti
del lavoro, li hanno appoggiati. Nel primo e più silente anello di questa catena
ci sono loro.
Il privilegio di avere dei diritti
All’ultimo incontro prima dell’udienza preliminare l’avvocato riceve Saleem con
un’ora di ritardo. Saleem entra nel polveroso studio che ha imparato a conoscere
nei mesi. L’avvocato lo saluta e gli tende la mano, ma non nasconde uno sguardo
più pensieroso del solito. C’è un fatto che non torna. Continua a ripetersi
nella mente quella storia: il 24 luglio Saleem viene denunciato da Master di
averlo aggredito e derubato. Il 12 agosto Saleem apre una formale segnalazione
al sindacato per le ore di lavoro non pagate da Rajid, il capo della ditta,
persona vicinissima a Master. Il 23 agosto c’è la perquisizione
nell’appartamento di Saleem.
I carabinieri sperano di trovare soldi e orologio, ma non trovano nulla. Sulla
chat di Whatsapp tra Master e Saleem ci sono svariati messaggi vocali che
l’avvocato ha fatto tradurre da una persona fidata. Dalla fine di quel maggio i
messaggi non riguardano più i turni di lavoro, i giorni di riposo e i punti di
ritrovo per andare nei campi. In quel periodo Saleem ha lasciato il lavoro con
Rajid e ha iniziato a chiedere a Master di essere pagato per le ore lavorate.
“Chiedevamo a Master per questo genere di cose”, spiega Saleem all’avvocato, “il
capo non ci ha mai dato il suo numero di telefono. Noi parlavamo con Master e
Master parlava con il capo.”
> Le realtà locali, che da generazioni sono sul territorio e sostengono la
> filiera, facendo il gioco di questi imprenditori hanno riscritto le regole
> della produzione e i prezzi della manodopera.
L’avvocato scorre di nuovo la traduzione dei vocali. Un messaggio richiama la
sua attenzione. Saleem lo aveva inviato a Master la mattina del 24 luglio
intorno alle 9, poche ore prima della presunta aggressione. Nel messaggio,
Saleem diceva letteralmente “Master, non ho altro da dire. Se non mi paghi entro
questa mattina, vado a segnalarvi in sindacato. Lo faccio davvero.” Risalendo
alla data e all’orario di invio, l’avvocato chiede a Saleem di riprodurre
l’originale in lingua urdu: è la solita voce di Saleem, pacata ma ferma.
L’avvocato non ha dubbi che il mandante della denuncia è Rajid, spalleggiato e
coperto da Master. Quando Saleem aveva minacciato di intraprendere un’azione
legale per lo stipendio non pagato, Master non aveva esitato a presentare una
finta denuncia, con tanto di referto di pronto soccorso, per costringere Saleem
a tacere non soltanto davanti alla legge, ma anche con i compagni, e quel vocale
ne era la prova. Soltanto una punizione veramente esemplare come un processo
penale poteva riportare le cose allo status quo e mettere a tacere una voce
scomoda. Ci sono braccianti a cui basterebbe un solo esempio di disobbedienza
per disertare il lugubre gioco del caporalato, pertanto occorre punire quello
che ha alzato la testa per primo. È la strategia del “colpirne uno per educarne
cento”. Con il rischio di quattro anni di carcere, chi denuncerebbe il proprio
sfruttatore?
L’ultimo tassello di questa storia riguarda la relazione che intercorre tra
braccianti e caporali. “Si tratta di etnie chiuse”, racconta Stefano Gobbo. “Le
vittime di questi raggiri sono braccianti pakistani che se la prendono con il
capo pakistano, braccianti afghani che se la prendono con il capo
dell’Afghanistan. Sono bolle che non parlano neanche fra loro”. Come abbiamo
visto, le conversazioni su WhatsApp tra Saleem e Zahid sono in urdu. Sono in
urdu i vocali che si sono scambiati. Aldilà di un contratto a chiamata, tutte le
persone di questa storia hanno detto e fatto in una lingua diversa dalla nostra.
Potrebbe sembrare una cosa di poco conto ‒ in fondo basterebbe tradurre quei
messaggi. Ma quando le condizioni di un accordo sono state discusse in codici
diversi dai nostri, la traduzione non basta. Perché Saleem ha accettato questo
impiego sapendo dal principio che parte dello stipendio sarebbe stato pagato
fuori busta? Cosa si sono detti Saleem e Rajid al momento della firma? E
soprattutto: cosa non si sono detti? Cosa è rimasto implicito?
La ricattabilità di questi immigrati non è solo economica, è anche culturale:
molti di loro accettano questi contratti perché 700 euro al mese sono meglio di
niente, ma anche perché non sono messi nelle condizioni di distinguere tra un
impiego regolare e un impiego non contrattualizzato e di tutelarsi quando
accettano un impiego. Interiorizzare il sentimento di avere dei diritti non è un
gesto muscolare, mnemonico come imparare la grammatica italiana, è uno sforzo di
testa e cuore, richiede una posa di anni prima di diventare parte di un’etica e
di un paradigma di vita, e si riempie tanto più di senso quanto più è
collettivo. Il processo di emersione da una condizione di precarietà lavorativa
ha più forza se un gruppo di lavoratori, riconoscendosi nelle stesse sofferenze,
decide di lottare per rivendicare i propri diritti, e se quelli più anziani
coinvolgono nella lotta i compagni meno esperti.
Al contrario, il sistema delle etnie chiuse, predominante nelle campagne del
Friuli, volontariamente o meno riproduce gli stessi confini culturali che
discriminano tra bianchi e stranieri alle frontiere dell’Europa. Marginalizzati
da questo sistema, i nuovi operai agricoli arrivati da poco in Italia si
condannano a una battaglia individuale e solitaria nelle trincee del lavoro, su
una zattera precaria che alla fine resta inghiottita dagli interessi di chi ha
maggior potere contrattuale. Non è casuale se i lavoratori stranieri sfruttati
permangono più spesso nella condizione di sfruttamento. E anche quando uno di
loro decide di fare un passo in direzione contraria, come nella storia di
Saleem, spesso manca la solidarietà di amici e compagni, italiani e stranieri.
L’avvocato arriva un po’ trafelato con un pacco di carte sotto il braccio.
Saleem è già lì, vestito di tutto punto. Vedendolo arrivare gli fa un cenno con
la mano. Le labbra si increspano in un impercettibile “Ciao”. L’avvocato gli
chiede come si sente e lui annuisce senza dire nulla. Ha l’espressione di uno
che sta soffrendo il mal di mare. “Hai fatto una cosa importante”, gli dice
l’avvocato. Gli dà una pacca sulla spalla e gli fa cenno di entrare. Saleem non
sembra confortato. Scompaiono dietro il portone del tribunale.
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