N ell’estate di otto anni fa, la metropoli del Venezuela mostrava almeno tre
anime. Con Nicolás Maduro attaccato da destra e anche da sinistra, ma ancora
saldamente sul suo piedistallo tra i palazzi governativi; gli assembramenti a
plaza Altamira delle classi più elitarie; la crisi umanitaria e le speranze
tradite, ma sempre vive, della gente povera dei ranchos. A distanza di quasi un
decennio, osservate da più lontano, le faglie che spaccavano il Paese emergono
più nitide e chiare. Mentre, nella canicola estiva del luglio 2017, le
televisioni italiane si concentravano sulle immagini dei cassonetti in fiamme,
sugli scontri di strada e sulle manifestazioni ‘oceaniche’ per le vie della
capitale ‒ in un frame ossessivo e ipnotico ‒ Caracas ‒mostrava almeno due
volti, anzi tre. Ognuno incardinato in un’area della città, lungo una mappa
aderente alla morfologia storica e sociale del Venezuela.
Nella grande capitale sudamericana, edificata su decine di pendii
lussureggianti, tra ranchos poveri ‒ identici alle favelas di Rio de Janeiro ‒ e
lussuosi condomini protetti da altane e filo spinato, c’era la Caracas della
protesta contro Nicolás Maduro, degli scontri di strada sanguinari, che
dall’Europa sembravano totali e invasivi, ma che si addensavano a est, nel
quartiere Altamira, la parte orientale della città, quella più abbiente, dei
colletti bianchi. Ma c’era anche un’altra Caracas, quella a ovest, dove si
concentravano i palazzi governativi e le centrali amministrative d’apparato, i
monumenti e i poli della vita culturale. Ed era lì che Maduro restava sul suo
piedistallo e Hugo Chávez continuava a essere un faro nella notte.
> Mentre nel luglio 2017 le televisioni italiane si concentravano sulle immagini
> dei cassonetti in fiamme, sugli scontri di strada e sulle manifestazioni
> ‘oceaniche’ per le vie della capitale Caracas mostrava almeno due volti, anzi
> tre.
Tutt’intorno c’era la terza Caracas, quella degli slum fitti di chiaroscuri,
dove speranza e rabbia si mescolavano indissolubilmente lungo le tortuose
stradine di mattoni traforati, sotto la pressione delle rivolte interne al Paese
e degli embarghi e delle sanzioni internazionali. Ed è da questo orizzonte ‒ le
strade popolari di La Guaira, cittadina satellite di Caracas, affacciata
sull’aeroporto Simón Bolívar e sull’Atlantico ‒ che il racconto di quanto visto
e incontrato nel luglio 2017, nel corso di un reportage, vuole partire.
La Guaira
Sull’uscio delle case riverniciate di colori carnosi, negli occhi delle persone
si agitavano bagliori contraddittori quando si chiedeva loro cosa ne pensassero
dei continui scontri di piazza che stavano lacerando una parte di Caracas.
Un’inquietudine racchiusa nella risposta lapidaria di Carmen, insegnante: “Ma se
torneranno a governare le destre, noi poveri finiremo per essere abbandonati
un’altra volta”. La donna, un’energica e aggraziata cinquantenne, era anche
volontaria dei CLAP (Comités Locales de Abastecimiento y Producción), istituiti
dal governo nel 2016 per far fronte alla carenza di cibo e alla crisi economica
che stava attanagliando il Paese. E che già allora si stavano rivelando
contaminati, nei vertici organizzativi, dal malaffare di amici e collaboratori
di Maduro. Carmen era una militante di base, la sua speranza era trascinante
lungo le piazzette e i mercati del sobborgo di Caracas, fra le piccole
abitazioni realizzate grazie all’aiuto dello Stato, che per anni aveva fornito
mattoni e vernici a prezzi calmierati affinché la gente dei ranchos potesse
costruire le proprie case, in un disegno di edilizia popolare autoprodotta.
La donna portava esempi su esempi dei programmi educativi che negli anni del
chavismo erano stati messi a servizio delle classi più povere. “La rivoluzione
bolivariana ha dato modo di iscriversi all’università anche agli orfani, ai
disabili nullatenenti”. Ma ormai la crisi era entrata spietata e feroce nel
microcosmo del suo quartiere, dove la gente aveva sempre vissuto di nulla. “Sì,
la situazione è insostenibile. Il sacco di mangime per polli che serve ogni
settimana è arrivato a 85.000 bolívar”, praticamente quanto l’assegno di
pensione sociale destinato ai nullatenenti, 96.000 bolívar, ammetteva lei
stessa, mostrando un allevamento tra due baracche. Nei cortili sghembi che
galleggiavano soprattutto di microeconomia informale, sopravvivere era sempre
più difficile.
File ai negozi nei quartieri popolari di Caracas, 2017 / fot. Marco
Benedettelli.
Caracas Ovest
Scendendo dai ranchos rossi di mattoni, si arriva alle strade pianeggianti della
parte occidentale di Caracas, quella governativa, dove, in quei giorni di
proteste tempestose, il regime di Maduro e le sue centrali di potere
continuavano a mostrare, almeno in superficie, una solenne compostezza. Palazzo
Miraflores, la sede del governo, circondata da alberi color smeraldo, era
presidiata da giovani militari della Guardia nazionale. Sulla sommità di una
bianca scalinata, in cima a una collina, svettava il monumento di Hugo Chávez.
Nei murales, forme morbide celebravano l’epica della Rivoluzione bolivariana,
unendo in un’unica saga il libertador Simón Bolívar, il comandante Chávez e il
continuatore del percorso, Nicolás Maduro.
> Lo Stato per anni aveva fornito mattoni e vernici a prezzi calmierati affinché
> la gente dei ranchos potesse costruire le proprie case, in un disegno di
> edilizia popolare autoprodotta.
I negozi e le librerie intorno a plaza Bolívar diffondevano musica caraibica,
più festosa di qualsiasi crisi. Nei teatri, come il Centro cultural Chacao,
giovanissime volontarie esponevano orgogliose la programmazione degli eventi per
la gente. Ma il fulcro di quel diffuso mantra filogovernativo stava sotto un
semplice tendone, nell’Esquina caliente, letteralmente “angolo caldo”, il gazebo
informativo dove una dozzina di militanti presidiavano la piazza, per discutere
appassionatamente con chiunque porgesse loro la parola. “È colpa della congiura
internazionale. Ci stanno sabotando, vogliono affossare la nostra rivoluzione
popolare perché il nostro petrolio fa gola alle élite imperialiste”, dicevano,
mentre anche in quelle ore le proteste ribollivano nell’altra parte orientale
della capitale.
“Le cause della crisi monetaria sono pilotate dalla destra, che controlla i
mezzi di produzione e distribuzione. È tutto spiegato nel libro di Pasqualina
Curcio, La mano visible del mercado”, argomentava un’altra militante. Sul tavolo
del gazebo spiccavano libri e giornali filorivoluzionari, tra cui il Correo del
Orinoco, quotidiano governativo che in epigrafe si definiva “L’artiglieria del
pensiero”. Tutti raccontavano orgogliosi della loro instancabile militanza
politica, fatta di riunioni, comitati e assemblee, di misiones, i progetti
sociali voluti dal Comandante. “Chávez è stato avvelenato. Il suo cancro è
un’invenzione”, spiegava un uomo. “Andare a nuove elezioni politiche? No, non si
può. I risultati verrebbero truccati dalle destre, è già successo. In Venezuela
è in atto un attacco dei ricchi contro i poveri. Il Paese non è il quartiere
Altamira”, diceva un altro, alzando le braccia per la rabbia.
La fotografia della crisi
Da una parte la speranza, il desiderio di riscatto. Dall’altra un elenco di dati
che già in quei giorni di luglio del 2017 indicavano come la crisi economica
avesse assunto le proporzioni di un’emergenza umanitaria, soprattutto per le
fasce più vulnerabili. L’Osservatorio Caritas Venezuela parlava dell’82% della
popolazione in povertà e del 52% in povertà estrema; nel 2016 erano morti 11.000
bambini per carenza di medicinali, una piaga aperta dall’embargo americano. A
Caracas, sugli scaffali delle farmacie, le scatole erano piazzate ad ampie
distanze, in desolanti allestimenti pensati per colmare i vuoti.
> Nel 2016 erano morti 11.000 bambini per carenza di medicinali, una piaga
> aperta dall’embargo americano.
Il Venezuela, allora come oggi, nuotava sul petrolio, venduto a un prezzo
inferiore a quello di una bottiglia d’acqua o di un grammo di cocaina. Ma,
crollata in quei mesi la produzione e il prezzo di mercato ‒ su cui lo Stato
caraibico aveva sempre fondato la propria economia di rendita ‒ l’inflazione era
esplosa all’800%. Servivano 9.000 bolívares per il cambio di un dollaro, il
costo di un pieno era attorno ai 5 centesimi di dollaro, un grammo di “neve
bianca” era quotato meno di un dollaro e lo stipendio mensile di uno statale
alzava in media 20 dollari. Il salario minimo, pari a 160.000 bolívares, bastava
appena per comprare un pezzo di pane al giorno. Le code agli empori sociali
riempivano i marciapiedi.
Un’emergenza che lo Stato cercava di tamponare con un governo composto in parte
da ministri militari e in parte da civili. Sotto di loro, altri diciotto
generali erano incaricati di occuparsi ciascuno di un singolo prodotto base
della disastrata economia: olio, riso, zucchero, farina di mais, ma anche carta
igienica, introvabile in alcune zone del Venezuela. Più di due milioni e mezzo
di venezuelani erano già emigrati nel 2017 (e nove anni dopo, all’arresto-blitz
di Maduro, erano diventati quasi 8 milioni). Secondo quanto raccontavano le
persone incontrate in quei giorni nelle strade di Caracas, tra i manghi
rigogliosi e i palazzi scorticati, la paura si faceva sempre più cupa. Con
119,87 omicidi ogni 100.000 abitanti nel 2016, la capitale del Venezuela era
divenuta la città più violenta del mondo: una metropoli dove era d’obbligo
chiudersi in casa al coprifuoco, quando le strade venivano invase dai
colectivos, bande di motociclisti in origine legittimate da Hugo Chávez come
strumento di presidio nelle periferie altrimenti impenetrabili, ma poi mutate in
gang fuori controllo.
Affinità e divergenze
Nell’aprile del 2017 le proteste erano state aperte dal corteo del MUD (Mesa de
Unidad Democrática), la coalizione di opposizione politica della destra
populista venezuelana; ne facevano parte anche quattro movimenti di ispirazione
progressista: Acción democrática, Un nuevo tiempo, Voluntad popular ‒ parte
dell’Internazionale socialista ‒, e Primero justicia. Quattro mesi dopo,
nell’afosa Caracas del luglio 2017, erano evidenti le mille contraddizioni di un
Paese che cercava di restare aggrappato alle riforme economiche e sociali dei
decenni precedenti, messe in atto da Chávez, capaci di livellare le profonde
disparità con cui il Venezuela aveva attraversato il Novecento. Dal secondo
dopoguerra, infatti, si erano susseguiti una decina di colpi di Stato, spesso
appoggiati dallo scomodo vicino nordamericano, funzionali ad addomesticare
élite compiacenti attraverso giunte militari guidate da autentici fantocci in
divisa, piazzati a capo di regimi dittatoriali.
> L’eterogeneo fronte della protesta dell’epoca era composto non solo da
> politici di destra, spesso prezzolati dalla Casa Bianca, ma anche da una larga
> fetta di chavisti scontenti.
L’ultimo colpo di Stato del millennio precedente, quello del 1998 messo in atto
proprio da Chávez, rappresentò un vero e proprio terremoto politico. Il primo
tentativo di rovesciamento degli anni Duemila risale invece all’11 aprile 2002,
durato appena 47 ore, con l’obiettivo di rimuovere proprio l’allora caudillo.
Gli Stati Uniti, come un pugile suonato, impiegarono almeno un decennio prima di
riprendersi e tornare a occuparsi del loro “cortile”. Nel frattempo Chávez era
morto, ma il chavismo era rimasto in vita, seppur poco e male rappresentato dal
suo delfino, Nicolás Maduro.
Non è un caso che l’eterogeneo fronte della protesta dell’epoca fosse composto
non solo da politici di destra, spesso prezzolati dalla Casa Bianca, ma anche da
una larga fetta di chavisti scontenti. I veri nostalgici, costretti a passare
dall’alba di una nuova speranza per le fasce più deboli e invisibili della
popolazione ‒ incarnata dall’ex militare dell’esercito venezuelano, ispirato a
Che Guevara e influenzato dagli scritti di Antonio Gramsci ‒ a una deriva del
suo verbo e delle sue azioni.
Secondo i sondaggi clandestini che circolavano in Venezuela nel 2017, il
presidente Maduro poteva contare su uno zoccolo duro di consensi pari al 15-20%,
a cui si sarebbe potuta aggiungere una quota del 20-25% di chavisti delusi e
critici nei suoi confronti. Tra questi figuravano la procuratrice generale del
Venezuela, Luisa Ortega Díaz, protagonista di una rocambolesca fuga in moto
verso la Colombia nell’agosto del 2017, e suo marito Germán Ferrer, deputato
dell’Assemblea nazionale, chavista e volto noto di Globovisión, la televisione
di opposizione. Del vecchio “cerchio magico” attorno a Maduro rimasero il
fedelissimo Diosdado Cabello, presidente del Parlamento venezuelano, indagato
per traffico internazionale di droga dalle autorità statunitensi e accusato di
distrazione di fondi pubblici, e Tareck El Aissami, vicepresidente del
Venezuela, di origini libanesi e ritenuto vicino a Hezbollah.
Caracas Est
Gli impiegati che anche in quei giorni assolati si affaccendavano lungo i
marciapiedi di avenida Francisco Solano López, gli esponenti della borghesia
imprenditoriale e anche tanti studenti, ogni pomeriggio si ritrovavano a plaza
Francia, cuore del ricco quartiere di Altamira. Da qui partivano le
manifestazioni; poi alcuni creavano i primi avamposti, allestivano i blocchi del
traffico, i cosiddetti trancazos, ed esplodeva la guerriglia contro le forze
dell’ordine. Ad incendiarla erano gruppi di giovanissimi che, con scudi di
legno, molotov, biglie di ceramica e maschere antigas, sfidavano gli agenti
della Guardia nacional appostati sui cavalcavia dell’autostrada che taglia in
due la città. Lo svincolo dell’autopista Francisco Fajardo, tra La Merced e
Chacaíto, era l’epicentro degli scontri.
> Dal secondo dopoguerra si erano susseguiti una decina di colpi di Stato,
> spesso appoggiati dallo scomodo vicino nordamericano, funzionali ad
> addomesticare élite compiacenti attraverso fantocci in divisa piazzati a capo
> di regimi dittatoriali.
I cortei si dividevano, con la parte pacifica che si disperdeva subito,
ricacciata indietro dalle bombe lacrimogene e dai proiettili di gomma sparati ad
altezza d’uomo. I giovani lanciavano sassi, si proteggevano con tappetini
trasformati in giubbotti antiproiettile e usavano ante di scaffali come scudi.
Uno di loro, colpito da un proiettile di gomma all’avambraccio, veniva soccorso
dalle squadre volontarie di paramedici. Intanto, nelle retrovie, gli
antimaduristi più moderati scandivano slogan come: “Non c’è più pane, non c’è
più farina, ci sono solo i soldi per trafficare in cocaina”.
La polizia era schierata in massa tra Chacaíto e avenida Francisco de Miranda,
impedendo al plotone di manifestanti violenti di oltrepassare il limite
territoriale imposto dai vertici militari. Eppure, in un’arteria parallela a
breve distanza, tra avenida Casanova e il boulevard Sabana Grande ‒ una lunga
isola pedonale di un paio di chilometri, costellata di negozi e ristoranti ‒
migliaia di persone passeggiavano e facevano shopping come se nulla stesse
accadendo. Non sembrava affatto di trovarsi nella città più pericolosa del Sud
America.
Ma chi c’era dietro il movimento di protesta che in quei mesi del 2017
infiammava parte del Venezuela? A livello politico, dalle elezioni del 2014 ‒ in
cui Maduro aveva sconfitto Henrique Capriles, non senza le consuete accuse di
brogli ‒ una figura era emersa con particolare forza rispetto alle altre: María
Corina Machado. Un personaggio non del tutto limpido già all’epoca, che nessuno
avrebbe immaginato, otto anni dopo, insignito del Nobel per la Pace. Durante
quelle manifestazioni, più d’una volta arrivò nei luoghi di ritrovo della fronda
antimadurista: pochi minuti per stringere mani, elargire sorrisi, arringare la
folla, spuntando dal tettuccio apribile di un SUV dai vetri oscurati oppure, in
un’altra occasione, a bordo di una moto. “Questa è l’ora zero delle proteste,
non ci fermeremo”, era lo slogan del suo comizio lampo, prima di schizzare via
scortata da altri centauri.
> A livello politico, dalle elezioni del 2014 una figura era emersa con forza:
> María Corina Machado. Un personaggio non del tutto limpido già all’epoca, che
> nessuno avrebbe immaginato, otto anni dopo, insignito del Nobel per la Pace.
Emiliano Terán, all’epoca giovane docente di sociologia all’Universidad Simón
Bolívar di Caracas, incontrato in una tranquilla pasticceria di una zona
residenziale, non aveva espresso dubbi sul fronte anti-Maduro: “L’opposizione
paga i gruppi violenti per estremizzare la lotta e li assolda nei ranchos, le
bidonville di Caracas dove la gente non ha nulla”, spiegava, per poi precisare:
“Non posso che essere critico dell’operato del governo Maduro, visto dove sta
portando il Paese, ma l’opposizione non è unitaria e non ha idea dei rischi che
si stanno correndo”. E ancora: “Le comunità, le organizzazioni popolari e i
movimenti sociali si trovano di fronte a un progressivo annullamento del tessuto
sociale. Un’irruzione mediatica internazionale esagerata nasconde il ritorno
delle ingerenze straniere divise in blocchi: l’asse Russia-Cina da una parte e
la Casa Bianca dall’altra, oggi con Trump [allora al primo mandato, ndr] e ieri
con Obama, che nel 2015 ha emesso un ordine esecutivo secondo cui il Venezuela
rappresenta una minaccia per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti”.
Per il giovane ricercatore venezuelano era ormai in atto il declino del ciclo
progressista in America Latina, avviato da Chávez e proseguito poi con Lula in
Brasile, i Kirchner in Argentina, Morales in Bolivia, Mujica in Uruguay, Correa
in Ecuador e altri ancora. “Ma oggi, in Venezuela, non c’è una dittatura, perché
il controllo del potere non è solo nelle mani di Maduro. Esistono gruppi che si
alleano a seconda degli interessi; non c’è una dominazione totale dall’alto
verso il basso. Se il conflitto va fuori controllo, il caos diventerà
ingovernabile”.
Giovani manifestanti si dirigono verso gli scontri alle manifestazioni di
Caracas est, 2017 / fot. Marco Benedettelli.
Le imprese degli italo-venezuelani
Nelle retrovie della protesta che divampava pochi isolati più in là, sotto il
cavalcavia oltre plaza Francia, non era affatto trascurabile la presenza degli
italo-venezuelani, soprattutto quelli di estrazione imprenditoriale, vicini
all’alta borghesia. Molti di loro, all’ombra della monumentale fontana al centro
della piazza, criticavano aspramente papa Francesco “per le sue parole troppo
indulgenti verso il regime madurista”.
> “L’opposizione paga i gruppi violenti per estremizzare la lotta e li assolda
> nei ranchos, le bidonville di Caracas dove la gente non ha nulla”.
Il simbolo più importante del Belpaese a Caracas era il Centro italiano
venezuelano, costruito nella metà degli anni Sessanta dagli italiani di prima
generazione. Dalle sue terrazze si godeva di una vista invidiabile sulla città e
sulle verdeggianti colline dominate dal monte Ávila. All’epoca contava quasi
3.700 soci azionisti (la quota mensile era di 30.000 bolivares, poco più di tre
euro). Mentre Caracas era preda di scontri e blocchi stradali, nelle stanze di
quella sorta di torre d’avorio i bambini sguazzavano nelle cinque piscine ‒ una
olimpionica ‒ e si sfidavano nei numerosi campi e campetti da calcio; gli
anziani giocavano a burraco o a domino, a bocce o a stecca.
Fino ad allora l’ex presidente Chávez e il chavista Maduro avevano
sostanzialmente tollerato gli italiani, che con circa 120.000 residenti
ufficiali, tra immigrati, nati e successivi trasferimenti, dopo quella spagnola
(300.000 registrati) sono la seconda comunità del Paese, in grado di vantare
almeno un paio di presidenti della Repubblica di chiara origine italiana. Una
presenza legata ai grandi movimenti migratori del secolo scorso. Eppure si aveva
la sensazione che le cose potessero cambiare presto. In quei giorni,
l’aggressione al deputato italo-venezuelano dell’Assemblea nazionale, Américo De
Grazia, sembrava solo un antipasto. “Non è ufficiale, ma le voci corrono:
vogliono azzerare le proprietà, portarci alla fame e costringerci a lasciare il
Paese”, raccontavano con preoccupazione alcuni imprenditori riuniti in una
stanza per testimoniare la loro esperienza. Molti erano già stati bersaglio di
estorsioni, rapimenti e violenze da parte di una malavita sempre più a briglia
sciolta. “L’Italia e il suo governo ci hanno abbandonato al nostro destino. I
nostri genitori hanno creato sviluppo lavorando con onestà. Rischiamo di dover
tornare in Italia da rifugiati, se non fosse per il doppio passaporto”.
“Quanto durerà questo Eden?”, si chiedeva il proprietario di un’azienda di pizze
surgelate per supermercati. “La produzione è ferma: lo Stato mi impedisce di
comprare la farina, dà la precedenza alle panetterie popolari; se la prendo dai
privati o in forma illegale, mi arrestano”. Fuori, oltre le vetrate e il muro di
cinta, uno slum scendeva come una colata di cubicoli fino alle propaggini del
ricco e scintillante centro. Caracas si dispiegava tra grattacieli e baracche,
sospesa nell’incertezza, in attesa del suo futuro.
L'articolo Caracas 2017: una mappa urbana e politica proviene da Il Tascabile.
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G ruppi di donne siedono a gambe incrociate sull’erba secca e dorata. Parlano
appena fra loro, fasciate dai teli nakatuko attendono il turno per le cure. Di
uomini non se ne vedono, stanno lontani almeno 50 chilometri, a transumare le
mandrie fra sorgenti d’acqua, ma ci sono i dottori e le dottoresse in camice
bianco che dispensano farmaci, per i vermi intestinali, la tubercolosi. Sotto ai
rami sottili degli alberi di acacia misurano il diametro delle braccia ai bimbi
con lacci colorati: serve a monitorare i casi di malnutrizione. Il profilo bruno
e morbido del monte Moroto si stende all’orizzonte della savana, vastissima
verso est, fino al Kenya e l’Etiopia, disseminata di radi villaggi.
È la Karamoja, una regione da sempre tanto orgogliosa quanto isolata, abitata da
pastori seminomadi che vivono in una simbiosi intima con i loro pascoli. Siamo
sulla frontiera orientale dell’Uganda, fra i medici che operano in programmi
sanitari, coordinati da associazioni non governative e autorità locali. È
un’area estrema, a tratti abbacinante, dove emergono nette le cupe conseguenze
per il sistema sanitario locale generate dall’improvviso congelamento dei fondi
USAID.
Con 43 miliardi di dollari l’anno (circa l’1% del bilancio USA), la United
States Agency for international development contribuiva all’80% della linea di
finanziamento mondiale della cooperazione e al 40% degli aiuti umanitari
globali, nei Paesi più poveri e sfruttati del mondo. Come l’Uganda, dove USAID
ha coperto fino al 2024 oltre la metà dei bilanci del ministero della Salute. Il
contributo in assistenza sanitaria – si leggeva in una pagina del U.S.
Department of State oggi rimossa – nel 2024 era stato di 471 milioni di dollari,
su una manovra complessiva di soli 750 milioni. Ma da gennaio 2025, la
presidenza Trump ha deciso prima di congelare l’Agenzia, per poi chiuderla
definitivamente dal primo luglio. Poche attività sono state assunte dal
dipartimento di Stato e tutte le altre giudicate non in linea con gli obiettivi
del governo americano sono state abbandonate.
Cure nella savana per donne Karamoja; fot. Orsola Bernardo.
“In Karamoja la nostra ONG ha dovuto sospendere alcuni programmi essenziali per
la salute riproduttiva e dei bambini, e ridurre azioni di lotta alla
tubercolosi”, spiega Simone Cadorin, Area coordinator di Medici con l’Africa
Cuamm, che è presente con multiformi attività in diverse zone dell’Uganda, per
la cura delle madri, dei bambini, delle malattie locali. Giriamo, con Cuamm, nei
presidi sanitari della Karamoja, dove la ONG collabora assieme ai medici locali.
Tra i più isolati, c’è il Sant Pius Kidepo, un Health Center III, piccolo
ospedale di frontiera (il III sta per terzo livello) dove ritroviamo le stesse
donne che ricevevano cure sotto i rami d’acacia nella savana. “Senza le risorse
di USAID non abbiamo più fondi per pagare otto delle nostre risorse umane”,
spiega la coordinatrice sister Virginia, nel suo ufficio stretto tra le stanze
ambulatoriali. “Per ora queste persone lavorano come volontarie, ma non so fino
a quando potranno continuare. Sono impegnate su più fronti, per i malati di
tubercolosi e per gli esami medici fra la gente dei villaggi, così come per le
cure della malaria e tanto altro”.
> In Karamoja emergono nette le cupe conseguenze per il sistema sanitario locale
> dell’improvviso congelamento dei fondi USAID.
Tagli, rinunce, danni e preoccupazioni s’incontrano anche al St. Kizito Hospital
di Matany, ospedale missionario alle porte di Moroto. I suoi padiglioni
circondati da alberi, dove i malati cercano ristoro all’ombra, i suoi porticati
che riparano dalle piogge tropicali, nel 2024 hanno accolto 14.533 ricoveri e
37.000 visite, di gente che arriva da remoti villaggi rurali. Qui Cuamm ha
appena avviato una nuova unità di terapia intensiva neonatale e implementa
numerosi progetti per la salute infantile e materna. Il suo più recente
intervento è un laboratorio per lo studio della resistenza agli antibiotici,
fenomeno in aumento anche in Africa, dove l’assuefazione agli antibatterici
passa anche per i mangimi degli allevamenti intensivi, e quindi per la catena
alimentare.
Con lo stop dei contributi di USAID, l’ospedale di Matany ha dovuto sospendere
il contratto a ventidue risorse umane impegnate per il contrasto dell’HIV/AIDS,
e ridurre di conseguenza i servizi per i malati, così come si è arrivati a
limitare l’attività di laboratorio di analisi dell’ospedale. “È un gigantesco
problema, un break down per i diritti umani”, scuote il capo preoccupata la
dottoressa Lilly Achayo, lei stessa ugandese della Karamoja e Health manager di
Cuamm.
La preoccupazione è ovunque. La fuga di USAID è andata a minare i gangli
logistici. Sono crollate le risorse anche per i sistemi informatici e lo
smaltimento dei rifiuti. Al Moroto Regional Referral Hospital, ospedale pubblico
della città, dove Cuamm fra le varie collaborazioni ha contribuito all’avvio
d’una banca del sangue, mancano i fondi per pagare lo stipendio a quarantasei
dipendenti, tra medici, infermieri, ostetriche, dottori, personale di
laboratorio e di supporto. Al Moroto Hospital, USAID finanziava anche programmi
per HIV, tubercolosi, malnutrizione, e per il funzionamento
dell’amministrazione. Ma non solo, perché c’erano anche le attività di
formazione e sensibilizzazione con la comunità locale, preziosissime per
prevenire o controllare il diffondersi di epidemie.
Che fare adesso? Nel suo ufficio dell’ala amministrativa il dottor Ngorok
riflette: “Occorre integrare i servizi, trasformare centri specializzati in
poliambulatori che curano più malattie. Ottimizzare. Siamo chiamati a una grande
sfida”. La risposta è in linea con la strategia abbozzata del ministero ugandese
della Sanità: accorpare, ridurre i reparti e fonderli, impiegare le risorse
umane su più fronti. In una parola: tagliare. Ma le ricadute sono stressanti,
sia per il personale già soverchiato dal lavoro, in una nazione dove si conta un
medico ogni seimila abitanti, sia per i pazienti. “È complicato curare i malati
di HIV e AIDS in reparti condivisi con altri degenti. I sieropositivi subiscono
stigma sociale, sono marginalizzati e finiscono per rinunciare alle cure”, ha
avuto modo di osservare Simone Cadorin di Cuamm.
> L a strategia del ministero ugandese della Sanità: tagliare. Ma le ricadute
> sono stressanti, sia per il personale già soverchiato dal lavoro, in una
> nazione dove si conta un medico ogni seimila abitanti, sia per i pazienti.
Le colline della capitale Kampala, che il giornalista ed esploratore Henry
Morton Stanley descrive con meraviglia nel suo Through the Dark Continent
(1878), oggi galleggiano sulla coltre di smog del traffico, congestionato da
flussi di Toyota e moto-taxi boda boda. È là, nei palazzi della città alta, che
il governo ugandese è al lavoro per rimediare alla voragine lasciata da USAID.
Nel nuovo anno finanziario 2025-2026 l’esecutivo ha stabilito di accrescere il
budget per la sanità del 14,5%. Il ministro delle Finanze, riporta Reuters, ha
annunciato nel 2024 un taglio del 98% all’indebitamento verso creditori esteri,
nonché il taglio di oltre un quinto della spesa pubblica complessiva. È uno
sforzo immane per una delle nazioni più povere al mondo, già schiacciata dal
debito pubblico e da sempre fedele alleata degli Stati Uniti nel groviglio di
guerre dell’Africa centrale. Ma Yoweri Kaguta Museveni dispensa ottimismo. A
gennaio si vota e l’ottuagenario presidente si presenta per il settimo mandato.
È alla guida della “perla d’Africa” dalla sua presa del potere contro Tito
Okello, quasi quattro decenni fa.
Ma Kampala è lontana dalla Karamoja, ci vogliono otto ore di jeep per
raggiungere il Nord, valicando le acque del Nilo bianco, che nel Paese divide il
Sud più evoluto e il Nord ancora vistosamente povero, con impressi i traumi
della lunga guerra civile. Fino a due anni fa la regione era ancora isolata e
dimenticata, come nel periodo coloniale inglese. La strada che porta alla città
principale Moroto si fermava a due ore dall’arrivo, il resto era terra battuta e
fango. Poi, qualcosa è cambiato e l’ultimo tratto di carreggiata è stato
finalmente ultimato, sono arrivati grandi investimenti cinesi. Le terre della
Karamoja ora fanno gola, si allarga l’estrazione di minerali rari, uranio,
cobalto, oro, argento, grafite, platino e ora c’è da organizzare il passaggio
dei camion. Dietro al monte Moroto come una voragine si è aperta la cava di
marmo più importante dell’East Africa e i blocchi pregiati prendono le rotte del
mercato mondiale. Il sito è in concessione alla cinese Sunbelt Marble Mining,
come cinese è la China Railway Construction Corporation che sta innalzando alle
porte della città un gigantesco cementificio da 6000 tonnellate al giorno, il
Moroto 6000 T/D. Già ogni mattina lunghe file di lavoratori camminano verso gli
scheletri dei capannoni, oltre i cancelli del sito che spazia per otto ettari.
Villaggio di pastori della Karamoja; fot. Fondazione Corti.
Per gli equilibri locali il cambiamento in corso è epocale. Dentro la savana,
nei villaggi Karamoja, la notte gli anziani attorno al fuoco raccontano, in
lunghissimi canti epici, le imprese degli avi guerrieri. Vacche e tori sono
sempre stati letteralmente al centro di ogni equilibrio e sistema, a partire dai
villaggi, dove s’intrecciano alte mura ad anello di rami per difendere i bovini
che muggiscono nel cortile più interno. Il valore di un uomo si misura in base
al suo ruolo da allevatore e a ogni occasione importante per leggere il futuro
si sviscera un toro e poi ci si cosparge delle sue interiora, è il rito
dell’Akiriket. Lo si fa prima dei matrimoni e delle guerre. Perché di conflitti
tra i clan dell’area ne esplodono con ciclicità, gli ultimi sono terminati da
poco. Tra il 2018 e il 2023, una tempesta di alleanze e contrapposizioni e
attacchi con i kalashnikov si è allargata fino ai villaggi del Kenya. Le guerre
scoppiano per i furti di mandrie o il controllo delle pozze dove abbeverarle.
“Mio marito è morto lo scorso anno nella guerra”, racconta una donna intenta a
sistemare le fascine sul tetto della sua capanna, circondata da sei o sette
bambini.
Ora che stanno arrivando gli investimenti delle aziende estrattive, ci sono
pastori Karamoja che abbandonano i villaggi. A Moroto, lontani dalle proprie
mandrie, in molti perdono ogni punto di riferimento e finiscono per buttarsi
via. Il consumo di alcol scadente e tossico, fortissimo, dilaga. Presto una
colata d’asfalto tapperà le buche della strada disastrata che taglia in due la
città, per favorire il via vai dei mezzi pesanti carichi di ogni materiale. Sono
sempre i cinesi a finanziarla. Moroto e la Karamoja si stanno trasformando in un
crocevia, arrivano ingegneri, operai, tecnici, trasportatori da fuori. Aumentano
i contatti, anche i rapporti sessuali. E mentre il business avanza, il servizio
sanitario arretra con la fuga improvvisa di USAID, e diventa sempre più
complicato monitorare il diffondersi di epidemie vecchie e nuove, dei focolai di
molox, il vaiolo delle scimmie o di ebola, che lo scorso anno si è riaffacciato
nel Paese con focolai a est verso la Repubblica democratica del Congo e nella
stessa Kampala.
> Il ministro delle Finanze ha annunciato nel 2024 un taglio del 98%
> all’indebitamento verso creditori esteri, nonché il taglio d’oltre un quinto
> della spesa pubblica complessiva. Uno sforzo immane per una delle nazioni più
> povere al mondo.
La scure più impietosa si è abbattuta sui finanziamenti per i malati di HIV e
AIDS. L’Uganda conta 1,4 milioni di sieropositivi ma nell’anno finanziario
2025-2026 sono stati sottratti 243,2 miliardi di scellini ugandesi alle cure. È
il buco più profondo, USAID è sempre stata il maggiore sponsor di PEPFAR (U.S.
President’s Emergency Plan for AIDS Relief), la più importante iniziativa
statunitense per il contrasto della malattia. Ora la situazione sta diventando
disperata in tutta l’Africa.
Le conseguenze ci vengono incontro a Gulu, il capoluogo della regione abitata
dal popolo Acholi, una città che di giorno trabocca di giovani, di attività e
microcommerci, di traffico e relazioni e incontri. Gulu però porta in sé anche
traumi profondi, tutti interiori, invisibili, nelle persone. Dalla presa di
potere di Museveni, a metà anni Ottanta, fino ai primi anni Duemila le strade di
Gulu, i villaggi attorno e tutta la regione è stata straziata dal sedicente
Lord’s Resistance Army, esercito di bambini e adolescenti, che di notte
bruciavano villaggi e rapivano altri bambini come loro.
Il capo di questa tragica guerriglia sbucata dalla guerra civile, quando nel
Nord del Paese si erano formati gruppi ribelli fedeli al vecchio governo, era
Joseph Kony, lui adulto che si dichiarava un medium e avvolgeva i suoi crimini
di guerra nelle torbide nebbie delle superstizioni sincretistiche. Parliamo di
uno degli episodi più allucinanti della storia africana contemporanea, con
30.000 bambini rapiti e trascinati nella giungla, sottoposti a violenze e
lavaggio del cervello, trasformati in carnefici capaci di produrre due milioni
di sfollati e centinaia di campi profughi. Un’armata sonnambula, più che un
esercito, disinnescata molto lentamente dai generali dell’Uganda e degli Stati
limitrofi, e ben utilizzata come alibi per armarsi fino ai denti. Oggi non c’è
famiglia dove non si conti un morto, un bambino soldato, una ex bimba
violentata, una mutilazione.
È in questa periferia che suor Dorina Tadiello e suor Giovanna Calabria, delle
Comboni Samaritans of Gulu, aiutano cinquecento donne che da ragazzine erano
state rapite e ridotte a schiave sessuali nel Lord’s Resistance Army e oggi sono
quarantenni rinnegate dalla comunità. Le due religiose comboniane sono vicine
anche ai ragazzini e alle ragazzine di Gulu, figli della generazione rovinata
dalla guerra, degli ex bambini soldato o delle famiglie disfunzionali, spesso
reduci dei campi profughi. Divisi in gang, la notte i ragazzi di strada girano
per la città, l’area del mercato, i suoi portici, rubano, picchiano, diventano i
padroni delle strade. Sono innumerevoli e per loro le suore comboniane hanno
attivato tanti progetti di ascolto e aiuto, dai laboratori di teatro a una
fattoria sociale con maiali e vacche.
> O gni mattina lunghe file di lavoratori camminano verso gli scheletri dei
> capannoni, oltre i cancelli del sito di un gigantesco cementificio. Per gli
> equilibri locali il cambiamento in corso è epocale.
In un’area così complessa, la pandemia dell’AIDS per decenni ha mietuto vittime
con contagi esponenziali. E ora non ci sono più fondi per garantire la
distribuzione dei farmaci antiretrovirali. Lo apprendiamo all’ospedale di Lacor,
struttura alle porte di Gulu, sostenuta dalla Fondazione Corti. I suoi settemila
sieropositivi in cura oggi vivono col fiato sospeso, in attesa del loro futuro,
perché non sanno se continueranno a ricevere le medicine. Non è ancora chiaro,
infatti, se sarà ancora possibile avere gratuitamente gli antiretrovirali che
permettono di tenere a bada l’HIV. Se così non fosse, sarebbe un balzo indietro
di decenni nel progresso della cura all’AIDS.
Cortile centrale del St. Mary’s Hospital, Lacor; fot. Mauro
Fermariello/Fondazione Corti.
“Le nostre scorte sono terminate e al momento ci stiamo affidando a quelle di
centri sanitari governativi. La nostra responsabile per i farmaci
dell’ambulatorio HIV è quotidianamente alla ricerca di medicinali, – avverte
Dominque Atim Corti, presidente della Fondazione Corti e medico – Ad oggi i
pazienti stanno ricevendo le loro cure e le ambulanze del Lacor continuano a
distribuire medicine nei villaggi, ma nessuno sa fino a quando questo sarà
garantito”. Prima di essere smantellata, lo scorso gennaio, USAID aveva affidato
la catena di approvvigionamento dei farmaci antiretrovirali ad agenzie non
profit e altri enti, che si occupavano di tutti gli aspetti, dalla logistica,
alla distribuzione. Ora il sistema è bloccato. E senza sovvenzioni la cura
costa 80 dollari all’anno per adulto e 140 per bambino. Una cifra impossibile
per la maggior parte della popolazione.
“Parliamo di uomini e donne che conosciamo uno a uno, che guardiamo negli occhi.
Se non ci sono farmaci, queste persone torneranno ad ammalarsi, a divenire
scheletriche, mentre le cure permettono di lavorare, di tornare a vivere –
continua Dominque Atim Corti – Interrompere la terapia significa permettere al
virus di farsi più resistente: esploderanno malattie dei sistemi immunitari
indeboliti, le corsie si riempiranno di oncologici e di altre patologie”. In
tutto il mondo stanno anche precipitando le azioni di monitoraggio, prevenzione,
cure pediatriche e per i malati in stato avanzato. Si stimano 850.000 infezioni
da HIV aggiuntive e 30.000 decessi correlati all’HIV nei prossimi cinque anni,
se si realizzeranno le previste riduzioni degli aiuti internazionali. Lo spiega
l’organizzazione CHAI nel documento HIV Market Impact Memo.
Il Lacor Hospital è sempre stato un luogo attraversato dal vento della storia.
Negli anni Cinquanta l’ospedale è nato come piccolo centro missionario, e via
via si è andato strutturando in modo simile a una sorta di falansterio, capace
di contenere al suo interno qualsiasi servizio e di chiudersi come un bastione
mentre fuori crepitavano i kalashnikov della guerra civile e bambini e genti
cercavano rifugio al suo interno.
> In un’area così complessa, la pandemia dell’AIDS per decenni ha mietuto
> vittime con contagi esponenziali. E ora non ci sono più fondi per garantire la
> distribuzione dei farmaci antiretrovirali.
Con i suoi tre distretti distaccati conta 554 posti letto, tra visite e ricoveri
cura ogni anno 190.000 persone, quasi 9000 parti l’anno e oltre 6000 operazioni
chirurgiche: cifre che rendono l’idea dell’immenso lavoro svolto da questo
grande ospedale non profit. Piove, mentre Giulia Monti, Deputy director finance
della Fondazione Corti ci guida nei suoi articolati spazi, tra reparti e
padiglioni. In un cortile, sotto i rami di un albero, ci sono delle lapidi di
pietra nera. Custodiscono le spoglie dei fondatori Piero e Lucille Corti, di
altre persone che hanno reso Lacor un faro e del dottor Matthew Lukwiya, che nel
2000 ha perso la vita per ebola, dopo aver applicato procedure all’avanguardia
nell’arginarne la diffusione. In questi mesi il pericolo viene da altrove. Per
Lacor, come per gli ospedali della Karamoja, dell’Uganda, dell’Africa e di tutti
quei Paesi sfruttati e depredati a beneficio della parte ricca di mondo, la
crisi umanitaria sul punto di detonare ha il volto ornato dal cappellino MAGA
del presidente Trump.
L'articolo Cosa resta dopo la fuga di USAID proviene da Il Tascabile.
V enticinque anni fa, tra luglio e agosto del 2000, con tre compagne e due
compagni della Civica Scuola di Cinema di Milano, appena terminato il nostro
biennio di studi, siamo stati a Bucarest per poco più di due settimane per
girare un documentario sui ragazzini che vivevano in strada. A partire dalla
fine degli anni Novanta anche in Italia si parlava di loro perché erano davvero
molti ‒ solo nella capitale romena si stimava fossero 2500 ‒ e perché durante
l’inverno, lì molto rigido, cercavano rifugio dal gelo sotto terra, a ridosso
delle condutture del gas e dell’acqua calda. La notizia, insomma, aveva colpito
una parte dell’Europa benestante, dove per lo più si parlava di bambini che
vivevano nelle fogne, anche se si trattava di tunnel sotterranei. D’estate, al
contrario, i ragazzini erano molto più visibili, giravano per strada e si
radunavano in punti strategici come la stazione, riconoscibili dall’inseparabile
sacchetto tramite cui respiravano i fumi di un solvente chimico che, tra i vari
effetti, non faceva sentire la fame.
Il documentario non è mai stato portato a termine, ma facendo fede a un diario
di appunti scritto in quei giorni, ho ricostruito il periodo trascorso nella
capitale romena. Quasi tutto quello che racconto in questa cronaca è stato
filmato in digitale ma, un po’ per mancanza di fondi e un po’ per priorità
divergenti all’interno del gruppo, non è mai stato montato.
Nel 2000 la Romania era ancora lontana dall’ingresso nell’Unione Europea, e
Bucarest appariva come la capitale di un Paese uscito da appena undici anni da
una lunga dittatura, che viveva una fase di transizione di cui non si potevano
prevedere gli esiti. Nonostante iniziassero ad affacciarsi i primi centri
commerciali moderni, simboli della crescita economica, per le strade si vedevano
ancora molte baracche che ospitavano bar o piccoli ristoranti. Inoltre, durante
la notte, fra gli imponenti “blocchi di cemento” delle zone periferiche e
popolari, i cumuli di rifiuti si trasformavano in falò maleodoranti, mentre
frotte di cani randagi abbaiavano alle macchine e alle persone in transito.
> Nel 2000 la Romania era ancora lontana dall’ingresso nell’Unione Europea, e
> Bucarest appariva come la capitale di un Paese che viveva ancora una fase di
> transizione di cui non si potevano prevedere gli esiti.
Di giorno, con il traffico che rianimava le strade, si notavano i molti edifici
mai finiti di costruire che sormontavano dei marciapiedi invasi da cocomeri in
vendita a pochi centesimi. In quegli anni i dati della Banca mondiale dicevano
che in Romania c’erano più di dieci milioni di poveri su circa ventuno milioni
di abitanti e gli effetti di questa povertà, complici i mezzi adottati anni
prima dalla dittatura per l’incremento delle nascite, avevano portato molte
famiglie ad abbandonare i figli per l’impossibilità di mantenerli.
In parte “accolti” negli orfanotrofi, raggiunti i diciotto anni, secondo la
legge, ragazze e ragazzi dovevano lasciare questi istituti e trovare in
autonomia un modo per sopravvivere ma, con l’inflazione molto alta, spesso non
bastava trovare un lavoro per mantenersi, dunque la maggioranza finiva in
strada. Inoltre molti, visto che gli orfanotrofi erano organizzati alla stregua
di dure carceri (come riferito da più testimoni), non sopportando più i continui
maltrattamenti, scappavano prima di diventare maggiorenni, preferivano
l’incognita della strada. E per lo più arrivavano proprio nella capitale,
Bucarest.
Nove anni prima del nostro viaggio, Miloud Oukili, clown franco-algerino
all’epoca ventottenne e la cui storia ancora non era stata raccontata nel film
Pa-ra-da (2008) di Marco Pontecorvo, aveva deciso di fermarsi a Bucarest per
aiutare questi giovani che vivevano per strada. La sua idea per il loro
reinserimento sociale prevedeva principalmente l’insegnamento dell’arte della
clownerie, ma chi voleva impararla doveva rispettare una condizione su tutte:
non drogarsi più con l’Aurolac, il solvente che respiravano e da molti
impropriamente chiamato “colla”. Grazie a questo metodo molti hanno cambiato
vita: chi è andato ad abitare negli appartamenti sociali gestiti da Parada, la
fondazione nata nel 1996 grazie a Oukili, chi è tornato dai propri genitori con
la consapevolezza di poter contribuire al sostenimento familiare, chi si è
creato una vita autonoma.
Nei nostri primi giorni a Bucarest, alcune persone di Parada ci avevano
accompagnato in varie zone in cui vivevano i ragazzi e le ragazze di strada. A
guidarci era soprattutto Emil, assistente sociale della fondazione che parlava
bene l’italiano e, all’epoca, aveva ventuno anni. Si trattava di uno dei
responsabili del caravan, il furgoncino che tutte le notti si fermava in varie
zone della città per portare da mangiare minestra e pane e, in caso di
necessità, distribuire medicinali a chi viveva in strada. Oltre a Emil spesso ci
affiancava Rafael, un altro ventunenne che parlava italiano, ma in questo caso
con un passato di undici anni di vita per strada: lui, oltre ad abitare in un
appartamento sociale, riceveva un piccolo stipendio da Parada perché, dopo anni
di applicazione e buona condotta, cominciava ad avere delle responsabilità
educative.
> In Romania c’erano più di dieci milioni di poveri su circa ventuno milioni di
> abitanti e gli effetti di questa povertà, complici i mezzi adottati anni prima
> dalla dittatura per l’incremento delle nascite, avevano portato molte famiglie
> ad abbandonare i figli per l’impossibilità di mantenerli.
Nella sede della fondazione, il “centro di giorno”, ogni mattina i ragazzi e le
ragazze, reduci dalla strada o ancora nella fase in cui tentavano di lasciarsela
alle spalle, si ritrovavano per svolgere gli allenamenti da giocolieri, per
disegnare, per partecipare al laboratorio teatrale, per apprendere le nozioni
basilari di matematica e lettere, o semplicemente per chiacchierare. Il centro
era affollato sia perché era un punto di ritrovo e riferimento sia perché chi lo
frequentava, acquistando buona disciplina e costanza di allenamento, prima o poi
avrebbe fatto parte di un gruppo di giocolieri che si sarebbe esibito
all’estero.
Miloud in quei giorni non c’era ma, anche grazie ai resoconti dei suoi
collaboratori, avrebbe deciso chi portare con sé in una delle frequenti tournée
in Italia, Francia e Germania. Proprio nel corso di una di queste, durante il
carnevale del 2000, eravamo stati messi in contatto con lui, che si trovava nei
dintorni di Venezia, e lo avevamo incontrato insieme a una quindicina di ragazzi
romeni che, ospitati in famiglie italiane, lo avevano accompagnato nel tour. La
prima sera Miloud, poco dopo averci conosciuto, ci aveva detto che per
realizzare un documentario utile, più che seguire le tappe dei loro tour in
Italia avremmo dovuto passare un periodo in Romania.
La prima persona che ci ha portato a conoscere Emil a Bucarest è stato Alex, un
ragazzo di circa venticinque anni che viveva in uno spiazzo all’aperto pieno di
sterpaglie e rifiuti ma delimitato da un muro e un cancello fatiscente. Quando
pioveva forte, Alex andava nel sottoscala del palazzo di fronte, oppure si
riparava sotto un telo di plastica. Lavando la macchina di un signore che
abitava nelle vicinanze, guadagnava qualcosa e, anche per questo, ci teneva
molto a restare in quello spiazzo.
A dividerlo con lui c’erano Ionutz, otto anni, e sua madre, quarantanove anni,
ma loro ogni tanto riuscivano a essere ospitati in un edificio gestito dalle
suore. La signora era diventata vedova cinque anni prima, trauma che le aveva
causato una depressione tanto forte da venir raggirata: aveva firmato un
contratto di cessione gratuita della casa in cui abitava con suo figlio e così
si era ritrovata con lui in strada. Mentre parlavamo seduti intorno ai materassi
dove dormivano, lei sembrava rassegnata, stanca, ma Ionutz era sveglio, allegro,
vivace. Alex, nel frattempo, ci mostrava con orgoglio le colorate immagini
religiose che aveva disegnato sul muro che delimitava il suo spazio vitale.
> In parte “accolti” negli orfanotrofi, raggiunti i diciotto anni ragazze e
> ragazzi dovevano lasciare questi istituti e trovare in autonomia un modo per
> sopravvivere ma, con l’inflazione molto alta, la maggioranza finiva in strada.
Noi alloggiavamo in uno degli appartamenti sociali insieme ad alcuni dei ragazzi
che avevano iniziato il percorso di allontanamento dalla strada. Ci avevano
messo a disposizione una piccola stanza in cui dormivamo accampati in sei. La
casa faceva parte di un palazzone di un quartiere popolare totalmente dominato
dai “blocchi di cemento”. A cinque minuti a piedi da lì c’era la fermata della
metropolitana Dristor dove, di fianco a un altro simbolo della transizione
economica in atto, un McDonald’s, si era stanziato un gruppo di ragazzini di
strada tutto al maschile, che ci erano stati presentati come i più piccoli tra
quelli che vivevano in condizioni simili. Erano tutti talmente mingherlini che,
a guardarli, anche se avevano tra i quattordici e i quindici anni ne
dimostravano circa otto o nove.
Appena Rafael ci aveva presentato, sorridenti ci avevano circondato e avevano
iniziato a cantare una canzone mentre uno di loro, Mele, suonava un’armonica a
bocca. Quasi tutti non avevano le scarpe e portavano un braccialetto di stoffa
nera su cui campeggiava la scritta “Isus te iubeste” che ci avevano tradotto
come “Gesù ti protegge” ma poi, negli anni, ho scoperto che significa “Gesù ti
ama”. Tutti avevano le labbra macchiate del grigio dell’Aurolac che continuavano
a respirare dagli inseparabili sacchetti da cui proveniva un forte odore
chimico. Mele, con il suo dignitoso inglese, dopo averci riferito con orgoglio
il suo cognome, come a voler sottolineare che aveva avuto una famiglia, insieme
al suo amico Tockio, e chiedendo la traduzione di Rafael, ci aveva parlato di
Gesù come se ci stesse raccontando la favola di Pinocchio ripetuta a memoria.
Entrambi non mollavano la stretta di mano con chi, tra di noi, si erano scelti
come loro nuovi amici.
Non tutti quelli del loro gruppo si erano avvicinati, i più calmi erano rimasti
sdraiati per terra o giocavano con i cani randagi che facevano loro compagnia, i
più agitati litigavano dimostrando come la gerarchia del gruppo fosse vincolata
all’età: i più grandi prendevano a calci i più piccoli per farsi valere. Tra i
problemi condivisi c’era il cibo (infatti appena avvistavano qualche avanzo
lasciato sui tavolini esterni del McDonald’s ci si scagliavano sopra) ma, come
ci avevano confidato, anche la necessità di dormire, perché durante la notte
dovevano stare attenti a non correre pericoli, mentre quando sorgeva il sole, e
le strade erano più presidiate, potevano dedicare, a turno, qualche ora al
sonno.
Dopo questa visita, Emil ci aveva detto che in un’altra zona, Brancoveanu, si
era insediato il gruppo dei più grandi che, in quei giorni, però, aveva avuto
divergenze con Miloud per una polemica sugli aiuti ricevuti. Non era convinto
che fosse una buona idea portarci da loro in quel periodo. Poi però, al centro
di giorno, avevamo incontrato una ragazza già conosciuta in Italia, Mia, che da
poco faceva proprio parte di questo gruppo perché aveva ripreso a drogarsi. Il
suo invito ad andare a trovarla aveva tolto gli indugi a Emil che, pensandoci,
aveva aggiunto che i ragazzi, in fin dei conti, con lui erano tranquilli. Così,
una sera, ci ha portato da loro con il caravan.
> Tra i problemi condivisi c’era il cibo ma anche la necessità di dormire:
> durante la notte dovevano stare attenti a non correre pericoli, mentre quando
> sorgeva il sole e le strade erano più presidiate potevano dedicare, a turno,
> qualche ora al sonno.
L’età media del gruppo era di circa ventitré anni, alcuni stavano sotto una
tettoia sdraiati per terra, altri guardavano la televisione (erano riusciti ad
attaccarsi a un palo della corrente elettrica). Una ragazza teneva in braccio
suo figlio di sei mesi e, con qualche parola in italiano (aveva partecipato a
delle tournée) ci aveva confidato che, con l’arrivo dell’inverno, sarebbe stato
un problema. Quello con un aspetto e un’aria da “leader” del gruppo era davvero
arrabbiato perché la zuppa portata dal caravan, come aveva riferito a Emil altre
volte, gli faceva schifo. Qualche minuto dopo, aveva “invitato” uno dei miei
compagni di viaggio ad assaggiarne un mestolo pieno per fargli prendere atto
della scarsa qualità del cibo offerto loro. Suo fratello, Iulian, era più
tranquillo, e aveva stemperato la tensione raccontandoci, insieme alla sua
ragazza, del loro bambino: anche se era stato affidato a una signora, ogni tanto
potevano andarlo a trovare.
Il giro era continuato nei sotterranei di uno dei tanti palazzi imponenti di
Bucarest che, all’epoca, non erano stati finiti di costruire. Si trovava in
centro, e qui due gruppi di ragazzi di poco meno di vent’anni vivevano in
piccole stanze, negli spazi che avrebbero dovuto essere le cantine dello
stabile. Le pareti erano occupate da poster di donne nude e idoli locali dei
teenager, a illuminarli c’era una luce fioca proveniente da alcune candele
appese, e a terra c’erano dei materassi: tutto dava la parvenza di una vera
stanza da letto. I ragazzi stavano ascoltando la radio e ci avevano fatto
accomodare seduti sui materassi. Dopo aver fatto qualche battuta sul calcio ‒
d’altronde agli europei di giugno l’Italia di Maldini, Cannavaro e Totti aveva
giocato contro la Romania di Hagi, Mutu e Chivu ‒ eravamo tornati in superficie,
così i ragazzi avrebbero potuto riempire le loro pentole con la zuppa, in questo
caso senza lamentarsi della qualità.
Il giorno dopo Emil ci aveva proposto di andare a Gara de Nord, dove i ragazzi,
aveva aggiunto, erano i più sporchi e i più numerosi. Li avevamo già intravisti
perché eravamo arrivati a Bucarest in treno da Budapest e, usciti dalla
stazione, negli spazi antistanti c’era qualcuno di loro a torso nudo con il
sacchetto di Aurolac in mano. Una volta arrivati vicino alla stazione con il
furgoncino, ci eravamo fermati in un parcheggio per pullman dove c’erano due
ragazze, una di loro era andata a cercare gli altri.
Dopo circa mezz’ora il resto del gruppo era arrivato a prendere da mangiare e,
per la prima volta, avevamo visto la dottoressa distribuire molti medicinali.
Non sembravano più sporchi degli altri ma erano molti, almeno una trentina, e
qualcuno parlava un buon inglese, quindi eravamo riusciti a chiacchierare un
po’, soprattutto delle grandi difficoltà che avevano a trovare un lavoro. In
quel punto, in mezzo alla strada anche i cani randagi erano davvero numerosi e
c’era una forte atmosfera di desolazione nella via, dove passava una macchina
ogni cinque minuti. Una giovane prostituta che non faceva parte del gruppo si
era avvicinata per chiedere dei medicinali e, appena aveva capito che eravamo
italiani, era venuta a presentarsi assicurandosi subito che non ci drogassimo
con l’Aurolac.
> Iulian aveva stemperato la tensione raccontandoci, insieme alla sua ragazza,
> del loro bambino: anche se era stato affidato a una signora, ogni tanto
> potevano andarlo a trovare.
Per l’ultimo di questi giri con il caravan eravamo andati in un sottopassaggio,
Pasajul Unirii, dove eravamo scesi a piedi camminando su un marciapiede
strettissimo mentre le macchine passavano a tutta velocità. Dopo circa trecento
metri di dislivello, fra le corsie opposte, si sviluppava uno spartitraffico e
lì c’era una porticina. Uno dei ragazzi, un altro tardo adolescente, ci aveva
accolto in superficie e, arrivati lì sotto, con la chiave aveva aperto la porta
e acceso la luce (anche il suo gruppo era riuscito ad attaccarsi alla corrente).
All’interno c’erano qualche materasso e un piccolo ventilatore, e il ragazzo era
orgoglioso della sua stanza dove, come mostrava il colore del muro, si
concentrava un inquinamento da polveri sottili pauroso. Mentre stavamo risalendo
in superficie, lui camminava tranquillamente di fianco al marciapiede senza
preoccuparsi delle macchine che sfrecciavano a pochi centimetri suonando i
clacson a ripetizione per intimargli di spostarsi.
Durante il soggiorno c’erano stati anche dei momenti di svago, principalmente
due. Il primo quando Miloud era tornato e, nel suo appartamento, c’era stata una
festa per il diciottesimo compleanno di uno dei ragazzi. Qui tutti cantavano a
ripetizione Hotel Cismigiu dei Vama Veche, gruppo rock romeno molto popolare. La
canzone era una cover di Hotel California ma non eravamo riusciti a convincere
nessuno che non fosse opera dei loro idoli locali ma di un gruppo statunitense:
poco importava.
Qualche giorno prima un altro dei miei compagni di viaggio aveva promesso al
gruppo di Dristor, i più piccoli, che avremmo fatto una partita di calcio con
loro, che nel frattempo avevamo incontrato di nuovo, in autonomia, visto che
stavano vicino a dove alloggiavamo. Avevamo raggiunto una buona confidenza con
alcuni e Mele, il ragazzo che suonava l’armonica, pur avendo appena dieci anni
meno di noi ci diceva frasi come “Sarete dei buoni genitori” che, insieme ad
altre parole o gesti, era chiaramente una richiesta di aiuto.
Neanche durante la partita di calcio questa squadra di mingherlini aveva
abbandonato il sacchetto di Aurolac ma, nonostante questo, tutti correvano più
di noi. Finito di giocare, si erano tuffati nello stagnante e marrone lago
artificiale del parco dove ci avevano portato, come loro abitudine d’estate.
Eravamo vicini alla partenza e, arrivati ai saluti, Mele era triste, voleva che
Rafael ci traducesse una frase: “Oggi ho sentito il vostro cuore, vi ringrazio,
non dimenticherò…”. Piangendo, ci aveva regalato un fumetto in romeno.
> Neanche durante la partita di calcio questa squadra di mingherlini aveva
> abbandonato il sacchetto di Aurolac ma, nonostante questo, tutti correvano più
> di noi.
Tornati in Italia, dopo due settimane avevamo incontrato di nuovo Miloud,
passato in Veneto per delle conferenze, e ci aveva detto che la polizia aveva
compiuto dei raid: alcuni ragazzi di Dristor erano finiti in prigione, dove,
aveva aggiunto, rischiavano seriamente di subire violenza fisica e sessuale. La
stanza dei ragazzi di Pasajul Unirii, invece, era andata a fuoco. Ma dopo circa
un anno, a novembre del 2001, parlando con Emil al telefono, avevamo avuto la
notizia peggiore: Mele era morto a causa dei fumi creati da un incendio
scoppiato nel sotterraneo dove, dopo ogni estate, tornava a dormire con i suoi
compagni. A lui avevo spedito un’armonica a bocca, come promesso prima di
salutarci, ma Emil non gliela aveva ancora data per qualche problema
comportamentale… Mele non amava le regole della Fundatia Parada, dove, quindi,
la sua presenza era quanto meno sporadica. Aveva provato più volte a frequentare
il centro di giorno ma finiva sempre per “scegliere”, paradossalmente, la
libertà totale della strada, con rischi annessi.
Emil mi aveva anche detto che era arrivata l’eroina tra i ragazzi che vivevano
per strada, in un primo momento a prezzi stracciati e poi, quando era subentrata
la dipendenza, alzata a prezzi più impegnativi. C’era, aveva aggiunto, chi
costringeva i più scettici a testare la prima dose e chi vendeva ai ragazzi
delle siringhe non confezionate, già aperte. In pratica si stava investendo
sulla loro morte.
Negli anni successivi c’è stato qualche altro incontro con alcuni dei ragazzi e
delle ragazze di passaggio in Italia ma, nel corso del tempo, i rapporti si sono
interrotti. Non abbiamo mai saputo quanti dei ragazzi di strada che abbiamo
conosciuto sono sopravvissuti o hanno cambiato vita ma negli anni Dieci, quando
la maggioranza di questi era ormai adulta o quasi, mentre la Romania, dopo
l’ingresso nel 2007 in UE, cambiava faccia, la politica ha affrontato il
problema simbolicamente chiudendo molti accessi ai tunnel sotterranei, con la
speranza che queste presenze indesiderate andassero via da Bucarest.
Molti sono semplicemente diventati meno visibili, quanto meno ai turisti ‒ che
dal 2007 a oggi sono poco più che raddoppiati – perché si sono spostati nelle
zone periferiche della capitale, dove hanno trovato altri accessi al sottosuolo.
Le ONG che li assistono, insomma, continuano a essere occupate, anche perché,
nel corso degli ultimi vent’anni, l’abitudine di passarsi le siringhe ha fatto
ammalare di AIDS molte persone che vivevano in strada. La situazione sembrerebbe
all’apparenza migliorata perché dagli anni Dieci in avanti il numero dei giovani
(under 35) che vivono nelle strade di Bucarest si è assestato intorno ai mille.
> Dagli anni Dieci in avanti il numero dei giovani (under 35) che vivono nelle
> strade di Bucarest si è assestato intorno ai mille.
Anche se sono meno della metà rispetto al periodo a cavallo tra i due secoli, il
fenomeno è ancora rilevante, sia perché le droghe usate sono sempre più letali
sia perché molti sono proprio cresciuti senza un tetto e le loro condizioni
psicofisiche sono peggiorate nel tempo. La Romania attualmente ha il più alto
tasso di inflazione della Unione Europea e, nonostante la disoccupazione sia
calata, quella giovanile resta alta. Inoltre gli sfratti dovuti alla
restituzione ai privati della case nazionalizzate dal regime comunista prima, la
crisi finanziaria di fine anni Duemila (che ha portato varie persone a non poter
più pagare i mutui), e infine le truffe immobiliari, hanno aggravato il problema
dei senzatetto facendo finire intere famiglie per strada.
Le differenze più importanti rispetto al 2000 sono che i ragazzini senza fissa
dimora non stanno più tutti nei sotterranei ma si arrangiano anche in ruderi o
in spiazzi delimitati come quello in cui avevamo incontrato Alex, e che i
cittadini romeni, con i giovani in prima linea, dall’inizio di quest’anno
possono spostarsi liberamente negli stati dell’Unione Europea senza esibire il
passaporto alla frontiera. In linea teorica quest’ultima novità potrebbe portare
alcune persone in difficoltà a emigrare facilmente in Paesi europei più floridi,
dove quanto meno potrebbero avere più prospettive. Verosimilmente, però,
ripartire altrove sarebbe una vera e propria impresa per chi vive in strada e
soprattutto chi ci è finito da quando era un ragazzino avrebbe ulteriori
difficoltà.
Indagare la situazione di oggi non era lo scopo di questo resoconto, che è una
minuscola e molto ritardataria toppa al mancato montaggio delle immagini
digitali che girammo allora, mai diventate un documentario. L’idea di
realizzarlo era nata da Leda Tasselli che, negli anni successivi, prima di
scomparire prematuramente, è stata in Brasile per ritrarre, con le sue
fotografie, un altro popolo della strada, quello di San Paolo.
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