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Caracas 2017: una mappa urbana e politica
N ell’estate di otto anni fa, la metropoli del Venezuela mostrava almeno tre anime. Con Nicolás Maduro attaccato da destra e anche da sinistra, ma ancora saldamente sul suo piedistallo tra i palazzi governativi; gli assembramenti a plaza Altamira delle classi più elitarie; la crisi umanitaria e le speranze tradite, ma sempre vive, della gente povera dei ranchos. A distanza di quasi un decennio, osservate da più lontano, le faglie che spaccavano il Paese emergono più nitide e chiare. Mentre, nella canicola estiva del luglio 2017, le televisioni italiane si concentravano sulle immagini dei cassonetti in fiamme, sugli scontri di strada e sulle manifestazioni ‘oceaniche’ per le vie della capitale ‒ in un frame ossessivo e ipnotico ‒ Caracas ‒mostrava almeno due volti, anzi tre. Ognuno incardinato in un’area della città, lungo una mappa aderente alla morfologia storica e sociale del Venezuela. Nella grande capitale sudamericana, edificata su decine di pendii lussureggianti, tra ranchos poveri ‒ identici alle favelas di Rio de Janeiro ‒ e lussuosi condomini protetti da altane e filo spinato, c’era la Caracas della protesta contro Nicolás Maduro, degli scontri di strada sanguinari, che dall’Europa sembravano totali e invasivi, ma che si addensavano a est, nel quartiere Altamira, la parte orientale della città, quella più abbiente, dei colletti bianchi. Ma c’era anche un’altra Caracas, quella a ovest, dove si concentravano i palazzi governativi e le centrali amministrative d’apparato, i monumenti e i poli della vita culturale. Ed era lì che Maduro restava sul suo piedistallo e Hugo Chávez continuava a essere un faro nella notte. > Mentre nel luglio 2017 le televisioni italiane si concentravano sulle immagini > dei cassonetti in fiamme, sugli scontri di strada e sulle manifestazioni > ‘oceaniche’ per le vie della capitale Caracas mostrava almeno due volti, anzi > tre. Tutt’intorno c’era la terza Caracas, quella degli slum fitti di chiaroscuri, dove speranza e rabbia si mescolavano indissolubilmente lungo le tortuose stradine di mattoni traforati, sotto la pressione delle rivolte interne al Paese e degli embarghi e delle sanzioni internazionali. Ed è da questo orizzonte ‒ le strade popolari di La Guaira, cittadina satellite di Caracas, affacciata sull’aeroporto Simón Bolívar e sull’Atlantico ‒ che il racconto di quanto visto e incontrato nel luglio 2017, nel corso di un reportage, vuole partire. La Guaira Sull’uscio delle case riverniciate di colori carnosi, negli occhi delle persone si agitavano bagliori contraddittori quando si chiedeva loro cosa ne pensassero dei continui scontri di piazza che stavano lacerando una parte di Caracas. Un’inquietudine racchiusa nella risposta lapidaria di Carmen, insegnante: “Ma se torneranno a governare le destre, noi poveri finiremo per essere abbandonati un’altra volta”. La donna, un’energica e aggraziata cinquantenne, era anche volontaria dei CLAP (Comités Locales de Abastecimiento y Producción), istituiti dal governo nel 2016 per far fronte alla carenza di cibo e alla crisi economica che stava attanagliando il Paese. E che già allora si stavano rivelando contaminati, nei vertici organizzativi, dal malaffare di amici e collaboratori di Maduro. Carmen era una militante di base, la sua speranza era trascinante lungo le piazzette e i mercati del sobborgo di Caracas, fra le piccole abitazioni realizzate grazie all’aiuto dello Stato, che per anni aveva fornito mattoni e vernici a prezzi calmierati affinché la gente dei ranchos potesse costruire le proprie case, in un disegno di edilizia popolare autoprodotta. La donna portava esempi su esempi dei programmi educativi che negli anni del chavismo erano stati messi a servizio delle classi più povere. “La rivoluzione bolivariana ha dato modo di iscriversi all’università anche agli orfani, ai disabili nullatenenti”. Ma ormai la crisi era entrata spietata e feroce nel microcosmo del suo quartiere, dove la gente aveva sempre vissuto di nulla. “Sì, la situazione è insostenibile. Il sacco di mangime per polli che serve ogni settimana è arrivato a 85.000 bolívar”, praticamente quanto l’assegno di pensione sociale destinato ai nullatenenti, 96.000 bolívar, ammetteva lei stessa, mostrando un allevamento tra due baracche. Nei cortili sghembi che galleggiavano soprattutto di microeconomia informale, sopravvivere era sempre più difficile.   File ai negozi nei quartieri popolari di Caracas, 2017 / fot. Marco Benedettelli. Caracas Ovest Scendendo dai ranchos rossi di mattoni, si arriva alle strade pianeggianti della parte occidentale di Caracas, quella governativa, dove, in quei giorni di proteste tempestose, il regime di Maduro e le sue centrali di potere continuavano a mostrare, almeno in superficie, una solenne compostezza. Palazzo Miraflores, la sede del governo, circondata da alberi color smeraldo, era presidiata da giovani militari della Guardia nazionale. Sulla sommità di una bianca scalinata, in cima a una collina, svettava il monumento di Hugo Chávez. Nei murales, forme morbide celebravano l’epica della Rivoluzione bolivariana, unendo in un’unica saga il libertador Simón Bolívar, il comandante Chávez e il continuatore del percorso, Nicolás Maduro. > Lo Stato per anni aveva fornito mattoni e vernici a prezzi calmierati affinché > la gente dei ranchos potesse costruire le proprie case, in un disegno di > edilizia popolare autoprodotta. I negozi e le librerie intorno a plaza Bolívar diffondevano musica caraibica, più festosa di qualsiasi crisi. Nei teatri, come il Centro cultural Chacao, giovanissime volontarie esponevano orgogliose la programmazione degli eventi per la gente. Ma il fulcro di quel diffuso mantra filogovernativo stava sotto un semplice tendone, nell’Esquina caliente, letteralmente “angolo caldo”, il gazebo informativo dove una dozzina di militanti presidiavano la piazza, per discutere appassionatamente con chiunque porgesse loro la parola. “È colpa della congiura internazionale. Ci stanno sabotando, vogliono affossare la nostra rivoluzione popolare perché il nostro petrolio fa gola alle élite imperialiste”, dicevano, mentre anche in quelle ore le proteste ribollivano nell’altra parte orientale della capitale. “Le cause della crisi monetaria sono pilotate dalla destra, che controlla i mezzi di produzione e distribuzione. È tutto spiegato nel libro di Pasqualina Curcio, La mano visible del mercado”, argomentava un’altra militante. Sul tavolo del gazebo spiccavano libri e giornali filorivoluzionari, tra cui il Correo del Orinoco, quotidiano governativo che in epigrafe si definiva “L’artiglieria del pensiero”. Tutti raccontavano orgogliosi della loro instancabile militanza politica, fatta di riunioni, comitati e assemblee, di misiones, i progetti sociali voluti dal Comandante. “Chávez è stato avvelenato. Il suo cancro è un’invenzione”, spiegava un uomo. “Andare a nuove elezioni politiche? No, non si può. I risultati verrebbero truccati dalle destre, è già successo. In Venezuela è in atto un attacco dei ricchi contro i poveri. Il Paese non è il quartiere Altamira”, diceva un altro, alzando le braccia per la rabbia. La fotografia della crisi Da una parte la speranza, il desiderio di riscatto. Dall’altra un elenco di dati che già in quei giorni di luglio del 2017 indicavano come la crisi economica avesse assunto le proporzioni di un’emergenza umanitaria, soprattutto per le fasce più vulnerabili. L’Osservatorio Caritas Venezuela parlava dell’82% della popolazione in povertà e del 52% in povertà estrema; nel 2016 erano morti 11.000 bambini per carenza di medicinali, una piaga aperta dall’embargo americano. A Caracas, sugli scaffali delle farmacie, le scatole erano piazzate ad ampie distanze, in desolanti allestimenti pensati per colmare i vuoti. > Nel 2016 erano morti 11.000 bambini per carenza di medicinali, una piaga > aperta dall’embargo americano. Il Venezuela, allora come oggi, nuotava sul petrolio, venduto a un prezzo inferiore a quello di una bottiglia d’acqua o di un grammo di cocaina. Ma, crollata in quei mesi la produzione e il prezzo di mercato ‒ su cui lo Stato caraibico aveva sempre fondato la propria economia di rendita ‒ l’inflazione era esplosa all’800%. Servivano 9.000 bolívares per il cambio di un dollaro, il costo di un pieno era attorno ai 5 centesimi di dollaro, un grammo di “neve bianca” era quotato meno di un dollaro e lo stipendio mensile di uno statale alzava in media 20 dollari. Il salario minimo, pari a 160.000 bolívares, bastava appena per comprare un pezzo di pane al giorno. Le code agli empori sociali riempivano i marciapiedi. Un’emergenza che lo Stato cercava di tamponare con un governo composto in parte da ministri militari e in parte da civili. Sotto di loro, altri diciotto generali erano incaricati di occuparsi ciascuno di un singolo prodotto base della disastrata economia: olio, riso, zucchero, farina di mais, ma anche carta igienica, introvabile in alcune zone del Venezuela. Più di due milioni e mezzo di venezuelani erano già emigrati nel 2017 (e nove anni dopo, all’arresto-blitz di Maduro, erano diventati quasi 8 milioni). Secondo quanto raccontavano le persone incontrate in quei giorni nelle strade di Caracas, tra i manghi rigogliosi e i palazzi scorticati, la paura si faceva sempre più cupa. Con 119,87 omicidi ogni 100.000 abitanti nel 2016, la capitale del Venezuela era divenuta la città più violenta del mondo: una metropoli dove era d’obbligo chiudersi in casa al coprifuoco, quando le strade venivano invase dai colectivos, bande di motociclisti in origine legittimate da Hugo Chávez come strumento di presidio nelle periferie altrimenti impenetrabili, ma poi mutate in gang fuori controllo. Affinità e divergenze Nell’aprile del 2017 le proteste erano state aperte dal corteo del MUD (Mesa de Unidad Democrática), la coalizione di opposizione politica della destra populista venezuelana; ne facevano parte anche quattro movimenti di ispirazione progressista: Acción democrática, Un nuevo tiempo, Voluntad popular ‒ parte dell’Internazionale socialista ‒, e Primero justicia. Quattro mesi dopo, nell’afosa Caracas del luglio 2017, erano evidenti le mille contraddizioni di un Paese che cercava di restare aggrappato alle riforme economiche e sociali dei decenni precedenti, messe in atto da Chávez, capaci di livellare le profonde disparità con cui il Venezuela aveva attraversato il Novecento. Dal secondo dopoguerra, infatti, si erano susseguiti una decina di colpi di Stato, spesso appoggiati dallo scomodo vicino nordamericano, funzionali ad addomesticare élite compiacenti attraverso giunte militari guidate da autentici fantocci in divisa, piazzati a capo di regimi dittatoriali. > L’eterogeneo fronte della protesta dell’epoca era composto non solo da > politici di destra, spesso prezzolati dalla Casa Bianca, ma anche da una larga > fetta di chavisti scontenti. L’ultimo colpo di Stato del millennio precedente, quello del 1998 messo in atto proprio da Chávez, rappresentò un vero e proprio terremoto politico. Il primo tentativo di rovesciamento degli anni Duemila risale invece all’11 aprile 2002, durato appena 47 ore, con l’obiettivo di rimuovere proprio l’allora caudillo. Gli Stati Uniti, come un pugile suonato, impiegarono almeno un decennio prima di riprendersi e tornare a occuparsi del loro “cortile”. Nel frattempo Chávez era morto, ma il chavismo era rimasto in vita, seppur poco e male rappresentato dal suo delfino, Nicolás Maduro. Non è un caso che l’eterogeneo fronte della protesta dell’epoca fosse composto non solo da politici di destra, spesso prezzolati dalla Casa Bianca, ma anche da una larga fetta di chavisti scontenti. I veri nostalgici, costretti a passare dall’alba di una nuova speranza per le fasce più deboli e invisibili della popolazione ‒ incarnata dall’ex militare dell’esercito venezuelano, ispirato a Che Guevara e influenzato dagli scritti di Antonio Gramsci ‒ a una deriva del suo verbo e delle sue azioni. Secondo i sondaggi clandestini che circolavano in Venezuela nel 2017, il presidente Maduro poteva contare su uno zoccolo duro di consensi pari al 15-20%, a cui si sarebbe potuta aggiungere una quota del 20-25% di chavisti delusi e critici nei suoi confronti. Tra questi figuravano la procuratrice generale del Venezuela, Luisa Ortega Díaz, protagonista di una rocambolesca fuga in moto verso la Colombia nell’agosto del 2017, e suo marito Germán Ferrer, deputato dell’Assemblea nazionale, chavista e volto noto di Globovisión, la televisione di opposizione. Del vecchio “cerchio magico” attorno a Maduro rimasero il fedelissimo Diosdado Cabello, presidente del Parlamento venezuelano, indagato per traffico internazionale di droga dalle autorità statunitensi e accusato di distrazione di fondi pubblici, e Tareck El Aissami, vicepresidente del Venezuela, di origini libanesi e ritenuto vicino a Hezbollah. Caracas Est Gli impiegati che anche in quei giorni assolati si affaccendavano lungo i marciapiedi di avenida Francisco Solano López, gli esponenti della borghesia imprenditoriale e anche tanti studenti, ogni pomeriggio si ritrovavano a plaza Francia, cuore del ricco quartiere di Altamira. Da qui partivano le manifestazioni; poi alcuni creavano i primi avamposti, allestivano i blocchi del traffico, i cosiddetti trancazos, ed esplodeva la guerriglia contro le forze dell’ordine. Ad incendiarla erano gruppi di giovanissimi che, con scudi di legno, molotov, biglie di ceramica e maschere antigas, sfidavano gli agenti della Guardia nacional appostati sui cavalcavia dell’autostrada che taglia in due la città. Lo svincolo dell’autopista Francisco Fajardo, tra La Merced e Chacaíto, era l’epicentro degli scontri. > Dal secondo dopoguerra si erano susseguiti una decina di colpi di Stato, > spesso appoggiati dallo scomodo vicino nordamericano, funzionali ad > addomesticare élite compiacenti attraverso fantocci in divisa piazzati a capo > di regimi dittatoriali. I cortei si dividevano, con la parte pacifica che si disperdeva subito, ricacciata indietro dalle bombe lacrimogene e dai proiettili di gomma sparati ad altezza d’uomo. I giovani lanciavano sassi, si proteggevano con tappetini trasformati in giubbotti antiproiettile e usavano ante di scaffali come scudi. Uno di loro, colpito da un proiettile di gomma all’avambraccio, veniva soccorso dalle squadre volontarie di paramedici. Intanto, nelle retrovie, gli antimaduristi più moderati scandivano slogan come: “Non c’è più pane, non c’è più farina, ci sono solo i soldi per trafficare in cocaina”. La polizia era schierata in massa tra Chacaíto e avenida Francisco de Miranda, impedendo al plotone di manifestanti violenti di oltrepassare il limite territoriale imposto dai vertici militari. Eppure, in un’arteria parallela a breve distanza, tra avenida Casanova e il boulevard Sabana Grande ‒ una lunga isola pedonale di un paio di chilometri, costellata di negozi e ristoranti ‒ migliaia di persone passeggiavano e facevano shopping come se nulla stesse accadendo. Non sembrava affatto di trovarsi nella città più pericolosa del Sud America. Ma chi c’era dietro il movimento di protesta che in quei mesi del 2017 infiammava parte del Venezuela? A livello politico, dalle elezioni del 2014 ‒ in cui Maduro aveva sconfitto Henrique Capriles, non senza le consuete accuse di brogli ‒ una figura era emersa con particolare forza rispetto alle altre: María Corina Machado. Un personaggio non del tutto limpido già all’epoca, che nessuno avrebbe immaginato, otto anni dopo, insignito del Nobel per la Pace. Durante quelle manifestazioni, più d’una volta arrivò nei luoghi di ritrovo della fronda antimadurista: pochi minuti per stringere mani, elargire sorrisi, arringare la folla, spuntando dal tettuccio apribile di un SUV dai vetri oscurati oppure, in un’altra occasione, a bordo di una moto. “Questa è l’ora zero delle proteste, non ci fermeremo”, era lo slogan del suo comizio lampo, prima di schizzare via scortata da altri centauri. > A livello politico, dalle elezioni del 2014 una figura era emersa con forza: > María Corina Machado. Un personaggio non del tutto limpido già all’epoca, che > nessuno avrebbe immaginato, otto anni dopo, insignito del Nobel per la Pace. Emiliano Terán, all’epoca giovane docente di sociologia all’Universidad Simón Bolívar di Caracas, incontrato in una tranquilla pasticceria di una zona residenziale, non aveva espresso dubbi sul fronte anti-Maduro: “L’opposizione paga i gruppi violenti per estremizzare la lotta e li assolda nei ranchos, le bidonville di Caracas dove la gente non ha nulla”, spiegava, per poi precisare: “Non posso che essere critico dell’operato del governo Maduro, visto dove sta portando il Paese, ma l’opposizione non è unitaria e non ha idea dei rischi che si stanno correndo”. E ancora: “Le comunità, le organizzazioni popolari e i movimenti sociali si trovano di fronte a un progressivo annullamento del tessuto sociale. Un’irruzione mediatica internazionale esagerata nasconde il ritorno delle ingerenze straniere divise in blocchi: l’asse Russia-Cina da una parte e la Casa Bianca dall’altra, oggi con Trump [allora al primo mandato, ndr] e ieri con Obama, che nel 2015 ha emesso un ordine esecutivo secondo cui il Venezuela rappresenta una minaccia per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti”. Per il giovane ricercatore venezuelano era ormai in atto il declino del ciclo progressista in America Latina, avviato da Chávez e proseguito poi con Lula in Brasile, i Kirchner in Argentina, Morales in Bolivia, Mujica in Uruguay, Correa in Ecuador e altri ancora. “Ma oggi, in Venezuela, non c’è una dittatura, perché il controllo del potere non è solo nelle mani di Maduro. Esistono gruppi che si alleano a seconda degli interessi; non c’è una dominazione totale dall’alto verso il basso. Se il conflitto va fuori controllo, il caos diventerà ingovernabile”. Giovani manifestanti si dirigono verso gli scontri alle manifestazioni di Caracas est, 2017 / fot. Marco Benedettelli. Le imprese degli italo-venezuelani Nelle retrovie della protesta che divampava pochi isolati più in là, sotto il cavalcavia oltre plaza Francia, non era affatto trascurabile la presenza degli italo-venezuelani, soprattutto quelli di estrazione imprenditoriale, vicini all’alta borghesia. Molti di loro, all’ombra della monumentale fontana al centro della piazza, criticavano aspramente papa Francesco “per le sue parole troppo indulgenti verso il regime madurista”. > “L’opposizione paga i gruppi violenti per estremizzare la lotta e li assolda > nei ranchos, le bidonville di Caracas dove la gente non ha nulla”. Il simbolo più importante del Belpaese a Caracas era il Centro italiano venezuelano, costruito nella metà degli anni Sessanta dagli italiani di prima generazione. Dalle sue terrazze si godeva di una vista invidiabile sulla città e sulle verdeggianti colline dominate dal monte Ávila. All’epoca contava quasi 3.700 soci azionisti (la quota mensile era di 30.000 bolivares, poco più di tre euro). Mentre Caracas era preda di scontri e blocchi stradali, nelle stanze di quella sorta di torre d’avorio i bambini sguazzavano nelle cinque piscine ‒ una olimpionica ‒ e si sfidavano nei numerosi campi e campetti da calcio; gli anziani giocavano a burraco o a domino, a bocce o a stecca. Fino ad allora l’ex presidente Chávez e il chavista Maduro avevano sostanzialmente tollerato gli italiani, che con circa 120.000 residenti ufficiali, tra immigrati, nati e successivi trasferimenti, dopo quella spagnola (300.000 registrati) sono la seconda comunità del Paese, in grado di vantare almeno un paio di presidenti della Repubblica di chiara origine italiana. Una presenza legata ai grandi movimenti migratori del secolo scorso. Eppure si aveva la sensazione che le cose potessero cambiare presto. In quei giorni, l’aggressione al deputato italo-venezuelano dell’Assemblea nazionale, Américo De Grazia, sembrava solo un antipasto. “Non è ufficiale, ma le voci corrono: vogliono azzerare le proprietà, portarci alla fame e costringerci a lasciare il Paese”, raccontavano con preoccupazione alcuni imprenditori riuniti in una stanza per testimoniare la loro esperienza. Molti erano già stati bersaglio di estorsioni, rapimenti e violenze da parte di una malavita sempre più a briglia sciolta. “L’Italia e il suo governo ci hanno abbandonato al nostro destino. I nostri genitori hanno creato sviluppo lavorando con onestà. Rischiamo di dover tornare in Italia da rifugiati, se non fosse per il doppio passaporto”. “Quanto durerà questo Eden?”, si chiedeva il proprietario di un’azienda di pizze surgelate per supermercati. “La produzione è ferma: lo Stato mi impedisce di comprare la farina, dà la precedenza alle panetterie popolari; se la prendo dai privati o in forma illegale, mi arrestano”. Fuori, oltre le vetrate e il muro di cinta, uno slum scendeva come una colata di cubicoli fino alle propaggini del ricco e scintillante centro. Caracas si dispiegava tra grattacieli e baracche, sospesa nell’incertezza, in attesa del suo futuro. L'articolo Caracas 2017: una mappa urbana e politica proviene da Il Tascabile.
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Cosa resta dopo la fuga di USAID
G ruppi di donne siedono a gambe incrociate sull’erba secca e dorata. Parlano appena fra loro, fasciate dai teli nakatuko attendono il turno per le cure. Di uomini non se ne vedono, stanno lontani almeno 50 chilometri, a transumare le mandrie fra sorgenti d’acqua, ma ci sono i dottori e le dottoresse in camice bianco che dispensano farmaci, per i vermi intestinali, la tubercolosi. Sotto ai rami sottili degli alberi di acacia misurano il diametro delle braccia ai bimbi con lacci colorati: serve a monitorare i casi di malnutrizione. Il profilo bruno e morbido del monte Moroto si stende all’orizzonte della savana, vastissima verso est, fino al Kenya e l’Etiopia, disseminata di radi villaggi. È la Karamoja, una regione da sempre tanto orgogliosa quanto isolata, abitata da pastori seminomadi che vivono in una simbiosi intima con i loro pascoli. Siamo sulla frontiera orientale dell’Uganda, fra i medici che operano in programmi sanitari, coordinati da associazioni non governative e autorità locali. È un’area estrema, a tratti abbacinante, dove emergono nette le cupe conseguenze per il sistema sanitario locale generate dall’improvviso congelamento dei fondi USAID. Con 43 miliardi di dollari l’anno (circa l’1% del bilancio USA), la United States Agency for international development contribuiva all’80% della linea di finanziamento mondiale della cooperazione e al 40% degli aiuti umanitari globali, nei Paesi più poveri e sfruttati del mondo. Come l’Uganda, dove USAID ha coperto fino al 2024 oltre la metà dei bilanci del ministero della Salute. Il contributo in assistenza sanitaria – si leggeva in una pagina del U.S. Department of State oggi rimossa – nel 2024 era stato di 471 milioni di dollari, su una manovra complessiva di soli 750 milioni. Ma da gennaio 2025, la presidenza Trump ha deciso prima di congelare l’Agenzia, per poi chiuderla definitivamente dal primo luglio. Poche attività sono state assunte dal dipartimento di Stato e tutte le altre giudicate non in linea con gli obiettivi del governo americano sono state abbandonate.   Cure nella savana per donne Karamoja; fot. Orsola Bernardo. “In Karamoja la nostra ONG ha dovuto sospendere alcuni programmi essenziali per la salute riproduttiva e dei bambini, e ridurre azioni di lotta alla tubercolosi”, spiega Simone Cadorin, Area coordinator di Medici con l’Africa Cuamm, che è presente con multiformi attività in diverse zone dell’Uganda, per la cura delle madri, dei bambini, delle malattie locali. Giriamo, con Cuamm, nei presidi sanitari della Karamoja, dove la ONG collabora assieme ai medici locali. Tra i più isolati, c’è il Sant Pius Kidepo, un Health Center III, piccolo ospedale di frontiera (il III sta per terzo livello) dove ritroviamo le stesse donne che ricevevano cure sotto i rami d’acacia nella savana. “Senza le risorse di USAID non abbiamo più fondi per pagare otto delle nostre risorse umane”, spiega la coordinatrice sister Virginia, nel suo ufficio stretto tra le stanze ambulatoriali. “Per ora queste persone lavorano come volontarie, ma non so fino a quando potranno continuare. Sono impegnate su più fronti, per i malati di tubercolosi e per gli esami medici fra la gente dei villaggi, così come per le cure della malaria e tanto altro”. > In Karamoja emergono nette le cupe conseguenze per il sistema sanitario locale > dell’improvviso congelamento dei fondi USAID. Tagli, rinunce, danni e preoccupazioni s’incontrano anche al St. Kizito Hospital di Matany, ospedale missionario alle porte di Moroto. I suoi padiglioni circondati da alberi, dove i malati cercano ristoro all’ombra, i suoi porticati che riparano dalle piogge tropicali, nel 2024 hanno accolto 14.533 ricoveri e 37.000 visite, di gente che arriva da remoti villaggi rurali. Qui Cuamm ha appena avviato una nuova unità di terapia intensiva neonatale e implementa numerosi progetti per la salute infantile e materna. Il suo più recente intervento è un laboratorio per lo studio della resistenza agli antibiotici, fenomeno in aumento anche in Africa, dove l’assuefazione agli antibatterici passa anche per i mangimi degli allevamenti intensivi, e quindi per la catena alimentare. Con lo stop dei contributi di USAID, l’ospedale di Matany ha dovuto sospendere il contratto a ventidue risorse umane impegnate per il contrasto dell’HIV/AIDS, e ridurre di conseguenza i servizi per i malati, così come si è arrivati a limitare l’attività di laboratorio di analisi dell’ospedale. “È un gigantesco problema, un break down per i diritti umani”, scuote il capo preoccupata la dottoressa Lilly Achayo, lei stessa ugandese della Karamoja e Health manager di Cuamm. La preoccupazione è ovunque. La fuga di USAID è andata a minare i gangli logistici. Sono crollate le risorse anche per i sistemi informatici e lo smaltimento dei rifiuti. Al Moroto Regional Referral Hospital, ospedale pubblico della città, dove Cuamm fra le varie collaborazioni ha contribuito all’avvio d’una banca del sangue, mancano i fondi per pagare lo stipendio a quarantasei dipendenti, tra medici, infermieri, ostetriche, dottori, personale di laboratorio e di supporto. Al Moroto Hospital, USAID finanziava anche programmi per HIV, tubercolosi, malnutrizione, e per il funzionamento dell’amministrazione. Ma non solo, perché c’erano anche le attività di formazione e sensibilizzazione con la comunità locale, preziosissime per prevenire o controllare il diffondersi di epidemie. Che fare adesso? Nel suo ufficio dell’ala amministrativa il dottor Ngorok riflette: “Occorre integrare i servizi, trasformare centri specializzati in poliambulatori che curano più malattie. Ottimizzare. Siamo chiamati a una grande sfida”. La risposta è in linea con la strategia abbozzata del ministero ugandese della Sanità: accorpare, ridurre i reparti e fonderli, impiegare le risorse umane su più fronti. In una parola: tagliare. Ma le ricadute sono stressanti, sia per il personale già soverchiato dal lavoro, in una nazione dove si conta un medico ogni seimila abitanti, sia per i pazienti. “È complicato curare i malati di HIV e AIDS in reparti condivisi con altri degenti. I sieropositivi subiscono stigma sociale, sono marginalizzati e finiscono per rinunciare alle cure”, ha avuto modo di osservare Simone Cadorin di Cuamm. > L a strategia del ministero ugandese della Sanità: tagliare. Ma le ricadute > sono stressanti, sia per il personale già soverchiato dal lavoro, in una > nazione dove si conta un medico ogni seimila abitanti, sia per i pazienti. Le colline della capitale Kampala, che il giornalista ed esploratore Henry Morton Stanley descrive con meraviglia nel suo Through the Dark Continent (1878), oggi galleggiano sulla coltre di smog del traffico, congestionato da flussi di Toyota e moto-taxi boda boda. È là, nei palazzi della città alta, che il governo ugandese è al lavoro per rimediare alla voragine lasciata da USAID. Nel nuovo anno finanziario 2025-2026 l’esecutivo ha stabilito di accrescere il budget per la sanità del 14,5%. Il ministro delle Finanze, riporta Reuters, ha annunciato nel 2024 un taglio del 98% all’indebitamento verso creditori esteri, nonché il taglio di oltre un quinto della spesa pubblica complessiva. È uno sforzo immane per una delle nazioni più povere al mondo, già schiacciata dal debito pubblico e da sempre fedele alleata degli Stati Uniti nel groviglio di guerre dell’Africa centrale. Ma Yoweri Kaguta Museveni dispensa ottimismo. A gennaio si vota e l’ottuagenario presidente si presenta per il settimo mandato. È alla guida della “perla d’Africa” dalla sua presa del potere contro Tito Okello, quasi quattro decenni fa. Ma Kampala è lontana dalla Karamoja, ci vogliono otto ore di jeep per raggiungere il Nord, valicando le acque del Nilo bianco, che nel Paese divide il Sud più evoluto e il Nord ancora vistosamente povero, con impressi i traumi della lunga guerra civile. Fino a due anni fa la regione era ancora isolata e dimenticata, come nel periodo coloniale inglese. La strada che porta alla città principale Moroto si fermava a due ore dall’arrivo, il resto era terra battuta e fango. Poi, qualcosa è cambiato e l’ultimo tratto di carreggiata è stato finalmente ultimato, sono arrivati grandi investimenti cinesi. Le terre della Karamoja ora fanno gola, si allarga l’estrazione di minerali rari, uranio, cobalto, oro, argento, grafite, platino e ora c’è da organizzare il passaggio dei camion. Dietro al monte Moroto come una voragine si è aperta la cava di marmo più importante dell’East Africa e i blocchi pregiati prendono le rotte del mercato mondiale. Il sito è in concessione alla cinese Sunbelt Marble Mining, come cinese è la China Railway Construction Corporation che sta innalzando alle porte della città un gigantesco cementificio da 6000 tonnellate al giorno, il Moroto 6000 T/D. Già ogni mattina lunghe file di lavoratori camminano verso gli scheletri dei capannoni, oltre i cancelli del sito che spazia per otto ettari.   Villaggio di pastori della Karamoja; fot. Fondazione Corti. Per gli equilibri locali il cambiamento in corso è epocale. Dentro la savana, nei villaggi Karamoja, la notte gli anziani attorno al fuoco raccontano, in lunghissimi canti epici, le imprese degli avi guerrieri. Vacche e tori sono sempre stati letteralmente al centro di ogni equilibrio e sistema, a partire dai villaggi, dove s’intrecciano alte mura ad anello di rami per difendere i bovini che muggiscono nel cortile più interno. Il valore di un uomo si misura in base al suo ruolo da allevatore e a ogni occasione importante per leggere il futuro si sviscera un toro e poi ci si cosparge delle sue interiora, è il rito dell’Akiriket. Lo si fa prima dei matrimoni e delle guerre. Perché di conflitti tra i clan dell’area ne esplodono con ciclicità, gli ultimi sono terminati da poco. Tra il 2018 e il 2023, una tempesta di alleanze e contrapposizioni e attacchi con i kalashnikov si è allargata fino ai villaggi del Kenya. Le guerre scoppiano per i furti di mandrie o il controllo delle pozze dove abbeverarle. “Mio marito è morto lo scorso anno nella guerra”, racconta una donna intenta a sistemare le fascine sul tetto della sua capanna, circondata da sei o sette bambini. Ora che stanno arrivando gli investimenti delle aziende estrattive, ci sono pastori Karamoja che abbandonano i villaggi. A Moroto, lontani dalle proprie mandrie, in molti perdono ogni punto di riferimento e finiscono per buttarsi via. Il consumo di alcol scadente e tossico, fortissimo, dilaga. Presto una colata d’asfalto tapperà le buche della strada disastrata che taglia in due la città, per favorire il via vai dei mezzi pesanti carichi di ogni materiale. Sono sempre i cinesi a finanziarla. Moroto e la Karamoja si stanno trasformando in un crocevia, arrivano ingegneri, operai, tecnici, trasportatori da fuori. Aumentano i contatti, anche i rapporti sessuali. E mentre il business avanza, il servizio sanitario arretra con la fuga improvvisa di USAID, e diventa sempre più complicato monitorare il diffondersi di epidemie vecchie e nuove, dei focolai di molox, il vaiolo delle scimmie o di ebola, che lo scorso anno si è riaffacciato nel Paese con focolai a est verso la Repubblica democratica del Congo e nella stessa Kampala. > Il ministro delle Finanze ha annunciato nel 2024 un taglio del 98% > all’indebitamento verso creditori esteri, nonché il taglio d’oltre un quinto > della spesa pubblica complessiva. Uno sforzo immane per una delle nazioni più > povere al mondo. La scure più impietosa si è abbattuta sui finanziamenti per i malati di HIV e AIDS. L’Uganda conta 1,4 milioni di sieropositivi ma nell’anno finanziario 2025-2026 sono stati sottratti 243,2 miliardi di scellini ugandesi alle cure. È il buco più profondo, USAID è sempre stata il maggiore sponsor di PEPFAR (U.S. President’s Emergency Plan for AIDS Relief), la più importante iniziativa statunitense per il contrasto della malattia. Ora la situazione sta diventando disperata in tutta l’Africa. Le conseguenze ci vengono incontro a Gulu, il capoluogo della regione abitata dal popolo Acholi, una città che di giorno trabocca di giovani, di attività e microcommerci, di traffico e relazioni e incontri. Gulu però porta in sé anche traumi profondi, tutti interiori, invisibili, nelle persone. Dalla presa di potere di Museveni, a metà anni Ottanta, fino ai primi anni Duemila le strade di Gulu, i villaggi attorno e tutta la regione è stata straziata dal sedicente Lord’s Resistance Army, esercito di bambini e adolescenti, che di notte bruciavano villaggi e rapivano altri bambini come loro. Il capo di questa tragica guerriglia sbucata dalla guerra civile, quando nel Nord del Paese si erano formati gruppi ribelli fedeli al vecchio governo, era Joseph Kony, lui adulto che si dichiarava un medium e avvolgeva i suoi crimini di guerra nelle torbide nebbie delle superstizioni sincretistiche. Parliamo di uno degli episodi più allucinanti della storia africana contemporanea, con 30.000 bambini rapiti e trascinati nella giungla, sottoposti a violenze e lavaggio del cervello, trasformati in carnefici capaci di produrre due milioni di sfollati e centinaia di campi profughi. Un’armata sonnambula, più che un esercito, disinnescata molto lentamente dai generali dell’Uganda e degli Stati limitrofi, e ben utilizzata come alibi per armarsi fino ai denti. Oggi non c’è famiglia dove non si conti un morto, un bambino soldato, una ex bimba violentata, una mutilazione. È in questa periferia che suor Dorina Tadiello e suor Giovanna Calabria, delle Comboni Samaritans of Gulu, aiutano cinquecento donne che da ragazzine erano state rapite e ridotte a schiave sessuali nel Lord’s Resistance Army e oggi sono quarantenni rinnegate dalla comunità. Le due religiose comboniane sono vicine anche ai ragazzini e alle ragazzine di Gulu, figli della generazione rovinata dalla guerra, degli ex bambini soldato o delle famiglie disfunzionali, spesso reduci dei campi profughi. Divisi in gang, la notte i ragazzi di strada girano per la città, l’area del mercato, i suoi portici, rubano, picchiano, diventano i padroni delle strade. Sono innumerevoli e per loro le suore comboniane hanno attivato tanti progetti di ascolto e aiuto, dai laboratori di teatro a una fattoria sociale con maiali e vacche. > O gni mattina lunghe file di lavoratori camminano verso gli scheletri dei > capannoni, oltre i cancelli del sito di un gigantesco cementificio. Per gli > equilibri locali il cambiamento in corso è epocale. In un’area così complessa, la pandemia dell’AIDS per decenni ha mietuto vittime con contagi esponenziali. E ora non ci sono più fondi per garantire la distribuzione dei farmaci antiretrovirali. Lo apprendiamo all’ospedale di Lacor, struttura alle porte di Gulu, sostenuta dalla Fondazione Corti. I suoi settemila sieropositivi in cura oggi vivono col fiato sospeso, in attesa del loro futuro, perché non sanno se continueranno a ricevere le medicine. Non è ancora chiaro, infatti, se sarà ancora possibile avere gratuitamente gli antiretrovirali che permettono di tenere a bada l’HIV. Se così non fosse, sarebbe un balzo indietro di decenni nel progresso della cura all’AIDS.   Cortile centrale del St. Mary’s Hospital, Lacor; fot. Mauro Fermariello/Fondazione Corti. “Le nostre scorte sono terminate e al momento ci stiamo affidando a quelle di centri sanitari governativi. La nostra responsabile per i farmaci dell’ambulatorio HIV è quotidianamente alla ricerca di medicinali, – avverte Dominque Atim Corti, presidente della Fondazione Corti e medico – Ad oggi i pazienti stanno ricevendo le loro cure e le ambulanze del Lacor continuano a distribuire medicine nei villaggi, ma nessuno sa fino a quando questo sarà garantito”. Prima di essere smantellata, lo scorso gennaio, USAID aveva affidato la catena di approvvigionamento dei farmaci antiretrovirali ad agenzie non profit e altri enti, che si occupavano di tutti gli aspetti, dalla logistica, alla distribuzione. Ora il sistema è bloccato.  E senza sovvenzioni la cura costa 80 dollari all’anno per adulto e 140 per bambino. Una cifra impossibile per la maggior parte della popolazione.  “Parliamo di uomini e donne che conosciamo uno a uno, che guardiamo negli occhi. Se non ci sono farmaci, queste persone torneranno ad ammalarsi, a divenire scheletriche, mentre le cure permettono di lavorare, di tornare a vivere – continua Dominque Atim Corti – Interrompere la terapia significa permettere al virus di farsi più resistente: esploderanno malattie dei sistemi immunitari indeboliti, le corsie si riempiranno di oncologici e di altre patologie”. In tutto il mondo stanno anche precipitando le azioni di monitoraggio, prevenzione, cure pediatriche e per i malati in stato avanzato. Si stimano 850.000 infezioni da HIV aggiuntive e 30.000 decessi correlati all’HIV nei prossimi cinque anni, se si realizzeranno le previste riduzioni degli aiuti internazionali. Lo spiega l’organizzazione CHAI nel documento HIV Market Impact Memo. Il Lacor Hospital è sempre stato un luogo attraversato dal vento della storia. Negli anni Cinquanta l’ospedale è nato come piccolo centro missionario, e via via si è andato strutturando in modo simile a una sorta di falansterio, capace di contenere al suo interno qualsiasi servizio e di chiudersi come un bastione mentre fuori crepitavano i kalashnikov della guerra civile e bambini e genti cercavano rifugio al suo interno. > In un’area così complessa, la pandemia dell’AIDS per decenni ha mietuto > vittime con contagi esponenziali. E ora non ci sono più fondi per garantire la > distribuzione dei farmaci antiretrovirali. Con i suoi tre distretti distaccati conta 554 posti letto, tra visite e ricoveri cura ogni anno 190.000 persone, quasi 9000 parti l’anno e oltre 6000 operazioni chirurgiche: cifre che rendono l’idea dell’immenso lavoro svolto da questo grande ospedale non profit. Piove, mentre Giulia Monti, Deputy director finance della Fondazione Corti ci guida nei suoi articolati spazi, tra reparti e padiglioni. In un cortile, sotto i rami di un albero, ci sono delle lapidi di pietra nera. Custodiscono le spoglie dei fondatori Piero e Lucille Corti, di altre persone che hanno reso Lacor un faro e del dottor Matthew Lukwiya, che nel 2000 ha perso la vita per ebola, dopo aver applicato procedure all’avanguardia nell’arginarne la diffusione. In questi mesi il pericolo viene da altrove. Per Lacor, come per gli ospedali della Karamoja, dell’Uganda, dell’Africa e di tutti quei Paesi sfruttati e depredati a beneficio della parte ricca di mondo, la crisi umanitaria sul punto di detonare ha il volto ornato dal cappellino MAGA del presidente Trump. L'articolo Cosa resta dopo la fuga di USAID proviene da Il Tascabile.
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V enticinque anni fa, tra luglio e agosto del 2000, con tre compagne e due compagni della Civica Scuola di Cinema di Milano, appena terminato il nostro biennio di studi, siamo stati a Bucarest per poco più di due settimane per girare un documentario sui ragazzini che vivevano in strada. A partire dalla fine degli anni Novanta anche in Italia si parlava di loro perché erano davvero molti ‒ solo nella capitale romena si stimava fossero 2500 ‒ e perché durante l’inverno, lì molto rigido, cercavano rifugio dal gelo sotto terra, a ridosso delle condutture del gas e dell’acqua calda. La notizia, insomma, aveva colpito una parte dell’Europa benestante, dove per lo più si parlava di bambini che vivevano nelle fogne, anche se si trattava di tunnel sotterranei. D’estate, al contrario, i ragazzini erano molto più visibili, giravano per strada e si radunavano in punti strategici come la stazione, riconoscibili dall’inseparabile sacchetto tramite cui respiravano i fumi di un solvente chimico che, tra i vari effetti, non faceva sentire la fame. Il documentario non è mai stato portato a termine, ma facendo fede a un diario di appunti scritto in quei giorni, ho ricostruito il periodo trascorso nella capitale romena. Quasi tutto quello che racconto in questa cronaca è stato filmato in digitale ma, un po’ per mancanza di fondi e un po’ per priorità divergenti all’interno del gruppo, non è mai stato montato. Nel 2000 la Romania era ancora lontana dall’ingresso nell’Unione Europea, e Bucarest appariva come la capitale di un Paese uscito da appena undici anni da una lunga dittatura, che viveva una fase di transizione di cui non si potevano prevedere gli esiti. Nonostante iniziassero ad affacciarsi i primi centri commerciali moderni, simboli della crescita economica, per le strade si vedevano ancora molte baracche che ospitavano bar o piccoli ristoranti. Inoltre, durante la notte, fra gli imponenti “blocchi di cemento” delle zone periferiche e popolari, i cumuli di rifiuti si trasformavano in falò maleodoranti, mentre frotte di cani randagi abbaiavano alle macchine e alle persone in transito. > Nel 2000 la Romania era ancora lontana dall’ingresso nell’Unione Europea, e > Bucarest appariva come la capitale di un Paese che viveva ancora una fase di > transizione di cui non si potevano prevedere gli esiti. Di giorno, con il traffico che rianimava le strade, si notavano i molti edifici mai finiti di costruire che sormontavano dei marciapiedi invasi da cocomeri in vendita a pochi centesimi. In quegli anni i dati della Banca mondiale dicevano che in Romania c’erano più di dieci milioni di poveri su circa ventuno milioni di abitanti e gli effetti di questa povertà, complici i mezzi adottati anni prima dalla dittatura per l’incremento delle nascite, avevano portato molte famiglie ad abbandonare i figli per l’impossibilità di mantenerli. In parte “accolti” negli orfanotrofi, raggiunti i diciotto anni, secondo la legge, ragazze e ragazzi dovevano lasciare questi istituti e trovare in autonomia un modo per sopravvivere ma, con l’inflazione molto alta, spesso non bastava trovare un lavoro per mantenersi, dunque la maggioranza finiva in strada. Inoltre molti, visto che gli orfanotrofi erano organizzati alla stregua di dure carceri (come riferito da più testimoni), non sopportando più i continui maltrattamenti, scappavano prima di diventare maggiorenni, preferivano l’incognita della strada. E per lo più arrivavano proprio nella capitale, Bucarest. Nove anni prima del nostro viaggio, Miloud Oukili, clown franco-algerino all’epoca ventottenne e la cui storia ancora non era stata raccontata nel film Pa-ra-da (2008) di Marco Pontecorvo, aveva deciso di fermarsi a Bucarest per aiutare questi giovani che vivevano per strada. La sua idea per il loro reinserimento sociale prevedeva principalmente l’insegnamento dell’arte della clownerie, ma chi voleva impararla doveva rispettare una condizione su tutte: non drogarsi più con l’Aurolac, il solvente che respiravano e da molti impropriamente chiamato “colla”. Grazie a questo metodo molti hanno cambiato vita: chi è andato ad abitare negli appartamenti sociali gestiti da Parada, la fondazione nata nel 1996 grazie a Oukili, chi è tornato dai propri genitori con la consapevolezza di poter contribuire al sostenimento familiare, chi si è creato una vita autonoma. Nei nostri primi giorni a Bucarest, alcune persone di Parada ci avevano accompagnato in varie zone in cui vivevano i ragazzi e le ragazze di strada. A guidarci era soprattutto Emil, assistente sociale della fondazione che parlava bene l’italiano e, all’epoca, aveva ventuno anni. Si trattava di uno dei responsabili del caravan, il furgoncino che tutte le notti si fermava in varie zone della città per portare da mangiare minestra e pane e, in caso di necessità, distribuire medicinali a chi viveva in strada. Oltre a Emil spesso ci affiancava Rafael, un altro ventunenne che parlava italiano, ma in questo caso con un passato di undici anni di vita per strada: lui, oltre ad abitare in un appartamento sociale, riceveva un piccolo stipendio da Parada perché, dopo anni di applicazione e buona condotta, cominciava ad avere delle responsabilità educative. > In Romania c’erano più di dieci milioni di poveri su circa ventuno milioni di > abitanti e gli effetti di questa povertà, complici i mezzi adottati anni prima > dalla dittatura per l’incremento delle nascite, avevano portato molte famiglie > ad abbandonare i figli per l’impossibilità di mantenerli. Nella sede della fondazione, il “centro di giorno”, ogni mattina i ragazzi e le ragazze, reduci dalla strada o ancora nella fase in cui tentavano di lasciarsela alle spalle, si ritrovavano per svolgere gli allenamenti da giocolieri, per disegnare, per partecipare al laboratorio teatrale, per apprendere le nozioni basilari di matematica e lettere, o semplicemente per chiacchierare. Il centro era affollato sia perché era un punto di ritrovo e riferimento sia perché chi lo frequentava, acquistando buona disciplina e costanza di allenamento, prima o poi avrebbe fatto parte di un gruppo di giocolieri che si sarebbe esibito all’estero. Miloud in quei giorni non c’era ma, anche grazie ai resoconti dei suoi collaboratori, avrebbe deciso chi portare con sé in una delle frequenti tournée in Italia, Francia e Germania. Proprio nel corso di una di queste, durante il carnevale del 2000, eravamo stati messi in contatto con lui, che si trovava nei dintorni di Venezia, e lo avevamo incontrato insieme a una quindicina di ragazzi romeni che, ospitati in famiglie italiane, lo avevano accompagnato nel tour. La prima sera Miloud, poco dopo averci conosciuto, ci aveva detto che per realizzare un documentario utile, più che seguire le tappe dei loro tour in Italia avremmo dovuto passare un periodo in Romania. La prima persona che ci ha portato a conoscere Emil a Bucarest è stato Alex, un ragazzo di circa venticinque anni che viveva in uno spiazzo all’aperto pieno di sterpaglie e rifiuti ma delimitato da un muro e un cancello fatiscente. Quando pioveva forte, Alex andava nel sottoscala del palazzo di fronte, oppure si riparava sotto un telo di plastica. Lavando la macchina di un signore che abitava nelle vicinanze, guadagnava qualcosa e, anche per questo, ci teneva molto a restare in quello spiazzo. A dividerlo con lui c’erano Ionutz, otto anni, e sua madre, quarantanove anni, ma loro ogni tanto riuscivano a essere ospitati in un edificio gestito dalle suore. La signora era diventata vedova cinque anni prima, trauma che le aveva causato una depressione tanto forte da venir raggirata: aveva firmato un contratto di cessione gratuita della casa in cui abitava con suo figlio e così si era ritrovata con lui in strada. Mentre parlavamo seduti intorno ai materassi dove dormivano, lei sembrava rassegnata, stanca, ma Ionutz era sveglio, allegro, vivace. Alex, nel frattempo, ci mostrava con orgoglio le colorate immagini religiose che aveva disegnato sul muro che delimitava il suo spazio vitale. > In parte “accolti” negli orfanotrofi, raggiunti i diciotto anni ragazze e > ragazzi dovevano lasciare questi istituti e trovare in autonomia un modo per > sopravvivere ma, con l’inflazione molto alta, la maggioranza finiva in strada. Noi alloggiavamo in uno degli appartamenti sociali insieme ad alcuni dei ragazzi che avevano iniziato il percorso di allontanamento dalla strada. Ci avevano messo a disposizione una piccola stanza in cui dormivamo accampati in sei. La casa faceva parte di un palazzone di un quartiere popolare totalmente dominato dai “blocchi di cemento”. A cinque minuti a piedi da lì c’era la fermata della metropolitana Dristor dove, di fianco a un altro simbolo della transizione economica in atto, un McDonald’s, si era stanziato un gruppo di ragazzini di strada tutto al maschile, che ci erano stati presentati come i più piccoli tra quelli che vivevano in condizioni simili. Erano tutti talmente mingherlini che, a guardarli, anche se avevano tra i quattordici e i quindici anni ne dimostravano circa otto o nove. Appena Rafael ci aveva presentato, sorridenti ci avevano circondato e avevano iniziato a cantare una canzone mentre uno di loro, Mele, suonava un’armonica a bocca. Quasi tutti non avevano le scarpe e portavano un braccialetto di stoffa nera su cui campeggiava la scritta “Isus te iubeste” che ci avevano tradotto come “Gesù ti protegge” ma poi, negli anni, ho scoperto che significa “Gesù ti ama”. Tutti avevano le labbra macchiate del grigio dell’Aurolac che continuavano a respirare dagli inseparabili sacchetti da cui proveniva un forte odore chimico. Mele, con il suo dignitoso inglese, dopo averci riferito con orgoglio il suo cognome, come a voler sottolineare che aveva avuto una famiglia, insieme al suo amico Tockio, e chiedendo la traduzione di Rafael, ci aveva parlato di Gesù come se ci stesse raccontando la favola di Pinocchio ripetuta a memoria. Entrambi non mollavano la stretta di mano con chi, tra di noi, si erano scelti come loro nuovi amici. Non tutti quelli del loro gruppo si erano avvicinati, i più calmi erano rimasti sdraiati per terra o giocavano con i cani randagi che facevano loro compagnia, i più agitati litigavano dimostrando come la gerarchia del gruppo fosse vincolata all’età: i più grandi prendevano a calci i più piccoli per farsi valere. Tra i problemi condivisi c’era il cibo (infatti appena avvistavano qualche avanzo lasciato sui tavolini esterni del McDonald’s ci si scagliavano sopra) ma, come ci avevano confidato, anche la necessità di dormire, perché durante la notte dovevano stare attenti a non correre pericoli, mentre quando sorgeva il sole, e le strade erano più presidiate, potevano dedicare, a turno, qualche ora al sonno. Dopo questa visita, Emil ci aveva detto che in un’altra zona, Brancoveanu, si era insediato il gruppo dei più grandi che, in quei giorni, però, aveva avuto divergenze con Miloud per una polemica sugli aiuti ricevuti. Non era convinto che fosse una buona idea portarci da loro in quel periodo. Poi però, al centro di giorno, avevamo incontrato una ragazza già conosciuta in Italia, Mia, che da poco faceva proprio parte di questo gruppo perché aveva ripreso a drogarsi. Il suo invito ad andare a trovarla aveva tolto gli indugi a Emil che, pensandoci, aveva aggiunto che i ragazzi, in fin dei conti, con lui erano tranquilli. Così, una sera, ci ha portato da loro con il caravan. > Tra i problemi condivisi c’era il cibo ma anche la necessità di dormire: > durante la notte dovevano stare attenti a non correre pericoli, mentre quando > sorgeva il sole e le strade erano più presidiate potevano dedicare, a turno, > qualche ora al sonno. L’età media del gruppo era di circa ventitré anni, alcuni stavano sotto una tettoia sdraiati per terra, altri guardavano la televisione (erano riusciti ad attaccarsi a un palo della corrente elettrica). Una ragazza teneva in braccio suo figlio di sei mesi e, con qualche parola in italiano (aveva partecipato a delle tournée) ci aveva confidato che, con l’arrivo dell’inverno, sarebbe stato un problema. Quello con un aspetto e un’aria da “leader” del gruppo era davvero arrabbiato perché la zuppa portata dal caravan, come aveva riferito a Emil altre volte, gli faceva schifo. Qualche minuto dopo, aveva “invitato” uno dei miei compagni di viaggio ad assaggiarne un mestolo pieno per fargli prendere atto della scarsa qualità del cibo offerto loro. Suo fratello, Iulian, era più tranquillo, e aveva stemperato la tensione raccontandoci, insieme alla sua ragazza, del loro bambino: anche se era stato affidato a una signora, ogni tanto potevano andarlo a trovare. Il giro era continuato nei sotterranei di uno dei tanti palazzi imponenti di Bucarest che, all’epoca, non erano stati finiti di costruire. Si trovava in centro, e qui due gruppi di ragazzi di poco meno di vent’anni vivevano in piccole stanze, negli spazi che avrebbero dovuto essere le cantine dello stabile. Le pareti erano occupate da poster di donne nude e idoli locali dei teenager, a illuminarli c’era una luce fioca proveniente da alcune candele appese, e a terra c’erano dei materassi: tutto dava la parvenza di una vera stanza da letto. I ragazzi stavano ascoltando la radio e ci avevano fatto accomodare seduti sui materassi. Dopo aver fatto qualche battuta sul calcio ‒ d’altronde agli europei di giugno l’Italia di Maldini, Cannavaro e Totti aveva giocato contro la Romania di Hagi, Mutu e Chivu ‒ eravamo tornati in superficie, così i ragazzi avrebbero potuto riempire le loro pentole con la zuppa, in questo caso senza lamentarsi della qualità. Il giorno dopo Emil ci aveva proposto di andare a Gara de Nord, dove i ragazzi, aveva aggiunto, erano i più sporchi e i più numerosi. Li avevamo già intravisti perché eravamo arrivati a Bucarest in treno da Budapest e, usciti dalla stazione, negli spazi antistanti c’era qualcuno di loro a torso nudo con il sacchetto di Aurolac in mano. Una volta arrivati vicino alla stazione con il furgoncino, ci eravamo fermati in un parcheggio per pullman dove c’erano due ragazze, una di loro era andata a cercare gli altri. Dopo circa mezz’ora il resto del gruppo era arrivato a prendere da mangiare e, per la prima volta, avevamo visto la dottoressa distribuire molti medicinali. Non sembravano più sporchi degli altri ma erano molti, almeno una trentina, e qualcuno parlava un buon inglese, quindi eravamo riusciti a chiacchierare un po’, soprattutto delle grandi difficoltà che avevano a trovare un lavoro. In quel punto, in mezzo alla strada anche i cani randagi erano davvero numerosi e c’era una forte atmosfera di desolazione nella via, dove passava una macchina ogni cinque minuti. Una giovane prostituta che non faceva parte del gruppo si era avvicinata per chiedere dei medicinali e, appena aveva capito che eravamo italiani, era venuta a presentarsi assicurandosi subito che non ci drogassimo con l’Aurolac. > Iulian aveva stemperato la tensione raccontandoci, insieme alla sua ragazza, > del loro bambino: anche se era stato affidato a una signora, ogni tanto > potevano andarlo a trovare. Per l’ultimo di questi giri con il caravan eravamo andati in un sottopassaggio, Pasajul Unirii, dove eravamo scesi a piedi camminando su un marciapiede strettissimo mentre le macchine passavano a tutta velocità. Dopo circa trecento metri di dislivello, fra le corsie opposte, si sviluppava uno spartitraffico e lì c’era una porticina. Uno dei ragazzi, un altro tardo adolescente, ci aveva accolto in superficie e, arrivati lì sotto, con la chiave aveva aperto la porta e acceso la luce (anche il suo gruppo era riuscito ad attaccarsi alla corrente). All’interno c’erano qualche materasso e un piccolo ventilatore, e il ragazzo era orgoglioso della sua stanza dove, come mostrava il colore del muro, si concentrava un inquinamento da polveri sottili pauroso. Mentre stavamo risalendo in superficie, lui camminava tranquillamente di fianco al marciapiede senza preoccuparsi delle macchine che sfrecciavano a pochi centimetri suonando i clacson a ripetizione per intimargli di spostarsi. Durante il soggiorno c’erano stati anche dei momenti di svago, principalmente due. Il primo quando Miloud era tornato e, nel suo appartamento, c’era stata una festa per il diciottesimo compleanno di uno dei ragazzi. Qui tutti cantavano a ripetizione Hotel Cismigiu dei Vama Veche, gruppo rock romeno molto popolare. La canzone era una cover di Hotel California ma non eravamo riusciti a convincere nessuno che non fosse opera dei loro idoli locali ma di un gruppo statunitense: poco importava. Qualche giorno prima un altro dei miei compagni di viaggio aveva promesso al gruppo di Dristor, i più piccoli, che avremmo fatto una partita di calcio con loro, che nel frattempo avevamo incontrato di nuovo, in autonomia, visto che stavano vicino a dove alloggiavamo. Avevamo raggiunto una buona confidenza con alcuni e Mele, il ragazzo che suonava l’armonica, pur avendo appena dieci anni meno di noi ci diceva frasi come “Sarete dei buoni genitori” che, insieme ad altre parole o gesti, era chiaramente una richiesta di aiuto. Neanche durante la partita di calcio questa squadra di mingherlini aveva abbandonato il sacchetto di Aurolac ma, nonostante questo, tutti correvano più di noi. Finito di giocare, si erano tuffati nello stagnante e marrone lago artificiale del parco dove ci avevano portato, come loro abitudine d’estate. Eravamo vicini alla partenza e, arrivati ai saluti, Mele era triste, voleva che Rafael ci traducesse una frase: “Oggi ho sentito il vostro cuore, vi ringrazio, non dimenticherò…”. Piangendo, ci aveva regalato un fumetto in romeno. > Neanche durante la partita di calcio questa squadra di mingherlini aveva > abbandonato il sacchetto di Aurolac ma, nonostante questo, tutti correvano più > di noi. Tornati in Italia, dopo due settimane avevamo incontrato di nuovo Miloud, passato in Veneto per delle conferenze, e ci aveva detto che la polizia aveva compiuto dei raid: alcuni ragazzi di Dristor erano finiti in prigione, dove, aveva aggiunto, rischiavano seriamente di subire violenza fisica e sessuale. La stanza dei ragazzi di Pasajul Unirii, invece, era andata a fuoco. Ma dopo circa un anno, a novembre del 2001, parlando con Emil al telefono, avevamo avuto la notizia peggiore: Mele era morto a causa dei fumi creati da un incendio scoppiato nel sotterraneo dove, dopo ogni estate, tornava a dormire con i suoi compagni. A lui avevo spedito un’armonica a bocca, come promesso prima di salutarci, ma Emil non gliela aveva ancora data per qualche problema comportamentale… Mele non amava le regole della Fundatia Parada, dove, quindi, la sua presenza era quanto meno sporadica. Aveva provato più volte a frequentare il centro di giorno ma finiva sempre per “scegliere”, paradossalmente, la libertà totale della strada, con rischi annessi. Emil mi aveva anche detto che era arrivata l’eroina tra i ragazzi che vivevano per strada, in un primo momento a prezzi stracciati e poi, quando era subentrata la dipendenza, alzata a prezzi più impegnativi. C’era, aveva aggiunto, chi costringeva i più scettici a testare la prima dose e chi vendeva ai ragazzi delle siringhe non confezionate, già aperte. In pratica si stava investendo sulla loro morte. Negli anni successivi c’è stato qualche altro incontro con alcuni dei ragazzi e delle ragazze di passaggio in Italia ma, nel corso del tempo, i rapporti si sono interrotti. Non abbiamo mai saputo quanti dei ragazzi di strada che abbiamo conosciuto sono sopravvissuti o hanno cambiato vita ma negli anni Dieci, quando la maggioranza di questi era ormai adulta o quasi, mentre la Romania, dopo l’ingresso nel 2007 in UE, cambiava faccia, la politica ha affrontato il problema simbolicamente chiudendo molti accessi ai tunnel sotterranei, con la speranza che queste presenze indesiderate andassero via da Bucarest. Molti sono semplicemente diventati meno visibili, quanto meno ai turisti ‒ che dal 2007 a oggi sono poco più che raddoppiati – perché si sono spostati nelle zone periferiche della capitale, dove hanno trovato altri accessi al sottosuolo. Le ONG che li assistono, insomma, continuano a essere occupate, anche perché, nel corso degli ultimi vent’anni, l’abitudine di passarsi le siringhe ha fatto ammalare di AIDS molte persone che vivevano in strada. La situazione sembrerebbe all’apparenza migliorata perché dagli anni Dieci in avanti il numero dei giovani (under 35) che vivono nelle strade di Bucarest si è assestato intorno ai mille. > Dagli anni Dieci in avanti il numero dei giovani (under 35) che vivono nelle > strade di Bucarest si è assestato intorno ai mille. Anche se sono meno della metà rispetto al periodo a cavallo tra i due secoli, il fenomeno è ancora rilevante, sia perché le droghe usate sono sempre più letali sia perché molti sono proprio cresciuti senza un tetto e le loro condizioni psicofisiche sono peggiorate nel tempo. La Romania attualmente ha il più alto tasso di inflazione della Unione Europea e, nonostante la disoccupazione sia calata, quella giovanile resta alta. Inoltre gli sfratti dovuti alla restituzione ai privati della case nazionalizzate dal regime comunista prima, la crisi finanziaria di fine anni Duemila (che ha portato varie persone a non poter più pagare i mutui), e infine le truffe immobiliari, hanno aggravato il problema dei senzatetto facendo finire intere famiglie per strada. Le differenze più importanti rispetto al 2000 sono che i ragazzini senza fissa dimora non stanno più tutti nei sotterranei ma si arrangiano anche in ruderi o in spiazzi delimitati come quello in cui avevamo incontrato Alex, e che i cittadini romeni, con i giovani in prima linea, dall’inizio di quest’anno possono spostarsi liberamente negli stati dell’Unione Europea senza esibire il passaporto alla frontiera. In linea teorica quest’ultima novità potrebbe portare alcune persone in difficoltà a emigrare facilmente in Paesi europei più floridi, dove quanto meno potrebbero avere più prospettive. Verosimilmente, però, ripartire altrove sarebbe una vera e propria impresa per chi vive in strada e soprattutto chi ci è finito da quando era un ragazzino avrebbe ulteriori difficoltà. Indagare la situazione di oggi non era lo scopo di questo resoconto, che è una minuscola e molto ritardataria toppa al mancato montaggio delle immagini digitali che girammo allora, mai diventate un documentario. L’idea di realizzarlo era nata da Leda Tasselli che, negli anni successivi, prima di scomparire prematuramente, è stata in Brasile per ritrarre, con le sue fotografie, un altro popolo della strada, quello di San Paolo. L'articolo Bucarest sopra e sotto la strada proviene da Il Tascabile.
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