Q uanti sono i continenti? La domanda, apparentemente banale, ha in realtà ben
più risposte di quante non possa sembrare: visto che, verosimilmente, siete
italiani, vi verrà da rispondere cinque o sei, a seconda che vi interessi o meno
considerare l’Antartide nel conto. Uno statunitense, d’altra parte, vi
risponderebbe che in realtà ce ne sono sette perché nella sua percezione
l’America va divisa in una parte settentrionale e una meridionale. Interverrebbe
a quel punto un russo, a farvi notare che effettivamente i continenti sono sei
ma banalmente perché conta l’Eurasia come una massa unica. Arrivati a questo
stallo, aggravato dal dibattito su Australia e Oceania, ecco aggiungersi alla
conversazione un geologo a peggiorare le cose: a suo avviso, nessuno ha tenuto
conto della Zealandia, la massa continentale perlopiù sommersa dal Pacifico da
cui emergono soltanto Nuova Zelanda, Nuova Caledonia e alcune isole sotto
sovranità australiana. La risposta più veloce, forse, sarebbe “chissene frega”
ma così perderemmo un passaggio fondamentale: piaccia o meno, anche una
disciplina apparentemente oggettiva come la geografia – o, meglio, la
cartografia – è in realtà inevitabilmente dominata da storture culturali. In
quanto umani possiamo, a tutti gli effetti, stabilire in modo abbastanza
arbitrario cosa sia un continente e cosa no. Lo ha confermato la storia stessa
e, in particolare, la storia di come le potenze coloniali europee hanno sognato
di unire Europa e Africa in un’entità unica: l’Eurafrica.
Prima di addentrarci nei dettagli di questo progetto e delle sue imprevedibili
implicazioni, vale la pena di ricordare da dove arrivasse un progetto simile,
diffusosi a partire dagli anni Dieci del Novecento. Il primo contesto da tenere
a mente è, ovviamente, quello del colonialismo europeo: per tutti gli ultimi
decenni del Diciannovesimo secolo gli Stati colonialisti europei si erano
progressivamente estesi in tutto il mondo, al punto che all’indomani della Prima
guerra mondiale erano arrivati a controllarne un’ottima parte, spingendo lo
storico britannico Eric J. Hobsbawm a ribattezzare questa fase “l’età degli
imperi”.
A risentire particolarmente di questa situazione fu l’Africa; l’intero
continente – con le sole eccezioni dell’Etiopia e della Liberia pienamente
indipendenti, nonché dell’Unione Sudafricana e dell’Egitto che lo erano
formalmente ma in un rapporto quantomeno ambiguo con il Regno Unito – era
infatti stato spartito tra inglesi, francesi, belgi, portoghesi, italiani e
spagnoli. Come se non bastasse, continuavano ad esistere nel sud del continente
anche importanti comunità di coloni tedeschi e olandesi, sebbene i rispettivi
Paesi d’origine non controllassero più i propri possedimenti nella regione.
L’Africa, insomma, era già in varie misure europea e, sebbene non avesse
attraversato le trasformazioni traumatiche descritte da Alfred W. Crosby nel suo
studio della colonizzazione delle Americhe, ne era stato profondamente cambiato
il volto.
Oltre a questo fatto, per comprendere l’origine dei progetti eurafricani e il
loro successo nei salotti borghesi occorre guardare al contesto interno europeo.
La guerra che aveva travolto il continente tra il 1914 e il 1918 aveva lasciato
dietro di sé un continente ferito e sotto shock che aveva più che mai bisogno di
immaginare un avvenire comune di ricostruzione e armonia. Il conflitto,
dopotutto, aveva travolto i Paesi europei alla fine di decenni di (relativa)
pacificazione nel corso dei quali si era affermata con forza tra i ceti alti e
gli intellettuali una visione del mondo più aperta e cosmopolita di quanto non
si fosse mai visto in precedenza. Certo, nell’Ottocento non avevano ancora preso
forma i piani di unificazione politica europea – con l’eccezione di pensatori
reazionari e ostili all’idea stessa di Stato-nazione come Novalis, Metternich o
Burke, infatti, il pensiero dominante era ancora che la forza dell’Europa fosse
proprio nella sua frammentazione tra numerosi Stati – ma senz’altro sul piano
culturale il contesto ci si avvicinava molto.
> Il progetto di Eurafrica è nato dall’idea di ricostruire l’età dell’oro
> europea facendo ricorso agli imperi africani.
Per capirlo, basta leggere come lo scrittore viennese Stefan Zweig raccontava
gli anni subito precedenti al conflitto nelle sue memorie, Il mondo di ieri
(1941): “Come sono assurdi, ci dicevamo, questi confini ora che un velivolo li
può tanto facilmente sorvolare; come artificiose e provinciali queste dogane e
guardie di confine, contrarie al senso del tempo nostro, che visibilmente aspira
all’unione e alla fraternità universale”. Zweig, ad ogni modo, era a sua volta
un borghese e questo gli impediva di rendersi conto che tale contesto
incredibile da lui descritto si reggeva sulla violenza del colonialismo; non
stupisce quindi che il progetto di Eurafrica non sia nato nel vuoto ma, appunto,
proprio dall’idea di ricostruire l’età dell’oro europea facendo ancora una volta
ricorso agli imperi africani.
Il piano più noto e di maggior successo fu senza dubbio quello emerso del
manifesto Paneuropa, pubblicato nel 1923 dal conte austriaco Richard
Coudenhove-Kalergi e presto firmato da nomi di spicco come Heinrich Mann,
Winston Churchill, Konrad Adenauer, Thomas Mann e Aristide Briand. Il documento,
poi alla base di un’organizzazione politica e di una rivista collegata, si può
velocemente sintetizzare facendo riferimento ai suoi obiettivi principali: la
definitiva pacificazione dell’Europa, attraverso l’unificazione politica del
continente e dei rispettivi imperi coloniali sulla base della comune cultura dei
popoli che lo compongono.
In tempi più recenti, intorno a questo grande progetto si sono consolidati due
miti che ne hanno un po’ fatto perdere il contenuto effettivo: uno
liberal-progressista che vede in Paneuropa le basi dell’attuale Unione Europea
come casa comune della libertà e dei diritti dell’uomo nelle sue forme più alte;
l’altro complottista e razzista figlio dei deliri del neonazista Gerd Honsik
che, nel 2005, deformò e decontestualizzo liberamente le proposte del manifesto
per ipotizzare l’esistenza di un “piano Kalergi” volto al genocidio dei bianchi
europei attraverso l’immigrazione di massa. Entrambe le visioni mettono
totalmente in secondo piano che ruolo avrebbero avuto le colonie paneuropee in
questo disegno – dopotutto, è noto sia che i liberali rimuovono la violenza
coloniale da ogni discorso sia che i fascisti amano immaginarsi vittime delle
proprie vittime. Eppure, come hanno ben evidenziato i ricercatori svedesi Peo
Hansen e Stefan Jonsson nel loro saggio Eurafrica (2014), il manifesto proponeva
tutto meno che un rapporto egualitario tra europei e africani e, anzi, lo stesso
Kalergi parlava apertamente degli europei come di una “nazione razziale unica” o
della necessità di un “riconoscimento della razza europea come nazione
occidentale”.
Usando le parole di Hansen e Jonsson, insomma, “l’unificazione europea e lo
sforzo comune per la colonizzazione dell’Africa sono due processi che si
presuppongono l’un l’altro”. La partecipazione dell’elemento africano è data per
scontata, ma il continente non è mai inteso come un soggetto politico e umano a
sé, quanto sempre e solo come soluzione a precisi problemi interni europei.
L’economista Otto Deutsch, incaricato di redigere un programma finanziario per
il partito paneuropeo, non si fece problemi a definire “lo sfruttamento comune
delle colonie paneuropee” come una “condizione complementare indispensabile”
alla creazione di un’economia forte e competitiva – idea che lo stesso Kalergi
riprese all’articolo 13 di una prima bozza del patto paneuropeo, per cui “tutti
i cittadini europei devono godere degli stessi diritti economici nelle colonie
tropicali africane”.
> La partecipazione dell’elemento africano è data per scontata, ma il continente
> non è mai inteso come un soggetto politico e umano a sé, quanto sempre e solo
> come soluzione a precisi problemi interni europei.
Questa linea venne ripresa dai sostenitori del movimento delle più varie
provenienze politiche: nel solo 1931, l’ex primo ministro repubblicano
Joseph-Marie Caillaux definì il congiunto sfruttamento europeo delle risorse
africane come una possibile soluzione alla terrificante crisi economica che
stava travolgendo il continente, mentre il politico sincretista Georges Valois –
passato dall’anarchismo al fascismo sociale, alla resistenza contro
l’occupazione tedesca – immaginò un piano decennale d’investimenti in industrie
e infrastrutture per fare dell’Africa “il cantiere dell’Europa”. Come se non
bastasse, l’integrazione dei due blocchi territoriali era vista anche come una
possibile soluzione alla crisi di sovrappopolamento dell’Europa: già nel 1929,
il diplomatico Alfred Zintgraf propose l’invio su suolo africano di 650.000
coloni europei (un piano poi riadattato dallo stesso autore come soluzione alla
“questione ebraica”), ma fu ancora più ambizioso il rabbino Max Grünewald che
arrivò a delineare un piano per farne partire ben un milione all’anno nel corso
di poco più di un decennio. Alla faccia del genocidio bianco.
L’Africa, in tutti questi discorsi, non è che un oggetto che gli europei
potevano liberamente utilizzare come meglio credevano per i propri scopi. Non
sorprende quindi che tali prospettive godettero dell’appoggio del più celebre
governatore coloniale di sempre, il maresciallo francese Louis-Hubert Lyautey,
già commissario generale in Marocco tra il 1912 e il 1925, che invocò la nascita
di una “Santa Alleanza dei popoli colonizzatori […] per il più grande beneficio
morale e materiale di tutti”. Di tutti, naturalmente, quindi anche degli
africani, che in questo modo sarebbero stati ancora più beneficiati dalla
missione civilizzatrice di cui gli europei si sentivano intestati e che usavano
per legittimare l’espansionismo dei propri imperi. Si tratta com’è chiaro di una
prospettiva apertamente razzista, resa ancora più esplicita dal fatto che i
promotori del progetto, paneuropeo o eurafricanista che dir si voglia, avessero
più volte messo in chiaro come fosse da escludersi ogni forma di mescolanza di
sangue tra europei e africani, oppure che andasse il più possibile limitata
l’immigrazione africana in Europa. Se si trattava di un matrimonio, insomma, non
era certo tra uguali, ma di uno sposalizio forzato in cui una parte doveva
adeguarsi in modo coatto ai bisogni e ai desideri dell’altra.
L’esempio più chiaro della mentalità colonialista che è disposta anche a
stravolgere la forma stessa della terra per i propri interessi è forse quello
dell’assurdo progetto dell’architetto tedesco Herman Sörgel, arrivato a
fantasticare la costruzione di una serie di dighe che bloccassero lo stretto di
Gibilterra e le foci dei maggiori fiumi del bacino del Mediterraneo affinché,
nel giro di un secolo, il livello del mare si abbassasse di centinaia di metri e
ottenere così la contiguità fisica tra Europa e Africa e il rafforzamento della
loro connessione. Il piano, noto come “Atlantropa”, piacque in particolare ai
nazisti e, non a caso, compare anche nel romanzo fantapolitico di Philip K. Dick
La svastica sul sole (1962) e nella serie derivata The Man in the High Castle,
una distopia ambientata in un mondo in cui l’Asse ha vinto la Seconda guerra
mondiale.
> Sullo sfondo di queste visioni, la consapevolezza dell’indebolimento degli
> Stati europei in un contesto in cui emergevano potenze di proporzioni
> continentali pronte a strappare l’egemonia del Vecchio continente – gli Stati
> Uniti, l’Unione Sovietica e le nazioni asiatiche.
Sullo sfondo di queste visioni, ivi comprese quelle più bizzarre, la
consapevolezza del sempre più marcato indebolimento degli Stati europei in un
contesto globale in cui emergevano con forza crescente potenze di proporzioni
continentali pronte a strappare l’egemonia del Vecchio continente – gli Stati
Uniti, l’Unione Sovietica e le nazioni asiatiche, percepite in Europa come un
“pericolo giallo” irresistibile. In tale frangente, gli imperi coloniali
rappresentavano per gli europei una sorta di assicurazione sulla vita, una
garanzia di sicurezza economica e militare che sarebbe stata messa ancora in più
in valore laddove vi fosse stata una fusione dei possedimenti imperiali – basti
pensare che il progetto di Kalergi prevedeva la fondazione di un super-Stato che
includesse l’intera Europa continentale (erano quindi escluse l’URSS e le isole
britanniche) e le rispettive colonie che occupavano più della metà dell’Africa e
vari territori nel resto del mondo, dall’Angola all’Indonesia, dalla Groenlandia
alla Guyana, dall’Indocina al Congo, dalla Siria alla Somalia, dall’Austria alla
Polinesia.
Insomma, era forte l’idea presuntamente darwinista dei rapporti tra Stati che
vedeva il conflitto come qualcosa di perenne e inevitabile e dal quale si poteva
uscire vincitori soltanto ponendosi come predatori dominanti; e, in
quest’ottica, l’espansione territoriale era condizione sufficiente per sentirsi
protetti. A questa paranoia geopolitica cedettero quindi un po’ tutti, tanto i
Paesi liberali, presi dai sogni di unificazione europea sotto il segno del
colonialismo, quanto le dittature fasciste, che fecero propria tale lettura ma
in un’ottica esclusivamente nazionalista, tradottasi nella ricerca e difesa dei
propri “spazi vitali”. Studiosi come il filosofo Domenico Losurdo o lo storico
Mark Mazower hanno già mostrato come l’espansionismo nazista in Europa
corrispondesse a una logica imperialista propria del periodo, mentre è poco noto
come anche l’idea di unificazione eurafricana abbia avuto una forte influenza
sugli altri regimi dell’epoca: l’Estado Novo portoghese, per esempio, puntò
molto sull’idea del Portogallo come nazione pluricontinentale che comprendesse
anche le colonie africane e asiatiche della repubblica iberica, promuovendo, con
tanto di mappe esplicative, lo slogan propagandistico “il Portogallo non è uno
Stato piccolo”.
Nell’Italia fascista, invece, fu soprattutto il gerarca Italo Balbo – già
quadrumviro della marcia su Roma, poi popolarissimo uomo politico e saltimbanco,
finalmente costretto a un lungo “esilio dorato” in vesti di governatore della
Libia – a essere fortemente influenzato dai progetti eurafricani, naturalmente
sempre in un’ottica italocentrica e interessata alle proiezioni militari di
lungo termine. Come ho avuto modo di constatare nel corso di una ricerca svolta
negli archivi privati di Balbo, conservati presso l’Istituto di storia
contemporanea di Ferrara, il gerarca era infatti un avido lettore di Paolo
D’Agostino Orsini Di Camerota, ai tempi ben noto come principale esponente
eurafricanista italiano, autore di testi dai titoli eloquenti come Africa Bianca
o, appunto, Eurafrica nei quali si ripercorrono tutti i grandi temi sopra
esposti, dagli investimenti economici ai trasferimenti di popolazioni, al fine
di conseguire la piena autonomia geostrategica europea.
Nondimeno, è lo stesso operato di Balbo al governatorato della Libia che rivela
una forte influenza di queste prospettive e che va ben oltre il solo interesse
circa il ruolo della colonia nordafricana in un’eventuale futura guerra per la
conquista dell’Etiopia o dell’Egitto. Basti pensare al più celebre e ambizioso
progetto del governatore: il tentativo di avviare una colonizzazione demografica
di massa della colonia da parte di contadini e disoccupati italiani. Sarebbe
infatti inappropriato limitarsi a interpretare l’esperimento come “la logica
conclusione della politica di colonizzazione di Balbo” al fine di costituire un
“regime totalitario benefico”, come ha fatto il biografo del gerarca Claudio
Segré, e ricollegare il tutto al desiderio fascista di porre fine
all’emigrazione degli italiani. Tutto questo, naturalmente, ha avuto un ruolo
cruciale, ma nel caso libico la colonizzazione demografica va legata a un altro
progetto ben più sorprendente: l’annessione della Libia all’Italia e,
contestualmente, la concessione della cittadinanza italiana alla popolazione
araba. La proposta, finalmente fortemente ridimensionata dal regime, può infatti
essere letta in connessione con i piani di colonizzazione demografica mostrando
come vi fosse anche nell’Italia fascista una qualche intenzione di costruire una
nuova realtà politica transcontinentale.
> A questa paranoia geopolitica cedettero un po’ tutti, tanto i Paesi liberali
> presi dai sogni di unificazione europea sotto il segno del colonialismo,
> quanto le dittature fasciste, che fecero propria tale lettura in un’ottica
> esclusivamente nazionalista, tradottasi nella ricerca dei propri “spazi
> vitali”.
Sotto certi punti di vista, il gerarca ferrarese arrivò persino a promuovere
alcuni elementi di multiculturalismo, per quanto restasse forte e ben presente
l’atteggiamento razzista del regime: gli storici Valeria Deplano e Alessandro
Pes hanno giustamente scritto che questa linea a parole tollerante e
filoislamica del fascismo “portò a pochi risultati concreti […], anche perché
la realtà della repressione italiana raccontava del dominio da parte dell’Italia
meglio di quanto non facessero le parole della propaganda”, mentre lo stesso
Balbo definì i libici come bisognosi di un “complesso di provvidenze dirette
alla loro elevazione morale ed alla loro evoluzione civile”.
Fino a questo punto, tutti gli esempi citati di prospettive eurafricane sono
quindi chiaramente improntati secondo una logica verticale e in una forte
sproporzione a tutto vantaggio delle potenze europee. Tuttavia sarebbe erroneo
pensare che questa sia stata l’unica logica immaginata dietro all’unione di
Europa e Africa; è infatti il modo in cui è stata pensata dagli europei. Per
capire di cosa stiamo parlando, occorre guardare a un nuovo contesto
storico-politico: la ricostruzione istituzionale della Francia all’indomani
della Seconda guerra mondiale. In quel contesto, infatti, furono
sorprendentemente non i promotori del colonialismo, ma i suoi avversari più
decisi a lanciare un originale progetto eurafricano portando alla fondazione
dell’Union française.
Diciamolo subito per chiarezza: il risultato finale non fu un grande successo,
anzi, può essere a buona ragione definito come una semplice riorganizzazione
dell’impero con alcuni cambi lessicali – per esempio, non si parlava più di
colonie ma di Paesi associati e territori d’oltremare (dizione ancora usata fino
ai primi anni Duemila per alcune isole sparse tra i Caraibi e il Pacifico con
una popolazione complessiva di circa 340.000 abitanti). Come se non bastasse,
erano stati previsti degli organi istituzionali comunitari che però risultarono
troppi deboli e inefficaci, al punto che avevano bisogno di essere perennemente
riformati – lo storico Pierre Grosser ha parlato dell’entità come di una
“creazione continua” – mentre alcuni non vennero mai nemmeno messi
effettivamente in funzione.
Al contempo, tuttavia, non c’è dubbio che l’Union sia stata un’entità pienamente
eurafricana, dal momento che la stessa costituzione francese stabiliva che la
Repubblica francese fosse composta al contempo dalla Francia metropolitana e dai
suoi territori d’oltremare, un principio che è in una certa misura valido ancora
al giorno d’oggi nella complessa definizione istituzionale francese, sebbene
rispetto a uno spazio decisamente più ridotto che non nel dopoguerra. Questo, di
per sé, non è però sufficiente a capire l’importanza dell’esperimento politico,
per cui procediamo con ordine: alle due assemblee costituenti elette tra il 1945
e il 1946 e incaricate di ricostruire la Francia dopo la catastrofica
umiliazione della capitolazione ai tedeschi e in risposta ai crescenti moti
anticoloniali in Levante e in Indocina, non furono presenti soltanto deputati
europei ma anche un piccolo e combattivo gruppo di rappresentanti delle
popolazioni colonizzate. La decisione fu il prodotto di una lunga serie di
riflessioni cominciate già nel corso del conflitto circa la necessità di
riformare il rapporto tra Parigi e l’impero e, va detto, ebbe comunque
proporzioni limitate: già il voto venne riservato a poche migliaia tra i milioni
di africani sotto il controllo francese e, inoltre, venne previsto un sistema a
doppio collegio che garantisse la rappresentanza in parlamento dei coloni.
Insomma, sul tavolo c’erano tutti gli elementi perché l’Union française venisse
da principio immaginata come un’entità pienamente colonialista, ma le cose
andarono, almeno inizialmente, in modo ben diverso.
> Sarebbe erroneo pensare che la forte sproporzione a tutto vantaggio delle
> potenze europee sia stata l’unica logica immaginata dietro all’unione di
> Europa e Africa.
Tra gli eletti “autoctoni” figuravano infatti numerosi personaggi politici
destinati a distinguersi nei dibattiti parlamentari per i propri progetti a dir
poco avanguardisti circa la forma che avrebbe dovuto prendere l’ormai ex-impero
coloniale francese. I più influenti, almeno nella prima assemblea costituente,
furono in particolare l’ivoriano Félix Houphouët-Boigny (dopo l’indipendenza
presidente del suo Paese tra il 1960 e il 1993), il senegalese Amadou
Lamine-Guèye (sindaco di Dakar per ben 16 anni). Oltre a questi, vale la pena
ricordare la presenza del comunista martinicano Aimé Césaire, già promotore del
movimento della négritude e destinato a una lunga carriera politica tra la sua
isola e il parlamento francese, per quanto la sua esperienza non si possa
ovviamente appiattire completamente su quella dei deputati africani.
I tre, in pochi mesi, riuscirono a ottenere l’approvazione di leggi estremamente
importanti e che scardinarono di fatto le basi del sistema coloniale:
Houphouët-Boigny propose e ottenne l’abolizione dei lavori forzati nelle
colonie, ma per il nostro discorso furono ancora più importanti l’estensione
della cittadinanza francese a tutti gli abitanti dell’impero (un provvedimento
che già ai tempi fu paragonato per impatto all’editto di Caracalla da Daniel
Boisdon, il primo presidente dell’inutile Assemblea dell’Unione) rivendicata da
Lamine-Guèye e il piano di Césaire di far annettere direttamente alla Francia
alcune delle più antiche colonie francesi – la sua Martinica, ma anche Guyana,
Guadalupa e La Réunion. Come se non bastasse, i deputati coloniali ottennero la
garanzia costituzionale che fosse sempre assicurata una rappresentanza
parlamentare delle popolazioni africane, con l’obiettivo a medio termine di far
approvare una nuova legge elettorale più equa.
Qualora non fosse chiaro, tali rivendicazioni avevano in sé un’immensa forza
rivoluzionaria perché, in spregio a ogni nazionalismo, portavano alla
rivendicazione di una forma di Stato nuovo e concretamente postnazionale, che
fosse al contempo europeo, africano e caraibico senza gerarchie tra i vari
elementi che lo componevano. In questa prospettiva, l’Union française aveva la
forza di diventare il semplice contenitore politico di popoli lontani e diversi,
indubbiamente marcati da un passato coloniale ma che si poteva finalmente
superare in modo armonico, senza alcuna definizione etnica o razziale. Il
rifiuto in sede referendaria della prima bozza costituzionale (slegato dalla
questione coloniale) rese necessaria l’elezione di una nuova costituente,
stavolta a maggioranza conservatrice e non più social-comunista. I deputati
coloniali tentarono di reagire al nuovo scenario politico ma fallirono: venne
proposto un progetto di Union française deliberatamente troppo radicale nella
speranza di negoziare al ribasso, ma il solo risultato fu una messa in allarme
dei conservatori – l’influente deputato Edouard Herriot arrivò a paventare il
rischio che la Francia divenisse “la colonia delle sue vecchie colonie” – che
intervennero nella riscrittura del progetto ottenendo i risultati mediocri di
cui si parlava in precedenza.
È fondamentale ribadire come, con la sola eccezione dei due deputati malgasci,
nessuno dei parlamentari delle colonie abbia portato avanti alle costituenti
rivendicazioni di carattere nazionalistico ma nemmeno semplicemente
indipendentiste. Come ha sottolineato lo storico Frederick Cooper, forse il
massimo esperto sulla storia del tardo colonialismo francese, il loro obiettivo
era infatti il riconoscimento di pieni diritti sociali, economici e politici
alle popolazioni coloniali, allo scopo di superare pienamente le conseguenze più
odiose del colonialismo e definire una comunità politica paritaria. È senz’altro
probabile che in alcuni casi si sia trattato di un esercizio di semplice
Realpolitik, ma resta rilevante che politici come Ferhat Abbas, tra i più
influenti leader politici algerini e in seguito primo presidente del Paese,
fosse arrivato a dichiarare che l’indipendenza non fosse una soluzione
auspicabile “né per ragioni pratiche né sentimentali” o addirittura che “il
colonialismo, come ogni impresa umana, è stato positivo e negativo”.
> L’Union française aveva la forza di diventare il semplice contenitore politico
> di popoli lontani e diversi, indubbiamente marcati da un passato coloniale ma
> che si poteva finalmente superare in modo armonico, senza alcuna definizione
> etnica o razziale.
Allo stesso modo, il deputato guineano Yacine Diallo affermò esplicitamente che
l’obiettivo suo e degli altri eletti d’oltremare fosse ottenere gli stessi
risultati di Césaire, ovvero la trasformazione dei territori africani in
“province francesi” a pieno titolo. Sul piano politico, si tratta di un totale
ribaltamento della retorica anticoloniale contemporanea, su cui torneremo a
breve, mostrando ancora una volta come l’obiettivo di chi il colonialismo lo
subisse davvero non fosse la sola concessione di una generica liberazione
politica ma il riconoscimento di pieni diritti anche in seno a una comunità
politica plurinazionale e multietnica.
Questo elemento, oltretutto, appare con forza ancora maggiore nelle parole di un
altro costituente, il poeta e partigiano senegalese Léopold Senghor (anche lui,
come Houphouët-Boigny, poi divenuto presidente del proprio Paese); nei suoi
discorsi, infatti, emerse con più forza che altrove la rivendicazione di
costruire uno Stato eurafricano ugualitario, legittimando la scelta non solo su
basi politiche e giuridiche ma anche culturali. Senghor parlava esplicitamente
dell’Union française come di un matrimonio tra parti uguali e ribadiva
puntualmente come ogni grande civiltà era stata tale proprio in virtù della sua
capacità di mostrarsi inclusiva e plurale. Addirittura, in un totale
sovvertimento della retorica coloniale sulla missione civilizzatrice dell’uomo
bianco, Senghor arrivò a sostenere che questa fusione avrebbe potuto elevare la
stessa civiltà europea, trasformandola da essere la cultura della bomba atomica
e delle camere a gas a quella del jazz.
Le posizioni dei deputati africani alle assemblee costituenti francesi restano,
ancora oggi, illuminanti e ricchissime di prospettive politiche ben più radicali
di quanto non possa sembrare, non foss’altro perché animate da un principio di
universalismo concreto che, nel tempo, si è andato a perdere nel discorso
politico decoloniale. Il fallimento totale dell’Union française non ha certo
aiutato in questo senso, tant’è che come si è detto gli stessi deputati africani
che ne promossero la forma più progressiva e inclusiva sarebbero poi diventati
tra i più influenti leader indipendentisti dei propri Paesi.
È in questo momento che l’idea eurafricana, nella sua forma più alta e
democratica, collassò definitivamente, ma senza restare improduttiva: per ancora
alcuni decenni, infatti, continuarono a farsi sentire gli effetti della radicale
messa in discussione di concetti reazionari e spiccatamente europei come quello
di Stato-nazione o di confine, come dimostrano gli esperimenti panafricani (e
panarabi) che a più riprese furono al centro delle agende politiche di alcuni
carismatici capi di governo del continente. Si trattava ad ogni modo di una
scelta di ripiego, dovuta all’impossibilità di stabilire un rapporto paritario
con i vecchi colonizzatori e rendendo così auspicabile un’unione dal basso che
pure si muove sugli stessi binari ideali universalistici e cosmopoliti che non
solo accettano, ma rivendicano la nozione stessa di pluralismo; troppo spesso,
in Occidente, non ne abbiamo idea ma l’Africa è il continente più multiculturale
del mondo, potendo vantare centinaia di modelli sociali e religiosi diversi,
2000 lingue, 3000 etnie e innumerevoli diaspore interne che contribuiscono a
mescolare tra loro tutti questi elementi.
> Obiettivo dei rappresentanti delle colonie non era l’indipendenza, ma il
> riconoscimento di pieni diritti sociali, economici e politici alle popolazioni
> coloniali, allo scopo di definire una comunità politica paritaria.
Di per sé, si tratta di una delle più rilevanti e coerenti rivoluzioni della
storia politica del Novecento, sebbene abbia gravemente patito sul piano pratico
l’assenza di una prospettiva di classe più esplicita e definita che ne rendesse
funzionale anche la manifestazione amministrativa concreta, progressivamente
costretta a piegarsi alle pressioni neocoloniali. Alla sconfitta pratica di
queste esperienze è poi seguito il collasso delle ideologie alla conclusione
della guerra fredda, lasciando campo libero al ritorno del nazionalismo che, già
alla fine degli anni Settanta, il filosofo Isaiah Berlin interpretò infatti come
“una risposta su scala mondiale a un profondo e naturale bisogno degli schiavi
testé liberati”.
Ancora oggi patiamo le conseguenze di questo stravolgimento nella cultura
politica anticolonialista, dal momento che è proprio su questa scia che si è
trasformato tutto il discorso politico successivo. L’affermarsi del nazionalismo
– e così della sua versione soft e (apparentemente) progressista,
l’identitarismo – ha infatti finito per relegare l’intera contestazione al
colonialismo all’ambito tipicamente occidentale e liberale della dimensione
individuale, togliendole ogni carica rivoluzionaria. L’universalismo di Senghor,
insomma, si è tradotto in un particolarismo sterile che finalmente riconduce
ogni discorso a rivendicazioni prive di capacità reali di trasformare la realtà.
Riflettendo su casi concreti, si notano in particolare due tendenze discorsive:
l’esaltazione delle origini e la politicizzazione radicale della sfera
culturale.
Per il primo fenomeno basta guardare al caso più plateale di colonialismo nel
mondo attuale: il conflitto israelo-palestinese. Una buona parte del discorso
decoloniale tende infatti a limitarsi a interpretare la presenza ebraica nella
regione come una stortura da correggere semplicemente attraverso l’espulsione
degli elementi alieni. Poco importa se, come notava la giornalista Anna
Momigliano, “c’è una differenza, fondamentale, tra Israele e l’Algérie
française: a differenza dei pieds-noirs, gli israeliani non hanno una ‘Francia’
a cui tornare”. Non si tratta di contestare la natura brutale e genocidaria del
regime israeliano, ma di guardare in faccia la realtà e capirne il
funzionamento, come invece hanno fatto a più riprese movimenti politici storici
e anche attuali rivendicando una prospettiva di convivenza su basi egualitarie.
Un discorso simile si può fare per la trasformazione della cultura in armi per
l’affermazione di un sé decolonizzato ma alla prova dei fatti puramente
simbolico – una tendenza molto evidente nelle discussioni sull’appropriazione
culturale come sui due fronti della guerra russo-ucraina, di cui un esempio è la
battaglia combattuta dall’Ucraina per rivendicare la propria paternità nazionale
su prodotti gastronomici come il boršč. La tendenza, tra l’altro, venne
criticata già negli anni Ottanta dall’economista Samir Amin che rispose
polemicamente alla tesi orientalistica di Edward Said facendo notare come la
lotta culturale possa essere uno strumento e non il centro della contestazione
al colonialismo, essendo questo un fatto prima di tutto concreto e materiale.
> L’affermarsi del nazionalismo – e della sua versione (apparentemente)
> progressista, l’identitarismo – ha finito per relegare l’intera lotta al
> colonialismo all’ambito tipicamente occidentale e liberale della dimensione
> individuale, togliendole ogni carica rivoluzionaria.
Quello che manca, in definitiva, è un indirizzo ideologico reale che guidi i
movimenti di liberazione, ormai incapaci di immaginare una forma alternativa
della realtà, con il risultato di liberarsi dai vecchi padroni solo per finire
nelle grinfie dei nuovi. Si tratta, con ogni evidenza, di prospettive prive di
ogni riflessione materialista che finiscono in definitiva per farci cadere nel
“tribalismo geopolitico”, tutto interno a una visione del mondo liberale e
ossessionata dall’autorappresentazione. Quello che resta non è che un discorso
politico che, nella dialettica delle idee, non si allontana tutto sommato più di
tanto dal razzismo delle destre estreme europee, ugualmente ossessionate dal
concetto di autoctonia. Alcune derive particolarmente grottesche, come il
campismo più cinico e volgare di chi, di volta in volta, ha sostenuto la Russia,
l’Iran e persino l’ISIS come avversari dell’imperialismo occidentale o la
legittimazione delle violenze sessuali nelle banlieue sempre nel nome della
decolonializzazione, sono lì a dimostrarlo.
Non a caso, lo stesso Frantz Fanon, più citato che letto, mise in guardia su
come il colonizzato potesse diventare emulo del colonizzatore se la sua lotta si
fosse tradotta in una mera reazione negativa priva di slancio umanitario e
cosmopolita. Oggi, però, sembra che un elemento estraneo sia destinato a restare
tale e che la convivenza non sia possibile se non con il proprio simile sulla
base delle sue presunte origini. Presunte, chiaramente, perché ogni nazione
contemporanea è a sua volta stata il prodotto di scambi, incontri e mescolanze,
violenti o pacifici, che hanno forgiato il volto del mondo come lo conosciamo
oggi, rendendo inutili categorie come quella di “autoctono” o “nativo” – un
dibattito che, oltretutto, si estende persino alla nostra percezione della
natura.
Va ovviamente da sé che il dibattito vari di contesto in contesto e che
determinate comunità abbiano il ragionevole diritto di esprimersi con più rabbia
che voglia di compromesso. Nell’Italia contemporanea, per esempio, l’idea di una
società multiculturale sembra essere eufemisticamente poco popolare e il
meticciato non esiste come visione politica se non in termini complottisti e
negativi – ricordiamo in questo senso gli ancora popolari deliri di Oriana
Fallaci sull’Eurabia. D’altra parte, in Paesi con una maggiore presenza
migratoria e proiezione internazionale postcoloniale come la Francia, le cose
stanno diversamente: con buona pace di Dario Fabbri, il partito di sinistra La
France Insoumise ha infatti rivendicato con sempre più forza l’affermazione di
una “Nuova Francia” esplicitamente creola e che rifiuti il proprio carattere
nazionale.
Non si tratta di una visione utopica del futuro ma di una realtà che già esiste
da tempo, come dimostrano la stessa storia francese o in una prospettiva globale
anche i mondiali di calcio conclusisi questa estate, fortemente determinati
dall’influenza delle diaspore. Non si tratta nemmeno di insegnare ai popoli
oppressi come condurre le proprie lotte di liberazione, ma di ricordare che loro
stessi hanno offerto i progetti più alti e raffinati per una società che
superasse storture istituzionali vecchie come la Guerra dei trent’anni e
puntualmente utilizzate per la perpetuata affermazione di sistemi oppressivi. Si
tratta di un sentiero scivoloso e sul quale è molto difficile muoversi senza
inciampare nel puro nazionalismo o in un atteggiamento da “salvatore bianco”
(come è accaduto in un dibattito sulle isole Falkland/Malvinas tra due editor
dell’edizione statunitense e latinoamericana della rivista Jacobin), ma non per
questo impossibile.
> Quello che manca oggi è un indirizzo ideologico reale e materialista che
> conduca i movimenti di liberazione fuori dal “tribalismo geopolitico”.
Lo ha ribadito, nel suo testo significativamente intitolato Against
Decolonisation, anche il filosofo Olúfẹ́mi Táíwò, contestando l’idea di una
prospettiva decoloniale come ricerca di una purezza culturale in definitiva
vuota e razzista. Lo si è fatto in numerose esperienze politiche rivoluzionarie
latinoamericane, da Simón Bolívar a Evo Morales, e persino in alcuni regimi
simil-fascisti della regione come in quello brasiliano di Getúlio Vargas. E lo
si è tentato nel progetto dell’Eurafrica, un sogno colonialista radicalmente
trasformato di significato proprio da parte di chi avrebbe dovuto esserne la
vittima e che, nel suo naufragio, ha lasciato dietro un vuoto dalle conseguenze
distruttive. In un certo senso, sta qui la vera vittoria dell’esperienza
colonialista europea: aver esteso anche a chi la contestava il proprio modo di
vedere il mondo.
L'articolo Eurafrica proviene da Il Tascabile.
Tag - africa
U n raccolto dal sapore indigesto, quello del ricino in Kenya. A quasi quattro
anni dall’avvio delle coltivazioni, sono molti i dubbi che si addensano sul
progetto nato per produrre biocarburante green destinato al traffico aereo, con
il coinvolgimento dei piccoli agricoltori kenioti. Un’operazione energetica e
industriale in mano a Eni e sostenuta nell’ambito del Piano Mattei, nel segno
della cooperazione economica con l’Africa. Il colosso energetico italiano ha
ricevuto un finanziamento di 75 milioni di euro dal Fondo italiano per il clima.
Risorse che si sommano ai 135 milioni di dollari erogati dall’IFC (International
Finance Corporation), gruppo della Banca mondiale.
Sono oltre un centinaio le interviste ai proprietari terrieri che raccontano di
essere stati prima convinti a convertire i loro campi in piantagioni di ricino e
poi lasciati soli, senza soldi né ulteriore affiancamento. Ma non è andata male
solo a tanti agricoltori intervistati. Tutto il business delle biomasse keniote
sembra non aver funzionato come avrebbe dovuto. Per sopperire alle raccolte di
ricino, rivelatesi insufficienti, sarebbe stata importata in Kenya anche una
quota significativa di colza sudafricana, poi spedita e raffinata in Italia: una
biomassa agricola che ha innanzitutto una destinazione alimentare. Il tutto
dentro una filiera molto difficile da controllare, con il “cane a sei zampe” da
una parte, a disegnare il progetto, e dall’altra una serie di ramificazioni
operative che sembrano disperdersi fino a rendere la tracciabilità sempre meno
esplicita.
Per il proprio progetto di agri-feedstock in Kenya, Eni ha scelto le contee
costiere di Kwale e Kilifi e le aree interne di Isiolo e Meru. Per intercettare
gli agricoltori sono stati ingaggiati operatori e intermediari locali, gli
“aggregatori”: individui o microsocietà incaricati di convincere piccoli
proprietari terrieri a dedicare i loro appezzamenti al ricino, una pianta che
non ha usi alimentari ma che, una volta raffinata, può diventare carburante
vegetale. Dopo la distribuzione dei semi, i raccolti sono stati parzialmente
lavorati direttamente in Kenya, nello stabilimento di Makueni, e quindi spediti
agli impianti di Gela per il completamento della raffinazione. Da qui, il
prodotto finale viene venduto alle società di trasporto aereo come biocarburante
destinato a sostituire, almeno in parte, il cherosene fossile.
Campo di piante di ricino nella contea di Kwale, Kenya, vicino alla costa/ fot.
Carlotta Indiano, Osservatorio Eni di A Sud.
Risposte che non bastano
Sono molte le domande e le questioni controverse sollevate attorno alla
produzione di oli vegetali per i biocarburanti. Ultima della serie, l’inchiesta
della rivista Politico Europe, pubblicata nel marzo 2026 ed elaborata in
sinergia con il pool di giornalismo investigativo SourceMaterial, che ha
raccolto nelle quattro contee keniote le testimonianze degli agricoltori che si
considerano ingannati dagli aggregatori di Eni. A queste, sempre nell’inchiesta,
si aggiungono le analisi dei dati commerciali messe a fuoco dall’organizzazione
indipendente Transport & Environment.
> Sono molti i dubbi che si addensano sul progetto nato per produrre
> biocarburante green destinato al traffico aereo, con il coinvolgimento dei
> piccoli agricoltori kenioti.
Ma il lavoro giornalistico dedicato alle attività di Eni in Kenya si innesta su
un dossier già ampio di indagini, via via accumulate dal 2022, anno di avvio del
progetto. Una mole di lavoro portata avanti da organizzazioni indipendenti, ONG
e ricercatori, da cui sono scaturite le domande che, lo scorso maggio,
Fondazione Banca Etica, come azionista critica, ha portato all’Assemblea degli
azionisti di Eni Spa per chiedere chiarimenti e integrazioni. Le argomentazioni
che l’azienda ha restituito in forma scritta hanno lasciato gli interlocutori
interdetti: “Su alcuni aspetti centrali le risposte sono rimaste generiche o
hanno rinviato a certificazioni e procedure senza fornire gli elementi di
dettaglio necessari a una verifica indipendente”, osserva per Il Tascabile
Simone Siliani, direttore della Fondazione Finanza Etica.
Le domande portate da Fondazione Banca Etica vanno dritte al cuore
dell’inchiesta e ce n’è una che le mette insieme tutte: “Può Eni rendere
pubblici dati disaggregati sulla produzione effettiva di olio di ricino in
Kenya, anno per anno dall’avvio del progetto – volumi raccolti, volumi
acquistati dagli aggregatori, volumi effettivamente processati nella raffineria
di Gela – e i relativi pagamenti erogati agli agricoltori? Questi dati
permetterebbero di valutare in modo indipendente l’impatto economico reale del
progetto sulle comunità locali, rispetto alle dichiarazioni ufficiali”.
Nella risposta a essa pervenuta, però, Eni oppone il segreto dei dati economici
in questione: “Le informazioni richieste sono riservate in quanto di natura
commerciale e strategica”. Una risposta lapidaria su cui torna a riflettere il
direttore della Fondazione Finanza Etica, Siliani: “Se il progetto viene
presentato come un modello di sviluppo sostenibile per le comunità locali,
allora è essenziale rendere pubblici i dati che ne misurano i risultati
concreti. Senza numeri verificabili su produzione, acquisti e remunerazione
degli agricoltori, la valutazione resta affidata esclusivamente alle
dichiarazioni dell’azienda”.
Una lunga inchiesta
Il primo lato delle perplessità da cui sono scaturite le domande a Eni riguarda
il coinvolgimento degli agricoltori kenioti. Nelle testimonianze raccolte e nei
report consultati, alcuni agricoltori raccontano di essere stati in qualche modo
raggirati, altri esprimono insoddisfazione. Le situazioni cambiano molto a
seconda delle zone, ma, salvo rarissime eccezioni, restituiscono un quadro
negativo.
> Se il progetto viene presentato come un modello di sviluppo sostenibile per le
> comunità locali, allora è essenziale rendere pubblici i dati che ne misurano i
> risultati concreti.
Tra le quarantaquattro storie documentate da SourceMaterial c’è, a titolo di
esempio, quella di Katsele Shauri Mitsanze, un’agricoltrice di quarant’anni
convinta da un intermediario a sostituire la propria coltivazione di mais con il
ricino, che Eni avrebbe poi trasformato in carburante verde per clienti come
BMW, EasyJet e Ryanair. Da quel mais dipendeva l’economia domestica della donna
e dei suoi sette figli. Ma quegli stessi intermediari non si sono più presentati
e la famiglia di Mitsanze ha finito per soffrire la fame. Politico cita anche le
cinquanta testimonianze raccolte nel maggio 2025 da Valerio Bini, professore
dell’Università di Milano. Qui gli agricoltori, nella quasi totalità dei casi,
hanno raccontato di aver convertito al ricino terreni che precedentemente erano
destinati alla produzione alimentare.
Tra chi si occupa da lungo tempo dell’agri-feedstock della società di San Donato
Milanese c’è l’associazione A Sud, che a fine marzo 2025 si è recata fra le
piantagioni di ricino con Carlotta Indiano. Le venti testimonianze raccolte
confermano il malessere già ascoltato tra i contadini e hanno a loro volta
alimentato le domande presentate a Eni durante l’assemblea degli azionisti.
“Oltre alle ricerche autonome sul territorio e ai nostri articoli giornalistici,
che sono poi confluiti in due report, sui biocarburanti in Kenya va registrato
un bel lavoro di rete dall’Italia, condotto da ONG come Transport & Environment,
ReCommon e ActionAid, organizzazioni che stavano già lavorando sul Kenya e sulla
filiera dei biocarburanti”, spiega al Tascabile Andrea Turco, che per
l’associazione A Sud cura proprio l’Osservatorio Eni.
> Gli agricoltori, nella quasi totalità dei casi, hanno convertito al ricino
> terreni che precedentemente erano destinati alla produzione alimentare.
Dinanzi ai chiarimenti chiesti da A Sud attraverso l’ausilio di Fondazione Banca
Etica, Eni sostiene che i casi riportati di mancato adempimento rappresentino
una quota minimale rispetto ai 130.000 agricoltori coinvolti nel progetto: lo
0,03% del totale. Ma, come commenta Turco, “l’azienda minimizza una serie di
problemi emersi ormai su più fronti e che formano un blocco innegabile. Le
interviste raccolte in Kenya sono a campione, certo, ma vanno tutte nella stessa
direzione. Inoltre, questa minoranza merita in ogni caso la massima attenzione”.
La catena opaca degli aggregatori
Nelle risposte all’Assemblea, la principale azienda energetica italiana sembra
imputare parte delle responsabilità agli “aggregatori”, ovvero gli intermediari
che hanno il ruolo di convincere gli agricoltori a convertire i propri campi in
ricino e poi di pagare il raccolto. Scrive infatti: “Nei pochi casi in cui Eni
Kenya ha appreso che l’aggregatore, nonostante l’obbligo contrattuale, non ha
seguito correttamente la raccolta dei semi prodotti, il contratto tra Eni Kenya
e l’aggregatore è stato rescisso”.
Ma il punto è che il progetto sembra poggiare su una filiera costruita per
successivi livelli di intermediazione. Ci sono società come Safa e Agricycle,
ingaggiate da Eni per verificare il rispetto degli standard di qualità sulle
colture di ricino. Sono poi queste stesse società a occuparsi dell’ingaggio
degli aggregatori che operano nelle campagne. “Parliamo di figure locali,
prevalentemente keniote, anche se in alcuni casi ci sono pure italiani
coinvolti. Sono soggetti già attivi sul territorio o comunque contattati nel
contesto della filiera – spiega ancora Andrea Turco – e dunque è un meccanismo
dove la catena dei controlli e dei comandi rischia di opacizzarsi facilmente”.
> Il progetto sembra poggiare su una filiera costruita per successivi livelli di
> intermediazione: un meccanismo dove la catena dei controlli e dei comandi
> rischia di opacizzarsi facilmente.
Come rilevato dalle verifiche di SourceMaterial, alcuni aggregatori si sarebbero
dimostrati sprovvisti del certificato ISCC (International Sustainability and
Carbon Certification), il sistema di certificazione chiamato a garantire, tra le
altre cose, che il ricino non andasse a rimpiazzare colture alimentari nelle
campagne.
Quando il ricino scarseggia
C’è un altro punto, questa volta di natura più commerciale, che emerge
dall’inchiesta di Politico. A metterlo in rilievo è Transport & Environment, ONG
ambientalista europea indipendente che si occupa di politiche dei trasporti,
energia e clima. A spiegarlo è Carlo Tritto, responsabile carburanti sostenibili
dell’ufficio italiano dell’organizzazione.
“La nostra analisi si basa su dati doganali. Eni sembra avere importato in Kenya
una quota molto rilevante di colza dal Sudafrica: parliamo dell’80% di quanto
poi ri-esportato in Italia dalla sussidiaria keniota di Eni. Secondo quanto è
possibile ricostruire, le quantità di colza sarebbero dunque coltivate in
Sudafrica, importate in Kenya, dove i semi vengono schiacciati negli agri-hub
locali per poi essere spediti in Italia, nella raffineria di Gela, dove vengono
affinati in biocarburanti e venduti nel mercato dei carburanti aerei
sostenibili”, spiega Tritto: “È uno scenario che apre una serie di problemi.
Primo: la colza è una coltura alimentare, un food crop, e quindi non
rispetterebbe i criteri fissati dalla Renewable Energy Directive dell’UE, il
quadro legislativo generale per la promozione e l’espansione dell’energia
rinnovabile nei diversi settori dell’economia europea, incluso quello dei
trasporti. Secondo: l’azienda avrebbe ricevuto più di 200 milioni di
finanziamenti pubblici ‒ inclusi quelli del Fondo italiano per il clima ‒ per la
coltivazione di biomassa non in competizione con la filiera alimentare in Kenya,
mentre, in realtà, coltiva colza in Sudafrica”.
La direttiva europea spinge progressivamente a ridurre il ricorso a materie
prime legate al mercato alimentare, orientando la produzione di biocarburanti
verso feedstock non alimentari, scarti e residui agricoli e industriali.
> Che entri un solo litro, un ettolitro o una quota significativa di colza,
> bisogna comunque spiegare perché una coltura alimentare venga usata per
> produrre energia.
Inoltre, e qui il discorso torna al Piano Mattei, se nel presentare il progetto
è stato sottolineato il coinvolgimento degli agricoltori locali kenioti,
chiamati a mettere a frutto terreni marginali, l’importazione di colza
sudafricana cambia il senso complessivo dell’operazione. Nelle risposte fornite
all’assemblea degli azionisti del maggio 2026, il “cane a sei zampe” dichiara
che la colza importata dal Sudafrica, nella variante dei semi di canola, si
attesta al 40%. Una quota usata, scrive Eni, per “garantire la continuità
operativa degli impianti industriali, anche in considerazione dei cicli agricoli
stagionali”.
Eppure, riflette Tritto, “che entri un solo litro, un ettolitro o una quota
significativa di colza, bisogna comunque spiegare perché una coltura alimentare
venga usata per produrre energia. Il dato va anche in contrasto con i criteri
legati ai finanziamenti della Banca mondiale, che vorrebbero escludere colture
alimentari o non coerenti con la logica del progetto”.
Chi controlla i certificatori
Anche quando ridimensiona le quantità importate rispetto alle stime di Transport
& Environment, il colosso energetico non fornisce ulteriori dettagli sulla
tracciabilità della filiera e sulle verifiche effettuate lungo i diversi
passaggi industriali e commerciali. Eni spiega nelle sue risposte: “La
coltivazione della canola, varietà di colza, in Sudafrica è stata effettuata su
terreni severamente degradati, ovvero con contenuto di sostanza organica
inferiore al 2%”.
La sostenibilità dei biocarburanti dipende però in modo decisivo dalla
provenienza e dalla natura della materia prima utilizzata. E i sistemi chiamati
a certificare questo passaggio in modo incontrovertibile, secondo le
organizzazioni critiche, sarebbero tutt’altro che infallibili. Intanto, gli enti
di certificazione – ad esempio per le certificazioni ISCC – sono molti, e questo
rischia di generare una sorta di corsa al ribasso: se un certificatore non
“passa” il prodotto, un operatore può rivolgersi comunque a un altro. Inoltre,
gli standard di certificazione nascono dentro un sistema largamente volontario,
in cui un ruolo rilevante è giocato dallo stesso mondo industriale. “È un
sistema che non offre garanzie sufficienti sulla reale sostenibilità di una
materia prima, specialmente perché gli interessi economici in gioco sono molto
forti”, spiega Carlo Tritto.
> La sostenibilità dei biocarburanti dipende in modo decisivo dalla provenienza
> e dalla natura della materia prima utilizzata.
Uno degli standard riconosciuti anche dall’UE per la certificazione della
sostenibilità dei biocarburanti è l’ISCC (International Sustainability and
Carbon Certification) a cui si è accennato poco sopra. È a esso che Eni si
affida per verificare la conformità del proprio progetto alle norme europee.
L’ISCC viene citato in numerose risposte come garanzia di controllo,
sostenibilità e rispetto degli standard etici nelle coltivazioni di ricino in
Kenya e di colza in Sudafrica. Ma anche questo sistema è stato recentemente
investito da forti contestazioni. L’ISCC è finito sotto esame dopo che uno dei
circa 200 enti certificatori all’interno del suo schema ha ricevuto accuse di
irregolarità nelle importazioni di derivati dell’olio di palma dal Sud-Est
asiatico. Nell’ambito dell’inchiesta sono state arrestate undici persone, tra
soggetti governativi e industriali, mentre la frode fiscale contestata
ammonterebbe a circa 900 milioni di dollari.
Biocarburanti, un salvagente per i motori a combustione
Nei suoi documenti iniziali Eni puntava a produrre 30.000 tonnellate di olio di
ricino nel 2023, poi ridimensionate a 20.000. Ma quando si legge il Report di
sostenibilità di Eni del 2025, si scopre che in un intero anno l’azienda è
riuscita a portare nelle proprie bioraffinerie di Gela e Venezia solo 6.960
tonnellate di materie prime agricole provenienti da Kenya, Tanzania e Sudafrica.
Il grosso del rifornimento continua ad arrivare dall’Indonesia e dalla Malesia,
con più di 550.000 tonnellate di oli derivanti da rifiuti e residui vegetali.
L’Italia, dati alla mano, come abbiamo visto, importa dall’estero una quota
enorme di biomasse: circa il 90%.
Nonostante questi numeri tutt’altro che esaltanti, i biocarburanti vengono
presentati con un ruolo centrale nella strategia industriale di Eni. Non si
tratta solo di un segmento “verde” del business, ma di un tassello decisivo
nella riconversione delle vecchie raffinerie italiane – Porto Marghera, Gela e,
dal 2026 con un finanziamento della Banca europea per gli investimenti (BEI),
Livorno – in bioraffinerie. Non solo, Eni prevede di riconvertire entro il 2030
anche i siti di Sannazzaro (anche questo con un finanziamento da 500 milioni
balla BEI), in provincia di Pavia, e quello di Priolo, in provincia di Siracusa,
in partenariato con IP. Su questo terreno, il governo si è schierato con
decisione a favore della linea sostenuta dal colosso italiano dell’energia a
controllo pubblico di fatto.
> L’Italia, dati alla mano, importa dall’estero una quota enorme di biomasse:
> circa il 90%.
“Sui biocarburanti Eni e il governo italiano hanno gettato la maschera: se prima
si sosteneva che fossero utili per la decarbonizzazione dei trasporti, ora si
sostiene apertamente che permettono di proseguire con un modello di mobilità
ancora molto dipendente dall’auto privata e dai mezzi a combustione”, commenta
ancora Andrea Turco per A Sud: “Eppure i volumi di feedstock importati ci
raccontano come il loro ruolo non sia sostenibile in un’ottica di sostituzione
su larga scala delle auto alimentate da combustibili fossili”.
Sulla stessa linea si muove Carlo Tritto di Transport & Environment: “Se le
biomasse da cui sono prodotti sono realmente sostenibili, è vero che i
biocarburanti possono dare un loro contributo alla transizione energetica, ma i
volumi di tali materie prime sono limitati e dovrebbero venire dalla chiusura di
processi circolari e legati a filiere realmente residuali. Oggi, all’opposto, la
grandissima parte delle materie prime impiegate per la bioraffinazione è di
importazione. Invece, il settore dell’automobile e soprattutto quello oil & gas
usa spesso i biocarburanti per chiedere un rilassamento delle regole, in
particolare rispetto allo stop alla vendita di auto nuove a combustione interna
dal 2035, ma non dice che i volumi di biofuels sarebbero altamente insufficiente
a coprire il fabbisogno energetico del settore e anzi, li toglie da quei settori
hard to abate, come il settore aereo, che ne avrebbero bisogno dei limitati
quantitativi sostenibili”. Così questi combustibili vengono presentati come
soluzione climatica, quando in realtà, come un salvagente, manterrebbero in vita
infrastrutture, motori e interessi legati ai carburanti fossili.
L’aiuto “a casa loro” si fa business
L’operazione keniota, si è detto, si inserisce nel Piano Mattei. È proprio qui
che il caso Kenya diventa un banco di prova della strategia nazionale varata,
come spiega il Consiglio dei ministri, “per imprimere un cambio di paradigma nei
rapporti con il Continente africano e costruire partenariati su base paritaria,
superando la logica donatore-beneficiario e generando benefici e opportunità
reciproche”.
Il Piano Mattei coordina e sostiene iniziative agricole, energetiche,
infrastrutturali, sanitarie e formative, spesso realizzate con imprese italiane
e istituzioni finanziarie internazionali. Tra i progetti più rilevanti figurano
il Corridoio di Lobito, le coltivazioni agricole nel deserto algerino, gli
investimenti agroalimentari in Senegal e Costa d’Avorio, gli impianti energetici
in Egitto e Mozambico, oltre alla filiera dei biocarburanti di Eni in Kenya. La
dotazione iniziale indicata per il Piano è di 5,5 miliardi di euro, articolata
tra crediti, contributi a fondo perduto e garanzie.
> Questi combustibili vengono presentati come soluzione climatica, quando in
> realtà, come un salvagente, manterrebbero in vita infrastrutture, motori e
> interessi legati ai carburanti fossili.
Di queste risorse, 2,5 miliardi provengono dai fondi della cooperazione allo
sviluppo, mentre altri 3 miliardi fanno capo al Fondo italiano per il clima, uno
dei principali strumenti finanziari del Piano Mattei. Il Fondo è stato istituito
per sostenere “iniziative nei settori delle energie rinnovabili e
dell’adattamento agricolo al cambiamento climatico, per il ripristino della
biodiversità e per l’uso sostenibile delle risorse naturali”. Nel maggio 2026,
però, la Corte dei conti ha avviato, con una propria delibera, un’analisi sulle
criticità dello stesso Fondo, richiamando in particolare la “scarsa attrattività
dei progetti per i soggetti finanziatori, anche a causa della limitata capacità
tecnica locale e della complessità dei contesti operativi, soprattutto quelli
africani; fattore che incide sulla capacità del Fondo di mobilitare ulteriori
risorse e di consolidare una filiera progettuale più strutturata e
continuativa”.
Come la stessa Giorgia Meloni ha spiegato nel discorso di apertura del vertice
Italia-Africa del 29 gennaio 2024, il Piano Mattei nasce anche per “garantire
[…] il diritto a non dover essere costretti a emigrare”, realizzando nei Paesi
africani “un’alternativa fatta di opportunità, lavoro, formazione e percorsi di
migrazione legale”. In altre parole, il Piano viene presentato anche come uno
strumento di sviluppo per “aiutarli a casa loro”, per usare uno slogan che, alla
prova del caso Kenya, mostra già limiti stridenti. Se un’iniziativa presentata
come partenariato agricolo, climatico e produttivo finisce invece per dipendere
da filiere opache, dall’impiego di colture alimentari importate e da interessi
energetici italiani, mentre tanti piccoli agricoltori locali denunciano di
essere stati danneggiati, la promessa di una cooperazione paritaria con l’Africa
indossa una maschera ambigua.
L'articolo I dubbi sul biocarburante del Kenya proviene da Il Tascabile.
G ruppi di donne siedono a gambe incrociate sull’erba secca e dorata. Parlano
appena fra loro, fasciate dai teli nakatuko attendono il turno per le cure. Di
uomini non se ne vedono, stanno lontani almeno 50 chilometri, a transumare le
mandrie fra sorgenti d’acqua, ma ci sono i dottori e le dottoresse in camice
bianco che dispensano farmaci, per i vermi intestinali, la tubercolosi. Sotto ai
rami sottili degli alberi di acacia misurano il diametro delle braccia ai bimbi
con lacci colorati: serve a monitorare i casi di malnutrizione. Il profilo bruno
e morbido del monte Moroto si stende all’orizzonte della savana, vastissima
verso est, fino al Kenya e l’Etiopia, disseminata di radi villaggi.
È la Karamoja, una regione da sempre tanto orgogliosa quanto isolata, abitata da
pastori seminomadi che vivono in una simbiosi intima con i loro pascoli. Siamo
sulla frontiera orientale dell’Uganda, fra i medici che operano in programmi
sanitari, coordinati da associazioni non governative e autorità locali. È
un’area estrema, a tratti abbacinante, dove emergono nette le cupe conseguenze
per il sistema sanitario locale generate dall’improvviso congelamento dei fondi
USAID.
Con 43 miliardi di dollari l’anno (circa l’1% del bilancio USA), la United
States Agency for international development contribuiva all’80% della linea di
finanziamento mondiale della cooperazione e al 40% degli aiuti umanitari
globali, nei Paesi più poveri e sfruttati del mondo. Come l’Uganda, dove USAID
ha coperto fino al 2024 oltre la metà dei bilanci del ministero della Salute. Il
contributo in assistenza sanitaria – si leggeva in una pagina del U.S.
Department of State oggi rimossa – nel 2024 era stato di 471 milioni di dollari,
su una manovra complessiva di soli 750 milioni. Ma da gennaio 2025, la
presidenza Trump ha deciso prima di congelare l’Agenzia, per poi chiuderla
definitivamente dal primo luglio. Poche attività sono state assunte dal
dipartimento di Stato e tutte le altre giudicate non in linea con gli obiettivi
del governo americano sono state abbandonate.
Cure nella savana per donne Karamoja; fot. Orsola Bernardo.
“In Karamoja la nostra ONG ha dovuto sospendere alcuni programmi essenziali per
la salute riproduttiva e dei bambini, e ridurre azioni di lotta alla
tubercolosi”, spiega Simone Cadorin, Area coordinator di Medici con l’Africa
Cuamm, che è presente con multiformi attività in diverse zone dell’Uganda, per
la cura delle madri, dei bambini, delle malattie locali. Giriamo, con Cuamm, nei
presidi sanitari della Karamoja, dove la ONG collabora assieme ai medici locali.
Tra i più isolati, c’è il Sant Pius Kidepo, un Health Center III, piccolo
ospedale di frontiera (il III sta per terzo livello) dove ritroviamo le stesse
donne che ricevevano cure sotto i rami d’acacia nella savana. “Senza le risorse
di USAID non abbiamo più fondi per pagare otto delle nostre risorse umane”,
spiega la coordinatrice sister Virginia, nel suo ufficio stretto tra le stanze
ambulatoriali. “Per ora queste persone lavorano come volontarie, ma non so fino
a quando potranno continuare. Sono impegnate su più fronti, per i malati di
tubercolosi e per gli esami medici fra la gente dei villaggi, così come per le
cure della malaria e tanto altro”.
> In Karamoja emergono nette le cupe conseguenze per il sistema sanitario locale
> dell’improvviso congelamento dei fondi USAID.
Tagli, rinunce, danni e preoccupazioni s’incontrano anche al St. Kizito Hospital
di Matany, ospedale missionario alle porte di Moroto. I suoi padiglioni
circondati da alberi, dove i malati cercano ristoro all’ombra, i suoi porticati
che riparano dalle piogge tropicali, nel 2024 hanno accolto 14.533 ricoveri e
37.000 visite, di gente che arriva da remoti villaggi rurali. Qui Cuamm ha
appena avviato una nuova unità di terapia intensiva neonatale e implementa
numerosi progetti per la salute infantile e materna. Il suo più recente
intervento è un laboratorio per lo studio della resistenza agli antibiotici,
fenomeno in aumento anche in Africa, dove l’assuefazione agli antibatterici
passa anche per i mangimi degli allevamenti intensivi, e quindi per la catena
alimentare.
Con lo stop dei contributi di USAID, l’ospedale di Matany ha dovuto sospendere
il contratto a ventidue risorse umane impegnate per il contrasto dell’HIV/AIDS,
e ridurre di conseguenza i servizi per i malati, così come si è arrivati a
limitare l’attività di laboratorio di analisi dell’ospedale. “È un gigantesco
problema, un break down per i diritti umani”, scuote il capo preoccupata la
dottoressa Lilly Achayo, lei stessa ugandese della Karamoja e Health manager di
Cuamm.
La preoccupazione è ovunque. La fuga di USAID è andata a minare i gangli
logistici. Sono crollate le risorse anche per i sistemi informatici e lo
smaltimento dei rifiuti. Al Moroto Regional Referral Hospital, ospedale pubblico
della città, dove Cuamm fra le varie collaborazioni ha contribuito all’avvio
d’una banca del sangue, mancano i fondi per pagare lo stipendio a quarantasei
dipendenti, tra medici, infermieri, ostetriche, dottori, personale di
laboratorio e di supporto. Al Moroto Hospital, USAID finanziava anche programmi
per HIV, tubercolosi, malnutrizione, e per il funzionamento
dell’amministrazione. Ma non solo, perché c’erano anche le attività di
formazione e sensibilizzazione con la comunità locale, preziosissime per
prevenire o controllare il diffondersi di epidemie.
Che fare adesso? Nel suo ufficio dell’ala amministrativa il dottor Ngorok
riflette: “Occorre integrare i servizi, trasformare centri specializzati in
poliambulatori che curano più malattie. Ottimizzare. Siamo chiamati a una grande
sfida”. La risposta è in linea con la strategia abbozzata del ministero ugandese
della Sanità: accorpare, ridurre i reparti e fonderli, impiegare le risorse
umane su più fronti. In una parola: tagliare. Ma le ricadute sono stressanti,
sia per il personale già soverchiato dal lavoro, in una nazione dove si conta un
medico ogni seimila abitanti, sia per i pazienti. “È complicato curare i malati
di HIV e AIDS in reparti condivisi con altri degenti. I sieropositivi subiscono
stigma sociale, sono marginalizzati e finiscono per rinunciare alle cure”, ha
avuto modo di osservare Simone Cadorin di Cuamm.
> L a strategia del ministero ugandese della Sanità: tagliare. Ma le ricadute
> sono stressanti, sia per il personale già soverchiato dal lavoro, in una
> nazione dove si conta un medico ogni seimila abitanti, sia per i pazienti.
Le colline della capitale Kampala, che il giornalista ed esploratore Henry
Morton Stanley descrive con meraviglia nel suo Through the Dark Continent
(1878), oggi galleggiano sulla coltre di smog del traffico, congestionato da
flussi di Toyota e moto-taxi boda boda. È là, nei palazzi della città alta, che
il governo ugandese è al lavoro per rimediare alla voragine lasciata da USAID.
Nel nuovo anno finanziario 2025-2026 l’esecutivo ha stabilito di accrescere il
budget per la sanità del 14,5%. Il ministro delle Finanze, riporta Reuters, ha
annunciato nel 2024 un taglio del 98% all’indebitamento verso creditori esteri,
nonché il taglio di oltre un quinto della spesa pubblica complessiva. È uno
sforzo immane per una delle nazioni più povere al mondo, già schiacciata dal
debito pubblico e da sempre fedele alleata degli Stati Uniti nel groviglio di
guerre dell’Africa centrale. Ma Yoweri Kaguta Museveni dispensa ottimismo. A
gennaio si vota e l’ottuagenario presidente si presenta per il settimo mandato.
È alla guida della “perla d’Africa” dalla sua presa del potere contro Tito
Okello, quasi quattro decenni fa.
Ma Kampala è lontana dalla Karamoja, ci vogliono otto ore di jeep per
raggiungere il Nord, valicando le acque del Nilo bianco, che nel Paese divide il
Sud più evoluto e il Nord ancora vistosamente povero, con impressi i traumi
della lunga guerra civile. Fino a due anni fa la regione era ancora isolata e
dimenticata, come nel periodo coloniale inglese. La strada che porta alla città
principale Moroto si fermava a due ore dall’arrivo, il resto era terra battuta e
fango. Poi, qualcosa è cambiato e l’ultimo tratto di carreggiata è stato
finalmente ultimato, sono arrivati grandi investimenti cinesi. Le terre della
Karamoja ora fanno gola, si allarga l’estrazione di minerali rari, uranio,
cobalto, oro, argento, grafite, platino e ora c’è da organizzare il passaggio
dei camion. Dietro al monte Moroto come una voragine si è aperta la cava di
marmo più importante dell’East Africa e i blocchi pregiati prendono le rotte del
mercato mondiale. Il sito è in concessione alla cinese Sunbelt Marble Mining,
come cinese è la China Railway Construction Corporation che sta innalzando alle
porte della città un gigantesco cementificio da 6000 tonnellate al giorno, il
Moroto 6000 T/D. Già ogni mattina lunghe file di lavoratori camminano verso gli
scheletri dei capannoni, oltre i cancelli del sito che spazia per otto ettari.
Villaggio di pastori della Karamoja; fot. Fondazione Corti.
Per gli equilibri locali il cambiamento in corso è epocale. Dentro la savana,
nei villaggi Karamoja, la notte gli anziani attorno al fuoco raccontano, in
lunghissimi canti epici, le imprese degli avi guerrieri. Vacche e tori sono
sempre stati letteralmente al centro di ogni equilibrio e sistema, a partire dai
villaggi, dove s’intrecciano alte mura ad anello di rami per difendere i bovini
che muggiscono nel cortile più interno. Il valore di un uomo si misura in base
al suo ruolo da allevatore e a ogni occasione importante per leggere il futuro
si sviscera un toro e poi ci si cosparge delle sue interiora, è il rito
dell’Akiriket. Lo si fa prima dei matrimoni e delle guerre. Perché di conflitti
tra i clan dell’area ne esplodono con ciclicità, gli ultimi sono terminati da
poco. Tra il 2018 e il 2023, una tempesta di alleanze e contrapposizioni e
attacchi con i kalashnikov si è allargata fino ai villaggi del Kenya. Le guerre
scoppiano per i furti di mandrie o il controllo delle pozze dove abbeverarle.
“Mio marito è morto lo scorso anno nella guerra”, racconta una donna intenta a
sistemare le fascine sul tetto della sua capanna, circondata da sei o sette
bambini.
Ora che stanno arrivando gli investimenti delle aziende estrattive, ci sono
pastori Karamoja che abbandonano i villaggi. A Moroto, lontani dalle proprie
mandrie, in molti perdono ogni punto di riferimento e finiscono per buttarsi
via. Il consumo di alcol scadente e tossico, fortissimo, dilaga. Presto una
colata d’asfalto tapperà le buche della strada disastrata che taglia in due la
città, per favorire il via vai dei mezzi pesanti carichi di ogni materiale. Sono
sempre i cinesi a finanziarla. Moroto e la Karamoja si stanno trasformando in un
crocevia, arrivano ingegneri, operai, tecnici, trasportatori da fuori. Aumentano
i contatti, anche i rapporti sessuali. E mentre il business avanza, il servizio
sanitario arretra con la fuga improvvisa di USAID, e diventa sempre più
complicato monitorare il diffondersi di epidemie vecchie e nuove, dei focolai di
molox, il vaiolo delle scimmie o di ebola, che lo scorso anno si è riaffacciato
nel Paese con focolai a est verso la Repubblica democratica del Congo e nella
stessa Kampala.
> Il ministro delle Finanze ha annunciato nel 2024 un taglio del 98%
> all’indebitamento verso creditori esteri, nonché il taglio d’oltre un quinto
> della spesa pubblica complessiva. Uno sforzo immane per una delle nazioni più
> povere al mondo.
La scure più impietosa si è abbattuta sui finanziamenti per i malati di HIV e
AIDS. L’Uganda conta 1,4 milioni di sieropositivi ma nell’anno finanziario
2025-2026 sono stati sottratti 243,2 miliardi di scellini ugandesi alle cure. È
il buco più profondo, USAID è sempre stata il maggiore sponsor di PEPFAR (U.S.
President’s Emergency Plan for AIDS Relief), la più importante iniziativa
statunitense per il contrasto della malattia. Ora la situazione sta diventando
disperata in tutta l’Africa.
Le conseguenze ci vengono incontro a Gulu, il capoluogo della regione abitata
dal popolo Acholi, una città che di giorno trabocca di giovani, di attività e
microcommerci, di traffico e relazioni e incontri. Gulu però porta in sé anche
traumi profondi, tutti interiori, invisibili, nelle persone. Dalla presa di
potere di Museveni, a metà anni Ottanta, fino ai primi anni Duemila le strade di
Gulu, i villaggi attorno e tutta la regione è stata straziata dal sedicente
Lord’s Resistance Army, esercito di bambini e adolescenti, che di notte
bruciavano villaggi e rapivano altri bambini come loro.
Il capo di questa tragica guerriglia sbucata dalla guerra civile, quando nel
Nord del Paese si erano formati gruppi ribelli fedeli al vecchio governo, era
Joseph Kony, lui adulto che si dichiarava un medium e avvolgeva i suoi crimini
di guerra nelle torbide nebbie delle superstizioni sincretistiche. Parliamo di
uno degli episodi più allucinanti della storia africana contemporanea, con
30.000 bambini rapiti e trascinati nella giungla, sottoposti a violenze e
lavaggio del cervello, trasformati in carnefici capaci di produrre due milioni
di sfollati e centinaia di campi profughi. Un’armata sonnambula, più che un
esercito, disinnescata molto lentamente dai generali dell’Uganda e degli Stati
limitrofi, e ben utilizzata come alibi per armarsi fino ai denti. Oggi non c’è
famiglia dove non si conti un morto, un bambino soldato, una ex bimba
violentata, una mutilazione.
È in questa periferia che suor Dorina Tadiello e suor Giovanna Calabria, delle
Comboni Samaritans of Gulu, aiutano cinquecento donne che da ragazzine erano
state rapite e ridotte a schiave sessuali nel Lord’s Resistance Army e oggi sono
quarantenni rinnegate dalla comunità. Le due religiose comboniane sono vicine
anche ai ragazzini e alle ragazzine di Gulu, figli della generazione rovinata
dalla guerra, degli ex bambini soldato o delle famiglie disfunzionali, spesso
reduci dei campi profughi. Divisi in gang, la notte i ragazzi di strada girano
per la città, l’area del mercato, i suoi portici, rubano, picchiano, diventano i
padroni delle strade. Sono innumerevoli e per loro le suore comboniane hanno
attivato tanti progetti di ascolto e aiuto, dai laboratori di teatro a una
fattoria sociale con maiali e vacche.
> O gni mattina lunghe file di lavoratori camminano verso gli scheletri dei
> capannoni, oltre i cancelli del sito di un gigantesco cementificio. Per gli
> equilibri locali il cambiamento in corso è epocale.
In un’area così complessa, la pandemia dell’AIDS per decenni ha mietuto vittime
con contagi esponenziali. E ora non ci sono più fondi per garantire la
distribuzione dei farmaci antiretrovirali. Lo apprendiamo all’ospedale di Lacor,
struttura alle porte di Gulu, sostenuta dalla Fondazione Corti. I suoi settemila
sieropositivi in cura oggi vivono col fiato sospeso, in attesa del loro futuro,
perché non sanno se continueranno a ricevere le medicine. Non è ancora chiaro,
infatti, se sarà ancora possibile avere gratuitamente gli antiretrovirali che
permettono di tenere a bada l’HIV. Se così non fosse, sarebbe un balzo indietro
di decenni nel progresso della cura all’AIDS.
Cortile centrale del St. Mary’s Hospital, Lacor; fot. Mauro
Fermariello/Fondazione Corti.
“Le nostre scorte sono terminate e al momento ci stiamo affidando a quelle di
centri sanitari governativi. La nostra responsabile per i farmaci
dell’ambulatorio HIV è quotidianamente alla ricerca di medicinali, – avverte
Dominque Atim Corti, presidente della Fondazione Corti e medico – Ad oggi i
pazienti stanno ricevendo le loro cure e le ambulanze del Lacor continuano a
distribuire medicine nei villaggi, ma nessuno sa fino a quando questo sarà
garantito”. Prima di essere smantellata, lo scorso gennaio, USAID aveva affidato
la catena di approvvigionamento dei farmaci antiretrovirali ad agenzie non
profit e altri enti, che si occupavano di tutti gli aspetti, dalla logistica,
alla distribuzione. Ora il sistema è bloccato. E senza sovvenzioni la cura
costa 80 dollari all’anno per adulto e 140 per bambino. Una cifra impossibile
per la maggior parte della popolazione.
“Parliamo di uomini e donne che conosciamo uno a uno, che guardiamo negli occhi.
Se non ci sono farmaci, queste persone torneranno ad ammalarsi, a divenire
scheletriche, mentre le cure permettono di lavorare, di tornare a vivere –
continua Dominque Atim Corti – Interrompere la terapia significa permettere al
virus di farsi più resistente: esploderanno malattie dei sistemi immunitari
indeboliti, le corsie si riempiranno di oncologici e di altre patologie”. In
tutto il mondo stanno anche precipitando le azioni di monitoraggio, prevenzione,
cure pediatriche e per i malati in stato avanzato. Si stimano 850.000 infezioni
da HIV aggiuntive e 30.000 decessi correlati all’HIV nei prossimi cinque anni,
se si realizzeranno le previste riduzioni degli aiuti internazionali. Lo spiega
l’organizzazione CHAI nel documento HIV Market Impact Memo.
Il Lacor Hospital è sempre stato un luogo attraversato dal vento della storia.
Negli anni Cinquanta l’ospedale è nato come piccolo centro missionario, e via
via si è andato strutturando in modo simile a una sorta di falansterio, capace
di contenere al suo interno qualsiasi servizio e di chiudersi come un bastione
mentre fuori crepitavano i kalashnikov della guerra civile e bambini e genti
cercavano rifugio al suo interno.
> In un’area così complessa, la pandemia dell’AIDS per decenni ha mietuto
> vittime con contagi esponenziali. E ora non ci sono più fondi per garantire la
> distribuzione dei farmaci antiretrovirali.
Con i suoi tre distretti distaccati conta 554 posti letto, tra visite e ricoveri
cura ogni anno 190.000 persone, quasi 9000 parti l’anno e oltre 6000 operazioni
chirurgiche: cifre che rendono l’idea dell’immenso lavoro svolto da questo
grande ospedale non profit. Piove, mentre Giulia Monti, Deputy director finance
della Fondazione Corti ci guida nei suoi articolati spazi, tra reparti e
padiglioni. In un cortile, sotto i rami di un albero, ci sono delle lapidi di
pietra nera. Custodiscono le spoglie dei fondatori Piero e Lucille Corti, di
altre persone che hanno reso Lacor un faro e del dottor Matthew Lukwiya, che nel
2000 ha perso la vita per ebola, dopo aver applicato procedure all’avanguardia
nell’arginarne la diffusione. In questi mesi il pericolo viene da altrove. Per
Lacor, come per gli ospedali della Karamoja, dell’Uganda, dell’Africa e di tutti
quei Paesi sfruttati e depredati a beneficio della parte ricca di mondo, la
crisi umanitaria sul punto di detonare ha il volto ornato dal cappellino MAGA
del presidente Trump.
L'articolo Cosa resta dopo la fuga di USAID proviene da Il Tascabile.