È il 31 dicembre 1853, il giorno della vigilia di Capodanno. Al Crystal Palace,
sorta di fantasmagorica epopea di vetro e ferro costruita a Londra due anni
prima per ospitare l’Esposizione universale, ventuno illustri scienziati e una
manciata di altri invitati stanno festeggiando il congedo dall’anno appena
passato, e più in generale da una stagione gloriosa per la geologia e la
paleontologia. A chi irrompesse nel mezzo della scena, apparirebbe questa
visione: alcuni scienziati siedono nel ventre gigantesco di quello che in un
primo momento può sembrare una creatura favolosa; si tratta di un modello in
scala reale di un iguanodonte realizzato dallo scultore Benjamin Waterhouse
Hawkins, uno dei molti costruiti con la consulenza di Richard Owen (colui al
quale si deve il termine “dinosauro”) proprio per l’esposizione al Crystal
Palace, la prima in cui la gente poteva posare “gli occhi su un dinosauro nella
sua presunta forma reale” (Edward Dolnick, A cena con il dinosauro, 2026).
Tra le portate della cena figuravano zuppa di finta tartaruga, merluzzo con
salsa alle ostriche, filetti di merlano, pasticcio di piccione in crosta,
costolette di montone al pomodoro, salmì di pernice, insieme a dolci di ogni
tipo e altri mezzi di stordimento culinario; Dolnick descrive così la bizzarra
cena che si stava consumando nel ventre della “bestia”: “l’intera serata fu un
tributo agli eccessi vittoriani, dagli abiti degli invitati alle enormi sculture
che affollavano lo studio d’artista”; il dinosauro “era tanto grande e alto che
i camerieri con i vassoi d’argento dovevano salire una scala per raggiungere i
commensali. La schiena della bestia era stata rimossa, per fare spazio ai
tavoli. Richard Owen, la star della serata assieme a Hawkins, sedeva al posto
d’onore del tavolo principale (ed era situato nella testa dell’iguanodonte)”. Lo
sfarzo della cena, il suo esasperato trionfalismo, non passano certo
inosservati, tanto che il Quarterly Review, parlando del banchetto, si chiede
scherzosamente: “Sauri, pterodattili tutti! […] Sognaste mai […] di una razza
che sarebbe venuta a sedere sui vostri sepolcri e a cenare sui vostri
fantasmi?”. In ogni caso, c’è poco da fare: il sepolcro è scoperchiato, così
come il “ventre del paleontologo”, nel quale fermentano gli umori di un’epoca
interamente ostinata nella propria caccia a un misterioso passato sepolto, da
dissotterrare.
“All’inizio degli anni cinquanta dell’Ottocento” scrive ancora Dolnick, “gli
scienziati erano esultanti. Geologi e paleontologi potevano esibire mezzo secolo
di risultati. Partiti dal nulla – prima del 1795 la parola geologia non
esisteva, e per paleontologia si dovette attendere il 1833 – avevano ottenuto un
trionfo dopo l’altro. Avevano scoperto mucchi di fossili, resuscitato
innumerevoli creature, spalancato le porte del tempo, combattuto i loro stessi
dubbi religiosi e sgominato i rivali fondamentalisti. Era ora di festeggiare”.
Ma questa arte della “resurrezione” del passato, proprio perché trionfale, non è
solo la ricostruzione di un mondo perduto ma la sua precisa invenzione: la
predisposizione di un secolo a trovare, in ciò che è sepolto, un mandato di
potenza per il futuro o (è l’esempio degli Stati Uniti) la causa della propria
“naturale” superiorità.
> Questa arte della “resurrezione” del passato, proprio perché trionfale, non è
> solo la ricostruzione di un mondo perduto ma la sua precisa invenzione: la
> predisposizione di un secolo a trovare, in ciò che è sepolto, un mandato di
> potenza per il futuro o la causa della propria “naturale” superiorità.
Passato e futuro ricevono in parte un marchio coloniale, vengono dominati da un
ingegno onnivoro che inevitabilmente fabbrica una parte di ciò che scopre, e la
arruola per i suoi scopi. Secondo quest’ottica, tanto il ventre del dinosauro
quanto il palazzo di vetro e la locomotiva sono tecnologie ugualmente moderne,
nonostante il loro intervallo temporale. Anzi: una tecnologia implica l’altra,
si trova a causarla: “durante l’epoca vittoriana si scavò a più non posso, per
costruire ferrovie, strade e canali. Gli operai a volte disseppellivano ossa
enormi e misteriose”. In questa fase il dinosauro, in quanto macchina
ricostruita ‒ avventurosamente e pezzo per pezzo ‒ dalla paleontologia,
partecipa a un clima culturale di esasperata fede nel progresso, che finirà per
inabissarsi con la titanica caduta a picco del primo Novecento, per poi
riemergere dopo la Seconda guerra mondiale. In ogni caso, il dinosauro è una
macchina integralmente moderna; ecco perché, “agli occhi dei vittoriani, le
enormi sculture” di Benjamin Waterhouse Hawkins esposte al Crystal Palace “erano
degne di essere celebrate quanto le macchine a vapore, la locomotiva o qualunque
altro simbolo di modernità e potenza”.
La fortuna del dinosauro è destinata a superare gli sfarzi di quella leggendaria
cena per il Capodanno: soggetta a cicli di assopimento e improvvisa ricomparsa,
la “dinomania” è la figura di un’ossessione per una creatura che, di decennio in
decennio, di sfigurazione in sfigurazione, ha incarnato un diverso modo di
riflettere la modernità, i suoi stendardi, i fallimenti e le fobie più
recondite. Se oggi tale mania pare parzialmente sopita è soltanto perché il
sogno tecnoentusiasta della de-estinzione non ha ancora raggiunto il proprio
pieno mandato: il potenziale di una risuscitazione ben oltre quelle suggerite da
film come Jurassic Park. È quindi decisivo, alla luce di questa agitazione,
ricominciare a frequentare il dinosauro (e il suo dilemma) secondo una “biologia
delle immagini”: un rapporto cioè che ne segua la vitalità, la latenza, la
formula d’irruzione, i pericoli d’estinzione sempre scongiurati e dunque anche
la ricomparsa ciclica nel discorso pubblico.
“Una delle continuità più sorprendenti nella storia delle immagini di dinosauri”
scrive infatti W.J.T. Mitchell “è il concetto di resurrezione, ovvero l’idea che
le immagini non siano semplici ricostruzioni o restauri, ma che riportino in
vita i morti. Il mito moderno centrale della resurrezione scientifica,
Frankenstein, viene a sua volta resuscitato nella storia di Jurassic Park, in
cui le nuove tecnologie dell’ingegneria genetica, della clonazione e
dell’informatica vengono mobilitate per creare un nuovo tipo di ‘animazione’ dei
morti. Ma l’idea di resuscitare il dinosauro non ha origine da Jurassic Park. È
centrale nell’esposizione pubblica del dinosauro fin dall’inizio”; e, diremmo
oggi, l’idea del dinosauro è essa stessa l’idea del re-boot, del remake, di un
passato che non si può lasciare andare ‒ che ha sempre-da-tornare. Per questo
l’immagine del dinosauro, questo vecchio “totem della modernità”, non ci ha
ancora davvero lasciati. La bizzarra cena vittoriana, sigillo di un’epoca,
lasciava già presagire che la vita simbolica del dinosauro
> sarebbe sopravvissuta più di quanto, nel 1854, si sarebbe potuto immaginare.
> Il dinosauro diventerà, infatti, il totem della modernità. Il suo gigantismo
> diverrà l’immagine vivente delle tecnologie moderne, in particolar modo dei
> grattacieli; i suoi connotati di violenza e di distruzione rapace nutriranno i
> modelli neodarwinistici del capitalismo come ordine naturale della società; il
> suo status di specie estinta evocherà l’emergente distruzione di massa e il
> genocidio come realtà globale del XX secolo, e la sempre maggiore velocità dei
> cicli di innovazione e obsolescenza. (Pictorial turn. Saggi di cultura
> visuale, 2017)
Dunque, nonostante il calare della dinomania, la domanda resta “attuale”: oggi
siamo ancora nel ventre del dinosauro? Oppure l’idea stessa del dinosauro si è
rivelata essere un dinosauro? Per rispondervi, occorrerà dissotterrare qualche
vicenda di vecchi fossili e giocattoli, passare per nuovi medioevi e
rinascimenti, trovare e perdere la frontiera, e partire da una bizzarra visione
cosmica.
The last dinosaur book
Nell’anno in cui scrive il suo libro sui dinosauri, il 1998, W.J.T. Mitchell è
Distinguished service professor of English and Art History alla University of
Chicago; rinomato studioso delle immagini, ha già pubblicato diverse opere,
inclusa Picture Theory (1994), dove attraversa la cosiddetta svolta visuale
(pictorial turn) della cultura contemporanea. Mitchell è dunque un iconologo,
che fino a questo momento non ha avuto rapporti approfonditi con la
paleontologia. Perché allora occuparsi di un tema considerato così triviale al
di fuori dell’ambito puramente scientifico?
> Soggetta a cicli di assopimento e ricomparsa, la “dinomania” è la figura di
> un’ossessione per una creatura che, di decennio in decennio, di sfigurazione
> in sfigurazione, ha incarnato un diverso modo di riflettere la modernità, i
> suoi stendardi, i fallimenti e le fobie più recondite.
Una prima risposta la dà Mitchell nell’introduzione al libro, che lui concepisce
come se fosse “l’ultimissimo” sul tema. Adottando proprio una prospettiva
cosmica: se una civiltà aliena, in un futuro remoto, dovesse piombare su un
pianeta Terra dove la vita umana è oramai estinta, troverebbe estremamente
affascinante la quantità di materiale che riguarda i dinosauri. Non parliamo
soltanto di fossili; anzi: il loro numero è esiguo se confrontato con la
quantità di riproduzioni di questo immenso gruppo di sauropsidi diapsidi. I
dinosauri sono ovunque, soprattutto negli anni Novanta della piena riesplosione
della dinomania, in parte innescata dal successo del film Jurassic Park (1993)
di Steven Spielberg, tratto dal romanzo di Michael Crichton. A rifletterci oggi,
dove pure assistiamo a un ritorno del Jurassic World e del suo franchise,
risulta difficile capire in quale clima culturale il libro di Mitchell (mai
tradotto in Italia) stesse venendo alla luce:
> Il mondo è invaso dai dinosauri: […] immagini, descrizioni, racconti, modelli,
> giocattoli, repliche di ossa, impronte e scheletri. Probabilmente ci sono più
> immagini di dinosauri sulla Terra alla fine del ventesimo secolo di quante ci
> fossero vere creature nell’antichità. Sono fuggiti dal laboratorio e dal
> museo, spuntando nei centri commerciali, nei parchi tematici, nei film, nei
> romanzi, nelle pubblicità, nelle sitcom, nei cartoni animati e nei fumetti,
> nelle metafore e nel linguaggio quotidiano. “Sono,” come mi ha recentemente
> detto un eminente paleontologo, “una malattia”.
L’immaginazione collettiva è contagiata da queste creature, in un miscuglio di
scienza, pseudoscienza, paccottiglia e mitologia, che vede le cose sversarsi una
sull’altra, fare di un termine già da principio confuso, “dinosauro”, l’oggetto
prediletto di un traffico di immagini che vanno dal gigantesco affresco
realizzato nel 1947 da Rudolph Zallinger per il Peabody Museum of Natural
History fino al McDonald’s Value meal a tema Jurassic Park promosso dalla catena
di fast-food nel giugno 1993. Peraltro, come racconta Britt Wray in un saggio
dedicato alla necrofauna, l’invenzione stessa del romanzo di Michael Crichton
nasce da un intrico di esplorazione scientifica, mania speculativa e puro
divertimento.
Nel 1983, a Bozeman, un gruppo di genetisti riuniti sotto il nome di Extinct DNA
Study Group s’incontra per discutere una questione allora marginale: è possibile
recuperare DNA da organismi estinti? L’atmosfera è quella di un convegno
specialistico, tecnica e prudente. Tra i presenti c’è George Poinar Jr.,
studioso di insetti conservati nell’ambra, materiale anidro e dunque favorevole
alla preservazione di strutture cellulari. L’ipotesi nasce da un dato concreto:
alcune zanzare cretacee, intrappolate nella resina, mostrano addomi rigonfi di
sangue. Se le cellule dell’insetto possono conservarsi, è plausibile che si
conservi anche il loro DNA; e se nel loro addome è presente sangue di dinosauro,
allora potrebbe esservi traccia anche del suo materiale genetico. Un articolo
pubblicato su Science, firmato da Poinar e da sua moglie Roberta Poinar,
documenta la presenza di organelli cellulari intatti in una mosca di 40 milioni
di anni conservata in ambra baltica; questo rafforza l’idea che frammenti di DNA
possano sopravvivere per tempi profondi.
> Negli anni Novanta l’immaginazione collettiva è contagiata da queste creature,
> in un miscuglio di scienza, pseudoscienza, paccottiglia e mitologia, che vede
> le cose sversarsi una sull’altra, fare di un termine già da principio confuso,
> “dinosauro”, l’oggetto prediletto di un traffico di immagini.
Il passo successivo è solamente teorico, ma comunque vertiginoso: estrarre le
sequenze genetiche residue, leggerne le basi e tentare una ricostruzione
genomica per via inversa, colmando le lacune con materiale genetico affine: “se
si fosse potuto estrarre il DNA dalle cellule di sangue del dinosauro
intrappolate nell’insetto a sua volta intrappolato nell’ambra, e poi leggere la
lunga sequenza di basi molecolari che costituiscono il DNA ‒ adenina, citosina,
timina e guanina, o più brevemente A, C, T e G ‒ si sarebbe potuto forse
‘resuscitare’ la creatura a partire dal suo codice”.
Chiaramente, le difficoltà tecniche superano la fattibilità del progetto; per i
ricercatori si tratta di una divertente speculazione, un primo accenno ‒ da non
prendere troppo sul serio ‒ di quello che potrebbe accadere in un futuro
prossimo. Decidono così di pubblicarla in una piccola newsletter accademica, ed
è qui che entra in gioco uno scrittore chiamato Michael Crichton:
> In qualche modo, Crichton entrò in possesso dell’articolo e contattò Poinar,
> chiedendogli se potesse attingere alle sue conoscenze per un romanzo che stava
> scrivendo. Poinar accettò volentieri, anche se Hendrik ricorda che suo padre
> in seguito lo rimproverò, pensando che avrebbe potuto intuire lui stesso il
> potenziale da bestseller ‒ un pensionamento anticipato non sarebbe stato male.
> Ebbe comunque l’umiltà di riconoscere che Crichton aveva svolto un lavoro di
> gran lunga superiore nel portare questa storia fuori dal laboratorio e dentro
> l’immaginazione del grande pubblico. (B. Wray, Rise of the Necrofauna, 2017)
Crichton intuisce che l’immagine del dinosauro resuscitato ha un potenziale
contagioso; Spielberg farà il resto. Ma come nel caso di Poinar, anche la
rappresentazione filmica di Jurassic Park intreccia speculazione e ideologia,
richiama un paradigma ‒ quello del “Rinascimento dei dinosauri” ‒ che deve molto
al suo celebre coniatore: Robert Bakker (ci torneremo tra poco). A cosa si
contrappone questa rinascita? Qual è la vita biologica dell’immagine del
dinosauro prima di questa modernità, e del suo nuovo bestiario? Per capire come
una specie possa diventare una figura da arruolare ideologicamente, occorre, con
Mitchell, entrare ancora nel ventre dell’ambivalenza che l’immagine del
dinosauro custodisce.
Figurarsi il dinosauro
Proprio perché, in quanto immagine, si tratta di un’invenzione relativamente
recente, databile alla metà del Ventesimo secolo, la figura del dinosauro può
essere risalita all’indietro, accolta e studiata nelle sue molteplici mutazioni,
tanto nei periodi di assopimento quanto negli smottamenti di senso; ma dove la
genealogia potrebbe sembrare progressiva, si rivela in realtà un modello
dialettico e punteggiato di controversia, dibattito e cambiamento di paradigma.
Ciò che è importante, di rappresentazione in rappresentazione, è il regime
figurativo in cui si iscrive, lo stilo con cui il corpo dell’animale-dinosauro è
scritto, descritto e aperto in mancanza di un coltello vero e proprio che ne
possa sventrare il corpo ancora vivo.
Prendiamo, ad esempio, il modo di figurarsi i dinosauri proposto, sul finire
dell’Ottocento (ovvero qualche decennio dopo i modelli di Benjamin Waterhouse
Hawkins al Crystal Palace) da Charles R. Knight, tra i primissimi artisti a
divenire celebre attraverso questo tipo di impresa rappresentativa. Le sue opere
commissionate dal Museo di Storia naturale di New York e poi via via da una
miriade di altre istituzioni (come il Museo di Storia naturale di Chicago o lo
Smithsonian Institution) imposero un canone formale di ricchissima ambivalenza,
fondendo insieme l’immagine del dinosauro di pachidermica lentezza tipica dei
primi modelli vittoriani e il dinamismo di creature che balzano, corrono e si
azzuffano in paesaggi sospesi ma vividissimi dove si legano l’ocra sabbioso e il
giallo della terra secca con il verde bruno della vegetazione. Ci ritroviamo in
enormi distese erbose, tra fiumi, laghi e vulcani fumanti che finiscono per
confondersi con la maestosità del cielo.
Charles R. Knight immagina i dinosauri di fronte a lui, li affronta corpo a
corpo per restituirli nella pittura, li “vede” nonostante un astigmatismo e una
miopia severa, aggravati per giunta da un incidente d’infanzia, tutti fattori
che, a 37 anni, lo rendono “legalmente” cieco. Figuriamocelo col naso incollato
alla tela e un paio di occhiali speciali che gli permettono di dipingere i suoi
scenari strabilianti, come nel salto del dripostauro del 1897, che esaltava un
dinamismo giocoso in contrasto con l’immagine “piombata” del dinosauro fin li
abbozzata, oppure come nel combattimento (certamente la sua opera più famosa)
tra triceratopo e tirannosauro. Un murale, questo, commissionato nel 1928 dal
Field Museum of Natural History di Chicago, che fece dire ad Alexander Sherman:
“è talmente amato da essere diventato il tipo di incontro ‘canonico’ per
rappresentare l’età dei dinosauri”.
> A fine Ottocento, in un’epoca della rappresentazione, che qualcuno definirà
> come la dark age, il Medioevo contrapposto a un nuovo Rinascimento, il
> dinosauro ha assunto il carattere di un’allegoria collettiva, in cui si può
> calare ogni forma di morale, di insegnamento, di monito o di slancio.
Ma cosa c’è dietro questo standard? Se formalmente, nonostante la celebrità, a
Charles R. Knight non è mai stata riconosciuta una grandezza figurativa e
artistica (ritorniamo al discorso dell’apparente “trivialità” del tema scelto),
comunque in pochissimi hanno influenzato la rappresentazione dei dinosauri come
lui. Proprio l’aver colto l’ambivalenza del dinosauro fa di Knight colui che ha
potuto restituirne il carattere di “figura mutaforma e di transizione, capace di
significare quasi tutto un minuto e quasi nulla quello successivo” (The last
dinosaur book). Ecco perché per Mitchell i dinosauri inventati da Knight sono a
tutti gli effetti schizosauri, “che uniscono novità scientifica e familiarità
kitsch, feudalesimo e tecnologia moderna, la selvaggina più pericolosa e quella
più sicura, l’agilità degli uccelli moderni e la goffaggine dei goffi
leviatani”. Già in quest’epoca della rappresentazione, che qualcuno definirà
come la dark age, il Medioevo contrapposto a un nuovo Rinascimento, il dinosauro
ha assunto il carattere di un’allegoria collettiva, in cui si può calare ogni
forma di morale, di insegnamento, di monito o di slancio. Il dinosauro trascina
con sé il peso di essere una creatura incomodata dall’estinzione, resuscitata
per diventare un’immagine spendibile in una pluralità di modi differenti; il
dinosauro serve cioè le cause in cui viene arruolato. Per questo nei bestiari
moderni dei dinosauri c’è sempre una lezione morale,
> un’omelia sul gigantismo, la violenza o l’estinzione. Morirono perché
> diventarono troppo grandi e non riuscirono a muoversi, migrare o adattarsi.
> Morirono perché divennero troppo specializzati; o perché migrarono e si
> trasmisero malattie a vicenda. […] Morirono perché erano così violenti da
> uccidersi a vicenda (uno scenario popolare della Guerra Fredda). Oppure non
> erano abbastanza violenti: divennero decadenti e degenerati, persero la loro
> virilità, competitività e spirito combattivo (questa è la linea di Roosevelt).
> Furono uccisi da una catastrofe naturale. Morirono perché Dio li spazzò via
> (questa visione vittoriana continua a sopravvivere nei tabloid contemporanei).
> Oppure (la mia preferita) furono rapiti dagli alieni e sono tornati sotto
> forma di rettiliani a bordo di dischi volanti.
Il dinosauro migra, s’ammutolisce e poi improvvisamente si riattiva. Dopo
Knight, bisognerà attendere gli anni Sessanta, l’alba appunto del famoso
“Rinascimento dei dinosauri”, per assistere a un nuovo modo di figurare queste
creature. L’eretico che le riporta nuovamente in vita (colui che sarà tra i
consulenti di Spielberg per Jurassic Park) è un paleontologo del New Jersey
conciato come un cowboy da romanzo western: Robert T. Bakker.
Eresia domestica
Quando irrompe nel mondo della paleontologia, Bakker si sente già destinatario
di un compito che spaccherà l’opinione scientifica fin dal suo esordio, alla
fine anni Sessanta. Allievo a Yale del celebre biologo John Ostrom, Bakker è
convinto che l’immagine impacciata dei dinosauri non corrisponda al vero; si
tratta di un errore che nasce dal voler accomunare queste creature ai rettili a
sangue freddo, mentre in verità i dinosauri sarebbero termofisiologicamente
prossimi ai mammiferi a sangue caldo, e dunque estremamente più sociali, più
reattivi e scattanti di come li avevano sin lì disegnati. È la tesi
dell’endotermia, che inaugura il rinascimento dei dinosauri e che troverà la sua
formulazione più estesa in un’opera, concepita come volutamente divulgativa, del
1986: The Dinosaur Heresies.
> Bisognerà attendere gli anni Sessanta, l’alba appunto del famoso “Rinascimento
> dei dinosauri”, per assistere a un nuovo modo di figurare queste creature.
> L’eretico che le riporta nuovamente in vita (colui che sarà tra i consulenti
> di Spielberg per Jurassic Park) è Robert T. Bakker.
Perché si possa dare un rinascimento, bisogna rovesciare quanto venuto
immediatamente prima: “il rinascimento dei dinosauri” spiega Andrea Cau, “aveva
bisogno di un modello negativo da contrapporre a sé, una fase oscura del passato
rispetto alla quale poter risplendere”. Nel saggio Il dilemma dei dinosauri
(2025), Cau ripercorre proprio questa crociata e le modalità in cui ideologia,
scienza e divulgazione “s’indecidono” tra loro, fino a confondersi e
impantanarsi. Quella di Bakker è, chiaramente, anche una battaglia ideologica
sulla rappresentazione, un’invettiva contro l’ortodossia che lo precedeva,
l’esempio puntuale su come una creatura estinta possa essere resuscitata
attraverso un dibattito sempre più esteso, che infetta tanto i convegni quanto
l’immaginazione popolare. L’animale è stanato, cacciato nella riserva sconfinata
dei passati per essere riportato in vita come “vettore dottrinale” ‒ una freccia
che punta a uno scopo preciso, per quanto “nobile”; “una frase del 1934 di
George Gaylord Simpson, uno dei massimi paleontologi evoluzionisti del xx
secolo, recita più o meno così: la paleontologia è la migliore forma di caccia
esistente. Il paleontologo non uccide la sua preda: la riporta in vita”. Così,
per sostenere la sua tesi, Bakker reinventa una genealogia della rivelazione di
cui lui è profeta, e che fa capo proprio a quell’Owen da cui deriva il nome
stesso di dinosauri; era stato Richard Owen, infatti, ad aver sostenuto per
primo la tesi del sangue caldo, poi affossata da decenni di ignobile
oscurantismo.
Non importa, spiega Cau, quanto questa affermazione fosse problematica e
forzata, poiché gli anni di Bakker “sono gli anni dell’acceso dibattito intorno
a queste ipotesi rivoluzionarie, durante i quali paleontologi e biologi
discutono e analizzano le prove pro o contro […]. Il dibattito diviene popolare.
Si formano due fazioni: una apertamente iconoclasta e anticonformista, l’altra
implicitamente conservatrice e scettica”. Questo dibattito finisce per
riattivare la carica energetica del dinosauro, facendo scattare una nuova epopea
della figurazione che svecchia tutta l’iconografia precedente e s’impone
nell’immaginazione collettiva fino a diventare un prodotto pop; è il segnale che
il dinosauro è pronto a diventare una divinità domestica, qualcosa che del
gigantismo di queste creature annuncia già una miniaturizzazione, che le porterà
poi, dopo il 2000, a un nuovo collasso. Ma negli anni Novanta tale
rimpicciolimento è parte integrante della dinomania, un processo che permette al
dinosauro di insinuarsi ovunque, di fare commercio dell’immagine dinamica che
Bakker ha rilanciato. Non a caso, i dinosauri di Steven Spielberg saranno
proprio quelli descritti nel The Dinosaur Heresies. Il cinema, sostiene Cau,
contribuisce a diffondere l’eresia di Bakker, fino a mutarla in una pericolosa
ortodossia; ugualmente, una nuova generazione di illustratori è
> ammaliata dal dinamismo drammatico dei dinosauri di Bakker e sposa
> immediatamente la causa esposta nel volume. Gregory Paul, John Gurche,
> Douglass Henderson sono alcuni degli artisti che in quegli anni hanno
> collaborato direttamente con Bakker e con altri esponenti della fazione
> “eretica”; sono i Donatello, i Tiziano e i Leonardo del “Rinascimento dei
> dinosauri”. L’impatto popolare delle loro opere, spettacolari, emozionanti e
> visionarie, non è meno importante delle parole scritte dall’eretico Bakker.
> Dinosauri atletici, muscolosi, immortalati in pose ardite, iniziano a popolare
> i libri di divulgazione, le riviste, escono dalle sale dei musei e conquistano
> i media. Il pubblico, specialmente, quello più giovane, si innamora senza
> difese dei “nuovi” giganti preistorici, ritornati in vita grazie a Bakker,
> “rinati” carichi di energia vitale, e rigetta senza remore l’iconografia del
> passato, in toto. I dinosauri si diffondono nella cultura popolare:
> giocattoli, cartoni animati, magliette, parchi a tema, in America è una mania
> che esplode senza ritegno in ambito commerciale, rasentando il ridicolo.
La mania del dinosauro è ovunque, e s’inserisce nella rappresentazione forgiata
e incoraggiata da Bakker. Quella che nasce come eresia endotermista diviene
definitivamente, con Jurassic Park, un canone estetico praticamente
incontestato, poiché diffuso e acquisito nell’immaginazione popolare: “una
vulgata sempliciotta adatta per il pubblico generico, nella quale postura del
corpo, metabolismo, origine degli uccelli, caccia di gruppo, piumaggio e cure
parentali erano mescolate alla rinfusa dentro un accattivante guscio realizzato
con la computer graphic”. Ancora oggi, quando la mania pare essersi assopita,
l’immagine del dinosauro che abbiamo è ancorata a quel rinascimento forzatamente
dualistico, basato su una contrapposizione che la biologia stessa nel frattempo
ha parzialmente smentito. Immaginare per esempio dinosauri colorati a sangue
freddo, oppure grigi e a sangue caldo, per alcuni è quasi una bestemmia ‒ eppure
ciò che sappiamo davvero è ancora limitato. “Pochissimo elementi del dibattito
successivo agli anni settanta” denuncia Cau “sono passati dalla letteratura
tecnica alla divulgazione. […] Ciò ha ristretto l’universo culturale del
profano, impantanandolo dentro un piccolo stagno di opzioni predefinite”.
L’iconografia del dinosauro ci dice insomma più sull’atmosfera in cui questa è
stata formulata e domesticata, piuttosto che sull’animale in sé.
Se nessuno ha mai visto “vivo” un dinosauro, abbiamo però potuto assistere negli
ultimi due secoli alla vita biologica delle sue immagini. E proprio là dove
l’immagine s’impantana ‒ là dove si fissa e sembra irrigidirsi in maniera
irrimediabile ‒ vi è un nodo ideologico che ci dice molto di noi. Da quel
pantano, il dinosauro si sporge per parlarci, o metterci in guardia.
Arruolare il dinosauro, inventare la frontiera
Come fa un’immagine relativamente recente nella storia dell’animale-umano a
divenire un mito fondativo che giustifica la grandezza (greatness) di un’intera
nazione come gli Stati Uniti d’America? Per tentare di capirlo, è bene tornare
alla copertina del libro The Last Dinosaur Book, che vede fronteggiarsi, in uno
scenario prototipicamente western, un duo di cowboy a cavallo e un gigantesco
sauropode il cui collo svetta sino al cielo. Si tratta di un dipinto di Bob
Walters nato per illustrare il racconto, a metà tra il western e la
fantascienza, di Sharon Farber: The Last Thunder Horse West of the Mississippi
(1988). Farber prende la furibonda lotta delle ossa (bone wars) che
nell’Ottocento animò l’esistenza e la rivalità di due paleontologi statunitensi,
Othniel Charles Marsh e Edward Drinker Cope, e la trasporta in uno scenario “a
ovest del Mississippi” dove una famiglia di montanari sostiene di aver scoperto
un sauropode, ed è disposta a cederlo al miglior offerente.
> L’America si può permettere di vivere in una perenne attualità dei segni,
> situando le proprie narrazioni in un territorio mitico in cui possono ancora
> coesistere dinosauri e cowboy; quel luogo, tra il fatto e la fantasia, è in
> fondo proprio la frontiera, là dove l’America è conquistata e sempre già
> persa.
La corsa alle ossa, parallela a quella all’oro, si trasforma nel racconto di
Farber tanto in una parabola della violenza distruttiva dell’epoca della
frontiera quanto nella testimonianza di come l’America sia capace di volta in
volta di reinventare il proprio mito fondativo, l’idea di un’origine che ‒
proprio perché mancante ‒ può essere manipolata. Cowboy all’assalto dei
“cancelli del cielo”, ma anche paleontologi chiamati a dissotterrare dal passato
le ossa di creature mirabolanti che testimoniano ‒ da lontano ‒ la grandezza di
quella terra benedetta. Quando Jean Baudrillard sostiene che “l’America
esorcizza la questione dell’origine, non ha il culto dell’origine né il mito
dell’autenticità, non ha un passato né una verità fondatrice”, egli spiega al
contempo la straordinaria capacità degli Stati Uniti di fare dell’origine una
questione mutante, un congegno di assorbimento di ogni genere di segno:
l’essenziale è servire allo scopo, raccontare la storia che si è deciso di
raccontare, non importa quanto sia davvero “autentica”.
Per questo l’America si può permettere di vivere in una perenne attualità dei
segni, situando le proprie narrazioni in un territorio mitico in cui possono
ancora coesistere dinosauri e cowboy; quel luogo, tra il fatto e la fantasia,
tra “il luogo reale e l’invenzione hollywoodiana” è, in fondo, proprio la
frontiera, là dove l’America è conquistata e sempre già persa. I paleontologi di
Farber “si trovavano sulla frontiera accanto a cowboy, indiani, trapper,
commercianti, fuorilegge e minatori”; inoltre, i dinosauri stessi finiscono per
somigliare ai cowboy poiché la loro grandezza tenace, la loro fierezza è
commisurata alla loro mastodontica fragilità. I cowboy si sono estinti, così
come i dinosauri: entrambi appartengono a un mondo scomparso e continuamente
rievocato. Scrive Mitchell:
> Da Natty Bumppo al Guerriero della Strada, l’uomo di frontiera è una specie in
> via di estinzione, sempre sul punto di scomparire all’orizzonte occidentale
> verso il tramonto. Altrettanto importante, tuttavia, è il ruolo del pioniere
> come pericolo deliberato o inconsapevole per le altre specie. Le pianure
> occidentali negli anni ‘70 del XIX secolo erano disseminate di ossa di
> bisonte, massacrati da cowboy e cacciatori professionisti come strategia
> deliberata per distruggere lo stile di vita indiano e sostituirlo con le
> attività civilizzate dell’allevamento del bestiame e dell’attività mineraria.
> Dai campi di battaglia disseminati di cadaveri della Guerra Civile, alle ossa
> lasciate dalle grandi mandrie di bestiame, agli scheletri di bisonte sbiancati
> lungo le linee ferroviarie transcontinentali, ai treni carichi di fossili di
> dinosauro che tornavano sulla costa orientale, il paesaggio del West americano
> era un vero e proprio cimitero.
Così, il western fantascientifico di Farber contiene tanto la grandezza eroica
dello scontro tra gli uomini quanto il loro inevitabile tracollo; tanto
l’immagine di una “nascita di una nazione” attraverso le ossa del passato quanto
il cimitero di ossa frutto della sanguinosa fondazione. Come narrato in un
altro romanzo capitale, Lonesome Dove (1985) di Larry McMurtry, là dove finisce
frontiera ‒ la sua stessa invenzione ‒ comincia davvero l’America; l’America che
produce ciò che finge di delimitare; l’America-dinosauro, l’America dei
dinosauri: figure dell’origine, figure della perdita.
Fossili dell’origine
“Se ogni nazione deve inventare un’origine e un’antichità per sé stessa” annota
Mitchell, “gli Stati Uniti cercarono le loro antiche origini nella natura. A
differenza dell’Europa, con le sue vestigia di antiche civiltà, la giovane
nazione americana aveva solo due risorse ‘aborigene’: i suoi popoli nativi, già
nella lista delle specie in via di estinzione a causa di malattie,
espropriazioni e violenza dei coloni bianchi; e la sua flora e fauna, molte
delle quali sconosciute in Europa, disponibili in un’abbondanza e una varietà
sconosciute nel Vecchio Mondo”. La Guerra delle ossa, il forsennato precipitarsi
nella lotta per scovare i fossili più “monumentali”, partecipa a questa
invenzione dell’origine attraverso il primato “naturale”. Mancando di una
cronaca che non sia quella della conquista e del devasto (le vicende della
“frontiera”, per l’appunto), ciò che l’America come nazione “trova” nel proprio
terreno è una specie di giustificazione alla propria “naturale” storia della
distruzione; insieme ai fossili dei dinosauri, la politica americana
disseppellisce un senso di predestinazione: “l’ossessione americana per le ossa
[…] lasciate da creature gigantesche ha una storia che risale all’indietro sino
ai padri fondatori, e che si intreccia inestricabilmente con un emergente senso
di destino nazionale deciso fin dal principio”. La salute degli Stati Uniti è
determinata dunque dall’abbondanza e dal primato dei suoi ritrovamenti: il dato
“naturale” diventa immediatamente politico.
> La Guerra delle ossa, il forsennato precipitarsi nella lotta per scovare i
> fossili più “monumentali”, partecipa a questa invenzione dell’origine
> attraverso il primato “naturale”. Insieme ai fossili dei dinosauri, la
> politica americana disseppellisce un senso di predestinazione.
Per questo chi fosse capitato, durante il mandato di Thomas Jefferson (il terzo
presidente degli Stati Uniti) nella East Room della Casa Bianca, avrebbe
trovato davanti ai suoi occhi una sorta di wunderkammer di paleontologia, una
“sala delle ossa” che lasciava trasparire la passione di Jefferson per i
fossili, in particolare per il mastodonte americano, l’antico parente degli
elefanti che egli, per molti anni, chiamò senza esitazione “il mammut”, convinto
peraltro che la specie non fosse realmente estinta. La sua curiosità scientifica
non si limitava all’ammirazione passiva: nel 1803 Jefferson organizzò e promosse
una delle più celebri spedizioni dell’epoca, quella di Meriwether Lewis e
William Clark, esortando gli esploratori a recarsi anche al Big Bone Lick State
Park nella contea di Boone, Kentucky, un sito noto per la concentrazione
straordinaria di fossili della megafauna pleistocenica.
Per Jefferson, il contatto diretto con questi resti rappresentava un tentativo
di comprendere la “composizione naturale” del continente americano, un intreccio
tra osservazione scientifica e visione politica, in cui la conoscenza dei
giganti del passato sembrava dialogare con il futuro della giovane repubblica.
Per tre decenni successivi alla Rivoluzione americana, Jefferson coniugò il suo
impegno pubblico ‒ prima come segretario di Stato, poi come vicepresidente e
infine come presidente ‒ con questo esercizio di speculazione politica, mirato
a rendere visibile l’ossatura stessa su cui veniva tirata su la nazione
americana, la sua vera e propria costituzione: “Jefferson non era dedito a
occupazioni oziose, e appare chiaro che la sua intensa ricerca di ‘ossa grandi’
fosse strettamente connessa alla sua visione della costituzione naturale della
nazione americana” (The last dinosaur book).
Il gigantismo del dinosauro partecipa a questo regime di visibilità, se ne fa
carico. Già da qui si intuisce come la narrazione modelli l’agire di una
nazione, la costituisca a tutti gli effetti. La vita biologica delle immagini
scelte non è accessoria, ma fondamentale al formarsi di un’identità. Per questo
seguire l’immagine del dinosauro significa seguire anche la storia americana, e
i suoi periodi di transizione. Jefferson, come politico, è chiamato ad abitare
una frontiera tra mondi, uno spazio di passaggio tra “la conoscenza
tradizionale, i racconti orali di mostri ‘dei tempi antichi’, e la nuova scienza
illuminista della paleontologia dei vertebrati, di cui diventerà il mecenate
americano”. Il suo ragionamento, secondo Mitchell, “oscilla tra mito e logica
giuridica, opponendosi alla ‘prova negativa’: Jefferson sosteneva che il fatto
che i territori del Nord restassero da mappare ed esplorare rendeva possibile
che il mammut potesse un giorno ricomparire o essere scoperto ancora vivo in
qualche remota regione settentrionale”.
> Per Jefferson, il contatto diretto con questi resti rappresentava un tentativo
> di comprendere la “composizione naturale” del continente americano, un
> intreccio tra osservazione scientifica e visione politica.
In questa costruzione retorica agisce una logica più insidiosa. Origine, perdita
e restaurazione costituiscono una sequenza incatenata e quasi fisiologica
dell’immaginario politico: ciò che appare scomparso continua a esercitare una
pressione simbolica, come un contagio che attraversa il tempo. L’immagine
mancante ‒ l’animale gigantesco di cui restano soltanto ossa ‒ batte sul tempo,
diventa figura inquieta che orienta il destino del racconto nazionale. Ciò che è
stato grande lo sarà nuovamente. Il dinosauro, o il mammut che lo precede nella
fantasia scientifica americana, è chiamato a ritornare, ancora e ancora. Reboot.
Il passato grandioso funziona come premessa mitica del futuro: la grandezza
primordiale della natura americana legittima la promessa di una prosperità
storica. Anche quando si saprà definitivamente estinto, il mammut viene
resuscitato come totem; esso si offre in tutto e per tutto come “il primo
‘animale politico’ simbolico degli Stati Uniti, emblema della visione di
Jefferson di un impero continentale in continua espansione di piccoli
agricoltori e artigiani”.
Oggi, più di due secoli dopo Jefferson, la vita biologica dell’immagine del
dinosauro sembra avere trovato l’ennesima fase di assopimento, ma essa continua
a perseguitare la politica americana, il modo in cui ci si rapporta a essa.
Oltre l’ossessione gigantista dei MAGA (Make America Great Again), sintesi della
triade origine-perdita-restaurazione, è Trump stesso ad apparire, secondo molto
commentatori, una specie di dinosauro in estinzione, rappresentante di un’intera
classe politica impegnata in maniera furibonda ad affermare un controllo su un
mondo che avrebbero già perduto. In una sua intervista con Owen Jones, il noto
cineasta americano Michael Moore ha definito Trump “un dinosauro, il
rappresentante di un mondo che sta per estinguersi, quello dei maschi bianchi
over 40 che hanno guidato il mondo per oltre 200 anni. Quello dei sostenitori di
Reagan, la cui maggior parte è morta”.
Contemporaneamente, in un’impossibilità dell’immagine di essere pacificata con
un unico senso, i dinosauri gonfiabili distribuiti gratuitamente ai manifestanti
dall’organizzazione Operation Inflation, sono impiegati come un atto di risposta
al trumpismo. “Il più grande atto di resistenza di fronte all’oscurità è la
gioia radicale” spiega l’organizzazione. E Andrea Colamedici, in un articolo
programmaticamente intitolato Come battere (davvero) Trump vestiti da polli,
rane e dinosauri, glossa così il manifesto politico dell’organizzazione: “i
manifestanti hanno capito che la battaglia decisiva si combatte
nell’immaginario, e che bisogna operare sul piano simbolico con la stessa
consapevolezza con cui Trump lo fa, ma ribaltandone completamente il registro”.
Se il dinosauro appare e “spare”, trionfa e poi s’inabissa, la sua vita
intermittente fa sì che esso appaia come uno dei Lost objects di Allan McCollum:
una distesa di ossa sempre pronte a ridivenire spettacolo di massa, polvere di
immagini. Il mastodontico si rimpicciolisce, pur continuando a dialogare in
tensione con questo mondo via via più “enormemente minuscolo”.
> Oltre l’ossessione gigantista dei MAGA, sintesi della triade
> origine-perdita-restaurazione, è Trump stesso ad apparire, secondo molto
> commentatori, una specie di dinosauro in estinzione.
Sulla soglia di progetti sempre più complessi e vicini riguardanti la
de-estinzione e la necrofauna, non sappiamo prevedere quali altre vite
l’immagine del dinosauro saprà innescare. Certo è che, come il drago medievale,
non se ne andrà mai del tutto. A ben guardare, il libro ultimo su dinosauri di
Mitchell non è stato poi davvero “l’ultimissimo”; e questo perché, chiudendo con
le sue parole: “abbiamo ancora molto da imparare dai dinosauri”.
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P er parlare davvero di Mary Poppins bisogna compiere un piccolo atto di onestà
con sé stessi: riconoscere che non stiamo parlando soltanto di un film Disney
del 1964, ma di un oggetto culturale che si è insinuato nel nostro immaginario
collettivo. È uno di quei titoli che molti credono di conoscere a memoria, che
sembrano rassicuranti, quasi innocui, e che invece, se osservati con attenzione,
rivelano una struttura narrativa sorprendentemente stratificata.
La trama, nella sua apparente semplicità, è lineare. Londra, inizi del
Novecento. La famiglia Banks vive in una casa elegante al numero 17 di Cherry
Tree Lane. Il padre, George Banks, è un uomo rigido, impiegato di banca,
convinto sostenitore dell’ordine, della disciplina e delle convenzioni sociali.
La madre, Winifred, è distratta dalle sue battaglie per l’emancipazione
femminile, figura affettuosa ma assente. I due bambini, Jane e Michael, sono
vivaci, fantasiosi, incapaci di adattarsi alle governanti che si susseguono e
fuggono una dopo l’altra. E poi c’è Bert, artista di strada, spazzacamino e
venditore ambulante. È in questo equilibrio precarioche irrompe MaryPoppins,
sospinta dal vento proveniente da est. Non si presenta come una semplice tata,
non chiede, non si adatta. Si impone con una sicurezza quasiimperturbabile.
Da quel momento, la casa dei Banks diventa il teatro di una trasformazione che
non riguarda soltanto i bambini, ma l’intera famiglia. Le giornate si riempiono
di magiche avventure; sotto la superficie musicale e coreografica, si muove un
filo narrativo preciso, la riconciliazione tra il padre e i figli, il recupero
di un’umanità soffocata dall’ossessione per il dovere e per il successo
economico. Il significato più immediato di Mary Poppins è quello di un inno
all’immaginazione come forza salvifica. Non una fuga sconsiderata dalla realtà,
ma una maniera per riabitarla in modo più autentico. La fantasia, nel film, non
distrugge l’ordine, lo riequilibra. Non nega la responsabilità adulta, ma la
rende più umana. Quando George Banks attraversa la crisi professionale e
personale che lo porterà a cantare “L’aquilone”, non è diventato un bambino. È
diventato un adulto capace di guardare il mondo con uno sguardo meno irrigidito.
La sua uscita nel 1964, in un’epoca di trasformazioni sociali e culturali,
amplifica ulteriormente il suo impatto. In un mondo occidentale sospeso tra
tradizione e modernità, tra disciplina postbellica e fermento rivoluzionario,
Mary Poppins propone una sintesi rassicurante ma non superficiale, il
cambiamento è possibile senza distruggere le fondamenta, la fantasia può
convivere con la responsabilità. Ed è forse per questo che il film continua a
essere oggetto di riletture, teorie, perfino complotti narrativi. Sono andato
alla ricerca di tutte queste interpretazioni, ho fatto un lavoro d’archivio
andando a cercare in forum e siti di tutto il mondo le ipotesi più o meno
assurde.
Se si pensa a Mary Poppins, la prima immagine che mi viene in mente non è
inquietante, non è perturbante, non è nemmeno misteriosa. È rassicurante.
> Il significato più immediato di Mary Poppins è quello di un inno
> all’immaginazione come forza salvifica. Non una fuga sconsiderata dalla
> realtà, ma una maniera per riabitarla in modo più autentico. La fantasia, nel
> film, non distrugge l’ordine, lo riequilibra.
Eppure, come spesso accade con i prodotti culturali che entrano nella nostra
formazione emotiva, a un certo punto qualcosa si incrina. Non il film in sé, ma
lo sguardo con cui torniamo a osservarlo. Crescendo, ci si accorge che certi
dettagli stonano leggermente. Che alcune dinamiche sono meno innocenti di quanto
sembrassero. Che sotto la superficie può celarsi un sottotesto più ambiguo.
La rete è diventata il luogo privilegiato di questa operazione di scavo quasi
ossessivo. Discussioni lunghissime, utenti che collegano universi narrativi
lontanissimi, che isolano fotogrammi, che analizzano battute come fossero
frammenti da decifrare. È in questo sottobosco digitale che Mary Poppins ha
conosciuto una seconda vita, non più fiaba musicale Disney del 1964, ma crocevia
delle più disparate teorie.
La prima e più immediata di queste ipotesi riguarda il rapporto tra Mary Poppins
e Bert. Alcuni teorizzano che Mary Poppins non sia solo capitata nella vita di
Bert per caso, ma che sia stata in passato la sua tata quando lui, bambino,
viveva un’infanzia difficile. La teoria si basa su un punto chiave: quando Bert
canta “Supercalifragilistichespiralidoso”, racconta di aver vissuto un periodo
della sua giovinezza in cui non parlava e di come quella parola magica abbia
cambiato tutto per lui. L’argomentazione di questa ipotesi è che solo Mary
Poppins avrebbe potuto insegnargli quella parola e che proprio lei gli avrebbe
mostrato come trovare gioia anche nel lavoro, da musicista ambulante, da
spazzacamino, da venditore di aquiloni. Questa lettura si basa su elementi
impliciti ma suggestivi, l’assenza di stupore di Bert di fronte alle magie di
Mary e la sua familiarità con la realtà soprannaturale.
Un’altra teoria che vede Mary Poppins e Bert protagonisti è quella in cui i due
sarebbero stati marito e moglie prima degli eventi del film. Questa ipotesi è
tra le più struggenti e complesse interpretazioni proposte dagli appassionati,
perché non si limita a ricollegare due personaggi in un legame non esplicito, ma
cerca di ricostruire un passato condiviso fatto di desideri, perdita e
accettazione. L’ipotesi, così come formulata in un thread su Reddit, prende
avvio da un’osservazione semplice ma carica di implicazioni. Nel film, Mary
Poppins e Bert non sono mai presentati come una coppia romantica, né viene mai
raccontato alcun passato comune, eppure tra loro si percepisce un’affinità, uno
sguardo complice, un modo di guardarsi che va oltre la pura amicizia.
> Crescendo, ci si accorge che certi dettagli stonano leggermente. Che alcune
> dinamiche sono meno innocenti di quanto sembrassero. Che sotto la superficie
> può celarsi un sottotesto più ambiguo. La rete è diventata il luogo
> privilegiato di questa operazione di scavo quasi ossessivo e Mary Poppins ha
> conosciuto una seconda vita.
In questa ricostruzione, Mary desiderava ardentemente diventare madre, e insieme
a Bert, un uomo pieno di spirito e dedito al lavoro, avrebbero cercato di
costruire una famiglia. Tuttavia, si suppone che Mary abbia sofferto
complicazioni legate alla possibilità di avere figli, un’incertezza medica o una
malattia che alla fine l’ha portata prematuramente via dalla vita terrena. Nel
frattempo, Bert si sarebbe trovato a gestire da solo le difficoltà economiche e
il peso dell’elaborazione del lutto, affannandosi tra lavori di strada, da
musicista ambulante a venditore di aquiloni, nel tentativo di mantenere intatta
la promessa di gioia che aveva condiviso con Mary. È interessante notare che la
teoria non si limita a immaginare un passato romantico tra i due, ma cerca di
spiegare anche il comportamento di Bert nel presente narrativo del film. La sua
abitudine a sdrammatizzare, il suo sorriso costante di fronte alle difficoltà,
persino il modo in cui affronta il rischio e la caduta sociale in un mondo che
premia ordine e disciplina, tutto questo verrebbe reinterpretato come un
meccanismo di sopravvivenza psicologica, un modo di onorare la memoria della
moglie e di mantenere viva la promessa di gioia che avevano fatto di portare
felicità ovunque andassero.
Nei commenti alla discussione, la reazione degli utenti è stata
sorprendentemente vivace. Alcuni esprimono entusiasmo per la profondità emotiva
della teoria, sostenendo che essa dia un senso all’intensità dello sguardo di
Bert verso Mary, come se lui stesse rivedendo la compagna defunta nelle scene in
cui appare particolarmente partecipe delle sue magie. Altri, pur trovando l’idea
affascinante, sottolineano che non esiste alcun indizio canonico nel film che
confermi un matrimonio passato tra i due, e che potrebbe trattarsi semplicemente
di un rapporto di amicizia profonda. Un ulteriore punto sollevato riguarda gli
sguardi finali di Mary a Bert verso la fine del film. Secondo i sostenitori
della teoria, la scena in cui lei sorride fugacemente a Bert prima di
allontanarsi non è affatto un sorriso di semplice affetto, ma un’espressione
intrisa di malinconia e di addio definitivo. Un momento in cui lei riconosce che
la sua funzione tra i vivi è conclusa e che deve permettere a sé stessa e a Bert
di lasciarsi andare. Questo particolare è letto dagli utenti come una prova
narrativa della possibilità che Bert stia cercando una forma di chiusura
emotiva, non solo nei confronti della famiglia Banks ma anche nei confronti
della perdita personale che lo ha segnato nel passato.
Altri commenti sollevano osservazioni critiche, ricordando che tale
interpretazione non sia in linea con il tono stesso del film, che è pensato per
un pubblico familiare e non affronta aperture narrative così cupe e intimamente
dolorose. C’è chi nota inoltre che la saga letteraria originale di Mary Poppins,
scritta da P.L. Travers, non offre alcun indizio in questo senso, rendendo la
teoria un puro esercizio di fanfiction emotiva piuttosto che una rilettura
basata su elementi canonici. Eppure, nonostante la mancanza di evidenze testuali
forti, la teoria mantiene un certo fascino proprio perché si fonda su temi
universali come amore, perdita, desiderio di appartenenza, difficoltà a lasciar
andare qualcuno che ha segnato la nostra vita. In questo senso, essa funziona
non tanto come spiegazione “ufficiale” dei retroscena del film, quanto come
interpretazione simbolica che rispecchia la vulnerabilità intrinseca di molti
spettatori. Mary Poppins non è solo la guida dei bambini Banks, è un archetipo
che incarna anche la cura, la maternità mancata, la compassione che vive oltre
la morte. Bert, dal canto suo, potrebbe rappresentare quella dimensione di chi
continua a vivere la gioia come atto di fedeltà a ciò che un tempo era stato
condiviso.
> Secondo una teoria, Mary Poppins e Bert sarebbero stati marito e moglie prima
> degli eventi del film e Mary sarebbe stata poi colpita da una malattia che
> alla fine l’ha portata via dalla vita terrena, diventando un archetipo che
> incarna la cura, la maternità mancata, la compassione che vive oltre la morte.
Un’altra teoria va oltre il legame diretto tra Mary e Bert e propone che il
signor Dawes senior, il banchiere anziano interpretato dallo stesso attore Dick
Van Dyke che interpreta Bert, sia in realtà il padre biologico di Bert. Questa
lettura sfrutta proprio il doppio ruolo dell’attore come indizio narrativo.
Secondo la teoria, non si tratterebbe di una scelta di casting casuale, ma di
una connessione familiare celata sotto la superficie del film. Bert non sarebbe
semplicemente un’anima libera che incontra Mary per caso, ma un figlio cresciuto
sotto l’ombra del rigore di una figura autoritaria (il banchiere), salvato in
gioventù proprio dalla tata, e che ora vive una vita più semplice come gesto di
ribellione rispetto alle aspettative paterne.
Una parte della teoria amplia ulteriormente il quadro familiare proponendo che
lo zio Albert, l’uomo che ride fino a levitare da terra, sia il fratello del
signor Dawes e quindi lo zio di Bert. Il gioco di nomi tra Albert e Bert diventa
qui un indizio narrativo. Il fatto che Bert si chiami così potrebbe non essere
un caso, ma un omaggio al fratello di Dawes, con il quale Mary avrebbe avuto un
rapporto stabile quando era tata di Bert da piccolo. Anche qui, gli utenti
analizzano i dettagli.
Albert levita quando ride, proprio come altri personaggi che hanno incontrato
Mary, e ciò viene interpretato come una prova indiretta di un legame
continuativo con la tata. I commenti alla discussione mostrano una varietà
sorprendente di reazioni. Alcuni apprezzano la coerenza dell’ipotesi, lodando
l’originalità e la costruzione narrativa elegante della teoria, mentre altri
suggeriscono ulteriori ramificazioni, come la possibilità che Mary e Bert
possano essere entità simili o connesse a un piano metafisico più ampio,
alludendo a interpretazioni più romantiche o addirittura soprannaturali del loro
rapporto.
Queste tre relazioni, Mary Poppins come ex tata di Bert, il signor Dawes come
padre di Bert, e Albert come zio di Bert, non sono semplici congetture gratuite.
Ognuna delle tre interpreta dettagli già presenti nel film e li rilegge alla
luce di un quadro narrativo più complesso, suggerendo che il testo filmico
potrebbe celare una rete di legami umani e psicologici non esplicitati ma
profondamente presenti. Il fatto che tutte queste ipotesi trovino terreno
fertile proprio nel modo in cui i personaggi interagiscono, nelle canzoni, nelle
risate levitanti, nelle reazioni emotive, indica che la narrazione non è priva
di sfumature e che una visione attenta può aprirsi a interpretazioni più ricche
di significato sotteso.
Infine, è significativo osservare come le comunità online abbiano reagito a
queste ipotesi. Molti commenti mostrano entusiasmo, altri equilibrio critico, ma
tutti contribuiscono a una conversazione più ampia sulla natura delle storie e
su quanto il pubblico sia disposto a investire nella ricerca di significati
nascosti. In definitiva, queste tre relazioni nascoste trasformano Mary Poppins
da semplice musical a un’opera narrativa che può ancora sorprendere, offrendo
spunti interpretativi che, pur non essendo “ufficiali”, mostrano quanto ricco e
stratificato sia il testo originale quando viene letto con attenzione critica e
immaginazione collettiva.
Un altro personaggio del film che è stato protagonista di numerose teorie è
quello della donna che dà da mangiare ai piccioni sui gradini della Cattedrale
di St. Paul. Apparentemente marginale, questa figura suscita da tempo
l’interesse dei fans perché incarna una serie di possibili letture teoriche che
ampliano il significato tematico del film al di là del suo tono fiabesco. La
visione più immediata è semplicemente quella di una povera donna senza fissa
dimora. Nel film la vediamo ogni mattina con un sacchetto di pane, invitando i
passanti a comprarlo e a dar da mangiare agli uccelli. Da qui nascono varie
teorie che tentano di spiegare chi sia veramente questa donna e cosa rappresenti
nel quadro più ampio del film. Una delle interpretazioni più affascinanti vede
la donna dei piccioni come la madre di Mary Poppins. Una figura che un tempo
possedeva poteri simili alla figlia, ma che, per ragioni oscure (amarezza verso
il mondo o abbandono da parte di Mary), ha rinunciato alla propria magia per
dedicarsi semplicemente a nutrire gli animali. In questa lettura, Mary saprebbe
chi è la donna non perché semplicemente la incontra ogni giorno, ma perché c’è
un legame personale di sangue o di esperienza profondamente condivisa.
> Il fatto che tutte queste ipotesi trovino terreno fertile proprio nel modo in
> cui i personaggi interagiscono, nelle canzoni, nelle risate levitanti, nelle
> reazioni emotive, indica che la narrazione non è priva di sfumature e che una
> visione attenta può aprirsi a interpretazioni più ricche di significato
> sotteso.
Una variante di questa stessa idea sostiene che la donna non abbia perso i suoi
poteri, ma li abbia deliberatamente sacrificati per consentire alla figlia di
diventare ciò che è. Una sorta di patto di passaggio tra generazioni, in cui il
potere costringe a una rinuncia sacrificante. Altre interpretazioni si spingono
più lontano, descrivendo la donna dei piccioni come una versione molto anziana
di Mary stessa, proveniente da un possibile futuro alternativo. Una terza linea
interpretativa eleva la donna dei piccioni a figura quasi sacra, simbolo di
compassione universale. Qui non importa se sia o meno collegata personalmente a
Mary; ciò che conta è che la sua presenza e il suo gesto di cura incarnano un
principio morale che il film vuole trasmettere: la gentilezza verso ogni forma
di vita, anche la più umile.
Cambiando decisamente tono, la teoria forse più celebre in rete è quella che
collega Mary Poppins a Pennywise, il clown di It. Sì, proprio lui. L’entità
partorita dalla mente di Stephen King. L’idea, apparentemente ridicola, è che i
due siano creature ultraterrene che visitano periodicamente il mondo umano per
nutrirsi delle emozioni dei bambini. Il parallelo nasce da alcune coincidenze
narrative: entrambi arrivano quando il vento cambia, entrambi si manifestano con
modalità teatrali, entrambi scompaiono senza lasciare tracce concrete, entrambi
operano principalmente nel mondo dell’infanzia. Ma il punto centrale è un altro:
Pennywise si nutre della paura, Mary Poppins della gioia e dell’immaginazione.
Due polarità opposte della stessa necessità energetica.
Su alcuni forum questa teoria viene argomentata con una meticolosità quasi
scientifica. C’è chi sottolinea che Mary Poppins appare in momenti di
vulnerabilità familiare, come un predatore che intercetta un ecosistema
emotivamente instabile. C’è chi osserva che dopo la sua partenza i bambini
conservano ricordi vaghi, come se l’esperienza fosse stata filtrata o rimossa.
Se la si osserva da vicino, questa teoria è meno assurda di quanto sembri. Non
perché sia plausibile nel senso letterale, ma perché intercetta qualcosa di
reale. Mary Poppins non appartiene davvero al mondo degli adulti, ma non è
nemmeno una semplice compagna di giochi per bambini. È altro.
> La teoria forse più celebre in rete è quella che collega Mary Poppins a
> Pennywise, il clown di It, l’entità partorita dalla mente di Stephen King.
> L’idea, apparentemente ridicola, è che i due siano creature ultraterrene che
> visitano periodicamente il mondo umano per nutrirsi delle emozioni dei
> bambini.
Un’altra teoria molto discussa è quella che la colloca nell’universo di Harry
Potter. Qui il tono cambia, non più creatura cosmica predatoria, ma strega
perfettamente integrata nel mondo magico.
Secondo alcuni utenti, Mary Poppins sarebbe una diplomata di Hogwarts, forse
addirittura un’agente del Ministero della Magia incaricata di monitorare
famiglie babbane con potenziali figli magici. Le prove sono affascinanti,
l’ombrello come bacchetta camuffata, la capacità di manipolare la realtà con
apparente nonchalance, la comunicazione con animali, la levitazione. Tutti
elementi che rientrano perfettamente nell’universo potteriano.
Poi c’è la teoria che la identifica come un Signore del Tempo, della serie
Doctor Who. Qui Mary Poppins arriva, interviene per correggere una linea
narrativa familiare che rischia di degenerare, poi riparte. Non invecchia, non
cambia, non resta. Se si guarda il film con questo filtro, la struttura diventa
quasi episodica. Una visitatrice temporale che entra in una famiglia
disfunzionale inglese, ne modifica il corso emotivo e se ne va, lasciando il
tessuto temporale “riparato”. È una lettura che rivela una verità strutturale:
Mary Poppins è un agente di trasformazione. Non evolve lei, fa evolvere gli
altri.
Ma tra tutte le teorie, quella che più mi ha colpito per il suo carattere
disturbante è la lettura psicologica che la trasforma in una metafora di
dipendenza. Secondo alcuni utenti, l’esperienza vissuta dai bambini Banks
durante le sequenze più surreali, il salto nel disegno con i gessetti, la danza
sui tetti, la risata che fa volare lo zio Albert, sarebbe interpretabile come
uno stato alterato di coscienza. Mary Poppins diventerebbe così la
catalizzatrice di un’euforia temporanea, quasi chimica. Quando lei se ne va,
resta un vuoto. Un’assenza. Una nostalgia intensa. La famiglia appare
trasformata, certo, ma c’è anche un senso di perdita. Letta in questo modo, Mary
Poppins non è solo una tata magica, è l’incarnazione di un picco emotivo
irripetibile. Un’esperienza che non può durare, proprio perché la sua intensità
la renderebbe insostenibile, l’impossibilità della felicità assoluta.
Alcuni teorizzatori si lasciano andare anche a interpretazioni radicali atte a
scandagliare la psiche di Mary Poppins. Il film infatti non sarebbe più un
semplice inno alla fantasia, ma un’esperienza emotiva più profonda, e in alcuni
casi dolorosa. Ecco quindi che Mary Poppins soffrirebbe di depressione clinica.
Non è un’idea soltanto provocatoria o paradossale, ma una rilettura psicologica
che cerca di esplorare il volto oscuro della perfezione apparente. L’ipotesi
nasce da un’analisi attenta del comportamento del personaggio nel corso del
film. Mary Poppins non è la figura di pura gioia che la narrazione superficiale
sembra presentare, ma una donna che maschera una profonda sofferenza con un
ghigno composto e una performance di perfezione.
> Molte di queste teorie, per quanto assurde, nascono da una medesima radice. Il
> disagio verso una figura troppo perfetta. Troppo autonoma. Troppo indipendente
> dalle dinamiche sociali e affettive tradizionali. Mary Poppins non chiede di
> essere amata. Non si lega. Non promette ritorni. È radicalmente libera.
Un’ulteriore teoria, la descrive come una figura manipolatrice, quasi
narcisistica. Mary Poppins decide cosa è giusto, cosa è sbagliato, quando si
canta, quando si ride, quando si impara. Non chiede mai veramente il consenso.
Impone un metodo, seppur mascherato da gioco. Osservata in questa luce, la
frase: “Praticamente perfetta sotto ogni aspetto”, diventa una dichiarazione
ambigua. È davvero perfezione, o è controllo assoluto della situazione? Non
dimentichiamo che è lei a stabilire le regole del mondo magico in cui trascina i
bambini. È lei a decidere quando l’esperienza finisce. È lei a riscrivere le
priorità emotive della famiglia.
E qui emerge un punto interessante: molte di queste teorie, per quanto assurde,
nascono da una medesima radice. Il disagio verso una figura troppo perfetta.
Troppo autonoma. Troppo indipendente dalle dinamiche sociali e affettive
tradizionali. Mary Poppins non chiede di essere amata. Non si lega. Non promette
ritorni. È radicalmente libera. Forse è proprio questa libertà a generare
sospetto. In un panorama narrativo in cui le figure femminili sono spesso
incasellate in ruoli prevedibili, Mary Poppins sfugge. Non è madre, non è
amante, non è semplice lavoratrice. È un’entità che attraversa i mondi. E questa
autonomia, riletta con lo sguardo contemporaneo e con la lente deformante dei
forum online, può assumere contorni inquietanti.
Rileggere Mary Poppins attraverso queste teorie significa, in fondo, fare i
conti con il nostro bisogno di complicare l’innocenza. Ma ciò che resta, al di
là delle speculazioni, è la straordinaria personalità del personaggio. Perché
può essere contemporaneamente tata, strega, entità energetica, manipolatrice
emotiva. Può attraversare universi narrativi senza perdere la propria identità
iconica. E forse è proprio questo il punto. Le teorie più assurde non
distruggono il mito di Mary Poppins, lo rafforzano. Lo espandono. Trasformano un
film musicale degli anni Sessanta in un oggetto culturale ancora vivo, ancora
capace di generare dibattito, ironia, inquietudine. Se oggi torniamo a guardare
quell’ombrello aprirsi nel cielo di Londra, sappiamo che dietro quel volo
elegante si nasconde un enigma. Non necessariamente oscuro, ma certamente
insondabile. E forse è giusto così. Perché alcune figure devono restare sospese
tra spiegazione e mistero. Devono poter essere, allo stesso tempo, carezze e
vertigini.
Mary Poppins, con il suo sorriso appena accennato e la sua valigia impossibile,
continua a camminare su quella linea sottile. Tra fiaba e assurde teorie. Tra
canzone e cosmologia.
E in quel confine, paradossalmente, trova la sua forma più autentica.
L'articolo Poppins Files proviene da Il Tascabile.
Q uando osserviamo qualcosa immaginiamo qualcosa. Lo dice la psicologia
cognitiva: nell’elaborare mentalmente quello che vediamo, ne allarghiamo i
confini. Se guardiamo la fotografia di una finestra in un palazzo, nella nostra
mente estendiamo l’inquadratura. Ogni atto di visione suscita una risposta
emotiva che produce immaginazione. Se al mattino vediamo le foto che i nostri
amici hanno pubblicato la sera prima, ricostruiamo mentalmente i contorni di
quell’evento. Se eravamo presenti sarà un ricordo, altrimenti la nostra
immaginazione suggerirà i contorni di una festa che ci siamo persi. Ricordo
quando, durante un seminario di disconnessione digitale, nel corso di storia dei
media del 2023 all’università di Torino, un ragazzo raccontò di svegliarsi ogni
mattina con la sensazione di essersi perso qualcosa, di inseguire la festa degli
altri. Questo suggerisce che quando guardiamo delle fotografie non è solo il
nostro apparato visivo ad attivarsi, ma anche un sistema di proiezione del
contesto sociale che trasforma quell’immagine, in qualcos’altro: per esempio una
fonte di nostalgia per una possibilità non realizzata.
I confini dell’immaginario
Nel racconto Pics di Tony Tulathimutte (incluso nella raccolta Rifiuto, 2025)
Alison guarda le foto della fidanzata dell’amico, con cui vorrebbe stare, e
sente il bisogno di competere, comunicando un’immagine di sé che risulti
affascinante. Vorrebbe usare Instagram per creare un’aura da elusiva
intellettuale, ma con una spontaneità che faccia sembrare la rivale, al
confronto, una cacciatrice di attenzioni. Purtroppo per Alison ogni soluzione le
sembra banale, nessun angolo sembra valorizzarla, e resta imprigionata nel
paradosso dell’autenticità costruita ‒ realizzare una foto che nasconda la
finalità implicita in ogni immagine postata: indirizzare lo sguardo degli altri,
fare sì che ci vedano come vogliamo essere visti. Come vedremo, questa spinta a
costruire un’immagine di sé giocando con l’immaginazione altrui contribuisce a
restringere le possibilità dell’immaginazione e dell’azione, spingendoci verso
una “simbiosi” talvolta parassitaria con i nostri dispositivi.
Secondo la sociologa Eva Illouz la modernità è caratterizzata dall’onnipresenza
del sogno a occhi aperti, che ha come oggetto essenziale la costruzione di
un’immagine: un “sé sognato”. Nella serie TV Too Much scritta e diretta da Lena
Dunham, Jessica ha registrato 537 video di dialogo immaginario con la fidanzata
del suo ex. Un flusso che la tiene bloccata in una realtà parallela, l’unica
dove esprime quello che prova. Quando per errore pubblica i video, si meraviglia
di come la soglia tra pubblico e privato sia sorvegliata da un solo tasto.
Nell’introduzione al romanzo Queer, nel 1985, William Burroughs scriveva che “la
disintegrazione dell’immagine di sé produce spesso un’indiscriminata fame di
immagini”, riferendosi all’indifferenza per la propria immagine provocata dalla
dipendenza da eroina.
> La spinta a costruire un’immagine di sé giocando con l’immaginazione altrui
> contribuisce a restringere le possibilità dell’immaginazione e dell’azione,
> spingendoci verso una “simbiosi” talvolta parassitaria con i nostri
> dispositivi.
A giudicare dalle stime, nel 2025 l’umanità ha scattato più di 2 trilioni di
fotografie, la quasi totalità con uno smartphone; questa iperattenzione
all’immagine di sé e questa iperesposizione alle immagini sono associate a
maggiori livelli di stress, specie quando i feed amplificano contenuti
emotivamente coinvolgenti o competitivi. Negli anni, diversi studi hanno
dimostrato che la sola presenza dello smartphone sia sufficiente a consumare
risorse cognitive (fenomeno noto come brain drain), inoltre, per quanto gli
smartphone possano essere utilizzati per alleggerire il carico cognitivo di
alcuni compiti, un utilizzo indiscriminato può comportare serie ripercussioni su
memoria e attenzione. Abbiamo detto che, quando guardiamo delle fotografie, ne
allarghiamo con l’immaginazione i confini, così come allarghiamo con le dita il
dettaglio di un’immagine. Se l’immaginario è il luogo dove abitano gli oggetti
dell’immaginazione ‒ siano essi ricordi, fantasticherie, sogni a occhi aperti e
chiusi, credenze religiose o opere d’arte – allora è lecito chiedersi se ci sia
abbastanza spazio per le fantasticherie provocate dalle immagini che abbiamo sul
telefono.
Nostalgia immaginaria
Nel 1973 Susan Sontag scriveva: “la nostra è un’epoca nostalgica e i fotografi
sono promotori attivi della nostalgia”. Nell’accelerazione del presente la
nostalgia ha assunto le proporzioni di un mondo fantastico, in cui si può
desiderare di abitare anche se non lo si è mai sperimentato in prima persona.
Per avere un’idea di cosa intendiamo, torna utile un aneddoto musicale piuttosto
recente.
> A giudicare dalle stime, nel 2025 l’umanità ha scattato più di 2 trilioni di
> fotografie, la quasi totalità con uno smartphone. Questa iperattenzione
> all’immagine di sé è associata a un aumento significativo del livello di
> stress.
Nel 2004, i White Stripes stanno suonando a Blackpool, una città sulla costa del
Lancashire nota per le storiche luci artificiali, che la illuminano fin dal
1879, ossia prima del brevetto della lampadina a bulbo di Thomas Edison. Poiché
il concerto ha luogo nei rari giorni in cui le luci sono spente, Jack White
commenta: “Sono nel posto giusto, al momento sbagliato? È così che mi sento
tutti i giorni”; poi attacca Jolene, la famosa canzone di Dolly Parton del 1973.
Sentirsi nel posto giusto al momento sbagliato è un tipo di nostalgia
particolare, perché non investe il vissuto, ma l’immaginato: la possiamo
chiamare nostalgia storica. Secondo lo Human Flourishing Lab (HFL) la nostalgia
storica è una risorsa per costruire l’immagine di sé, grazie a esplorazioni
culturali di un passato mai vissuto. Ci si costruisce un’identità con citazioni
e gadget di epoche superate. Il fidanzato di Jessica, la protagonista di Too
Much, un aspirante musicista, usa un walkman e prepara compilation di CD, come
negli anni Novanta: una playlist non algoritmica. Secondo la ricerca di HFL se
il fenomeno del viaggio nel tempo culturale è comune a più generazioni, per la
generazione Z ha particolare rilevanza il tema della disconnessione. La
nostalgia storica viene usata per dare forma a un futuro con meno ansia, con
relazioni significative e un senso di sé più stabile.
In Italia, secondo l’ultimo rapporto Coop circa il 69% degli intervistati
afferma che in passato si vivesse meglio, e il 53% degli appartenenti alla
generazione Z è convinto che i propri genitori abitassero una realtà più
confortevole. Ma come fa notare l’autore e scienziato Ian Bogost, una cosa che
le nuove generazioni non sanno è che quella senza smartphone era una vita piena
di tempi morti e attività noiose, e chi l’ha sperimentata tende a non averne
particolare nostalgia.
> Viene definita nostalgia vicaria, o storica, la tendenza a rimpiangere un
> passato che non abbiamo mai vissuto. Alcuni studi ipotizzano sia una risorsa
> che il nostro cervello utilizza per costruire l’immagine di sé.
Secondo Clay Routledge, la psicologa sociale che dirige lo Human Flourishing
Lab, non c’è motivo per credere che le nuove generazioni abbandonino o attenuino
l’entusiasmo con cui accolgono le nuove tecnologie; ma in ogni processo di
adozione ci sono reazioni e revisioni, e l’interesse che la generazione Z
manifesta per esperienze di fruizione culturale analogica, come ascoltare un
vinile senza venire interrotti dai consigli per il brano successivo, indica il
desiderio di un futuro diverso.
A proposito di White Stripes: è cosa nota che Jack White creda che i limiti
nutrano la creatività. I White Stripes facevano concerti senza scaletta, usavano
solo tre colori per gli abiti di scena, e le chitarre erano strumenti da banco
dei pegni, scelti appositamente perché sollecitassero un ulteriore impegno. Non
era un rifiuto della tecnologia, ma il tentativo di non adagiarsi nelle sue
scorciatoie. White ha resistito senza uno smartphone fino ai cinquant’anni,
impresa che oggi non riesce quasi a nessuno. Eppure come notava nel suo Contro
lo smartphone (2023) l’informatico Juan Carlos De Martin, non dovremmo dare per
scontato che lo smartphone debba essere come quelli che maneggiamo adesso,
controllati da due soli sistemi operativi, con applicazioni che hanno lo scopo
di aumentare il tempo sul dispositivo.
Un’indagine del Washington Post ha scoperto che bastano 35 minuti di esposizione
al formato video di TikTok per creare un’abitudine al consumo; inoltre, dopo una
settimana d’uso il tempo trascorso sulla piattaforma tende a aumentare del 40%.
“Non si tratta di dare la colpa alla tecnologia, ma di non rassegnarsi a una
tecnologia che erode lo spazio di convivenza sociale e democratica”, mi ha detto
De Martin, quando gli ho chiesto se negli ultimi anni ha visto cambiare
l’atteggiamento delle nuove generazioni verso lo smartphone: “ho visto crescere
un senso di autodifesa”.
> Il punto non è mettere alla berlina la tecnologia in sé e per sé, ma piuttosto
> non rassegnarsi a una tecnologia che erode lo spazio di convivenza sociale e
> democratica.
A questo proposito è interessante il caso dello scrittore Franklin Schneider,
che fa parte del 2% degli statunitensi sotto i cinquant’anni che non hanno e non
hanno mai avuto uno smartphone: negli ultimi due anni si è accorto che la
considerazione intorno a lui è cambiata, passando dallo sguardo di imbarazzata
commiserazione per chi è rimasto indietro all’ammirazione per chi è un passo
avanti.
Mente estesa, simbiosi e parassiti
“Tutti gli oggetti materiali fatti dall’uomo possono essere trattati come
estensioni di ciò che l’uomo una volta faceva con il proprio corpo o con una
parte specializzata del proprio corpo”, scriveva nel 1959 l’antropologo Edward
Hall. Lo citava Marshall McLuhan all’inizio di La galassia Gutenberg (1962), in
cui il sociologo canadese discute di come l’alfabeto fonetico e la stampa
abbiamo contribuito a plasmare la società che abitiamo. Nella teoria dei
filosofi Andy Clark e David Chalmers lo smartphone è un’estensione della nostra
mente. Il telefono connesso a Internet e le applicazioni che usiamo sono uno
strumento cognitivo, come le dita delle mani del bambino che impara a contare e
la lista della spesa che aiuta a non dimenticare. Una recente obiezione a questa
teoria è che gli smartphone non siano un’estensione cognitiva, perché
incorporano interessi potenzialmente divergenti da chi li usa: gli smartphone
sono progettati per manipolare gli utenti, quindi la relazione
persona-smartphone somiglia piuttosto a una relazione simbiotica.
Nel loro recente paper “Smartphones: Parts of Our Minds? Or Parasites?”, la
filosofa Rachael L. Brown e l’evoluzionista Robert C. Brooks ricordano che lo
spettro delle relazioni simbiotiche in biologia va dal mutualismo al
parassitismo: si passa dalla cooperazione con beneficio reciproco, a interazioni
che, per asimmetria di vantaggi, indeboliscono l’ospite; sottolineano inoltre
che si tratta di relazioni con uno scambio dinamico, fortemente caratterizzato
dal contesto. L’analogia con lo spettro delle relazioni simbiotiche permette di
evidenziare sia gli aspetti positivi dell’uso dello smartphone (orientamento,
relazionalità, conoscenza), sia quelli negativi, dove cioè la volontà
dell’agente soccombe a un’abitudine d’uso nociva.
> Secondo Clark e Chalmers lo smartphone è un’estensione della nostra mente. Ma
> c’è chi non è d’accordo: poiché gli smartphone sono progettati per manipolare
> gli utenti, ci avviciniamo piuttosto a una relazione simbiotica di tipo
> parassitario.
C’è chi sostiene che gli economisti potrebbero cominciare a considerare lo
scrolling infinito di video, il cosiddetto brainrot, come un furto, dato che la
forza di volontà da sola non basta a contrastare macchine che creano un ambiente
ostile alla concentrazione, oltre a essere ottimizzate per ottenere il massimo
coinvolgimento dell’utente. Per quanto abbiamo imparato a bilanciare certe
attività, come guidare e telefonare, per quanto rapidamente possiamo passare da
una all’altra, avendo la sensazione di poterci dedicare a due cose
simultaneamente, la nostra capacità di concentrazione è limitata: in realtà,
riusciamo a dedicarci con impegno soltanto a una cosa per volta. Sempre di più
l’attenzione viene considerata una risorsa fragile, oltre che scarsa; già nel
1997, in un pionieristico articolo, Michael Goldhaber aveva notato che quando ci
concentriamo su qualcosa tendiamo a escludere il resto. Negli Stati Uniti il 69%
della generazione Z sta provando a diminuire il tempo speso sullo schermo, che
oggi, per i più giovani, si aggira attorno alle otto ore al giorno.
Nei primi diciassette giorni del nuovo anno scolastico la biblioteca del liceo
Pleasure Ridge Park High a Louisville, ha prestato 1.200 libri, in meno di venti
giorni ha raggiunto la metà dei prestiti dell’intero anno precedente. A seguito
di un divieto imposto dalla scuola, gli studenti, non potendo più usare i
telefoni, prendono libri in prestito. Lo ha raccontato Jessica Grose, in un
articolo in cui evidenzia come i livelli di comprensione del testo e i risultati
di matematica, nel 2024, siano stati i più bassi degli ultimi trent’anni.
> Per quanto possiamo avere la sensazione di poterci dedicare a due cose
> simultaneamente, la nostra capacità di concentrazione è limitata: riusciamo a
> dedicarci con impegno soltanto a una cosa per volta.
“Il divieto dello smartphone a scuola può aiutare a gestire uno strumento così
potente”, mi spiega Simone Natale, docente di storia dei media all’Università di
Torino:
> crea uno spazio vuoto che può essere usato per riflettere su come usare il
> mezzo. In fin dei conti non si tratta di non usare il telefono, ma di ridurre
> e circoscrivere il tempo passato sullo schermo. Con lo smartphone abbiamo la
> sensazione di poter controllare un’infinità di funzioni, una sensazione di
> potenza che ci risarcisce delle molte cose su cui invece non riusciamo a
> esercitare il controllo. Sottovalutiamo però quanto a nostra volta siamo
> controllati dallo strumento.
Restringimento dell’immaginario
Quando ho chiesto ai ragazzi di famiglia della generazione Z se lo smartphone a
loro avviso estenda i confini dell’immaginario, mi hanno risposto senza
esitazione che, al contrario, li restringe. Immagino che volessero dire che lo
smartphone comporti una diminuzione di scelta, di possibilità di azione, perché
sei indirizzato a seguire il flusso delle immagini proposte, a rispondere,
dialogare, costruire, nei limiti delle applicazioni che usi.
Un’altra forma di nostalgia è quella per il futuro che non avremo. Brian Eno ha
fatto spesso riferimento a questo tipo di nostalgia, di recente anche con il
brano Cmon scritto con Fred Again. Come sarebbe un futuro in cui gli smartphone
non fossero disegnati per creare dipendenza, isolarci dal mondo esterno,
accumulare dati, appiattire l’offerta culturale, costruire monopoli finanziari,
oltre ai servizi per cui li usiamo tutti i giorni. Brian Eno, come Jack White,
non è un nemico della tecnologia, anzi, deve la sua carriera all’uso obliquo e
inatteso di essa: “quando sono davanti a un dispositivo tecnologico non voglio
sapere cosa può fare. Voglio sapere come posso usare quel dispositivo per fare
qualcosa che il suo produttore non immaginava si potesse fare”. Non è una scelta
comune. Gran parte del successo dell’offerta tecnologica si basa sulla vittoria
della pigrizia contro l’iniziativa. L’opzione default, la modalità standard, la
soluzione più veloce, la versione con meno passaggi, che riduce o annulla ogni
frizione, vince. Insomma, vince, e viene adottato, ciò che scorre senza
ostacoli, come sa chiunque lavori sull’esperienza d’uso, che sia un produttore
di sintetizzatori o lo sviluppatore di un’interfaccia digitale.
Per Brian Eno, Jack White e molti altri artisti usare la tecnologia in modo
inatteso fa parte del lavoro. Invece i limiti dell’immaginario e l’accumulo
della nostalgia riguardano tutti; come la costruzione, fotografia dopo
fotografia, di un sé che vorremmo ammirato da tutti, o il dialogo fantastico,
giorno dopo giorno, con le migliaia di doppi digitali che incontriamo sul
telefono. A tutti tocca scegliere tra immersione e minimalismo digitale, tra
scorciatoie e scelte personali. In Jolene di Dolly Parton chi canta chiede alla
rivale di non andarsene con il suo uomo. È una canzone che suggerisce di non
fare qualcosa solo perché lo si può fare, ma di pensarci sopra e scegliere.
L'articolo Il parassita a forma di smartphone proviene da Il Tascabile.
U na massa inarrestabile. Senza volto, senza voce. Avanza a scatti: afferra,
dilania, consuma. Non pensa, non decide, non sente. È ovunque. Si può solo
cercare di non esserne contagiati. Oggi, questo è il nostro mostro. Non è
elegante, né seducente: non ha una storia da raccontare. Lo zombie non è
l’affascinante, tragica e ambigua creatura simbolo del male che per secoli ha
incarnato desiderio, solitudine e tormento, vale a dire il vampiro. Al centro di
molte narrazioni horror contemporanee troviamo un corpo disattivato nella sua
soggettività, ma ancora funzionante: non è più luogo di conflitto interiore, ma
meccanismo che reagisce, si muove, infetta. È una presenza che agisce senza
coscienza, senza desiderio, senza direzione.
Tra zombie e vampiri, è il primo ad aver conquistato l’immaginario
contemporaneo: non per fascino, ma per necessità. Dove il vampiro rifletteva
l’io, lo zombie riflette il noi che si disgrega. Il primo era dramma dell’anima,
il secondo è sintomo della fine di una società. In nessun luogo questa
transizione è stata più radicale che nel cinema asiatico, dove il genere zombie
è esploso con una varietà di forme e significati, mentre il vampiro è rimasto
bloccato nel folklore o in variazioni d’autore marginali. La cultura
dell’estremo oriente ha trasformato il morto vivente in un linguaggio per
raccontare crisi collettive, vulnerabilità sistemiche, tensioni invisibili ma
onnipresenti.
> Tra zombie e vampiri, è il primo ad aver conquistato l’immaginario
> contemporaneo: dove il vampiro rifletteva l’io, lo zombie riflette il noi che
> si disgrega. Il primo era dramma dell’anima, il secondo è sintomo della fine
> di una società.
Non si tratta solo di una moda, ma di una mutazione profonda dell’immaginario.
Il vampiro apparteneva a un mondo ossessionato dalla soggettività e
dall’interiorità. Lo zombie è il prodotto – e simbolo – di un mondo in cui il
soggetto si frantuma dentro la collettività. Un mondo che ha smesso di chiedersi
chi siamo, e ha cominciato a temere di essere già diventati qualcosa d’altro.
Il corpo come specchio della crisi
Per capire il successo dello zombie e il declino del vampiro, bisogna partire
dal corpo e il corpo, oggi, è un campo di battaglia. Secondo Dennis Waskul
(professore di sociologia alla Minnesota State University di Mankato) che si
occupa di interazione simbolica, corporeità, sensorialità, sessualità e fenomeni
del soprannaturale) e Phillip Vannini (docente e ricercatore presso la Royal
Roads University di Victoria in Canada, che lavora tra sociologia, antropologia
ed etnografia visiva, occupandosi soprattutto di semiotica del corpo e
interazione simbolica), il corpo umano non può essere ridotto a una semplice
entità biologica: è un costrutto sociale e simbolico, modellato
dall’interazione, dalla cultura e dai processi di significazione che lo
attraversano.
Il corpo è un sito in cui si negoziano identità, si riflettono dinamiche di
potere e si esprime – anche attraverso il silenzio o la malattia – la condizione
del soggetto, scrivono i due studiosi in Body/Embodiment: Symbolic Interaction
and the Sociology of the Body (2006). Non possiamo quindi considerare il corpo
come un’entità biologica, ma occorre prenderlo in considerazione come punto
d’incontro tra significati, relazioni e aspettative sociali. Ogni corpo è, in
qualche misura, una biografia vivente: qualcosa che parla anche quando tace, che
significa anche quando sembra solo subire.
Il vampiro è un corpo riflesso: performa la propria identità in relazione allo
sguardo altrui, si costruisce attraverso il desiderio, il giudizio, l’alterità.
È, potremmo dire, un corpo-specchio: non riflette direttamente ciò che gli altri
pensano, ma si plasma su segnali e aspettative sociali. E, in questo senso, è
profondamente moderno: costruisce sé stesso nel conflitto tra ciò che è e ciò
che appare. È il corpo dell’individualismo tardo-romantico, dell’interiorità
tormentata. Seduce perché mette in scena la soggettività in crisi, il desiderio
che non può essere appagato senza colpa.
Lo zombie, al contrario, è corpo svuotato. Non ha più agency (cioè la capacità
di un soggetto di agire nel mondo in modo intenzionale e consapevole,
esercitando scelta e influenza sulla realtà), né riflesso. È un caso di vero
fallimento drammaturgico: un corpo che ha smesso di recitare, che non prende più
parte al gioco rituale della socialità. Non si limita a essere escluso: è
semplicemente caduto fuori. I corpi, normalmente, si costruiscono dentro codici
condivisi, attraverso convenzioni culturali e performance quotidiane. Lo zombie,
invece, è un’interruzione di quel codice: non rappresenta più nulla, non negozia
più nulla, non comunica. Lo zombie è ciò che resta quando tutto questo si
interrompe.
> Il vampiro è un corpo riflesso: performa la propria identità in relazione allo
> sguardo altrui, si costruisce attraverso il desiderio, il giudizio,
> l’alterità. È un corpo-specchio che si plasma su segnali e aspettative
> sociali.
Nel mondo contemporaneo, segnato dalla perdita di certezze, dal collasso delle
narrazioni collettive e dalla crisi dell’identità, il corpo zombificato diventa
una metafora potente. È il corpo che ha perso la capacità di costruire senso,
che si muove senza meta in uno spazio disordinato, dove i codici sociali sono
collassati. Come ha osservato Stefano Vernamonti nel suo articolo “Staccando la
coscienza da terra”, la contemporaneità immagina sempre più spesso una coscienza
astratta, disincarnata – separabile dal corpo, caricabile su server o algoritmi.
È l’orizzonte della mente digitalizzata, della soggettività algoritmica,
dell’identità smaterializzata.
In questo scenario, lo zombie sembra una figura fuori tempo, residuale. E invece
è proprio qui che diventa interessante. Lo zombie rappresenta l’opposto esatto
di quella visione disincarnata: un corpo che continua ad agire senza coscienza,
svuotato di soggettività ma ancora vincolato al mondo, un resto muto della
coscienza – non più pensante, ma ancora pulsante. È il simbolo di ciò che resta
quando la coscienza se n’è andata ma il corpo non può smettere di muoversi. Lo
zombie, con la sua passività attiva, la sua esistenza senza soggetto, riesce a
restituirci con spietata precisione la condizione contemporanea: quella di
un’umanità che agisce per inerzia, lavora senza scopo, comunica senza ascolto,
vive senza presenza.
Nel cinema asiatico questo corpo senza soggetto è diventato il simbolo perfetto
della crisi. Train to Busan (2016), diretto da Yeon Sang-ho, non è solo un film
di zombie: è una radiografia della Corea del Sud contemporanea. Il treno che
corre verso la catastrofe è metafora di una modernità che ha perso controllo,
umanità, direzione. I personaggi sono tipologie sociali: il manager egoista, la
madre incinta, il senzatetto. E il virus è l’evento che li costringe a mostrarsi
per ciò che sono, senza maschere, senza ruolo, senza protezioni. Come osserva
Seoulbeats, il film ha raccolto le paure post-trauma del disastro del traghetto
Sewol e le ha trasformate in narrazione collettiva. Il treno diventa allora una
capsula sociale, una metafora accelerata della nazione, un dispositivo narrativo
che comprime tensioni familiari, economiche e morali.
In The Sadness (2021), diretto da Rob Jabbaz e ambientato a Taipei, l’orrore si
radicalizza: il virus non uccide, ma libera gli istinti peggiori. Gli infetti
restano coscienti, ma si trasformano in sadici. Non è solo la società che
crolla, ma anche il codice morale. Il film è una parabola estrema sul potere
della repressione sociale e sull’ipocrisia dell’ordine pubblico. è un’opera che,
nella sua grottesca esagerazione, rivela l’instabilità dell’intero sistema
culturale asiatico contemporaneo. Il corpo infetto non è più solo mostruoso: è
sociale. È trauma puro, incarnazione dell’assenza di senso e specchio fedele di
una società in cui la promessa di coesione sociale si è dissolta nella
competizione feroce e nella solitudine di massa.
> Lo zombie rappresenta un corpo che continua ad agire senza coscienza, svuotato
> di soggettività ma ancora vincolato al mondo, un resto muto della coscienza –
> non più pensante, ma ancora pulsante.
Se lo zombie è diventato il corpo collettivo dell’esclusione, il vampiro, al
contrario, rimane una figura centrata sul sé, sul desiderio, sull’autonomia
(qualità che appaiono dissonanti in molte narrazioni asiatiche contemporanee).
In un immaginario dominato dalla pressione del conformismo sociale e
dall’instabilità delle strutture istituzionali, il vampiro non trova un
ecosistema culturale favorevole. Certo, esistono eccezioni significative.
Thirst (2009) di Park Chan-wook, per esempio, è un film straordinario. Il
protagonista, un prete cattolico trasformato in vampiro da una trasfusione
sperimentale, è l’incarnazione vivente del paradosso tra purezza e desiderio. La
pellicola fonde erotismo e senso di colpa, trascendenza e istinto. Ma il suo
vampiro è tutt’altro che collettivo: è un individuo scisso, tragicamente
solitario. Come nota una recensione su Booker Horror, Thirst opera come dramma
metafisico più che come horror di consumo. È un film che riflette sulle
dinamiche del desiderio e della fede, ma non riesce a diventare specchio della
società nel suo complesso. Non sorprende che non abbia generato imitatori.
Al contrario, le apparizioni del jiangshi (il “vampiro saltellante” della
tradizione cinese) appartengono a un registro più folklorico e comico. Questi
esseri, rigidi e quasi caricaturali, sono il prodotto di un’altra sensibilità:
evocano lo scompenso tra mondo dei vivi e dei morti, ma senza l’introspezione o
il simbolismo erotico del vampiro occidentale. Non sono mai protagonisti
tragici, ma antagonisti da neutralizzare.
Il vampiro asiatico, dunque, appare come un corpo simbolico senza presa sul
presente. Incarna un’idea di soggettività individuale, seduttiva e
autoreferenziale, inadeguata a rappresentare le dinamiche di una società in
crisi sistemica. Dove lo zombie offre un linguaggio collettivo, il vampiro è
ridotto al sussurro del singolo.
> Il vampiro asiatico appare come un corpo simbolico senza presa sul presente.
> Incarna un’idea di soggettività individuale, seduttiva e autoreferenziale,
> inadeguata a rappresentare le dinamiche di una società in crisi sistemica.
E, anche nell’immaginario occidentale, il vampiro ha smesso di incarnare la
trasgressione per eccellenza. Come osserva Giovanni Padua in “Un vero conte
transilvano morto”, ha perso la sua carica perturbante: non mette più in crisi
l’ordine, lo decora. Le sue apparizioni recenti sembrano oscillare tra due poli
ugualmente depotenziati: da un lato la domesticazione adolescenziale, dall’altro
la restaurazione folklorica. Anche il Nosferatu (2024) di Robert Eggers,
attesissimo remake uscito alla fine dello scorso anno, rinuncia a ogni forma di
rinnovamento incomodante, radicandolo nella filologia culturale più che
nell’inquietudine contemporanea. Il vampiro, così, smette di interrogare
l’ordine per trasformarsi in monumento. Lungi dall’essere simbolo di rottura,
diventa una figura rassicurante, storicizzata, utile più a evocare nostalgia che
a disturbare.
Lo zombie come semiotica dell’esclusione
Il corpo “zombificato” è il corpo fuori senso, fuori discorso. Non ha più
narrazione. È ciò che resta dopo la perdita della coerenza esistenziale, il
punto in cui il linguaggio si spezza, il segno non si decifra, il potere che
diventa biologico. È, in altre parole, la radicalizzazione del soggetto
precario. Nell’Asia contemporanea, dove le strutture sociali sono attraversate
da una tensione costante tra rapidità dello sviluppo e fragilità istituzionale,
lo zombie diventa specchio e denuncia. Il suo successo culturale è legato anche
alla sua flessibilità simbolica: può essere disoccupato o consumatore, migrante
o cittadino medio, studente o manager. In ogni caso, rappresenta un corpo che
non partecipa più, che non ha più diritto alla narrazione. Non è più soggetto di
senso, ma resto biologico. Lo zombie non è escluso: è eccedente, inutile,
residuo.
Come nota Graziano Graziani in “Gli zombi e noi”, lo zombie si distingue da
tutte le altre figure del pantheon horror proprio per questa sua natura
collettiva e degradante. È il mostro della moltitudine, non dell’individuo: non
ha l’eleganza del vampiro, né la coscienza tragica del mostro di Frankenstein.
Non appartiene a un ordine simbolico arcaico o mitico, ma è a pieno titolo un
prodotto della società di massa. In questa prospettiva, l’immaginario zombie si
sovrappone sempre più frequentemente alla paura contemporanea dell’“invasione”
migrante. Il corpo “zombificato” è l’incarnazione dell’altro che non
riconosciamo più come umano, che è stato espulso simbolicamente dall’orizzonte
dell’empatia. Se l’alterità non ha nulla in comune con il nostro ordine
simbolico – se non è nemmeno più “umana” – allora tutto diventa giustificabile:
la violenza, l’abbandono, la rimozione. È in questa zona grigia che si colloca
l’efficacia simbolica dello zombie oggi: non è semplicemente il morto vivente,
ma il vivente disumanizzato. Un corpo che non reclama più diritti, ma che non
può essere ignorato. Uno spettro politico.
In questa genealogia del corpo degradato e non riconosciuto, si inserisce anche
il ghoul, come ha evidenziato Gioacchino (Jack) Orlando in “Echi dalle rovine”.
Creatura folklorica marginale, il ghoul si nutre dei resti umani, abita luoghi
desolati, si aggira ai confini del racconto. È simile allo zombie, ma conserva
una coscienza e una lingua: è un mutante, non un morto che ritorna. Questo lo
rende una figura ancora più ambigua, una soglia mobile tra umano e mostruoso. Il
ghoul non rappresenta una degenerazione né un’evoluzione, ma una sopravvivenza
ostinata. Non avanza né regredisce, semplicemente persiste. E come lo zombie, ci
ricorda che l’umanità non è un dato naturale, ma una condizione continuamente
negoziata – e facilmente negata.
> Nell’Asia contemporanea, lo zombie diventa specchio e denuncia, anche grazie
> alla sua flessibilità simbolica: può essere disoccupato o consumatore,
> migrante o cittadino medio, studente o manager. In ogni caso, rappresenta un
> corpo che non partecipa più, che non ha più diritto alla narrazione.
Analizzare la figura dello zombie significa confrontarsi con le fratture del
presente. L’horror è da tempo oggetto di studi approfonditi, non più relegato al
rango di genere minore, ma riconosciuto come specchio delle tensioni sociali.
Mentre altri generi proiettano speranze o nostalgie, l’horror lavora sulle crepe
dell’attualità, rendendo visibile ciò che spesso preferiremmo ignorare. In
particolare, lo zombie asiatico si fa dispositivo critico: il contagio, la
folla, l’inefficienza delle istituzioni, il panico collettivo – tutto converge
per raccontare una società già in crisi, dove la catastrofe non è una rottura,
ma una continuità.
Una sintomatologia globale
L’Asia, nel suo precipitare nel futuro, ci mostra il laboratorio del mondo. Un
luogo in cui il passato si sgretola e il presente non fa in tempo a diventare
memoria. In quel vuoto che si apre tra crisi e connessione, lo zombie cammina.
Ma se guardiamo all’Occidente, il panorama non è poi così diverso. Anche qui il
vampiro (simbolo del tormento individuale, della trasgressione romantica,
dell’erotismo gotico) ha perso centralità. Al suo posto, negli ultimi vent’anni,
si è affermato lo zombie come mostro dominante della cultura visiva: più grezzo,
meno riflessivo, ma incredibilmente efficace nel rappresentare le inquietudini
collettive.
L’inizio degli anni Duemila ha segnato una vera rinascita del genere: 28 Days
Later (2002) di Danny Boyle ha rivoluzionato il linguaggio visivo dello
zombie-movie, introducendo una creatura accelerata, rabbiosa, plasmata
sull’ansia pandemica e la dissoluzione urbana. World War Z di Marc Forster
(2013) ha dato una dimensione globale al contagio. The Walking Dead (2010-2022)
ha costruito una mitologia seriale che ha ridefinito il modo in cui raccontiamo
l’apocalisse: non più un evento improvviso, ma una lenta, dolorosa erosione
della civiltà.
Oggi, quelle stesse narrazioni stanno vivendo una nuova stagione, basti pensare
a 28 Years Later (2025), l’universo di The Walking Dead che continua a
moltiplicarsi con spin-off come The Ones Who Live e Daryl Dixon, in arrivo con
nuove stagioni nel 2025. Anche The Last of Us, dopo aver concluso la seconda
stagione nel 2025, proseguirà con una terza annunciata per il 2027, rinnovando
il suo sguardo sul trauma e sul corpo infetto.
È un rilancio simbolico. Il genere zombie si adatta a un presente frammentato:
ogni declinazione propone nuovi punti di vista, nuovi corpi vulnerabili, nuove
mappe emotive. Non c’è più un eroe a cui affidare il senso: c’è una moltitudine
disorientata che cerca, a fatica, una forma di sopravvivenza.
> Non c’è più un eroe a cui affidare il senso: c’è una moltitudine disorientata
> che cerca, a fatica, una forma di sopravvivenza.
Lo zombie occidentale si confronta con l’ansia del collasso dell’ordine
liberale, della frammentazione delle istituzioni, della perdita del controllo
razionale sul mondo. In Europa e negli Stati Uniti, il morto vivente si aggira
tra rovine riconoscibili: scuole chiuse, città svuotate, famiglie implose. Non è
solo una minaccia: è l’eco di un sistema che non funziona più. Simboleggia la
paura che l’individuo non conti più nulla, che le strutture costruite per
garantire coesione siano diventate inservibili. In Asia, invece, lo zombie
prende forma dentro una modernità estrema: è il sintomo di un mondo
iper-organizzato che produce esclusione sistemica, solitudine, anonimato. Lì, il
morto che cammina non rappresenta la perdita di un’autonomia: incarna il
sospetto che quell’autonomia non sia mai stata concessa del tutto.
Eppure, nella moltiplicazione dei prodotti culturali lo zombie diventa un
archetipo globale. Le sue incarnazioni si ibridano, si aggiornano, si esportano.
Non è più solo un riflesso locale: è una mostruosità mondiale. Porta in sé ansie
postpandemiche, memorie coloniali, precarietà economica, instabilità climatica,
burnout emotivo. Ci racconta di come la società contemporanea, ovunque ci
troviamo, abbia smesso di interrogarsi sull’anima mentre tutto crolla.
L'articolo Sopravvivere al collasso proviene da Il Tascabile.
S enza volto, no face. Aleggia nella Città Incantata, nessunə sa chi è, ma solo
che è lì, tra le vasche di Yubaba. Appare e sparisce, e che sia uno o siano
cento, il risultato è lo stesso: denuncia la corruzione dell’oro. Chiunque e
nessuno dietro la maschera: uno spirito della Città Incantata di Hayao Miyazaki,
ma anche un’idea politica. Lasciare indietro il volto, travisarsi come forma di
resistenza collettiva. Io traviso, tu travisi ed egli non riconosce. Non in quel
noi. Non sa dove mettere le mani. Che persone pigliare. Quali perseguitare.
Manifestare a volto coperto fa della sicurezza delle singole persone una
possibilità ‒ seppur erosa dalla tecnologia ‒ rendendole al contempo un simbolo.
A volto coperto la singola persona diventa qualcosa di più grande, e nella
politica crea perturbazioni e timori. Ed è proprio per questo che fa paura.
Paura persino al presidente degli Stati Uniti d’America, Donald Trump.
Le fiamme di Los Angeles, le proteste, sono racchiuse nell’immagine, diventata
virale nell’arco di poco, di una persona a torso nudo. In piedi sull’auto della
polizia con una bandiera del Messico tra le mani e il volto completamente
coperto. Nulla urla “Fuck ICE” più di quest’immagine: la sfida all’intoccabilità
della polizia. Iconica l’immagine ed iconica la reazione. Da Truth, la versione
trumpiana del fu Twitter, il presidente statunitense ha ordinato agli agenti
schierati di arrestare le persone a volto coperto. Letteralmente e in lettere
maiuscole: “ARRESTATE TUTTE LE PERSONE MASCHERATE, ORA!”. Per Trump, le
proteste di Los Angeles sono sintomo di disordine, del controllo che sfugge. Le
azioni dei manifestanti, infatti, respingono al mittente le pratiche di
deportazione ‒ volute dall’attuale amministrazione ‒ compiute di notte, da
agenti armati e a volto coperto.
Il che potrebbe apparire assurdo considerando che la divisa mimetica in città
risalta anche di più, ma in verità risponde a uno scopo: palesare una presenza
militare e quindi intimorire. Per questo gli agenti della ERO (Enforcement and
Removal Operations, un’unità dell’ICE, Immigration and Customs Enforcement)
agiscono a volto coperto. Il corpo armato dello Stato può celarsi e tutelarsi,
mentre lo stesso criterio pare non applicarsi, perlomeno in termini di
legittimità, a chi è sottoposto all’autorità di quel medesimo potere. Si svela
perciò una doppia morale, che tutela il volto coperto quando a celarsi è lo
Stato, ma che ne fa un atto criminale quando a usarlo è chi contesta sistemi
oppressivi. Un’asimmetria che si svela e che fa, letteralmente, calare la
maschera al potere.
Ogni simbolo ha un significato, perciò difficilmente si può ritenere che una
scelta istituzionale sia casuale. In una società che si rispetti, questi si
inseriscono in una conversazione che, perciò, prevede e innesca delle risposte.
In questo caso, la scelta di una mobilitazione colossale che usa la guerriglia
urbana come mezzo di contenimento e minaccia nei confronti di chi sta
perseguitando le persone immigrate sul territorio statunitense: le forze
dell’ordine, certo, ma soprattutto chi queste procedure le ha volute
implementare, e cioè le istituzioni.
> A volto coperto la singola persona diventa qualcosa di più grande, e nella
> politica crea perturbazioni e timori.
Ovvero, proprio il cinguettante presidente Donald Trump. Forse, però, c’è anche
qualcosa di più profondo nella mobilitazione di forze voluta da Trump, che ha
visto lo schieramento di 2000 agenti della Guardia nazionale prima e 700 marines
dopo. In essa potrebbe annidarsi la preoccupazione per la memoria storica
statunitense. L’ossessione per l’identificazione non è una novità. Anche nella
storia americana, l’anonimato ha rappresentato una strategia di opposizione,
talvolta centrale per cambiare ‒ in parte ‒ alcuni equilibri di potere. Già nel
1773, i membri del Boston Tea Party, hanno deciso di camuffarsi prima di andare
a sversare il tè di sua maestà nella baia di Boston per protestare contro le
tasse. I Bostoneers, però, indossarono abiti tradizionali delle Prime Nazioni,
ovvero di alcune delle popolazioni autoctone del Nord America, appropriandosi di
una cultura e di un’appartenenza che loro, per primi, avevano invaso e abusato.
Quindi, il tentativo di anonimato del Boston Tea Party era lo strumento di chi
protestava contro la corona, non contro l’imperialismo. Era un travestimento da
oppressi per difendere il diritto a essere oppressori.
Pochi anni dopo, nel 1775, nonostante i tentativi di rabbonire i coloni da parte
del Regno Unito, iniziò la Guerra d’indipendenza. Proprio da quel 16 dicembre
1773 il potere inglese non si è più ripreso, messo in bilico dagli atti di
persone che scelsero di nascondere, per quanto possibile, la loro identità. Se
allora il volto coperto era stata una strategia di chi già aveva un potere
maggiore rispetto ad altri, le proteste attuali lottano proprio contro quel
medesimo potere, denunciando la matrice coloniale che nutre il razzismo
sistemico negli Stati Uniti. La volontà, ora, è quella di fare dell’anonimato un
atto collettivo capace di far tremare il potere, tutto.
Spesso il Boston Tea Party è glorificato dagli stessi che ne temono il retaggio,
senza una riflessione critica. L’inquinamento storico del volto coperto, viene
perciò ribaltato, in diverse proteste, che lo reclamano ‒ a volte indossando
balaclava rosa, come è accaduto poco tempo fa con l’occupazione del Pirellino a
Milano ‒, perché sia un atto ribelle e non un atto a sua volta violento. Il
volto coperto, quindi, può trascendere i suoi usi, in base alle rivendicazioni e
alla natura delle lotte che lo indossano. Le proteste No Kings, infatti, sono
state organizzate per contestare il modello imperiale voluto da Trump, e si
basano sul presupposto che gli Stati Uniti sono stolen lands, terre rubate
proprio alle Prime Nazioni. Territori invasi dai coloni, con una serie di
strumenti che hanno marginalizzato e tentato di rimuoverne l’identità, di
cancellare la loro storia e, quindi, la loro voce sul mondo. Una voce che nella
protesta, invece, risuona forte e chiara.
Il volto coperto ha una storia fortemente connessa all’azione contro oppressioni
sistemiche. Nei primi del Novecento, le suffragette, soprattutto quelle
impegnate in azioni dirette ‒ ovvero le suffragiste, per questo spesso
identificate come terroriste ‒ cercavano di rendersi poco riconoscibili,
modificando le proprie espressioni e posture, per sfuggire al monitoraggio
fotografico costante a cui erano sottoposte. Le foto, oltretutto, erano spesso
alterate dalle autorità per restituirne un’immagine pericolosa o sciocca. Una
foto di archivio del 1936, durante una protesta contro la guerra, ritrae diverse
donne, suffragette, che indossano maschere antigas bianche fatte di carta.
L’anonimato visivo, quindi, era ricercato come deterrente all’identificazione e
come performance. Facendo un salto temporale e rincorrendo le proteste più note,
il maggio francese del Sessantotto vide una quasi totale assenza di volti
coperti. L’anonimato corporeo, in questo caso, passava in secondo piano in forza
del numero immenso di partecipanti che, nella massa, hanno trovato la protezione
necessaria per la protesta.
> Il corpo armato dello Stato può celarsi e tutelarsi, mentre lo stesso criterio
> pare non applicarsi, in termini di legittimità, a chi è sottoposto
> all’autorità di quel medesimo potere.
Caso più esplicito, a matrice profondamente decoloniale, è quello della
resistenza zapatista, che tutt’oggi rivendica la maschera come strumento perché
la lotta e la resistenza siano viste. A volto coperto, nel 1993, migliaia di
persone zapatiste occuparono ben sette città, tra cui San Cristobal de Las Casas
e al grido di “¡Ya basta!, denunciarono l’invisibilizzazione delle popolazioni
originarie in Messico e l’intenzione di liberare la terra con la lotta.
In Europa, e più in generale nei Paesi occidentali, il volto coperto è temuto.
Una paura politica incanalata contro quella modalità di protesta in cui la
copertura interessa il volto e tutto il corpo, creando un anonimato quasi
integrale. La tattica di protesta black bloc è stata per la prima volta
descritta nel maggio del 1980, nella Germania Ovest, nel contesto di proteste
contro sgomberi, movimenti neonazisti e più in generale, contro le autorità
centralizzate. Ha, quindi, una matrice identitaria profondamente antisistema e
anticapitalista. L’uso della copertura permette alle persone di compiere azioni
dalla grande portata dirompente in uno spazio di protezione collettiva, creata
non solo dai dispositivi individuali, ma dal coordinamento del blocco. Le
proteste a volto coperto si muovono su questa linea: resistere al controllo e
alla cancellazione, proteggere un’identità in pericolo e portare avanti azioni e
manifestazioni dalla forte capacità conflittuale. Il volto coperto crea un corpo
collettivo, reattivo, che non si lascia isolare.
Oggi, però tutto questo risulta sempre più difficile, e quindi rischioso, a
causa di tutte le tecnologie di sorveglianza sparpagliate nelle città che stanno
riducendo lo spazio dell’anonimato. Al punto che vien da chiedersi se sia ancora
possibile un anonimato reale in un contesto che non solo rintraccia ‒
potenzialmente ‒ ogni persona, ma che addirittura spettacolarizza e trasforma
tutto in intrattenimento. In un contesto in cui il tracciamento dei nostri
percorsi è talmente pervasivo da sembrare normale, in cui c’è addirittura una
spinta a trasformare la folla in contenuto individuale, si può sfuggire a quello
sguardo digitalizzato? Le autorità, dopotutto, ne fanno ampio uso.
Le forze dell’ordine statunitensi, ad esempio, hanno a disposizione un vasto
arsenale di controllo e monitoraggio: oltre a filmare costantemente le persone
manifestanti, sono dotate di dispositivi e strumenti ‒ come come Clearview AI ‒
che permettono di ricostruire, con l’ausilio dell’Intelligenza artificiale, i
volti delle persone manifestanti in ritratti. Efficaci, ma non infallibili e
che, anzi, possono portare ad arrestare le persone sbagliate. Ma non solo, tra i
rilevatori che permettono di triangolare i segnali emanati dagli smartphone ‒
detti stingray ‒, le videocamere e la capacità di identificare una persona
addirittura dall’andatura, la possibilità dell’anonimato sembra restringersi con
ogni aggiornamento. Ogni persona, infatti, è potenzialmente rintracciabile. E
non serve nemmeno essere in prima linea. Una storia su Instagram o un passaggio
in metro con la carta, lasciano tracce, disegnando la geografia dei nostri
movimenti. E sebbene in Italia, al momento, non vengano usati gli stessi
dispositivi statunitensi, l’impegno delle forze dell’ordine per identificare i
manifestanti non è meno strenuo e non lesina a ricorrere alle tecnologie di
tracciamento o monitoraggio.
> Il volto coperto crea un corpo collettivo, reattivo, che non si lascia
> isolare.
Nel nostro ordinamento, l’atto di coprirsi il volto durante le manifestazioni
viene definito travisamento, ed è considerato un illecito amministrativo. Il
termine stesso con cui viene descritto rivela una postura repressiva: il termine
evoca l’inganno, la distorsione, e non la possibilità di autodifesa o di
anonimato politico. E, in effetti, può diventare un’aggravante, come dimostrato
nella recente sentenza in primo grado contro dieci persone manifestanti solidali
con Alfredo Cospito. Il tutto, in un concerto di riprese e identificazioni con
cui l’anonimato della persona manifestante viene eroso. Chi manifesta viene
continuamente filmato, archiviato nelle memorie della sorveglianza statale.
Volti, date, cortei. E durante le proteste non sono rari i tentativi delle forze
dell’ordine di abbassare le maschere ai manifestanti, come accaduto nel corteo
pro-Palestina del 12 aprile a Milano. Quello che in teoria non è reato, qui,
viene comunque punito, anche solo con l’aumento di attenzione riservata a quella
presenza. Con la presa dello spazio e la conseguente intossicazione del margine
politico.
In Italia come negli Stati Uniti, alla repressione materiale si accompagna
quella culturale: chi copre il volto viene raccontato come un pericolo sociale,
isolato narrativamente dal resto della piazza, dipinto come facinoroso e
infiltrato. Uno spirito malvagio pronto a distruggere la ‒ apparente ‒ quiete
sociale, senza un perché. La sovranarrazione, in questi casi, protegge lo status
quo, che diventa vittima di un attacco immotivato. La protesta, e le azioni che
può comprendere, viene collocata su un asse immaginario, ad un estremo la
narrazione di un profilo, all’altro la totale cancellazione, per evitare che
venga raccontata. Quale che sia la scelta, però, si attiva un meccanismo di tone
policing che insegna quale modo di manifestare sia “giusto”, perché più
controllabile e meno minaccioso, e quale sia “sbagliato” e, per questo,
punibile.
Una protesta decaffeinata. Altamente digeribile. L’ostinazione di alcunə deve
essere corrosa: a questo serve l’intento di rendere criminali agli occhi
dell’opinione pubblica nazionale e internazionale non schierata ‒ o già
schierata contro ‒ chi si copre il volto in piazza. Un processo immediato che
risponde in maniera quasi meccanica alla minaccia percepita. Dare l’allarme e
tratteggiare il volto coperto come un pericolo per l’ordine pubblico ‒ quindi
collettivo, cittadino ed ordinario ‒ mette le persone nella condizione di
percepire a loro volta quella minaccia. Come se fosse rivolta direttamente
contro di loro. La speranza di questo tipo di descrizione è che si inneschi un
rifiuto assoluto. Ostile. Una contrapposizione che poi permetta di punire chi ha
manifestato e di intimidire le altre persone evitando che possano anche solo
pensare di fare una cosa del genere.
> Chi manifesta viene continuamente filmato, archiviato nelle memorie della
> sorveglianza statale.
Annidarsi nella mente sociale è il miglior meccanismo di sorveglianza, perché
sono le singole persone a diventare le prime controllore di sé stesse e delle
altre. Diventano loro le voci che richiedono repressione e militarismo, che
invocano divieti contro il diritto di coprirsi il volto ‒ con una deriva
volutamente islamofoba ‒ prima ancora che gli organi repressivi si mettano in
moto da soli, agendo senza chiedersi nemmeno un perché, mossi dall’idea che lo
stato delle cose sia un ordine sacro. E il problema, forse, si annida anche
qui. Perché quando è “l’ordine pubblico” a dover essere messo in discussione –
per ottenere libertà, protezione, giustizia o quant’altro – e quando farlo
comporta gravi rischi individuali e collettivi, coprirsi il volto non è forse
uno strumento di sopravvivenza? E non solo per celare i tratti riconoscibili e,
quindi, rintracciabili del viso (occhi, naso, forma del viso ecc.), ma anche per
proteggersi dai dispositivi di controllo della folla impiegati dalle forze
dell’ordine come i gas lacrimogeni, contro cui una maschera filtrante può essere
effettivamente efficace, ma per esserlo deve necessariamente coprire il viso.
Nasconderlo, tutelarlo. E se non dai deterrenti urticanti, dal diventare un
bersaglio, perseguibile, rintracciabile, con una vita che può essere sbriciolata
sotto il peso della burocrazia punitiva.
Da Occupy Wall street alle rivolte contro i proprietari terrieri della metà
dell’Ottocento, passando per la demonizzata tattica dei black bloc, il volto
coperto cancella la vulnerabilità individuale creando una grande identità
plurale in divenire. In cui nessunə è protagonista e nessunə viene lasciato
indietro, proprio perché, a volto coperto, si entra in un’identità plurale. Si
diventa innesti in un’entità multipla, parti essenziali che si aggiungono e
muovono individualmente ma nella stessa direzione: la ribellione.
La paura del volto coperto è anche paura dell’ignoto, di un’identità collettiva
che sfugge al controllo. Non sapere chi ci sia dietro impedisce di prendere di
mira la singola persona, di isolarla. Il volto coperto protegge idee e corpi,
crea un grande territorio politico in cui nessunə è protagonista e nessunə è
lasciato indietro. Gli zapatisti scelgono di mostrarsi sempre a volto coperto,
in modo da proteggere tanto l’identità quanto l’ideale. Con una serie dì
strategie anti gerarchiche, per cui non ci sono capi, ma subcomandanti che si
pongono dopo e per il popolo, che garantiscono la natura decentralizzata della
lotta. Il volto coperto è perciò un simbolo di umiltà che non conosce le
limitazioni dei confini e degli interessi statali. È il potenziale contenitore
per la ricerca di un modo diverso di vivere, in cui si abbandonano le velleità
di successo personali e si abbraccia l’idea ‒ perlomeno la possibilità ‒ di un
benessere reale, per tuttə. Insomma, è il contrario della tutina di un
supereroe, quella che mette in mostra e diventa riconoscibile, un brand. Mentre
il volto coperto è così banale da non potere appartenere a nessuno. Anche quando
vi si appone un logo davanti, è troppo forte per essere totalmente cooptato.
Oggi, in un’epoca in cui il panopticon digitale dilaga, in cui condividiamo e
siamo sorvegliati allo stesso tempo, la pratica del volto coperto rappresenta
una forma di protezione e resistenza. Per questo, il volto coperto non è solo
difesa. È anche attacco, sabotaggio, creazione. È la possibilità di essere parte
di qualcosa senza essere consumatə da quello sguardo che vuole schedare,
isolare, colpire. Perché un volto nascosto può custodire tutto: una vita, una
storia, una ribellione. E, forse più di ogni altra cosa, un ideale. La minaccia
contro chi si copre il volto ci ricorda che in effetti, ogni regime, non teme
tanto la singola persona con la sua storia e le sue azioni, quanto piuttosto
l’insieme di quelle persone, quelle storie e quelle azioni. Le idee che si
portano dentro. Che sa cosa vuol dire vedere una persona che ha scelto di essere
parte di una causa, sventolare una bandiera senza reclamare qualcosa di
materiale per sé: una sfida aperta allo status quo a volto coperto. Senza volto
e con mille facce.
L'articolo Protesta senza volto proviene da Il Tascabile.
I n una delle sue poesie più cupe, non a caso titolata Darkness, lord George
Gordon Byron scrive:
> E gli uomini nel terrore di questa desolazione
> Dimenticavano le passioni, mentre i loro cuori
> Raggelavano in un’egoistica preghiera di luce.
> Essi vivevano accanto a fuochi accesi: i troni,
> I palazzi di re incoronati, le capanne,
> Le dimore e i rifugi di ogni tipo
> Erano bruciati insieme alle città per aver luce,
> E gli uomini si raccoglievano attorno alle case in fiamme
> Per guardarsi ancora una volta in viso.
Nell’estate del 1816, mentre scriveva, le popolazioni si decimavano nella fame e
nel buio: l’eruzione del vulcano Tambora dell’anno precedente aveva liberato
nell’aria nubi di polveri e gas tali da oscurare la luce solare e provocare un
abbassamento drastico delle temperature. Ne seguirono carestie e terremoti;
violenze di massa e culti millenaristici si diffusero nelle campagne. Un senso
di fine divina pervadeva l’orizzonte degli uomini e delle donne del tempo.
L’anno successivo la Terra tornò a una condizione di equilibrio e le popolazioni
umane continuarono a scannarsi con particolare zelo: “l’anno senza estate”
rimase impresso in qualche poesia come quella di Byron e in un discreto numero
di fonti documentarie, ma sostanzialmente riposto nel cassetto dei brutti
ricordi.
Nel solco delle scienze climatiche oggi parleremmo di “evento estremo” e
bolleremmo come complottisti i contadini convinti dell’imminente apocalisse.
Eppure non muterebbe il senso di fine che ci attanaglia ancora di fronte a
sconvolgimenti imponderabili. Tanto più che quello in cui viviamo, a dispetto di
ogni avanzamento tecnico-scientifico, è un mondo totalmente immerso nelle
catastrofi. Partire dalle parole di Byron ci aiuta allora nel tentativo di
mettere a fuoco quello che sembra essere il senso profondo dell’epoca presente.
Non può non colpire infatti che quell’Ottocento delle nazioni, degli imperi
coloniali, della tecnica e delle rivoluzioni iniziasse proprio con un evento
apocalittico. Il vulcano Tambora battezzava il mondo che veniva: la modernità
nasceva sotto le nubi della catastrofe.
Epifanie catastrofiche
Ora, nel nostro tempo osserviamo un’accelerazione con cui si danno fenomeni
drammatici a ritmo serrato e, davanti ad essi, si diffonde un senso di
straniamento e impotenza generalizzata. C’è difficoltà a comprendere il reale e
ancora di più ad agirlo, eppure l’impotenza sembra essere dovuta non tanto
all’impatto dei fenomeni quanto a una sorta di disabitudine al mondo che è
propria di un Occidente tardocapitalista in una fase di senilità. Risvegliate da
un sonno trentennale che si voleva post-storico, queste società si sono
riscoperte gabbie d’acciaio fragili e totalmente distruttive. Proprio la
catastrofe quale segno del tempo potrebbe allora indicarci una via d’uscita da
questo presente, grazie al suo potere di ribaltamento e sospensione normativa di
cui eravamo dimentichi. Secondo definizione scientifica, infatti, catastrofe è
l’evento che irrompe in un sistema ordinato sparigliandone le carte, produce una
sospensione della norma al cui interno si danno possibilità di mutamento di
quello stesso sistema originario ormai spezzato.
> Proprio la catastrofe quale segno del tempo potrebbe indicarci una via
> d’uscita da questo presente, grazie al suo potere di ribaltamento e
> sospensione della norma.
Le catastrofi irrompono violentemente nella scena e travolgono le storie
individuali in un vortice totalizzante che mette in discussione ogni cosa,
distruggono edifici che sta ai superstiti scegliere come abitare. Un po’ come le
rivoluzioni, le catastrofi contengono in sé tragedia e rinnovamento, e questa
loro ambivalenza le rende un grande elemento immaginifico. Custodiscono il
potere di generare una propria epica. Non è un caso se un capitalismo che ha
divorato ogni risorsa, promesse comprese, non può che indicare un immaginario
che fantastica sulla fine di sé stesso, sfruttando una fascinazione potente e
monetizzabile.
Come la frontiera del western si è data a suo tempo quale luogo dell’immaginario
in cui il capitalismo individualista (e poi le resistenze ad esso) metteva in
scena la propria ascesi mitologica, oggi la catastrofe fa da ribalta per
un’Occidente al tramonto. È in atto da decenni un’opera di occupazione
preventiva di questo immaginario, attraverso il riadattamento dei mitemi stessi
del mondo che muore: la figura dell’audace eroe con le sue armi, la famiglia
nucleare come unico ambito degno di salvezza, l’hobbesiano stato di natura
dell’homo homini lupus che sottende a ogni sospensione normativa.
Eppure sono possibili, si sono operati rovesciamenti di significato, possibili
forme di resistenza alla colonizzazione imperiale dell’immaginario. Bisogna
sottrarre la catastrofe alle passioni tristi. Il perturbamento delle rovine,
siano tracce di passato nelle città o futuri proiettati sullo schermo, ci parla
di qualcosa che se accadesse davvero metterebbe a rischio non solo routine e
certezze assodate ma probabilmente la nostra stessa vita, e noi la rifuggiamo
per istinto di sopravvivenza. Eppure nel suo consumo immaginifico esorcizziamo
la paura e accarezziamo il sogno proibito di veder finire il nostro tempo-mondo,
fuggire dalle gabbie della produttività nella precarietà della catastrofe.
Finché l’esorcismo è consumo, però, si conclude in sé stesso. La catastrofe è
allora anzitutto uno specchio in cui riflettersi e osservare, nell’ombra di
rovine futuribili, lo spaventoso senso di smarrimento che pervade le pieghe del
quotidiano. La catastrofe, suggeriva Calvino, è ogni giorno in cui non accade
nulla. Il mondo è finito ieri.
Una fine che vorremmo cinematica
Questo senso di ovattata disperazione è il rumore di fondo di una delle opere
postapocalittiche meglio riuscite: il romanzo La strada (2006; trad. it 2007) di
Cormac McCarthy, poi tradotto in pellicola dal regista John Hillcoat. La storia
segue l’errare di un uomo con suo figlio tra le macerie di quelli che furono gli
Stati Uniti, muovendosi verso sud in cerca del mare e della fine di un inverno
che ferisce, combattendo i morsi della fame e fuggendo dalla minaccia di uomini
che la stessa fame rende predatori. Non conosciamo il nome dell’uomo né quello
del bambino, sappiamo che l’unico scopo del primo è la sopravvivenza del
secondo, una sopravvivenza che non è legata solo all’assillante bisogno
fisiologico ma soprattutto alla conservazione di un senso d’umanità, sempre più
flebile in un panorama di morte.
> La catastrofe è ogni giorno in cui non accade nulla.
“Noi siamo i buoni?” chiede il bambino in uno dei rari dialoghi, “si” risponde
laconico il padre, “perché portiamo il fuoco?” incalza ancora, “perché portiamo
il fuoco”. Stanchezza e disperazione divorano l’uomo da dentro ma la marcia non
può avere termine, nemmeno con la morte. La vita deve replicarsi in ogni modo
possibile: quello che McCarthy ha messo in scena non è una distopia ma il dramma
esistenziale del tempo nostro attraverso la lente focale di una paternità quasi
folle nella sua ostinata missione.
Il tempo del romanzo, scritto nel 2006 e filmato tre anni dopo, è un futuro che
è già avvenuto: il guscio vuoto che è diventato la Terra, con il suo sole
oscurato dalle ceneri e alberi morti che cadono tra le braci fredde di incendi
quasi estinti, richiamano da vicino gli incendi che devastano l’Australia, la
Siberia o la California. Quello di Palisades, a proposito, era un incendio
“cinematico”. Così il carrello della spesa con cui i due trasportano le loro
magre risorse, i vestiti stracciati che indossano, sono i carrelli e gli stracci
che popolano le migliaia di accampamenti di homeless dentro e fuori metropoli
come Los Angeles.
La povertà non necessita di alcun evento spettacolare per incistarsi. Le bande
di predoni pronti a divorare il prossimo, con le loro armi raffazzonate, i mezzi
di fortuna e la fame furiosa negli occhi, rievocano le avanguardie reazionarie
di un’America profonda, incattivita, in cerca di un riscatto dal declassamento e
che, fuor di trama, hanno trovato in Trump il proprio sovrano. Le frasi non
dette e i pochissimi e scarni dialoghi sono i resti essenziali della parola
dentro un silenzio che quotidianamente non possiamo sentire solo perché occupato
da vortici di voci superflue.
L’apocalisse di McCarthy la portiamo dentro. Questo è tanto più vero se contiamo
che lo scrittore è stato forse l’ultimo grande cantore dello spirito americano,
che un po’ si è fatto spirito del mondo, e la tragedia che ha inscenato in La
strada è la nostra tragedia intima, attualissima, ma che riannoda le sue radici
nella genetica stessa della nazione e dei suoi miti. La catastrofe non solo come
riflesso ma come radice nera della Storia che permea la soggettività presente;
come dopplegänger del Progresso: l’ascesi di un mondo fondata sull’olocausto di
mille altri. Nelle pagine dei suoi romanzi, tra la frontiera del mito western e
quella fisica fatta di fili spinati pattugliati da militari, il tempo si dilata
in un unico spazio liscio non più misurabile con gli strumenti convenzionali.
L’unica temporalità è quella dettata dallo scorrere di una natura struggente,
crudele nella sua indifferenza verso l’agire disperato degli umani e delle loro
tragiche traiettorie. La violenza dei silenziosi personaggi di McCarthy è la
violenza che pervade un intero universo infervorato da uno slancio
superomistico, volontà di potenza che lo acceca e lo spinge alla
(auto)distruzione.
> La povertà non necessita di alcun evento spettacolare per incistarsi.
Meridiano di sangue (1985; trad. it. 1996) è forse il suo romanzo più crudo: una
banda di cacciatori di scalpi guidata dal folle ed enorme giudice Holden,
incarnazione depravata del “Destino manifesto”, cavalca al confine messicano
nella guerra per strappare il territorio allo Stato vicino e alle tribù native;
ma più che un conflitto abbiamo una strage criminale dove chiunque finisce per
essere schiacciato. Innocenti, civili, alleati, combattenti e animali cadono
nella necessità di stabilire il potere esclusivo su una terra che rimane
scenario oscuro e distante, al limite di un onirico che ben si addice alle
allucinazioni di potere dei protagonisti.
È un racconto d’invenzione, eppure affonda i piedi in un’ampiamente documentata
storia di crimini di guerra che hanno edificato la “nazione più grande del
mondo” e che non sono relegate a spettri del passato ma si rinnovano ad ogni suo
passo. Mentre scriveva Meridiano di sangue, nella prima metà degli anni Ottanta,
McCarthy non aveva in mente solo le guerre ai nativi. Attorno a lui era
tangibile il trauma seguito alla sconfitta americana in Vietnam: l’orrore che si
erano riportati a casa i giovani veterani era un decimo di quello che si erano
lasciati alle spalle, in uno scenario divenuto anch’esso quasi mitologico quanto
la frontiera (basti citare, su tutti, il capolavoro di Francis Ford Coppola
Apocalypse Now, 1979).
In quel frangente le vicende degli scalpatori di Holden portavano in controluce
il segno di quell’ultima guerra e, come una premonizione, anticipavano
l’inchiesta che sarebbe emersa solo nel 2003, ironicamente al tempo delle
rivelazioni di Abu Grahib, sulla famigerata Tiger Force: il battaglione punitivo
dell’esercito americano utilizzato per terrorizzare i villaggi vietnamiti nel
vano tentativo di estirpare il sostegno popolare alla guerriglia. Eccidi,
torture, stupri e innumerevoli crimini della Tiger Force emersero chiaramente
come la punta di diamante di un uso sistematizzato della brutalità. Erano (sono)
la traduzione bellica di una politica imperiale che non ha alcuna considerazione
delle tracce del suo passaggio. Gli scapolari di scalpi di Meridiano di sangue e
quelli di orecchie della Tiger Force, le piramidi di teschi di bufalo nelle
cartoline dell’Ottocento yankee e le immagini del villaggio My Lai avvolto dalle
fiamme restano come i negativi dell’album fotografico di una storia egemone,
residui che vanificano ogni autoassoluzione. Alla fine del romanzo l’anonimo
ragazzo/narratore, complice e sopravvissuto alle vicende degli scalpatori, dopo
anni di modestia ritrova per caso il suo vecchio capo e la sua vita termina quel
giorno, con una sorta di lampo del passato che torna per battere cassa.
Durante la guerra fredda, con il tangibile rischio di un conflitto nucleare, gli
scienziati nucleari idearono, per somma fortuna di scrittori e registi, il
Doomsday Clock: un orologio che stabilisce, da inizio a fine, la storia
dell’uomo sulle dodici ore del quadrante. Oggi, nel pieno di una febbre bellica
senza antidoti, le lancette segnano 89 secondi alla mezzanotte: un minuto e
mezzo dall’estinzione della razza umana per mezzo di un conflitto termonucleare.
Finché non è disertata, la catastrofe imperiale, epifenomeno funesto della
logica capitalista, non lascia margini alla rigenerazione della vita. Non
trovano scampo nemmeno i sopravvissuti guardinghi o i suoi agenti, solo la
feroce volontà di potenza dei giudici Holden rimane intatta in un lago di
sangue.
> Non tutte le apocalissi sono così assolute e l’immaginario ne ricava una
> miniera preziosa di strumenti d’indagine.
Fortunatamente, però, non tutte le apocalissi sono così assolute e l’immaginario
ne ricava una miniera preziosa di strumenti d’indagine. Catastrofe come forma
della conoscenza quindi, sempre contesa nella dialettica dei rapporti di forza.
Il cinema americano, Wunderwaffen del softpower atlantista, è stato generoso nel
battere questo territorio e tentare d’imporgli le sue norme. Non per caso le
narrazioni del disaster (o del post-apocalyptic) movie si sono per lo più date
seguendo i medesimi schemi: il Destino manifesto trascende nel ruolo salvifico
dell’America rispetto al mondo intero e al suo popolo, s’impersonifica nell’eroe
quale Individuo (sovente maschio e caucasico) in grado di esercitare da solo un
potere trasformativo degli eventi.
Quando la catastrofe mina l’ordine delle cose, minacciando indistintamente la
vita umana e la proprietà privata, attraverso il collasso delle relazioni
sociali in una guerra di tutti contro tutti, è l’operato dell’eroe che
ristabilisce l’ordine originario attraverso la sconfitta dell’evento mostruoso
(e qui entrano solitamente in ballo gli emblemi della nazione: il presidente,
l’esercito, la White House) oppure attraverso il ristabilirsi di un piccolo
ordine in mezzo all’irreversibilità della fine: il salvataggio della famiglia
nucleare, il ritiro nella natura e la vita attraverso il lavoro manuale. Uno
spettro piccolo-borghese che proprio non vuole lasciare questo mondo.
A tagliar corto, questa è più o meno la forma che il capitale ha tentato di
imporre come proprio epitaffio, un finale gattopardiano per imbrigliare lo
spazio del possibile. E si potrebbero elencare centinaia di pellicole dove la
minaccia è differente ma il ciclo si ripete: The Day After (di Nicholas Meyer,
1983, guerra termonucleare), 2012 (di Roland Emmerich, 2009, disastro
ambientale), Indipendence Day (ancora Emmerich, 1996, attacco alieno), 28 giorni
dopo (di Danny Boyle, 2002, epidemia zombie). Eppure, un’assoluta colonizzazione
dell’immaginario costituisce ancora, a dispetto di qualsiasi Intelligenza
artificiale o algoritmo predittivo, una missione impossibile. La sua natura
ontologicamente ingovernabile ne fa un terreno impervio, da scorribande, da covo
di disertori. Per cui non andremo oltre con la filmografia dell’impero, che già
occupa posto in abbondanza e procederemo con i suoi controutilizzi.
È stato ad esempio un sabotatore particolarmente abile Jonathan Nolan, già
reduce del capolavoro western-scifi Westworld (2016), nell’ideazione della serie
Fallout (2024) che riprende le vicende alla base dell’omonima saga videoludica
di culto: un’America completamente distrutta dalle ricadute di una guerra
termonucleare è popolata da bande di predoni, eserciti pretoriani e città-stato
governate dalle più bizzarre fedi e forme politiche; pericolo e fame sono
ovunque, tra le rovine della civiltà un tempo egemone si aggirano forme di vita
mutate dalle radiazioni.
> Un’assoluta colonizzazione dell’immaginario costituisce ancora, a dispetto di
> qualsiasi Intelligenza artificiale o algoritmo predittivo, una missione
> impossibile.
Il successo del videogame fu dovuto anzitutto all’ampia autonomia di gioco di
cui gode il gamer, che lo mette in condizione di creare la propria storia
piuttosto che seguirne una predisposta (e qui già possiamo percepire il piacere
della fuga), ma soprattutto all’ambiguità morale che struttura tutto il gioco:
il giocatore/personaggio può prendere le decisioni migliori come aiutare un
bambino, o le più efferate come ucciderlo. In questa sospensione di giudizio la
catastrofe diventa una tela attraverso cui decine di migliaia di adolescenti (e
non) hanno attraversato e consumato una piccola epica personale, tagliata su
misura per ciascuno di loro.
Nolan ha utilizzato questo potere immersivo dell’ambiguità e un’estetica
retrofuturista che strizza l’occhio alla grande sci-fi degli anni Cinquanta per
costruire una spietata metafora degli Stati Uniti i cui miti perdono ogni poesia
e si rivelano goffe pezze che a malapena celano l’interesse più famelico.
La Vault-tec, mega azienda del settore tecnologico con ramificazioni
nell’industria bellica già nel pre-bomba, permette a una selezionatissima
minoranza di cittadini di vivere dentro complessi bunker sotterranei mentre
l’umanità della superficie è lasciata in balia di sé stessa.
L’azienda è onnipresente nella trama e diventa nel Fallout di Nolan l’esplicita
metafora del comparto militar-industriale, il cui strapotere provoca non solo
l’apocalisse nucleare all’origine della storia ma la riproduzione di meccanismi
di gerarchizzazione e sfruttamento delle forme di vita rigenerando i meccanismi
del capitale anche oltre la fine del mondo. Tra l’umanità dei bunker e quella
della zona contaminata vige un rapporto verticale in cui i primi si ritengono
custodi della civiltà, eletti destinati a esportare l’ordine e la verità ai
barbari della superficie, i quali dovrebbero essere ben contenti di adattarsi o,
nel caso peggiore, possono essere sterminati in quanto privi di effettiva
umanità (ecco tornare gli orrori dell’Herrenvolk che, dal genocidio dei nativi
alle guerre democratiche, allunga la sua ombra sui futuri)
La catastrofe, dentro Fallout, cessa finalmente di essere un movimento neutro
che coinvolge tutti indistintamente: la posizione all’interno della scala
sociale determina coinvolgimenti e responsabilità differenti, stabilisce la
possibilità stessa di vita o di morte; l’ambiguità morale e la violenza
riflettono una dimensione in cui l’orizzonte non è dominato da alcun destino che
guida la mano dell’eroe ma da costanti rapporti di forza tra alto e basso. Non a
caso uno dei personaggi principali, plastica incarnazione della sospensione
morale, è un pistolero mercenario vissuto a cavallo tra i due mondi che le
radiazioni hanno trasformato in ghoul, creatura tra l’umano e lo zombie; frutto
di una transizione incompleta dove i mitologici panni del cowboy sono indossati
da un mostro che ha perso cittadinanza nella comunità degli uomini e delle
donne.
> L’ambiguità morale e la violenza riflettono una dimensione in cui l’orizzonte
> non è dominato da alcun destino che guida la mano dell’eroe ma da costanti
> rapporti di forza tra alto e basso.
Mostro la cui condizione d’isolamento lo rende al tempo stesso più adatto
all’ambiente circostante e più umano degli umani stessi che, nella lotta per la
sopravvivenza, perdono ogni tratto positivo. La deformazione diventa
adattamento, l’erranza e l’ambiguità forme di resistenza. Non è l’umanità che si
salva; almeno non quella che persegue nello scimmiottare caricature di civiltà
morte e forme di vita (auto)distruttive.
Ghoul, zombie e mostruosità del dopo-fine
Il ghoul in effetti si presta bene a questo détournement. Creatura del
folk-horror dalle fattezze antropomorfe, si nutre di cadaveri e abita luoghi
desolati; è una di quelle figure reiette che viene sospinta agli angoli delle
storie. È un mostro di second’ordine: ex-umano perseguitato da una morte
incompiuta, mangia per necessità, attacca per difesa e non ha altri scopi che
l’autoconservazione; non ha fattezze animalesche né poteri sovrannaturali. È un
deforme riflesso degli umani che si ciba dei loro resti e usa gli spazi di
risulta; senziente al pari dell’umano, ne comprende la lingua e le passioni, in
una vicinanza che amplifica la mostruosità e pertanto lo costringe all’ombra
dell’esilio. Questa mutazione mette in discussione la narrazione teleologica che
legge ogni mutamento come un avanzamento verso la perfezione o una deviazione da
eliminare: ciò che non ci avvicina a Dio ci spinge verso Satana, continua a
sussurrarci una coscienza che presumiamo scientista ma allevata da secoli di
pensiero religioso. Il ghoul non avanza né devia ma muta: è alterità familiare,
inquietudine.
C’è una particolare vicinanza tra il ghoul e il più celebre zombie: simili nelle
fattezze e nell’essere una derivazione umana, a separarli è il fatto che il
primo è frutto di una mutazione, mentre il secondo di un processo di morte e
resurrezione da cui ne discende l’assenza (in fondo presunta) di ragione e una
dieta a base di persone vive. Mostro proletario per eccellenza, lo zombie ha
catalizzato su di sé interi filoni creativi e nel suo universo si è dato lo
spazio più largo per sperimentare diserzioni alla norma dell’immaginario
catastrofico. Questa specie di morte cerebrale e movimento a branchi che lo
caratterizzano, ne hanno fatto una metafora dell’omologazione e, nel periodo
della guerra fredda, un’allegoria delle masse anomiche del socialismo che veniva
a minacciare lo stile di vita americano. Qualche successiva lettura xenofoba ci
ha voluto vedere un’immagine della cosiddetta invasione dei migranti. C’è però
un’irrecuperabilità dello zombie che lo rende refrattario a qualsiasi
disciplinamento. Rintracciabile forse nella sua origine nel voodoo haitiano, in
cui le comunità afrodiscendenti lo leggevano come schiavo alternativamente
costretto al lavoro in una condizione di non-vita o tornato dalla morte per
vendicarsi del padrone.
Ogni incidente che coinvolge gli zombie porta inevitabilmente l’umanità a un
passo dall’estinzione. E d’altronde è proprio degli umani che si servono:
mangiandoli e trasformandoli ne contendono l’egemonia sulla catena alimentare,
li assorbono in una collettività espansiva che si sbarazza della civiltà
instaurando un nuovo regime di natura assolutamente privo di gerarchie e
sfruttamento: gli zombie non hanno nomi né volti distinguibili, non hanno
lingua, genere, proprietà né titoli, mangiano solo animali umani e soltanto
quanto necessario alla loro riproduzione di specie. Lo zombie non è un
postumano, non nel senso di un superamento costruttivo, non aggiunge nulla alla
specie; non è nemmeno un subumano, poiché non degrada la forma di vita umana a
uno stato inferiore: la annienta per farsi spazio. Siamo davanti a un salto di
specie, uno spillover dell’immaginario. Le orde senza verbo sembrano dire: i
morti siete voi! La non-coscienza zombie, mai davvero confutabile, è
l’annullamento dell’eccezionalità antropica che liquida millenni di cosiddetto
progresso imponendo il paradigma di un mondo altro. La fine del mondo è la fine
del mondo degli uomini.
> La fine del mondo è la fine del mondo degli uomini.
Ne era ben consapevole George Romero, maestro assoluto del genere, che nella
pellicola Land of the dead (2005), quasi al termine della sua carriera, rende
esplicito il passaggio di testimone. In un pianeta ormai occupato dai non-morti
le comunità umane vivono in città-stato fortificate e diseguali, dove pochi
satrapi spadroneggiano su masse affamate. Il territorio esterno, popolato dagli
zombie, è attraversato esclusivamente per la caccia alle risorse e i suoi
abitanti massacrati con noncuranza fino a provocarne una marcia vendicativa
sulla città, che degenera nella rivolta interna e nel suo collasso definitivo,
con l’eliminazione dei padroni locali proprio per mano dei non-morti. Nelle
ultime scene, il protagonista ha l’opportunità di sterminare l’orda che si
ritira ma riconoscendo, per la prima volta nella filmografia prima che nella
pellicola, una forma di vita si fa da parte. Se i sopravvissuti umani possono,
nel finale, ricostruire una comunità su basi più eque è perché si sono liberati
non dagli zombie, di cui condividevano la miseria, ma dai vivi regnanti.
L’estinzione delle forme di potere è una catastrofe che schiude le possibilità
di ibridi inediti.
Riflettendo il proprio tempo e le sue urgenze, negli ultimi anni questi ibridi
si sono fatti via via spazio nel genere anche in modalità inaspettate. Una
traccia di ciò è rintracciabile nella serie The last of us (2023), dove una
mutazione del fungo parassita Cordyceps, solitamente associato alle formiche, si
trasmette agli umani compiendo il suo spillover grazie al riscaldamento globale.
Gli zombie in questo caso vengono governati dalla simbiosi micotica che ne
determina le azioni e li connette tra loro in una coscienza collettiva
attraverso il micelio. I corpi trasmettono informazioni tra loro e si
modificano, si compostano l’un l’altro per dare nutrimento alla specie.
Inaspettato matrimonio tra gli zombie di George Romero e i funghi di Anna Tsing.
Seppure lo schema narrativo ripeta il ciclo dell’eroe che deve riportare le cose
al punto di equilibrio, nessuna “Restaurazione” è possibile: mentre gli umani
perpetuano la loro esistenza violenta e si spengono poco a poco, gli infetti
proliferano ovunque candidandosi a ereditare la Terra in piena reciproca
connessione. Il mostruoso emerge come effetto dell’incapacità umana ad andare
oltre sé stessa.
A guardar bene, ciò che ritorna in scena nei futuri catastrofici è una
condizione arcaica dell’umanità, la sua origine prima della scrittura e dei
sovrani. Intorno al V millennio a.C. piccole civiltà stanziali dell’Europa
centro-occidentale vennero investite dalle tribù delle steppe orientali: genti
dalla lingua incomprensibile che si muovevano a dorso di cavallo, animale ancora
sconosciuto in quei territori e che saranno apparsi a quei contadini come
spaventosi ibridi: centauri dalle gambe equine e busto umano. D’altronde
l’ibrido faceva parte dell’orizzonte entro cui si muovevano. Come riporta Luca
Misculin nel suo podcast L’invasione, a montare quei cavalli erano molto spesso
giovani maschi, poco più che bambini, nell’atto di compiere il rito di
passaggio: il Koryos, un periodo di anni in cui tutti i ragazzi coetanei
abbandonavano il proprio villaggio per trascorrere un tempo di nomadismo prima
di fare ritorno come adulti.
La vita dei membri del Koryos si conformava, più che alla vita umana, a quella
dei branchi di lupi con il loro errare predatorio, le mutevoli leggi interne. E
nei lupi questi ragazzi si identificavano e riferivano a sé stessi, dei lupi
vestivano le pelli. Non vi è dubbio che l’apparire nei villaggi di queste
chimere cavallo-umano-lupo fosse presagio di violenza, la loro sopravvivenza
legata al saccheggio ne ha determinato l’espansione disordinata su nuovi
territori, ma è altrettanto vero che molto spesso questi gruppi finirono per non
tornare ai luoghi d’origine e stanziarsi presso altre comunità. L’erranza del
Koryos, pur col suo portato di brutalità patriarcale, nell’incontro/scontro con
umanità differenti, ha finito per rideterminare l’assetto di un mondo, ponendo
fine a forme di vita conchiuse e seminando quella che sarebbe diventata la
civiltà protoindoeuropea. Le piccole apocalissi che investivano i modesti
insediamenti del continente, estinguevano un passato per “compostarlo” nelle
possibilità di forme di vita altre, più ampie.
La catastrofe è il modus della Storia
La storia del mondo è una storia senza morale, quella dell’umanità è una storia
di catastrofi. Ciò è particolarmente vero, come abbiamo visto, per la modernità.
A differire oggi è che le evidenze di un mutamento climatico senza precedenti ci
si riversano contro con una forza che l’attuale livello tecnologico permette di
osservare, misurare e prevedere, senza però riuscire a fermarla. Gli umani
osservano per la prima volta da vicino l’eventualità dell’estinzione per propria
mano. Tutto ciò non è più eludibile da alcun discorso politico, è il Tema, la
cornice entro cui ogni cosa necessita di essere interpretata.
> A guardar bene ciò che ritorna in scena nei futuri catastrofici è una
> condizione arcaica dell’umanità, la sua origine prima della scrittura e dei
> sovrani.
Ma c’è un di più, un’eccedenza che si intreccia e non si esaurisce nella
questione ecologica e fa tracimare ovunque un senso di fine. La crisi è
ambientale, politica, esistenziale, finanziaria, culturale, produttiva,
sanitaria; è ovunque e si autoalimenta, tratteggia affreschi da Hyeronimus Bosch
in un mondo che non sa più tenersi insieme, che favoleggia sulla propria fine
proprio per l’incapacità di pensare sé stesso in un avvenire. Presi dal panico
di un tempo che diviene ingovernabile e atterriti dall’assenza di strutture
psichiche collettive in grado di farci sentire saldi nel presente, pensiamo che
nulla sopravviverà alla nostra fine.
Questo pensiero sciocco ed etnocentrico (ci preme sottolineare il prefisso
etno-) è il primo dispositivo di governo delle alterità possibili. Ma se la
modernità è catastrofe allora siamo oggi dinanzi a una ripresa di senso delle
cose. La presunzione dell’universalismo bianco di forgiare un mondo a propria
immagine a qualunque costo non poteva che produrre edifici fragili; la fine
della storia con cui il liberismo ha legittimato sé stesso in quanto Nomos della
terra non era che un abbaglio. Ottuso e autoreferenziale squillo di trombe, ha
intenzionalmente rimosso e oscurato qualsiasi moto lo eccedesse. E quando le
fondamenta del suo edificio hanno iniziato a tremare, la Storia si è
ripresentata alla porta, lo ha costretto in tempi strettissimi a tornare sui
propri passi e discutere di fine della fine della storia. Possiamo seguire la
suggestione di Anton Jäger nel suo Iperpolitica (2024), quando osserva che la
desertificazione sociale prodotta dal neoliberismo ha determinato un’umanità
alienata, piegata su sé stessa e priva di respiro collettivo. Senza classi,
chiese, partiti, senza forme di organizzazione delle collettività esistono solo
individualità e fragili bolle. Dopo una brevissima estate le società del
benessere si sono trovate, crisi dopo crisi, a svegliarsi da un sonno
farmacologico e a necessitare di una grammatica del mondo che avevano
disimparato.
È arcinoto l’adagio per cui è più probabile la fine del mondo che del
capitalismo; non esiste a oggi un modello alternativo in grado di sfidare il
campione in carica; motivo in più per cui occorre osservare tra le sue scorie
per trovare strumenti utili. Come lo stato d’eccezione, la catastrofe non si
pone come momento chiuso in sé, slegato dal mondo in cui si manifesta, piuttosto
è una contingenza che ne porta all’estremo i tratti salienti: nel caos che
l’accompagna, è un momento di disvelamento. Il suo darsi in permanenza la
configura come dispositivo di governo. Visto e agito dall’alto, il campo del
possibile è un momento di ristrutturazione del modo di produzione. Un buon
affare, anche se sporco. Ridevano gli imprenditori edili mentre L’Aquila si
sbriciolava nel sisma del 2009.
Parallelamente è un ottimo momento per stabilire un ordine rigido e un maggiore
controllo sociale, recuperando le linee di fuga e soffocando le forme di
autorganizzazione emerse dalla necessità che si presentano come rotture
potenziali in grado di ribaltare l’assioma. Ecco allora che assumere la
catastrofe come campo del possibile significa cogliere le vie di trasformazione,
resistenza e abitabilità dell’attuale scenario tardocapitalista proprio
attraverso le sue rovine, Il tentativo prioritario è sottrarla alle narrazioni
immobilizzanti dell’immaginario apocalittico, al fine di sondare questa ipotesi.
> Vi è un doppio movimento all’interno della catastrofe: ristrutturazione
> dall’alto, fuga dal basso; irrigidimento dei dispositivi di governo e
> istintivi tentativi di sottrazione.
Vi è allora un doppio movimento all’interno della catastrofe: ristrutturazione
dall’alto, fuga dal basso; irrigidimento dei dispositivi di governo e istintivi
tentativi di sottrazione. Apre un margine di conflitto che può spezzare il
continuum della storia o riassestarlo sui suoi binari Questa è la grammatica
dimenticata che occorre reimparare per non soffocare tra le macerie ma abitare
un mondo di rovine, per decifrarne il senso. L’apocalisse oggi spaventa non come
evento escatologico, ma come lingua dimenticata. Siamo tornati al cospetto di
una catastrofe che non se n’era mai andata, semplicemente avevamo smesso di
guardarla, di riconoscerla e riconoscerci in essa.
L'articolo Echi dalle rovine proviene da Il Tascabile.