È arrivato giovedì 19 marzo all’aeroporto internazionale José Martí dell’Avana
un convoglio umanitario proveniente dall’Italia: circa cinque tonnellate di
aiuti, tra cui forniture mediche, per un valore totale stimato di 500mila euro,
secondo quanto riportato dalla televisione statale cubana. Il convoglio era
partito mercoledì da Fiumicino con a bordo anche Mimmo Lucano e Ilaria Salis.
Il carico, parte del Convoglio Nuestra América, mobilitazione internazionale
progressista nata per venire in soccorso dell’isola, ora in una fase di grave
crisi economica ed energetica, è giunto nella notte con il volo NO230 della
compagnia Neos nell’ambito del progetto “Let Cuba Breathe”. Le istituzioni
sanitarie, secondo fonti ufficiali cubane, saranno coinvolte nella distribuzione
degli aiuti umanitari, che comprendono anche pannelli solari e sistemi
fotovoltaici destinati agli ospedali.
“Non si tratta solo di sostegno materiale, ma di un segnale di solidarietà
internazionale“, ha affermato Rodrigo Zarza, dell’Istituto cubano di amicizia
con i popoli, evidenziando anche “la crescente consapevolezza sulla situazione
energetica del Paese”. Sul volo erano presenti oltre 100 attivisti parlamentari
europei e rappresentanti di organizzazioni sociali, sindacali e politiche di
diversi Paesi. L’iniziativa, sostenuta da più di 50 associazioni, punta a
“rendere visibile il rifiuto del blocco economico” contro Cuba. La delegazione
resterà sull’isola fino al 24 marzo, partecipando alle attività del convoglio
internazionale e supporterà le operazioni legate all’arrivo via mare di nuovi
carichi nei prossimi giorni. “È una missione di solidarietà con un popolo sotto
pressione”, hanno dichiarato Sofia Buttarelli e Maurizio Coppola di Potere al
Popolo ai microfoni della tv statale cubana subito dopo l’arrivo.
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forniture mediche proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Il conflitto in Medio Oriente, secondo il World Food Programme (Wfp), causerà
un’impennata dei prezzi di cibo e carburante, ma a farne le spese saranno
soprattutto le popolazioni più vulnerabili del mondo. La conseguenza diretta
sarà un aumento della fame.
Come spiegato dalla Wfp, la chiusura della rotta di transito dello Stretto di
Hormuz, da cui passa circa il 20% delle spedizioni globali di petrolio e gas, ha
portato a “una diminuzione del traffico marittimo, un aumento dei rischi navali
e la deviazione o la sospensione del trasporto merci commerciale”. Se
l’escalation dovesse intensificarsi portando alla chiusura combinata sia dello
Stretto di Hormuz che del Mar Rosso, un altro snodo strategico per il commercio
globale, potrebbe dar vita a “uno scenario senza precedenti di doppio collo di
bottiglia per il commercio globale e i flussi energetici”.
L’agenzia Onu specifica che tale situazione minaccia non solo i mercati globali,
ma rende più complessa anche la distribuzione degli aiuti umanitari alle
popolazioni vulnerabili: “Ciò aumenta il rischio che le persone attendano più a
lungo gli aiuti e si trovino ad affrontare una maggiore insicurezza alimentare e
un maggior rischio di malnutrizione”. Per proseguire le sue operazioni di
assistenza umanitaria, il Wfp sta percorrendo le rotte di transito tra Turchia,
Egitto, Giordania e Pakistan, oltre all’utilizzo, ove possibile, di corridoi
terrestri tra gli Emirati Arabi Uniti e il Levante. Oltre a tali rotte,
l’agenzia Onu sta utilizzando anche i porti egiziani, al momento ancora
pienamente operativi, e il Canale di Suez per supportare il lavoro delle agenzie
umanitarie nell’area.
L'articolo “Con escalation in Medio Oriente aumenta la fame nel mondo”,
l’allarme del World Food Programme proviene da Il Fatto Quotidiano.
In Mali è in corso una crisi nella crisi. Dallo scorso settembre l’accesso
all’elettricità è reso quasi impossibile per via del blocco dei camion, da parte
di uno dei principali gruppi jihadisti dell’area, contenenti carburante dai
paesi confinanti, necessario per fornire elettricità alla popolazione. Questo
accade in un Paese dove già migliaia di persone sono costrette a lasciare i
propri villaggi a causa di conflitti armati, tensioni intercomunitarie e
instabilità politica.
Dal 2012, l’instabilità continua nel Paese si è trasformata in una crisi
umanitaria complessa e multiforme, causata principalmente dai conflitti interni,
dall’insicurezza e dagli shock climatici. Ad oggi risulta che circa 6,4 milioni
di persone, pari al 28% della popolazione, hanno bisogno di assistenza
umanitaria. Le esigenze più urgenti si concentrano nel nord e nel centro del
Mali, dove i conflitti hanno causato sfollamenti, aggravato le vulnerabilità e
limitato l’accesso ai servizi di base. Tra le regioni più colpite ci sono quelle
di Mopti e Bandiagara, dove, nel 2025, si sono registrati più di 133mila
sfollati, di cui il 58% sono donne.
In questa fuga forzata, le loro radici vengono strappate via con una violenza
che non lascia spazio a scelte, lasciando dietro di sé case vuote e silenzi
sospesi. In mezzo a questa crisi emerge una forza silenziosa e concreta: quella
dell’accoglienza. Sono le famiglie dei villaggi vicini a tendere una mano.
Famiglie che, pur vivendo in condizioni difficili, aprono le porte a chi ha
perso tutto. Famiglie che diventano rifugio. “Ho già dieci figli. Eppure abbiamo
accolto dodici sfollati dai villaggi vicini e cinque ragazzi che volevano
continuare a studiare.” La storia di Chaka non è un’eccezione. È il volto della
solidarietà che resiste.
L’aggravarsi della crisi nella parte centrale del Paese ha causato lo
sfollamento forzato di gran parte della popolazione. Questi spostamenti hanno
dato luogo alla nascita di numerosi insediamenti spontanei e altre zone di
accoglienza per sfollati, con un impatto molto negativo sull’accesso ai beni di
prima necessità e sulla garanzia del rispetto dei diritti umani per gli sfollati
interni, in particolare bambini, donne e anziani, ma anche per le comunità
ospitanti.
In questo video reportage, realizzato dal fotografo Michele Cattani nell’ambito
del progetto C.A.R.E. “Cooperazione per l’Assistenza e la Resilienza nelle
Emergenze a Mopti e Bandiagara” finanziato dall’Agenzia Italiana per la
Cooperazione allo Sviluppo – Aics – sede di Dakar e implementato da Engim in
consorzio con Intersos, emerge il racconto di vita di queste persone che stanno
ricevendo aiuto umanitario attraverso la distribuzione di beni alimentari,
utensili da cucina, kit igienici e corsi di formazione. Inoltre, sostiene le
attività generatrici di reddito attraverso la distribuzione di ovini,
attrezzature orticole e corsi di formazione in agroecologia.
Attualmente, gli operatori umanitari si trovano a operare in un contesto
estremamente fragile e imprevedibile, dove le sfide legate alla sicurezza
compromettono fortemente la continuità e l’efficacia degli interventi. In molte
aree, le condizioni di sicurezza variano rapidamente, costringendo le équipe
umanitarie ad adattarsi costantemente e a pianificare le attività con estrema
cautela per garantire la sicurezza del personale e la protezione delle comunità
assistite.
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vita di chi sta ricevendo aiuti umanitari proviene da Il Fatto Quotidiano.