Più di ventiquattro ore senza elettricità. Quello di sabato è stato il secondo
blackout totale, per Cuba, in una settimana. E il terzo da quando Donald Trump
ha imposto il blocco petroliero sull’isola, dove – come sostiene il leader
dell’Avana Miguel Díaz-Canel – da “tre mesi non arriva un’imbarcazione con
combustibile”. Questa volta a saltare è stata “sesta unità” della località di
Nuevitas, provocando un “effetto a cascata sugli impianti in linea”, si legge
sull’account X di “Unión eléctrica de Cuba”, fornitore energetico nazionale, che
assicurava l’avvio dei “protocolli” per il ripristino del servizio. All’alba di
domenica il 90% dei cittadini era ancora senza elettricità.
I più colpiti sono gli ospedali. “Si fa il possibile, proprio come nei teatri di
guerra”, commenta Juana Moreno, infermiera, 43 anni. “Non si registrano pazienti
deceduti a causa dei blackout, ma è un timore costante. E mancano le medicine,
che alcuni degenti condividono tra loro”, dice a Telemundo Martín Hernández
Isas, ematologo, che ogni giorno percorre 32 chilometri per raggiungere il posto
di lavoro, cioè l‘Instituto di hematología e immunologia dell’Avana. L’America
Latina osserva con preoccupazione quella che il deputato messicano di Morena –
il partito progressista di Claudia Sheinbaum -, Luis Humberto Fernández,
definisce l’attuale crisi come “la peggiore” nella storia di Cuba. Quasi il 90%
della popolazione è in povertà e, da settimane, il malcontento si manifesta
nelle strade: cortei, proteste, atti vandalici.
Escluso l’intervento militare degli Stati Uniti, almeno per il momento. “Non è
previsto”, ha detto il comandante Francis Donovan (SouthCom) interpellato
giovedì al Congresso Usa. In realtà crisi e sofferenza del popolo servono a
Washington per inchiodare il regime dell’Avana sul tavolo dei negoziati. Ma la
posta in gioco è più affaristica che politica. Fonti vicine al dossier
sostengono che l’amministrazione Trump sia più concentrata sul controllo Usa su
settori come il turismo, l’energia e persino l’export di alimenti.
Un primo segnale di apertura è stato il via libera agli investimenti dei cubani
residenti all’estero nell’isola, annunciata il 16 marzo dal numero due
dell’Avana, Oscar Pérez Oliva, nipote di Raúl e di Fidel Castro. “Cuba è aperta
a una relazione fluida con le imprese statunitensi” e “anche con i cubani che
risiedono negli Usa e i loro discendenti”, ha detto Pérez-Oliva a Nbc News,
aprendo anche a investimenti “infrastrutturali”. Nei piani Usa pare sia previsto
lo sbarco di catene alberghiere quali Marriott, Hilton e Hyatt, pronte a
spiazzare quelle già presenti (Melìa, Iberostar e altri brand messi alle strette
dalla crisi).
L’Avana conosce bene le ambizioni dell’attuale presidente Usa. A fine anni
Novanta la Trump Organization aggirò l’embargo Usa per esplorare eventuali
investimenti a Cuba (68mila dollari spesi, messi a bilancio come aiuto
umanitario) e nel 2008 fece richiesta per introdurre il suo marchio all’Avana,
con licenza dal 2010 al 2008.
Accordo vicino, ma sempre a rischio, considerato il carattere volatile del
tycoon e la sua esigenza di portare a casa un risultato politico, cioè la caduta
di Díaz-Canel, anche lasciando intatta la presenza dei Castro e la struttura
militare. In pratica, il governo reale. Non si discute infatti sulla presenza di
Raúl Castro all’Avana, che ha già espresso il desiderio di poter “morire
nell’isola”. E non è nemmeno chiara la posizione dei Castro sulla permanenza al
potere di Díaz-Canel, blindata in pubblico dai proclami di resistenza ma
trattabile per i settori più pragmatici del regime. Al suo posto gli Usa
vorrebbero una figura come quella dello stesso Pérez-Oliva.
L’esito della trattativa dipenderà in parte dalle capacità di mediazione sul
fronte cubano, guidato da un altro nipote dei Castro, il 41enne Raúl Guillermo
Rodríguez Castro, in prima fila quando Díaz-Canel è intervenuto pubblicamente
per confermare le trattative in corso. Raúl Guillermo è più concentrato sugli
affari che sulla Revolución in sé. Ed è più affine allo stile di vita di Miami,
che a quello dell’Avana. Il suo inedito protagonismo è dovuto all’influenza –
ereditata dal padre Luis Alberto Rodríguez López-Calleja – sull’impresa pubblica
Gaesa, Grupo de administración empresarial sociedad anónima, che gestisce i
principali asset dell’isola. Proprio quelli che interessano agli Usa. L’Avana
tratta con Washington, dunque, e si presenta indebolita dalla crisi, ma comunque
in piedi, grazie anche al sostegno di alleati come Cina, Colombia, Brasile,
Messico e Russia.
L'articolo Cuba al buio: il blackout totale piega l’isola. Il piano di Trump per
gli investimenti, dal turismo all’export proviene da Il Fatto Quotidiano.
Tag - Cuba
Il rozzo e nefasto peracottaro che presiede ancora, speriamo per breve tempo, ai
destini della principale Potenza dell’Occidente e del corteo di vergognosi servi
sciocchi che l’accompagna, compreso il governo italiano, ha avuto recentemente
l’ardire di affermare che presto “si prenderà Cuba”. Tale mostra di demenziale
arroganza costituisce nuova riprova del fatto che Trump vive in un mondo tutto
suo ed è afflitto da delirio di onnipotenza, convinto che la macchina da guerra
che guida gli dia il diritto di saccheggiare e bistrattare ogni Stato e ogni
popolo. Un individuo del genere è ovviamente pericolosissimo per il genere umano
nel suo complesso e se i popoli, a cominciare da quello degli Stati Uniti che si
ribella con sempre maggior forza alla sua follia, non lo fermeranno al più
presto, andrà a sbattere prima o poi nella guerra mondiale nucleare di cui le
sue azioni sconsiderate, insieme a quelle del suo socio del cuore, il criminale
genocida Netanyahu, stanno ponendo le premesse.
Trump, nonostante il suo vaniloquio tracotante, buono solo per infinocchiare una
Meloni o un Milei, costituisce l’espressione vivente del declino inarrestabile e
rovinoso degli Stati Uniti.
Odia Cuba non solo per compiacere il suo Segretario di Stato Rubio, rampollo di
una delle famiglie di latifondisti subcoloniali che la Rivoluzione di Fidel e
del Che mandò in esilio oltre sessantacinque anni fa. Trump odia Cuba perché
Cuba è il simbolo vivente di una lotta vittoriosa, che dura per l’appunto da
oltre sessantacinque anni, per la dignità e l’orgoglio nazionale di un popolo,
parole del tutto incomprensibili a soggetti come Meloni, La Russa, il
bistecchiere Delmastro Delle Vedove e simili, che pure per ironia della sorte e
grottesco paradosso si definiscono patrioti, continuano ad essere chiamati
“sovranisti” dalla bizzarra stampa mainstream, e hanno mutuato la propria
denominazione dall’inno nazionale composto da un giovane patriota come Goffredo
Mameli, morto combattendo nella difesa di Roma e che sicuramente si starà
rivoltando nella tomba per avere, sia pure involontariamente, tenuto a battesimo
simili figuri.
Cuba è il simbolo vivente della lotta contro l’imperialismo e il colonialismo.
Fu grazie ai militari cubani che cominciò la fine del regime razzista
sudafricano dell’apartheid, sconfitti nell’epica battaglia di Cuito Canavale.
Cuba è il simbolo vivente della solidarietà umana, prestata nei fatti da
migliaia di medici cubani in decine e decine di Paesi, compreso il nostro ai
tempi del Covid e ancora oggi in Calabria.
Cuba è il simbolo vivente dell’umanità che il capitalismo alla Epstein, di cui
Trump per vari motivi è uno dei massimi portavoce, vorrebbe sopprimere, perché
vede negli esseri umani solo possibilità di sfruttamento lavorativo o sessuale,
e se non gli servono li massacra, come sta facendo Netanyahu coi Palestinesi e
ora anche coi Libanesi.
Cuba è il simbolo vivente di una società egualitaria che, nonostante le
ristrettezze indotte da un blocco economico che dura da oltre sessantacinque
anni, e che Trump ha esasperato trasformandolo anche in blocco militare,
continua a costituire un modello alternativo anche per le classi oppresse
dell’Occidente, per quei milioni e milioni di statunitensi privi della
possibilità di soddisfare i propri bisogni più elementari e per questo
costituisce effettivamente una minaccia non già per la sicurezza degli Stati
Uniti, ma per la sopravvivenza di un sistema disumano basato su oppressione e
sfruttamento.
Per tutti questi motivi Trump odia Cuba. Per tutti questi motivi le persone
autenticamente libere, oneste e democratiche del pianeta devono amarla e
sostenerla.
Minacciando di ridurre Caracas come Gaza, Trump ha rapito il legittimo
presidente venezolano Maduro e la sua sposa e ha ottenuto temporaneamente la
cessazione della fornitura di petrolio venezolano a Cuba. Ma entrambi tali
risultati sono stati ottenuti in violazione del diritto internazionale e Maduro
e Cilia vanno liberati al più presto così come devono riprendere le forniture di
petrolio venezolano a Cuba. Non è infatti ammissibile che sia la legge della
giungla a disciplinare i rapporti tra gli Stati perché questa è la strada senza
uscita che porta alla guerra mondiale e alla fine dell’umanità.
Dobbiamo quindi rafforzare ed estendere la campagna di solidarietà con Cuba con
iniziative come la Flotilla Nuestramerica che ha raggiunto l’isola il 21 marzo.
Affinché l’iniziativa della società civile sì affianchi a quella degli Stati,
con in testa Messico, Russia e Cina, che non intendono sottostare all’odioso
ricatto e alle inposizioni dell’autoproclamato dittatorucolo del pianeta.
A Roma si terrà, sabato 11 aprile prossimo, una manifestazione di carattere
nazionale su questi temi, cui dobbiamo partecipare in massa per gridare a Trump,
Rubio e i loro servitori nostrani: giù le mani da Cuba, patrimonio
irrinunciabile dell’umanità in lotta per un mondo migliore!
L'articolo Trump, giù le mani da Cuba! proviene da Il Fatto Quotidiano.
Due giorni dopo aver lasciato il porto messicano i membri del convoglio “Nuestra
America”, che sta consegnando rifornimenti alimentari a Cuba, condividono la
loro prospettiva su questa missione. L’attivista brasiliano Thiago Avila,
portavoce principale del convoglio internazionale organizzato da Progressive
International, spiega che questa flottiglia, come quella destinata a Gaza, mira
a richiamare l’attenzione sulla necessità di difendere il diritto dei popoli
alla sovranità.
“Non possiamo permettere che il mondo e il diritto internazionale vengano
seppelliti sotto l’avidità di Donald Trump“, dichiara. Cuba sta affrontando
difficoltà sotto la pressione del blocco imposto dal presidente americano, che
sta esacerbando una crisi economica ed energetica.
L'articolo Aiuti umanitari a Cuba, a bordo della Nuestra America: “Trump non può
seppellire il diritto internazionale” proviene da Il Fatto Quotidiano.
Niente lampioni, niente semafori: L’Avana è stata colpita da un altro blackout
che ha interessato l’intero Paese, il secondo in meno di una settimana. La rete
elettrica fatica a reggere il peso del blocco petrolifero imposto dagli Stati
Uniti. Nella capitale la corrente ha cominciato a mancare prima del tramonto,
poco prima delle 18:30.
L'articolo Cuba ancora al buio: a L’Avana il secondo blackout in una settimana
proviene da Il Fatto Quotidiano.
“La Russia ribadisce la sua incrollabile solidarietà con il governo e il
fraterno popolo di Cuba”. Il messaggio risale a pochi giorni fa e lo ha diffuso
il ministero degli Esteri russo. Mosca condanna “i tentativi di grave
interferenza negli affari interni di uno Stato sovrano, le intimidazioni e l’uso
di misure restrittive unilaterali illegali”. Anche se il Cremlino non ha
nominato Trump, anche se ha evitato i richiami diretti al presidente americano
che pochi giorni fa ha detto che a Cuba può riservare il destino che desidera,
il richiamo è ovvio. (Queste sono state le parole precise del repubblicano:
“Credo che avrò l’onore di prendere Cuba. È un grande onore. Prendere Cuba in
qualche modo. Che la liberi o la prenda, penso di poter fare quello che voglio,
se volete sapere la verità. È una nazione molto indebolita in questo momento”).
Dopo questa dichiarazione il livello di allerta si è inevitabilmente alzato; per
Washington, dalla Federazione, la risposta è arrivata. Anzi, ne sono arrivate
due: una si chiama Sea Horse, l’altra Anatoly Kolodkin.
Sea Horse e Kolodkin sono le due petroliere russe che stanno sfidando il regime
di embargo imposto dal tycoon contro l’isola di Castro sprofondata nel blackout,
alle prese con una crisi energetica mai affrontata prima. Il primo vascello, che
batte bandiera di Hong Kong, ha 27mila tonnellate di gas a bordo, e attraccherà
sull’isola lunedì (secondo i dati della società di intelligence marittima
TankerTrackers). La seconda nave battente bandiera russa, già sanzionata da Usa
e Ue – ha un carico di circa 100.000 tonnellate di greggio degli Urali e
arriverà ad inizio aprile. È dai tempi dell’Unione Sovietica e della Guerra
fredda che Cuba fa affidamento sul greggio di Mosca per soddisfare il proprio
fabbisogno energetico, ma negli ultimi decenni è stato soprattutto il Venezuela
a spedire forniture costanti di oro nero sull’isola, in cambio di personale
medico e di intelligence. Dopo la defenestrazione di Nicolas Maduro e gli
ultimatum trumpiani però quella linea si è spezzata; si è interrotto il flusso
che per anni ha sostenuto l’economia cubana, mentre anche il resto degli
approvvigionamenti si sono assottigliati: l’ultima petroliera ad aver attraccato
a Cuba (il 9 gennaio scorso) arrivava dal Messico.
L’Havana, rimasta al buio, alle prese col collasso della sua rete elettrica,
rischia una fine da Caracas e Teheran. Forse Cuba sta davvero trattando con gli
americani per porre fine alla blokada energetica, come scrivono i media
americani che individuano nella rimozione del presidente Díaz-Canel l’unica
condizione per mettere fine al braccio di ferro. “Manteniamo i contatti con i
nostri amici cubani” ha assicurato due giorni fa il portavoce del Cremlino,
Dmitry Peskov. Nel febbraio scorso, nelle sale del Cremlino hanno accolto Bruno
Rodríguez, ministro dell’Energia cubano. Putin gli ha ricordato come la Russia
sia “sempre stata al fianco dell’isola nella sua lotta per l’indipendenza e per
il diritto di seguire un proprio percorso di sviluppo”: “Sapete bene quale sia
la nostra posizione al riguardo”.
L'articolo Mosca chiama L’Havana: il Cremlino sfida l’embargo con due petroliere
pronte a rifornire l’isola di gas e petrolio proviene da Il Fatto Quotidiano.
È arrivato giovedì 19 marzo all’aeroporto internazionale José Martí dell’Avana
un convoglio umanitario proveniente dall’Italia: circa cinque tonnellate di
aiuti, tra cui forniture mediche, per un valore totale stimato di 500mila euro,
secondo quanto riportato dalla televisione statale cubana. Il convoglio era
partito mercoledì da Fiumicino con a bordo anche Mimmo Lucano e Ilaria Salis.
Il carico, parte del Convoglio Nuestra América, mobilitazione internazionale
progressista nata per venire in soccorso dell’isola, ora in una fase di grave
crisi economica ed energetica, è giunto nella notte con il volo NO230 della
compagnia Neos nell’ambito del progetto “Let Cuba Breathe”. Le istituzioni
sanitarie, secondo fonti ufficiali cubane, saranno coinvolte nella distribuzione
degli aiuti umanitari, che comprendono anche pannelli solari e sistemi
fotovoltaici destinati agli ospedali.
“Non si tratta solo di sostegno materiale, ma di un segnale di solidarietà
internazionale“, ha affermato Rodrigo Zarza, dell’Istituto cubano di amicizia
con i popoli, evidenziando anche “la crescente consapevolezza sulla situazione
energetica del Paese”. Sul volo erano presenti oltre 100 attivisti parlamentari
europei e rappresentanti di organizzazioni sociali, sindacali e politiche di
diversi Paesi. L’iniziativa, sostenuta da più di 50 associazioni, punta a
“rendere visibile il rifiuto del blocco economico” contro Cuba. La delegazione
resterà sull’isola fino al 24 marzo, partecipando alle attività del convoglio
internazionale e supporterà le operazioni legate all’arrivo via mare di nuovi
carichi nei prossimi giorni. “È una missione di solidarietà con un popolo sotto
pressione”, hanno dichiarato Sofia Buttarelli e Maurizio Coppola di Potere al
Popolo ai microfoni della tv statale cubana subito dopo l’arrivo.
L'articolo Cuba, arrivati 500mila euro di aiuti umanitari dall’Italia, incluse
forniture mediche proviene da Il Fatto Quotidiano.
“È un gesto simbolico. Una forte motivazione me la dà anche il ricordo di quando
i medici cubani sono venuti in Calabria per aiutarci rispetto a uno dei drammi
sociali più gravi per la nostra regione come quello della sanità”. Lo ha detto
Mimmo Lucano, membro del Gruppo della Sinistra al Parlamento europeo, prima
della partenza oggi dall’aeroporto di Roma Fiumicino per L’Avana con la
delegazione italiana dello European Convoy for Cuba. “Con noi viaggiano 19
nazionalità, oltre 50 associazioni e collettivi, 13 movimenti politici e
sindacali, 4 europarlamentari. Siamo riusciti in brevissimo tempo a raccogliere
oltre 5 tonnellate di materiale medico-sanitario e farmaci” ha detto Giorgia
Vernetti, portavoce di Aicec – Agenzia per l’interscambio culturale ed economico
con Cuba, che ha promosso l’iniziativa.
L'articolo Partita da Fiumicino la Flotilla aerea con aiuti umanitari per Cuba:
a bordo anche Mimmo Lucano e Ilaria Salis proviene da Il Fatto Quotidiano.
Washington ha intensificato la pressione sulle autorità comuniste cubane perché
consentano riforme di libero mercato, mentre l’isola impoverita si affanna a
riprendersi da un blackout elettrico che ha colpito tutto il paese e che è stato
ripristinato soltanto stamattina, 18 marzo. Il Segretario di Stato americano
Marco Rubio ha affermato che la decisione di Cuba, annunciata questa settimana,
di permettere agli esuli di investire e possedere attività commerciali non è
sufficiente. “Quello che hanno annunciato ieri non è abbastanza drastico. Non
risolverà il problema. Quindi dovranno prendere delle decisioni importanti“, ha
detto Rubio, cubano-americano e acceso critico del partito al governo, ai
giornalisti alla Casa Bianca. Il presidente Donald Trump, che solo lunedì aveva
affermato che avrebbe “conquistato” il Paese, ha aggiunto: “Faremo qualcosa con
Cuba molto presto”.
Le autorità cubane sono sottoposte a una pressione sempre più schiacciante, con
Washington che impone un blocco petrolifero e dichiara apertamente di voler
porre fine alla quasi settantennale contrapposizione tra gli Stati Uniti e lo
stato comunista a partito unico. Cuba è aperta a colloqui ampi con Washington e
a maggiori investimenti, ma “non discuterà di un cambiamento del proprio sistema
politico“, ha dichiarato martedì un inviato all’Afp. Tanieris Dieguez, vice capo
missione cubana a Washington, ha affermato che i due paesi vicini “hanno molte
cose da mettere sul tavolo“, ma che nessuno dei due dovrebbe chiedere all’altro
di cambiare il proprio governo.
“Nulla che riguardi il nostro sistema politico, nulla che riguardi il nostro
modello politico – il nostro modello costituzionale – fa parte dei negoziati e
non ne farà mai parte”, ha dichiarato. “L’unica cosa che Cuba chiede per
qualsiasi dialogo è il rispetto della nostra sovranità e del nostro diritto
all’autodeterminazione“. Il New York Times, citando funzionari statunitensi
anonimi, ha affermato che l’amministrazione Trump ha chiesto a Cuba di
destituire il presidente Miguel Díaz–Canel, considerato restio al cambiamento.
E proprio il presidente cubano Miguel Díaz-Canel ha lanciato un monito contro le
crescenti pressioni della Casa Bianca, avvertendo sulle proprie reti sociali che
“qualsiasi aggressore esterno si scontrerà con una resistenza inespugnabile”.
Díaz-Canel ha denunciato come gli Stati Uniti minaccino “pubblicamente Cuba,
quasi quotidianamente, di rovesciare con la forza l’ordine costituzionale”,
utilizzando come pretesto le difficoltà di un’economia che tentano di isolare da
oltre sessant’anni. “Pretendono e annunciano piani per impadronirsi del Paese”,
ha aggiunto spiegando così “la feroce guerra economica applicata come castigo
collettivo”.
Intanto come già detto il sistema elettrico a Cuba ha iniziato a riprendersi
dopo il blackout totale di lunedì. Il recupero è lento, come tipico in caso di
interruzioni di corrente di questa portata. Secondo l’Unión Eléctrica (Une),
l’operatore statale della rete elettrica, il servizio è stato ripristinato nelle
regioni occidentali e centro-orientali dell’isola dopo la riattivazione delle
centrali elettriche nei comuni di Diez de Octubre e Carlos Manuel de Céspedes.
Nel frattempo, la luce è tornata anche in alcune zone dell’Avana, sebbene
numerosi quartieri della capitale rimangano senza corrente. Il massiccio
blackout di lunedì è stato il sesto in quasi un anno e mezzo e il primo da
quando gli Stati Uniti hanno imposto un embargo petrolifero all’isola di circa
10 milioni di abitanti. Il fenomeno si deve anche alla mancanza di investimenti
in un sistema già in deterioramento.
L'articolo Cresce la pressione della Casa Bianca su Cuba. Díaz-Canel:
“Resistenza inespugnabile contro qualsiasi aggressore” proviene da Il Fatto
Quotidiano.
L’intera isola di Cuba è rimasta senza elettricità a seguito di un blackout,
come comunicato dalla compagnia statale Unión Eléctrica de Cuba (Une). Non è la
prima volta che un’interruzione di corrente colpisce il Paese caraibico, che già
da tempo subisce gravi difficoltà energetiche anche a causa dal blocco del
petrolio imposto dagli Stati Uniti per fare pressione sul governo comunista
dell’isola.
La Une ha dichiarato che si è verificata la disconnessione totale del Sistema
energetico nazionale (SEN), che ha causato la sospensione simultanea
dell’energia in tutto il Paese. Le cause precise del guasto non sono state
ancora chiarite, ma la compagnia dell’Avana, in un breve messaggio pubblicato
sul proprio canale Telegram ufficiale, ha spiegato che sono già state avviate le
procedure per ripristinare gradualmente la fornitura elettrica.
Secondo quanto riportato da alcuni media locali e dalla CNN, i residenti
dell’Avana hanno visto la corrente interrompersi improvvisamente dopo
l’alternarsi di alcuni spegnimenti e riaccensioni. Testimonianze simili sono
giunte anche da altre province. Questo risulta essere il primo collasso totale
della rete elettrica cubana registrato nel 2026, ma il sistema energetico cubano
vive già da tempo alcune difficoltà: il 4 marzo un guasto alla centrale
termoelettrica Centrale termoelettrica Antonio Guiteras, nella provincia di
Matanzas, aveva tagliato fuori dalla rete elettrica la maggior parte del
territorio nazionale. Il ripristino della rete era arrivato a rilento a causa
della scarsità di carburante fondamentale per alimentare i sistemi elettrici
locali.
Proseguono intanto le tensioni nell’isola, legate anche alle proteste per i
frequenti e prolungati tagli di corrente. A Morón, città nella provincia di
Ciego de Ávila, decine di persone sono scese in strada al grido di slogan a
favore della libertà. Le autorità hanno arrestato diversi partecipanti e
dispiegato forze di sicurezza in diverse zone del paese.
In tutto questo si susseguono le dichiarazioni del presidente Usa: “Cuba è in
cattiva forma, stanno parlando con Marco”, ha detto Donald Trump alla Casa
Bianca riferendosi al segretario di Stato Rubio. “Faremo qualcosa molto presto
con Cuba”, ha aggiunto.
L'articolo Blackout totale a Cuba: proseguono i guasti alla rete elettrica
dell’isola a causa delle sanzioni degli Stati Uniti proviene da Il Fatto
Quotidiano.
di Sara Romanò*
Da giorni Trump ripete che a Cuba la situazione è gravissima: mancano soldi,
petrolio e cibo. In questo contesto, sostiene, alcuni leader cubani starebbero
negoziando con gli Stati Uniti. Gli Usa — prevede — assumeranno presto il
controllo dell’isola, in modo amichevole o, come ha aggiunto lunedì, anche non
amichevole. I problemi di Cuba, dice, derivano dalla “cattiva filosofia” del
governo.
Trump dice il vero sul rischio di una crisi umanitaria a Cuba. Omette però che
questa condizione è perseguita deliberatamente dalla sua amministrazione. Solo
negli ultimi due mesi Trump ha bloccato le esportazioni di petrolio venezuelano
a Cuba, ha dichiarato l’isola una minaccia per la sicurezza degli Usa
intensificando le operazioni navali e ha minacciato dazi ai paesi che le
forniscano petrolio, pur non avendone la facoltà, come ha chiarito recentemente
la Corte costituzionale.
A questo si aggiunge una nuova iniziativa giudiziaria. Il procuratore federale
Reding Quiñones, fedele al presidente e a capo dell’inchiesta sulla presunta
“grande cospirazione” dei democratici contro Trump, ha istituito un gruppo di
lavoro per avviare procedimenti penali contro i leader cubani. L’obiettivo
sembra ricalcare il modello venezuelano: l’incriminazione potrebbe offrire una
giustificazione legale e politica per catturarli fuori dal territorio
statunitense, come accaduto a gennaio con Nicolás Maduro e sua moglie Cilia
Flores.
Tutte queste misure si aggiungono allo storico embargo, ora rafforzato
dall’inserimento di Cuba nella lista dei paesi sponsor del terrorismo, deciso
nei primi giorni della presidenza Trump. Si aggiungono inoltre le crescenti
pressioni sui paesi — inclusa l’Italia — che impiegano personale medico cubano
nei propri sistemi sanitari affinché interrompano questi accordi. Come se non
bastasse, pochi giorni fa un motoscafo con dieci cubano-americani armati è
entrato nelle acque territoriali cubane senza fermarsi all’alt della guardia
costiera, che ha risposto aprendo il fuoco.
A trattare con Cuba sarebbe il sottosegretario di Stato Marco Rubio. Per anni
Rubio ha costruito il proprio consenso criticando la politica di riavvicinamento
di Obama verso Cuba, sostenendo che nessun accordo dovesse essere fatto con il
governo dell’isola. Oggi però sembra rivedere questa posizione. In una recente
intervista ha lasciato intendere che un collasso dello Stato cubano
comporterebbe costi e rischi anche per gli Usa, soprattutto in termini economici
e di immigrazione incontrollata. Il suo intransigente purismo sembra perciò aver
lasciato spazio a obiettivi più pragmatici, centrati su riforme economiche più
che politiche.
Dopo un mese di crisi energetica per il blocco delle forniture, gli Usa hanno
autorizzato la vendita di petrolio alle piccole e medie imprese private cubane.
La decisione ha scontentato i cubano-americani che chiedono il pugno duro per
rovesciare il socialismo sull’isola. Rubio si è perciò affrettato a chiarire che
il petrolio arriverà solo alle imprese private e che nemmeno una goccia sarà
destinata alle imprese e alle istituzioni statali.
Con questa mossa gli Usa sottraggono alle istituzioni cubane la capacità di
produrre, distribuire e controllare beni e servizi essenziali e decidono quali
attori sull’isola possano accedervi. Diventano così i gatekeeper, i controllori
dell’accesso a risorse fondamentali: energia elettrica, benzina, gas e tutti i
servizi che dipendono dal petrolio — trasporti, macchine elettromedicali,
produzione agroalimentare, servizi idrici.
Il petrolio — ha ribadito Rubio — arriverà quindi “alla popolazione”. In realtà
solo a quella parte che potrà permetterselo, perché dovrà acquistarlo a prezzi
di mercato che saranno alti in un paese dove il petrolio scarseggia. Chi riceve
rimesse dall’estero o possiede attività in dollari potrà alimentare generatori,
auto, pompe dell’acqua o ventilatori. Gli altri no. Alla punizione collettiva,
una minoranza con maggiori risorse economiche potrà sottrarsi in parte.
È una strategia che punta cinicamente a spingere le persone a soddisfare bisogni
essenziali e collettivi attraverso soluzioni individuali, svuotando il legame di
cittadinanza. Un’idea opposta di cittadinanza è invece quella degli
organizzatori del Convoy to Cuba, che stanno preparando una flottiglia per
portare a ospedali, scuole e famiglie in difficoltà aiuti, medicinali e
solidarietà, chiedendo il rispetto del diritto internazionale. In questi giorni
sono attivi punti di raccolta in molte città d’Italia e del mondo.
*sociologa del dipartimento di Culture, Politiche e Società dell’Università di
Torino
L'articolo Cuba in ginocchio: Trump mira al controllo dell’isola con la leva del
petrolio (solo ai privati) proviene da Il Fatto Quotidiano.