Donald Trump non si ferma, secondo una tecnica ormai consolidata. Stanotte è
arrivata una nuova minaccia: il presidente americano ha firmato un ordine
esecutivo che imporrebbe una tariffa su tutti i beni provenienti da Paesi che
vendono o forniscono petrolio a Cuba. Una mossa che serve a mettere sotto
ulteriore pressione il Messico. Questa settimana, infatti, la presidente
messicana Claudia Sheinbaum ha dichiarato che il suo governo ha almeno
temporaneamente sospeso le spedizioni di petrolio a Cuba, ma ha affermato che si
trattava di una “decisione sovrana” non dettata dagli Stati Uniti.
Sulla scia dell’operazione militare statunitense per deporre l’ex presidente
venezuelano Nicolás Maduro, Trump ha affermato che il governo cubano è pronto a
cadere. Ieri un giornalista gli ha chiesto se stesse cercando di “strangolare”
Cuba, definita una “nazione in declino”. “La parola ‘strangolare’ è
terribilmente dura”, ha detto Trump, “Non ci sto provando, ma sembra che sia
qualcosa che non riuscirà a sopravvivere“.
“Un atto brutale di aggressione – ha denunciato su X il ministro degli Esteri
cubano Bruno Rodriguez -. Denunciamo davanti al mondo questo atto brutale di
aggressione contro Cuba e il suo popolo, sottoposto da oltre 65 anni al blocco
economico più lungo e crudele mai applicato a un’intera nazione, che ora si
promette di sottoporre a condizioni di vita estreme”.
L'articolo Da Trump nuove minacce a Cuba e Messico: “Sanzioni a chi vende
petrolio a L’Havana”. La reazione: “Atto brutale di aggressione” proviene da Il
Fatto Quotidiano.
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Decine di migliaia di cubani hanno partecipato alla lunga marcia per rendere
omaggio ai 32 militari uccisi in Venezuela durante l’operazione militare degli
Usa e per mandare un messaggio alla Casa Bianca e al presidente Donald Trump. È
avvenuto venerdì 16 gennaio all’Avana, in un corteo organizzato in “difesa della
sovranità di Cuba e della Rivoluzione”. “Honor y gloria”, lo slogan scelto per
chiamare le persone a raccolta nella “Marcia del popolo combattente”, snodatasi
dalla Tribuna Antimperialista lungo il Malecón, il lungomare avanero.
I cittadini hanno cominciato a riempire le strade della città sin dalle prime
ore del mattino. Il palco della manifestazione è stato montato in un luogo
simbolico: alle spalle all’ambasciata statunitense. Da qui il presidente della
Repubblica e segretario generale del Partito comunista cubano Miguel Díaz-Canel
Bermúdez, nella classica tenuta verde oliva, si è scagliato contro
“l’aggressione terrorista” compiuta a Caracas lo scorso 3 gennaio dalle forze
speciali Usa. “Cuba è terra di pace” ha detto. “Non minaccia né sfida, ma se
aggrediti siamo in milioni disposti a
combattere con la stessa fierezza dei nostri compatrioti caduti”.
In prima fila i 32 cartelli con impressi i nomi e i volti dei soldati impegnati
nel Paese bolivariano alleato dell’Avana, tumulati nelle varie province di
provenienza, dove si sono svolte altrettante celebrazioni di massa nei giorni
scorsi. Un discorso pronunciato sotto un cielo grigio, tra gli applausi e le
risposte corali dei presenti. Fra loro militari, studenti, lavoratori, cittadini
comuni, giovani e anziani. Alcuni “spinti” dal Partito comunista che controlla
il Paese, altri sinceramente fedeli al socialismo e alla Revolución, nonostante
la grave crisi economica che attanaglia l’isola ormai da molti anni. “Qui non si
arrende nessuno”, il grido ripetuto durante il corteo, quando il serpentone
umano stretto tra i cordoni di sicurezza ha riempito il lungomare di bandiere
cubane e venezuelane. Qualcuno ha il vessillo rosso con la falce e il martello,
altri il volto di Fidel Castro, accostato a José Martí (eroe della Patria cubana
nella lotta d’indipendenza contro gli spagnoli) e a Hugo Chávez, alla cui figura
risale il legame venticinquennale tra il socialismo cubano e quello venezuelano.
Tra gli obiettivi principali degli slogan scanditi dai manifestanti ci sono
Trump e soprattutto Rubio, figlio di cubani dal dente particolarmente avvelenato
nei confronti del governo dell’isola. “Cuba è sovrana e
decide da sola il proprio destino“, è il concetto gridato al passaggio davanti
all’ambasciata Usa, riaperta nell’era Obama in un clima di speranza e tornata
oggi cupa sede dell’imperialismo “Yanqui”, come viene definito qui.
Volti seri, corrucciati ma anche sorridenti, tra tamburi e cori di scherno. Come
quello di Mijaín López, pentacampione olimpico di lotta greco-romana che ha
salutato il corteo al fianco del presidente, stringendo
mani e regalando selfie. Dopotutto per molti la manifestazione, scioltasi tra le
strade verdi del Vedado, è stata anche una festa.
Nonostante il clima di tensione che ha spinto le autorità dell’isola ad attivare
esercitazioni militari, la vita in questi giorni scorre in modo tranquillo, con
le difficoltà ormai croniche dettate da una crisi che non accenna a dare tregua.
Carenze energetiche in primis. Una situazione deflagrata con lo scoppio della
pandemia, che ha falcidiato l’economia cubana, già colpita da centinaia di
sanzioni statunitensi. Una lotta quotidiana imposta a buona parte della
popolazione, divisa tra difesa della bandiera e una ricerca di ossigeno che
spinge anche a emigrare.
L'articolo Cuba, l’omaggio dell’Avana ai 32 militari uccisi nel raid Usa in
Venezuela: decine di migliaia in marcia sul lungomare proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Nonostante la crisi che ha reso il Paese molto meno influente rispetto agli anni
della ‘dinastia’ Castro, Donald Trump non frena e passa a minacciare uno degli
storici rivali al confine: Cuba. Mentre prova a gestire il dossier venezuelano,
a ottenere ventaggi in Groenlandia e ad alimentare le rivolte in Iran, il
presidente americano su Truth si rivolge a L’Avana sostenendo che “per molti
anni Cuba ha vissuto grazie alle ingenti quantità di petrolio e denaro
provenienti dal Venezuela. In cambio, ha fornito ‘servizi di sicurezza’ agli
ultimi due dittatori venezuelani, ma ora non più! Il Venezuela ora ha gli Usa,
l’esercito più potente del mondo (di gran lunga!), a proteggerlo, e noi lo
proteggeremo. Non ci sarà più petrolio o denaro per Cuba, zero! Consiglio
vivamente di raggiungere un accordo, prima che sia troppo tardi”.
Un dossier, quello dell’isola caraibica, caro alla fronda cubana tra i
Repubblicani, vicina alle opposizioni al governo socialista. Un nome su tutti,
il segretario di Stato, Marco Rubio, che lo stesso Trump sui social ha suggerito
come “nuovo leader di Cuba“: il tycoon ha ripubblicato su Truth un post dell’8
gennaio dell’utente Cliff Smith nel quale si sosteneva che “Marco Rubio sarà
presidente di Cuba”, accompagnato dall’emoji sorridente. Non è chiaro se il
messaggio fosse ironico, comunque Trump lo ha condiviso commentando: “Mi sembra
un’ottima idea!”.
L’esecutivo cubano, però, ha deciso di mostrarsi fermo sulle sue posizioni e
rispondere a tono a Washington con il suo ministro degli Esteri, Bruno
Rodríguez, che ha precisato: Cuba “non riceve, né ha mai ricevuto, compensi
monetari o materiali per i servizi di sicurezza forniti ad alcun Paese” e, “a
differenza degli Usa”, non ha “un governo che si dedica ad attività mercenarie,
ricatti o coercizioni militari contro altri Stati”. Il post del capo della
diplomazia de L’Avana conclude affermando che “la legge e la giustizia sono
dalla parte di Cuba” e che “gli Usa si comportano come un egemone criminale e
incontrollato che minaccia la pace e la sicurezza, non solo a Cuba e in questo
emisfero, ma in tutto il mondo”. Rodríguez ha concluso rivendicando il diritto
dell’isola a “importare carburante da quei mercati disposti a esportarlo e che
esercitano il loro diritto a sviluppare le proprie relazioni commerciali senza
interferenze o subordinazioni a misure coercitive unilaterali imposte dagli
Stati Uniti”.
L'articolo Trump torna a minacciare Cuba: “Adesso basta petrolio o soldi dal
Venezuela”. L’Avana: “Non cediamo alle interferenze Usa” proviene da Il Fatto
Quotidiano.
“Bisogna fare qualcosa con il Messico. Il Messico deve darsi una mossa” e
combattere meglio il narcotraffico. Lo ha detto il presidente degli Stati Uniti
Donald Trump parlando dall’Air Force On di ritorno a Washington dalla sua
residenza di Mar-a-Lago. Trump ha affermato di aver ripetutamente offerto truppe
statunitensi al Messico, ma la presidente di quel paese, Claudia Sheinbaum, è
“preoccupata, ha un po’ paura”. Interrogato sulla presenza militare statunitense
a Cuba, tuttavia, Trump ha risposto: “Penso che cadrà e basta”. “Non credo che
abbiamo bisogno di alcuna azione”, ha detto il presidente dopo l’azione militare
Usa in Venezuela.
L'articolo Trump ai giornalisti: “Abbiamo bisogno della Groenlandia. Cuba? Sta
per cadere” – Video proviene da Il Fatto Quotidiano.
Si aggrava l’epidemia di chikungunya in corso a Cuba. Secondo i dati diffusi
dalle autorità sanitarie, i decessi registrati sono 34, a cui si aggiungono i 38
legati però alla dengue. Il numero complessivo dei contagi da chikungunya ha
raggiunto quota 47.003 casi, di cui 1.652 confermati tramite test e oltre 45mila
classificati come sospetti clinici. Nel bollettino quotidiano trasmesso dalla
televisione di Stato, la vice ministra della Salute pubblica Carilda Peña García
ha riferito che la trasmissione del virus interessa tutte le 15 province
dell’isola e il municipio speciale, con 132 municipi e 241 aree sanitarie
coinvolte. Tra i più colpiti i giovani. Dei 36 pazienti ricoverati in terapia
intensiva, 24 sono in condizioni gravi e 12 in stato critico, in larga parte
“minori di 18 anni, inclusi neonati e adolescenti”.
I numeri di Cuba rientrano in una statistica epidemiologica nota. “La
chikungunya è una patologia che normalmente è benigna, però in alcuni casi la
patologia può essere grave, soprattutto nelle persone anziane o in bambini
piccoli o in persone immunodepresse”, spiega Federico Gobbi, direttore del
dipartimento di malattie infettive e tropicali dell’ospedale Sacro Cuore Don
Calabria di Negrar (Verona) e professore associato di Malattie infettive
all’Università di Brescia. “Anche i dati di Cuba lo confermano: siamo a circa 50
decessi su 50mila casi e quindi abbiamo una mortalità intorno a 1 su 1000, che è
quella classica della patologia. Per cui non è una patologia normalmente grave,
però in alcuni casi purtroppo può portare il paziente al decesso”, aggiunge.
Tuttavia, la situazione di Cuba evidenzia come la vulnerabilità di alcune fasce
della popolazione possa trasformare una patologia “benigna” in una tragedia
individuale. “La Chikungunya si manifesta normalmente con febbre, con rash
cutaneo e soprattutto con dolore alle articolazioni”, spiega Gobbi. “Nella
maggior parte dei casi – continua – questi sintomi si risolvono nel giro di
qualche giorno o qualche settimana, in una piccola percentuale di casi i dolori
alle articolazioni si protraggono per mesi o addirittura qualche anno, per cui è
fondamentale il supporto dei reumatologi per stabilire insieme una corretta
terapia con farmaci anti-infiammatori o con il cortisone”.
Mentre Cuba lotta per disinfestare le aree urbane e garantire cure ai pazienti,
il resto del mondo guarda con attenzione. L’uso di repellenti, zanzariere e la
sorveglianza dei sintomi al rientro sono le uniche barriere efficaci contro un
virus che, come dimostrano i fatti di questi giorni, non deve essere
sottovalutato. La battaglia di Cuba contro la Chikungunya è un monito per la
salute globale: il clima cambia, i virus si spostano e la medicina deve farsi
trovare pronta, non solo per curare l’emergenza, ma per gestire le fragilità che
queste malattie portano
L'articolo Allarme chikungunya: quasi 50mila casi e 34 decessi, ecco i sintomi
da non sottovalutare. L’esperto: “Può essere grave per anziani e bambini”
proviene da Il Fatto Quotidiano.