Cinquanta Paesi riuniti a Washington per discutere di minerali critici e della
strategia per contrastare il monopolio cinese. Proprio nei minuti in cui Donald
Trump e Xi Jinping parlavano al telefono, commentando la “bontà” del loro
rapporto e della loro comunicazione. L’incontro, a cui era presente in
rappresentanza dell’Italia il ministro degli Esteri Antonio Tajani, è il primo
nel suo genere organizzato dall’amministrazione Trump e ha un obiettivo
ambizioso: creare un blocco unico di paesi che, grazie ai dazi doganali, possa
contrastare il monopolio sulle terre rare di Pechino. Alla fine del vertice gli
Stati Uniti, la Ue e il Giappone hanno annunciato una partnership strategica ad
hoc per rafforzare la resilienza delle catene di approvvigionamento, guardando a
un più ampio accordo commerciale con partner affini che potrebbe includere
prezzi minimi adeguati alle frontiere e sussidi per colmare i differenziali di
prezzo. In una dichiarazione congiunta, si afferma che Stati Uniti, Unione
europea e Giappone si sono impegnati a concludere un memorandum d’intesa entro
30 giorni.
Il vicepresidente JD Vance ha commentato: “Credo che molti di noi abbiano
imparato a proprie spese, nell’ultimo anno, quanto le nostre economie dipendano
da questi minerali critici. Quella che si presenta a tutti noi è un’opportunità
di autosufficienza, che ci permetterà di non dipendere da nessun altro se non da
noi stessi per i minerali critici necessari a sostenere le nostre industrie e la
crescita”. I minerali critici sono fondamentali per la produzione di una vasta
gamma di prodotti, dai motori a reazione agli smartphone e la Cina domina da
anni questo mercato.
La nuova strategia è stata annunciata dopo che la Cina – che gestisce il 70%
dell’estrazione e il 90% della lavorazione delle terre rare a livello mondiale –
ha ridotto il flusso di questi elementi in risposta alla guerra dei dazi di
Trump. Le due superpotenze hanno raggiunto una tregua di un anno dopo l’incontro
dello scorso ottobre tra Trump e il presidente cinese Xi Jinping, concordando
una riduzione dei dazi e delle restrizioni sulle terre rare. Tuttavia, le
limitazioni imposte dalla Cina restano più severe rispetto a prima
dell’insediamento di Trump. “Non vogliamo mai più trovarci nella situazione in
cui ci siamo trovati un anno fa”, ha dichiarato il presidente americano.
Trump ha anche deciso di iniettare denaro pubblico nel settore. Il Pentagono ha
infatti stanziato quasi 5 miliardi di dollari nell’ultimo anno per assicurare
l’accesso a questi materiali.
“Vogliamo garantire una fornitura diversificata di minerali critici e catene di
approvvigionamento sicure e resilienti in tutto il mondo, in modo che tutte le
nostre economie possano prosperare senza che questi elementi possano mai essere
utilizzati, nel peggiore dei casi, come strumento di pressione contro di noi, o
senza che si verifichino altre interruzioni del mercato che potrebbero minare la
nostra sicurezza economica collettiva”, ha detto il segretario di Stato, Marco
Rubio. Secondo il capo della diplomazia di Washington, questo piano aiuterà
l’Occidente a superare il problema di accesso alle materie prime critiche:
“Ognuno di voi ha un ruolo da svolgere, ed è per questo che siamo grati per la
vostra presenza a questo incontro che, spero, porterà non solo ad altri
incontri, ma anche ad azioni concrete”.
Solo due giorni fa Trump ha annunciato il Progetto Vault, un piano per la
creazione di una riserva strategica di elementi rari, finanziato con un prestito
di 10 miliardi di dollari dalla U.S. Export-Import Bank e con quasi 1,67
miliardi di dollari di capitale privato. La strategia delle scorte potrebbe
contribuire a creare un sistema di prezzi “più organico” che escluda la Cina,
che ha sfruttato il suo dominio per influenzare il mercato con prodotti a prezzi
inferiori al fine di indebolire la concorrenza. “Lanciamo quello che sarà
conosciuto come Project Vault per garantire che le aziende e i lavoratori
americani non subiscano mai danni a causa di eventuali carenze”, queste le
parole di Trump alla Casa Bianca, affiancato dalla ceo di General Motors, Mary
Barra, e dall’imprenditore del settore minerario, Robert Friedland. La riserva,
una novità assoluta per il settore civile statunitense, sarà formata da terre
rare e minerali critici come gallio e cobalto, fondamentali per la produzione di
batterie, smartphone, motori per jet, radar e veicoli elettrici. L’obiettivo è
attenuare l’impatto di improvvise interruzioni delle forniture e di conseguenti
forti oscillazioni dei prezzi, in un contesto globale sempre più contraddistinto
da crescenti tensioni. Il progetto coinvolge già più di una decina di grandi
gruppi industriali, tra cui Gm, Stellantis, Boeing, Corning, Ge Vernova e
Google. Parallelamente, l’Amministrazione sta proseguendo la strategia
diplomatica legata alle materie prime. Gli Stati Uniti hanno già siglato accordi
di cooperazione con Australia, Giappone, Malesia e altri Paesi e puntano ad
ampliare ulteriormente la rete.
L'articolo Minerali critici e terre rare, partnership strategica tra Usa, Ue e
Giappone per contrastare lo strapotere cinese proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Una cartolina da terre lontane per rinfrescare l’immagine piatta di un leader
che in casa sta pericolosamente perdendo linfa politica. Keir Starmer, dalla
Cina con furore e con la doppia missione di rinsaldare relazioni vitali
all’economia domestica, e di inviare a chi deve coglierlo (in USA quanto a
Bruxelles) un messaggio politico: sono un giocatore con tante carte nella manica
sul tavolo internazionale, in un momento di insicurezza geopolitica, instabilità
economica e assi di potere vacillanti. Trump accusa il colpo e contrattacca: per
il Regno Unito fare affari con la Cina è pericoloso, così come per il Canada (su
cui pendono tariffe punitive).
Così, il premier britannico cerca con il presidente Xi Jinping una “relazione
più sofisticata basata su fiducia e rispetto reciproco”, per “collaborare su
aree di comune interesse (come economia, immigrazione clandestina, scambio di
informazioni e lotta all’ immigrazione illegale) ma anche “ per intessere un
dialogo più significativo sui temi in cui i due leader non sono d’accordo”. Nel
suo storico viaggio a Pechino, alla fine Starmer ha trovato per espressa
dichiarazione del presidente cinese una “relazione di lunga durata, consistente,
comprensiva e strategica, a beneficio dei due paesi e del mondo intero. Non
un’opportunità ma una necessità”.
In soldoni però, per ora la visita si concretizza in un accordo per l’ingresso
anche dei britannici in Cina senza bisogno di un visto sotto i 30 giorni, la
revoca delle sanzioni su sei parlamentari di Westminster, investimenti
miliardari del colosso farmaceutico AstraZeneca in Cina e taglio dei dazi sul
whisky scozzese. Steso un velo sulla questione spionaggio e attacchi cyber
sempre più frequenti nel Regno Unito. Starmer fa sapere che i due leader hanno
toccato il tema dei diritti umani e del nodo complesso della prigionia di Jimmy
Lai, il cittadino britannico arrestato ad Hong Kong nel 2020 nel corso di una
protesta pro-democrazia, senza però arrivare ad uno sblocco della situazione.
“Rilasciare mio padre, malato e incarcerato ingiustamente dovrebbe essere il
prodromo dell’inizio di una nuova relazione tra i due paesi” ha sottolineato
Sebastian Lai.
Sotto il Big Ben intanto gli occhi sono puntati sulle conseguenze di un
benvenuto cinese al primo premier britannico in otto anni, barattato in cambio
del via libera all’apertura della nuova mega ambasciata della discordia a
Londra. Il campus diplomatico cinese sarà infatti strategicamente posizionato
nel centro della capitale – con telecamere di sorveglianza tra la gli uffici
della City e sulle folle turistiche di London Bridge – nella mastodontica sede
dell’ex Zecca di Stato che sorge nientemeno che sopra una rete di cavi
informatici sensibili da cui tra gli altri passano i dati di banche ed istituti
finanziari.
Starmer non ha ascoltato chi, dalle varie fronde politiche e dalle stanze
dell’MI5, i servizi segreti britannici, ha urlato al rischio spionaggio. “Il mio
viaggio in Cina è per ridurre il carovita dei cittadini britannici e
nell’interesse nazionale” ha insistito il premier che in casa però è ormai
inviso ai tre quarti degli elettori.
Tra compromessi, marce indietro nei programmi, e accuse di ingenuità verso la
Cina, la traiettoria tracciata da Starmer verso le elezioni del 2029 è una
salita estenuante. Oltre il 50% dei membri del partito starebbe cercando nuove
energie nel Re del Nord, il sindaco di Manchester Andy Burnham, che però è stato
tatticamente bloccato al palo per le elezioni suppletive di maggio dal leader
laburista.
Il clima politico si è fatto burrascoso: i venti dell’ultradestra di Nigel
Farage che soffiano su Downing Street, stanno spazzando via i conservatori. Il
suo partito di populisti, Reform UK, sta facendo incetta di tory defezionisti,
di quelli con le unghie affilate come la ex ministra dell’Interno Suella
Braverman, detta “crudelia” per il suo muso duro contro gli immigrati.
Non tutti i conservatori assistono all’emorragia di defezioni con le mani in
mano. Questa settimana le fronde più moderate del partito più vicine agli
imprenditori hanno creato il movimento ‘Prosper UK’ per chi nel centrodestra si
sente “senza casa”. Una deriva politica per il Regno Unito mentre l’alleato
speciale Trump è sempre più ondivago e il reset delle relazioni post-Brexit con
la UE frena ancora sui conti da pagare per il piano di difesa comune SAFE.
L'articolo Starmer in Cina si veste da statista internazionale, ma in casa tre
quarti degli elettori non lo sopportano. E soffia il vento dell’ultradestra
proviene da Il Fatto Quotidiano.
Due alti generali della Repubblica Popolare Cinese sono indagati per “gravi
violazione disciplinari e violazioni della legge”, una formula che solitamente
si riferisce alle accuse di malaffare e corruzione. I bersagli
dell’Anticorruzione sono Zhang Youxia, vicepresidente della Commissione militare
centrale e il membro dell’esercito con il grado più alto in circolazione, e Liu
Zhenli, membro della suddetta commissione e capo dello Stato maggiore congiunto.
A riferirlo è stata una breve nota del Ministero della difesa cinese. Dopo
questa mossa, il presidente Xi Jinping è subentrato al vertice nella commissione
e ha assunto il controllo dell’Esercito popolare di liberazione in veste di
commander-in-chief.
La Commissione militare centrale, organo che definisce la strategia delle forze
armate e la direzione delle operazioni militari, negli ultimi tempi è stata
svuotata. Rispetto alla composizione a sette membri dell’ultimo congresso di
partito nel 2022, è rimasto in carica soltanto Xi Jinping. Gli ultimi
sopravvissuti alle epurazioni erano proprio Liu Zhenli e Zhang Youxia, che tra
l’altro lo scorso ottobre aveva ricevuto la nomina di commissario politico che
presiede l’organismo di controllo anticorruzione militare.
Zhang ha combattuto nella guerra contro il Vietnam nel 1979 ed è uno dei pochi
veterani ancora in servizio, considerato fino a poco fa uno dei più stretti
alleati di Xi. Un legame che parte dalle loro famiglie, originarie della stessa
regione: i loro padri, infatti, avevano combattuto fianco a fianco nella guerra
civile cinese.
Gli scossoni in Commissione non sono l’unica mossa del segretario comunista per
riformare l’esercito. Nel 2023 sono stati epurati i vertici della Rocket Force,
l’unità che gestisce le testate nucleari. Nel complesso sono otto gli alti
generali che dall’ottobre scorso sono stati espulsi dal Partito con l’accusa di
corruzione- tra cui il generale He Weidong il secondo in gerarchia nella
Commissione. Negli ultimi anni anche due ex ministri della Difesa sono stati
cacciati per corruzione.
L'articolo Xi Jinping è il capo dell’esercito cinese: cacciati gli ultimi due
membri della Commissione militare proviene da Il Fatto Quotidiano.
“Mao Zedong ha fatto rialzare la Cina, Deng Xiaoping l’ha resa ricca e Xi
Jinping l’ha fatta diventare forte”. Non ha usato esattamente queste parole, ma
era proprio questo che intendeva il presidente cinese quando nel 2017 arringò il
partito all’alba del secondo mandato. A cinquant’anni esatti dalla morte del
Grande Timoniere, le ambizioni di Xi per la nazione entrano in una nuova fase. I
prossimi dodici mesi saranno cruciali per la Repubblica popolare.
Il 2026 sancirà l’inizio del nuovo piano quinquennale, la strategia
politico-economica con cui Pechino punta a compiere un grande balzo in avanti
verso la “modernizzazione socialista”. Che tradotto vuol dire trasformare la
Cina in un “paese di sviluppo medio”, raddoppiando il Pil pro capite del 2020
entro il 2035, per poi renderla “un paese socialista moderno, prospero, forte,
democratico, culturalmente avanzato e armonioso” prima del 2049. Giusto in tempo
per il centenario della Repubblica popolare. Un traguardo che – stando ai
comunicati ufficiali – richiederà un tasso di crescita di almeno il 4,17% nel
prossimo decennio.
Non sarà semplice. Il contesto internazionale non facilita il lavoro del governo
cinese: la tregua con gli Stati Uniti è tutt’altro che solida mentre le tensioni
con l’Unione Europea sembrano destinate a diventare la nuova normalità. Guardare
al Sud del mondo potrebbe non bastare a compensare la crescente chiusura dei
mercati occidentali.
Il testo del piano, presentato a ottobre durante il IV Plenum del partito, verrà
ratificato durante la plenaria del parlamento, attesa nel mese di marzo. Ma il
grosso già si sa. Secondo la roadmap, si punterà su una maggiore autosufficienza
tecnologica, nonché su un migliore coordinamento tra circolazione interna ed
esterna, ovvero tra mercato domestico e commercio internazionale. I consumi,
soprattutto nei servizi, restano la stella polare. Il “salvagente” economico che
la leadership cinese ritiene indispensabile nel quadro delle tensioni
commerciali con Stati Uniti e Unione europea. Ma adesso l’intenzione è quella di
lavorare di più sull’offerta regolamentando i comparti affetti da sovracapacità
produttiva, come automotive e rinnovabili.
Per chi segue la Cina, non è nulla di particolarmente nuovo. Pechino si muove in
questa direzione dall’immediato post-Covid. Se non fosse per l’inedita enfasi
attribuita alla necessità di costruire un sistema industriale moderno. Secondo
la rivista finanziaria Caixin, “mantenere una quota ragionevole” del settore
manifatturiero, trasformando la produzione avanzata grazie all’hi-tech (le
cosiddette “nuove forze produttive”), permetterà di evitare lo “svuotamento
dell’industria sperimentato da alcune importanti economie”. Specialmente alla
luce della crisi dell’immobiliare che, fino all’esplosione della bolla nel 2023,
rappresentava circa il 30% del pil nazionale. Nonostante le misure adottate
finora abbiano attutito il calo dei prezzi delle case, stando all’ex ministro
delle Finanze, Lou Jiwei, il settore continuerà ad attraversare una fase
instabilità per almeno altri cinque anni, rallentando la crescita.
Come sempre nei periodi di incertezze, il Partito-Stato serra i ranghi. Il
prossimo anno sarà contraddistinto da nuove nomine in vista del XXI Congresso
del Pcc. Il consesso, che si terrà nell’autunno 2027, segnerà la fine dello
storico terzo mandato di Xi Jinping. Con ogni probabilità anche l’inizio di un
quarto. Senza segnali di un favorito alla successione, è lecito aspettarsi un
ulteriore consolidamento del suo potere, sia attraverso epurazioni interne sia
con l’ascesa dei protégée nelle posizioni apicali. Secondo l’agenzia di stampa
statale Xinhua, nel 2025 la campagna anticorruzione ha preso di mira numerosi
funzionari, di cui almeno cinque a livello ministeriale. Le forze armate sono
state uno dei principali obiettivi della pulizia. A ottobre, subito prima del
quarto plenum, nove alti ufficiali sono stati rimossi dal partito per violazioni
della disciplina. He Weidong, vicepresidente della CMC, è diventato il primo
membro del Politburo dal 2017 a venire indagato mentre ancora in carica.
Considerato che “la rettificazione politica” compare tra gli obiettivi del nuovo
piano quinquennale, difficilmente il prossimo anno l’esercito avrà maggiore
respiro. Anche perché il tempo stringe: il 2027 infatti non solo coincide con il
centenario delle forze armate cinesi. È soprattutto l’anno in cui, secondo i
piani del presidente cinese, Pechino dovrà aver ottenuto la capacità – qualora
lo voglia – di riconquistare Taiwan manu militari. Capacità che, anche al netto
delle massicce esercitazioni di fine dicembre, è ancora in buona parte da
dimostrare.
Contro i pronostici americani è improbabile che la Cina alzerà troppo il tiro.
Le rimozioni dei militari corrotti – molti dei quali legati alla provincia del
Fujian con affaccio su Taiwan – potrebbero richiedere un ripensamento della
strategia muscolare attuata finora nello Stretto. Senza contare che nel 2026
sull’isola si terranno le elezioni amministrative. Per la Cina potrebbe essere
più prudente lasciare il presidente William Lai cuocere nel suo brodo per
approfittare dell’impopolarità di alcune politiche che avrebbero dovuto colpire
i nazionalisti del Guomindang e Pechino, ma che invece hanno gettato ombre
fosche sul Partito progressista democratico e lo stato della democrazia
taiwanese.
D’altronde, la carta Taiwan non va sprecata, va giocata con astuzia. Quello in
arrivo sarà infatti l’anno dell’accordo commerciale tanto voluto da Donald
Trump. Non è escluso che Pechino possa cercare di sfruttare il pragmatismo del
presidente americano per ottenere qualche compromesso. Magari un’opposizione
ufficiale di Washington all’indipendenza dell’isola in cambio di una corsia
privilegiata nelle forniture di minerali critici. Mentre scriviamo manca ancora
la firma, ma si sa già che la tregua su terre rare e reciproche ritorsioni
economiche durerà un anno, con possibilità di proroga solo dopo verifiche
periodiche. Nei prossimi mesi spetterà ai leader superare gli ostacoli rimasti.
Le occasioni di incontro, peraltro, non mancano. Secondo il Segretario al Tesoro
Scott Bessent, oltre alle rispettive due visite di Stato, nel 2026 Xi e Trump si
dovrebbero incrociare anche a novembre durante il vertice APEC di Shenzhen e a
dicembre per il G20 organizzato da The Donald al Doral Golf Club di Miami.
Diplomazia al lavoro anche in Europa, dove sono in programma misure economiche
per rendere più equilibrate le relazioni con la Repubblica popolare. Sempre
nell’ottica dell’ormai consolidato “de-risking”: dazi per l’e-commerce a basso
costo, un meccanismo di screening per gli investimenti esteri, e una strategia
per allentare la dipendenza dalle terre rare cinesi, campeggiano in cima alla
lista delle priorità di Bruxelles. E poi c’è la spinosa questione dei veicoli
elettrici, già sottoposti a limitazioni tariffarie. A complicare il quadro si
aggiunge ovviamente il dossier Ucraina. La Repubblica popolare non sembra
intenzionata a mediare attivamente una risoluzione del conflitto, anche se le
sanzioni occidentali stanno spingendo aziende e banche cinesi a sospendere
alcune attività economiche con la Russia.
Sarà quindi un anno all’insegna dei negoziati con Stati Uniti e Ue. Ma questo (o
proprio per questo) non distoglierà Pechino dal suo “pivot to the Global South”.
Ormai la leadership cinese ha manifestato chiaramente la propria predilezione
per i tavoli multilaterali. Specialmente quelli che vedono protagonista il Sud
del mondo: l’ex Terzo Mondo a cui ammiccava Mao e con cui oggi la Repubblica
popolare condivide la necessità di costruire un ordine internazionale più
inclusivo.
Il vertice dei BRICS in India offrirà l’opportunità per proseguire il processo
distensivo con Nuova Delhi, l’altro gigante dell’emisfero meridionale del
pianeta. Domate le tensioni lungo il confine conteso, la Cina ha giovato delle
frizioni commerciali tra Trump e il premier indiano Narendra Modi. Una possibile
trasferta di Xi nel subcontinente – la prima dal 2019 – darebbe maggiore
ufficialità alla normalizzazione dei rapporti bilaterali. Ma si tratta di una
tregua fragile. La sua tenuta verrà testata durante il summit della Shanghai
Cooperation Organization, la piattaforma a guida sino-russa fondata nei primi
anni Duemila con gli -Stan, che il prossimo anno sarà ospitato dal Pakistan.
Nuova Delhi ha spesso rifiutato di appoggiare dichiarazioni congiunte che
menzionassero progetti infrastrutturali cinesi, passanti per il Kashmir conteso
con Islamabad. Una posizione che in futuro potrebbe ostacolare il funzionamento
della neonata Banca di sviluppo della SCO.
Insomma, le sfide non mancano. Ora che è ricca e forte, la Cina può tenere testa
a Trump, può negoziare “trattati eguali” con le ex potenze imperialiste. Ma
molta della sicurezza ostentata serve a occultare le debolezze interne. Staremo
a vedere se dopo il 2026 la grandeur promessa da Xi sarà davvero un po’ più
vicina.
L'articolo Cina, Xi punta alla “modernizzazione socialista” spingendo
sull’hi-tech. Tra le tensioni con la Ue e la fragile tregua con gli Usa proviene
da Il Fatto Quotidiano.
Mentre i capi della diplomazia americana, europea, russa e ucraina continuano a
confrontarsi per riuscire a chiudere nel più breve tempo possibile le trattative
per la firma di un piano di pace tra Mosca e Kiev, Donald Trump si confronta con
un altro attore solo apparentemente defilato, ma determinante per le sorti della
guerra: il presidente cinese Xi Jinping. E proprio il leader asiatico, secondo
quanto si apprende dalla tv di Stato CCTV, “ha sottolineato che la Cina sostiene
tutti gli sforzi profusi per la pace e auspica che tutte le parti continuino a
ridurre le loro divergenze e a raggiungere un accordo di pace equo, duraturo e
vincolante il prima possibile per risolvere questa crisi alla radice”.
Al centro delle discussioni, però, c’è un altro tema altrettanto delicato che
rischia di provocare tensioni tra potenze mondiali: il dossier Taiwan. E anche
su questo Washington e Pechino, almeno a parole, sembrano voler trovare una
soluzione che eviti uno scontro militare su larga scala. Il ritorno di Taiwan
alla Cina è “un elemento chiave dell’ordine internazionale del secondo
dopoguerra”, ha ribadito Xi Jinping, chiarendo “la posizione di principio” di
Pechino. Cina e Stati Uniti, aggiunge il network statale, “hanno combattuto
fianco a fianco contro il fascismo e il militarismo. Ora dovrebbero collaborare
per salvaguardare i risultati ottenuti con la vittoria nella Seconda guerra
mondiale”. Anche il presidente americano ha detto di comprendere “l’importanza
della questione di Taiwan per la Cina”, come riporta Xinhua, mentre il tycoon ha
successivamente annunciato di aver accettato l’invito a incontrare il capo di
Stato comunista a Pechino, ad aprile. Mentre il leader della Repubblica Popolare
si dovrebbe recare negli Stati Uniti nell’arco del prossimo anno.
Nel corso della telefonata, Xi ha sottolineato che “il positivo incontro
tenutosi a Busan, in Corea del Sud, il mese scorso ha prodotto numerosi
importanti consensi che hanno calibrato la rotta e immesso slancio nel costante
progresso delle relazioni” bilaterali, “inviando un segnale positivo al mondo”.
Da quell’incontro, a margine del forum Apec, “le relazioni Cina-Usa sono
generalmente rimaste stabili e migliorate, accolte con ampio favore da entrambi
i Paesi e dalla comunità internazionale”. Tutto ciò, in particolare, dimostra
ancora una volta che il principio secondo cui “la cooperazione avvantaggia
entrambe le parti, il confronto danneggia entrambe è un buon senso ripetutamente
verificato dalla pratica e che “il successo reciproco e la prosperità comune”
tra Cina e Usa sono una realtà tangibile”. Le due parti “dovrebbero mantenere
questo slancio, aderire alla direzione corretta, mantenere un atteggiamento di
uguaglianza, rispetto e reciproco vantaggio, ampliare l’elenco delle aree di
cooperazione, ridurre l’elenco delle questioni, impegnarsi per progressi più
positivi, aprire nuovi spazi di cooperazione nelle relazioni Cina-Usa e
apportare maggiori benefici ai popoli di entrambi i Paesi e al mondo”. Il tycoon
ha risposto che “il presidente Xi Jinping è un grande leader” e che l’incontro
avuto a Busan “è stato molto piacevole”, concordando “pienamente con la visione
sulle relazioni bilaterali” e trattando “molti argomenti, tra cui
Ucraina-Russia, fentanyl, soia e altri prodotti agricoli. Abbiamo concluso un
accordo valido e molto importante per i nostri grandi agricoltori”.
L'articolo Xi sente Trump: “Sosteniamo gli sforzi sull’Ucraina. Taiwan? Serve
diplomazia”. Il tycoon: “Ad aprile ci vediamo in Usa” proviene da Il Fatto
Quotidiano.