Un post improvviso, durissimo, contro il potere che fino a pochi giorni prima
sosteneva. Poi il ricovero in una struttura psichiatrica. È la parabola di Ilya
Remeslo, figura fino a poco tempo faconsiderata vicina al Cremlino, ora al
centro di un caso che sta facendo discutere dentro e fuori la Russia. Martedì
sera Remeslo ha pubblicato sul suo canale Telegram, seguito da circa 90mila
persone, un lungo messaggio intitolato “Cinque motivi per cui ho smesso di
sostenere Vladimir Putin”. Un cambio di posizione netto, in cui ha definito
quella in Ucraina una “guerra fallimentare”, accusando il presidente russo di
aver causato enormi perdite umane e gravi danni all’economia del Paese.
Parole ancora più dure sono arrivate nel passaggio in cui ha messo in
discussione la legittimità dello stesso presidente, chiedendone le dimissioni e
un processo come “criminale di guerra e ladro”. Un attacco frontale che ha
sorpreso tanto i sostenitori della linea governativa quanto gli ambienti
dell’opposizione. Poche ore dopo la pubblicazione del post, secondo quanto
riferito da media russi e internazionali, Remeslo è stato ricoverato
nell’Ospedale psichiatrico n. 3 di San Pietroburgo, come riportato anche dal
quotidiano locale Fontanka. Una decisione che richiama alla memoria pratiche già
utilizzate in epoca sovietica, quando il ricovero psichiatrico veniva talvolta
impiegato nei confronti dei dissidenti.
Avvocato di 42 anni ed ex membro di un organismo consultivo vicino al Cremlino,
Remeslo aveva costruito la sua notorietà proprio attaccando i critici del
governo russo. In passato si era espresso duramente contro Alexei Navalny, il
principale oppositore di Putin, morto nel febbraio 2024 in una colonia penale
nell’Artico. E per la sua morte la famiglia e cinque stati accusano direttamente
l’inquilino del Cremlino.
Resta ora da chiarire cosa sia accaduto nelle ore successive al post e quali
siano le condizioni del blogger. Il caso riaccende i riflettori sul clima
politico russo e sullo spazio, sempre più ristretto, per il dissenso.
L'articolo “Cinque motivi per cui ho smesso di sostenere Putin”, dopo il post
l’ex sostenitore Ilya Remeslo finisce in un ospedale psichiatrico proviene da Il
Fatto Quotidiano.
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L’ambasciata della Russia a Vienna è “uno degli hub più importanti per le
operazioni russe in Europa”. È quanto sostiene in un articolo il Financial Times
nella sua edizione europea, citando un diplomatico e sottolineando come Mosca
stia prendendo di mira non solo le comunicazioni europee, ma anche quelle
provenienti da Medio Oriente e Africa. In sostanza, secondo il quotidiano
finanziario, la Russia avrebbe preso di mira le comunicazioni statali e militari
della Nato tramite antenne paraboliche installate nella propria ambasciata in
Austria.
Dai tetti della rappresentanza russa, scrive il Financial Times, emergono
numerose antenne che, secondo fonti di sicurezza europee, non sarebbero
destinate alle normali comunicazioni diplomatiche: molte non risultano orientate
verso est e vengono frequentemente riposizionate, un segnale che celerebbe un
utilizzo per monitorare diversi satelliti.
Il gruppo di ingegneri viennese Nomen Nescio sta analizzando il tetto del più
grande complesso diplomatico russo a Vienna, soprannominato ‘Russencity’, che si
estende su un’area di oltre 3 ettari e include edifici residenziali, una scuola
e la missione russa presso le Nazioni Unite.
Il suo edificio principale è sormontato da un fitto sistema di antenne. Secondo
l’analisi, alcune di queste sarebbero puntate verso satelliti geostazionari
utilizzati per le comunicazioni tra Europa e Africa. Il Financial Times ricorda
che, nonostante le raccomandazioni dell’agenzia austriaca di intelligence,
Vienna ha mostrato scarso interesse nell’espellere diplomatici o nell’adottare
altre misure contro agenti russi.
L'articolo “L’ambasciata di Mosca a Vienna è l’hub delle operazioni russe di
ascolto in Ue” proviene da Il Fatto Quotidiano.
La notte degli Oscar è sempre stata molto più di una celebrazione del cinema. E
anche in una cerimonia poco politica come quella appena passata – tranne che per
l’assenza di Sean Penn o il no alla guerra di Javier Bardem – alcuni messaggi
sono arrivati con una chiarezza: la violenza armata e la guerra non sono solo
temi da raccontare sullo schermo, sono ferite aperte del presente. A ricordarlo
con parole impossibili da dimenticare è stata Gloria Cazares, madre di Jackie,
una delle bambine uccise nella strage della scuola elementare di Uvalde nel 2022
(21 morti tra cui 19 bambini). Salita sul palco per ritirare il premio al
miglior cortometraggio documentario per All the Empty Rooms, la donna ha
trasformato il momento della premiazione in un atto di memoria e denuncia.
“Jackie è più di un titolo di giornale. È la nostra luce e la nostra vita”, ha
detto davanti alla platea di Hollywood. Poi la frase che ha attraversato la sala
come un silenzio improvviso: “La violenza armata è ora la prima causa di morte
tra bambini e adolescenti. Se il mondo potesse vedere le loro stanze vuote,
saremmo un’America diversa”. Il documentario diretto da Joshua Seftel racconta
proprio questo: l’assenza. Le camere da letto rimaste intatte dopo la morte dei
bambini uccisi nelle sparatorie scolastiche. Quattro stanze nel film — quelle di
Hallie, Gracie, Dominic e Jackie — diventano simbolo di centinaia di vite
spezzate. Il progetto nasce dal lavoro durato sette anni del giornalista della
CBS Steve Hartman e del fotografo Lou Bopp, che hanno trasformato un gesto
intimo — entrare in quelle stanze rimaste immutate — in un racconto collettivo
sul trauma americano delle armi.
Ma la politica è entrata sul palco degli Oscar anche da un’altra direzione:
quella della guerra. Il premio per il miglior documentario è andato a Mr Nobody
Against Putin, un film che racconta l’indottrinamento patriottico imposto ai
bambini russi dopo l’invasione dell’Ucraina. A ritirare la statuetta sono stati
i registi David Borenstein e Pavel Talankin, quest’ultimo oggi costretto
all’esilio in Europa.
Nel suo discorso, Borenstein ha tracciato un parallelo inquietante tra
propaganda e responsabilità individuale. “Si perde il proprio Paese attraverso
innumerevoli piccoli atti di complicità”, ha detto. “Quando un governo uccide
persone nelle strade delle nostre città e noi non diciamo nulla. Quando gli
oligarchi prendono il controllo dei media. Tutti ci troviamo davanti a una
scelta morale”. Talankin ha chiuso con parole che hanno trasformato la cerimonia
in un appello universale: “Invece delle stelle cadenti, cadono bombe e droni. In
nome del nostro futuro, in nome di tutti i nostri figli, fermate subito tutte
queste guerre”. In una serata spesso accusata di essere solo spettacolo e
glamour, i documentari premiati hanno ricordato perché il cinema continua a
contare. Non solo perché racconta il mondo, ma perché può costringerlo a
guardarsi allo specchio.
L'articolo La strage di Uvalde e il “nemico” di Putin, la tribuna morale degli
Oscar 2026 nei premi ai documentari proviene da Il Fatto Quotidiano.
Venerdì il Cremlino ha iniziato la sua giornata parlando del mercato energetico
globale: “Non può rimanere stabile” senza petrolio della Federazione. “Gli Stati
Uniti hanno di fatto ammesso un fatto evidente: il mercato globale non può
rimanere stabile senza il petrolio russo”, ha dichiarato Kirill Dmitriev, il
capo del Fondo russo per gli investimenti che Putin ha scelto come suo inviato
speciale per risolvere la crisi in Ucraina.
Cento milioni di barili di greggio russo stanno cominciando il loro viaggio in
queste ore, dopo che stanotte il Dipartimento del Tesoro statunitense ha
esentato dalle sanzioni i carichi di Mosca che si trovavano già sulle petroliere
dal 12 marzo scorso, si legge in una nota dell’Office of Foreign Assets Control,
l’Ofac. Il Segretario del Tesoro Scott Bessent ha detto che questa misura
temporanea (dura solo 30 giorni, fino al prossimo 11 aprile) servirà a ridurre i
prezzi globali dell’energia: Trump “sta adottando misure decisive per promuovere
la stabilità nei mercati energetici globali e si sta adoperando per mantenere
bassi i prezzi”.
Mentre saltano in aria i pozzi petroliferi del Golfo – la risposta di Teheran
agli attacchi congiunti di Israele e Stati Uniti -, lo stretto di Hormuz è
bloccato dai pasdaran che lo controllano e si fermano gli impianti di
raffinazione delle monarchie sunnite che galleggiano sull’oro nero per droni e
missili iraniani, la Casa Bianca compie la mossa a cui molti la vedevano già
costretta da tempo: stanotte, strangolata dai prezzi del petrolio che hanno
raggiunto costi stellari da una latitudine all’altra (120 dollari al barile,
come non accadeva dall’inizio della guerra russo-ucraina nel 2022), ha allentato
le sanzioni al greggio del Cremlino.
Una mossa che è piaciuta poco a Kiev e agli alleati di Kiev. Il blocco dello
Stretto di Hormuz “non giustifica in alcun modo” la revoca delle sanzioni contro
la Russia, ha dichiarato il presidente francese Emmanuel Macron durante una
telefonata con gli altri leader del G7. Oggi Volodymir Zelensky è a Parigi
proprio per discutere di sanzioni sulla cosiddetta flotta ombra russa.
L'articolo Trump, via libera al petrolio russo: via le sanzioni per 30 giorni.
Ira di Kiev e dei suoi alleati proviene da Il Fatto Quotidiano.
In Iran sarà una “escursione a breve termine“. Ma allo stesso tempo “non
molleremo finché il nemico non sarà totalmente e decisamente sconfitto”. Perché
l’Iran “in una settimana ci avrebbe attaccato al 100%. Era pronto”. Ma ora
“siamo molto vicini alla fine” e la guerra “finirà presto“. Ma “no”, non questa
settimana. Sono alcuni dei passaggi del discorso che Donald Trump nella notte
italiana ha rivolto ai repubblicani del Congresso riuniti al Trump National
Doral di Miami, rendendo omaggio ai militari americani che hanno perso la vita
nell’operazione “Epic Fury“, nel giorno in cui il Pentagono ha identificato la
settima vittima.
In giornata il capo della Casa Bianca aveva sentito al telefono Vladimir Putin.
Una chiamata di oltre un’ora, incentrata sul conflitto in Medio Oriente e
sull’Ucraina. Con Mosca che ha inviato un messaggio chiaro: “Il successo
dell’avanzata delle truppe russe in Donbass dovrebbe incoraggiare Kiev a
risolvere il conflitto attraverso i negoziati“. Con l’implicita richiesta al
tycoon di intensificare la pressione su Volodymir Zelensky, preoccupato dal
rinvio del nuovo round di colloqui proprio per la crisi iraniana. Un fronte,
quest’ultimo, su cui Mosca finora non si è esposta se non con appelli alla
de-escalation e gli auguri alla nuova Guida Suprema con la promessa di “una
partnership affidabile”. Putin ha così ribadito a Trump la necessità di trovare
una “rapida soluzione diplomatica”. Una partita che incrocia i due scacchieri
con i due leader che si sono detti “pronti” a contatti “regolari” dopo questa
telefonata “costruttiva e aperta”, la prima da due mesi. La telefonata è stata
“buona”, “abbiamo parlato dell’Ucraina”, ha confermato Trump a Miami,
sottolineando che il presidente russo vuole “essere d’aiuto in Medio Oriente”,
“gli ho detto che dovrebbe essere utile a mettere fine alla guerra in Ucraina”.
Poi Trump ha lanciato un nuovo avvertimento a Teheran: “Colpiremo in maniera
molto, molto più dura di fronte al blocco” delle forniture di greggio, ha detto
il tycoon riferendosi alla chiusura del passaggio delle petroliere attraverso lo
Stretto di Hormuz e ribadendo che “se necessario” le navi saranno scortate. E a
causa delle turbolenze causata sui mercati dalla guerra Trump ha aggiunto:
“Stiamo anche rinunciando ad alcune sanzioni legate al petrolio per ridurre i
prezzi”. Trump ha parlato di quotazioni del greggio “gonfiate artificialmente”
in scia alla condotta dell’Iran. Mentre, citando il presidente cinese Xi
Jinping, il tycoon ha aggiunto che “rimuoveremo le sanzioni finché la situazione
non si risolverà”.
Parole che hanno riportato il prezzo del barile di petrolio sotto quota 90
dollari dai 120 ai quali era arrivato poco prima. La Casa Bianca teme
ripercussioni su imprese e consumatori Usa in vista delle elezioni di Midterm,
quando è a rischio il controllo repubblicano del Congresso. Allentare le
sanzioni contro la Russia potrebbe potenzialmente aumentare le forniture
mondiali di petrolio in un momento di massicce interruzioni delle spedizioni
mediorientali dovute all’espansione del conflitto iraniano. Ma potrebbe anche
complicare gli sforzi degli Usa per privare Mosca degli introiti necessari per
sostenere la sua guerra all’Ucraina.
La scorsa settimana Washington ha concesso una deroga di 30 giorni alle sanzioni
contro la Russia per consentire all’India di acquistare il greggio già stoccato
sulle navi e limitare le perdite di approvvigionamenti dal Medio Oriente.
Un’altra opzione potrebbe essere il rilascio congiunto di greggio dalle riserve
strategiche delle economie avanzate del G7. I ministri delle Finanze dei Sette
Grandi hanno discusso la misura, ma una decisione ancora non c’è. Il dossier
passa oggi ai ministri dell’Energia per un nuovo confronto.
L'articolo Iran, Trump parla un’ora al telefono con Putin. Poi: “Guerra quasi
finita”. E il prezzo del petrolio torna a scendere proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Nel corso della puntata di Otto e mezzo, su La7, il direttore di Limes Lucio
Caracciolo offre un’analisi cruda delle dinamiche geopolitiche attuali, con un
focus sulla crisi energetica, sul ruolo di Vladimir Putin e sulle ripercussioni
della guerra in Iran sull’Italia.
La conduttrice Lilli Gruber apre il confronto ricordando l’allarme rosso in
Europa per la crisi energetica: “Il petrolio ha chiuso poco fa negli Stati Uniti
sotto i 100 dollari. Siamo a prezzi triplicati in Italia per gas e i prodotti
energetici. Putin ha detto che lui è disponibile a vendere petrolio e gas, basta
mettersi d’accordo, quindi offre il suo aiuto all’Europa”.
Caracciolo contestualizza immediatamente l’offerta del presidente russo. “Putin
ha detto sono pronto a riprendere i rapporti energetici con l’Europa, datemi
però qualche segnale. In realtà – avverte – il segnale glielo hanno dato gli
americani che qualche settimana fa hanno cercato di colpire il luogo in cui si
trovava e quindi sotto questo profilo i rapporti tra Russia e America non sono
quelli di qualche tempo fa, quindi con gli europei si va più sul pragmatico”.
L’esperto di geopolitica sottolinea poi la volatilità del mercato: “Il petrolio
che sta intorno ai 100 al barile, naturalmente molto dipenderà dai prossimi
giorni. Il fatto che il G7 abbia liberato 400 milioni di barili è stato visto
come un gesto positivo, ma insomma stiamo parlando di prospettive di qualche
giorno, al massimo di qualche settimana”. Secondo Caracciolo, “alla fine, la
ragione di un’eventuale apertura di negoziato dipenderà più dagli effetti
globali sull’economia, sull’energia di questa guerra, che non dall’andamento
strettamente militare”.
Il discorso si sposta quindi sulle implicazioni interne italiane, in particolare
sul referendum sulla giustizia e sulla posizione del governo Meloni nel contesto
della guerra in corso.
A Lilli Gruber che chiede se la guerra contro l’Iran favorisce o danneggia la
Meloni sul referendum, Caracciolo risponde senza mezzi termini: “Danneggia la
Meloni ma quello che è più grave è che danneggia l’Italia“.
L’analista inquadra le dichiarazioni della premier come “il riflesso del nostro
non contare” e le colloca nel panorama europeo, definito “estremamente ambiguo”.
E agggiunge: “Dal punto di vista americano l’Italia serve in questo contesto
unicamente per poterci volare sopra e arrivare dove bisogna colpire, ma dal
punto di vista politico siamo spuntati. Quanto al referendum – chiosa – mi pare
che sia diventato ormai un referendum sul governo, cioè puramente politico e
questo significa che la Meloni rischia“.
L'articolo Caracciolo a La7: “Gli Usa hanno tentato di colpire Putin, i rapporti
con Mosca sono cambiati ma con la Ue il presidente russo fa il pragmatico”
proviene da Il Fatto Quotidiano.
Una battuta. Che però rende bene l’idea che ha il governo del prossimo
referendum sulla giustizia. A domanda provocatoria dei cronisti a margine del
convegno a Palazzo Giustiniani sulle fake news di Mosca nella guerra in Ucraina,
il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Giovanbattista Fazzolari,
braccio destro di Giorgia Meloni, dice: “Beh in Russia non mi risulta che ci sia
la separazione delle carriere. Sicuramente voterebbe no”.
A proposito del sostegno del governo all’Ucraina, Fazzolari aggiunge parlando di
Roberto Vannacci: “Chi è contro gli aiuti a Kiev si autoesclude dalla
coalizione. Il programma del centrodestra è chiaro”. Un messaggio chiaro al
nuovo leader di Futuro Nazionale, ex vicesegretario della Lega, che ha fatto
votare contro il nuovo decreto sugli aiuti militari all’Ucraina alla Camera.
Fazzolari ha parlato a margine del convegno al Senato dal titolo: “4 anni di
lotta per la libertà. Il fallimento strategico della Russia e il risorgimento
ucraino”. Al convegno, oltre a Fazzolari, partecipa anche il presidente del
Copasir del Pd Lorenzo Guerini.
L'articolo Separazione delle carriere, il sottosegretario Fazzolari: “Putin
sicuramente voterebbe no” proviene da Il Fatto Quotidiano.
Reclutare cittadini europei “economicamente vulnerabili” per compiere atti di
violenza nei Paesi della Nato. Sarebbe questo, secondo il Financial Times, il
nuovo compito affidato dal Cremlino a reclutatori e propagandisti legati in
passato alla compagnia Wagner. Il quotidiano economico, citando funzionari
dell’intelligence occidentale, riferisce che Mosca avrebbe scelto uomini già
specializzati nel convincere giovani dell’entroterra russo a combattere in
Ucraina, riorientandone l’attività verso il cuore dell’Europa. Lo status del
gruppo resta incerto dopo la ribellione fallita del giugno 2023 contro i vertici
dell’esercito russo e la successiva morte del fondatore Yevgeny Prigozhin.
Elementi che avevano fatto parte di Wagner o della “fabbrica dei troll” di San
Pietroburgo, già impiegati per il reclutamento nelle regioni più povere della
Russia, starebbero ora individuando migranti, disoccupati e persone appartenenti
a fasce deboli delle società europee, disponibili ad azioni di sabotaggio,
ricognizione, vandalismo e violenza in cambio di denaro. Secondo fonti
dell’intelligence europea citate dal giornale, sarebbero già 145 gli incidenti
riconducibili a una campagna ibrida russa contro l’Occidente.
L’aumento del ricorso ad agenti “a perdere” sarebbe seguito all’espulsione da
parte dei Paesi europei di centinaia di funzionari dell’intelligence russa
operanti con copertura diplomatica. Fsb e Gru avrebbero così cambiato tattica.
Nel 2023 il criminale di strada Dylan Earl sarebbe stato reclutato su canali
Telegram di Wagner nel Regno Unito; in seguito sarebbero stati coinvolti altri
quattro giovani per appiccare il fuoco a un deposito di Londra collegato a
un’azienda ucraina. A Earl sarebbero state versate 9mila sterline. Lo scorso
anno avrebbe inoltre pianificato di “radere al suolo” un ristorante appartenente
all’imprenditore russo in esilio Evgheny Chichvarkin, critico del presidente
russo. La notizia giunge alla vigilia di un nuovo round di colloqui trilaterali
tra Mosca, Kiev e Stati Uniti in programma a Ginevra. Il Cremlino ha parlato di
una gamma “ampia” di questioni sul tavolo, “compresa quella dei territori”,
punto sul quale il presidente ucraino Volodymyr Zelensky ha ribadito di non
voler cedere senza “garanzie di sicurezza”, sostenendo che “Putin non si ferma
con baci e fiori”.
A esacerbare ulteriormente le tensioni è il secondo anniversario della morte in
carcere dell’oppositore russo Alexei Navalny. Quindici Paesi – Australia,
Canada, Repubblica Ceca, Danimarca, Estonia, Finlandia, Germania, Lettonia,
Lituania, Olanda, Nuova Zelanda, Norvegia, Polonia, Svezia e Regno Unito – hanno
diffuso una dichiarazione congiunta in cui affermano che le autorità russe sono
“le uniche responsabili” della sua morte. I firmatari richiamano una decisione
della Corte europea dei diritti dell’uomo, secondo cui la Russia è responsabile
del trattamento inumano e degradante riservato a Navalny durante la detenzione e
della mancata risposta adeguata alle sue richieste. La vedova Yulia Navalnaya ha
dichiarato: “Già sapevo che Putin aveva ucciso mio marito, ora abbiamo le
prove”, commentando un’inchiesta condotta da Regno Unito, Svezia, Paesi Bassi,
Francia e Germania, secondo cui il dissidente sarebbe stato avvelenato con una
tossina letale presente nelle rane freccia dell’Ecuador. Una ricostruzione
respinta dal portavoce del Cremlino Dmitry Peskov, che ha definito le accuse
“parziali e infondate”.
L'articolo Mosca arruola europei fragili per sabotaggi e violenze. Il Financial
Times: “Rete di reclutatori legati alla Wagner” proviene da Il Fatto Quotidiano.
Più poteri e una struttura rafforzata per la Rosgvardia: diventerà, ancora di
più, perno della sicurezza interna e strumento di proiezione del potere nelle
aree in cui si combatte in Ucraina (ma anche quelle già sotto controllo russo).
Il presidente Putin ha firmato ieri un decreto che istituisce uno Stato maggiore
generale all’interno della Guardia – ampliandone in modo significativo il raggio
d’azione, anche nella pianificazione operativa e nelle attività di intelligence.
La decisione dà ancora più peso istituzionale e militare al corpo, cresciuto
negli ultimi anni parallelamente all’afflusso di uomini e mezzi, per la
valutazione delle minacce militari e dei potenziali conflitti futuri, nonché per
la preparazione di proposte per documenti di pianificazione strategica. Secondo
il decreto, pubblicato sul portale ufficiale di informazione giuridica, la nuova
struttura avrà il compito di garantire la prontezza al combattimento,
supervisionare il “servizio e l’impiego in combattimento” delle truppe e
svolgere attività di intelligence funzionali ai compiti assegnati alla Guardia.
È una trasformazione che conferisce ancora più potere all’alleato di Putin:
Viktor Zolotov. Sotto la guida del 72enne, già a capo della guardia del corpo
del presidente durante i suoi primi due mandati presidenziali (ma anche mentre è
stato primo ministro dal 2000 al 2013), la Guardia Nazionale ha ampliato lo
spettro operativo del corpo e conosciuto un progressivo rafforzamento sia sul
piano del potere che delle competenze: sono arrivate le prime unità di carri
armati e sono stati inglobati reparti strategici, come l’unità speciale Grom del
ministero dell’Interno e le forze antisommossa Omon. Nel 2024 l’organico era
stimato in circa 370.000 effettivi, ma Zolotov ha più volte reso nota
l’intenzione di espanderne ulteriormente le dimensioni: l’obiettivo dichiarato è
consolidare il controllo non soltanto all’interno della Federazione Russa, ma
anche in Ucraina.
L'articolo Sul campo in Ucraina e nei servizi di intelligence: Putin dà più
poteri alla Guardia nazionale del suo alleato Zolotov proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Fine della guerra in 5 mesi e colloqui di pace a Miami, lasciando Abu Dhabi
entro 7 giorni, per superare lo stallo sui confini. E’ la linea del presidente
Trump annunciata stamani da Volodymyr Zelensky, nella capitale degli Emirati
Arabi per i negoziati. “Gli Stati Uniti hanno proposto per la prima volta che le
due squadre di negoziatori, di Ucraina e Russia, si incontrino negli Usa,
probabilmente a Miami, nel giro di una settimana”, ha detto il presidente
ucraino. Secondo il quale la Casa Bianca vorrebbe la fine delle ostilità “entro
l’inizio dell’estate, a giugno”. Le trattative tra Russia e Ucraina dovrebbero
dunque spostarsi nella capitale della Florida: stesso formato trilaterale, con
gli Usa mediatori; ma le delegazioni di Ucraina e Russia sono state invitate a
incontrarsi in formato bilaterale. A Trump “abbiamo confermato la nostra
partecipazione”, ha aggiunto il leader di Kiev, ricordando l’indisponibilità a
sostenere “potenziali accordi che la riguardino senza essere coinvolta” nei
negoziati. Tuttavia, “per la prima volta”, “le questioni più difficili possono
certamente essere sottoposte a un incontro trilaterale dei leader”, ha
annunciato Zelensky.
LE POSIZIONI SUL DONBASS E LA MEDIAZIONE USA: ZONA ECONOMICA LIBERA
La linea americana è il frutto degli scarsi risultati dei negoziati ad Abu
Dhabi, incagliati sulla questione dei confini territoriali: Putin ha posto come
condizione la cessione del Donbass, incluse le aree ancora sotto il controllo di
Kiev, come il Donetsk. Una richiesta, fino ad ora, inaccettabile per l’Ucraina.
Zelensky ha confermato la linea: “‘Siamo dove siamo’ è, a nostro avviso, il
modello più equo e affidabile per un cessate il fuoco oggi”. Ma Putin reclama il
ritiro delle truppe di Kiev anche dalle aree del Donbass sotto il suo controllo,
come la regione di Donetsk. Tra i due fuochi, i mediatori americani propongono
la zona economica libera. Ma “in generale né l’Ucraina né la Russia sono mai
state entusiaste dell’idea”, ha chiarito Zelensky. Che mette in guardia Trump e
Putin: “Notiamo che le parti hanno discusso di questo tema”.
I RAID NOTTURNI
L’autorità energetica ucraina ha annunciato l’interruzione dell’alimentazione
elettrica in vaste aree del Paese, dopo i raid russi (anche sul versante ovest)
e i danni alle infrastrutture energetiche. Mentre l’inverno rigido si fa
sentire, il leader ucraino torna a chiedere armi per la contraerea: “Mosca – ha
accusato Zelensky – deve essere privata della possibilità di usare il freddo
come leva contro l’Ucraina. Ciò richiede missili Patriot, Nasams e altri
sistemi. Ogni spedizione ci aiuta a superare questo inverno”. Secondo il leader
ucraino “l’attacco di ieri sera ha coinvolto più di 400 droni e circa 40 missili
di vario tipo. Gli obiettivi principali erano la rete energetica, gli impianti
di generazione e le sottostazioni di distribuzione”.
L'articolo Ucraina, Zelensky: “Colloqui a Miami la prossima settimana,
affronteremo il nodo Donbass. Trump vuole pace entro l’estate” proviene da Il
Fatto Quotidiano.