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“Cinque motivi per cui ho smesso di sostenere Putin”, dopo il post l’ex sostenitore Ilya Remeslo finisce in un ospedale psichiatrico
Un post improvviso, durissimo, contro il potere che fino a pochi giorni prima sosteneva. Poi il ricovero in una struttura psichiatrica. È la parabola di Ilya Remeslo, figura fino a poco tempo faconsiderata vicina al Cremlino, ora al centro di un caso che sta facendo discutere dentro e fuori la Russia. Martedì sera Remeslo ha pubblicato sul suo canale Telegram, seguito da circa 90mila persone, un lungo messaggio intitolato “Cinque motivi per cui ho smesso di sostenere Vladimir Putin”. Un cambio di posizione netto, in cui ha definito quella in Ucraina una “guerra fallimentare”, accusando il presidente russo di aver causato enormi perdite umane e gravi danni all’economia del Paese. Parole ancora più dure sono arrivate nel passaggio in cui ha messo in discussione la legittimità dello stesso presidente, chiedendone le dimissioni e un processo come “criminale di guerra e ladro”. Un attacco frontale che ha sorpreso tanto i sostenitori della linea governativa quanto gli ambienti dell’opposizione. Poche ore dopo la pubblicazione del post, secondo quanto riferito da media russi e internazionali, Remeslo è stato ricoverato nell’Ospedale psichiatrico n. 3 di San Pietroburgo, come riportato anche dal quotidiano locale Fontanka. Una decisione che richiama alla memoria pratiche già utilizzate in epoca sovietica, quando il ricovero psichiatrico veniva talvolta impiegato nei confronti dei dissidenti. Avvocato di 42 anni ed ex membro di un organismo consultivo vicino al Cremlino, Remeslo aveva costruito la sua notorietà proprio attaccando i critici del governo russo. In passato si era espresso duramente contro Alexei Navalny, il principale oppositore di Putin, morto nel febbraio 2024 in una colonia penale nell’Artico. E per la sua morte la famiglia e cinque stati accusano direttamente l’inquilino del Cremlino. Resta ora da chiarire cosa sia accaduto nelle ore successive al post e quali siano le condizioni del blogger. Il caso riaccende i riflettori sul clima politico russo e sullo spazio, sempre più ristretto, per il dissenso. L'articolo “Cinque motivi per cui ho smesso di sostenere Putin”, dopo il post l’ex sostenitore Ilya Remeslo finisce in un ospedale psichiatrico proviene da Il Fatto Quotidiano.
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“L’ambasciata di Mosca a Vienna è l’hub delle operazioni russe di ascolto in Ue”
L’ambasciata della Russia a Vienna è “uno degli hub più importanti per le operazioni russe in Europa”. È quanto sostiene in un articolo il Financial Times nella sua edizione europea, citando un diplomatico e sottolineando come Mosca stia prendendo di mira non solo le comunicazioni europee, ma anche quelle provenienti da Medio Oriente e Africa. In sostanza, secondo il quotidiano finanziario, la Russia avrebbe preso di mira le comunicazioni statali e militari della Nato tramite antenne paraboliche installate nella propria ambasciata in Austria. Dai tetti della rappresentanza russa, scrive il Financial Times, emergono numerose antenne che, secondo fonti di sicurezza europee, non sarebbero destinate alle normali comunicazioni diplomatiche: molte non risultano orientate verso est e vengono frequentemente riposizionate, un segnale che celerebbe un utilizzo per monitorare diversi satelliti. Il gruppo di ingegneri viennese Nomen Nescio sta analizzando il tetto del più grande complesso diplomatico russo a Vienna, soprannominato ‘Russencity’, che si estende su un’area di oltre 3 ettari e include edifici residenziali, una scuola e la missione russa presso le Nazioni Unite. Il suo edificio principale è sormontato da un fitto sistema di antenne. Secondo l’analisi, alcune di queste sarebbero puntate verso satelliti geostazionari utilizzati per le comunicazioni tra Europa e Africa. Il Financial Times ricorda che, nonostante le raccomandazioni dell’agenzia austriaca di intelligence, Vienna ha mostrato scarso interesse nell’espellere diplomatici o nell’adottare altre misure contro agenti russi. L'articolo “L’ambasciata di Mosca a Vienna è l’hub delle operazioni russe di ascolto in Ue” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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La strage di Uvalde e il “nemico” di Putin, la tribuna morale degli Oscar 2026 nei premi ai documentari
La notte degli Oscar è sempre stata molto più di una celebrazione del cinema. E anche in una cerimonia poco politica come quella appena passata – tranne che per l’assenza di Sean Penn o il no alla guerra di Javier Bardem – alcuni messaggi sono arrivati con una chiarezza: la violenza armata e la guerra non sono solo temi da raccontare sullo schermo, sono ferite aperte del presente. A ricordarlo con parole impossibili da dimenticare è stata Gloria Cazares, madre di Jackie, una delle bambine uccise nella strage della scuola elementare di Uvalde nel 2022 (21 morti tra cui 19 bambini). Salita sul palco per ritirare il premio al miglior cortometraggio documentario per All the Empty Rooms, la donna ha trasformato il momento della premiazione in un atto di memoria e denuncia. “Jackie è più di un titolo di giornale. È la nostra luce e la nostra vita”, ha detto davanti alla platea di Hollywood. Poi la frase che ha attraversato la sala come un silenzio improvviso: “La violenza armata è ora la prima causa di morte tra bambini e adolescenti. Se il mondo potesse vedere le loro stanze vuote, saremmo un’America diversa”. Il documentario diretto da Joshua Seftel racconta proprio questo: l’assenza. Le camere da letto rimaste intatte dopo la morte dei bambini uccisi nelle sparatorie scolastiche. Quattro stanze nel film — quelle di Hallie, Gracie, Dominic e Jackie — diventano simbolo di centinaia di vite spezzate. Il progetto nasce dal lavoro durato sette anni del giornalista della CBS Steve Hartman e del fotografo Lou Bopp, che hanno trasformato un gesto intimo — entrare in quelle stanze rimaste immutate — in un racconto collettivo sul trauma americano delle armi. Ma la politica è entrata sul palco degli Oscar anche da un’altra direzione: quella della guerra. Il premio per il miglior documentario è andato a Mr Nobody Against Putin, un film che racconta l’indottrinamento patriottico imposto ai bambini russi dopo l’invasione dell’Ucraina. A ritirare la statuetta sono stati i registi David Borenstein e Pavel Talankin, quest’ultimo oggi costretto all’esilio in Europa. Nel suo discorso, Borenstein ha tracciato un parallelo inquietante tra propaganda e responsabilità individuale. “Si perde il proprio Paese attraverso innumerevoli piccoli atti di complicità”, ha detto. “Quando un governo uccide persone nelle strade delle nostre città e noi non diciamo nulla. Quando gli oligarchi prendono il controllo dei media. Tutti ci troviamo davanti a una scelta morale”. Talankin ha chiuso con parole che hanno trasformato la cerimonia in un appello universale: “Invece delle stelle cadenti, cadono bombe e droni. In nome del nostro futuro, in nome di tutti i nostri figli, fermate subito tutte queste guerre”. In una serata spesso accusata di essere solo spettacolo e glamour, i documentari premiati hanno ricordato perché il cinema continua a contare. Non solo perché racconta il mondo, ma perché può costringerlo a guardarsi allo specchio. L'articolo La strage di Uvalde e il “nemico” di Putin, la tribuna morale degli Oscar 2026 nei premi ai documentari proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Trump, via libera al petrolio russo: via le sanzioni per 30 giorni. Ira di Kiev e dei suoi alleati
Venerdì il Cremlino ha iniziato la sua giornata parlando del mercato energetico globale: “Non può rimanere stabile” senza petrolio della Federazione. “Gli Stati Uniti hanno di fatto ammesso un fatto evidente: il mercato globale non può rimanere stabile senza il petrolio russo”, ha dichiarato Kirill Dmitriev, il capo del Fondo russo per gli investimenti che Putin ha scelto come suo inviato speciale per risolvere la crisi in Ucraina. Cento milioni di barili di greggio russo stanno cominciando il loro viaggio in queste ore, dopo che stanotte il Dipartimento del Tesoro statunitense ha esentato dalle sanzioni i carichi di Mosca che si trovavano già sulle petroliere dal 12 marzo scorso, si legge in una nota dell’Office of Foreign Assets Control, l’Ofac. Il Segretario del Tesoro Scott Bessent ha detto che questa misura temporanea (dura solo 30 giorni, fino al prossimo 11 aprile) servirà a ridurre i prezzi globali dell’energia: Trump “sta adottando misure decisive per promuovere la stabilità nei mercati energetici globali e si sta adoperando per mantenere bassi i prezzi”. Mentre saltano in aria i pozzi petroliferi del Golfo – la risposta di Teheran agli attacchi congiunti di Israele e Stati Uniti -, lo stretto di Hormuz è bloccato dai pasdaran che lo controllano e si fermano gli impianti di raffinazione delle monarchie sunnite che galleggiano sull’oro nero per droni e missili iraniani, la Casa Bianca compie la mossa a cui molti la vedevano già costretta da tempo: stanotte, strangolata dai prezzi del petrolio che hanno raggiunto costi stellari da una latitudine all’altra (120 dollari al barile, come non accadeva dall’inizio della guerra russo-ucraina nel 2022), ha allentato le sanzioni al greggio del Cremlino. Una mossa che è piaciuta poco a Kiev e agli alleati di Kiev. Il blocco dello Stretto di Hormuz “non giustifica in alcun modo” la revoca delle sanzioni contro la Russia, ha dichiarato il presidente francese Emmanuel Macron durante una telefonata con gli altri leader del G7. Oggi Volodymir Zelensky è a Parigi proprio per discutere di sanzioni sulla cosiddetta flotta ombra russa. L'articolo Trump, via libera al petrolio russo: via le sanzioni per 30 giorni. Ira di Kiev e dei suoi alleati proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Iran, Trump parla un’ora al telefono con Putin. Poi: “Guerra quasi finita”. E il prezzo del petrolio torna a scendere
In Iran sarà una “escursione a breve termine“. Ma allo stesso tempo “non molleremo finché il nemico non sarà totalmente e decisamente sconfitto”. Perché l’Iran “in una settimana ci avrebbe attaccato al 100%. Era pronto”. Ma ora “siamo molto vicini alla fine” e la guerra “finirà presto“. Ma “no”, non questa settimana. Sono alcuni dei passaggi del discorso che Donald Trump nella notte italiana ha rivolto ai repubblicani del Congresso riuniti al Trump National Doral di Miami, rendendo omaggio ai militari americani che hanno perso la vita nell’operazione “Epic Fury“, nel giorno in cui il Pentagono ha identificato la settima vittima. In giornata il capo della Casa Bianca aveva sentito al telefono Vladimir Putin. Una chiamata di oltre un’ora, incentrata sul conflitto in Medio Oriente e sull’Ucraina. Con Mosca che ha inviato un messaggio chiaro: “Il successo dell’avanzata delle truppe russe in Donbass dovrebbe incoraggiare Kiev a risolvere il conflitto attraverso i negoziati“. Con l’implicita richiesta al tycoon di intensificare la pressione su Volodymir Zelensky, preoccupato dal rinvio del nuovo round di colloqui proprio per la crisi iraniana. Un fronte, quest’ultimo, su cui Mosca finora non si è esposta se non con appelli alla de-escalation e gli auguri alla nuova Guida Suprema con la promessa di “una partnership affidabile”. Putin ha così ribadito a Trump la necessità di trovare una “rapida soluzione diplomatica”. Una partita che incrocia i due scacchieri con i due leader che si sono detti “pronti” a contatti “regolari” dopo questa telefonata “costruttiva e aperta”, la prima da due mesi. La telefonata è stata “buona”, “abbiamo parlato dell’Ucraina”, ha confermato Trump a Miami, sottolineando che il presidente russo vuole “essere d’aiuto in Medio Oriente”, “gli ho detto che dovrebbe essere utile a mettere fine alla guerra in Ucraina”. Poi Trump ha lanciato un nuovo avvertimento a Teheran: “Colpiremo in maniera molto, molto più dura di fronte al blocco” delle forniture di greggio, ha detto il tycoon riferendosi alla chiusura del passaggio delle petroliere attraverso lo Stretto di Hormuz e ribadendo che “se necessario” le navi saranno scortate. E a causa delle turbolenze causata sui mercati dalla guerra Trump ha aggiunto: “Stiamo anche rinunciando ad alcune sanzioni legate al petrolio per ridurre i prezzi”. Trump ha parlato di quotazioni del greggio “gonfiate artificialmente” in scia alla condotta dell’Iran. Mentre, citando il presidente cinese Xi Jinping, il tycoon ha aggiunto che “rimuoveremo le sanzioni finché la situazione non si risolverà”. Parole che hanno riportato il prezzo del barile di petrolio sotto quota 90 dollari dai 120 ai quali era arrivato poco prima. La Casa Bianca teme ripercussioni su imprese e consumatori Usa in vista delle elezioni di Midterm, quando è a rischio il controllo repubblicano del Congresso. Allentare le sanzioni contro la Russia potrebbe potenzialmente aumentare le forniture mondiali di petrolio in un momento di massicce interruzioni delle spedizioni mediorientali dovute all’espansione del conflitto iraniano. Ma potrebbe anche complicare gli sforzi degli Usa per privare Mosca degli introiti necessari per sostenere la sua guerra all’Ucraina. La scorsa settimana Washington ha concesso una deroga di 30 giorni alle sanzioni contro la Russia per consentire all’India di acquistare il greggio già stoccato sulle navi e limitare le perdite di approvvigionamenti dal Medio Oriente. Un’altra opzione potrebbe essere il rilascio congiunto di greggio dalle riserve strategiche delle economie avanzate del G7. I ministri delle Finanze dei Sette Grandi hanno discusso la misura, ma una decisione ancora non c’è. Il dossier passa oggi ai ministri dell’Energia per un nuovo confronto. L'articolo Iran, Trump parla un’ora al telefono con Putin. Poi: “Guerra quasi finita”. E il prezzo del petrolio torna a scendere proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Caracciolo a La7: “Gli Usa hanno tentato di colpire Putin, i rapporti con Mosca sono cambiati ma con la Ue il presidente russo fa il pragmatico”
Nel corso della puntata di Otto e mezzo, su La7, il direttore di Limes Lucio Caracciolo offre un’analisi cruda delle dinamiche geopolitiche attuali, con un focus sulla crisi energetica, sul ruolo di Vladimir Putin e sulle ripercussioni della guerra in Iran sull’Italia. La conduttrice Lilli Gruber apre il confronto ricordando l’allarme rosso in Europa per la crisi energetica: “Il petrolio ha chiuso poco fa negli Stati Uniti sotto i 100 dollari. Siamo a prezzi triplicati in Italia per gas e i prodotti energetici. Putin ha detto che lui è disponibile a vendere petrolio e gas, basta mettersi d’accordo, quindi offre il suo aiuto all’Europa”. Caracciolo contestualizza immediatamente l’offerta del presidente russo. “Putin ha detto sono pronto a riprendere i rapporti energetici con l’Europa, datemi però qualche segnale. In realtà – avverte – il segnale glielo hanno dato gli americani che qualche settimana fa hanno cercato di colpire il luogo in cui si trovava e quindi sotto questo profilo i rapporti tra Russia e America non sono quelli di qualche tempo fa, quindi con gli europei si va più sul pragmatico”. L’esperto di geopolitica sottolinea poi la volatilità del mercato: “Il petrolio che sta intorno ai 100 al barile, naturalmente molto dipenderà dai prossimi giorni. Il fatto che il G7 abbia liberato 400 milioni di barili è stato visto come un gesto positivo, ma insomma stiamo parlando di prospettive di qualche giorno, al massimo di qualche settimana”. Secondo Caracciolo, “alla fine, la ragione di un’eventuale apertura di negoziato dipenderà più dagli effetti globali sull’economia, sull’energia di questa guerra, che non dall’andamento strettamente militare”. Il discorso si sposta quindi sulle implicazioni interne italiane, in particolare sul referendum sulla giustizia e sulla posizione del governo Meloni nel contesto della guerra in corso. A Lilli Gruber che chiede se la guerra contro l’Iran favorisce o danneggia la Meloni sul referendum, Caracciolo risponde senza mezzi termini: “Danneggia la Meloni ma quello che è più grave è che danneggia l’Italia“. L’analista inquadra le dichiarazioni della premier come “il riflesso del nostro non contare” e le colloca nel panorama europeo, definito “estremamente ambiguo”. E agggiunge: “Dal punto di vista americano l’Italia serve in questo contesto unicamente per poterci volare sopra e arrivare dove bisogna colpire, ma dal punto di vista politico siamo spuntati. Quanto al referendum – chiosa – mi pare che sia diventato ormai un referendum sul governo, cioè puramente politico e questo significa che la Meloni rischia“. L'articolo Caracciolo a La7: “Gli Usa hanno tentato di colpire Putin, i rapporti con Mosca sono cambiati ma con la Ue il presidente russo fa il pragmatico” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Separazione delle carriere, il sottosegretario Fazzolari: “Putin sicuramente voterebbe no”
Una battuta. Che però rende bene l’idea che ha il governo del prossimo referendum sulla giustizia. A domanda provocatoria dei cronisti a margine del convegno a Palazzo Giustiniani sulle fake news di Mosca nella guerra in Ucraina, il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Giovanbattista Fazzolari, braccio destro di Giorgia Meloni, dice: “Beh in Russia non mi risulta che ci sia la separazione delle carriere. Sicuramente voterebbe no”. A proposito del sostegno del governo all’Ucraina, Fazzolari aggiunge parlando di Roberto Vannacci: “Chi è contro gli aiuti a Kiev si autoesclude dalla coalizione. Il programma del centrodestra è chiaro”. Un messaggio chiaro al nuovo leader di Futuro Nazionale, ex vicesegretario della Lega, che ha fatto votare contro il nuovo decreto sugli aiuti militari all’Ucraina alla Camera. Fazzolari ha parlato a margine del convegno al Senato dal titolo: “4 anni di lotta per la libertà. Il fallimento strategico della Russia e il risorgimento ucraino”. Al convegno, oltre a Fazzolari, partecipa anche il presidente del Copasir del Pd Lorenzo Guerini. L'articolo Separazione delle carriere, il sottosegretario Fazzolari: “Putin sicuramente voterebbe no” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Mosca arruola europei fragili per sabotaggi e violenze. Il Financial Times: “Rete di reclutatori legati alla Wagner”
Reclutare cittadini europei “economicamente vulnerabili” per compiere atti di violenza nei Paesi della Nato. Sarebbe questo, secondo il Financial Times, il nuovo compito affidato dal Cremlino a reclutatori e propagandisti legati in passato alla compagnia Wagner. Il quotidiano economico, citando funzionari dell’intelligence occidentale, riferisce che Mosca avrebbe scelto uomini già specializzati nel convincere giovani dell’entroterra russo a combattere in Ucraina, riorientandone l’attività verso il cuore dell’Europa. Lo status del gruppo resta incerto dopo la ribellione fallita del giugno 2023 contro i vertici dell’esercito russo e la successiva morte del fondatore Yevgeny Prigozhin. Elementi che avevano fatto parte di Wagner o della “fabbrica dei troll” di San Pietroburgo, già impiegati per il reclutamento nelle regioni più povere della Russia, starebbero ora individuando migranti, disoccupati e persone appartenenti a fasce deboli delle società europee, disponibili ad azioni di sabotaggio, ricognizione, vandalismo e violenza in cambio di denaro. Secondo fonti dell’intelligence europea citate dal giornale, sarebbero già 145 gli incidenti riconducibili a una campagna ibrida russa contro l’Occidente. L’aumento del ricorso ad agenti “a perdere” sarebbe seguito all’espulsione da parte dei Paesi europei di centinaia di funzionari dell’intelligence russa operanti con copertura diplomatica. Fsb e Gru avrebbero così cambiato tattica. Nel 2023 il criminale di strada Dylan Earl sarebbe stato reclutato su canali Telegram di Wagner nel Regno Unito; in seguito sarebbero stati coinvolti altri quattro giovani per appiccare il fuoco a un deposito di Londra collegato a un’azienda ucraina. A Earl sarebbero state versate 9mila sterline. Lo scorso anno avrebbe inoltre pianificato di “radere al suolo” un ristorante appartenente all’imprenditore russo in esilio Evgheny Chichvarkin, critico del presidente russo. La notizia giunge alla vigilia di un nuovo round di colloqui trilaterali tra Mosca, Kiev e Stati Uniti in programma a Ginevra. Il Cremlino ha parlato di una gamma “ampia” di questioni sul tavolo, “compresa quella dei territori”, punto sul quale il presidente ucraino Volodymyr Zelensky ha ribadito di non voler cedere senza “garanzie di sicurezza”, sostenendo che “Putin non si ferma con baci e fiori”. A esacerbare ulteriormente le tensioni è il secondo anniversario della morte in carcere dell’oppositore russo Alexei Navalny. Quindici Paesi – Australia, Canada, Repubblica Ceca, Danimarca, Estonia, Finlandia, Germania, Lettonia, Lituania, Olanda, Nuova Zelanda, Norvegia, Polonia, Svezia e Regno Unito – hanno diffuso una dichiarazione congiunta in cui affermano che le autorità russe sono “le uniche responsabili” della sua morte. I firmatari richiamano una decisione della Corte europea dei diritti dell’uomo, secondo cui la Russia è responsabile del trattamento inumano e degradante riservato a Navalny durante la detenzione e della mancata risposta adeguata alle sue richieste. La vedova Yulia Navalnaya ha dichiarato: “Già sapevo che Putin aveva ucciso mio marito, ora abbiamo le prove”, commentando un’inchiesta condotta da Regno Unito, Svezia, Paesi Bassi, Francia e Germania, secondo cui il dissidente sarebbe stato avvelenato con una tossina letale presente nelle rane freccia dell’Ecuador. Una ricostruzione respinta dal portavoce del Cremlino Dmitry Peskov, che ha definito le accuse “parziali e infondate”. L'articolo Mosca arruola europei fragili per sabotaggi e violenze. Il Financial Times: “Rete di reclutatori legati alla Wagner” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Sul campo in Ucraina e nei servizi di intelligence: Putin dà più poteri alla Guardia nazionale del suo alleato Zolotov
Più poteri e una struttura rafforzata per la Rosgvardia: diventerà, ancora di più, perno della sicurezza interna e strumento di proiezione del potere nelle aree in cui si combatte in Ucraina (ma anche quelle già sotto controllo russo). Il presidente Putin ha firmato ieri un decreto che istituisce uno Stato maggiore generale all’interno della Guardia – ampliandone in modo significativo il raggio d’azione, anche nella pianificazione operativa e nelle attività di intelligence. La decisione dà ancora più peso istituzionale e militare al corpo, cresciuto negli ultimi anni parallelamente all’afflusso di uomini e mezzi, per la valutazione delle minacce militari e dei potenziali conflitti futuri, nonché per la preparazione di proposte per documenti di pianificazione strategica. Secondo il decreto, pubblicato sul portale ufficiale di informazione giuridica, la nuova struttura avrà il compito di garantire la prontezza al combattimento, supervisionare il “servizio e l’impiego in combattimento” delle truppe e svolgere attività di intelligence funzionali ai compiti assegnati alla Guardia. È una trasformazione che conferisce ancora più potere all’alleato di Putin: Viktor Zolotov. Sotto la guida del 72enne, già a capo della guardia del corpo del presidente durante i suoi primi due mandati presidenziali (ma anche mentre è stato primo ministro dal 2000 al 2013), la Guardia Nazionale ha ampliato lo spettro operativo del corpo e conosciuto un progressivo rafforzamento sia sul piano del potere che delle competenze: sono arrivate le prime unità di carri armati e sono stati inglobati reparti strategici, come l’unità speciale Grom del ministero dell’Interno e le forze antisommossa Omon. Nel 2024 l’organico era stimato in circa 370.000 effettivi, ma Zolotov ha più volte reso nota l’intenzione di espanderne ulteriormente le dimensioni: l’obiettivo dichiarato è consolidare il controllo non soltanto all’interno della Federazione Russa, ma anche in Ucraina. L'articolo Sul campo in Ucraina e nei servizi di intelligence: Putin dà più poteri alla Guardia nazionale del suo alleato Zolotov proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Ucraina, Zelensky: “Colloqui a Miami la prossima settimana, affronteremo il nodo Donbass. Trump vuole pace entro l’estate”
Fine della guerra in 5 mesi e colloqui di pace a Miami, lasciando Abu Dhabi entro 7 giorni, per superare lo stallo sui confini. E’ la linea del presidente Trump annunciata stamani da Volodymyr Zelensky, nella capitale degli Emirati Arabi per i negoziati. “Gli Stati Uniti hanno proposto per la prima volta che le due squadre di negoziatori, di Ucraina e Russia, si incontrino negli Usa, probabilmente a Miami, nel giro di una settimana”, ha detto il presidente ucraino. Secondo il quale la Casa Bianca vorrebbe la fine delle ostilità “entro l’inizio dell’estate, a giugno”. Le trattative tra Russia e Ucraina dovrebbero dunque spostarsi nella capitale della Florida: stesso formato trilaterale, con gli Usa mediatori; ma le delegazioni di Ucraina e Russia sono state invitate a incontrarsi in formato bilaterale. A Trump “abbiamo confermato la nostra partecipazione”, ha aggiunto il leader di Kiev, ricordando l’indisponibilità a sostenere “potenziali accordi che la riguardino senza essere coinvolta” nei negoziati. Tuttavia, “per la prima volta”, “le questioni più difficili possono certamente essere sottoposte a un incontro trilaterale dei leader”, ha annunciato Zelensky. LE POSIZIONI SUL DONBASS E LA MEDIAZIONE USA: ZONA ECONOMICA LIBERA La linea americana è il frutto degli scarsi risultati dei negoziati ad Abu Dhabi, incagliati sulla questione dei confini territoriali: Putin ha posto come condizione la cessione del Donbass, incluse le aree ancora sotto il controllo di Kiev, come il Donetsk. Una richiesta, fino ad ora, inaccettabile per l’Ucraina. Zelensky ha confermato la linea: “‘Siamo dove siamo’ è, a nostro avviso, il modello più equo e affidabile per un cessate il fuoco oggi”. Ma Putin reclama il ritiro delle truppe di Kiev anche dalle aree del Donbass sotto il suo controllo, come la regione di Donetsk. Tra i due fuochi, i mediatori americani propongono la zona economica libera. Ma “in generale né l’Ucraina né la Russia sono mai state entusiaste dell’idea”, ha chiarito Zelensky. Che mette in guardia Trump e Putin: “Notiamo che le parti hanno discusso di questo tema”. I RAID NOTTURNI L’autorità energetica ucraina ha annunciato l’interruzione dell’alimentazione elettrica in vaste aree del Paese, dopo i raid russi (anche sul versante ovest) e i danni alle infrastrutture energetiche. Mentre l’inverno rigido si fa sentire, il leader ucraino torna a chiedere armi per la contraerea: “Mosca – ha accusato Zelensky – deve essere privata della possibilità di usare il freddo come leva contro l’Ucraina. Ciò richiede missili Patriot, Nasams e altri sistemi. Ogni spedizione ci aiuta a superare questo inverno”. Secondo il leader ucraino “l’attacco di ieri sera ha coinvolto più di 400 droni e circa 40 missili di vario tipo. Gli obiettivi principali erano la rete energetica, gli impianti di generazione e le sottostazioni di distribuzione”. L'articolo Ucraina, Zelensky: “Colloqui a Miami la prossima settimana, affronteremo il nodo Donbass. Trump vuole pace entro l’estate” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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