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Putin: “Nel 2025 la Russia ha esportato armamenti per 15 miliardi di dollari”
Nel 2025 hanno ripreso quota le vendite degli armamenti prodotti in Russia. Lo ha detto Vladimir Putin il 30 gennaio alla riunione della Commissione per la cooperazione tecnico-militare a Mosca: “Lo scorso anno, i prodotti militari russi sono stati forniti a oltre 30 paesi, mentre i ricavi in valuta estera hanno superato i 15 miliardi di dollari“, ha detto il presidente della Federazione russa. Un risultato raggiunto “in condizioni difficili. La pressione dei paesi occidentali sui nostri partner, volta a ostacolare e bloccare i loro rapporti commerciali con la Russia, non solo è continuata, ma si è intensificata”, ha proseguito il capo del Cremlino riferendosi alle sanzioni imposte a Mosca dai paesi dell’Occidente per via della guerra in Ucraina. “Tuttavia, nonostante questi tentativi, i nostri contratti di esportazione sono stati, nel complesso, rispettati in modo affidabile”. “Se i nuovi dati fossero esatti – è il commento di Defense News -, rappresenterebbero un notevole ritorno ai livelli prebellici delle esportazioni militari russe”. Il dubbio, riferisce il sito specializzato in analisi su tematiche militari, nasce dal fatto che Mosca ha smesso di divulgare informazioni dettagliate sui contratti di esportazione di armi dopo l’inizio dell’invasione dell’Ucraina nel febbraio 2022, “cessando anche di fornire informazioni alle organizzazioni competenti delle Nazioni Unite“. Le analisi del Sipri (Stockholm International Peace Research Institute), che monitora il commercio mondiale di armamenti, riferiscono che le esportazioni russe hanno fatto registrare una diminuzione del 47% tra il 2022 e il 2024, mentre su un periodo più ampio il calo sarebbe stato del 64% confrontando il quinquennio 2015-19 con quello 2020-24, sebbene fosse iniziato prima della guerra in Ucraina. Nel 2024 Mosca è scesa al 3° posto a livello mondiale dietro a Usa e Francia, a causa del calo della sua influenza nel mercato globale. Secondo un’analisi della Jamestown Foundation, think tank con sede a Washington fondato nel 1984 per sostenere i disertori sovietici, le esportazioni di armi russe sono crollate tra il 2021 e il 2023 e potrebbero essere scese da 14,6 miliardi di dollari a circa 3 miliardi di dollari. D’altra parte il Sipri riferisce che i colossi russi Rostec e United Shipbuilding Corporation hanno aumentato i loro ricavi del 23% nel 2025, ma questa crescita è derivata dalla domanda interna, che i ricercatori notano “ha più che compensato i ricavi persi a causa del calo delle esportazioni”. Ora è arrivato l’annuncio di Putin: “Il sistema di cooperazione tecnico-militare russo non ha solo dimostrato la sua efficacia e l’elevato grado di resilienza. Altrettanto importante, è stata gettata una solida base che consente di ampliare significativamente sia la portata che la geografia delle forniture di prodotti militari”. “Rosoboronexport sta espandendo le sue attività in Africa. La cooperazione tecnico-militare con i paesi del continente ha raggiunto il livello che aveva durante l’era sovietica e lo ha superato per certi aspetti”, ha detto lo stesso 30 gennaio Alexander Mikheyev, amministratore delegato del gigante statale russo per l’esportazione di armi che gestisce oltre l’85% delle esportazioni militari del Paese. “Se i numeri riportati fossero corretti”, è l’analisi di Defense News, “la capacità della Russia di mantenere le esportazioni di armi a questi livelli solleverebbe dubbi sull’efficacia delle sanzioni occidentali”. L'articolo Putin: “Nel 2025 la Russia ha esportato armamenti per 15 miliardi di dollari” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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L’ossessione del Putin di Jude Law? Qualcuno è più popolare di lui: Stalin. Ecco ‘Il Mago del Cremlino’
Inizio anni Novanta, l’Unione Sovietica si sgretola, Mosca è una città in fermento, la sete di libertà è insaziabile. All’improvviso tutto è possibile, per chi vuole arricchirsi, per chi è mosso da propositi più idealistici. Tra questi ultimi c’è Vadim Baranov, giovane intellettuale che ama il teatro d’avanguardia e la comunicazione. L’incontro e poi la separazione con Ksenia, donna abile a sentire dove va il vento e a posizionarsi di conseguenza, lo convince però che non sarà l’arte ma la politica a definire la nuova era che sta arrivando. Intanto la nomenklatura cerca un malleabile fantoccio che possa puntellare la presidenza agli sgoccioli di Boris Eltsin: la scelta cade su un anonimo funzionario dei servizi segreti Vladimir Putin, all’inizio riluttante ma poi affascinato dall’idea. A garantirgli il consolidamento del potere sarà proprio Baranov che si trasforma in superbo stratega ed eminenza grigia della nuova Russia. Poi viene bruscamente allontanato e si ritira a vita privata. Nel 2019 riceve nella sua dacia un professore americano. Dal berlusconismo al trumpismo. Come siamo arrivati al punto che un dittatore dopo 80 anni dalla fine della Seconda guerra mondiale abbia riportato la guerra in Europa. E’ un filmone Il Mago del Cremlino. Le Origini di Putin del regista francese Olivier Assayas, colto e pluripremiato. Una narrazione intensa, una sceneggiatura forbita rivisitata da Emmanuel Carrère che offre diverse letture delle sfaccettature dell’enigmatico universo putinesco, alla luce degli eventi più attuali delle derive autoritarie. Le Origini. La fama di potere di Putin affonda le radici nella povertà, nato in piccolo villaggio della Georgia (secondo la madre naturale intervistata dal Telegraph) cresciuto in un orfanotrofio perché la madre non aveva i mezzi per mantenere il figlio. Nato a Leningrado secondo i biografi ufficiali. E’ il primo dei suoi grandi misteri. Operaio ed ex agente del Kgb. Putin, interpretato da un magnifico Jude Law con parrucchino, mandibola imbronciata (chi mai ha visto Putin sorridere) e camminata sbilenca, è ossessionato: c’è qualcuno più popolare di lui, Stalin. Lo Spin Doctor gli ricorda che la sua fama era legata ai lager. La massa va sottomessa con la violenza, con la repressione. Gorbaciov (che beveva solo latte) ha dato la libertà al popolo sovietico, Putin lo ha richiuso in una prigione grande quanto la Russia. Putin e il Kursk: il sottomarino nucleare lanciamissili considerato inaffondabile si inabissò nelle acque dell’Artico causando la morte di 118 marinai. Segnò la prima Grande Crisi della sua presidenza. Putin mostrò solo indifferenza davanti alla tragedia delle madri che urlavano che i loro figli erano morti per 50 dollari di salario al mese. La casta dei nuovi ricchi che se ne vanno in giro per il mondo a godere delle gioie del capitalismo. Poi Putin si riprende il controllo delle ricchezze degli oligarchi da lui stesso creati e li fa arrestare, uccidere o avvelenare. A lui ritorna il comando del gas, petrolio, foreste e giacimenti. Putin non si accontenta di monopolizzare solo il Potere vuole monopolizzare anche la sovversione. La chiama Democrazia Sovrana che sta alla dittatura come una sedia sta alla sedia elettrica. Il Potere crea dipendenza difficile disintossicarsi. Sempre più paranoico seriale, intento a costruire la “cattedrale” del suo mito, sempre più spietato, si sbarazza anche del fidatissimo Baranov che costringe a un esilio forzato. L’ex Spin Doctor e il professore citano lo scrittore distopico Evgenij Zamjatin, il diavolo della letteratura sovietica, che scriveva: “L’unico futuro possibile per la letteratura russa é il suo passato”. Quello che il film non dice sull’infanzia di Putin: la madre Vera Putina aveva raccontato che nel ’99, guardando i notiziari sull’elezione del nuovo primo ministro russo riconobbe immediatamente in Vladimir Putin suo figlio perché “camminava come un’anatra”. Chiunque provasse a squarciare un velo sulle origini di Putin faceva una brutta fine. Il giornalista russo Artyom Borovik, un eminente critico del Cremlino che all’epoca stava lavorando a un documentario sull’infanzia di Putin, morì in un incidente aereo all’aeroporto di Sheremetyevo il 9 marzo 2000. Il giornalista italiano di Radio Radicale Antonio Russo, assassinato lo stesso anno perché denunciava gli orrori della guerra cecena. Vera si era offerta invano di fare un test del dna per dimostrare la sua verità. E’ morta nel 2023 a 96 anni. Senza mai rivedere suo figlio. Putin e l’immortalità: al leader cinese Xi Jinping durante una parata disse che con l’aiuto delle biotecnologie e il trapianto degli organi si può vivere fino a 150 anni. Oddio, auguriamoci di no. Nel frattempo potrebbe sempre cadere vittima del suo mito. L'articolo L’ossessione del Putin di Jude Law? Qualcuno è più popolare di lui: Stalin. Ecco ‘Il Mago del Cremlino’ proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Il Cremlino ridimensiona la tregua in Ucraina chiesta dagli Usa. Trump: “Putin e Zelensky si odiano, ma ci avviciniamo a un accordo”
Trump aveva parlato di una tregua di una settimana negli attacchi russi sull’Ucraina concordata con Vladimir Putin, è stato ridimensionato dal Cremlino. Il presidente Usa, ha precisato il portavoce Dmitry Peskov, ha chiesto una sospensione degli attacchi sulla sola Kiev, che durerà fino a domenica, quando ad Abu Dhabi è prevista la ripresa dei negoziati di pace. Ma Trump è tornato a dirsi fiducioso. Putin e il presidente ucraino Volodymyr Zelensky “si odiano, e questo rende le cose molto difficili, ma penso che ci stiamo avvicinando molto a raggiungere un accordo”, ha assicurato il tycoon. Trump aveva detto giovedì che Putin era stato “molto carino” nell’accogliere la sua richiesta di sospendere “per una settimana” gli attacchi, in considerazione di un’ondata di gelo prevista nei prossimi giorni sull’Ucraina, con temperature fino a 30 gradi sotto zero. Il capo della Casa Bianca, tuttavia, non aveva precisato né la data d’inizio della tregua, né quali infrastrutture dovrebbero essere risparmiate dai bombardamenti. Alla domanda se la Russia avrebbe rispettato la tregua, Peskov ha risposto in modo non del tutto chiaro: “Sì – ha detto – c’è stato un appello personale del presidente Trump per una settimana, fino al primo febbraio, mentre si creano le condizioni favorevoli per i negoziati”. Un commento che ha indotto l’agenzia russa Ria Novosti a scrivere che Mosca accoglieva la richiesta, mentre per la Tass le parole del portavoce di Putin confermavano solo la richiesta della parte americana. L’Aviazione ucraina ha detto che nella notte tra giovedì e venerdì i russi hanno lanciato sull’Ucraina 111 droni, di cui 80 sono stati abbattuti, ma secondo Zelensky “non ci sono stati attacchi sulle installazioni energetiche, mentre le forze armate russe “si concentrano ora su raid contro obiettivi logistici”. Comunque gli ultimi bombardamenti russi su Kiev sono avvenuti nella notte tra il 23 e il 24 gennaio. Cioè qualche ora prima dell’inizio della prima tornata di trattative russo-ucraine a Abu Dhabi con la mediazione americana. E quindi l’annuncio di Trump potrebbe riguardare una tregua relativa solo alla capitale già in vigore dall’inizio dei colloqui, e destinata a durare almeno fino alla loro ripresa, fra due giorni. Anche se Zelensky ha detto che “la data o il luogo potrebbero cambiare” a causa delle crescenti tensioni tra gli Usa e l’Iran. Anche se confermati, non si tratterà di negoziati semplici. “Finora, non siamo riusciti a trovare un compromesso sulla questione territoriale, in particolare riguardo a una parte dell’est dell’Ucraina“, ha avvertito il presidente. Con un riferimento al Donbass, di cui i russi vorrebbero appropriarsi per intero. Zelensky ha anche accusato Mosca di avere “bloccato il processo” di scambio dei prigionieri. Il leader ucraino ha poi categoricamente respinto la possibilità di incontrare Putin a Mosca, come proposto dal Cremlino, e lo ha pubblicamente invitato a recarsi lui a Kiev, “se ha il coraggio”. Il che ha attirato la piccata risposta del Cremlino. “Vorrei ricordare – ha chiarito Peskov – che è stato Zelensky a chiedere un incontro. Il presidente Putin gli ha risposto: ‘Siamo pronti, ma solo a Mosca’”. Sul terreno, intanto, la Russia ha rivendicato la conquista di altri tre villaggi: due nella regione di Zaporizhzhia e uno in quella di Donetsk. Mentre nell’oblast nord-orientale di Kharkiv le autorità hanno ordinato l’evacuazione obbligatoria delle famiglie con bambini da sette insediamenti in un territorio situato a una cinquantina di chilometri dall’omonima città capoluogo. In precedenza il governatore della regione aveva accusato le truppe russe di aver provocato la morte di una persona e il ferimento di almeno altre due in raid sui villaggi di Novoosynove e di Chorne. L'articolo Il Cremlino ridimensiona la tregua in Ucraina chiesta dagli Usa. Trump: “Putin e Zelensky si odiano, ma ci avviciniamo a un accordo” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Trump annuncia tregua di una settimana in Ucraina: “Ho chiesto a Putin di non attaccare per il freddo record. Ha dato l’ok”
“Ho personalmente chiesto a Putin di non bombardare Kiev e varie altre città per una settimana” a causa del “freddo record. E lui ha dato l’ok” . A parlare è Donald Trump che annuncia così, durante la riunione di Gabinetto, una tregua nella guerra in Ucraina. “Lasciatemelo dire, è stato molto gentile da parte sua”, ha aggiunto il presidente Usa. Per Trump la fine del conflitto è vicina: “Abbiamo messo fine a otto guerre e credo che un’altra stia arrivando”. A parlare di progressi nei negoziati è lo stesso inviato speciale, Steve Witkoff, intervenendo durante la stessa riunione alla Casa Bianca: i colloqui tra Russia e Ucraina, mediati dagli Stati Uniti, “proseguiranno tra circa una settimana” e stanno registrando sviluppi “positivi” nelle discussioni su un possibile accordo territoriale. “Le parti – ha aggiunto – stanno discutendo del territorio e stanno accadendo molte cose positive“, ha sottolineato Witkoff, aggiungendo che “l’accordo sul protocollo di sicurezza è in gran parte completato, così come quello sulla prosperità”. Sull’annuncio della tregua, al momento, non c’è alcun commento da parte di Mosca. Poco prima però il ministro degli Esteri russo, Sergei Lavrov, in un’intervista al al canale televisivo turco Tgrt e al quotidiano Turkiye, aveva dichiarato che un cessate il fuoco temporaneo nella zona di conflitto ucraina è “inaccettabile” per la Russia. “È stato detto molte volte, e il presidente Vladimir Putin lo ha spesso ricordato, che il cessate il fuoco che Zelensky sta nuovamente cercando, anche se durasse almeno 60 giorni, e preferibilmente di più, è per noi inaccettabile”, ha ribadito. L'articolo Trump annuncia tregua di una settimana in Ucraina: “Ho chiesto a Putin di non attaccare per il freddo record. Ha dato l’ok” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Reuters: “Trump valuta cambio di regime in Iran”. Teheran: “Risposta rapida e schiacciante a ogni attacco”
Il Cremlino mette in guardia Trump sulla soluzione militare per risolvere il dossier Iran e invita a proseguire con i negoziati diplomatici. Secondo Reuters, la Casa bianca non esclude il cambio di regime con il rovesciamento della guida suprema Ali Khamenei. Intanto l’Europa si prepara ad inserire i Pasdaran nella lista delle organizzazioni terroristiche. L’Obiettivo occidentale è aumentare la pressione sull’Iran per convincerlo a chiudere un accordo sull’energia nucleare. Ma la Russia prova a frenare il pressing e a scongiurare l’intervento armato degli Stati Uniti. Teheran reagisce con le minacciando “una risposta schiacciante” in caso di attacco degli Stati Uniti, anche grazie a mille nuovi droni. Citato dalla tv di Stato, il capo dell’Esercito iraniano, il generale Amir Hatami ha ribadito le priorità di Teheran: “rafforzare le proprie risorse strategiche in vista di una risposta rapida e schiacciante a qualsiasi invasione e attacco”. I mille velivoli senza pilota a disposizione delle forze armate, secondo Hatami sono la conseguenze delle “nuove minacce e degli insegnamenti tratti dalla guerra di 12 giorni”, contro Israele a giugno. TRUMP VALUTA IL CAMBIO DI REGIME, LA RUSSIA INVITA AI NEGOZIATI Il Cremlino esorta a trattatare ancora con Teheran. Il “potenziale” affinché i negoziati possano portare a risultati positivi è “lungi dall’essere esaurito”, ha dichiarato il portavoce di Putin Dmitry Peskov: “Continuiamo a invitare tutte le parti alla moderazione e ad astenersi dal ricorrere alla forza per risolvere questa controversia. Qualsiasi azione coercitiva non farebbe altro che seminare il caos nella regione”, ha concluso Peskov. Secondo l’agenzia di stampa Reuters Donald Trump sta valutando diverse opzioni contro l’Iran. Non sono esclusi attacchi mirati contro leader e forze di sicurezza, per incoraggiare i manifestanti a non abbandonare il dissenso. Stando ai funzionari Usa ascoltati dall’agenzia, il presidente Usa vorrebbe creare le condizioni per un “cambio di regime”, per via della repressione contro il movimento di protesta e l’uccisione di migliaia di persone. Per farlo, Trump stava valutando la possibilità di colpire comandanti e istituzioni ritenuti responsabili delle violenze, spronando i manifestanti ad invadere edifici governativi e di sicurezza. Una delle fonti statunitensi citate da Reuters ha affermato che le opzioni discusse dai collaboratori di Trump includevano anche un attacco molto più ampio con effetti duraturi, per colpire i missili balistici o i programmi di arricchimento nucleare. Ma Trump non avrebbe ancora preso una decisione definitiva. AXIOS: DELEGATI DI ISRAELE E ARABIA SAUDITA A WASHINGTON. TEL AVIV CONDIVIDE DATI DI INTELLIGENCE, RIYAD FRENA L’INTERVENTO MILITARE Secondo Axios funzionari della difesa e dell’intelligence di Israele e dell’Arabia Saudita sono a Washington per il dossier iraniano, almeno da martedì. Il capo della Casa Bianca ha ordinato il rafforzamento della presenza militare Usa nel Golfo, ma non ha ancora preso una decisione finale. Se ieri ha minacciato un attacco “peggiore” di quello di giugno, i suoi consiglieri continuano a ipotizzare una soluzione diplomatica. Israele e Arabia Saudita, come pure gli altri Paesi della regione, sono protagonisti interessati e da giorni sono in allerta per possibili raid. Secondo la testata Usa, gli israeliani sono arrivati a Washington per condividere intelligence su possibili target all’interno dell’Iran. I sauditi, al contrario, sono preoccupati dal rischio di una guerra regionale e spingono per una soluzione diplomatica. Il sito americano ha rivelato che martedì e mercoledì il capo dell’intelligence militare israeliana, il generale Shlomi Binder, ha avuto colloqui con funzionari al Pentagono, alla Cia e alla Casa Bianca. Binder sarebbe a Washington per collaborare con l’Amministrazione Trump, condividendo dati intelligence sull’Iran richiesti dalla Casa Bianca. L’EUROPA VALUTA DI INSERIRE I PASDARAN NELLA LISTA DELLE ORGANIZZAZIONI TERRORISTICHE: SANZIONI PER I COLPEVOLI DELLA REPRESSIONE IN IRAN Francia, Germania, Olanda, Italia e Spagna premono sull’inserimento dei Pasdaran (i Guardiani della Rivoluzione) nella lista europei dei gruppi terroristici. L’Alta rappresentante per gli Affari esteri Kaja Kallas ha esortato a chiudere l’intesa contro la milizia iraniana già oggi. “Mi aspetto che saremo d’accordo sull’inserimento nella lista delle organizzazioni terroristiche”, ha dichiarato il capo della diplomazia del Vecchio Continente entrando alla riunione del Consiglio affari esteri a Bruxelles. La volontà dell’Ue è mettere i Pasdaran “sullo stesso piano di Al Qaeda, Hamas, Daesh”, ha chiarito Kallas, sottolineando il bilancio delle vittime dopo le proteste di piazza in Iran. “Stiamo anche mandando un messaggio chiaro, la repressione delle persone ha un prezzo”, ha avvisato l’esponente estone. Tuttavia “i canali diplomatici rimarranno comunque aperti anche dopo l’inserimento della Guardia rivoluzionaria nella lista”. Lo scopo infatti è anche premere per un’intesa sull’atomo: “Spero che si possa giungere a un accordo positivo” sul nucleare iraniano, “perché nessuno ha bisogno di un altro conflitto. Ma il regime deve sapere che non può tornare ad agire come in passato”, ha dichiarato il ministro degli Esteri tedesco, Johann Wadephul, all’arrivo alla riunione con gli omologhi europei. Sull’inserimento dei Pasdaran nella lista europea dei gruppi terroristici, “ho molta fiducia che troveremo un accordo oggi”, ha chiarito Wadephul. Sulla stessa linea è Parigi: “la repressione insostenibile che si è abbattuta sulla protesta pacifica del popolo iraniano non può restare senza risposta”, ha dichiarato il ministro degli Esteri francese Jean-Noel Barrot. Specificando la reazione: “Adotteremo oggi delle sanzioni Ue contro responsabili della repressione: procuratori, capi della Polizia, Pasdaran, più di venti individui ed entità che si vedranno congelare i beni e non potranno entrare nell’Ue”. Anche i Paesi bassi, la Spagna e l’Italia sono favorevoli al pugno duro contro i Pasdaran. “Oggi ci sarà eventualmente una decisione politica, poi la decisione concreta verrà nel giro di qualche settimana”, ha sottolineato il ministro degli Esteri Antonio Tajani, lieto della “grande convergenza da parte di tutti i Paesi europei”. Sulla lista dei membri dei Pasdaran che verranno sanzionati, “mi pare che ci sia già un accordo politico”, ha aggiunto il forzista, e “credo che oggi sarà assolutamente approvata questa lista”. 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Le sagome giganti di Trump e Putin davanti alla sede del Consiglio Ue: la protesta contro la dipendenza energetica
Mentre i ministri Ue ratificavano il divieto di importazione di gas russo da parte dell’Unione europea, attiviste e attivisti di Greenpeace Belgio “sono entrati in azione stamattina a Bruxelles per denunciare il rischio di cadere da una dipendenza energetica a un’altra, data la prospettiva di sostituire il gas russo con quello di origine statunitense”. Lo afferma la ong in una nota spiegando che “gli attivisti hanno posizionato di fronte alla sede del Consiglio europeo delle sagome giganti di Putin e Trump seduti su una nave gasiera, a simboleggiare la dipendenza dell’Europa dalle importazioni di combustibili fossili degli autocrati”. Secondo una nuova analisi di Greenpeace, in questo momento in Europa arrivano in media ogni giorno da due a tre navi che trasportano gas liquefatto dagli Stati Uniti. “La forza dell’Europa va di pari passo con l’indipendenza energetica. Più l’Europa dipende dagli Stati Uniti per l’energia, più è vulnerabile alle pressioni di Trump. Ogni euro speso per il gas statunitense rafforza l’agenda autoritaria di Trump in patria e le ambizioni imperialiste all’estero”, dichiara Lisa Göldner di Greenpeace Germania. “L’unico modo per l’Europa di proteggere la propria indipendenza politica e raggiungere una vera sicurezza energetica è eliminare gradualmente il gas fossile e accelerare la transizione verso un sistema energetico completamente rinnovabile”. Greenpeace calcola che a partire dal secondo insediamento di Trump il 20 gennaio 2025, i Paesi dell’Ue hanno importato gas statunitense per un valore stimato di 28 miliardi di euro. Nonostante le ripetute minacce di Trump nei confronti dell’Europa, dall’inizio del 2026 sono arrivate in Europa più di 60 navi cisterna di gas statunitense, di cui nove solo in Italia, afferma l’associazione ambientalista. Greenpeace chiede all’Unione Europea di ritirarsi dall’impegno di importare 750 miliardi di dollari di energia, principalmente gas fossile, dagli Stati Uniti entro il 2028, e di interrompere immediatamente tutti i negoziati per nuovi accordi di acquisto con i fornitori di gas statunitensi. L'articolo Le sagome giganti di Trump e Putin davanti alla sede del Consiglio Ue: la protesta contro la dipendenza energetica proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Lo scongelamento dei beni negli Usa in cambio di soldi per Gaza: così Putin tratta l’ingresso nel Board di Trump
A Davos, alla resa dei conti nella famiglia europea, l’unica firma è stata quella del premier ungherese Orban. Il magiaro entrerà nel Board of Peace, l’organismo alternativo alle Nazioni Unite creato e promosso da Trump per la gestione di Gaza, giudicato incompatibile con la Carta delle Nazioni Unite dal presidente del Consiglio europeo Costa. In Svizzera, insieme ad Orban, hanno aderito oltre 20 Paesi, ma non Londra, che si è fermata per l’invito esteso dal repubblicano anche al presidente Putin. Trump vuole l’omologo russo al tavolo della ricostruzione della Striscia – una proposta che è ora al vaglio del ministero degli Esteri della Federazione. Ieri, mentre gli europei erano in Svizzera, Mahmoud Abbas, il presidente dell’Autorità nazionale palestinese, si trovava a Mosca, da Putin: “Siamo pronti a destinare un miliardo di dollari alla nuova struttura, soprattutto per sostenere il popolo palestinese” ha detto il leader del Cremlino, lasciando presagire che fondi russi potrebbero essere destinati alla ricostruzione della Striscia. La luce verde di Putin è arrivata poche ore prima del suo successivo incontro con l’inviato speciale degli Stati Uniti Steve Witkoff e il genero di Trump, Jared Kushner, in procinto di volare dalla Svizzera verso la Federazione. Già a Davos gli statunitensi avevano detto che i colloqui di pace tra Russia e Ucraina si sono ormai “ridotti a un unico tema” – il nodo Donbas. E quella per il Board potrebbe essere letta come ennesima concessione russa: un passo di avvicinamento alle posizioni statunitensi, maturato in una logica di scambio strategico, funzionale a sbloccare la partita sul controllo del territorio conteso. Ma meno chiara è la condizione con cui Mosca agirà: il Cremlino ha detto che è disposto a contribuire finanziariamente, mettendo sul piatto un miliardo di dollari per entrare a far parte del Consiglio, ma solo a fronte dello scongelamento dei beni russi negli Stati Uniti. È un passaggio che, sembra, avverrà solo se do ut des, in una dinamica di reciproco scambio, dettata da esigenze di politica di potenza. Secondo le ultime stime disponibili, che risalgono a prima dell’avvio del conflitto, il Tesoro degli Stati Uniti detiene circa 5 miliardi di dollari di beni russi congelati. Il portavoce del Cremlino, Dmitrij Peskov, ha sottolineato che non è chiaro in che modo una simile operazione finanziaria “per scopi umanitari” possa essere formalizzata giuridicamente: “Questo, ovviamente, richiederà determinate azioni da parte degli Stati Uniti”. Comunque, questa apertura non vuol dire rinuncia al recupero dei fondi russi congelati in Occidente: il vero tesoro di Mosca rimane in Europa, dove, soprattutto nelle casse dell’Euroclear, sono congelati circa 280 miliardi del Cremlino dal 2022. Per riaverli, ha detto il portavoce, “continueremo la nostra lotta e difenderemo i nostri diritti”. L'articolo Lo scongelamento dei beni negli Usa in cambio di soldi per Gaza: così Putin tratta l’ingresso nel Board di Trump proviene da Il Fatto Quotidiano.
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