A rilanciare la storia è stato il Daily Mail: un vecchio documento della CIA del
1951, declassificato nel 2014 ma tornato improvvisamente virale sui social, che
secondo alcune interpretazioni indicherebbe una possibile pista per curare il
cancro scoperta decenni fa e poi dimenticata. Il report dell’intelligence
americana riassumeva uno studio sovietico del 1950 che metteva in relazione il
metabolismo delle cellule tumorali con quello dei parassiti, ipotizzando che
alcune sostanze usate contro infezioni parassitarie potessero colpire anche i
tumori. Tra i composti citati compariva il Myracyl D, un farmaco all’epoca
utilizzato contro la bilharziosi. Da qui, nelle ricostruzioni circolate online,
il sospetto: possibile che una potenziale terapia anticancro sia rimasta sepolta
negli archivi per decenni? In realtà il documento non è una ricerca medica ma un
riassunto di intelligence di uno studio sovietico, e la sua recente circolazione
ha soprattutto alimentato interpretazioni complottistiche sui social.
Ma cosa c’è davvero di scientificamente fondato in queste ipotesi nate oltre
settant’anni fa? E quanto è plausibile l’idea che una terapia efficace contro il
cancro possa essere stata nascosta? Lo abbiamo chiesto al professor Massimo Di
Maio, Presidente dell’Associazione italiana di oncologia medica (Aiom),
Dipartimento di Oncologia, Università di Torino, Ospedale Molinette.
“UN’IPOTESI CHE NON HA TROVATO CONFERMA”
La teoria citata nel documento si basava sull’idea che tumori e parassiti
condividessero alcune caratteristiche metaboliche. Da questa analogia sarebbe
nata l’ipotesi di utilizzare farmaci antiparassitari per colpire anche le
cellule tumorali. “La notizia fa riferimento a uno studio sovietico del 1950 che
metteva in relazione il metabolismo dei tumori con quello dei parassiti” –
spiega Di Maio -. Da lì si ipotizzava che alcune sostanze usate contro infezioni
parassitarie potessero avere un effetto anche contro il cancro”. Il punto, però,
è che questa ipotesi non ha mai trovato conferma nella pratica clinica.
“Purtroppo non c’è stata nessuna evidenza concreta di beneficio. Tant’è vero che
questi farmaci non sono mai diventati uno standard in nessuna applicazione
oncologica”.
Come accade spesso nella ricerca biomedica, risultati promettenti osservati in
laboratorio non si traducono automaticamente in terapie efficaci per i pazienti.
“Le evidenze in vitro possono sembrare incoraggianti, ma a volte non portano a
risultati concreti nella pratica clinica”. Anche le eventuali osservazioni
sperimentali non hanno mai trovato riscontro negli studi sull’uomo. “Nella
migliore delle ipotesi si trattava di modelli di laboratorio che potevano
rappresentare un razionale per ulteriori studi”, chiarisce Di Maio. “Ma questi
studi sono stati deludenti e poi messi da parte, perché di fatto non è emersa
alcuna evidenza di beneficio nei pazienti”.
L’INTERESSE È SEMPRE DI SVILUPPARE UNA NUOVA TERAPIA
La classificazione e successiva declassificazione del documento della CIA ha
però alimentato un’altra narrativa: quella secondo cui esisterebbe una cura del
cancro nascosta o deliberatamente insabbiata. Un’idea che per l’oncologo non ha
basi realistiche. “Io dico sempre che se qualcuno avesse davvero trovato una
cura efficace per il cancro avrebbe tutto l’interesse a diffonderla, non a
nasconderla”, osserva. “Anche dal punto di vista economico i ritorni sarebbero
enormi. Basta questa semplice considerazione per capire che l’idea di una cura
segreta non ha senso”. Secondo il presidente dell’Aiom, queste narrazioni
nascono spesso da una lettura superficiale del funzionamento reale della ricerca
scientifica. “La spiegazione più semplice è anche la più corretta: quei farmaci
non funzionano. Se avessero funzionato, sarebbero stati sviluppati e
utilizzati”.
COS’È PIÙ REALISTICO
Questo non significa però che l’idea di utilizzare farmaci nati per altre
malattie contro il cancro sia priva di basi scientifiche. In oncologia esiste
infatti un filone di ricerca ben noto chiamato “drug repurposing”, cioè il
riutilizzo di farmaci già esistenti per nuove indicazioni terapeutiche. “È un
concetto molto studiato – spiega Di Maio -. Farmaci sviluppati per altre
patologie possono trovare applicazioni diverse, a volte anche in modo inatteso”.
Un esempio spesso citato è la metformina, un farmaco usato da decenni per il
diabete. “Negli ultimi anni si è parlato molto del possibile effetto
antitumorale della metformina – ricorda l’oncologo -. “Proprio per il legame tra
metabolismo e crescita tumorale è stata studiata in numerosi trial clinici”. I
risultati, però, non sono stati univoci. “Alcuni dati sono stati interessanti,
ma molti studi hanno dato risultati negativi”.
PIÙ CONCRETO L’ECCESSIVO ENTUSIASMO
Un discorso simile vale per le statine, i farmaci utilizzati per ridurre il
colesterolo. “Ci sono stati molti studi che hanno provato a testare un loro
possibile effetto antitumorale, sulla base di un razionale biologico plausibile
– spiega Di Maio -. Ma anche in questo caso i risultati sono stati spesso
deludenti”. Il riutilizzo di farmaci già esistenti resta comunque un approccio
scientificamente legittimo e talvolta promettente. “Molti di questi farmaci sono
ormai generici e quindi dal punto di vista economico sarebbe molto interessante
poterli usare anche per altre indicazioni – osserva l’oncologo -. Ma devono
comunque passare attraverso tutte le fasi della sperimentazione clinica per
dimostrare efficacia e sicurezza”. Ed è proprio qui che molte ipotesi
terapeutiche si fermano. “Alla prova dei fatti molte di queste strategie non si
dimostrano efficaci – conclude Di Maio -. Se invece emergono risultati solidi,
c’è tutto l’interesse a svilupparli e renderli disponibili. Il rischio reale,
semmai, è l’opposto: che risultati modesti vengano presentati in modo troppo
entusiastico. È molto più concreto questo rischio rispetto all’idea che una cura
efficace venga nascosta”.
L'articolo La cura contro il cancro è stata nascosta dalla CIA? Un vecchio
documento del 1951 ritorna virale sui social: l’esperto spiega cosa c’è di vero
(e falso) proviene da Il Fatto Quotidiano.
Tag - Cia
Se in Iran ci sarà bisogno di combattere “boots on the ground”, con gli stivali
sul terreno, non è detto che i protagonisti saranno i soldati americani. La
Central intelligence agency (Cia, i servizi segreti americani) starebbe armando
i guerriglieri curdi per affidargli il compito dei combattimenti sul terreno,
contro le forze del regime di Teheran. Lo rivela l’emittente americana Cnn
citando come fonti funzionari a conoscenza del piano. Il governo Trump avrebbe
avviato colloqui con tutte le forze d’opposizione, non solo curde, per concedere
supporto militare e sostenere una rivolta popolare. I cittadini iraniani,
disarmati, non avrebbero gli strumenti per contrastare la repressione del
governo.
Secondo Alex Plitsas, analista della sicurezza nazionale della Cnn ed ex alto
funzionario del Pentagono, gli Stati Uniti “stanno chiaramente cercando di dare
il via” al rovesciamento del regime armando i curdi, storico alleato regionale
degli Stati Uniti. Le forze curde contano migliaia di guerriglieri, lungo il
confine tra Iraq e Iran. Le ostilità con i Pasdaran (le Guardie della
Rivoluzione islamica) si sono aperte subito dopo l’attacco del 28 febbraio, con
i droni del regime in volo per indebolire i gruppi curdi. Ma già nei prossimi
giorni, secondo una fonte della Cnn, i curdi iraniani dovrebbero rispondere agli
attacchi partecipando ad un’operazione di terra nell’Iran occidentale, con il
sostegno di Usa e Israele. Le armi alle milizie in Iran dovrebbero arrivare
attraverso i curdi di stanza in Iraq.
Sul tappeto ci sarebbero tre possibilità. Nel primo scenario, le milizie curde
dovrebbero agevolare la fuga dei residenti dalle grandi città per evitare
massacri da parte dei delle forze del regime, come a gennaio durante le proteste
di piazza. La secondo ipotesi: seminare il caos per far esaurire armi e scorte
militari dei Pasdaran. Infine, i curdi potrebbero conquistare il nord dell’Iran
per garantire una zona cuscinetto ad Israele.
L'articolo “La Cia sta armando le milizie curde per combattere in Iran e
favorire una rivolta popolare” proviene da Il Fatto Quotidiano.
La Cia ha identificato la posizione precisa della Guida Suprema iraniana, Ali
Khamenei, poco prima che gli Stati Uniti e Israele lanciassero l’attacco
coordinato contro l’Iran, fornendo a Tel Aviv informazioni di intelligence “ad
alta fedeltà” che hanno consentito l’operazione in cui è stato ucciso. La
svolta, scrive il New York Times citando funzionari a conoscenza della
questione, è arrivata quando l’agenzia di intelligence ha saputo che Khamenei
avrebbe partecipato a una riunione mattutina di alti funzionari iraniani presso
un complesso di comando nel centro di Teheran.
È a quel punto che il piano originario di Israele, che prevedeva raid notturni,
è stato modificato per sfruttare quell'”opportunità” di eliminare il discepolo
dell’ayatollah Khomeini. Intorno alle 6 del mattino ora israeliana sono
decollati i caccia, armati con munizioni a lungo raggio e ad alta precisione.
Due ore e cinque minuti dopo, verso le 9:40 a Teheran, i missili hanno colpito
simultaneamente più obiettivi del complesso. Eliminando numerosi alti funzionari
politici e militari e decapitando gran parte della leadership dell’intelligence
iraniana, anche se il capo dei servizi sarebbe riuscito a fuggire.
Il quotidiano statunitense ricostruisce come l’uccisione della Guida suprema
iraniana sia stata il risultato di mesi di monitoraggio e di una strettissima
cooperazione d’intelligence tra Stati Uniti e Israele. La Cia seguiva da tempo
gli spostamenti e le abitudini del leader e aveva accumulato informazioni sempre
più precise sulla sua posizione e gli schemi di sicurezza a sua difesa. La
qualità dei dati ha fatto un salto di qualità durante la Guerra dei 12 giorni
con l’Iran, lo scorso giugno, quando gli analisti hanno potuto studiare come il
leader e i vertici dei Pasdaran comunicavano e si spostavano.
Ecco perché Washington sapeva che sabato mattina si sarebbe tenuta una riunione
di vertice nel complesso governativo nel centro di Teheran e che Khamenei
sarebbe stato presente. Le informazioni, definite ad “alta affidabilità”, sono
state condivise con Israele, che ha eseguito l’operazione. Anche grazie al fatto
che i vertici iraniani non hanno adottato misure per evitare di esporsi tutti
insieme in un unico luogo.
L'articolo “La Cia ha identificato la posizione di Khamenei. E ha dato le
informazioni a Israele”. I retroscena del raid che ha ucciso il leader iraniano
proviene da Il Fatto Quotidiano.
Ancora “pulizie” alla Cia nella seconda era Trump. Secondo il Washington Post
l’agenzia di intelligence ha ritirato 20 rapporti pubblicati nell’ultimo
decennio dopo che una revisione ha stabilito che rappresentavano un uso
inappropriato della risorse della Cia. I rapporti riguardavano temi come il
nazionalismo bianco e la pianificazione familiare. La mossa è l’ultima in ordine
cronologico decisa dal direttore John Ratcliffe e dai suoi collaboratori per
liberare l’agenzia dall’influenza della cultura progressista.
I primi passi, su indicazione del presidente degli Stati Uniti, erano stati
l’eliminazione dei programmi di diversità, equità e inclusione dell’agenzia e il
licenziamento dei rispettivi titolari. In totale, la Cia ha ritirato 17 rapporti
di intelligence dell’epoca Biden e ne ha richiamati altri due per revisioni
sostanziali.
I rapporti ritirati saranno cancellati dai database dell’agenzia e non saranno
più disponibili per i responsabili politici, spiega ancora il Washington Post.
Un alto funzionario della Cia ha detto ai giornalisti che i rapporti trattavano
“argomenti inappropriati su cui concentrarsi e che, in alcuni casi, si basavano
su fonti di informazione di parte“. In particolare il funzionario ha detto che
“non c’è assolutamente spazio per alcun tipo di pregiudizio nel lavoro della
CIA. Quindi, quando scopriamo che le nostre tecniche operative non hanno
raggiunto quell’elevato standard di imparzialità, dobbiamo correggere i dati”.
Sono circa 300 i rapporti esaminati dal Comitato consultivo dell’intelligence
del presidente, che è stato creato per fornire a Trump una consulenza
sull’efficacia e la legalità dei programmi di spionaggio statunitensi. Il
comitato è presieduto dall’ex membro del Congresso Devin Nunes, storico alleato
di Trump. Secondo un ex funzionario della Casa Bianca la percentuale di rapporti
segnalati è più che tollerabile e indica l’assenza di pregiudizi. Che è l’esatto
contrario di quello che sostengono i colleghi dell’amministrazione Trump. Il
funzionario si è però detto preoccupato per il fatto che “l’esito della
revisione possa indurre i professionisti dell’intelligence a temere di non dover
riferire su argomenti che non piacciono alla Casa Bianca”.
L'articolo “Uso inappropriato delle risorse”. La Cia ritira 20 rapporti di
intelligence per liberarsi dalle influenze progressiste proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Da acerrimi nemici ad alleati che si stringono la mano e sorridono a vicenda:
Delcy Rodríguez, presidente ad Interim del Venezuela, ha ricevuto il direttore
della Cia, John Radcliffe, a Palazzo di Miraflores. L’incontro – riportato dal
New York Times – si è svolto giovedì, nelle stesse ore in cui la dissidente
María Corina Machado, regalava il suo premio Nobel a Donald Trump. Radcliffe ha
comunicato alla presidente ad Interim le intenzioni Usa per “una relazione di
lavoro più proficua” con Caracas, secondo quanto riporta un funzionario Usa
interpellato dal New York Times. Hanno parlato anche di Intelligence,
cooperazione e investimenti. “Questo luogo non può più essere rifugio sicuro per
i nemici della Casa Bianca”, è una delle principali esigenze riportate dal
direttore dell’Agenzia, che solo due settimane fa ha eseguitoun blitz su
Caracas, catturando l’ex-presidente venezuelano Nicolás Maduro e sua moglie
Cilia Flores, entrambi in cella negli Stati Uniti. L’episodio sembra ormai
archiviato là dove Radcliffe viene calorosamente accolto dal nuovo direttore del
Controspionaggio militare, Gustavo González López, già fedelissimo di Maduro,
salito in carica dopo la rimozione di José Marcano Tabáta.
Radcliffe è anche il primo funzionario dell’amministrazione Trump ricevuto dal
governo Rodríguez e non risultano – almeno nell’ultimo trentennio –summit
pubblici precedenti tra la Cia e Palazzo di Miraflores. Fonti vicine al governo
ad Interim confermano a ilfattoquotidiano.it il sostegno di Washington al
governo Rodríguez, che ha l’incarico di tenere unite le fazioni del Chavismo
dopo il blitz statunitense e la caduta di Maduro. A tale proposito Radcliffe ha
incontrato anche il leader dell’ala militare e ministro dell’Interno Diosdado
Cabello, già sotto pressione, affinché “collabori con Rodríguez, senza
boicottarne le riforme”.
Quella della Cia è anche una rivincita nei confronti dell’Intelligence
dell’Avana, che nell’ultimo ventennio si era consolidata come “una struttura di
spionaggio” che agiva in parallelo alle Agenzie locali, secondo la missione Onu
a Caracas, svolgendo un “ruolo tecnico e operativo” nel Paese sudamericano.
Proprio giovedì sono state rimpatriate all’Avana le salme dei 32 agenti cubani,
che custodivano il primo anello di sicurezza di Maduro, uccisi durante
l’intervento delle Forze Delta statunitensi. I loro resti mortali sono stati
accolti dal ministro dell’Interno dell’Avana, Lázaro Alberto Álvarez, e dal
ministro delle Forze armate rivoluzionarie, Álvaro López Miera.
Viene meno anche la presenza di medici cubani, rientrati nell’Isola pochi giorni
fa. Nel frattempo la presidente ad Interim dà il via a un’agenda di
privatizzazioni, sostituisce numerosi ministri ritenuti scomodi o impresentabili
e apre alla libera circolazione del dollaro nel Paese, già sottoposto a
restrizioni e diversi tassi di cambio fissi. Lo stesso Trump descrive Rodríguez
come una presidente “fantastica” con cui lavora “molto bene”: “Ci dà tutto
quello che chiediamo”, ha detto al termine della telefonata intercorsa tra i
due.
L’esempio di Cuba, fatta fuori da Caracas dopo l’improvvisa irruzione
statunitense, preoccupa gli alleati del governo chavista – tra cui Mosca,
Pechino e Teheran -, la cui posizione non è ancora chiara nel riposizionamento
geopolitico del Venezuela. Pechino, primo creditore di Caracas, è già in
contatto con alti funzionari statunitensi e venezuelani: rivuole indietro i 20
miliardi di dollari concessi al Venezuela già nei primi anni Duemila, durante i
governi di Hugo Chávez Frías. I prestiti cinesi finanziano soprattutto progetti
infrastrutturali nel Paese – molti dei quali ancora non conclusi, per
responsabilità di Caracas – e sono garantiti in petrolio. Al momento il Colosso
asiatico riceve l’80% del greggio prodotto da Caracas.
La pressione arriva soprattutto dalle Banche statali e altre entità finanziarie
cinesi che – secondo fonti citate da Bloomberg – chiedono a Pechino una
“maggiore sorveglianza” sul Venezuela là dove la presenza Usa preoccupa i
creditori asiatici. “Sarà difficile far fuori i cinesi da questo Paese, dopo
tutti i loro investimenti”, assicura a ilfattoquotidiano.it il giornalista ed
ex-sindacalista Hendrick García, radicato nella Costa oriental del Lago, a pochi
chilometri della Colombia, regione petrolifera dove Pechino ha contribuito “alla
ripresa della produttività, anche resistendo a sanzioni e sostituendosi allo
Stato, spesso assente”.
L'articolo Da nemici ad alleati, Rodríguez riceve il direttore della Cia: “Il
Venezuela non sia più rifugio degli avversari Usa” proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Nelle stesse ore due fonti di intelligenze indicano: il presidente russo Putin
vuole tutta l’Ucraina e aspira a un “ritorno” dei Paesi Baltici nell’area di
influenza russa. A metterlo nero su bianco sono stati Kirill Budanov, capo del
servizi segreto militare ucraino (Gur), e gli analisti della Cia. Se nel primo
caso la frase del funzionario – “Il piano originale prevedeva che la Russia
fosse pronta a iniziare le operazioni nel 2030. Ora i piani sono stati rivisti
aggiornati al 2027” – potrebbe essere tacciata da alcuno osservatori di
opportunismo, il dossier dell’intelligence americana arriva in un momento in cui
l’amministrazione Usa cerca il dialogo con il Cremlino, con i due presidenti
Trump e Putin che, a parte qualche parentesi, si scambiano sorrisi e concordano
su come concludere il conflitto in Ucraina.
La Reuters, che per prima ha rilanciato i temi toccati dal report americano, ha
ascoltato sei fonti: tutte concordano sul fatto che la Cia giunge a conclusioni
opposte rispetto alla Casa Bianca. Putin – secondo gli analisti – non solo non
vuole porre fine al conflitto, ma mira a riprendere tutta l’Ucraina e i Paesi
Baltici (Estonia, Lettonia, Lituania) riportandoli sotto il controllo del
Cremlino. “L’intelligence ha sempre pensato che Putin volesse di più”, ha
dichiarato Mike Quigley, membro democratico della Commissione Intelligence della
Camera, in un’intervista alla Reuters. “Gli europei ne sono convinti. I polacchi
ne sono assolutamente convinti. I Paesi baltici pensano di essere i primi”. In
questo contesto, l’Estonia, anche per ragioni di confine vive da anni con questo
timore, ben prima del febbraio 2022, quando le truppe russe sono entrate in
Ucraina.
L’1 ottobre 2024 Frank Gardner, corrispondente della Bbc, ha incontrato il primo
ministro estone Kaja Kallas a cui ha chiesto se esista un Piano B dell’Estonia
nella prospettiva in cui l’invasione russa in Ucraina dovesse avere successo.
“Non abbiamo un piano B per una vittoria russa, perché allora smetteremmo di
concentrarci sul piano A”, quello di aiutare Kiev a resistere. Vale la pena
ricordare l’episodio della Strada Estone 178. Si tratta di un tratto viabile
costruito in epoca sovietica che attraversa il territorio russo in due punti
separati, come ricorda Defensenews. Un accordo tacito e mai ufficiale tra le
guardie di frontiera su entrambi i lati della recinzione consentiva ai residenti
di effettuare il percorso senza controlli, a condizione che rimanessero nei loro
veicoli e non si fermassero nel chilometro di territorio russo che
attraversavano. Il 10 ottobre questo accordo è saltato. “Abbiamo visto un gruppo
numeroso di soldati, avevano equipaggiamento militare, non quello delle guardie
di frontiera” ha raccontato Renet Merdikes, capitano della Polizia di Frontiera
estone.
A Kaunas, in ottobre è stata simulato un attacco russo, con evacuazioni di
civili in una palestra della città. Mercoledì scorso, tre guardie di frontiera
russe sono entrate nel territorio estone. Le riprese delle telecamere di
sorveglianza hanno registrato il terzetto, arrivato in hovercraft vicino al
villaggio di Vasknarva intorno alle 10, che attraversava la diga foranea sul
fiume Narva, confine naturale tra i due Paesi. Ma non è solo il governo estone
che vive nel timore. Nell’aprile scorso le autorità di Vilnius, capitale della
Lituania, hanno presentato un piano di evacuazione da mettere in atto in caso di
invasione, con istruzioni fornite a 540.000 residenti.
L'articolo Il dossier della Cia: “Putin vuole tutta l’Ucraina e i Paesi Baltici”
proviene da Il Fatto Quotidiano.
Utilizzata come cavia per esperimenti psichiatrici top secret della Cia negli
Anni cinquanta, ora Lana Pointing, una donna canadese, punta a ottenere
giustizia per i problemi di salute mentale di cui soffre, a suo dire dovuti a
quell’esperienza: a riportarlo è la Bbc, che spiega come nel Paese nordamericano
sia in corso una causa sul caso.
Nel 1958, all’età di 16 anni, Pointing fu ricoverata per un mese all’Allan
Memorial Institute, un ospedale psichiatrico di Montreal. Il motivo era che lei
si era comportata in modo “disubbidiente”, secondo quanto stabilito allora da un
giudice. Lì, fu coinvolta in un progetto di esperimenti segreti della Cia
chiamato Mk-Ultra, volto a provare gli effetti sulla mente di droghe
psichedeliche come l’LSD, terapie elettroshock e tecniche di lavaggio del
cervello.
La donna, ora 83enne, sostiene di non aver mai dato il consenso per partecipare
ai test, tenuti tra gli Anni ’50 e ’60 non solo a Montreal ma anche in oltre 100
tra ospedali, carceri e scuole negli Usa e in Canada. Mentre le cause
giudiziarie tentate per denunciare gli effetti del progetto Mk-Ultra negli Stati
Uniti hanno avuto scarso successo, in Canada le cose sono andate diversamente,
ricorda la Bbc.
Nel 1988 un giudice ordinò a Washington di risarcire nove vittime con 67.000
dollari a testa, mentre nel 1992 il governo canadese dovette versare indennizzi
da 100.000 euro a 77 persone. Ora, Pointing spera che la giustizia le dia
ragione per chiudere un capitolo doloroso del suo passato.
L'articolo “Usata come cavia nei test top secret della Cia in Canada”: donna fa
causa proviene da Il Fatto Quotidiano.