Nel nome della sicurezza nazionale, un tribunale canadese ha chiesto l’accesso a
dati conservati su server in Francia e Regno Unito, minando la “sovranità” sui
dati europei. Il Gdpr (General data protection regulation) limita fortemente il
trasferimento delle informazioni verso Paesi extra Ue. Il motivo della richiesta
delle autorità dell’Ontario? La multinazionale Ovh cloud ha una filiale nel
Paese della foglia d’acero, dunque secondo gli inquirenti la richiesta è
legittima, anche se le informazioni sono conservate all’estero. Ma il criterio
rischia di incrinare l’affidabilità del cloud europeo, minacciando l’ultimo
baluardo sulla sicurezza delle informazioni nella “nuvola”: data center
installati nei confini nazionali, amministrati da aziende autoctone.
100 ORGANIZZAZIONI EUROPEE INVOCANO IL CLOUD “SOVRANO”
Dal ritorno di Trump alla Casa Bianca, con le tensioni crescenti Usa-Ue, in
Europa molti esperti invocano a gran voce un cloud autoctono, “a prova” di
ingerenze americane. A marzo 2025 quasi 100 organizzazioni (incluso il gigante
della difesa Airbus) hanno sottoscritto l’appello per un fondo sovrano
tecnologico in grado di sfuggire all’occhio dello “Zio Sam”. In virtù del Cloud
act, le aziende americane sono obbligate a garantire l’accesso alle agenzie di
sicurezza a stelle e strisce, purché fornite di un mandato giudiziario, anche se
i server sono fuori dai confini. Problema: tra i clienti di Google, Amazon e
Microsoft (dominatori del mercato Ue) ci sono governi, pubbliche
amministrazioni, aziende strategiche. Anche per questo Ovh ha firmato l’appello
sul “Cloud sovrano” europeo. Sul suo sito, l’azienda francese con sede a Roubaix
si descrive come campione della “sovranità”, ovvero la “capacità di proteggere i
dati da eventuali interferenze (soprattutto straniere)”. Il merito, secondo Ovh,
è delle severe leggi del Vecchio Continente: “La conformità alla normativa
europea, che limita le possibilità di trasferimento di dati personali al di
fuori dell’Unione Europea, costituisce una garanzia di sovranità dei dati”. Una
garanzia in bilico, dopo la richiesta della corte canadese.
IL CASO: IL TRIBUNALE CANADESE CHIEDE ACCESSO AI DATI IN EUROPA
Secondo il principio giuridico invocato dal tribunale, basta aprire una filiale
all’estero per ricadere sotto la giurisdizione delle autorità locali, con tanti
saluti alla riservatezza garantita dalle regole europee. Potenzialmente, una
falla enorme: nel cloud si archiviano anche informazioni strategiche per la
sicurezza di un Paese. Del resto è nel nome della sicurezza, che un giudice
canadese ha reclamato informazioni al colosso tecnologico francese.
Il caso è stato ricostruito dalla testata The Register. Nell’aprile 2024 la
polizia canadese ha chiesto i dati degli abbonati e degli account collegati a
quattro indirizzi IP sui server Ovh in Francia, Regno Unito e Australia. Il
giudice ha sottolineato l’urgenza delle indagini per la sicurezza nazionale.
Anche per questo, forse, ha rinunciato alla rogatoria internazionale, la via
prevista dai trattati per la collaborazione giudiziaria tra Francia e Canada.
“Per la rogatoria internazionale ci vogliono circa 6 mesi, il tempo sufficiente
per far sparire le prove durante un’indagine per crimini digitali”, dice a
ilfattoquotidiano.it Michele Colajanni, docente di informatica all’Università di
Bologna. Secondo lui, gli inquirenti cercano di affrettare i tempi mentre la
rogatoria “è uno strumento del ‘900”.
IL DILEMMA DI OVH: OLTRAGGIO ALLA CORTE IN CANADA, MULTA E RECLUSIONE IN FRANCIA
Il risultato è il vicolo cieco della società: la legge francese punisce la
condivisione di dati al di fuori dei trattati ufficiali, con la reclusione e
multe da decine di migliaia di euro; d’altra parte, disobbedire all’ordine delle
autorità canadesi comporterebbe l’accusa di oltraggio alla corte. Eppure, il 25
settembre il giudice Heather Perkins-McVey ha confermato l’ordine d’accesso,
bocciando la richiesta di revoca del provvedimento depositata da Ovh. Il
magistrato ha ribadito la priorità di garantire la sicurezza e fissato la
scadenza per consegnare i dati al al 27 ottobre. La filiale canadese ha
presentato ricorso con una domanda di judicial review (revisione giudiziaria),
un istituto tipico dei paesi privi di Costituzioni scritte. Dall’esito del caso
può dipendere il destino dell’industria del cloud in Europa.
CLOUD AUTOCTONO E SOVRANO: FINE DI UN ILLUSIONE?
Per Ovh, la sconfitta sarebbe è una beffa. Ad agosto un suo rappresentante
legale aveva gioito per l’ammissione, da parte di Microsoft, di “non poter
garantire” la sovranità dei dati. Il 18 giugno, durante un’audizione in
Parlamento sulle dipendenze dell’industria digitale europea, Anton Carniaux
(direttore degli affari pubblici e legali di Microsoft Francia) ha ammesso di
non poter sottrarsi ai vincoli del cloud act. Alla domanda se fosse stato
obbligato a trasmettere i dati, ecco la sua risposta: “Certamente, rispettando
la procedura. Ma questo non ha avuto ripercussioni su nessuna azienda europea,
né su nessun ente pubblico, da quando pubblichiamo questi rapporti sulla
trasparenza”. Tanto è bastato per l’esultanza di Viegas Dos Reis, Chief Legal
Officer di Ovh. con la testata The Register: “Non è una sorpresa, lo sapevamo
già, finalmente hanno detto la verità!”. Ora a rallegrarsi potrebbero essere gli
uomini di Redmond. Mentre l’Ue si interroga sulla sua sovranità tecnologica: “Il
Gdpr vuole tutelare i dati degli europei ovunque siano, ma nessuna sa come
imporre nostre regole agli altri Paesi”, ammette Colajanni. “L’Ue dice: ‘i
principi e le regole devono governare la tecnologia’. In teoria sì, ma se le
leggi non funzionano?”.
L'articolo Tribunale canadese chiede accesso ai dati in Europa della francese
Ovh: i rischi per la sicurezza e la beffa per il cloud sovrano proviene da Il
Fatto Quotidiano.
Tag - Canada
Dazi al 100% se il Canada stringerà un accordo commerciale con la Cina. Nel
mondo del presidente Trump, questo tipo di “messaggi” trovano spesso spazio sul
suo social Truth. Così il leader repubblicano rivolgendosi al primo ministro
canadese Carney, scrive: “Pensa di voler trasformare il Canada in un ‘porto di
consegna’ per la Cina, da cui inviare merci e prodotti negli Stati Uniti, ma si
sbaglia di grosso. Se il Canada stringesse un accordo con la Cina, verrebbe
immediatamente colpito da una tariffa del 100% su tutti i beni e prodotti
canadesi che entrano negli Stati Uniti”. Particolare curioso e che ricorre
spesso nelle dinamiche del tycoon: inizialmente il presidente americano aveva
affermato che l’intesa con la Cina era ciò che Carney avrebbe dovuto fare.
Evidentemente ha cambiato idea, e potrebbe farlo di nuovo.
Il tycoon e il Canada hanno mantenuto due atteggiamenti opposti riguardo ai
rapporti con Pechino; se la Casa Bianca nel 2025 ha condotto un braccio di ferro
basato sui dazi, Ottawa ha negoziato: si parla di 49.000 veicoli elettrici a una
tariffa ridotta del 6,1%, in cambio della riduzione dei dazi sulla colza
canadese. Non è questo l’unico motivo di frizione. In passato Trump ha avuto
toni poco riguardosi per il vicino, affermando che avrebbe potuto essere
acquisito da Washington e divenire il 51° Stato americano; e la scorsa settimana
a Davos ha affermato che “il Canada vive grazie agli Stati Uniti”.
Carney non è rimasto in silenzio ed ha rilanciato: la sua nazione può essere un
esempio per altri Paesi sulle possibilità di non piegarsi a tendenze
autocratiche. Al World Economic Forum Carney ha affermato che “l’egemonia
americana” e le “grandi potenze” stanno usando le pressioni economiche come
“armi”. “Il vecchio ordine non tornerà ma non dovremmo piangerlo. La nostalgia
non è una strategia. Dalla frattura possiamo costruire qualcosa di migliore, più
forte e più giusto”.
Trump, ancora su Truth, ha scritto che l’invito al Canada di unirsi al Board of
Peace era revocato; ha poi ripreso il tema di un Canada come Stato americano,
pubblicando una mappa degli Stati Uniti che include Canada, Venezuela,
Groenlandia e Cuba come parte del suo territorio e rivolgendosi al primo
ministro con l’appellativo di “governatore Carney”; come se stesse parlando,
insomma, con il governatore di uno Stato Usa.
Il dialogo Ottawa-Pechino è dunque solo l’ultimo episodio di un rapporto teso
tra i due vicini. The Donald ritiene che “la Cina mangerà vivo il Canada, lo
divorerà completamente, distruggendo anche le sue attività commerciali, il suo
tessuto sociale e il suo stile di vita in generale”.
L'articolo Trump minaccia il Canada: “Dazi al 100% se stringerà accordi
commerciali con la Cina” proviene da Il Fatto Quotidiano.
Riportiamo integralmente il discorso che il primo ministro canadese Mark Carney
ha fatto davanti ai leader a Davos, sollecitandoli ad allearsi contro
“l’aggressività delle superpotenze”.
È un piacere – e un dovere – essere con voi in questo momento di svolta per il
Canada e per il mondo. Oggi parlerò della rottura dell’ordine mondiale, della
fine di una bella storia e dell’inizio di una realtà brutale in cui la
geopolitica tra le grandi potenze non è soggetta ad alcun vincolo. Ma vi
propongo anche un’altra tesi: che altri Paesi, in particolare le potenze di
medio livello come il Canada, non sono impotenti. Hanno la capacità di costruire
un nuovo ordine che incarni i nostri valori, come il rispetto dei diritti umani,
lo sviluppo sostenibile, la solidarietà, la sovranità e l’integrità territoriale
degli Stati.
Il potere dei meno potenti comincia dall’onestà.
Ogni giorno ci viene ricordato che viviamo in un’epoca di rivalità tra grandi
potenze. Che l’ordine internazionale basato sulle regole si sta dissolvendo. Che
i forti fanno ciò che possono e i deboli subiscono ciò che devono.
Questo aforisma di Tucidide viene presentato come inevitabile – la logica
naturale delle relazioni internazionali che si riafferma. E di fronte a questa
logica esiste una forte tendenza, da parte dei Paesi, ad adeguarsi per
sopravvivere. Ad accomodarsi. A evitare problemi. A sperare che la conformità
garantisca sicurezza. Non lo farà.
Quali sono dunque le nostre opzioni?
Nel 1978 il dissidente ceco Václav Havel scrisse un saggio intitolato Il potere
dei senza potere. In esso poneva una domanda semplice: come si manteneva il
sistema comunista?
La sua risposta cominciava con un fruttivendolo. Ogni mattina questo negoziante
esponeva in vetrina un cartello: «Lavoratori di tutto il mondo, unitevi!». Non
ci credeva. Nessuno ci credeva. Ma lo esponeva comunque – per evitare guai, per
segnalare conformità, per tirare avanti. E poiché ogni negoziante, in ogni
strada, faceva lo stesso, il sistema persisteva.
Non solo attraverso la violenza, ma attraverso la partecipazione delle persone
comuni a rituali che in privato sapevano essere falsi.
Havel definì questo atteggiamento «vivere nella menzogna». Il potere del sistema
non derivava dalla sua verità, ma dalla disponibilità di tutti a comportarsi
come se fosse vero. E la sua fragilità proveniva dalla stessa fonte: quando
anche una sola persona smette di recitare – quando il fruttivendolo toglie il
cartello – l’illusione comincia a incrinarsi.
È tempo che le imprese e i Paesi tolgano i loro cartelli.
Per decenni Paesi come il Canada hanno prosperato all’interno di quello che
chiamavamo l’ordine internazionale basato sulle regole. Abbiamo aderito alle sue
istituzioni, lodato i suoi principi e beneficiato della sua prevedibilità.
Potevamo perseguire politiche estere fondate sui valori sotto la sua protezione.
Sapevamo che la storia dell’ordine internazionale basato sulle regole era in
parte falsa. Che i più forti si sarebbero auto-esentati quando conveniente. Che
le regole commerciali venivano applicate in modo asimmetrico. E che il diritto
internazionale veniva applicato con rigore variabile a seconda dell’identità
dell’accusato o della vittima.
Questa finzione era utile e, in particolare, l’egemonia americana ha contribuito
a fornire beni pubblici: rotte marittime aperte, un sistema finanziario stabile,
sicurezza collettiva e sostegno a quadri per la risoluzione delle controversie.
Così abbiamo messo il cartello in vetrina. Abbiamo partecipato ai rituali. E per
lo più abbiamo evitato di denunciare le discrepanze tra retorica e realtà.
Questo patto non funziona più.
Permettetemi di essere diretto: siamo nel mezzo di una rottura, non di una
transizione.
Negli ultimi due decenni una serie di crisi – finanziarie, sanitarie,
energetiche e geopolitiche – ha messo a nudo i rischi di un’integrazione globale
estrema.
Più recentemente, le grandi potenze hanno iniziato a usare l’integrazione
economica come un’arma. I dazi come leva. Le infrastrutture finanziarie come
strumenti di coercizione. Le catene di approvvigionamento come vulnerabilità da
sfruttare.
Non si può «vivere nella menzogna» del beneficio reciproco attraverso
l’integrazione quando l’integrazione diventa la fonte della propria
subordinazione.
Le istituzioni multilaterali su cui facevano affidamento le potenze medie – il
WTO, l’ONU, le COP, l’architettura della risoluzione collettiva dei problemi –
sono fortemente indebolite.
Di conseguenza, molti Paesi stanno giungendo alle stesse conclusioni. Devono
sviluppare una maggiore autonomia strategica: nell’energia, nel cibo, nei
minerali critici, nella finanza e nelle catene di approvvigionamento.
Questo impulso è comprensibile. Un Paese che non è in grado di nutrirsi, di
rifornirsi di energia o di difendersi ha poche opzioni. Quando le regole non ti
proteggono più, devi proteggerti da solo.
Ma guardiamo con lucidità a dove questo conduce. Un mondo di fortezze sarà più
povero, più fragile e meno sostenibile.
E c’è un’altra verità: se le grandi potenze abbandonano persino la pretesa di
regole e valori per perseguire senza ostacoli il proprio potere e i propri
interessi, i benefici del “transazionalismo” diventano più difficili da
replicare. Le potenze egemoni non possono monetizzare indefinitamente le loro
relazioni.
Gli alleati diversificheranno per coprirsi dall’incertezza. Compreranno
assicurazioni. Aumenteranno le opzioni. Questo ricostruisce la sovranità – una
sovranità che un tempo era fondata sulle regole, ma che sarà sempre più ancorata
alla capacità di resistere alle pressioni.
Come ho detto, una gestione del rischio di questo tipo ha un costo, ma il costo
dell’autonomia strategica, della sovranità, può anche essere condiviso. Gli
investimenti collettivi nella resilienza sono meno onerosi che costruire
ciascuno la propria fortezza. Standard condivisi riducono la frammentazione. Le
complementarità generano benefici a somma positiva.
La domanda per le potenze medie, come il Canada, non è se adattarsi a questa
nuova realtà. Dobbiamo farlo. La domanda è se ci adattiamo semplicemente
costruendo muri più alti, oppure se possiamo fare qualcosa di più ambizioso.
Il Canada è stato tra i primi a cogliere il segnale di allarme, avviando un
cambiamento profondo della propria postura strategica. I canadesi sanno che la
vecchia e comoda convinzione secondo cui la nostra geografia e le nostre
alleanze garantivano automaticamente prosperità e sicurezza non è più valida. Il
nostro nuovo approccio si fonda su ciò che Alexander Stubb ha definito “realismo
basato sui valori” – oppure, in altre parole, sull’essere al tempo stesso
guidati da principi e pragmatici. Guidati da principi nel nostro impegno verso
valori fondamentali: sovranità e integrità territoriale, il divieto dell’uso
della forza salvo nei casi conformi alla Carta delle Nazioni Unite, il rispetto
dei diritti umani.
Pragmatici nel riconoscere che il progresso è spesso incrementale, che gli
interessi divergono, che non tutti i partner condividono i nostri valori. Ci
impegniamo in modo ampio e strategico, a occhi aperti. Affrontiamo attivamente
il mondo per quello che è, non aspettiamo un mondo che vorremmo fosse. Il Canada
sta calibrando le proprie relazioni affinché la loro profondità rifletta i
nostri valori. Stiamo privilegiando un coinvolgimento ampio per massimizzare la
nostra influenza, data la fluidità dell’ordine mondiale, i rischi che essa
comporta e le poste in gioco per ciò che verrà.
Non facciamo più affidamento solo sulla forza dei nostri valori, ma anche sul
valore della nostra forza. Stiamo costruendo questa forza in patria.
Da quando il mio governo è entrato in carica, abbiamo ridotto le tasse su
redditi, plusvalenze e investimenti delle imprese, abbiamo eliminato tutte le
barriere federali al commercio interprovinciale e stiamo accelerando mille
miliardi di dollari di investimenti in energia, intelligenza artificiale,
minerali critici, nuovi corridoi commerciali e altro ancora. Raddoppieremo la
spesa per la difesa entro il 2030, facendolo in modo da rafforzare le nostre
industrie nazionali. Ci stiamo rapidamente diversificando all’estero. Abbiamo
concordato un partenariato strategico globale con l’Unione europea, inclusa
l’adesione a SAFE, il sistema europeo di appalti per la difesa.
Negli ultimi sei mesi abbiamo firmato altri dodici accordi commerciali e di
sicurezza in quattro continenti. Negli ultimi giorni abbiamo concluso nuovi
partenariati strategici con Cina e Qatar. Stiamo negoziando accordi di libero
scambio con India, ASEAN, Thailandia, Filippine e Mercosur. Per contribuire alla
soluzione dei problemi globali perseguiamo una geometria variabile: coalizioni
diverse per questioni diverse, basate su valori e interessi. Sull’Ucraina siamo
membri centrali della Coalizione dei Volenterosi e tra i maggiori contributori
pro capite alla sua difesa e sicurezza.
Sulla sovranità artica stiamo fermamente al fianco della Groenlandia e della
Danimarca e sosteniamo pienamente il loro diritto unico a determinare il futuro
della Groenlandia. Il nostro impegno verso l’Articolo 5 è incrollabile.
Lavoriamo con i nostri alleati NATO – compresi quelli nordici e baltici – per
rafforzare ulteriormente i fianchi settentrionale e occidentale dell’Alleanza,
anche attraverso investimenti senza precedenti del Canada in radar oltre
l’orizzonte, sottomarini, velivoli e presenza sul terreno. Il Canada si oppone
con forza ai dazi legati alla Groenlandia e chiede colloqui mirati per
raggiungere obiettivi condivisi di sicurezza e prosperità nell’Artico.
Sul commercio plurilaterale sosteniamo la creazione di un ponte tra il
Partenariato Trans-Pacifico e l’Unione europea, dando vita a un nuovo blocco
commerciale di 1,5 miliardi di persone.
Sui minerali critici stiamo formando “club di acquirenti” ancorati al G7, per
consentire al mondo di ridurre la dipendenza da forniture concentrate.
Sull’intelligenza artificiale cooperiamo con democrazie affini per evitare di
essere costretti, in ultima analisi, a scegliere tra egemoni e hyperscaler (i
grandi fornitori di servizi cloud).
Questo non è multilateralismo ingenuo. Né è affidarsi a istituzioni indebolite.
È costruire coalizioni che funzionano, tema per tema, con partner che
condividono un terreno comune sufficiente per agire insieme. In alcuni casi, si
tratterà della grande maggioranza delle nazioni. Ed è creare una fitta rete di
connessioni tra commercio, investimenti e cultura, su cui potremo fare
affidamento per le sfide e le opportunità future.
Le potenze medie devono agire insieme perché, se non sei al tavolo, sei nel
menù.
Le grandi potenze possono permettersi di andare da sole. Hanno la dimensione del
mercato, la capacità militare e la leva per dettare le condizioni. Le potenze
medie no. Ma quando negoziamo solo bilateralmente con un egemone, negoziamo da
una posizione di debolezza. Accettiamo ciò che viene offerto. Competiamo tra noi
per essere i più accomodanti.
Questa non è sovranità. È la rappresentazione della sovranità mentre si accetta
la subordinazione.
In un mondo di rivalità tra grandi potenze, i Paesi intermedi hanno una scelta:
competere tra loro per ottenere favori oppure unirsi per creare una terza via
con un impatto reale.
Non dovremmo permettere che l’ascesa della forza bruta ci accechi rispetto al
fatto che il potere della legittimità, dell’integrità e delle regole rimarrà
forte – se scegliamo di esercitarlo insieme.
E questo mi riporta a Havel.
Che cosa significherebbe, per le potenze medie, “vivere nella verità”?
Significa dare un nome alla realtà. Smettere di invocare l’“ordine
internazionale basato sulle regole” come se funzionasse ancora come promesso.
Chiamare il sistema per ciò che è: un periodo di intensificazione della rivalità
tra grandi potenze, in cui i più forti perseguono i propri interessi usando
l’integrazione economica come strumento di coercizione. Significa agire in modo
coerente. Applicare gli stessi standard ad alleati e rivali. Quando le potenze
medie criticano l’intimidazione economica proveniente da una direzione ma
tacciono quando proviene da un’altra, stanno lasciando il cartello in vetrina.
Significa costruire ciò in cui affermiamo di credere. Invece di aspettare il
ritorno del vecchio ordine, creare istituzioni e accordi che funzionino davvero
come descritto.
E significa ridurre le leve che consentono la coercizione. Costruire un’economia
domestica forte dovrebbe essere sempre la priorità di ogni governo. La
diversificazione internazionale non è solo prudenza economica; è il fondamento
materiale di una politica estera onesta. I Paesi si guadagnano il diritto a
posizioni di principio riducendo la propria vulnerabilità alle ritorsioni. Il
Canada possiede ciò che il mondo desidera. Siamo una superpotenza energetica.
Deteniamo vaste riserve di minerali critici. Abbiamo la popolazione più istruita
al mondo. I nostri fondi pensione sono tra i maggiori e più sofisticati
investitori globali. Abbiamo capitale, talento e un governo con un’enorme
capacità fiscale per agire con decisione.
E abbiamo i valori a cui molti altri aspirano.
Il Canada è una società pluralista che funziona. Il nostro spazio pubblico è
rumoroso, diverso e libero. I canadesi restano impegnati nella sostenibilità.
Siamo un partner stabile e affidabile – in un mondo che non lo è affatto – un
partner che costruisce e valorizza relazioni di lungo periodo. Il Canada ha
anche qualcos’altro: la consapevolezza di ciò che sta accadendo e la
determinazione ad agire di conseguenza.
Sappiamo che questa rottura richiede più di un adattamento. Richiede onestà sul
mondo per quello che è.
Stiamo togliendo il cartello dalla vetrina.
Il vecchio ordine non tornerà. Non dovremmo rimpiangerlo. La nostalgia non è una
strategia. Ma dalla frattura possiamo costruire qualcosa di migliore, più forte
e più giusto. Questo è il compito delle potenze medie, che hanno più da perdere
in un mondo di fortezze e più da guadagnare in un mondo di cooperazione
autentica. I potenti hanno il loro potere. Ma anche noi abbiamo qualcosa: la
capacità di smettere di fingere, di nominare la realtà, di costruire forza in
patria e di agire insieme. Questa è la strada del Canada. La scegliamo
apertamente e con fiducia. Ed è una strada aperta a qualsiasi Paese disposto a
percorrerla con noi.
L'articolo “L’ordine mondiale è finito, inizia una realtà brutale. Ecco cosa
dobbiamo fare”: il discorso del premier canadese Carney a Davos proviene da Il
Fatto Quotidiano.
Parla all’indomani dell’immagine fake postata da Trump in cui si vede il
presidente americano parlare davanti ai leader europei mentre mostra un
cartellone dove la bandiera americana copre Groenlandia e Canada, che peraltro
ha ripetutamente rivendicato come 51° stato, minacciando – già ai tempi di
Trudeau – di cancellare unilateralmente gli accordi che da oltre cent’anni
regolano le relazioni tra i due Paesi. Il premier del Canada Mark Carney, nel
suo intervento al Forum Economico Mondiale di Davos, parla davanti ai leader
mondiali e si guadagna la loro – rarissima – standing ovation mentre ribadisce
il totale sostegno a Groenlandia e Danimarca, che hanno un “diritto unico e
inalienabile di determinare il futuro” dell’isola artica”, e invita le potenze
medie del mondo a collaborare per resistere alle pressioni coercitive delle
superpotenze aggressive. E sta valutando l’invio di un piccolo numero di truppe
in Groenlandia, seguendo l’esempio di altri alleati della Nato, come parte di
una dimostrazione di sostegno all’isola.
Non nomina mai Trump, ma il riferimento è chiaramente a lui. “Ogni giorno ci
viene ricordato che viviamo in un’epoca di rivalità tra grandi potenze”, ha
detto Carney. “Che l’ordine basato sulle regole sta svanendo. Che i forti fanno
ciò che possono e i deboli subiscono ciò che devono. Le potenze medie devono
agire insieme perché se non siete al tavolo, noi siamo nel menu”. Il discorso,
che secondo il New York Times avrebbe scritto di suo pugno, arriva nel momento
in cui Trump ha minacciato nuovi dazi contro i Paesi che intendono rafforzare la
loro presenza militare in Groenlandia, mentre il Canada è già stretto da tariffe
imposte da Washington che stanno avendo un pesante impatto su i settori
automobilistico, dell’acciaio, dell’alluminio e del legname. Carney, ex manager
nel settore degli investimenti e governatore delle banche centrali del Canada e
dell’Inghilterra che ha partecipato al forum di Davos una trentina di volte, ha
spiegato che gli eventi recenti hanno dimostrato che l'”ordine internazionale
basato sulle regole” è di fatto “morto”. Di conseguenza, Canada e altri paesi
non hanno altra scelta se non creare nuove alleanze per contrastare le tattiche
di pressione e intimidazione delle grandi potenze. “C’è una forte tendenza, tra
i paesi più piccoli, ad adeguarsi per evitare guai, sperando che la
sottomissione garantisca sicurezza. Non sarà così”, ha avvertito il premier
canadese, ribadendo l’impegno del Canada nel rafforzare la sicurezza del fianco
settentrionale e occidentale della Nato.
Lo scenario in caso di invasione Usa – La crescente tensione che si respira nel
continente americano ha spinto l’esercito canadese a sviluppare un modello di
risposta a un’invasione statunitense, scrive il giornale canadese ‘Globe and
Mail‘. Citando due alti funzionari governativi anonimi, il giornale ha affermato
che il modello di risposta canadese si concentra su tattiche di tipo
insurrezionale, come quelle utilizzate in Afghanistan dai combattenti che hanno
resistito alle forze sovietiche e successivamente statunitensi. Il Globe ha
riferito che i funzionari ritengono improbabile che Trump ordini un’invasione
del Canada. Dopo la sua elezione nel 2024 e nei primi mesi del suo nuovo
mandato, Trump ha ripetutamente definito il vicino settentrionale degli Stati
Uniti il 51° Stato e ha affermato che una fusione avrebbe giovato al Canada. I
colloqui di Trump sull’annessione si sono allentati negli ultimi mesi, ma la
pubblicazione di un’immagine sulla sua piattaforma social di una mappa che
mostra Canada e Venezuela coperti dalla bandiera statunitense ha riacceso le
preoccupazioni. I funzionari hanno dichiarato al Globe che, in uno scenario di
invasione, le forze statunitensi supererebbero le posizioni canadesi via terra e
via mare in appena due giorni. Poiché il Canada non dispone delle risorse
militari per resistere agli Stati Uniti, la reazione canadese sarebbe modellata
su una campagna di tipo insurrezionale, che include imboscate e “tattiche mordi
e fuggi”, si legge nel rapporto. Il Globe ha specificato che il modello in fase
di sviluppo “costituisce un quadro concettuale e teorico, non un piano militare,
che è una direttiva attuabile e graduale per l’esecuzione delle operazioni”.
L’esercito canadese non ha risposto immediatamente a una richiesta di commento
sul rapporto del Globe.
L'articolo “Il Canada si prepara in caso di invasione Usa”. Il premier Carney a
Davos: “La sottomissione non garantisce sicurezza” proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Usa contro Canada, sullo sfondo le Olimpiadi di Milano-Cortina 2026. Le tensioni
tra i due Paesi, già emerse nei mesi scorsi sull’onda dei rapporti di Ottawa con
l’amministrazione Trump, sono tornate nello skeleton, sport invernale
individuale in cui gli atleti scendono lungo una pista ghiacciata su una slitta,
in posizione prona con la testa in avanti e i piedi indietro, disciplina dei
giochi olimpici di Milano-Cortina 2026. L’americana Katie Uhlaender, oro
mondiale nel 2012 e quarta a Sochi 2014, ha infatti accusato la squadra canadese
di aver “manipolato” una gara di qualificazione per impedirle di partecipare
alla sua sesta Olimpiade.
Il team Canada avrebbe infatti ritirato quattro dei suoi sei atleti durante una
gara a Lake Placid, negli Usa, portando la competizione a meno di 21 atleti e
riducendo il numero di punti-qualificazione in palio. “Il loro coach, Joe
Cecchini, mi ha detto di aver ideato quel piano. E io ho pianto quando ho
scoperto che lo avevano fatto“, ha raccontato Uhlaender, secondo quanto riporta
il britannico The Guardian.
Nonostante la vittoria a Lake Placid, l’americana non andrà infatti a
Milano-Cortina. Gli allenatori di Stati Uniti, Danimarca, Israele e Malta, i cui
atleti sono stati tutti colpiti dai ritiri canadesi, hanno scritto al Cio
esprimendo “serie preoccupazioni” sul processo di qualificazione. La federazione
di skeleton ha però difeso in una nota la sua scelta, ricordando che gli atleti
ritirati avevano gareggiato più volte nei giorni precedenti e definendo la
decisione presa dalla squadra canadese “appropriata, trasparente e in linea sia
con il benessere degli atleti che con l’integrità dello sport”.
L'articolo “Ho pianto quando ho scoperto che lo avevano fatto”: il Canada ritira
gli atleti e la leggenda Uhlaender non si qualifica per le Olimpiadi proviene da
Il Fatto Quotidiano.
Il tentato rapimento, il calcio all’inguine e la fuga. A Vancouver, in Canada,
un uomo ha provato a rapire una bambina di 11 anni. Secondo quanto riporta
People, l’episodio si è verificato lo scorso 15 dicembre. La bambina aveva
appena terminato di giocare a calcio con gli amici e si stava dirigendo a piedi
verso casa: Jerson Hartman, questo il nome dell’indagato, la teneva d’occhio e
ha iniziato a seguire la piccola accelerando sempre più il passo. La bambina ha
notato l’uomo mascherato e, sentendosi a disagio, ha iniziato a urlare chiedendo
aiuto.
In pochi istanti Hartman ha raggiunto la ragazzina e, strattonandola da un
gomito, le ha intimato di stare in silenzio, quindi ha gettato a terra il
telefono dell’11enne per far sì che non potesse chiamare la polizia. La bambina
si è però divincolata dalla stretta dell’uomo e gli ha sferrato un calcio
all’inguine, colpendolo nelle parti basse.
LA FUGA
Grazie al colpo assestato, la bambina è riuscita a fuggire. Hartman, infatti, ha
lasciato la presa e la ragazzina è scappata, rifugiandosi a casa di un’amica.
Lì, al sicuro, la piccola ha chiamato la polizia per denunciare il malvivente.
Gli agenti hanno rintracciato Hartman. L’uomo è stato arrestato con l’accusa di
tentato rapimento.
L'articolo Uomo mascherato tenta di rapire una bambina in mezzo alla strada:
l’11enne gli dà un calcio nelle parti basse e si mette in salvo, arrestato
proviene da Il Fatto Quotidiano.
Un nuovo studio ha messo in relazione l’esposizione alle particelle fini
presenti nell’inquinamento atmosferico con alterazioni del sistema immunitario
che spesso precedono lo sviluppo di malattie autoimmuni. I ricercatori della
McGill University, analizzando dati provenienti dall’Ontario, in Canada, hanno
rilevato che il particolato fine è associato a livelli più elevati di un
biomarcatore legato a patologie autoimmuni, tra cui il lupus eritematoso
sistemico. I risultati della ricerca sono stati pubblicati sulla rivista
Rheumatology.
“Queste evidenze aprono nuove prospettive per comprendere come l’inquinamento
atmosferico possa innescare cambiamenti del sistema immunitario collegati alle
malattie autoimmuni”, ha spiegato la professoressa Sasha Bernatsky, docente di
Medicina presso la McGill University e membro del McGill Centre for Climate
Change and Health. “Sappiamo che i fattori genetici hanno un ruolo, ma non sono
sufficienti a spiegare l’intero quadro”.
Lo studio si inserisce in un filone di ricerche sempre più ampio che mostra come
gli effetti dell’inquinamento atmosferico vadano ben oltre la salute
cardiovascolare e respiratoria. Gli scienziati hanno analizzato campioni di
sangue di oltre 3.500 partecipanti al progetto CanPath, un registro nazionale
che include più di 400.000 canadesi provenienti dal Québec, dall’Ontario e da
altre province. È emerso che livelli elevati di anticorpi antinucleo (ANA) erano
più frequenti tra le persone residenti in aree con maggiori concentrazioni di
particolato fine PM2.5.
Bernatsky ha inoltre sottolineato che l’inquinamento atmosferico non è un
problema esclusivamente urbano. “Spesso viene associato al traffico delle città,
ma anche le aree rurali e suburbane possono essere esposte a una scarsa qualità
dell’aria”, ha osservato, citando il fumo degli incendi boschivi come uno dei
possibili fattori determinanti.
In Canada esistono standard nazionali per il particolato PM2.5 e, secondo i
ricercatori, tra i decisori politici sta crescendo la consapevolezza della
necessità di ridurre l’esposizione. “Nonostante la qualità dell’aria in Canada
sia generalmente migliore rispetto a molti altri Paesi, le evidenze scientifiche
suggeriscono che non esista una soglia completamente sicura”, ha aggiunto
Bernatsky.
Tuttavia, la vulnerabilità all’inquinamento non è uniforme. Le comunità a basso
reddito vivono più spesso in prossimità di fonti industriali o di grandi arterie
stradali e le malattie autoimmuni, come il lupus, colpiscono in modo
sproporzionato le donne e le popolazioni non bianche, comprese quelle indigene.
Già in uno studio del 2017 condotto in Québec, lo stesso gruppo di ricerca aveva
dimostrato che la vicinanza a fonti industriali di polveri sottili è associata a
un aumento dei marcatori ematici legati all’artrite reumatoide. Il prossimo
studio del team si concentrerà sui dati della Columbia Britannica.
Lo studio
Gianmarco Pondrano Altavilla
L'articolo Polveri sottili e sistema immunitario: così l’inquinamento
atmosferico viene associato alle malattie autoimmuni proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Utilizzata come cavia per esperimenti psichiatrici top secret della Cia negli
Anni cinquanta, ora Lana Pointing, una donna canadese, punta a ottenere
giustizia per i problemi di salute mentale di cui soffre, a suo dire dovuti a
quell’esperienza: a riportarlo è la Bbc, che spiega come nel Paese nordamericano
sia in corso una causa sul caso.
Nel 1958, all’età di 16 anni, Pointing fu ricoverata per un mese all’Allan
Memorial Institute, un ospedale psichiatrico di Montreal. Il motivo era che lei
si era comportata in modo “disubbidiente”, secondo quanto stabilito allora da un
giudice. Lì, fu coinvolta in un progetto di esperimenti segreti della Cia
chiamato Mk-Ultra, volto a provare gli effetti sulla mente di droghe
psichedeliche come l’LSD, terapie elettroshock e tecniche di lavaggio del
cervello.
La donna, ora 83enne, sostiene di non aver mai dato il consenso per partecipare
ai test, tenuti tra gli Anni ’50 e ’60 non solo a Montreal ma anche in oltre 100
tra ospedali, carceri e scuole negli Usa e in Canada. Mentre le cause
giudiziarie tentate per denunciare gli effetti del progetto Mk-Ultra negli Stati
Uniti hanno avuto scarso successo, in Canada le cose sono andate diversamente,
ricorda la Bbc.
Nel 1988 un giudice ordinò a Washington di risarcire nove vittime con 67.000
dollari a testa, mentre nel 1992 il governo canadese dovette versare indennizzi
da 100.000 euro a 77 persone. Ora, Pointing spera che la giustizia le dia
ragione per chiudere un capitolo doloroso del suo passato.
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causa proviene da Il Fatto Quotidiano.