L’offerta è comparsa sul sito dell’Institut français Italia e si rivolge a
infermieri con almeno un anno di esperienza e una conoscenza, almeno intermedia,
del francese. Ad acquisire le capacità degli infermieri italiani saranno alcune
strutture sanitarie di Montréal, tra cui l’Ospedale Santa Cabrini e il Centro di
accoglienza per cure a lungo termine Dante.
Secondo quanto riporta Il Messaggero, i richiedenti devono essere in possesso di
un diploma in scienze infermieristiche o laurea in Infermieristica, conseguiti
in Italia, e di una conoscenza intermedia, al momento dell’assunzione, della
lingua francese e della lingua italiana, con il livello B2 come requisito
minimo.
Lo stipendio proposto è ben al di sopra delle aspettative retributive di un
infermiere in Italia: la retribuzione mensile lorda è compresa tra 4.380 e 8.140
dollari (ossia 2.750-5.120 euro), in base alla posizione e al livello di
esperienza. I candidati assunti saranno accompagnati durante tutta la procedura
di immigrazione, di apprendimento della lingua francese e di trasferimento in
Québec. I corsi per perfezionare la conoscenza della lingua francese sono
gratuiti e, a disposizione dei candidati assunti, saranno offerti biglietti
aerei per il Canada.
La scadenza per inviare le domande è il 15 maggio 2026: le candidature dovranno
essere inviate in lingua francese, dopo essersi iscritti con un nuovo profilo
all’attività “Emplois en santé au Québec – Italie 2026”, indicando le date di
disponibilità per sostenere i colloqui.
L'articolo Il Canada cerca infermieri italiani: stipendi fino a 5mila euro,
biglietti aerei pagati e corsi di francese gratis proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Tag - Canada
Dopo 46 anni, gli Stati Uniti sono tornati a vincere l’oro nel torneo di hockey
su ghiaccio maschile alle Olimpiadi. La formazione a stelle e strisce lo ha
fatto superando in finale all’over time il Canada. Un 2-1 ricco di rimpianti per
i canadesi, che hanno dominato il match creando tantissime occasioni, ma si sono
scontrati contro il muretto eretto da Connor Hellebuyck. Il portiere
statunitense è l’indiscusso MVP della finale olimpica. Le sue parate, alcune
miracolose, hanno permesso agli Stati Uniti di subire un solo gol e rimanere in
parità fino all’overtime, nonostante i 42 tiri del Canada contro i soli 28 degli
Usa. Un dominio, che non è servito ai canadesi per riprendersi lo scettro
olimpico, che manca da Sochi 2014.
Fin dal riscaldamento la squadra americana è stata accolta dai fischi del
pubblico della Milano Santa Giulia Ice Hockey Arena. Uno stadio al completo e a
maggioranza canadese, che ha iniziato a cantare cori in favore dei propri
beniamini prima ancora della discesa in campo. Una vera e propria bolgia, dove
anche i tifosi americani hanno cercato di farsi sentire sebbene fossero in
minoranza.
Nel primo periodo (tre in totale per 60 minuti di gioco) il Canada ha premuto
subito sull’acceleratore impegnando più volte il portiere statunitense Connor
Hellebuyck, ma sono stati gli Usa a passare in vantaggio al 6’ grazie alla
splendida azione personale in contropiede di Matt Boldy. I canadesi, però, hanno
continuato ad attaccare, ma un super Hellebuyck gli ha impedito più volte di
pareggiare. Negli ultimi due minuti gli Stati Uniti hanno avuto la chance di
raddoppiare, ma questa volta è stato il portiere canadese Jordan Binnington a
dire di no. Una partita dal ritmo intenso, molto fisica e in cui entrambe le
squadre hanno voluto far sentire il loro peso all’avversario.
Anche nel secondo periodo il Canada ha fatto la partita impegnando più volte
Hellebuyck. Nei primi minuti gli Usa hanno avuto una grandissima occasione per
portarsi sul 2-0 grazie a un regalo difensivo dei canadesi, ma Binnington ha
risposto presente. Poco dopo, al 10’, è stato il Canada con Connor McDavid a
mangiarsi un gol davanti al portiere. Ma l’attacco canadese ha continuato a
premere guadagnando la doppia superiorità numerica. Power play che, però, è
stato gestito male e non ha portato al gol. In compenso, gli Usa sono stati
schiacciati nella loro metà campo fino alla fine del periodo e il Canada ha
trovato finalmente il pareggio al 38’ con Cale Makar. Pareggio che ha accesso
gli animi, tanto che al termine del periodo è scoppiata una piccola rissa in
campo, subito spenta dagli arbitri.
Il match è rimasto in parità anche nel terzo periodo, con il difensore canadese
Devon Toews che dopo 1’30” ha clamorosamente sbagliato un gol a un metro dalla
porta con il portiere Usa a terra. La superiorità del Canada, però, ha faticato
a concretizzarsi in gol, nonostante le numerose occasioni create. Tra cui quella
di Nathan McKinnon, che ha tirato sull’esterno della rete a tu per tu con
Hellebuyck. A 6’30” dal termine il numero 9 canadese, Sam Bennett, ha preso una
penalità di 4 minuti per aver colpito in volto con il bastone un avversario.
Superiorità numerica che gli Usa non sono riusciti a sfruttare e, anzi, hanno
subito a loro una volta una penalità di 2 minuti con Jack Hughes. Ma anche in
quest’occasione il Canada non ha trovato il gol vittoria.
La finale olimpica si è, quindi, decisa all’overtime, dove da regolamento i
giocatori in campo sono solo tre per ogni squadra più il portiere e chi segna
per primo vince. In avvio c’è stata subito una grande occasione per entrambe le
nazionali, infranta da una super risposta degli estremi difensori. Ma al 2’ in
contropiede gli Stati Uniti hanno segnato il gol vittoria con Jack Hughes. Il
centro dei New Jersey Devils ha fatto esplodere di gioia i tifosi statunitensi
sugli spalti, riportando la medaglia d’oro nel torno maschile agli Usa dopo 46
anni.
Gli Stati Uniti, infatti, non vincevano l’oro olimpico dal cosiddetto Miracle on
Ice di Lake Placid 1980, quando una squadra di universitari sconfisse in finale
la corazzata dell’Unione Sovietica. Con questo trionfo gli USA salgono a 3 ori e
12 medaglie totali nell’hockey al maschile. E fanno doppietta a Milano Cortina
2026, visto che hanno vinto l’oro anche nel torneo femminile, sempre contro il
Canada in finale; mentre per i canadesi il rimpianto è doppio e sarà difficile
da digerire durante il ritorno a casa.
L'articolo Gli Usa vincono la battaglia sul ghiaccio: il Canada spreca e crolla
all’overtime. L’oro dell’hockey atteso da 46 anni proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Il profilo Chatgpt di Jesse Van Rootselaar aveva lanciato un alert mesi prima
che la donna imbracciasse le armi per compiere la sparatoria di massa nella
Columbia Britannica, in Canada, uccidendo otto persone. Ma i vertici di OpenAI
decisero di non segnalarla alle autorità. A riportare la notizia è il Wall
Street Journal che ricostruisce la vicenda: mentre utilizzava il popolare
chatbot lo scorso giugno, Van Rootselaar aveva descritto scenari di violenza
armata nel corso di diversi giorni. I suoi post, segnalati da un sistema di
revisione automatizzato, avevano così allarmato i dipendenti di OpenAI, con
alcuni membri dello staff che avevano esortato i dirigenti ad avvisare le forze
dell’ordine. Ma quest’ultimi hanno deciso di non contattare le autorità.
Interpellata dal quotidiano statunitense, una portavoce di OpenAI ha dichiarato
che l’azienda ha bloccato l’account della 18enne, ma ha stabilito che la sua
attività non soddisfaceva i criteri per la segnalazione alle forze dell’ordine
che avrebbero richiesto che costituisse un rischio credibile e imminente di
gravi danni fisici per gli altri. Il 10 febbraio, Van Rootselaar è stata
ritrovata già morta in quella che sembrava un’autolesione sulla scena di una
sparatoria di massa in cui sono morte otto persone e ne sono rimaste ferite
almeno 25. L’azienda ha contattato la Royal Canadian Mounted Police dopo aver
appreso della sparatoria e sta supportando le sue indagini, ha aggiunto la
portavoce. “I nostri pensieri sono rivolti a tutti coloro che sono stati colpiti
dalla tragedia di Tumbler Ridge“, si legge in una nota dell’azienda.
Van Rootselaar non si era fatta problemi, nei mesi precedenti alla strage, a
lasciare tracce online. Aveva creato un videogioco che simulava una sparatoria
di massa all’interno di un centro commerciale sulla piattaforma Roblox, con la
simulazione che non è mai stata approvata per la distribuzione ai giocatori
occasionali. Post sui social mostrano inoltre che la 18enne aveva pubblicato
foto di se stessa mentre sparava a un poligono di tiro. La sospettata ha
affermato di aver creato una cartuccia utilizzando una stampante 3D e ha
partecipato a discussioni online sui video di YouTube realizzati da appassionati
di armi.
L'articolo Sparatoria in Canada, Chatgpt segnalò mesi prima il profilo della
stragista. Ma i dirigenti di OpenAI non avvisarono le autorità proviene da Il
Fatto Quotidiano.
Non hanno ancora fatto il loro debutto alle Olimpiadi Milano-Cortina, ma sono
già diventati virali. Prima prendono la metro come comuni turisti impazienti di
vedere Piazza Duomo, due giorni dopo le star multimilionarie dell’hockey
canadese decidono di lasciare il villaggio olimpico per trasferirsi in un hotel
a cinque stelle.
Questione di privacy e confort, soprattutto se c’è in palio una medaglia da
vincere. “Non credo che lo stiamo facendo per offendere nessuno. Lo standard del
villaggio è elevato. Vogliamo semplicemente vincere medaglie d’oro e stiamo
creando le migliori condizioni possibili per noi stessi”. Parola di Logan
Thompson, portiere della formazione targata NHL.
“Ma c’è un anche un contro. Il villaggio crea atmosfera olimpica e lasciarlo
rischia di creare una ‘bolla nella bolla’”. Così in poche ore, quelli che hanno
fatto di tutto per assomigliare a normalissimi pendolari non hanno resistito al
richiamo della comodità. Un luogo più sicuro, ma soprattutto lontano dal caos e
dalla baraonda mediatica. Lo stesso era accaduto anche a Parigi, durante i
Giochi Olimpici estivi nel 2024. Due anni fa, infatti la nazionale di basket USA
maschile e femminile aveva preferito un lussuoso hotel da 800 stanze nel centro
città, con un investimento di circa 15 milioni di dollari per garantire
sicurezza e tranquillità ai propri atleti. Insomma, consuetudine che ormai si
ripete a ogni evento.
ANCHE LO SCI ITALIANO IN ALBERGO A CORTINA
Non solo le star canadesi. Anche la nazionale italiana femminile di sci alpino
ha deciso di alloggiare in albergo a Cortina anziché nel villaggio olimpico di
Fiames. I motivi sono gli stessi: massimizzare la comodità e ridurre i tempi di
spostamento alle piste da gara e d’allenamento. Mentre Cortina sta vivendo il
pieno della competizione, il Canada si prepara al debutto assoluto nella Milano
Ice Hockey Arena di Santa Giulia contro la Repubblica Ceca. Tra i favoriti per
una vittoria finale, forse la scelta dell’hotel lusso potrebbe rivelarsi
decisiva. Per la metro, invece, sarà per un’altra volta.
L'articolo La nazionale canadese di hockey lascia il villaggio olimpico:
preferisce alloggiare in un hotel a cinque stelle proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Arriva anche in Italia su HBO Max la serie tv canadese Heated Rivalry che ha
avuto un successo immediato oltre che imprevisto sotto Natale, oltre che
imprevisto, in Usa e Canada e da qualche mese sta letteralmente invadendo le
bacheche e le timeline social di milioni di utenti.
La storia, basata sui primi due volumi della serie di libri scritti da Rachel
Reid Game Changers, è abbastanza semplice: due ragazzi uno russo bisessuale,
Ilya Rozanov, e uno gay canadese di madre asiatica (e con caratteristiche dello
spettro autistico), Shane Hollander, sono i talentuosi giovani capitani di due
squadre di hockey, acerrimi rivali, che si innamorano nel lungo giro di 9 anni
passando da una relazione di tipo quasi solo sessuale, fatta di furtivi incontri
occasionati dalle partite disputate dalle loro squadre, a una vera e propria
storia d’amore dichiarata ed esclusiva.
La serie che è stata girata con un basso budget si è fatta strada nel cuore del
pubblico per la sua autenticità e per la forte connotazione sessuale: scene
molto esplicite, corpi magnifici e una grande credibilità proprio nelle scene
più ‘hot, simbolo dell’ottima chimica tra i due bravissimi attori protagonisti,
Connor Storrie (Ilya) e Hudson Williams (Shane) e poi la crescente emotività
sempre più connotata via via fino all’amore vissuto senza più infingimenti: una
resa affettiva. Vi è poi una vicenda di contorno, quella di un’altra coppia: Kip
e Scott Hunter, un giovane studioso di storia dell’arte che fa il cameriere in
una gelateria il primo e un giocatore della squadra di newyorkese di hockey,
coppia che funge alla fine da catalizzatore per la coppia principale.
Il dibattito nella comunità queer su questa storia d’amore tra due ragazzi è
stato abbastanza vivace ed essenzialmente ha diviso il pubblico in due fazioni
che enfatizzano caratteristiche opposte della ricezione e delle conseguenze di
una così grande visibilità per una serie a tematica queer, cosa che per esempio
non era successo per Heartstopper, altra serie queer culto che aveva raccolto
consensi unanimi. I motivi di questa divaricazione essenzialmente stanno nel
fatto che nella serie si parla solo di due ragazzi cis, non ci sono praticamente
altre presenze queer, che la loro storia è nascosta fino alla fine della prima
stagione e che l’unico coming out plateale riguarda un’altra coppia.
Chi critica la serie teme una perdita di visibilità della comunità, un
incoraggiamento a rimanere nascosti e a non esprimere sé e la propria
affettività. Oltre al fatto che i protagonisti sono belli, giovani con corpi
assolutamente conformi.
Chi invece ha apprezzato maggiormente lo show ne ha sottolineato alcune
caratteristiche che non si ritrovano spesso in serie di argomento queer e cioè:
una sessualità esplicita, un lieto fine non scontato, una presa di coscienza che
cresce nel tempo. A guardar bene infatti non è usuale vedere in una serie
mainstream una dose così abbondante di sesso tra due uomini adulti, esplicito,
senza mezze misure, senza troppi velami. Le scene più scopertamente sessuali,
infatti, sono abbondanti ma vi si trova sempre un’attenzione all’altro e al
consenso: per esempio le tante, financo troppe volte in cui Ilya si assicura che
Shane sia a suo agio in tutto ciò che stanno facendo.
Altra cosa fondamentale sottolineata da chi ha apprezzato lo show è proprio la
visibilità queer presso un vasto pubblico e il fatto che anche se la relazione
tra i due protagonisti è tenuta segreta in realtà è la storia di una reciproca
scoperta e della rivelazione soprattutto dell’affettività, oltre che della
scoperta di sé, al di là del sesso che pure rappresenta una tappa fondamentale e
conoscitiva.
Molti hanno sottolineato anche la visione della maschilità che passa da
stereotipi decisamente problematici delle prime puntate a una progressiva
crescita che porta i due protagonisti ad affrontare la loro parte emotiva ed a
riuscire alla fine a parlare in maniera compiuta dei loro sentimenti e farci i
conti, anche a costo di qualche benedetta lacrima.
Ciò detto potrebbe essere ingenuo ritenere che una serie, che è stata creata
perché fosse un buon investimento, che fosse una buona storia, possa essere
investita di qualche responsabilità sulle conseguenze e sugli esiti di ciò che
riguarda la comunità queer. È infatti una serie tutto sommato mainstream,
orientata ad un pubblico generalista, che non ha e a cui non si può chiedere di
avere, una connotazione di militanza, sarebbe oltremodo naïf crederlo. Tuttavia
in un periodo di arretramento di diritti e libertà, di minacce alla comunità
queer da parte di regimi e di stati che stanno retrocedendo a grande velocità
sui diritti civili, il fatto che una serie tv di argomento queer possa avere una
tale risonanza credo sia (da persona queer) una risorsa e se non risponde a
tutte le esigenze che la comunità richiederebbe rimane comunque uno spaccato e
un utile momento di inclusione nel dibattito generale e anche un amo gettato
fuori dalla nostra bolla.
L'articolo Heated Rivalry ha diviso la comunità queer. Ma è raro vedere così
tante scene tra uomini in una serie mainstream proviene da Il Fatto Quotidiano.
La Camera a maggioranza repubblicana ha sfidato Donald Trump e votato per
revocare i dazi imposti dal presidente sul Canada, contestando il programma
della Casa Bianca, con 6 membri del Grand Old Party che si sono uniti ai
Democratici nonostante le obiezioni della leadership. Il risultato, 219 a 211, è
stato tra le prime volte in cui la Camera, controllata dai Repubblicani, ha
affrontato il capo della Casa Bianca su una politica chiave. La risoluzione mira
a porre fine all’emergenza nazionale dichiarata da Trump per imporre i dazi,
sebbene l’effettiva revoca della politica richiederebbe il sostegno dello stesso
Trump. La risoluzione passerà ora al Senato.
Poco prima del voto, Trump aveva minacciato i repubblicani al Congresso:
“Chiunque voterà contro i dazi la pagherà alle elezioni, anche alle primarie”,
aveva scritto il presidente americano sul suo social Truth spiegando che le
tariffe stanno regalando agli Stati Uniti una grande sicurezza “perché il solo
nominarle spinge gli altri paesi ad accettare le nostre richieste”. In un altro
post, Trump aveva poi attaccato il Canada: “Si è approfittato di noi dal punto
di vista commerciale per decenni. E’ fra i peggiori con cui avere a che fare”,
ha messo in evidenza il tycoon.
L'articolo Usa, schiaffo della Camera a Trump: ok alla revoca dei dazi al
Canada, 6 repubblicani votano con i democratici proviene da Il Fatto Quotidiano.
Gli strani movimenti con la testa, la perdita di equilibrio e la corsa in
ospedale: un husky ha sfiorato la morte dopo aver mangiato un fazzoletto
contaminato con della cocaina. A raccontare la storia è stata Sara Bell, la
padrona di Nilak, uscita con il suo amico a quattro zampe per la passeggiata
abitudinale nell’area cani della British Columbia, in Canada. L’animale era
solito avvicinarsi e mordere oggetti trovati per strada. La padrona ha
raccontato a Cbs News: “Ha inghiottito il fazzoletto in un secondo, non ho fatto
in tempo a toglierglielo dalla bocca”.
Inizialmente Sara non si è allarmata, dato che era ormai abituata al gesto del
cagnolino. A metà della passeggiata, il comportamento del cane è cambiato. Nilak
ha iniziato a barcollare, la testa oscillava e aveva difficoltà nel mantenere
l’equilibrio. In alcuni filmati si vede il cane che appare confuso.
La padrona ha dichiarato che l’animale soffre di shunt portosistemico, una
patologia che compromette la funzione del fegato. In un primo momento, la
proprietaria non si è allarmata conoscendo le problematiche di salute del
cagnolino. Bell si è spaventata quando, una volta rincasati, Nilak si è
rifiutato di scendere dalla macchina. A quel punto Sara ha deciso di portare il
cane in una clinica veterinaria.
Il referto ha sconvolto la donna: Nilak era in overdose di cocaina. La signora
ha dichiarato: “Stavo piangendo. Ero convinta che avrei dovuto sopprimerlo.
Quando il veterinario mi ha detto ‘è cocaina’, non riuscivo nemmeno a capire
cosa stesse dicendo”. Il veterinario ha spiegato che l’husky ha ingerito il
fazzoletto contaminato di cocaina. Lo staff della clinica ha immediatamente
iniziato le cure, somministrando medicinali e monitorando le condizioni
dell’animale. L’intervento tempestivo ha permesso a Nilak di continuare a
vivere.
La sua proprietaria ha aggiunto: “Ero sotto shock, terrorizzata. Sapere che una
cosa del genere può succedere così facilmente ti fa paura anche solo all’idea di
portarli fuori a fare una passeggiata”. Secondo i veterinari, i casi di overdose
negli animali sono sempre più frequenti a causa di fazzoletti e siringhe
abbandonati per strada. Sara Bell ha concluso il suo racconto a Cbs News
dichiarando: “Non voglio mai più passare attraverso qualcosa del genere”.
L'articolo “Il mio Nilak era in overdose di cocaina, ero terrorizzata e sotto
shock. Pensavo di doverlo sopprimere”: un husky ha rischiato la morte dopo aver
ingerito droga proviene da Il Fatto Quotidiano.
Stava seguendo una lezione di meccanica quando ha cominciato a ricevere “foto
orribili”. È la testimonianza di uno studente della scuola di Tumbler Ridge,
nella British Columbia canadese, dove una donna ha portato a termine una strage
prima di togliersi la vita. Parlando all’emittente pubblica Cbc, ha raccontato
che stava seguendo una lezione di meccanica, quando è stato comunicato che la
scuola era entrata in lockdown per una sparatoria. Inizialmente “non pensavo
stesse succedendo qualcosa”, ha raccontato. Poi però ha iniziato a ricevere foto
“orribili” che mostravano la carneficina nell’istituto.
Il ragazzino ha spiegato di essere rimasto confinato per più di due ore fino a
quando la polizia non ha fatto irruzione, ordinando a tutti di alzare le mani
prima di scortarli fuori dall’edificio. “Pensi che questo genere di cose non
accada mai”, ha detto commossa la madre raccontando di aver abbracciato il
figlio quando finalmente si sono riavvicinati dopo che la zona era stata
dichiarata sicura. “Non gli staccherò gli occhi di dosso per un po’.
L’amministrazione cittadina ha affermato in un comunicato che “non ci sono
parole per esprimere il dolore che la nostra comunità sta provando stasera”. “Si
trattava di una situazione in rapida evoluzione e dinamica, e la rapida
collaborazione della scuola, dei soccorritori e dei residenti ha svolto un ruolo
cruciale nella nostra risposta”, ha dichiarato Ken Floyd, un funzionario di
polizia, descrivendo una “scena orribile” al loro arrivo a scuola. “È stata una
giornata incredibilmente difficile ed emotivamente estenuante per la nostra
comunità”.
L'articolo “Stavo seguendo una lezione di meccanica quando ho ricevuto foto
orribili”, la testimonianza di uno studente sopravvissuto in Canada proviene da
Il Fatto Quotidiano.
Una nuova strage di una scuola. Questa volta la sparatoria è avvenuta in una
scuola della Columbia Britannica in Canada ha causato dieci morti tra cui una
donna che la polizia ritiene essere l’autore della sparatoria e che si è tolta
la vita. La Royal Canadian Mounted Police ha dichiarato che più di 25 persone
sono rimaste ferite, tra cui due che sono state trasportate in elicottero
all’ospedale in condizioni gravissime. Tutto è avvenuto alla Tumbler Ridge nella
città di Tumbler Ridge, nell’area delle Montagne Rocciose a più di 1.000
chilometri (600 miglia) a nord di Vancouver, vicino al confine con l’Alberta.
LA SECONDA SPARATORIA
Il primo ministro canadese Mark Carney si è dichiarato “devastato”. “Mi unisco
ai canadesi nell’esprimere le mie condoglianze a coloro le cui vite sono state
cambiate per sempre oggi e nel rendere omaggio al coraggio e all’altruismo dei
primi soccorritori che hanno rischiato la vita per proteggere i loro
concittadini”, ha aggiunto Carney in un messaggio su X. Il suo ufficio ha
annunciato che il premier sospenderà i viaggi che aveva in programma a Halifax,
in Nuova Scozia, dove mercoledì avrebbe dovuto annunciare la tanto attesa
strategia industriale per la difesa, e successivamente a Monaco, in Germania,
per la Conferenza sulla sicurezza. Le sparatorie di massa sono rare in Canada,
ma questa è la seconda nella Columbia Britannica in meno di un anno. Nell’aprile
2015 undici persone sono state uccise a Vancouver quando un uomo ha investito
con il suo camion una folla che celebrava un festival culturale filippino.
LE INDAGINI
Gli investigatori canadesi hanno identificato l’attentatrice: ma il
sovrintendente di polizia Ken Floyd citato da Sky News non ha voluto rivelare il
nome. Un avviso pubblico inviato ai telefoni cellulari descriveva l’assassino
come “una donna con un vestito e capelli castani”. Floyd ha affermato che il
movente della sparatoria rimane poco chiaro e che le autorità “non sono in grado
di capire perché o cosa possa aver motivato questa tragedia”. Ha aggiunto che la
polizia sta ancora indagando su come le vittime siano collegate all’assassina,
trovata morto con una ferita da arma.
LA SCUOLA
La Tumbler Ridge Secondary School ha 175 studenti dalla prima media alla quinta
superiore. Il premier della Columbia Britannica David Eby ha dichiarato alla
stampa che gli agenti sono arrivati alla scuola in due minuti. Hanno trovato
sette persone morte, un’ottava persona è morta durante il trasporto in ospedale
e altre due sono state trovate morte in una casa che le autorità ritengono
collegata all’attacco. Il sindaco di Tumbler Ridge, Darryl Krakowka, ha
dichiarato che l’intera comunità è in lutto.
L'articolo Strage in una scuola in Canada, dieci morti e 25 feriti. La polizia:
“È stata una donna, ignoto il movente” proviene da Il Fatto Quotidiano.
Nel nome della sicurezza nazionale, un tribunale canadese ha chiesto l’accesso a
dati conservati su server in Francia e Regno Unito, minando la “sovranità” sui
dati europei. Il Gdpr (General data protection regulation) limita fortemente il
trasferimento delle informazioni verso Paesi extra Ue. Il motivo della richiesta
delle autorità dell’Ontario? La multinazionale Ovh cloud ha una filiale nel
Paese della foglia d’acero, dunque secondo gli inquirenti la richiesta è
legittima, anche se le informazioni sono conservate all’estero. Ma il criterio
rischia di incrinare l’affidabilità del cloud europeo, minacciando l’ultimo
baluardo sulla sicurezza delle informazioni nella “nuvola”: data center
installati nei confini nazionali, amministrati da aziende autoctone.
100 ORGANIZZAZIONI EUROPEE INVOCANO IL CLOUD “SOVRANO”
Dal ritorno di Trump alla Casa Bianca, con le tensioni crescenti Usa-Ue, in
Europa molti esperti invocano a gran voce un cloud autoctono, “a prova” di
ingerenze americane. A marzo 2025 quasi 100 organizzazioni (incluso il gigante
della difesa Airbus) hanno sottoscritto l’appello per un fondo sovrano
tecnologico in grado di sfuggire all’occhio dello “Zio Sam”. In virtù del Cloud
act, le aziende americane sono obbligate a garantire l’accesso alle agenzie di
sicurezza a stelle e strisce, purché fornite di un mandato giudiziario, anche se
i server sono fuori dai confini. Problema: tra i clienti di Google, Amazon e
Microsoft (dominatori del mercato Ue) ci sono governi, pubbliche
amministrazioni, aziende strategiche. Anche per questo Ovh ha firmato l’appello
sul “Cloud sovrano” europeo. Sul suo sito, l’azienda francese con sede a Roubaix
si descrive come campione della “sovranità”, ovvero la “capacità di proteggere i
dati da eventuali interferenze (soprattutto straniere)”. Il merito, secondo Ovh,
è delle severe leggi del Vecchio Continente: “La conformità alla normativa
europea, che limita le possibilità di trasferimento di dati personali al di
fuori dell’Unione Europea, costituisce una garanzia di sovranità dei dati”. Una
garanzia in bilico, dopo la richiesta della corte canadese.
IL CASO: IL TRIBUNALE CANADESE CHIEDE ACCESSO AI DATI IN EUROPA
Secondo il principio giuridico invocato dal tribunale, basta aprire una filiale
all’estero per ricadere sotto la giurisdizione delle autorità locali, con tanti
saluti alla riservatezza garantita dalle regole europee. Potenzialmente, una
falla enorme: nel cloud si archiviano anche informazioni strategiche per la
sicurezza di un Paese. Del resto è nel nome della sicurezza, che un giudice
canadese ha reclamato informazioni al colosso tecnologico francese.
Il caso è stato ricostruito dalla testata The Register. Nell’aprile 2024 la
polizia canadese ha chiesto i dati degli abbonati e degli account collegati a
quattro indirizzi IP sui server Ovh in Francia, Regno Unito e Australia. Il
giudice ha sottolineato l’urgenza delle indagini per la sicurezza nazionale.
Anche per questo, forse, ha rinunciato alla rogatoria internazionale, la via
prevista dai trattati per la collaborazione giudiziaria tra Francia e Canada.
“Per la rogatoria internazionale ci vogliono circa 6 mesi, il tempo sufficiente
per far sparire le prove durante un’indagine per crimini digitali”, dice a
ilfattoquotidiano.it Michele Colajanni, docente di informatica all’Università di
Bologna. Secondo lui, gli inquirenti cercano di affrettare i tempi mentre la
rogatoria “è uno strumento del ‘900”.
IL DILEMMA DI OVH: OLTRAGGIO ALLA CORTE IN CANADA, MULTA E RECLUSIONE IN FRANCIA
Il risultato è il vicolo cieco della società: la legge francese punisce la
condivisione di dati al di fuori dei trattati ufficiali, con la reclusione e
multe da decine di migliaia di euro; d’altra parte, disobbedire all’ordine delle
autorità canadesi comporterebbe l’accusa di oltraggio alla corte. Eppure, il 25
settembre il giudice Heather Perkins-McVey ha confermato l’ordine d’accesso,
bocciando la richiesta di revoca del provvedimento depositata da Ovh. Il
magistrato ha ribadito la priorità di garantire la sicurezza e fissato la
scadenza per consegnare i dati al al 27 ottobre. La filiale canadese ha
presentato ricorso con una domanda di judicial review (revisione giudiziaria),
un istituto tipico dei paesi privi di Costituzioni scritte. Dall’esito del caso
può dipendere il destino dell’industria del cloud in Europa.
CLOUD AUTOCTONO E SOVRANO: FINE DI UN ILLUSIONE?
Per Ovh, la sconfitta sarebbe è una beffa. Ad agosto un suo rappresentante
legale aveva gioito per l’ammissione, da parte di Microsoft, di “non poter
garantire” la sovranità dei dati. Il 18 giugno, durante un’audizione in
Parlamento sulle dipendenze dell’industria digitale europea, Anton Carniaux
(direttore degli affari pubblici e legali di Microsoft Francia) ha ammesso di
non poter sottrarsi ai vincoli del cloud act. Alla domanda se fosse stato
obbligato a trasmettere i dati, ecco la sua risposta: “Certamente, rispettando
la procedura. Ma questo non ha avuto ripercussioni su nessuna azienda europea,
né su nessun ente pubblico, da quando pubblichiamo questi rapporti sulla
trasparenza”. Tanto è bastato per l’esultanza di Viegas Dos Reis, Chief Legal
Officer di Ovh. con la testata The Register: “Non è una sorpresa, lo sapevamo
già, finalmente hanno detto la verità!”. Ora a rallegrarsi potrebbero essere gli
uomini di Redmond. Mentre l’Ue si interroga sulla sua sovranità tecnologica: “Il
Gdpr vuole tutelare i dati degli europei ovunque siano, ma nessuna sa come
imporre nostre regole agli altri Paesi”, ammette Colajanni. “L’Ue dice: ‘i
principi e le regole devono governare la tecnologia’. In teoria sì, ma se le
leggi non funzionano?”.
L'articolo Tribunale canadese chiede accesso ai dati in Europa della francese
Ovh: i rischi per la sicurezza e la beffa per il cloud sovrano proviene da Il
Fatto Quotidiano.