Un Iran diverso da quello raccontato dalle allerte occidentali e da una parte
della stampa internazionale. È l’immagine restituita dall’ex ambasciatrice Elena
Basile, intervenuta a Battitori Liberi, su Radio Cusano Campus, dopo un
soggiorno di dieci giorni nel Paese. Un viaggio che Basile ha raccontato anche
in un resoconto pubblicato su Il Fatto Quotidiano e che, ai microfoni della
radio, diventa una presa di posizione ferma contro quella che definisce una
narrazione “quasi farsesca” degli eventi.
“Forse ora risulterò poco credibile, oppure verrò accusata di essere oltre che
filoputiniana anche filo-ayatollah”, premette Basile, spiegando di essere
partita “abbastanza preoccupata in virtù delle allerte dei ministeri degli
esteri europei che fanno capire che se si va in Iran si rischia di essere subito
arrestati e sbattuti in carcere”. Un timore legato a un contesto tipico di una
guerra in “un paese sotto attacco continuo israelo-americano”, con l’Europa
“allineata anche nell’interpretazione illegale di quanto sta succedendo nel
negoziato sul nucleare”.
Eppure, una volta sul posto, il quadro che emerge secondo lei è diverso. “Io non
ho trovato questo – spiega l’ex diplomatica – Ho trovato occidentali che
camminavano per strada, dei turisti che non si sentivano in pericolo”. Basile
racconta di aver attraversato il Paese, di essersi mossa a Teheran da un
quartiere all’altro con una guida, ma decidendo autonomamente cosa vedere.Alla
domanda del conduttore Gianluca Fabi su eventuali timori della guida, la
risposta è secca: “No”. L’unica raccomandazione, precisa, è evitare le
manifestazioni: “Non ci sono andata, non sono folle. È ovvio che se un
occidentale va nelle manifestazioni, scatta fotografie alla polizia, pronuncia
slogan contro il governo, rischia di essere arrestato”. Un rischio che, secondo
Basile, vale anche per comportamenti vietati come bere alcol in pubblico.
Il nodo centrale del suo racconto è la percezione del controllo sul territorio.
“Non si nota uno stato di polizia”, afferma, spiegando che un clima repressivo
si riconosce “quando ci sono poliziotti schierati, blocchi, controlli di
documenti, o quando le persone temono e non parlano”. In Iran, sostiene, ha
osservato l’opposto: “Io ho parlato con tutti, nei ristoranti, nei bar e per
strada ad alta voce contro il regime”. Un atteggiamento che, secondo Basile, non
appartiene ai regimi autoritari: “Le persone in una dittatura non parlano male
del governo. Temono”. È ciò che dice di aver visto nella Romania di Ceausescu,
“ma era così anche ai tempi dello Scià ed è così anche in Arabia Saudita”.
Il giudizio sul sistema politico resta comunque severo: “L’Iran ha un potere
teocratico che ha sempre l’ultima parola e che sicuramente coi pasdaran ha fatto
del male anche quando le manifestazioni erano pacifiche”. Dai riformisti,
racconta l’ex ambasciatrice, ha raccolto testimonianze di repressioni “brutali
anche in situazioni più distese per il governo”.
Quanto alle proteste più recenti, Basile sottolinea che nascono da motivazioni
economiche: “Una crisi tremenda”, che colpisce uno strato sociale cruciale, i
commercianti dei bazar, “che non arrivano a fine mese perché quello che
guadagnano il giorno dopo l’inflazione se l’è mangiata”.
Il quadro che emerge è quello di un Paese profondamente diseguale. “C’è una
povertà straordinaria, però c’è anche un coefficiente di Gini che fa
impressione”, con “un Iran di straricchi” fatto di “centri commerciali
megagalattici, locali e ristoranti che non abbiamo neanche a Roma” accanto a
“una povertà infinita”. Le prime reazioni del potere politico alle proteste
iniziate il 28 dicembre, ricorda, vanno nella direzione del riconoscimento delle
rivendicazioni sociali: “La gente ha ragione, c’è una crisi economica tremenda,
dobbiamo fare le riforme”.
Il cambio di scenario arriva, secondo Basile, con l’intervento esterno. L’ex
ambasciatrice cita le dichiarazioni di Benjamin Netanyahu e di Mike Pompeo, che
avrebbero parlato di agenti del Mossad e della Cia presenti tra i manifestanti.
“Il confine occidentale dell’Iran è permeabile”, afferma, riferendo di milizie
curde armate e di un’élite addestrata che ha assaltato edifici pubblici, forze
di polizia, una banca e una clinica. Una fase che avrebbe causato, secondo la
versione ufficiale, centinaia di morti tra le forze dell’ordine.
Sui numeri complessivi delle vittime Basile invita alla cautela. Le stime
circolate in Occidente, rilanciate anche dal The New York Times, parlano di
migliaia di morti ma, osserva, “non stabiliscono le fonti”. “Poi si passa a
12mila morti e dove sono queste fonti? Nelle Ong finanziate dagli americani”. Da
qui una valutazione tranchant: “Una certa parte della stampa oggi è illegibile”.
Alla domanda di Savino Balzano sui filmati di obitori pieni e sulle cifre che
arrivano fino a 20mila morti, Basile risponde rivendicando l’esperienza diretta.
“Questa è una guerra, quindi non posso fare affidamento né sulla stampa né sulle
dichiarazioni governative iraniane, ma neanche sulla propaganda occidentale”. E
aggiunge: “Ero lì e le ho viste queste cose. Ho anche parlato coi giovani che
andavano a protestare”. Nei giorni delle manifestazioni, racconta, “le città
erano aperte” e la presenza delle forze dell’ordine appariva limitata. “Non ho
visto schieramenti pronti ad ammazzare 3mila, 10mila, 20mila persone. Avrei
dovuto notare un clima completamente diverso”.
L'articolo Elena Basile racconta il suo viaggio in Iran: “Non mi sono sentita in
pericolo. Ci sono zone di straricchi accanto a povertà estrema” proviene da Il
Fatto Quotidiano.
Tag - Mike Pompeo
L’ex segretario di Stato americano Mike Pompeo è diventato membro del consiglio
di sorveglianza dell’azienda di difesa ucraina Fire Point, che secondo diverse
ricostruzioni giornalistiche è legata al socio in affari del presidente
Volodymyr Zelensky, Timur Mindich, coinvolto nel presunto giro di tangenti per
100 milioni di dollari che ha portato alle dimissioni di due ministri e alla
richiesta di arresto per l’ex vicepremier Oleksiy Chernishov.
Il consiglio di sorveglianza, riferisce Ukrainska Pravda, è stato creato il 12
novembre, due giorni dopo che l’inchiesta “Midas” è venuta alla luce. “Per noi è
un grande onore”, ha commentato la nomina Iryna Terek, direttore tecnico
dell’azienda che produce il supermissile “Flamingo” e droni a lungo raggio FP-1
in grado di colpire in profondità la Russia. Secondo Terek, attrarre personalità
internazionali di fama e implementare standard aziendali trasparenti fa parte
della trasformazione di Fire Point in una grande azienda internazionale.
Azienda appaltatrice della difesa che si è fatta velocemente strada negli ultimi
2 anni, Fire Point compare nelle carte dell’indagine condotta dalla Nabu,
l’Ufficio nazionale anticorruzione, e dal Sapo, la Procura specializzata nel
contrasto alle tangenti. I magistrati hanno rilevato che Ihor Fursenko, ex il
direttore della sicurezza di Energoatom, l’azienda al centro del giro di
mazzette, accusato di aver partecipato al riciclaggio del denaro agli ordini di
Mindich, dal 19 marzo 2025 era stato anche assunto come “amministratore” proprio
da Fire Point.
La compagnia sta attivamente aumentato la produzione, costruendo un nuovo
impianto in Danimarca per la produzione di combustibile solido per razzi e
prevede di più che raddoppiare la sua attuale capacità produttiva, anche per la
produzione di missili da crociera. Il governo danese ha adottato una decisione
speciale che ha consentito la costruzione dell’impianto nella città di
Skridstrup, ignorando oltre 20 leggi e regolamenti esistenti.
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azienda ucraina coinvolta nell’inchiesta “Midas” proviene da Il Fatto
Quotidiano.