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L’accordo sul grano in Ucraina è il modello per uscire dalla crisi dello Stretto di Hormuz: la proposta dell’Europa
Oltre alle forniture energetiche, le tensioni nello stretto di Hormuz rischiano di colpire anche il mercato dei fertilizzanti e, a cascata, la produzione alimentare. Per questo l’Alta rappresentante Ue Kaja Kallas ha proposto il modello del corridoio del grano del Mar Nero sperimentato in Ucraina come chiave per trovare una via d’uscita dalla crisi e scongiurare l’aggravarsi dello choc energetico globale. L’ispirazione è il Black Sea Grain Initiative, l’accordo nato a Istanbul il 22 luglio 2022, per sbloccare l’esportazione di grano, alimenti e fertilizzanti dai porti ucraini di Odessa, Chornomorsk e Yuzhny durante la guerra. L’intesa ha permesso di esportare oltre 33 milioni di tonnellate di cibo, contribuendo a calmierare i prezzi globali e prevenire carestie, specialmente nei paesi a basso reddito, attraverso un corridoio umanitario marittimo sicuro nel Mar Nero. L’accordo è terminato nel luglio 2023 dopo la decisione della Russia di non rinnovarlo. Kallas ha riferito di avere parlato dell’applicazione del modello per lo Stretto con il segretario generale dell’Onu Antonio Guterres, “per capire se sia possibile un’iniziativa a Hormuz simile a quella sul Mar Nero per il grano dell’Ucraina”. Siglato da Ucraina, Russia, Turchia e Nazioni Unite per riaprire le esportazioni agricole ucraine dopo il blocco dei porti causato dall’invasione russa, il ‘patto del grano’ servì a sbloccare circa 20 milioni di tonnellate di cereali rimaste ferme nei silos ucraini dopo l’aggressione russa. L’intesa istituiva un corridoio marittimo sicuro nel Mar Nero per le navi in partenza dai porti Odessa, Chornomorsk e Yuzhny, con controlli coordinati a Istanbul da rappresentanti di Mosca, Kiev, Ankara e dell’Onu. Rimasto in vigore per circa un anno, prima del ritiro della Russia, il meccanismo ha consentito l’export di oltre 33 milioni di tonnellate di cereali e prodotti agricoli, in gran parte ai Paesi in via di sviluppo, contribuendo a raffreddare i prezzi ed evitare una crisi più grave soprattutto in Africa e Medio Oriente. Il parallelismo con Hormuz si fonda sul compromesso tecnico raggiunto con la mediazione dell’Onu e senza un cessate il fuoco, che potrebbe offrire una via per sbloccare i flussi energetici nello Stretto, da cui transita circa un quinto del petrolio mondiale. L'articolo L’accordo sul grano in Ucraina è il modello per uscire dalla crisi dello Stretto di Hormuz: la proposta dell’Europa proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Iran: “Ucraina ha fornito droni a Israele, così è diventata un obiettivo legittimo”
L’Ucraina è “un obiettivo legittimo” dell’Iran. Lo ha dichiarato il capo della commissione Sicurezza nazionale del Parlamento di Teheran, Ebrahim Aziz. “Fornendo supporto con droni al regime israeliano – ha scritto Azix su X -, l’Ucraina, ormai in rovina, si è di fatto coinvolta nella guerra e, ai sensi dell’articolo 51 della Carta delle Nazioni Unite, ha trasformato l’intero suo territorio in un obiettivo legittimo per l’Iran”. A cosa si riferisce il parlamentare iraniano, una delle voci più influenti della politica estera e della Difesa iraniana? In un’intervista rilasciata il 9 marzo al New York Times, Volodymyr Zelensky ha affermato che l’Ucraina ha inviato in Giordania droni intercettori e una squadra di esperti per proteggere le basi militari degli Stati Uniti, su richiesta di questi ultimi. Inoltre dopo l’inizio della guerra tra Usa e Israele contro l’Iran, ha aggiunto il presidente ucraino, lui e il suo team hanno ricevuto chiamate da leader di Bahrein, Emirati Arabi Uniti, Kuwait, Qatar e Arabia Saudita in cerca di aiuto, alle quali Zelensky avrebbe risposto inviando un altro team di esperti in Medio Oriente per aiutare queste nazioni a valutare come proteggersi dai velivoli senza pilota di Teheran, i droni Shahed, oltre all’utilizzo dei costosi missili Patriot. Non esiste, però, al momento alcuna evidenza pubblica che Kiev abbia aiutato in questo senso Israele. Nel corso degli anni Kiev ha sviluppato droni intercettori a basso costo, portando i sistemi dal prototipo alla produzione di massa. E ora si dice convinta di riuscire a mettere a disposizione degli Stati Uniti e dei loro alleati in Medio Oriente l’esperienza appresa negli ultimi 4 anni di guerra. Interrogato da Fox News sul tema, Donald Trump ha negato: “No, non ci stanno aiutando. Non abbiamo bisogno del loro aiuto. Ne sappiamo più di chiunque altro sui droni. Anzi, abbiamo i migliori droni in assoluto”. A migliorare i rapporti tra Kiev e Teheran non ha contribuito neanche l’incontro che Zelensky ha avuto a Parigi con Reza Pahlavi, il figlio dell’ultimo Scià cacciato nella rivoluzione del 1979. “Abbiamo discusso in dettaglio della situazione in Iran e nella regione, nonché dell’operazione americana contro il regime terroristico“, ha scritto il presidente ucraino su X pubblicando una ftoto con Pahlavi. “L’Ucraina desidera ardentemente un Iran libero, che non collabori con la Russia e non destabilizzi il Medio Oriente, l’Europa e il mondo intero”, ha aggiunto Zelensky. (Foto da Twitter) L'articolo Iran: “Ucraina ha fornito droni a Israele, così è diventata un obiettivo legittimo” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Petroliera fantasma russa alla deriva nel Canale di Sicilia, ora Palazzo Chigi è preoccupato: “Monitoriamo”
Ha a bordo, con ogni probabilità, un carico di 900 tonnellate di gasolio e due serbatoi di gas liquefatto. A bordo non c’è nessuno. E si è inclinata di circa 30 gradi. I danni causati dai droni che l’hanno colpita, quasi sicuramente lanciati dagli ucraini, mentre navigava a nord del Golfo di Sirte ne hanno danneggiato struttura e stabilità. E vaga, alla deriva, sospinta dai venti e dalle correnti, nel Canale di Sicilia. Si era avvicinata a Linosa, ora sembra puntare verso Malta. Ma al cambiare delle condizioni del mare, potrebbe mutare anche la sua direzione. A distanza di dieci giorni dal momento in cui la petroliera russa Arctic Metagaz, considerata appartenente alla flotta fantasma, cioè quella che contrabbanda carburanti aggirando le sanzioni europee, l’allarme sul rischio di un rovesciamento del carico è arrivato anche a Palazzo Chigi. L’alert riguarda il rischio inquinamento qualora il gigante del mare, 277 metri di lunghezza, dovesse rovesciarsi o colare a picco. Mezzi della Marina militare italiana – un rimorchiatore e, se dovesse servire, un mezzo antinquinamento – restano vicini al relitto alla deriva pronti a intervenire, nel tratto di mare fra le isole Pelagie e Malta, soltanto in caso d’emergenza. Per coordinare la gestione del caso, si è tenuta una riunione a Palazzo Chigi, presieduta da Giorgia Meloni, alla quale hanno partecipato anche i ministri Antonio Tajani, Guido Crosetto, Gilberto Pichetto Fratin e Nello Musumeci, oltre al sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Alfredo Mantovano e al capo del Dipartimento della Protezione civile Fabio Ciciliano. Per Palazzo Chigi, al momento, il problema è comunque in capo a Malta poiché la nave è all’interno della zona Sar maltese: “Ma il governo italiano ha assicurato al governo de La Valletta la condivisione del monitoraggio avviato fin dal primo momento”. L’Italia – viene spiegato – “ha inoltre confermato la propria disponibilità a svolgere attività di supporto, in attesa delle determinazioni delle autorità maltesi, con le quali rimane in costante contatto”. Ma in questa vicenda – come ha ricordato il giornalista di Radio Radicale Sergio Scandura – le zone Sar in realtà c’entrano ben poco, poiché il caso rientra nei dettami delle convenzioni internazionali MARPOL (Marine Pollution) e della convenzione di Barcellona BARCOM, entrambe dedicate alla gestione delle emergenze di inquinamento del mare. Il Wwf sta seguendo l’evoluzione della situazione e ricorda che la fuoriuscita del Gnl “potrebbe causare incendi, nubi criogeniche letali per fauna marina, e inquinamento ampio e duraturo delle acque e dell’atmosfera”. L’area nella quale vaga la nave, aggiunge l’associazione ambientalista, è di “eccezionale valore ecologico, con ecosistemi profondi fragili e una biodiversità tra le più elevate del bacino Mediterraneo. Ospita, tra gli altri, quasi tutte le specie marine protette del Mediterraneo, sia pelagiche che bentoniche, ed è attraversata da grandi predatori pelagici come il tonno rosso e il pescespada”. Il rischio ambientale, rimarca, è “elevatissimo e potenzialmente irreversibile, con serie ricadute anche sulle economie delle isole Pelagie, basate su pesca e turismo”. L'articolo Petroliera fantasma russa alla deriva nel Canale di Sicilia, ora Palazzo Chigi è preoccupato: “Monitoriamo” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Guerra all’Iran, il progetto di Zelensky: vendere a Usa e paesi del Golfo droni per bloccare gli Shahed in cambio di missili Patriot
Il pacchetto comprende droni in grado di neutralizzare gli Shahed, oltre a tecnici e istruttori per utilizzarli. Volodymyr Zelensky tenta di entrare nella partita iraniana offrendo ai paesi del Golfo finiti sotto il fuoco di Teheran quanto di meglio l’Ucraina può offrire sul piano bellico. La partenza di un gruppo di addestratori è prevista per oggi, ha detto ieri il presidente ucraino ieri durante un incontro con il primo ministro olandese Rob Jetten, mettendo sul piatto il surplus produttivo ucraino di velivoli senza pilota: “Siamo pronti a vendere il volume che il nostro esercito non sta utilizzando. In linea di principio, è abbastanza grande. Tre paesi sono sicuramente pronti ad acquistare”. Con gli Stati Uniti, invece, la collaborazione sarebbe già avviata. Giovedì, ha spiegato il leader ucraino al New York Times, Washington ha presentato una richiesta di aiuto a Kiev e venerdì una squadra di addestratori è decollata alla volta della Giordania con il compito di studiare il modo di proteggere le basi militari Usa. La proposta di Kiev parte da lontano. Subito dopo l’invasione russa, l’Ucraina ha utilizzato costosi missili o ancora più dispendiosi intercettori Patriot per abbattere i droni iraniani utilizzati dall’esercito russo. Una strategia che ben presto si è rivelata insostenibile economicamente: se uno Shahed costa tra i 50.000 e i 100.000 dollari, per un Patriot made in Usa ne servono tra i 3 e i 4 milioni. Così nel corso degli anni Kiev ha sviluppato intercettori a basso costo il cui prezzo si aggira tra i 1.000 e i 2.000 dollari – anche se per chi acquista dall’estero si sale considerando il costo degli istruttori e dei programmi di addestramento -, portando i sistemi dal prototipo alla produzione di massa. E ora si dice convinta di riuscire a mettere a disposizione degli Stati Uniti e dei loro alleati in Medio Oriente l’esperienza appresa negli ultimi 4 anni di guerra. I missili intercettori infatti sono merce non solo costosa, ma anche abbastanza rara. A inizio gennaio Lockheed Martin, tra i principali fornitori delle Forze armate statunitensi, ha dichiarato di aver toccato il record di 600 intercettori PAC-3 MSE per le batterie Patriot assemblati in tutto il 2025. Il progetto è di arrivare a 2.000 entro il 2032, ma la prima settimana di guerra contro l’Iran è bastata a sollevare forti dubbi sulla durata delle scorte Usa. In questo contesto un contributo ucraino fatto di droni a basso costo facili e veloci da produrre sarebbe determinante. Ma se Kiev ha messo in piedi negli anni un buon apparato di produzione di droni, non ha mai costruito in house sistemi di difesa contro i missili balistici e ottenere i missili Patriot in grado di contrastare questi ultimi rimane la vera sfida. Così Zelensky propone uno “scambio” ai partner: “Vorremmo ricevere in modo discreto i missili Patriot di cui siamo carenti e fornire loro in cambio un numero corrispondente di droni intercettori”. Il sistema produttivo, affermano le aziende, sarebbe in grado di affrontare le richieste. SkyFall, nota per il suo drone bombardiere Vampire e per l’intercettore P1-SUN specializzato nell’abbattimento di droni kamikaze come gli Shahed, ha stimato di riuscire a produrre fino a 50.000 velivoli intercettori al mese ed esportarne da 5.000 a 10.000 senza interferire con le esigenze dell’esercito ucraino. Oleksandr Yakovenko, fondatore di TAF Industries, ha dichiarato al Financial Times che gli Emirati Arabi Uniti hanno richiesto 5.000 droni, il Qatar 2.000, e anche il Kuwait si è detto interessato: “Vogliono capire come integrare i nostri velivoli nei loro sistemi di difesa, perché non basta affidarsi solo ai Patriot”. Lo Ukrainian Council of Defence Industry, che riunisce le principali aziende del settore, ha stimato che oggi i produttori di droni intercettori ne costruiscono circa il doppio di quelli necessari all’esercito ucraino nella guerra con la Russia. Per vendere all’estero, tuttavia, serviranno alcuni provvedimenti legislativi. Dall’inizio dell’invasione russa nel febbraio 2022, Kiev ha imposto un embargo sulle esportazioni di armi allo scopo di destinare tutte le forniture alle proprie forze armate. Il 28 ottobre Zelensky ha incaricato il ministero della Difesa di avviare “l’esportazione controllata” di armi all’estero e il 9 febbraio ha annunciato la volontà di aprire 10 centri di esportazione di armi in tutta Europa, dalla Germania – dove è stato avviato un progetto da 100 milioni di euro in joint venture con l’azienda tedesca Quantum Systems – al Regno Unito, con il quale Kiev ha firmato un accordo di licenza per la produzione in serie del drone intercettore Octopus. “Abbiamo bisogno di qualcosa di più di semplici dichiarazioni- ha detto all’Associated Press Yevhen Mahda, direttore esecutivo dell’Institute of World Policy, think tank di Kiev specializzato nell’analisi della politica estera e della sicurezza nazionale -, Come possiamo parlare di esportazioni se ufficialmente non vendiamo ancora nulla?”. L'articolo Guerra all’Iran, il progetto di Zelensky: vendere a Usa e paesi del Golfo droni per bloccare gli Shahed in cambio di missili Patriot proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Ucraina, i fiumi di contanti che arrivano nel paese: “Da inizio anno 1,3 miliardi e 146 kg d’oro solo attraverso l’Ungheria”
“Il valore degli oggetti presenti nei mezzi sequestrati ammonta a 40 milioni di dollari Usa, 35 milioni di euro e 9 kg di oro”. E’ stata Oschadbank a chiarire cosa trasportavano i due mezzi blindati diretti verso l’Ucraina fermati dalle autorità ungheresi. Il sequestro segna un nuovo step nell’escalation di tensione in corso da mesi tra il governo di Viktor Orban e quello di Volodymyr Zelensky su diverse tematiche tra cui la riparazione dell’oleodotto Druzhba. Ma accende anche un faro sull’enorme quantità di valuta straniera che entra ogni anno nel territorio di Kiev. Il convoglio stava effettuando un trasferimento di valuta dalla Raiffeisen Bank International in Austria alla Oschadbank, in Ucraina. Secondo quest’ultima – una delle più grandi istituzioni finanziarie del paese, interamente di proprietà dello Stato – “il carico è stato registrato in conformità con le norme internazionali sul trasporto e le attuali procedure doganali europee”. Ma Budapest indaga per riciclaggio di denaro. Solo quest’anno, secondo l’Amministrazione Nazionale delle Imposte e delle Dogane ungherese, oltre 900 milioni di dollari USA, 420 milioni di euro e 146 chilogrammi di lingotti d’oro sono transitati per il territorio magiaro dirette in Ucraina. Il trasporto di decine di milioni in contanti è una prassi consolidata nel sistema bancario. Nel caso di Oschadbank, può avvenire per tre motivi. Dopo l’invasione russa molti ucraini preferiscono usare il cash, alcune infrastrutture finanziarie sono state danneggiate e in varie regioni l’economia resta molto basata sul contante. La prassi, poi, può servire a riequilibrare le scorte di valuta, sostituire le banconote usurate e rifornire le filiali aree del territorio che presentino un’elevata richiesta di “carta”. La terza ragione è la gestione della liquidità internazionale: le banche possono spostare moneta forte come dollari o euro tra caveau per esigenze operative o di sicurezza. Ma la vicenda ha attirato l’attenzione anche per un altro aspetto. Nelle normali operazioni tra banche europee si usa prevalentemente l’euro. Trasportare grandi quantità di dollari e lingotti d’oro è molto più raro: i dollari sono gestiti di solito in maniera informatica, senza muovere banconote, e l’oro viene custodito in caveau specializzati o circuiti controllati. Nel caso dell’Ucraina, la presenza di dollari ed euro può essere spiegata dalla necessità di riserve di valore in un contesto di instabilità economica e guerra. Ma è ovvio che quando queste due forme di valore si spostano insieme in grandi quantità, destano l’attenzione delle autorità. Oschadbank è uno degli 8 istituti autorizzati dalla Banca Nazionale Ucraina a importare denaro contante dall’estero insieme a Sense Bank, Privatbank, Raiffeisen Bank, FUIB, Pivdennyi, Kredobank e RVS Bank. Lo ha reso noto la stessa Banca centrale a novembre, quando venne alla luce l’inchiesta “Midas” su un presunto giro di tangenti per 100 milioni di dollari e l’Ufficio nazionale anti-corruzione (Nabu) pubblicò le fotografie dei pacchi di dollari che venivano sequestrati all’organizzazione che farebbe capo a Timur Mindich, ex socio del presidente Zelensky ai tempi della tv. In una delle prime immagini diffuse, i pacchi di banconote per un totale di 4 milioni di dollari presentavano l’etichettatura standard utilizzato dalla Federal Reserve, la banca centrale degli Stati Uniti. Da allora Nabu e Sapo, la Procura specializzata anticorruzione, hanno effettuato diversi altri sequestri di dollari nell’ambito dell’indagine che ha scosso il governo di Kiev. Il biglietto verde viene utilizzato per le tangenti di alto livello – l’ex vice primo ministro Oleksiy Chernyshov è accusato di aver ricevuto 1,2 milioni di dollari in contanti e in un’altra indagine l’ex premier Yulia Tymoshenko, indagata per corruzione, è stata fotografata con diverse mazzette di dollari sulla scrivania- , ma anche per “oliare” anche ai rami più bassi delle gerarchie amministrative. Il campionario è pressoché sterminato. Il 23 febbraio, ad esempio, un dipendente di un dipartimento interregionale dei Servizi di sicurezza (l’intelligence interna) è stato trovato in possesso di 68 mila dollari in contanti, ricompensa per aver falsificato documenti utili a due persone per evitare il servizio militare. Il 22 gennaio presso negli uffici della dogana di Lutsk, nella regione nord-occidentale della Volinia, sono state rinvenute e sequestrate banconote per oltre 850 mila dollari. Il 19 dicembre nella stessa città Nabu e Sapo avevano documentato il pagamento di 15mila dollari cash su una tangente da 30mila per cambiare la destinazione d’uso di un terreno da agricolo a edificabile. L'articolo Ucraina, i fiumi di contanti che arrivano nel paese: “Da inizio anno 1,3 miliardi e 146 kg d’oro solo attraverso l’Ungheria” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Ungheria, fermati 2 portavalori con 40 milioni di dollari e 35 milioni di euro in contanti diretti in Ucraina: 7 arresti tra cui ex generale dei servizi di Kiev
“Ukrainian Gold Convoy“. Il “Convoglio d’oro ucraino”. Così l’hanno definito le autorità di Budapest dopo aver fermato, giovedì, due furgoni portavalori che trasportavano 40 milioni di dollari in contanti, 35 milioni di euro e 9 kg di oro. Le sette persone a bordo, 7 ucraini tra i quali un ex generale dell’intelligence di Kiev, sono state fermate. I veicoli appartengono alla Oschadbank, una delle più grandi istituzioni finanziarie statali dell’Ucraina, alla quale il prezioso carico era diretto, in arrivo da una sede austriaca della Raiffeisen Bank International. L’Amministrazione Nazionale delle Imposte e delle Dogane ungheresi ha aperto un procedimento penale per riciclaggio di denaro. Lo ha fatto il collaborazione con il Centro Antiterrorismo, agenzia di polizia controllata dal ministero dell’Interno, nella cui sede poche ore prima degli arresti si è recato in visita il premier Viktor Orban, a dimostrazione del rilievo politico della vicenda, ultima puntata di uno scontro che va avanti da tempo tra Budapest e Kiev sulla riapertura dell’oleodotto Druzhba. “Due veicoli del servizio di riscossione di Oschadbank, accompagnati da 7 dipendenti del team di riscossione -. si legge in una nota di Oschadbank -, sono stati ingiustamente fermati in Ungheria mentre effettuavano un regolare trasporto di valuta estera e metalli bancari tra Raiffeisen Bank Austria e Oschadbank Ucraina”. La questione è talmente delicata che Oleksiy Shaban, vicepresidente della Banca Nazionale Ucraina, l’istituto di credito centrale, è volato nella capitale magiara per monitorarla di persona. “Chiediamo alle autorità ungheresi l’immediato rilascio dei cittadini ucraini e una spiegazione ufficiale dei motivi della loro detenzione”, ha fatto sapere Nbu. “L’Ungheria che prende ostaggi e ruba denaro”, ha attaccato il ministro degli Esteri Andriy Sybiga. “Questo si chiama terrorismo di Stato e racket”, ha aggiunto invitando gli ucraini a evitare viaggi in Ungheria “data l’impossibilità di garantire la loro sicurezza a causa delle azioni arbitrarie delle autorità ungheresi”. Il governo magiaro, da parte sua, chiede risposte immediate all’Ucraina in merito alle ingenti spedizioni di denaro contante che transitano per l’Ungheria, sollevando la questione “se il denaro possa essere collegato alla mafia di guerra ucraina”, ha detto il ministro degli Esteri ungherese Péter Szijjártó. “Da gennaio sarebbero transitati attraverso l’Ungheria 900 milioni di dollari e 420 milioni di euro in contanti, oltre a 146 chili d’oro”, ha aggiunto il capo della diplomazia magiara. “Se si trattasse davvero di una transazione tra banche, allora sorge spontanea la domanda – ha aggiunto Szijjártó -: perché non viene gestita tramite bonifico e perché una quantità così enorme di denaro contante debba passare attraverso l’Ungheria?”. L'articolo Ungheria, fermati 2 portavalori con 40 milioni di dollari e 35 milioni di euro in contanti diretti in Ucraina: 7 arresti tra cui ex generale dei servizi di Kiev proviene da Il Fatto Quotidiano.
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La nave cisterna russa Arctic Metagaz esplode a largo di Malta: “Attaccata da droni navali ucraini partiti dalla Libia”
La Arctic Metagaz, una nave cisterna russa per il trasporto di gas, è stata distrutta da un’esplosione mentre si trovava nel Mediterraneo, al largo delle coste di Malta, poco distante dalla Sicilia. Il ministero dei Trasporti di Mosca non ha dubbi: l’imbarcazione è stata attaccata da droni navali ucraini partiti dalla Libia. Secondo il ministro russo l’episodio è “un atto di terrorismo internazionale e pirateria marittima”. I 30 membri dell’equipaggio, tutti di nazionalità russa, sono stati tratti in salvo grazie al coordinamento dei servizi di salvataggio maltesi e russi. La nave metaniera, soggetta a sanzioni da parte di Stati Uniti e Regno Unito, aveva segnalato la sua posizione al largo delle coste di Malta lunedì, secondo quanto riportato dai dati di tracciamento delle navi sulla piattaforma MarineTraffic. Le forze armate maltesi hanno reso noto di aver ricevuto una sos proveniente dalla nave e di aver proceduto con i soccorsi. Non è la prima volta che navi metaniere o petroliere russe subiscono attacchi mentre si trovano in navigazione in acque interazionali nel Mediterraneo per commerciare combustibile, aggirando le sanzioni internazionali. La Arctic Metagaz faceva parte con tutta probabilità della cosiddetta flotta “fantasma”: da mesi, ormai, dopo le sanzioni ai danni di Mosca a seguito dell’invasione dell’Ucraina, alcune navi russe, spesso petroliere, avevano iniziato a solcare il Mediterraneo per contrabbandare il combustibile di Mosca. Per evitare ripercussioni, le navi accendevano e spegnavano a intermittenza i propri radar per rendere più difficoltose le verifiche e i tentativi di localizzazione. Solo un mese fa alcune navi “fantasma” russe erano state avvistate in acque internazionali, al largo delle coste della Sardegna. Lo scorso anno delle esplosioni avevano interessato la nave Seajewel ormeggiata al largo di Savona: in questo caso anche l’intelligence italiana aveva ipotizzato un’opera di un sabotaggio filo-ucraino. Uno degli ultimi attacchi si era verificato durante lo scorso novembre ai danni di due petroliere russe nel Mar Nero. L'articolo La nave cisterna russa Arctic Metagaz esplode a largo di Malta: “Attaccata da droni navali ucraini partiti dalla Libia” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Ucraina, servizi segreti e polizia hanno raccolto informazioni sull’inchiesta “Midas”. Il procuratore: “Gli indagati sapevano in anticipo i nostri movimenti”
Uomini dei servizi segreti. Dipendenti della Procura generale. Dirigenti apicali di un’agenzia statale. Poliziotti. Hanno interrogato i database che contengono informazioni sull’inchiesta “Midas“, cercando notizie sul procedimento e sugli spostamenti delle auto degli investigatori, e alcune di queste informazioni sono finite nella disponibilità di almeno due indagati. E’ quanto emerso dall’audizione tenuta ieri dinanzi alla Commissione per la politica anti-corruzione del Parlamento ucraino da Semen Kryvonos, capo dell’Ufficio nazionale anti-corruzione (Nabu), e Alexander Klymenko, numero uno della Procura specializzata (Sapo), i due organi che conducono l’inchiesta sul maxi-giro di tangenti per 100milioni di dollari che ha fatto vacillare la presidenza di Volodymyr Zelensky. Quattro dipendenti del SBU, il Servizio di Sicurezza dell’Ucraina. Un dipendente del DBR, l’Ufficio Statale di Investigazione, agenzia che indaga sui reati commessi dalle alte cariche dello Stato. Due dipendenti dell’Ufficio del Procuratore Generale, protagonista di un durissimo scontro istituzionale con la Nabu. Il vicepresidente dell’ARMA, l’Agenzia che gestisce i beni derivanti dalla corruzione. Un dipendente della Polizia. Hanno tutti consultato l’ERDR, il Registro unificato delle indagini preliminari, cercando informazioni sul procedimento n. 52025000000000472, il cosiddetto “Mindich-gate” dal nome dell’ex socio di Zelensky considerato dagli inquirenti capo della “lavanderia” che fino al novembre 2025 ha riciclato le tangenti imposte sugli appalti statali di energia e difesa. Il numero due dell’ARMA ha effettuato la ricerca usando la parola “Chernyshov Oleksiy”, l’ex vicepremier accusato di aver preso mazzette per 1,2 milioni di dollari. “Non c’è una spiegazione logica del perché così tanti funzionari abbiano cercato informazioni sul procedimento, in alcuni casi per scoprire quali persone sono coinvolte nel caso“, ha detto Kryvonos ai parlamentari. “La ricerca – ha aggiunto Klymenko – potrebbe essere stata effettuata per capire quali saranno i nostri prossimi passi e contrastarli.” “Più di 10.000 persone hanno accesso alle nostre decisioni – ha spiegato Oleksandr Abakumov, detective principale del caso, anch’egli presente in audizione -. Con un numero così elevato di persone, è impossibile mantenere la segretezza delle indagini“. La sorveglianza non si è limitata ai database giudiziari. Alcuni dipendenti di SBU, DBR, Polizia e BEB (Ufficio di sicurezza economica dell’Ucraina, l’organismo responsabile del contrasto ai reati che minacciano l’economia) hanno monitorato le automobili della Nabu tramite “Città sicura”, il sistema integrato di videosorveglianza delle strade di Kiev, il cui accesso è riservato a soggetti autorizzati per motivi di pubblica sicurezza. “Conoscendo il numero di targa dei veicoli è possibile tenere traccia dei loro spostamenti – ha spiegato il capo dell’Ufficio nazionale anti-corruzione -. E si può scoprire quali azioni operative il Nabu sta intraprendendo nei confronti di determinati indagati”. Non solo: “Per alcune auto, i profili con cui gli interroganti si sono loggati nel sistema non ci sono stati forniti. Questo significa che qualcuno ha usato i privilegi di amministratore e poi ha cancellato i log”. La ong Anticorruption Action Centre fa notare che il sistema “Città sicura” è gestito dall’Amministrazione Statale della Città di Kiev, il cui vicepresidente Petro Olenych è indagato dalla Nabu per una presunta malversazione nella gestione di alcuni terreni pubblici. Una delle auto utilizzate dagli investigatori è stata stata pedinata nonostante avesse targhe di copertura. E “alcuni funzionari delle forze dell’ordine, su incarico di qualcuno, hanno trasmesso ai futuri indagati, membri di un’organizzazione criminale, informazioni relative alle indagini condotte dalla Nabu nei loro confronti”, ha aggiunto Kryvonos. Ora “cercheremo di stabilire come le informazioni sugli spostamenti delle nostre auto siano finite nelle mani di ‘Rocket‘ e ‘Tenor‘”, ha aggiunto il procuratore. Il primo è il nickname con cui nelle chat gli indagati si riferivano a Ihor Myroniuk, ex consigliere del ministero dell’Energia. Il secondo è il soprannome di Dmitro Basov, ex direttore della sicurezza di Energoatom. Entrambi sono indagati in “Midas”. Sulla base di quanto emerso, i magistrati non escludono futuri attacchi agli organi anti-corruzione. “Ci sono tutti i presupposti. Tutte le vulnerabilità e le debolezze del sistema che sono state sfruttate contro di noi, e le persone chiave che sono state usate contro il Nabu in realtà rimangono nelle loro posizioni. Mi riferisco agli organi di polizia”, ha concluso Kryvonos. “Le persone che hanno partecipato direttamente all’attacco contro l’Ufficio in estate (quando su ordine del Procuratore generale i servizi segreti fecero irruzione in alcune sedi del Nabu, sequestrando materiale e arrestando due investigatori poi scarcerati per insufficienza di prove, ndr) non solo non sono state ritenute responsabili – ha aggiunto Klymenko -, ma in alcuni casi sono state persino promosse“. L'articolo Ucraina, servizi segreti e polizia hanno raccolto informazioni sull’inchiesta “Midas”. 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Ucraina, Zelensky sente Trump alla vigilia del bilaterale con gli Usa: “I colloqui salgano a livello di leader”
I colloqui tra Ucraina e Russia devono salire “al livello dei leader: questo è l’unico modo per risolvere tutte le questioni complesse e delicate e porre finalmente fine alla guerra”. Alla vigilia del bilaterale Ucraina-Usa in programma giovedì a Ginevra, Volodymyr Zelensky sente Donald Trump per discutere i temi sul tavolo del vertice svizzero. Ma nella telefonata, afferma il leader ucraino, sono stati discussi anche “i preparativi per il prossimo incontro dei team negoziali al completo in formato trilaterale all’inizio di marzo”, che non è ancora stato confermato, ma dovrebbe coinvolgere anche i rappresentanti di Mosca. “Ci aspettiamo che questo incontro offra l’opportunità di portare i colloqui a livello di leader. Il presidente Trump sostiene questo programma“, scrive sui social Zelensky. Alla telefonata hanno preso parte anche Steve Witkoff e Jared Kushner, gli inviati della Casa Bianca, che a Ginevra vedranno il capo negoziatore di Kiev Rustem Umerov. Gli ultimi due round negoziali si sono conclusi con un sostanziale stallo, ma la chiamata Trump-Zelensky potrebbe indicare la volontà di fare uno scatto in avanti. Il nodo è sempre quello dei territori: l’Ucraina si oppone alla cessione del Donbass e dellla regione di Zaporizhzhia, chiesta da Mosca con il beneplacito di Washington. Un tema su cui l’Unione europea di fatto non si esprime. “I nostri team lavorano intensamente e li ho ringraziati per tutto il loro lavoro e per il loro coinvolgimento attivo nelle trattative e negli sforzi per porre fine alla guerra”, scrive Zelensky. “Questo inverno è stato il più difficile per l’Ucraina, ma i missili per i sistemi di difesa aerea che acquistiamo dagli Stati Uniti ci stanno aiutando ad affrontare tutte queste sfide e a proteggere delle vite“. L'articolo Ucraina, Zelensky sente Trump alla vigilia del bilaterale con gli Usa: “I colloqui salgano a livello di leader” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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La proroga dell’invio di armi all’Ucraina è legge: sì alla fiducia anche in Senato. M5s: “Maggioranza incoerente”
La proroga per un altro anno dell’invio di armi ed equipaggiamenti militari all’Ucraina è legge. Il Senato ha, infatti, approvato – con 106 voti favorevoli, 57 contrari e due astenuti – la conversione definitiva del decreto. Anche questa volta, come avvenuto alla Camera, il governo ha posto la fiducia. Una decisione non dovuta a implicazioni politiche come nel caso di Montecitorio, quando l’obiettivo è stato quello di disinnescare la sfida dei tre deputati vannacciani. A Palazzo Madama il generale non ha suoi sostenitori: la scelta di mettere la fiducia era finalizzata solo ad approvare il prima possibile il provvedimento e dare la possibilità ai senatori di partire in serata per il fine settimana, anche di campagna elettorale, evitando lo sciopero dei voli. Così al Senato hanno votato No tutte le opposizioni, non solo Movimento 5 stelle e Alleanza Verdi-Sinistra. Contrario anche il voto di Azione di Carlo Calenda, storicamente pro Kiev, così come Partito democratico e renziani che hanno sempre approvato il sostegno, anche militare, all’Ucraina, tranne nei casi di voto di fiducia. “Siamo stati costretti dalla fiducia”, hanno detto dai banchi dem accusando la maggioranza di aver blindato il testo “per coprire le vostre differenze e difficoltà“, ha spiegato Alessandro Alfieri del Pd. “Prima ancora delle cifre e delle strategie, c’è un tema politico enorme: l’incoerenza della maggioranza”, ha dichiara il senatore M5s, Bruno Marton, intervenendo in Aula. “Abbiamo assistito – ha aggiunto – all’ennesimo esercizio di memoria selettiva e doppi standard. Il senatore Balboni si è detto sorpreso che il generale Vannacci esprima posizioni simili a quelle del presidente Conte. Ma Vannacci è stato al governo con voi per tre anni. Non potete scaricare oggi ciò che ieri vi andava bene, siete ridicoli. Dalla maggioranza arrivano accuse di incoerenza al M5s. Ma sono quattro anni che diciamo ‘basta armi’ e votiamo coerentemente di conseguenza. Chi era contro la legge Fornero e poi ha alzato l’età pensionabile dovrebbe evitare lezioni di coerenza“, ha sottolineato Marton: “Ci dite che si sta sempre con l’aggredito e mai con l’invasore. E allora perché su altri scenari internazionali sostenete governi, come Israele, che occupano territori e violano il diritto internazionale? Non si può brandire la coerenza come un’arma retorica e poi applicarla a geometria variabile”, ha concluso l’esponente M5s. Il decreto proroga fino al 31 dicembre 2026 l’autorizzazione a cedere alle autorità ucraine mezzi, materiali ed equipaggiamenti militari, “con priorità per quelli logistici, sanitari a uso civile” e di protezione dagli attacchi aerei e missilistici. Inoltre, disciplina il rinnovo dei permessi di soggiorno concessi per protezione speciale ai cittadini ucraini, fino al 4 marzo 2027, e per la sicurezza dei giornalisti freelance. Il provvedimento è stato approvato dalla Camera l’11 febbraio scorso, con il voto contrario dei tre deputati di Futuro Nazionale di Vannacci, favorevoli però alla fiducia. L'articolo La proroga dell’invio di armi all’Ucraina è legge: sì alla fiducia anche in Senato. M5s: “Maggioranza incoerente” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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