Stati Uniti e Israele volevano, speravano, che la guerra scatenata contro l’Iran
avrebbe dato la spinta necessaria agli oppositori degli Ayatollah per rovesciare
il regime e determinarne la fine. Oppositori che, peraltro, sono stati
massacrati a gennaio, durante le proteste antigovernative represse con la più
grande violenza nella storia della Repubblica islamica. Ma giunti al 24esimo
giorno di conflitto, il piano sembra non essere riuscito. Lo scrive il New York
Times, che ha parlato a condizione di anonimato con oltre una decina di
funzionari americani, israeliani e di altre nazionalità. Intanto, sul fronte
interno, il regime continua a mostrare il pugno duro nei confronti di chi
auspicava un cambio e sta procedendo con le prime esecuzioni: la scorsa
settimana sono stati impiccati tre uomini condannati per l’omicidio di due
agenti di polizia durante i disordini, suscitando preoccupazione tra le
organizzazioni per i diritti umani come Hengaw, che temono che Teheran stia
intensificando le esecuzioni contro detenuti politici e manifestanti a fronte
delle crescenti pressioni militari e internazionali. “I casi relativi agli
elementi terroristici e ai rivoltosi di gennaio sono stati trattati. Alcuni
hanno portato all’emissione di sentenze definitive, che ora vengono eseguite. In
alcuni casi l’esecuzione è già avvenuta nei giorni scorsi e i risultati saranno
comunicati. Non verrà concessa alcuna clemenza ai condannati in questi casi”, ha
dichiarato il primo vice capo della magistratura Hamzeh Khalili, secondo quanto
riportato dall’agenzia di stampa giudiziaria Mizan.
Il capo del Mossad, David Barnea, voleva fomentare l’opposizione iraniana nei
primi giorni della guerra, scatenare una rivolta e arrivare al rovesciamento del
regime di Teheran. Piano che Barnea ha illustrato al primo ministro israeliano
Benjamin Netanyahu prima del 28 febbraio e ad alti funzionari
dell’Amministrazione Trump durante la sua visita a Washington a metà gennaio.
Alti funzionari americani e alcuni funzionari di altre agenzie di intelligence
israeliane erano scettici sulla riuscita, ma Netanyahu lo ha adottato e anche il
presidente americano Trump era ottimista. A loro avviso l’uccisione dei leader
iraniani all’inizio del conflitto poteva portare a una rivolta di massa in grado
di porre fine rapidamente alla guerra e a regime. Ma a tre settimane dall’inizio
della guerra non c’è una rivolta iraniana. Secondo le intelligence americana e
israeliana che il governo teocratico di Teheran è indebolito, ma intatto, mentre
la paura delle forze militari e di polizia iraniane ha smorzato le prospettive
di una ribellione e di incursioni transfrontaliere da parte di milizie etniche
al di fuori dell’Iran.
Il New York Times parla di “falla fondamentale” nella preparazione della guerra.
Invece di implodere, il governo iraniano si è trincerato e ha intensificato il
conflitto. Privatamente Netanyahu si è detto deluso dal fallimento del piano del
Mossad di fomentare una rivolta in Iran, anche perché aveva fatto leva su questo
per convincere Trump ad attaccare, hanno affermato funzionari americani ed
israeliani, sia in servizio che in pensione. Eppure i vertici militari
statunitensi avevano detto a Trump che gli iraniani non sarebbero scesi in
piazza a protestare mentre Stati Uniti e Israele bombardavano, ritenendo anche
bassa l’ipotesi di una guerra civile.
Nate Swanson, ex funzionario del Dipartimento di Stato e della Casa Bianca, ha
detto di non aver mai visto un “piano serio” per promuovere una rivolta in Iran
all’interno del governo statunitense. “Molti manifestanti non scendono in piazza
perché temono di essere uccisi”, ha affermato Swanson, ora all’Atlantic Council.
“Verranno massacrati. Questo è un dato. Ma il secondo dato è che c’è una buona
parte di persone che desidera semplicemente una vita migliore, e al momento si
sente messa da parte. Non apprezzano il regime, ma non vogliono morire
opponendosi ad esso. Quel 60% resterà a casa”, ha aggiunto spiegando che “ci
sono ancora ferventi oppositori del regime, ma non sono armati e non stanno
portando la maggior parte della popolazione in piazza”. Il predecessore di
Barnea alla guida del Mossad, Yossi Cohen, decise era una perdita di tempo
tentare di fomentare una ribellione all’interno dell’Iran. La strategia del
Mossad allora era indebolire il governo per costringerlo ad arrendersi alle
richieste israeliane e americane, con sanzioni economiche, uccisioni di
scienziati nucleari e leader militari iraniani, e sabotaggio di impianti
nucleari.
L'articolo Fomentare gli oppositori in Iran e fare crollare il regime: il piano
fallito di Trump e Netanyahu proviene da Il Fatto Quotidiano.
Tag - Benjamin Netanyahu
“Purtroppo Gesù Cristo non ha alcun vantaggio su Gengis Khan. Perché se sei
abbastanza forte, abbastanza spietato, abbastanza potente, il male trionferà sul
bene”: firmato, Benjamin Netanyahu. Il premier israeliano ha pronunciato queste
parole ieri durante una conferenza stampa sulla guerra in Iran, rivendicando la
citazione dello storico Will Durant. Parole diventate virali su internet,
considerate offensive per i cristiani da molti internauti.
Su X la clip ha superato 20 milioni di visualizzazioni. Su YouTube i video con
il paragone tra Gesù e Gengis Khan hanno già incassato migliaia di click. Anche
per questo oggi con un post su X Netanyahu ha precisato di “non aver denigrato
Gesù Cristo” e che “non voleva offendere nessuno”. Ecco il passaggio
incriminato: “C’è chi vuole essere ingenuo e non vedere il mondo in cui viviamo.
In questo mondo non basta essere morali. Non basta essere giusti. Non basta
avere ragione. Uno dei più grandi scrittori del XX secolo, lo storico Will
Durant, scrisse che la storia dimostra che, purtroppo, Gesù Cristo non ha alcun
vantaggio su Gengis Khan. Perché se sei abbastanza forte, abbastanza spietato,
abbastanza potente, il male può sopraffare il bene. L’aggressione può prevalere
sulla moderazione. Non abbiamo scelta. Se guardate il mondo di oggi, bisogna
essere ciechi per non vedere che le democrazie guidate dagli Stati Uniti devono
riaffermare la loro volontà di difendersi e contrastare i loro nemici in tempo”.
L'articolo Netanyahu: “Gesù non è meglio di Gengis Khan”. Proteste della
comunità cristiana. Lui: “Non volevo offendere nessuno” proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Nella guerra tra Iran e Israele che ha portato, almeno in quest’ultima fase,
all’uccisione dell’ex Guida Suprema Ali Khamenei, anche Teheran vuole esporre il
proprio trofeo di caccia. Così, in un comunicato, i Guardiani della Rivoluzione
hanno ufficializzato la volontà di uccidere il primo ministro israeliano,
Benjamin Netanyhu, a costo di “dargli la caccia con tutte le nostre forze”. Un
avvertimento che, oltre ad alimentare la propaganda dei pasdaran, ha avuto anche
un altro effetto: sollevare dubbi sulle sorti del primo ministro, con i social
che hanno iniziato a ipotizzare che la sua morte sia stata nascosta dai vertici
dello ‘Stato ebraico’.
Ad alimentare il flusso di notizie senza fondamento è stato proprio il
comunicato dei Guardiani della Rivoluzione: “L’incertezza sul destino del
criminale primo ministro sionista e la possibilità della sua morte o della sua
fuga con la famiglia dai territori occupati – si legge nel comunicato – rivelano
la crisi e l’instabilità dei sionisti. Se questo criminale assassino di bambini
è ancora vivo, continueremo a dargli la caccia e a ucciderlo con tutte le nostre
forze”.
L’ipotesi della morte o della fuga di Netanyahu ha dato inizio a una ricerca
spasmodica di informazioni che negli ultimi giorni hanno dato vita a letture,
analisi, teorie del complotto che stanno circolando in maniera incontrollata. Ad
essere visionato con attenzione è stato quello che fino a quel momento era
l’ultimo videomessaggio pubblicato sul profilo X ufficiale del premier, il 13
marzo scorso, e molti utenti sostengono si tratti di un deepfake, ossia di un
video generato con l’intelligenza artificiale.
I pasdaran, nel loro comunicato, hanno poi proseguito con le minacce rivolte a
Tel Aviv: “Gli obiettivi dei criminali terroristi sionisti americani nel primo
round di vendetta per i martiri iraniani sono stati distrutti con forza nei
territori occupati e in tre basi americane nella regione da un’operazione
congiunta delle forze delle Guardie Rivoluzionarie – continuano – Il suono
continuo delle sirene delle ambulanze e l’ammissione da parte delle istituzioni
sioniste del crescente numero di morti e feriti a seguito di questa efficace
operazione iraniana hanno rivelato la profondità dell’impatto dei missili
pesanti delle Guardie Rivoluzionarie sui settori industriali di Tel Aviv. Anche
i settori industriali e il centro di raduno delle forze americane presso le basi
aeree di Harir a Erbil e le basi di Ali Salem e Arifjan sono stati distrutti da
potenti missili e droni iraniani”.
> אומרים שאני מה? צפו >> pic.twitter.com/ijHPkM3ZHZ
>
> — Benjamin Netanyahu – בנימין נתניהו (@netanyahu) March 15, 2026
Ma mentre entrambe le parti rivendicano successi militari, il web ormai era
tutto concentrato sull’ipotesi dell’uccisione di Netanyahu emersa dalle parole
dei pasdaran. Tanto che è stato proprio il primo ministro a decidere di
eliminare ogni dubbio pubblicando un suo video in una caffetteria con tanto di
risposta alla milizia iraniana: “Che cosa dicono che sarei?“.
L'articolo I pasdaran ipotizzano la morte di Netanyahu: “Non sappiamo se è
ancora vivo”. Lui risponde con un video proviene da Il Fatto Quotidiano.
“Che cosa ha portato Trump improvvisamente nelle grinfie di Netanyahu?”, questa
la domanda del direttore de il Fatto Quotidiano, Marco Travaglio, ospite ad
Accordi&Disaccordi, il programma condotto da Luca Sommi in onda tutti i sabati
sul Nove.
Marco Travaglio ha continuato: “Io devo ancora capire se è ricattato da
Netanyahu e quindi questa guerra non la può far finire se non quando decide
Netanyahu, oppure se aveva soltanto bisogno di un diversivo per non far più
parlare degli Epstein files”.
L'articolo “Trump sotto ricatto di Netanyahu o la guerra è un diversivo dagli
Epstein files?”: la domanda di Travaglio ad Accordi&Disaccordi (Nove) proviene
da Il Fatto Quotidiano.
Il presidente del parlamento iraniano, Mohammad Bagher Qalibaf, ha minacciato
con un post su X le superpotenze coinvolte nel conflitto in Medio Oriente,
spiegando che l’invasione delle isole iraniane da parte delle forze coinvolte
“farà scorrere il sangue degli invasori nel Golfo Persico”. Il riferimento è,
nello specifico, alle tre isole sottratte dall’Iran agli Emirati Arabi Uniti
prima della loro formazione nel 1971. Tra queste figura l’isola di Kharg, cuore
pulsante dell’industria petrolifera iraniana da cui passa oltre il 90% delle
esportazioni di greggio di Teheran.
Qalibaf aveva scritto: “Qualsiasi aggressione contro il suolo delle isole
iraniane infrangerà ogni freno. Abbandoneremo ogni freno e faremo scorrere nel
Golfo Persico il sangue degli invasori. Il sangue dei soldati americani è
responsabilità personale di Trump”. La particolare attenzione del regime per
l’isola nel Golfo Persico è presto spiegata: l’isola di Kharg, tanto piccola da
estendersi per soli otto chilometri, si trova a 25 chilometri dalle coste
iraniane e a 483 chilometri dallo Stretto di Hormuz. L’isola ospita la
principale piattaforma di esportazione del greggio iraniano. Qui, attraverso
oleodotti sottomarini e terminali di carico, giunge la gran parte del petrolio
proveniente dai giacimenti centrali e occidentali. Il greggio che approda
sull’isola di Kharg è in gran parte destinato ai mercati asiatici, con la Cina
in prima fila tra gli acquirenti.
Dall’isola iraniana transitano tra 1,3 e 1,6 milioni di barili al giorno, con
una capacità di stoccaggio di decine di milioni di barili. Potrebbe essere
questa la ragione dietro la decisione di Trump e compagni di non attaccare il
possedimento di Teheran: secondo Neil Quilliam, analista del think tank Chatham
House, sentito dal Guardian, un attacco all’isola può provocare un’impennata dei
prezzi, tale da portare i prezzi del petrolio fino a a 150 dollari al barile,
dai 120 dollari toccati nei momenti più critici della crisi. Distruggere o
fermare le esportazioni dell’impianto significa bloccare l’intero flusso
dell’export iraniano, mentre parte della produzione regionale è già bloccata
dalle tensioni nello Stretto di Hormuz.
Anche l’ipotesi di una occupazione militare risulta complessa e quindi
improbabile allo stato attuale: l’Iran, in caso di un’occupazione, continuerebbe
a produrre petrolio senza poterlo esportare. Gli Stati Uniti, invece,
controllerebbero l’impianto senza poterlo far funzionare, rischiando un ennesimo
innalzamento dei prezzi dei combustibili, senza contare l’ingente impiego di
forze per raggiungere l’obiettivo dell’occupazione militare.
L’isola ha anche un forte valore simbolico. Kharg era abitata fin dall’antichità
e contesa nei secoli da potenze regionali ed europee. Divenne presto un grande
hub petrolifero e subì gravi bombardamenti negli anni Ottanta nel corso del
conflitto tra Iran e Iraq. Oggi l’isola è fortemente militarizzata e le sue
acque profonde, caratteristica rara nelle acque dell’area, permette l’attracco
delle grandi petroliere che trasportano all’estero la principale fonte economica
della Repubblica Islamica.
Proprio in relazione all’importanza strategica del possedimento della Repubblica
Islamica, il New York Times ha immaginato quattro possibili scenari per la
guerra in Iran. Il primo scenario, nonché il più ottimista, è il cambio di
regime. La seconda possibilità è la nascita di una nuova leadership del Regime
Islamico, capace di accettare le pretese di Israele e Stati Uniti. Al momento
risulta difficile che la nuova guida suprema accetti le richieste dei nemici e
allora il Nyt inserisce la possibilità dell’invasione dell’isola di Kharg come
terzo scenario possibile: secondo il quotidiano, l’occupazione dell’isola
creerebbe uno stallo, con un conseguente enorme rischio economico globale per le
fluttuazioni energetiche, ma obbligherebbe il regime di Teheran a scendere a
patti, essendo in grado, secondo le stime del giornale, di resistere solo due
settimane senza accesso all’impianto dell’isola. Tuttavia questa terza
possibilità manterrebbe una pace precaria, con il rischio di un nuovo conflitto
in risposta a qualsiasi tentativo di Teheran di reagire.
Il quarto scenario è il più preoccupante: il Times prevede tra le possibilità un
collasso dello stato iraniano, simile a quello accaduto in Siria durante gli
anni di guerra civile. L’editorialista del Nyt Bret Stephens ha dichiarato: “La
mia idea è che Trump dovrebbe impadronirsi dell’isola di Kharg, minare o
bloccare i porti iraniani e distruggere quanta capacità militare iraniana
possibile nelle prossime due settimane. Oltre a minacciare il regime di
ulteriori bombardamenti se massacra i propri cittadini. – e conclude – Questa è
la via più realistica per la vittoria al minor prezzo in termini di vite umane e
risorse e offre al popolo iraniano la migliore possibilità di conquistare la
libertà”.
L'articolo Kharg, l’isola iraniana che può decidere le sorti del conflitto in
due settimane. Ecco perché proviene da Il Fatto Quotidiano.
Quarantuno morti per cercare i resti di un pilota scomparso quarant’anni fa. È
il bilancio del blitz condotto da Israele in Libano nella notte tra venerdì e
sabato: un’operazione militare fallita che aveva l’obiettivo di recuperare la
salma del navigatore israeliano Ron Arad, disperso dal 1986. La storia l’ha
raccontata su Repubblica l’inviato Fabio Tonacci, che descrive un’incursione
conclusa con decine di vittime libanesi e nessuna traccia del corpo cercato.
Secondo il racconto, il commando israeliano ha colpito il villaggio di Nabi
Shith, nella Valle della Bekaa, territorio considerato una roccaforte di
Hezbollah. L’obiettivo era una tomba del piccolo cimitero locale, indicata come
possibile luogo di sepoltura del pilota. Ma il sepolcro aperto apparteneva a un
altro uomo, Subhi Shukr. “Per andare a frugare nella fossa sbagliata ne hanno
scavate altre quarantuno”, scrive Tonacci. Il blitz sarebbe stato preparato con
un’operazione complessa: quattro elicotteri, forze speciali, uniformi simili a
quelle dell’esercito libanese e persino una finta ambulanza. I radar delle forze
armate libanesi avrebbero registrato l’ingresso nello spazio aereo alle 22.50.
Gli elicotteri sono atterrati a circa cinque chilometri dal cimitero, mentre nel
pomeriggio l’aviazione israeliana aveva già bombardato le vie di accesso al
quartiere.
Il villaggio si troverebbe in un’area dove la presenza di Hezbollah è radicata e
dove un forestiero è subito sospetto. Le versioni dei residenti restano
frammentarie e contraddittorie, ma su due punti concordano: i militari
israeliani si sono camuffati con mezzi simili a quelli dell’esercito e
dell’Autorità sanitaria islamica e, una volta scoperti, sono stati affrontati da
miliziani e abitanti armati. Ne è nata una battaglia violenta. Tra le macerie
restano bossoli, vetri infranti, carcasse di auto e resti umani bruciati. Un
missile è esploso a circa duecento metri dal cimitero, sollevando un enorme
cratere e scaraventando un’automobile contro un edificio.
Lo stesso Stato israeliano ha poi ammesso il fallimento della missione. Arad
precipitò vicino a Sidone dopo un bombardamento contro strutture dell’Olp. Il
copilota Yishai Aviram fu recuperato dall’esercito, mentre Arad venne catturato
dalle milizie sciite di Amal e consegnato ai pasdaran presenti in Libano. Non se
ne è più saputo nulla. La moglie Tami Arad ha criticato operazioni come quella
appena fallita: preferisce, ha scritto, convivere con l’incertezza piuttosto che
“sapere che un soldato dell’Idf è stato ferito o ucciso per recuperare quelle
ossa”. A Nabi Shith rimane il dubbio sull’origine dell’informazione che ha
condotto alla tomba sbagliata. Alcuni abitanti sospettano un collegamento con la
scomparsa, a dicembre, di Ahmed Shukr, ex dell’intelligence libanese che la
stampa araba ritiene possa essere stato rapito dal Mossad. Una pista che però,
finora, non ha portato risultati.
L'articolo Israele uccide 41 persone in Libano per trovare un suo pilota
disperso nel 1986. Ma la tomba è quella sbagliata proviene da Il Fatto
Quotidiano.
di Rosamaria Fumarola
Mi chiedevo da tempo che conseguenze avrebbe avuto l’oscena impunità del primo
ministro israeliano dopo la pace farsa orchestrata con Donald Trump, quando ho
pensato (mi sia consentita l’amara ironia) che tutte le volte in cui il saggio
indica Netanyahu lo stolto sanziona Putin.
Ho cominciato a pormi domande sul futuro di Bibi dopo aver ascoltato
l’intervento del tycoon alla Knesset, proprio in occasione dell’annuncio del
definitivo cessate il fuoco a Gaza, intervento grondante di macabra ironia
sull’uso delle armi adoperate per il genocidio dei palestinesi, in cui ha
persino trovato spazio la grottesca intermediazione pubblica di Trump affinché
Netanyahu fosse sollevato dalle sue pendenze giudiziarie, ricevendo quella che
riteneva essere la “meritata” grazia.
In tutta la mia vita, nella quale ho avuto la fortuna di non conoscere la
guerra, tanta impunità l’ho vista garantita solo nei film ai criminali, mentre
puntano una pistola alla tempia del proprio nemico. Sappiamo tutti che a Gaza lo
sterminio continua, così come la violenza dei coloni in Cisgiordania, eppure le
malefatte di Netanyahu non hanno trovato e non trovano da parte dell’Occidente
condanna, se non nelle timide parole di circostanza pronunciate fuori tempo
massimo da qualche capo di stato come Giorgia Meloni, che di recente non ha
avuto alcuna ritrosia a lavorare ad uno spot in sostegno di Viktor Orbàn, in
vista delle elezioni ungheresi di aprile, mostrando la sua faccia accanto
appunto a quella del primo ministro israeliano. Eppure su Netanyahu pende una
condanna internazionale.
La conseguenza di tutto questo laissez faire la vediamo palesarsi nell’attacco
sferrato all’Iran assieme, neanche a dirlo, a Donald Trump. Non aver assicurato
alla giustizia un individuo che è accusato di genocidio gli ha consentito di
continuare non solo a godere di una libertà alla quale non può più avere
diritto, ma di rilanciare, nel tentativo di realizzare le ambizioni egemoni di
un governo sionista e di neutralizzare ogni accusa a suo carico dentro e fuori
Israele, come peraltro l’alleato Trump a casa propria.
L’abdicare al diritto di manifestare il proprio dissenso, come l’intero
occidente fa, a parte i rappresentanti di Spagna ed Inghilterra, annulla poi
ogni mediazione che nei secoli faticosamente le leggi erano riuscite a garantire
e ci espone tutti al rischio estremo di vedere bruciato il futuro nostro e
quello delle generazioni a venire.
Lo scontro tra Usa-Israele ed Iran non è dunque uno scontro tra democrazia e
tirannide, ma una guerra tra despoti che agiscono tutti fuori da ogni limite
giuridico e che non esitano a reprimere ferocemente anche il dissenso interno
(le recenti uccisioni da parte dell’Ice a Minneapolis di cittadini americani lo
testimoniano).
Va peraltro sottolineato che il rapporto tra Netanyahu e Trump non è da
considerarsi come improntato al sacro vincolo dell’amicizia, quanto più
realisticamente al ricatto che non è difficile leggere nelle pagine, anche nelle
50 fatte sparire, degli Epstein files. La rete intessuta da Epstein, persino ad
una lettura superficiale, a cosa porta se non ad una supremazia israeliana,
ottenuta anche grazie ad un abile uso dello strumento ricattatorio e alla
corruzione che hanno tra l’altro dato forza alle destre occidentali e spaccato
l’Europa?
Fa rabbrividire poi il discorso di Netanyahu agli iraniani, durante il quale si
guarda bene dal menzionare l’inferno che li attende con la destabilizzazione
dell’intera area e con la riproposizione del colonialismo tanto caro a quella
che è ancora considerata la sola democrazia mediorientale. Nel frattempo a Gaza
i varchi per l’approvvigionamento sono stati chiusi e non se ne comprende la
ragione, se non quella ben sintetizzata nella massima napoletana “o’ cane
mozzeca o’ stracciato”.
Nessuna sanzione dall’Europa per fermare la folle corsa di un criminale a
cancellare ogni principio di civiltà, nessuna voce si è udita contro l’oscenità
del male che si dichiara tale.
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L'articolo Così l’impunità di Netanyahu da parte dell’Occidente gli ha permesso
di continuare ad agire. E l’Europa tace proviene da Il Fatto Quotidiano.
di Leonardo Botta
“Ogni medaglia ha il suo rovescio”, disse quel tizio a cui toccò pagare i
funerali della suocera. Mi viene in mente questo cinico aforisma, mentre penso
alla vicenda Usa-Israele-Iran. Già, perché mentre mi assale un profondo, anche
se sadico senso di soddisfazione per la morte di quell’infame di Khamenei (lo
so, il mio non è un sentimento molto cristiano), mi prende l’ansia per le
conseguenze dell’attacco che il duo Trump&Netanyahu ha sferrato contro un regime
infame sì, sanguinario certo, ma che non ho ben capito quale concreto e
imminente pericolo costituisse, in questo momento, per gli equilibri geopolitici
del Medio Oriente, dell’America e dell’intero pianeta (isole comprese).
Insomma, se è vero che il battito d’ali di una farfalla può provocare un uragano
dall’altra parte del mondo, figuriamoci quale Armageddon potrebbe scatenare
questa offensiva di caccia, droni, missili e bombardieri in un’area che a
incendiarla basterebbe anche un solo minicicciolo.
Che poi, guarda la combinazione, il buon Donald la democrazia la va a esportare
sempre nei paesi che, per una fortuita coincidenza, sono imbottiti di gas e
petrolio come lo sono di cioccolatini le calze che le nonne regalano ai nipotini
per la Befana.
Intanto, come la giriamo o la voltiamo, anche oggi abbiamo staccato un altro
“pezzo” di quella guerra mondiale che denunciava papa Francesco. Dopo Maduro e
l’Ayatollah, chi sarà il prossimo? Aspettiamo che Trump (quello che “Non
inizierò nuove guerre, le fermerò”) estragga un altro bussolotto dalla sua
svalvolata tombola (“the winner is…”).
E lasciate ogni speranza voi che pensate ci sia qualcuno, non dico sul nostro
globo terracqueo, ma nell’intera galassia capace di far ragionare il leader a
stelle e strisce; per dire, la nostra presidente Meloni, “pontiera” designata
sin dall’insediamento alla Casa Bianca del tycoon, era completamente all’oscuro
dei suoi piani guerrafondai, tant’è che il nostro ministro della Difesa Crosetto
è rimasto bloccato a Dubai dove si trovava con la famiglia, mentre sulla sua
testa volava di tutto: ci sarebbe da ridere, se la situazione non fosse tragica.
Ps. In tutto questo, e mentre aspettiamo la temuta conta delle “fisiologiche”
vittime civili in Iran, la domanda dalle mille pistole è: c’è qualcuno a cui
veramente interessi la sorte di quel popolo, di tanti bambini, giovani e
anziani, donne e uomini eredi del glorioso regno di Persia e tenuti da più di
trent’anni sotto scacco da un bastardo (riposi in pace) e i suoi tirapiedi?
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L'articolo L’attacco all’Iran è un altro pezzo della nuova guerra mondiale: dopo
Maduro e Khamenei, a chi toccherà? proviene da Il Fatto Quotidiano.
Una soffiata di Netanyahu a Trump, all’origine dell’attacco militare del 28
febbraio. Il premier israeliano avrebbe rivelato al presidente americano una
riunione segreta, della Guida Suprema Alì Khamenei con tutti i suoi principali
consiglieri: un’occasione unica per decapitare la leadership iraniana a suon di
bombe. Bibi avrebbe informato la Casa bianca lunedì 23 febbraio, in una
telefonata al Tycoon nella situation room. L’episodio all’origine del conflitto
è stato rivelato dalla testata americana Axios.
Secondo il sito, negli ultimi due mesi i due leader hanno comunicato spesso: 2
incontri e 15 telefonate nei 60 giorni precedenti il raid contro Teheran. Già
prima del discorso sullo stato dell’Unione, Trump avrebbe preso in seria
considerazione l’ipotesi dell’attacco. Per non spaventare l’ayatollah
spingendolo a nascondersi, il presidente avrebbe volutamente scelto di lasciare
sullo sfondo la questione iraniana.
Giovedì 26 febbraio, due giorni prima del bombardamento, la conferma decisiva
della Cia: l’incontro con Khamenei sarebbe avvenuto effettivamente 28 febbraio,
un’occasione unica secondo l’agenzia. Quarantotto ore prima, mentre i servizi
davano via libera, gli inviati di Trump Jared Kushner e Steve Witkoff
certificavano lo stallo nei negoziati con Teheran. A quel punto, con la via
diplomatica senza risultati, venerdì 27 febbraio Trump avrebbe dato l’ordine
definitivo, alle ore 15:38, secondo Axios. Undici ore dopo ecco le bombe su
Teheran e la morte di Khamenei.
Le versione di Axios corregge le dichiarazioni del segretario di Stato Marco
Rubio, secondo il quale gli Usa avrebbero seguito la decisione di Israele.
“Sapevamo che ci sarebbe stata un’azione israeliana, sapevamo che ciò avrebbe
scatenato un attacco contro le forze americane e sapevamo che se non li avessimo
attaccati preventivamente prima che lanciassero quegli attacchi, avremmo subito
perdite più elevate”, ha dichiarato Rubio il 3 marzo innescando le proteste
dell’ala isolazionista del movimento Maga.
L'articolo La soffiata di Netanyahu a Trump che ha innescato l’attacco all’Iran:
“Sappiamo dove Khamenei incontrerà i suoi” proviene da Il Fatto Quotidiano.
Intanto Israele e Usa – La mia vignetta su il Fatto Quotidiano di oggi in
edicola
L'articolo Intanto Israele e Usa proviene da Il Fatto Quotidiano.