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Board per la pace a Gaza, anche Netanyahu accetta l’invito di Trump. Sì di Argentina e Azerbaigian. Il Brasile temporeggia
Benjamin Netanyahu ha accettato l’invito di Donald Trump a far parte del “Board of Peace“, l’organizzazione internazionale a guida statunitense istituita dal presidente degli Stati Uniti con l’obiettivo di ricostruire la Striscia di Gaza dopo la distruzione inflitta all’enclave palestinese da due anni di bombardamenti israeliani, ma che si propone anche come un nuovo spazio di coordinamento diplomatico globale. Anche l’Argentina ha confermato la propria partecipazione alla riunione convocata dal presidente Usa per formalizzare il Consiglio di Pace che sarà presentato giovedì a Davos, nel centro congressi del Forum economico mondiale. A rappresentare Buenos Aires sarà il presidente Javier Milei, atteso alla cerimonia di firma prevista alle 10 ora locale, secondo quanto riferito da fonti della Casa Rosada a media argentini. Lo stesso ha fatto l’Azerbaigian, che si è detto “come sempre pronto a contribuire attivamente alla cooperazione internazionale, alla pace e alla stabilità”, ha affermato il Ministero degli Esteri azero in una nota. Trump ha confermato di aver chiesto anche al presidente brasiliano Luiz Inácio Lula da Silva di partecipare all’iniziativa. Secondo Cnn Brasil, tuttavia, il governo di Brasilia guarda con prudenza all’invito. Fonti dell’esecutivo citate dall’emittente parlano di resistenze all’interno del Planalto, dove prevale la preoccupazione che, per come è stato concepito, il Consiglio finisca per concentrare un potere eccessivo nelle mani del presidente degli Stati Uniti. Al momento non è arrivata una conferma ufficiale da parte brasiliana sulla partecipazione di Lula. L'articolo Board per la pace a Gaza, anche Netanyahu accetta l’invito di Trump. Sì di Argentina e Azerbaigian. Il Brasile temporeggia proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Elena Basile racconta il suo viaggio in Iran: “Non mi sono sentita in pericolo. Ci sono zone di straricchi accanto a povertà estrema”
Un Iran diverso da quello raccontato dalle allerte occidentali e da una parte della stampa internazionale. È l’immagine restituita dall’ex ambasciatrice Elena Basile, intervenuta a Battitori Liberi, su Radio Cusano Campus, dopo un soggiorno di dieci giorni nel Paese. Un viaggio che Basile ha raccontato anche in un resoconto pubblicato su Il Fatto Quotidiano e che, ai microfoni della radio, diventa una presa di posizione ferma contro quella che definisce una narrazione “quasi farsesca” degli eventi. “Forse ora risulterò poco credibile, oppure verrò accusata di essere oltre che filoputiniana anche filo-ayatollah”, premette Basile, spiegando di essere partita “abbastanza preoccupata in virtù delle allerte dei ministeri degli esteri europei che fanno capire che se si va in Iran si rischia di essere subito arrestati e sbattuti in carcere”. Un timore legato a un contesto tipico di una guerra in “un paese sotto attacco continuo israelo-americano”, con l’Europa “allineata anche nell’interpretazione illegale di quanto sta succedendo nel negoziato sul nucleare”. Eppure, una volta sul posto, il quadro che emerge secondo lei è diverso. “Io non ho trovato questo – spiega l’ex diplomatica – Ho trovato occidentali che camminavano per strada, dei turisti che non si sentivano in pericolo”. Basile racconta di aver attraversato il Paese, di essersi mossa a Teheran da un quartiere all’altro con una guida, ma decidendo autonomamente cosa vedere.Alla domanda del conduttore Gianluca Fabi su eventuali timori della guida, la risposta è secca: “No”. L’unica raccomandazione, precisa, è evitare le manifestazioni: “Non ci sono andata, non sono folle. È ovvio che se un occidentale va nelle manifestazioni, scatta fotografie alla polizia, pronuncia slogan contro il governo, rischia di essere arrestato”. Un rischio che, secondo Basile, vale anche per comportamenti vietati come bere alcol in pubblico. Il nodo centrale del suo racconto è la percezione del controllo sul territorio. “Non si nota uno stato di polizia”, afferma, spiegando che un clima repressivo si riconosce “quando ci sono poliziotti schierati, blocchi, controlli di documenti, o quando le persone temono e non parlano”. In Iran, sostiene, ha osservato l’opposto: “Io ho parlato con tutti, nei ristoranti, nei bar e per strada ad alta voce contro il regime”. Un atteggiamento che, secondo Basile, non appartiene ai regimi autoritari: “Le persone in una dittatura non parlano male del governo. Temono”. È ciò che dice di aver visto nella Romania di Ceausescu, “ma era così anche ai tempi dello Scià ed è così anche in Arabia Saudita”. Il giudizio sul sistema politico resta comunque severo: “L’Iran ha un potere teocratico che ha sempre l’ultima parola e che sicuramente coi pasdaran ha fatto del male anche quando le manifestazioni erano pacifiche”. Dai riformisti, racconta l’ex ambasciatrice, ha raccolto testimonianze di repressioni “brutali anche in situazioni più distese per il governo”. Quanto alle proteste più recenti, Basile sottolinea che nascono da motivazioni economiche: “Una crisi tremenda”, che colpisce uno strato sociale cruciale, i commercianti dei bazar, “che non arrivano a fine mese perché quello che guadagnano il giorno dopo l’inflazione se l’è mangiata”. Il quadro che emerge è quello di un Paese profondamente diseguale. “C’è una povertà straordinaria, però c’è anche un coefficiente di Gini che fa impressione”, con “un Iran di straricchi” fatto di “centri commerciali megagalattici, locali e ristoranti che non abbiamo neanche a Roma” accanto a “una povertà infinita”. Le prime reazioni del potere politico alle proteste iniziate il 28 dicembre, ricorda, vanno nella direzione del riconoscimento delle rivendicazioni sociali: “La gente ha ragione, c’è una crisi economica tremenda, dobbiamo fare le riforme”. Il cambio di scenario arriva, secondo Basile, con l’intervento esterno. L’ex ambasciatrice cita le dichiarazioni di Benjamin Netanyahu e di Mike Pompeo, che avrebbero parlato di agenti del Mossad e della Cia presenti tra i manifestanti. “Il confine occidentale dell’Iran è permeabile”, afferma, riferendo di milizie curde armate e di un’élite addestrata che ha assaltato edifici pubblici, forze di polizia, una banca e una clinica. Una fase che avrebbe causato, secondo la versione ufficiale, centinaia di morti tra le forze dell’ordine. Sui numeri complessivi delle vittime Basile invita alla cautela. Le stime circolate in Occidente, rilanciate anche dal The New York Times, parlano di migliaia di morti ma, osserva, “non stabiliscono le fonti”. “Poi si passa a 12mila morti e dove sono queste fonti? Nelle Ong finanziate dagli americani”. Da qui una valutazione tranchant: “Una certa parte della stampa oggi è illegibile”. Alla domanda di Savino Balzano sui filmati di obitori pieni e sulle cifre che arrivano fino a 20mila morti, Basile risponde rivendicando l’esperienza diretta. “Questa è una guerra, quindi non posso fare affidamento né sulla stampa né sulle dichiarazioni governative iraniane, ma neanche sulla propaganda occidentale”. E aggiunge: “Ero lì e le ho viste queste cose. Ho anche parlato coi giovani che andavano a protestare”. Nei giorni delle manifestazioni, racconta, “le città erano aperte” e la presenza delle forze dell’ordine appariva limitata. “Non ho visto schieramenti pronti ad ammazzare 3mila, 10mila, 20mila persone. Avrei dovuto notare un clima completamente diverso”. 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Montanari a La7: “Meloni sta con una manica di mostri. C’è un’Internazionale nera, proprio come negli anni ’20”
“Da che parte sta Giorgia Meloni? Che dubbio ci può essere, sta con questa manica di mostri. Sembra l’Asse 2.0“. Così a Otto e mezzo (La7) Tomaso Montanari, rettore dell’Università per stranieri di Siena, commenta il video di endorsement dell’ultradestra internazionale per il presidente ungherese Orban in vista delle elezioni parlamentari ungheresi del 12 aprile 2026. Si tratta di un video promozionale/elettorale pubblicato da Orbán (e dalla sua formazione Fidesz) sui social, una sorta di “spot corale” di circa 2 minuti in cui vari leader internazionali di estrema destra esprimono supporto al premier ungherese e ai suoi valori politici. Tra le principali figure che compaiono nel filmato spiccano Giorgia Meloni, Matteo Salvini, Benjamin Netanyahu, Marine Le Pen, Alice Weidel (co-leader di AfD), Javier Milei, il serbo Aleksandar Vučić, il ceco Andrej Babiš e lo spagnolo Santiago Abascal, leader di Vox. Montanari spiega: “Del resto, lo sappiamo da molto tempo: alla fine del 2023, Tommaso Foti, ministro e capogruppo di Fratelli d’Italia alla Camera, concluse il suo intervento sulla manovra finanziaria dicendo “Il domani appartiene a noi”. Questo slogan è l’inno di Azione Giovani ed è la canzone di un musical americano cabaret, ma in quel musical è cantata da un nazista. Tra l’altro, è stata tradotta in italiano accentuando le parti fasciste, come quelle contro gli ebrei. Questa canzone è diventata l’inno di tantissime forze neofasciste e neonaziste”. E aggiunge: “Ricordate il norvegese Breivik che nel luglio del 2011 ammazzò quasi 80 persone? Diffuse quella canzone prima di fare quella strage. Canzone che è stata citata nel nostro Parlamento da uno che fa il ministro”. Lo storico dell’arte poi si appella alla coscienza di tutti: “Quand’è che apriremo gli occhi? Questi fanno parte stabilmente di una Internazionale in cui ci sono fascisti, nazisti, criminali. Basta leggere i loro testi. Basta vedere chi frequentano. È tutto alla luce del sole. Questo video fa impressione perché sono tutti insieme – conclude – C’è pure Netanyahu, che ha un mandato di cattura internazionale per crimini spaventosi a Gaza. Lo abbiamo sotto gli occhi. C’è una Internazionale nera, come c’era negli anni 20 del ‘900. A un certo punto, dovremmo svegliarci prima che sia tardi.” L'articolo Montanari a La7: “Meloni sta con una manica di mostri. C’è un’Internazionale nera, proprio come negli anni ’20” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Fiorentina, è polemica per l’acquisto dell’attaccante israeliano Solomon: “Sostiene la guerra di Netanyahu”
Domenica ore 15, stadio Artemio Franchi. La Fiorentina si gioca la partita da ultima spiaggia per evitare la retrocessione in Serie B contro la Cremonese. Con un’arma in più sul campo che però si è rivelata a doppio taglio: l’acquisto di Manor Solomon, attaccante israeliano appena arrivato in prestito dal Tottenham, è diventato un caso politico per la sua nazionalità e soprattutto le idee espresse in passato. Esterno rapido e di fantasia, ancora relativamente giovane (26 anni) nonostante un percorso internazionale già lungo, dopo i primi passi in patria Solomon è cresciuto calcisticamente in Ucraina, con lo Shakhtar Donetsk, quindi la chiamata in Inghilterra: Fulham, Tottenham e Leeds, la sua annata migliore con 10 reti, anche se in Championship, la Serie B inglese. Decisamente meno positiva, invece, la parentesi in Spagna, al Villarreal, dove nella prima metà di stagione ha collezionato appena sei presenze. Di qui l’idea di cambiare aria. Di recente ha giocato anche contro l’Italia, nella partita caratterizzata da pesanti scontri vinta dalla nazionale con Israele a Udine. E le stesse polemiche che avevano accompagnato quella gara lo seguono ora anche nella sua avventura a Firenze. Già, perché Solomon negli ultimi tempi, oltre che per le prestazioni altalenanti, ha fatto notizia soprattutto per le sue prese di posizione politiche, con una serie di post pubblicati (soprattutto nel 2023) sui profili social a favore del governo di Israele e delle azioni militari in Palestina: “Hamas non ha mai fatto nulla per i palestinesi, Israele ha il diritto di difendersi”. Oppure: “L’esplosione dell’ospedale di Gaza è senza dubbio colpa del lancio fallito di un razzo da parte del Jihad Islamico. Uccidono il loro stesso popolo e danno la colpa a Israele”. Dichiarazioni che gli erano già state rinfacciate in Spagna, dove la sua esperienza al Villarreal non è mai decollata forse anche per il forte movimento di opinione che si è creato contro sua presenza in campo. E adesso lo stesso film rischia di ripetersi in Serie A, con il coinvolgimento in questo caso addirittura delle istituzioni. Jacopo Madau – segretario provinciale di Sinistra Italiana e assessore alla cultura al Comune di Sesto Fiorentino – ha accolto così la presentazione ufficiale: “Non sei il benvenuto a Firenze – ha scritto su Facebook – Ultimi o non ultimi, chi non ha mai nascosto il proprio sostegno alle politiche genocidarie di Netanyahu non è il benvenuto a Firenze e non può rappresentare la nostra città e la Fiorentina”. Una dichiarazione che ha scatenato il dibattito politico, con destra e sinistra schierate con o contro il giocatore. Marco Carrai – imprenditore, storico amico e braccio destro di Matteo Renzi, oggi console onorario d’Israele per la Toscana – ha definito subito gravissime e “disgustose” le sue parole. Seguito dal presidente dell’Associazione Italia-Israele di Firenze, Emanuele Cocollini: “Dichiarare ‘non benvenuto’ un atleta per la sua nazionalità è una grave forma di discriminazione”. E se i gruppi di Fratelli d’Italia, Lega e Forza Italia pretendono le dimissioni di Madau e chiedono alla sindaca di Firenze, Sara Funaro, di dissociarsi pubblicamente, dall’altra la sinistra rilancia. Il vicepresidente del Consiglio Comunale, Vincenzo Pizzolo (Avs), spiega che “Solomon non è il benvenuto non perché israeliano ma perché si è schierato a più riprese a favore del genocidio ai danni del popolo palestinese”. E lo stesso Madau si avventura addirittura in disamine tecnico-tattiche: “Un dato per coloro che difendono a spada tratta la scelta. Nel 25/26 Solomon ha giocato 146 minuti su oltre 2000 minuti disponibili”. Intanto il transfer necessario per la convocazione è arrivato a tempo di record e Solomon sarà a disposizione per il match di domani contro la Cremonese. La Viola si gioca tutto, con la pressione dell’ultimo posto e in più anche le polemiche politiche. Proprio quello che serviva alla Fiorentina. X: @lVendemiale L'articolo Fiorentina, è polemica per l’acquisto dell’attaccante israeliano Solomon: “Sostiene la guerra di Netanyahu” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Trump e Netanyahu festeggiano insieme Capodanno a Mar-a-Lago: la lussuosa festa tra vestiti scintillanti e fuochi d’artificio
Donald Trump e Benjamin Netanyahu hanno festeggiato insieme l’ultimo dell’anno. Il presidente degli Stati Uniti e il primo ministro israeliano si sono affacciati al 2026 con una sfarzosa festa di Capodanno nel lussuoso resort di Mar-a-Lago, come si vede da alcuni video pubblicati sui social media. Netanyahu, arrivato lunedì nella residenza del presidente degli Stati Uniti a Palm Beach, è stato avvistato ieri sera, agghindato in smoking, insieme a Trump e Melania (vestita con uno scintillante abito argentato). Trump aveva scherzato sul fatto che il leader israeliano avrebbe potuto partecipare alla festa durante gli incontri di lunedì per discutere del fragile cessate il fuoco a Gaza e di altre preoccupazioni geopolitiche regionali in Medio Oriente. La lista degli ospiti alla festa includeva i ferventi sostenitori di Trump, Rudy Giuliani e il miliardario emiratino Hussain Sajwani, insieme ai suoi figli Eric e Don Jr., e ai membri di spicco della sua amministrazione, tra cui la segretaria del Dipartimento per la Sicurezza Interna Kristi Noem e il vice capo di gabinetto della Casa Bianca Dan Scavino. L'articolo Trump e Netanyahu festeggiano insieme Capodanno a Mar-a-Lago: la lussuosa festa tra vestiti scintillanti e fuochi d’artificio proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Trump preoccupato per le politiche di Israele in Cisgiordania. Ma grazia Tel Aviv sui dazi: esentati prodotti agricoli
Donald Trump e i suoi consiglieri hanno espresso ”preoccupazione” per le politiche israeliane in Cisgiordania, durante l’incontro di lunedì in Florida con il primo ministro Benjamin Netanyahu. Washington avrebbe espresso il timore che l’instabilità in Cisgiordania possa compromettere gli sforzi per stabilizzare la Striscia di Gaza ed espandere gli Accordi di Abramo, prima della fine del secondo mandato di Trump. Lo riferisce il Times of Israel (citando un funzionario statunitense) e il sito Axios. Netanyahu ha affrontato il tema due volte: prima durante l’incontro preparatorio con il Segretario di Stato Marco Rubio, Steve Witkoff e Jared Kushner; poi nel faccia a faccia pomeridiano con Donald Trump. Dopo gli incontri di Miami, Trump ha esteso, per tutto il 2026, l’esenzione dai dazi per alcuni prodotti agricoli israeliani, garantendo così la continuità degli scambi commerciali e suggellando il nuovo accordo raggiunto il primo dicembre. TRUMP CHIEDE A NETANYAHU DI FERMARE LE VIOLENZE IN CISGIORDANIA In conferenza stampa con il leader di Tel Aviv, Trump ha ammesso la “lunga discussione, un’ampia discussione, sulla Cisgiordania”. L’accordo “al 100%” ancora non c’è, “ma arriveremo a una conclusione” e il premier israeliano “farà la cosa giusta”. La Casa Bianca avrebbe criticato tre elementi: la violenza incontrollata dei coloni sui palestinesi, l’espansione degli insediamenti, i miliardi di tasse destinati all’Anp trattenuti da Israele (con il governo di Ramallah sull’orlo del collasso). Si tratta della prima volta, sottolinea Axios, che Washington affronta in modo approfondito con Netanyahu il dossier Cisgiordania. Secondo le fonti, il governo Netanyahu negli ultimi tre anni ha indebolito l’Autorità nazionale palestinese riducendone i fondi, ampliando gli insediamenti e favorendo lo sfollamento forzato dei palestinesi: in sostanza, un’annessione di fatto dei territori. Trump dunque avrebbe chiesto a Netanyahu di evitare mosse provocatorie e di “raffreddare le tensioni”. Secondo gli Usa, cambiare rotta in Cisgiordania è fondamentale per riallacciare i rapporti di Israele con l’Europa e, si spera, espandere gli Accordi di Abramo. “Netanyahu si è espresso con forza contro la violenza dei coloni e ha affermato che prenderà ulteriori provvedimenti”, ha dichiarato la fonte informata. IRAN, PER GLI USA L’ATTACCO MILITARE RESTA UN’OPZIONE Durante l’incontro, Netanyahu ha inoltre illustrato le sue preoccupazioni per il riarmo di Iran e Hezbollah, in particolare sul fronte dei missili a lungo raggio. Trump ha ribadito pubblicamente che ulteriori attacchi militari contro l’Iran restano un’opzione sul tavolo. Secondo le fonti, Netanyahu ha accettato di procedere verso la seconda fase dell’accordo su Gaza, nonostante le divergenze con l’amministrazione Trump sulla sua attuazione. Ha inoltre accolto la richiesta del presidente statunitense di riprendere i colloqui con il governo siriano per un possibile accordo di sicurezza. L'articolo Trump preoccupato per le politiche di Israele in Cisgiordania. Ma grazia Tel Aviv sui dazi: esentati prodotti agricoli proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Le accuse a Netanyahu del suo ex portavoce: “”C’era lui dietro la fuga di notizie che ha fatto fallire le trattative”
Ci sarebbe Benjamin Netanyahu dietro alla fuga di notizie che nel settembre del 2024 aveva fatto finire in stallo le trattative per un cessate il fuoco a Gaza. Ad accusare il presidente israeliano è il suo ex portavoce militare Eli Feldstein, che fu arrestato e incriminato. Intervistato da Kan Tv, Feldstein lancia accuse nei confronti di Netanyahu e dei suoi fedelissimi per due vicende separate: il cosiddetto Qatargate, un caso di presunta corruzione per promuovere l’immagine di politica di Doha, e la fuga pilotata di informazioni riservate, pubblicate dal giornale tedesco Bild. Due inchieste separate, ma che fanno perno proprio su Feldstein, portavoce fra il 2023 e il 2024. Il funzionario è stato incriminato proprio per il caso Qatargate: insieme a uno stretto collaboratore di Netanyahu, Jonatan Urich, è sospettato di aver ricevuto denaro da Doha per diffondere messaggi pro-Qatar ai giornalisti e rafforzare l’immagine dello Stato del Golfo come mediatore nei colloqui tra Israele e Hamas. Azioni commesse da entrambi mentre erano al servizio di Netanyahu. Nella sua intervista, Feldstein ha detto che l’affare coinvolgeva direttamente Urich, oltre all’allora consigliere politico del premier Israel Einhorn, che lui accusa di averlo “usato”, a sua insaputa. Quanto al caso Bild, Felstein ha affermato che Netanyahu era dietro la fuga di notizie riservate al tabloid tedesco: l’ex portavoce ha ammesso di aver fatto trapelare informazioni riservate, aggiungendo che non solo Urich fosse coinvolto nel complotto, ma lo stesso Netanyahu. “Per (rendere pubblico) un documento del genere, il primo ministro deve essere presente, dall’inizio alla fine”, ha dichiarato, secondo la ricostruzione del Times of Israel. Il riferimento è a un report pubblicato da Bild nel settembre del 2024, indicato come proveniente dal computer di Yahya Sinwar. Secondo il media tedesco, il documento illustrava la strategia del capo di Hamas per i negoziati: il cessate il fuoco non era una priorità, ma le trattative dovevano essere trascinate il più a lungo possibile, in modo da dividere l’opinione pubblica israeliana e mondiale. Quelle notizie ebbero un peso nel bloccare le trattative per il cessate il fuoco da parte di Israele. Fonti militari confermarono che un documento simile era in effetti stato trovato a Gaza, ma non proveniva dal computer di Sinwar e non rappresentava la strategia ufficiale di Hamas: era solo una bozza, preparata da un funzionario minore dell’organizzazione. Il premier, ricorda il quotidiano israeliano, aveva però citato l’articolo pubblicato da Bild per sostenere che solo ulteriori pressioni militari avrebbero portato al rilascio degli ostaggi. Netanyahu “è colui che in definitiva è stato dietro la fuga di notizie“, ha sostenuto Feldstein con enfasi, aggiungendo di aver ripetuto la stessa cosa durante gli interrogatori dopo il suo arresto e la successiva incriminazione. Netanyahu non è attualmente sospettato né della fuga di notizie né dello scandalo Qatargate. L’Ufficio del primo ministro ha negato le accuse di Feldstein, continuando a insistere sull’innocenza del premier in entrambi i casi. Dopo l’intervista dell’ex portavoce del premier, però, le due vicende sono tornate nelle prime pagine di tutti i media israeliani. L'articolo Le accuse a Netanyahu del suo ex portavoce: “”C’era lui dietro la fuga di notizie che ha fatto fallire le trattative” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Al via la commissione d’inchiesta voluta da Netanyahu sul 7 ottobre. In Cisgiordania riconosciuti altri 19 insediamenti
Una commissione d’inchiesta di nomina governativa per indagare sul 7 ottobre. Voluta dal governo Netanyahu, politicizzata, ma sulla quale il procuratore generale israeliano Gali Baharav-Miara ha già espresso una posizione netta, dichiarando che non c’è alcun motivo per promuoverla e che non consentirà di indagare e di conoscere la verità sulla strage di Hamas. Secondo il procuratore generale, scrive Haaretz, il piano proposto è “pieno di difetti fondamentali” e “dà priorità alle considerazioni politiche rispetto ai principi di un’indagine indipendente, imparziale e professionale”. Intanto la situazione a Gaza resta drammatica: migliaia di persone restano in difficoltà e a rischio, specialmente i più piccoli, nonostante la tregua tra Israele e Hamas in vigore da ottobre e i negoziati in corso tra più Paesi per consolidare la de-escalation. Diversi neonati nelle ultime settimane sono infatti morti assiderati. Inoltre, ha spiegato Medici senza frontiere, le nuove misure introdotte da Israele per la registrazione delle organizzazioni non governative internazionali rischiano di privare centinaia di migliaia di persone a Gaza di cure mediche salvavita. Sul fronte Cisgiordania, invece, nulla pare rallentare i piani espansionistici israeliani: il nucleo duro del governo di Netanyahu ha annunciato l’approvazione di 19 nuovi insediamenti nella regione: una mossa con cui diventano 69 le colonie israeliane autorizzate negli ultimi tre anni. La commissione d’inchiesta – Il disegno di legge per istituirla, sulla cui composizione e sul cui mandato il Primo Ministro Netanyahu avrà un’influenza diretta e indiretta, riceverà il via libera dal Comitato ministeriale per la legislazione lunedì e sarà sottoposto a votazione preliminare alla Knesset mercoledì. Secondo il disegno di legge, il presidente della Knesset, attualmente membro del Likud Amir Ohana, selezionerà la composizione della commissione in “consultazione” con i rappresentanti della coalizione e dell’opposizione. La Knesset dovrà poi approvare la composizione della commissione con una maggioranza di 80 membri. Riconosciute altre 19 colonie in Cisgiordania – Proseguono i piani espansionistici israeliani in Cisgiordania, con l’approvazione di 19 nuovi insediamenti nella regione: una mossa con cui diventano 69 le colonie israeliane autorizzate negli ultimi tre anni. Né l’altolà espresso da Donald Trump a ottobre, né gli appelli contro le violenze dei coloni da parte di diversi governi, compreso quello italiano, né il recentissimo allarme lanciato dall’Onu sull’aumento “incessante” di occupazioni di terre, le quali “minacciano la fattibilità di uno Stato palestinese”. Come sottolineato da un esultante Bezalel Smotrich, ministro delle Finanze appartenente all’ala di estrema destra del governo, questo ritmo di allargamento delle colonie israeliane in territori palestinesi, generalmente considerate illegali in base al diritto internazionale, “è a livelli record”. Gli obiettivi principali della decisione, ha aggiunto, sono due: permettere “al popolo di Israele” di “tornare nella propria terra” e “bloccare la creazione di uno Stato terrorista palestinese”. Il nuovo piano, sottolinea la testata Haaretz, riguarda anche quattro insediamenti evacuati nel 2005 nell’ambito di una legge definita “di disimpegno” e che ora, secondo le intenzioni del governo Netanyahu, potranno essere ristabiliti. “A vent’anni di distanza, stiamo rimediando a una dolorosa ingiustizia”, ha commentato in merito Smotrich, secondo cui l’autorizzazione di nuove colonie è un’iniziativa di “sionismo semplice, corretto e morale”. Tali progetti sono stati quindi approvati dal gabinetto di sicurezza, composto da una cerchia ristretta di membri del governo. Nell’immediato, l’annuncio è stato accolto da un sostanziale silenzio della comunità internazionale. La decisione che rende felici i falchi di Netanyahu è arrivata mentre sia in Cisgiordania sia a Gaza il sangue continua a scorrere. Secondo fonti locali, a Gaza City domenica tre civili sono stati uccisi in attacchi di droni israeliani e almeno tre donne di una stessa famiglia sono morte nel crollo di una casa precedentemente danneggiata da bombardamenti. Sabato, invece, militari israeliani hanno ucciso nel nord della West Bank un 16enne e un 22enne dopo che questi ultimi, secondo l’Idf, avevano attaccato i soldati. A circa 24 ore di distanza, nella stessa zona sono stati riportati scontri tra coloni e palestinesi, con le forze israeliane che avrebbero aperto il fuoco ferendo alcuni residenti locali e fatto scattare arresti. La denuncia di Medici senza frontiere – Le nuove misure introdotte da Israele per la registrazione delle organizzazioni non governative internazionali rischiano di privare centinaia di migliaia di persone a Gaza di cure mediche salvavita. Lo denuncia Medici Senza Frontiere – tra le più grandi organizzazioni mediche attualmente operative nella Striscia – secondo cui le nuove disposizioni potrebbero comportare la revoca della registrazione delle ong internazionali a partire dal 1 gennaio. Infatti, la mancata registrazione impedirebbe alle organizzazioni, tra cui Msf, di fornire servizi essenziali alla popolazione di Gaza e della Cisgiordania, sostiene l’organizzazione. L'articolo Al via la commissione d’inchiesta voluta da Netanyahu sul 7 ottobre. In Cisgiordania riconosciuti altri 19 insediamenti proviene da Il Fatto Quotidiano.
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“Dio è con noi”: così Trump, Putin e Netanyahu arruolano la religione per guerre e potere
“Gesù ha vissuto tre anni e mezzo in Egitto. Ma non era illegale“. Parola, anzi Verbo, di Paula White, consigliera spirituale di Donald Trump. Così si concilia il Vangelo col pugno duro del presidente contro gli immigrati. E così Dio va (o torna) al potere. Vince le elezioni, “benedice” guerre, terrorismo, regimi autoritari. MillenniuM, il mensile diretto da Peter Gomez, nel numero in vendita da venerdì 12 dicembre offre inchieste, interviste, approfondimenti sulla religione che, negli ultimi anni, è tornata prepotentemente in politica, e proprio in un’era che consideriamo materialista e tecnologica (qui potete trovare la libreria o l’edicola più comoda per voi; Millennium è in vendita anche sugli store online Amazon, Ibs, Feltrinelli, Mondadori, Liberia Universitaria, Hoepli). Non c’è solo l’integralismo islamico di Hamas e dintorni. Come scrive Fabrizio d’Esposito, “Dio è con noi” è un motto che si cuce addosso agli Stati Uniti di Trump, alla Russia di Putin, a Israele di Netanyahu, ma anche all’India di Modi e persino, per certi versi, in Cina, dove il Partito comunista recupera pezzi di buddismo, confucianesimo, taoismo. Mentre in Europa e in Italia l’area sovranista si ammanta di un cattolicesimo ultraconservatore e anti-bergogliano. Roberto Festa ci porta negli Stati Uniti, raccontando il patto fra Trump e le potenti Chiese evangeliche, gra sedicenti “apostoli”, megachurch milionarie, crociate anti-gender e sostanziosi finanziamenti a spese dei contribuenti. Mentre Nancy Porsia si è immersa fra i neomessianici del Beth Israel Worship Center, in New Jersey, per raccontarci la strana alleanza fra cristianesimo ed ebraismo, sempre in chiave ultraortodossa. Del resto in Israele il Peres Centre for Peace and Innovation non esita a paragonare Hamas e le componenti più radicali del governo Netanyahu, opposti estremismi accomunati dal claim “morte agli infedeli”, scrive Roberto Casalini. E l’integralismo islamico? Passano le sigle del terrore, come al-Qaeda e Isis, ma l’idea resta: la nuova frontiera è l’Africa – basta guardare al Sudan – ma i soldi, le moschee e le scuole coraniche estremiste prosperano grazie a fondi copiosi che arrivano da Paesi “amici” dell’Occidente, come Arabia Saudita ed Emirati Arabi, si legge nell’inchiesta di Laura Silvia Battaglia. Dio non è morto, come qualcuno credeva. È tornato, anzi risorto, nella sua versione più bellicosa, totalitaria, ma anche pop. “Ehi raga, fate un applauso a Dio”, si sente dire al Ministero Sabaoth fondato a Milano dalla pastora brasiliana Rosalen Boerner Faccio, racconta Federica Tourn in un viaggio stupefacente nelle chiese evangeliche italiane, illustrato dal fotografo Federico Tisa. In Italia gli evangelici sono circa mezzo milione, e non sono solo immigrati. L’apostolo (anche qui) Lirio Porrello da Palermo conta diecimila fedeli in una settantina di chiese. Intanto qui da noi è possibile convertirsi all’Islam via Whatsapp, e chattare per districarsi nel labirinto di precetti che toccano ogni aspetto della vita quotidiana: Antonio Armano l’ha provato per voi. “Usare il nome di Dio per giustificare il sangue versato è la bestemmia più grande“, si indigna don Luigi Ciotti, fondatore di Libera, che in una lunga intervista a Ettore Boffano riflette sull’uso (e abuso) politico della religione e sulla Chiesa del dopo Bergoglio. A scanso di equivoci, l’ottantenne don Ciotti c ricorda che Dio è sempre “dalla parte delle vittime”. Fuori dall’impegnativo tema di copertina, il premio Nobel per l’Economia Daron Acemoglu, intervistato da Chiara Brusini, ci mette in guardia dal “patto fra élite e le big tech dell’Intelligenza artificiale“, che “corrode la democrazia“. Sta accadendo negli Stati Uniti, ma lo scenario peggiore è quello della Russia, dove “non sono gli oligarchi a comandare Putin, è Putin che controlla gli oligarchi”. Il fotogiornalista Gabriele Rossi, invece, ha passato qualche settimana con i giovanissimi membri della gang “Barrio18” a San Pedro Sula, la città più violenta del violentissimo Honduras, raccogliendo le loro storie, fra omicidi, torture, spaccio e disastro sociale. Come sempre, spazio alle immagini d’autore, con un portfolio dedicato a un grande della fotografia italiana, Ferdinando Scianna, intervistato da Gabriele Miccichè. Infine, fra le rubriche, Valentina Petrini torna a parlare di “tossicità finanziaria“, il rischio povertà per chi scopre di avere un tumore ma si scontra con le liste d’attesa della sanità italiana, trovandosi costretto a pagare per non morire. Valentina Petrini vuole continuare a raccogliere storie: potete raccontarle la vostra scrivendo a millennium@ilfattoquotidiano.it. Per abbonarvi a Millennium e leggere gli articoli sul sito, cliccate qui. Tra le firme e gli intervistati di questo numero: Daron Acemoglu, Laura Silvia Battaglia, don Luigi Ciotti, Fabrizio d’Esposito, Roberto Festa, Peter Gomez, Antonio Padellaro, Nancy Porsia, Carlo Petrini, Valentina Petrini, Claudia Rossi, Federica Tourn, Marco Travaglio, Alberto Vannucci, Horacio Verbitsky L'articolo “Dio è con noi”: così Trump, Putin e Netanyahu arruolano la religione per guerre e potere proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Trump, Putin, Netanyahu e gli altri. Ma Dio è davvero con loro? Millennium Live con Fabrizio D’Esposito e Roberto Festa
Alle 12 di giovedì 11 dicembre torna Millenium Live con Roberto Festa, Fabrizoo D’Esposito e Mario Portanova. “Trump, Putin, Netanyahu e gli altri. Ma Dio è davvero con loro?” L'articolo Trump, Putin, Netanyahu e gli altri. Ma Dio è davvero con loro? Millennium Live con Fabrizio D’Esposito e Roberto Festa proviene da Il Fatto Quotidiano.
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