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Fomentare gli oppositori in Iran e fare crollare il regime: il piano fallito di Trump e Netanyahu
Stati Uniti e Israele volevano, speravano, che la guerra scatenata contro l’Iran avrebbe dato la spinta necessaria agli oppositori degli Ayatollah per rovesciare il regime e determinarne la fine. Oppositori che, peraltro, sono stati massacrati a gennaio, durante le proteste antigovernative represse con la più grande violenza nella storia della Repubblica islamica. Ma giunti al 24esimo giorno di conflitto, il piano sembra non essere riuscito. Lo scrive il New York Times, che ha parlato a condizione di anonimato con oltre una decina di funzionari americani, israeliani e di altre nazionalità. Intanto, sul fronte interno, il regime continua a mostrare il pugno duro nei confronti di chi auspicava un cambio e sta procedendo con le prime esecuzioni: la scorsa settimana sono stati impiccati tre uomini condannati per l’omicidio di due agenti di polizia durante i disordini, suscitando preoccupazione tra le organizzazioni per i diritti umani come Hengaw, che temono che Teheran stia intensificando le esecuzioni contro detenuti politici e manifestanti a fronte delle crescenti pressioni militari e internazionali. “I casi relativi agli elementi terroristici e ai rivoltosi di gennaio sono stati trattati. Alcuni hanno portato all’emissione di sentenze definitive, che ora vengono eseguite. In alcuni casi l’esecuzione è già avvenuta nei giorni scorsi e i risultati saranno comunicati. Non verrà concessa alcuna clemenza ai condannati in questi casi”, ha dichiarato il primo vice capo della magistratura Hamzeh Khalili, secondo quanto riportato dall’agenzia di stampa giudiziaria Mizan. Il capo del Mossad, David Barnea, voleva fomentare l’opposizione iraniana nei primi giorni della guerra, scatenare una rivolta e arrivare al rovesciamento del regime di Teheran. Piano che Barnea ha illustrato al primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu prima del 28 febbraio e ad alti funzionari dell’Amministrazione Trump durante la sua visita a Washington a metà gennaio. Alti funzionari americani e alcuni funzionari di altre agenzie di intelligence israeliane erano scettici sulla riuscita, ma Netanyahu lo ha adottato e anche il presidente americano Trump era ottimista. A loro avviso l’uccisione dei leader iraniani all’inizio del conflitto poteva portare a una rivolta di massa in grado di porre fine rapidamente alla guerra e a regime. Ma a tre settimane dall’inizio della guerra non c’è una rivolta iraniana. Secondo le intelligence americana e israeliana che il governo teocratico di Teheran è indebolito, ma intatto, mentre la paura delle forze militari e di polizia iraniane ha smorzato le prospettive di una ribellione e di incursioni transfrontaliere da parte di milizie etniche al di fuori dell’Iran. Il New York Times parla di “falla fondamentale” nella preparazione della guerra. Invece di implodere, il governo iraniano si è trincerato e ha intensificato il conflitto. Privatamente Netanyahu si è detto deluso dal fallimento del piano del Mossad di fomentare una rivolta in Iran, anche perché aveva fatto leva su questo per convincere Trump ad attaccare, hanno affermato funzionari americani ed israeliani, sia in servizio che in pensione. Eppure i vertici militari statunitensi avevano detto a Trump che gli iraniani non sarebbero scesi in piazza a protestare mentre Stati Uniti e Israele bombardavano, ritenendo anche bassa l’ipotesi di una guerra civile. Nate Swanson, ex funzionario del Dipartimento di Stato e della Casa Bianca, ha detto di non aver mai visto un “piano serio” per promuovere una rivolta in Iran all’interno del governo statunitense. “Molti manifestanti non scendono in piazza perché temono di essere uccisi”, ha affermato Swanson, ora all’Atlantic Council. “Verranno massacrati. Questo è un dato. Ma il secondo dato è che c’è una buona parte di persone che desidera semplicemente una vita migliore, e al momento si sente messa da parte. Non apprezzano il regime, ma non vogliono morire opponendosi ad esso. Quel 60% resterà a casa”, ha aggiunto spiegando che “ci sono ancora ferventi oppositori del regime, ma non sono armati e non stanno portando la maggior parte della popolazione in piazza”. Il predecessore di Barnea alla guida del Mossad, Yossi Cohen, decise era una perdita di tempo tentare di fomentare una ribellione all’interno dell’Iran. La strategia del Mossad allora era indebolire il governo per costringerlo ad arrendersi alle richieste israeliane e americane, con sanzioni economiche, uccisioni di scienziati nucleari e leader militari iraniani, e sabotaggio di impianti nucleari. L'articolo Fomentare gli oppositori in Iran e fare crollare il regime: il piano fallito di Trump e Netanyahu proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Netanyahu: “Gesù non è meglio di Gengis Khan”. Proteste della comunità cristiana. Lui: “Non volevo offendere nessuno”
“Purtroppo Gesù Cristo non ha alcun vantaggio su Gengis Khan. Perché se sei abbastanza forte, abbastanza spietato, abbastanza potente, il male trionferà sul bene”: firmato, Benjamin Netanyahu. Il premier israeliano ha pronunciato queste parole ieri durante una conferenza stampa sulla guerra in Iran, rivendicando la citazione dello storico Will Durant. Parole diventate virali su internet, considerate offensive per i cristiani da molti internauti. Su X la clip ha superato 20 milioni di visualizzazioni. Su YouTube i video con il paragone tra Gesù e Gengis Khan hanno già incassato migliaia di click. Anche per questo oggi con un post su X Netanyahu ha precisato di “non aver denigrato Gesù Cristo” e che “non voleva offendere nessuno”. Ecco il passaggio incriminato: “C’è chi vuole essere ingenuo e non vedere il mondo in cui viviamo. In questo mondo non basta essere morali. Non basta essere giusti. Non basta avere ragione. Uno dei più grandi scrittori del XX secolo, lo storico Will Durant, scrisse che la storia dimostra che, purtroppo, Gesù Cristo non ha alcun vantaggio su Gengis Khan. Perché se sei abbastanza forte, abbastanza spietato, abbastanza potente, il male può sopraffare il bene. L’aggressione può prevalere sulla moderazione. Non abbiamo scelta. Se guardate il mondo di oggi, bisogna essere ciechi per non vedere che le democrazie guidate dagli Stati Uniti devono riaffermare la loro volontà di difendersi e contrastare i loro nemici in tempo”. L'articolo Netanyahu: “Gesù non è meglio di Gengis Khan”. Proteste della comunità cristiana. Lui: “Non volevo offendere nessuno” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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I pasdaran ipotizzano la morte di Netanyahu: “Non sappiamo se è ancora vivo”. Lui risponde con un video
Nella guerra tra Iran e Israele che ha portato, almeno in quest’ultima fase, all’uccisione dell’ex Guida Suprema Ali Khamenei, anche Teheran vuole esporre il proprio trofeo di caccia. Così, in un comunicato, i Guardiani della Rivoluzione hanno ufficializzato la volontà di uccidere il primo ministro israeliano, Benjamin Netanyhu, a costo di “dargli la caccia con tutte le nostre forze”. Un avvertimento che, oltre ad alimentare la propaganda dei pasdaran, ha avuto anche un altro effetto: sollevare dubbi sulle sorti del primo ministro, con i social che hanno iniziato a ipotizzare che la sua morte sia stata nascosta dai vertici dello ‘Stato ebraico’. Ad alimentare il flusso di notizie senza fondamento è stato proprio il comunicato dei Guardiani della Rivoluzione: “L’incertezza sul destino del criminale primo ministro sionista e la possibilità della sua morte o della sua fuga con la famiglia dai territori occupati – si legge nel comunicato – rivelano la crisi e l’instabilità dei sionisti. Se questo criminale assassino di bambini è ancora vivo, continueremo a dargli la caccia e a ucciderlo con tutte le nostre forze”. L’ipotesi della morte o della fuga di Netanyahu ha dato inizio a una ricerca spasmodica di informazioni che negli ultimi giorni hanno dato vita a letture, analisi, teorie del complotto che stanno circolando in maniera incontrollata. Ad essere visionato con attenzione è stato quello che fino a quel momento era l’ultimo videomessaggio pubblicato sul profilo X ufficiale del premier, il 13 marzo scorso, e molti utenti sostengono si tratti di un deepfake, ossia di un video generato con l’intelligenza artificiale. I pasdaran, nel loro comunicato, hanno poi proseguito con le minacce rivolte a Tel Aviv: “Gli obiettivi dei criminali terroristi sionisti americani nel primo round di vendetta per i martiri iraniani sono stati distrutti con forza nei territori occupati e in tre basi americane nella regione da un’operazione congiunta delle forze delle Guardie Rivoluzionarie – continuano – Il suono continuo delle sirene delle ambulanze e l’ammissione da parte delle istituzioni sioniste del crescente numero di morti e feriti a seguito di questa efficace operazione iraniana hanno rivelato la profondità dell’impatto dei missili pesanti delle Guardie Rivoluzionarie sui settori industriali di Tel Aviv. Anche i settori industriali e il centro di raduno delle forze americane presso le basi aeree di Harir a Erbil e le basi di Ali Salem e Arifjan sono stati distrutti da potenti missili e droni iraniani”. > אומרים שאני מה? צפו >> pic.twitter.com/ijHPkM3ZHZ > > — Benjamin Netanyahu – בנימין נתניהו (@netanyahu) March 15, 2026 Ma mentre entrambe le parti rivendicano successi militari, il web ormai era tutto concentrato sull’ipotesi dell’uccisione di Netanyahu emersa dalle parole dei pasdaran. Tanto che è stato proprio il primo ministro a decidere di eliminare ogni dubbio pubblicando un suo video in una caffetteria con tanto di risposta alla milizia iraniana: “Che cosa dicono che sarei?“. L'articolo I pasdaran ipotizzano la morte di Netanyahu: “Non sappiamo se è ancora vivo”. Lui risponde con un video proviene da Il Fatto Quotidiano.
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“Trump sotto ricatto di Netanyahu o la guerra è un diversivo dagli Epstein files?”: la domanda di Travaglio ad Accordi&Disaccordi (Nove)
“Che cosa ha portato Trump improvvisamente nelle grinfie di Netanyahu?”, questa la domanda del direttore de il Fatto Quotidiano, Marco Travaglio, ospite ad Accordi&Disaccordi, il programma condotto da Luca Sommi in onda tutti i sabati sul Nove. Marco Travaglio ha continuato: “Io devo ancora capire se è ricattato da Netanyahu e quindi questa guerra non la può far finire se non quando decide Netanyahu, oppure se aveva soltanto bisogno di un diversivo per non far più parlare degli Epstein files”. L'articolo “Trump sotto ricatto di Netanyahu o la guerra è un diversivo dagli Epstein files?”: la domanda di Travaglio ad Accordi&Disaccordi (Nove) proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Kharg, l’isola iraniana che può decidere le sorti del conflitto in due settimane. Ecco perché
Il presidente del parlamento iraniano, Mohammad Bagher Qalibaf, ha minacciato con un post su X le superpotenze coinvolte nel conflitto in Medio Oriente, spiegando che l’invasione delle isole iraniane da parte delle forze coinvolte “farà scorrere il sangue degli invasori nel Golfo Persico”. Il riferimento è, nello specifico, alle tre isole sottratte dall’Iran agli Emirati Arabi Uniti prima della loro formazione nel 1971. Tra queste figura l’isola di Kharg, cuore pulsante dell’industria petrolifera iraniana da cui passa oltre il 90% delle esportazioni di greggio di Teheran. Qalibaf aveva scritto: “Qualsiasi aggressione contro il suolo delle isole iraniane infrangerà ogni freno. Abbandoneremo ogni freno e faremo scorrere nel Golfo Persico il sangue degli invasori. Il sangue dei soldati americani è responsabilità personale di Trump”. La particolare attenzione del regime per l’isola nel Golfo Persico è presto spiegata: l’isola di Kharg, tanto piccola da estendersi per soli otto chilometri, si trova a 25 chilometri dalle coste iraniane e a 483 chilometri dallo Stretto di Hormuz. L’isola ospita la principale piattaforma di esportazione del greggio iraniano. Qui, attraverso oleodotti sottomarini e terminali di carico, giunge la gran parte del petrolio proveniente dai giacimenti centrali e occidentali. Il greggio che approda sull’isola di Kharg è in gran parte destinato ai mercati asiatici, con la Cina in prima fila tra gli acquirenti. Dall’isola iraniana transitano tra 1,3 e 1,6 milioni di barili al giorno, con una capacità di stoccaggio di decine di milioni di barili. Potrebbe essere questa la ragione dietro la decisione di Trump e compagni di non attaccare il possedimento di Teheran: secondo Neil Quilliam, analista del think tank Chatham House, sentito dal Guardian, un attacco all’isola può provocare un’impennata dei prezzi, tale da portare i prezzi del petrolio fino a a 150 dollari al barile, dai 120 dollari toccati nei momenti più critici della crisi. Distruggere o fermare le esportazioni dell’impianto significa bloccare l’intero flusso dell’export iraniano, mentre parte della produzione regionale è già bloccata dalle tensioni nello Stretto di Hormuz. Anche l’ipotesi di una occupazione militare risulta complessa e quindi improbabile allo stato attuale: l’Iran, in caso di un’occupazione, continuerebbe a produrre petrolio senza poterlo esportare. Gli Stati Uniti, invece, controllerebbero l’impianto senza poterlo far funzionare, rischiando un ennesimo innalzamento dei prezzi dei combustibili, senza contare l’ingente impiego di forze per raggiungere l’obiettivo dell’occupazione militare. L’isola ha anche un forte valore simbolico. Kharg era abitata fin dall’antichità e contesa nei secoli da potenze regionali ed europee. Divenne presto un grande hub petrolifero e subì gravi bombardamenti negli anni Ottanta nel corso del conflitto tra Iran e Iraq. Oggi l’isola è fortemente militarizzata e le sue acque profonde, caratteristica rara nelle acque dell’area, permette l’attracco delle grandi petroliere che trasportano all’estero la principale fonte economica della Repubblica Islamica. Proprio in relazione all’importanza strategica del possedimento della Repubblica Islamica, il New York Times ha immaginato quattro possibili scenari per la guerra in Iran. Il primo scenario, nonché il più ottimista, è il cambio di regime. La seconda possibilità è la nascita di una nuova leadership del Regime Islamico, capace di accettare le pretese di Israele e Stati Uniti. Al momento risulta difficile che la nuova guida suprema accetti le richieste dei nemici e allora il Nyt inserisce la possibilità dell’invasione dell’isola di Kharg come terzo scenario possibile: secondo il quotidiano, l’occupazione dell’isola creerebbe uno stallo, con un conseguente enorme rischio economico globale per le fluttuazioni energetiche, ma obbligherebbe il regime di Teheran a scendere a patti, essendo in grado, secondo le stime del giornale, di resistere solo due settimane senza accesso all’impianto dell’isola. Tuttavia questa terza possibilità manterrebbe una pace precaria, con il rischio di un nuovo conflitto in risposta a qualsiasi tentativo di Teheran di reagire. Il quarto scenario è il più preoccupante: il Times prevede tra le possibilità un collasso dello stato iraniano, simile a quello accaduto in Siria durante gli anni di guerra civile. L’editorialista del Nyt Bret Stephens ha dichiarato: “La mia idea è che Trump dovrebbe impadronirsi dell’isola di Kharg, minare o bloccare i porti iraniani e distruggere quanta capacità militare iraniana possibile nelle prossime due settimane. Oltre a minacciare il regime di ulteriori bombardamenti se massacra i propri cittadini. – e conclude – Questa è la via più realistica per la vittoria al minor prezzo in termini di vite umane e risorse e offre al popolo iraniano la migliore possibilità di conquistare la libertà”. L'articolo Kharg, l’isola iraniana che può decidere le sorti del conflitto in due settimane. Ecco perché proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Israele uccide 41 persone in Libano per trovare un suo pilota disperso nel 1986. Ma la tomba è quella sbagliata
Quarantuno morti per cercare i resti di un pilota scomparso quarant’anni fa. È il bilancio del blitz condotto da Israele in Libano nella notte tra venerdì e sabato: un’operazione militare fallita che aveva l’obiettivo di recuperare la salma del navigatore israeliano Ron Arad, disperso dal 1986. La storia l’ha raccontata su Repubblica l’inviato Fabio Tonacci, che descrive un’incursione conclusa con decine di vittime libanesi e nessuna traccia del corpo cercato. Secondo il racconto, il commando israeliano ha colpito il villaggio di Nabi Shith, nella Valle della Bekaa, territorio considerato una roccaforte di Hezbollah. L’obiettivo era una tomba del piccolo cimitero locale, indicata come possibile luogo di sepoltura del pilota. Ma il sepolcro aperto apparteneva a un altro uomo, Subhi Shukr. “Per andare a frugare nella fossa sbagliata ne hanno scavate altre quarantuno”, scrive Tonacci. Il blitz sarebbe stato preparato con un’operazione complessa: quattro elicotteri, forze speciali, uniformi simili a quelle dell’esercito libanese e persino una finta ambulanza. I radar delle forze armate libanesi avrebbero registrato l’ingresso nello spazio aereo alle 22.50. Gli elicotteri sono atterrati a circa cinque chilometri dal cimitero, mentre nel pomeriggio l’aviazione israeliana aveva già bombardato le vie di accesso al quartiere. Il villaggio si troverebbe in un’area dove la presenza di Hezbollah è radicata e dove un forestiero è subito sospetto. Le versioni dei residenti restano frammentarie e contraddittorie, ma su due punti concordano: i militari israeliani si sono camuffati con mezzi simili a quelli dell’esercito e dell’Autorità sanitaria islamica e, una volta scoperti, sono stati affrontati da miliziani e abitanti armati. Ne è nata una battaglia violenta. Tra le macerie restano bossoli, vetri infranti, carcasse di auto e resti umani bruciati. Un missile è esploso a circa duecento metri dal cimitero, sollevando un enorme cratere e scaraventando un’automobile contro un edificio. Lo stesso Stato israeliano ha poi ammesso il fallimento della missione. Arad precipitò vicino a Sidone dopo un bombardamento contro strutture dell’Olp. Il copilota Yishai Aviram fu recuperato dall’esercito, mentre Arad venne catturato dalle milizie sciite di Amal e consegnato ai pasdaran presenti in Libano. Non se ne è più saputo nulla. La moglie Tami Arad ha criticato operazioni come quella appena fallita: preferisce, ha scritto, convivere con l’incertezza piuttosto che “sapere che un soldato dell’Idf è stato ferito o ucciso per recuperare quelle ossa”. A Nabi Shith rimane il dubbio sull’origine dell’informazione che ha condotto alla tomba sbagliata. Alcuni abitanti sospettano un collegamento con la scomparsa, a dicembre, di Ahmed Shukr, ex dell’intelligence libanese che la stampa araba ritiene possa essere stato rapito dal Mossad. Una pista che però, finora, non ha portato risultati. L'articolo Israele uccide 41 persone in Libano per trovare un suo pilota disperso nel 1986. Ma la tomba è quella sbagliata proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Così l’impunità di Netanyahu da parte dell’Occidente gli ha permesso di continuare ad agire. E l’Europa tace
di Rosamaria Fumarola Mi chiedevo da tempo che conseguenze avrebbe avuto l’oscena impunità del primo ministro israeliano dopo la pace farsa orchestrata con Donald Trump, quando ho pensato (mi sia consentita l’amara ironia) che tutte le volte in cui il saggio indica Netanyahu lo stolto sanziona Putin. Ho cominciato a pormi domande sul futuro di Bibi dopo aver ascoltato l’intervento del tycoon alla Knesset, proprio in occasione dell’annuncio del definitivo cessate il fuoco a Gaza, intervento grondante di macabra ironia sull’uso delle armi adoperate per il genocidio dei palestinesi, in cui ha persino trovato spazio la grottesca intermediazione pubblica di Trump affinché Netanyahu fosse sollevato dalle sue pendenze giudiziarie, ricevendo quella che riteneva essere la “meritata” grazia. In tutta la mia vita, nella quale ho avuto la fortuna di non conoscere la guerra, tanta impunità l’ho vista garantita solo nei film ai criminali, mentre puntano una pistola alla tempia del proprio nemico. Sappiamo tutti che a Gaza lo sterminio continua, così come la violenza dei coloni in Cisgiordania, eppure le malefatte di Netanyahu non hanno trovato e non trovano da parte dell’Occidente condanna, se non nelle timide parole di circostanza pronunciate fuori tempo massimo da qualche capo di stato come Giorgia Meloni, che di recente non ha avuto alcuna ritrosia a lavorare ad uno spot in sostegno di Viktor Orbàn, in vista delle elezioni ungheresi di aprile, mostrando la sua faccia accanto appunto a quella del primo ministro israeliano. Eppure su Netanyahu pende una condanna internazionale. La conseguenza di tutto questo laissez faire la vediamo palesarsi nell’attacco sferrato all’Iran assieme, neanche a dirlo, a Donald Trump. Non aver assicurato alla giustizia un individuo che è accusato di genocidio gli ha consentito di continuare non solo a godere di una libertà alla quale non può più avere diritto, ma di rilanciare, nel tentativo di realizzare le ambizioni egemoni di un governo sionista e di neutralizzare ogni accusa a suo carico dentro e fuori Israele, come peraltro l’alleato Trump a casa propria. L’abdicare al diritto di manifestare il proprio dissenso, come l’intero occidente fa, a parte i rappresentanti di Spagna ed Inghilterra, annulla poi ogni mediazione che nei secoli faticosamente le leggi erano riuscite a garantire e ci espone tutti al rischio estremo di vedere bruciato il futuro nostro e quello delle generazioni a venire. Lo scontro tra Usa-Israele ed Iran non è dunque uno scontro tra democrazia e tirannide, ma una guerra tra despoti che agiscono tutti fuori da ogni limite giuridico e che non esitano a reprimere ferocemente anche il dissenso interno (le recenti uccisioni da parte dell’Ice a Minneapolis di cittadini americani lo testimoniano). Va peraltro sottolineato che il rapporto tra Netanyahu e Trump non è da considerarsi come improntato al sacro vincolo dell’amicizia, quanto più realisticamente al ricatto che non è difficile leggere nelle pagine, anche nelle 50 fatte sparire, degli Epstein files. La rete intessuta da Epstein, persino ad una lettura superficiale, a cosa porta se non ad una supremazia israeliana, ottenuta anche grazie ad un abile uso dello strumento ricattatorio e alla corruzione che hanno tra l’altro dato forza alle destre occidentali e spaccato l’Europa? Fa rabbrividire poi il discorso di Netanyahu agli iraniani, durante il quale si guarda bene dal menzionare l’inferno che li attende con la destabilizzazione dell’intera area e con la riproposizione del colonialismo tanto caro a quella che è ancora considerata la sola democrazia mediorientale. Nel frattempo a Gaza i varchi per l’approvvigionamento sono stati chiusi e non se ne comprende la ragione, se non quella ben sintetizzata nella massima napoletana “o’ cane mozzeca o’ stracciato”. Nessuna sanzione dall’Europa per fermare la folle corsa di un criminale a cancellare ogni principio di civiltà, nessuna voce si è udita contro l’oscenità del male che si dichiara tale. IL BLOG SOSTENITORE OSPITA I POST SCRITTI DAI LETTORI CHE HANNO DECISO DI CONTRIBUIRE ALLA CRESCITA DE ILFATTOQUOTIDIANO.IT, SOTTOSCRIVENDO L’OFFERTA SOSTENITORE E DIVENTANDO COSÌ PARTE ATTIVA DELLA NOSTRA COMMUNITY. TRA I POST INVIATI, PETER GOMEZ E LA REDAZIONE SELEZIONERANNO E PUBBLICHERANNO QUELLI PIÙ INTERESSANTI. QUESTO BLOG NASCE DA UN’IDEA DEI LETTORI, CONTINUATE A RENDERLO IL VOSTRO SPAZIO. DIVENTARE SOSTENITORE SIGNIFICA ANCHE METTERCI LA FACCIA, LA FIRMA O L’IMPEGNO: ADERISCI ALLE NOSTRE CAMPAGNE, PENSATE PERCHÉ TU ABBIA UN RUOLO ATTIVO! SE VUOI PARTECIPARE, AL PREZZO DI “UN CAPPUCCINO ALLA SETTIMANA” POTRAI ANCHE SEGUIRE IN DIRETTA STREAMING LA RIUNIONE DI REDAZIONE DEL GIOVEDÌ – MANDANDOCI IN TEMPO REALE SUGGERIMENTI, NOTIZIE E IDEE – E ACCEDERE AL FORUM RISERVATO DOVE DISCUTERE E INTERAGIRE CON LA REDAZIONE. L'articolo Così l’impunità di Netanyahu da parte dell’Occidente gli ha permesso di continuare ad agire. E l’Europa tace proviene da Il Fatto Quotidiano.
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L’attacco all’Iran è un altro pezzo della nuova guerra mondiale: dopo Maduro e Khamenei, a chi toccherà?
di Leonardo Botta “Ogni medaglia ha il suo rovescio”, disse quel tizio a cui toccò pagare i funerali della suocera. Mi viene in mente questo cinico aforisma, mentre penso alla vicenda Usa-Israele-Iran. Già, perché mentre mi assale un profondo, anche se sadico senso di soddisfazione per la morte di quell’infame di Khamenei (lo so, il mio non è un sentimento molto cristiano), mi prende l’ansia per le conseguenze dell’attacco che il duo Trump&Netanyahu ha sferrato contro un regime infame sì, sanguinario certo, ma che non ho ben capito quale concreto e imminente pericolo costituisse, in questo momento, per gli equilibri geopolitici del Medio Oriente, dell’America e dell’intero pianeta (isole comprese). Insomma, se è vero che il battito d’ali di una farfalla può provocare un uragano dall’altra parte del mondo, figuriamoci quale Armageddon potrebbe scatenare questa offensiva di caccia, droni, missili e bombardieri in un’area che a incendiarla basterebbe anche un solo minicicciolo. Che poi, guarda la combinazione, il buon Donald la democrazia la va a esportare sempre nei paesi che, per una fortuita coincidenza, sono imbottiti di gas e petrolio come lo sono di cioccolatini le calze che le nonne regalano ai nipotini per la Befana. Intanto, come la giriamo o la voltiamo, anche oggi abbiamo staccato un altro “pezzo” di quella guerra mondiale che denunciava papa Francesco. Dopo Maduro e l’Ayatollah, chi sarà il prossimo? Aspettiamo che Trump (quello che “Non inizierò nuove guerre, le fermerò”) estragga un altro bussolotto dalla sua svalvolata tombola (“the winner is…”). E lasciate ogni speranza voi che pensate ci sia qualcuno, non dico sul nostro globo terracqueo, ma nell’intera galassia capace di far ragionare il leader a stelle e strisce; per dire, la nostra presidente Meloni, “pontiera” designata sin dall’insediamento alla Casa Bianca del tycoon, era completamente all’oscuro dei suoi piani guerrafondai, tant’è che il nostro ministro della Difesa Crosetto è rimasto bloccato a Dubai dove si trovava con la famiglia, mentre sulla sua testa volava di tutto: ci sarebbe da ridere, se la situazione non fosse tragica. Ps. In tutto questo, e mentre aspettiamo la temuta conta delle “fisiologiche” vittime civili in Iran, la domanda dalle mille pistole è: c’è qualcuno a cui veramente interessi la sorte di quel popolo, di tanti bambini, giovani e anziani, donne e uomini eredi del glorioso regno di Persia e tenuti da più di trent’anni sotto scacco da un bastardo (riposi in pace) e i suoi tirapiedi? IL BLOG SOSTENITORE OSPITA I POST SCRITTI DAI LETTORI CHE HANNO DECISO DI CONTRIBUIRE ALLA CRESCITA DE ILFATTOQUOTIDIANO.IT, SOTTOSCRIVENDO L’OFFERTA SOSTENITORE E DIVENTANDO COSÌ PARTE ATTIVA DELLA NOSTRA COMMUNITY. TRA I POST INVIATI, PETER GOMEZ E LA REDAZIONE SELEZIONERANNO E PUBBLICHERANNO QUELLI PIÙ INTERESSANTI. QUESTO BLOG NASCE DA UN’IDEA DEI LETTORI, CONTINUATE A RENDERLO IL VOSTRO SPAZIO. DIVENTARE SOSTENITORE SIGNIFICA ANCHE METTERCI LA FACCIA, LA FIRMA O L’IMPEGNO: ADERISCI ALLE NOSTRE CAMPAGNE, PENSATE PERCHÉ TU ABBIA UN RUOLO ATTIVO! SE VUOI PARTECIPARE, AL PREZZO DI “UN CAPPUCCINO ALLA SETTIMANA” POTRAI ANCHE SEGUIRE IN DIRETTA STREAMING LA RIUNIONE DI REDAZIONE DEL GIOVEDÌ – MANDANDOCI IN TEMPO REALE SUGGERIMENTI, NOTIZIE E IDEE – E ACCEDERE AL FORUM RISERVATO DOVE DISCUTERE E INTERAGIRE CON LA REDAZIONE. L'articolo L’attacco all’Iran è un altro pezzo della nuova guerra mondiale: dopo Maduro e Khamenei, a chi toccherà? proviene da Il Fatto Quotidiano.
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La soffiata di Netanyahu a Trump che ha innescato l’attacco all’Iran: “Sappiamo dove Khamenei incontrerà i suoi”
Una soffiata di Netanyahu a Trump, all’origine dell’attacco militare del 28 febbraio. Il premier israeliano avrebbe rivelato al presidente americano una riunione segreta, della Guida Suprema Alì Khamenei con tutti i suoi principali consiglieri: un’occasione unica per decapitare la leadership iraniana a suon di bombe. Bibi avrebbe informato la Casa bianca lunedì 23 febbraio, in una telefonata al Tycoon nella situation room. L’episodio all’origine del conflitto è stato rivelato dalla testata americana Axios. Secondo il sito, negli ultimi due mesi i due leader hanno comunicato spesso: 2 incontri e 15 telefonate nei 60 giorni precedenti il raid contro Teheran. Già prima del discorso sullo stato dell’Unione, Trump avrebbe preso in seria considerazione l’ipotesi dell’attacco. Per non spaventare l’ayatollah spingendolo a nascondersi, il presidente avrebbe volutamente scelto di lasciare sullo sfondo la questione iraniana. Giovedì 26 febbraio, due giorni prima del bombardamento, la conferma decisiva della Cia: l’incontro con Khamenei sarebbe avvenuto effettivamente 28 febbraio, un’occasione unica secondo l’agenzia. Quarantotto ore prima, mentre i servizi davano via libera, gli inviati di Trump Jared Kushner e Steve Witkoff certificavano lo stallo nei negoziati con Teheran. A quel punto, con la via diplomatica senza risultati, venerdì 27 febbraio Trump avrebbe dato l’ordine definitivo, alle ore 15:38, secondo Axios. Undici ore dopo ecco le bombe su Teheran e la morte di Khamenei. Le versione di Axios corregge le dichiarazioni del segretario di Stato Marco Rubio, secondo il quale gli Usa avrebbero seguito la decisione di Israele. “Sapevamo che ci sarebbe stata un’azione israeliana, sapevamo che ciò avrebbe scatenato un attacco contro le forze americane e sapevamo che se non li avessimo attaccati preventivamente prima che lanciassero quegli attacchi, avremmo subito perdite più elevate”, ha dichiarato Rubio il 3 marzo innescando le proteste dell’ala isolazionista del movimento Maga. L'articolo La soffiata di Netanyahu a Trump che ha innescato l’attacco all’Iran: “Sappiamo dove Khamenei incontrerà i suoi” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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