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Referendum, Salvatore Borsellino: “I mafiosi voteranno sì, Gratteri dice la pura verità. Riforma Nordio? Un golpe, un attentato alla Costituzione”
“Ha fatto benissimo Gratteri a dire che mafiosi e massoni deviati voteranno Sì al referendum sulla giustizia perché è la pura verità. Sicuramente i mafiosi sono ben contenti di qualcosa che diminuisca il potere della magistratura”. Sono le parole pronunciate a Battitori liberi, su Radio Cusano Campus, da Salvatore Borsellino, fondatore del Movimento Agende Rosse e fratello del magistrato Paolo Borsellino, ucciso dalla mafia nella strage di via D’Amelio il 19 luglio 1992. Salvatore Borsellino apre il suo intervento, disapprovando coloro che tirano fuori il nome del fratello e di Giovanni Falcone per propagandare il Sì alla riforma Nordio: “Sulla separazione delle carriere il timore di mio fratello Paolo è che venisse alterata l’indipendenza dalla magistratura, a cui Paolo teneva moltissimo. Pensava infatti che una separazione delle carriere avrebbe potuto portare i pm sotto l’influenza del potere politico e questo per Paolo era un pericolo che voleva assolutamente scongiurare già a quei tempi, quando ancora di separazione delle carriere non si parlava”. E aggiunge: “Citano le parole di Giovanni Falcone dicendo che favorevole alla separazione delle carriere, ma è una falsità. Giovanni Falcone si riferiva a un contesto completamente diverso da quello di oggi, quando, peraltro, era in atto la riforma del codice penale. Lui parlava non di separazione delle carriere, ma di separazione delle funzioni: lui stesso era passato più volte dalla magistratura inquirente alla magistratura giudicante”. Borsellino definisce la riforma Nordio “un golpe” e “un attentato alla Costituzione”. E rincara: “Si continua a chiamare in causa in causa due magistrati che hanno ucciso perché non potessero più parlare e addirittura si arriva a definire oggi quei magistrati come un plotone di esecuzione, come ha fatto la capo gabinetto del ministro della Giustizia: è veramente un’oscenità, una cosa da fare rivoltare le viscere. Sono i magistrati a essere finiti sotto il plotone di esecuzione: ben 27 magistrati sono stati uccisi dalla mafia nel nostro paese nell’esercizio delle loro funzioni, questa è la verità”. Salvatore Borsellino spiega poi le ragioni per cui si è schierato per il No: “Questo è un referendum non su una riforma, ma su un vero e proprio golpe istituzionale, perché si è arrivati a questa proposta di modifica della Costituzione in modo assolutamente innaturale e completamente diverso da quello che avevano stabilito i padri costituenti. Si è arrivati, cioè, con quattro passaggi in un Parlamento che è assolutamente privato delle sue funzioni, visto che ormai si va avanti soltanto a forza di decreti legge e di voti di fiducia. E in questo Parlamento che ha perso il suo potere – continua – la modifica costituzionale è stata fatta passare con quattro letture, però senza permettere un emendamento né da parte dell’opposizione né da parte dello stesso sistema di potere, non lo chiamo neanche governo, che l’aveva presentato. Tutto questo non è ammissibile“. E conclude: “Si fa passare questo referendum come se fosse un voto sulla separazione delle carriere, ma le carriere sono già ampiamente separate dalla riforma Cartabia che ha fatto sì che un magistrato per passare da una funzione all’altra lo può fare solo una volta nell’ambito della sua professione e deve pure cambiare regione, tanto è vero che i magistrati che cambiano sono pochissimi, meno dell’1%. Questa cosiddetta Alta corte disciplinare, poi, è un vero e proprio tribunale speciale che è espressamente proibito dalla Costituzione“. L'articolo Referendum, Salvatore Borsellino: “I mafiosi voteranno sì, Gratteri dice la pura verità. Riforma Nordio? Un golpe, un attentato alla Costituzione” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Schlein: “L’appello all’unità di Meloni è arrivato con 12 giorni di ritardo ed è durato solo 2 ore”
“L’appello all’unità di Giorgia Meloni è durato giusto un paio d’ore ed è arrivato con dodici giorni di ritardo“. Sono le parole pronunciare dalla segretaria del Pd Elly Schlein, intervenuta questa mattina a Non Stop News su Rtl 102.5, dove ha accusato la presidente del Consiglio di aver vanificato in poche ore l’appello all’unità nazionale lanciato in Aula alla Camera sulle ricadute della crisi in Medio Oriente. “Ho dovuto iniziare il mio intervento chiedendole di posare la clava – ha proseguito Schlein – perché è tornata in lei e ha passato più tempo ad attaccare le opposizioni che a parlare della crisi e delle gravi conseguenze economiche. Pensi al costo dei carburanti, che anche nel nostro Paese è arrivato sopra i due euro”. La leader dem ha ribadito la sua disponibilità al dialogo: “È chiaro che io sono in costante contatto con il governo: anche in queste ore lo sono stata con il ministro Crosetto, ieri con Tajani e la scorsa settimana anche con altri ministri. Noi ci siamo in qualsiasi momento, il nostro numero ce l’hanno. Noi saremmo disponibili, lo ha ribadito anche il nostro capogruppo al Senato Boccia“. Ha però ribadito: “Questo appello è arrivato un po’ in ritardo e mi pare che, dopo giusto un paio d’ore, abbia cambiato orientamento, perché altrimenti non sarebbe arrivata alla Camera attaccando così duramente le opposizioni”. Al centro dell’intervento della segretaria del Pd, c’è il caro carburanti: “Noi abbiamo dimostrato di essere sempre pronti a fare la nostra parte. Sabato scorso, proprio su questo tema che gli italiani stanno affrontando mentre sono in fila per fare benzina, con il petrolio che ha sfiorato i 100 dollari al barile e le borse europee che hanno bruciato 900 miliardi in pochi giorni, io ho proposto di attivare il meccanismo delle accise mobili, che è già previsto ma non è mai stato attuato“. E ha spiegato la sua ricetta: “Quando i prezzi della benzina aumentano in modo vertiginoso, non solo crescono gli extraprofitti dei petrolieri, ma aumenta anche il gettito Iva che entra nelle casse dello Stato. Questo meccanismo consente di restituire subito ai cittadini e alle imprese quell’extra gettito Iva, abbassando le accise per tutti. È una cosa molto concreta che il governo può fare immediatamente“. Schlein ha concluso: “Avevo apprezzato l’apertura di Giorgia Meloni a questa proposta e speravo che venisse attivata già nel Consiglio dei ministri di due giorni fa. Purtroppo, non è ancora successo. Ieri le ho chiesto di sbrigarsi, perché le persone si sono già trovate, in alcune parti del territorio a pagare più di due euro al litro per diesel o benzina, addirittura a Milano fino a 2,06 euro. Le conseguenze di questa guerra decisa da Trump e Netanyahu, si sommano a quelle già dannose dei dazi della guerra commerciale che purtroppo l’amministrazione americana ha lanciato verso l’Europa”. L'articolo Schlein: “L’appello all’unità di Meloni è arrivato con 12 giorni di ritardo ed è durato solo 2 ore” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Referendum, Meloni: “Chi è d’accordo con la riforma Nordio vada a votare, noi la nostra parte l’abbiamo fatta. Poi non ci si lamenti”
“Se non ci riusciamo stavolta a riformare la giustizia, non avremo un’altra occasione. I cittadini d’accordo con la riforma Nordio, che so essere la maggioranza, devono spendere 5 minuti del loro tempo il 22 e il 23 marzo per andare a mettere una croce. Se non si è disposti a fare questo, poi è difficile lamentarsi di quello che non funziona in Italia“. Sono le parole pronunciate ai microfoni di Non Stop News, su Rtl 102.5, dalla presidente del Consiglio Giorgia Meloni, che rivolge un appello al voto per il referendum costituzionale sulla giustizia, lasciando trasparire una certa tensione a meno di venti giorni dalla data fatidica. L’intervento si muove lungo una linea ormai consolidata nella narrazione dell’esecutivo: la riforma come passaggio necessario per modernizzare il Paese e correggere un sistema che da anni viene descritto come inefficiente. “Siccome la giustizia — afferma la premier — ha un ruolo determinante su moltissime questioni che impattano sulla vita quotidiana dei cittadini, dalla sicurezza alla salute, dalla immigrazione alla libertà personale, dal lavoro all’ordine pubblico, se non funziona adeguatamente, il meccanismo che serve a far camminare questa nazione si inceppa. Quindi riformare la giustizia è fondamentale per rendere questa nazione moderna e il paradosso è che non ci sia mai riusciti”. Nel racconto della premier la riforma dovrebbe migliorare concretamente la vita dei cittadini. In realtà il cambiamento costituzionale voluto dal ministro della Giustizia Carlo Nordio non incide sui tempi dei processi né sulla loro velocità. Un aspetto riconosciuto dallo stesso Nordio e anche dalla senatrice leghista Giulia Bongiorno. Il principale problema della giustizia italiana resta infatti quello delle risorse: carenza di magistrati e personale amministrativo, strutture insufficienti e ritardi nella digitalizzazione degli uffici. Questioni che incidono direttamente sulla vita quotidiana dei cittadini ma che la riforma costituzionale sottoposta a referendum non affronta. Meloni insiste sull’idea di un’occasione che il Paese non dovrebbe lasciarsi sfuggire: “Rifiuto l’idea che in Italia ogni volta che si cerca di toccare qualcosa, che si cerca di cambiare qualcosa, che si cerca di migliorare qualcosa ci sia una levata di scudi come se questa nazione non si potesse mai modernizzare”. Poi torna sull’appuntamento elettorale: “Questa è una riforma che, diciamo, corregge la questione alla base. Se non si riesce a fare questa riforma sarà molto difficile far camminare la giustizia. È importante la mobilitazione dei cittadini, noi la nostra parte l’abbiamo fatta. Noi c’eravamo presi un impegno con i cittadini a fare questa riforma, e oggi serve un referendum”. L'articolo Referendum, Meloni: “Chi è d’accordo con la riforma Nordio vada a votare, noi la nostra parte l’abbiamo fatta. Poi non ci si lamenti” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Elena Basile: “C’è un piano israelo-americano per il regime change in Iran e in Russia, è una guerra che dobbiamo temere”
“Il conflitto tra Usa-Israele e Iran? Certo che dobbiamo preoccuparci. È diventata subito una guerra regionale, e per l’Iran è una guerra esistenziale, esattamente come per la Russia. Qui abbiamo un piano di dominio israelo-americano e neoconservatore che vuole portare al regime change in Russia e in Iran“. Sono le parole pronunciate ai microfoni di Battitori liberi, su Radio Cusano Campus, dall’ex ambasciatrice Elena Basile, che colloca l’attacco di Stati Uniti e Israele contro Teheran dentro una strategia più ampia e strutturata. “Per l’America non direi che è una guerra esistenziale”, precisa, marcando la differenza tra la postura di Washington e quella iraniana. Per Teheran, sostiene, la posta in gioco riguarda la sopravvivenza stessa del sistema politico. Tagliente la critica della diplomatica all’allineamento europeo: “Avete capito perché l’Europa si è subito allineata a Usa e Israele? Dove sono gli interessi europei? Perché l’Europa non riesce a prendere le distanze da un attacco contro il diritto internazionale dell’Iran e che in più colpisce i suoi interessi economici? Questa è la grande domanda che forse ci dovremmo porre”. Sull’uccisione dell’ayatollah Ali Khamenei, Basile prende le distanze dalla narrativa prevalente: “Francamente non sopporto questo dover sempre fare l’occhiolino alla propaganda occidentale”. Pur riconoscendo che il governo teocratico abbia imposto un sistema opprimente, soprattutto verso la parte laica e occidentalizzata della società, invita a non semplificare: “Khamenei e il governo teocratico hanno interpretato precetti religiosi, e tutto un sistema è risultato opprimente, soprattutto per quella società civile che in questi precetti non crede”. Ma aggiunge: “Khamenei aveva anche molta popolarità in un’altra parte d’Iran. Ci sono le piazze piene di persone che hanno creduto nella guida spirituale”. Ricorda il suo ruolo durante la guerra Iran-Iraq: “Uno che è andato in guerra, durante la guerra, e noi occidentali abbiamo scatenato contro l’Iran appena c’è stata la Repubblica Islamica: lui non aveva nessun dovere di andare in guerra e ci è andato”. E insiste sulla distanza culturale: “Rappresenta un mondo diverso, religioso, che noi occidentali con la nostra modernità non possiamo capire”. Di fronte alle manifestazioni di esultanza per la sua morte, l’ex ambasciatrice richiama un principio etico generale: “Io non riesco a dimenticare quelli che dovrebbero essere i nostri valori umanistici. Esultare per un omicidio perpetrato da due Paesi occidentali, a mio avviso, non è una cosa che dovrebbe essere compresa“. E ribadisce: “La morte, gli assassini, sono in ogni caso da biasimare, sia nelle relazioni private che nelle relazioni tra Stati – continua – Non ho gioito neanche quando ho visto il linciaggio di Muammar Gheddafi o di Saddam Hussein. Di fronte alla morte dovremmo fare tutti un passo indietro, io sto richiamando dei principi di umanità”. Poi la domanda provocatoria: “Per caso Trump e Netanyahu non trucidano nessuno? Gli assassini e le morti meritano un passo indietro. Peraltro, hanno ammazzato anche esponenti innocenti della sua famiglia, e chissà quanti altri. Ci sono almeno 300 morti. Per non parlare delle bambine uccise in una scuola. Matteo Renzi ha detto che senza Khamenei il mondo è migliore, una dichiarazione della cui gravità evidentemente non si rende conto. Ricordo che lui è andato in Arabia Saudita su invito del mandante del delitto Khashoggi“. Lo scenario, per Basile, non si esaurisce nel confronto diretto. “Io credo che la balcanizzazione e la sirianizzazione dell’Iran sia sicuramente un obiettivo israeliano. È da decenni che Israele vuole arrivare a questo obiettivo. Ma Israele da sola non riesce a fare niente se non ha l’America dietro“. Richiama le standing ovation ricevute da Netanyahu al Congresso americano come prova dell’influenza della potente lobby israeliana, “che non è una lobby ebraica, ma, come dice Moni Ovadia, una lobby dove ci sono donatori cristiani e una percentuale importantissima di evangelici“, capace di incidere sui media e sulle campagne elettorali e dunque sull’establishment. Il conflitto, conclude, si intreccia con la strategia di contenimento della Cina. “Se pensiamo al fatto che l’Iran è un alleato fondamentale della Cina e che oggi la guerra e il contenimento della Cina l’Occidente lo vuole far passare per l’energia, è chiaro che questo piano viene mutuato dai neoconservatori americani nell’ambito di una strategia complessiva”. Ma l’escalation non è inevitabile: “Io non sono d’accordo con questa strategia, perché, come Jeffrey Sachs ed Emiliano Brancaccio, penso che si possa sfuggire alla trappola di Tucidide, al fatto che siainevitabile una guerra con la Cina”. La via d’uscita, afferma, è un’altra: “Con la diplomazia e con una regolamentazione economica”. L'articolo Elena Basile: “C’è un piano israelo-americano per il regime change in Iran e in Russia, è una guerra che dobbiamo temere” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Cacciari: “Putin vuole invaderci? Delirio di deficienti. Ma se è come Hitler, Ue crei l’esercito comune e dichiari guerra alla Russia”
“Putin vuole invadere l’Europa o arrivare a Varsavia e a Berlino? Puro delirio di qualche deficiente. Ma se i ceti politici europei ritengono che Putin rappresenti una minaccia paragonabile a quella di Hitler, creino un esercito europeo e dichiarino guerra alla Russia“. È la sfida che il filosofo Massimo Cacciari, ospite di Battitori Liberi, su Radio Cusano Campus, lancia ai leader europei che si ostinano a non fermare la guerra in Ucraina con un negoziato. L’ex sindaco di Venezia denuncia a chiare lettere la mancanza di visione politica e diplomatica da parte dell’Occidente. Fin dai primi mesi della campagna militare russa, Cacciari aveva avvertito che lo scontro avrebbe assunto una portata estesa, una previsione basata sulla comprensione delle dinamiche geopolitiche in gioco. “Come si poteva pensare che potesse non assumere un valore globale?”, si domanda il filosofo, ricordando come i piani per installare basi Nato a ridosso di Mosca e le tensioni mai sopite in Donbass e Crimea fossero micce pronte a esplodere. Secondo Cacciari, la comunità internazionale avrebbe dovuto agire d’anticipo, aprendo “un tavolo di pace al massimo livello” per costringere le parti a un accordo prima dell’escalation. Esistono, spiega il filosofo, due modi per porre fine a un conflitto: la pace del vincitore assoluto, come è avvenuto per le due guerre mondiali, e la “pace patto”, che nasce da un compromesso tra interessi definiti. “Questa era una situazione in cui il compromesso era certamente raggiungibile se da una parte e dall’altra si fosse ragionato”, afferma, sottolineando che non vi era una reale volontà russa di occupare l’Europa, né un’intenzione occidentale di attaccare la Russia partendo dall’Ucraina. La soluzione, già delineata negli accordi di Minsk del 2015, consisteva nel sistemare l’Ucraina nell’Alleanza Atlantica in modo non minaccioso per Mosca e risolvere la questione del Donbass. Poi non usa mezzi termini per descrivere l’attuale gestione del conflitto. Accusa l’Europa di “vigliaccheria” politica nel fornire armi senza scendere direttamente in campo, prolungando così un’agonia senza fine. “Mandiamo le armi, ma non andiamo in guerra. Gli ucraini continuano a farsi massacrare e noi ad armarli affinché continuino a essere massacrati“, attacca Cacciari, stigmatizzando la via di mezzo europea del logoramento, che non tiene conto della realtà dei fatti. “Sarà una guerra infinita – avverte il filosofo – L’Ucraina, per conto suo, per quanto noi l’armiamo, non potrà mai sconfiggere la Russia. È pura logica, è matematica“. Lapidario il suo commento su coloro che danno del “putiniano” a chiunque osi contraddire la narrativa dominante, dallo storico Alessandro Barbero al Fatto Quotidiano: “Come reagire? Basta tenere la testa sulle spalle e lasciar perdere queste chiacchiere e questa propaganda. Il grembo di colei che partorisce utili o inutili idioti, propagandisti, demagoghi eccetera, è sempre fecondo. Non c’è niente da fare“. E aggiunge: “Quello che ci deve interessare è che chi ci governa, ma anche certi dirigenti della finanza e della tecnologia, comprendano l’importanza del riprendere il filo della trattativa. Il rischio di un conflitto mondiale è pressoché nullo al momento, perché gli Stati Uniti hanno detto con chiarezza che per loro l’Ucraina non è assolutamente determinante. Per loro contano il Medio Oriente, l’Iran e in prospettiva la Cina. Quindi, o giungiamo a un compromesso oppure avverrà che la guerra in Ucraina continua per chissà quanto tempo con distruzioni, morte e feriti”. Cacciari ribadisce che Putin non arriverà mai a Kiev, né potrà mai occupare l’Ucraina: “La Russia non è più l’Urss. Se avesse quelle ambizioni, verrebbe massacrata. Quindi, non ha nessuna intenzione di scatenare una guerra mondiale“. Quindi, conclude provocatoriamente che, se non si vuole scegliere la via della diplomazia, l’unica alternativa coerente sarebbe la discesa in campo dell’Europa: “Dobbiamo fare la guerra alla Russia. Non c’è alternativa, perché la Russia non si ritira e contro l’Ucraina vince per forza” L'articolo Cacciari: “Putin vuole invaderci? Delirio di deficienti. Ma se è come Hitler, Ue crei l’esercito comune e dichiari guerra alla Russia” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Moni Ovadia difende Francesca Albanese: “Il suo coraggio è straordinario, un’infamia l’attacco contro di lei”
“L’Occidente è marcio, non ha più nessuno statuto etico. Ha starnazzato di democrazia andando a guardare in casa degli altri e non ha mai messo gli occhi nel sacco smisurato delle proprie infamie“. Ai microfoni di Battitori liberi, su Radio Cusano Campus, Moni Ovadia sceglie l’affondo più duro per intervenire sulla bufera che ha investito Francesca Albanese, relatrice speciale Onu per i territori palestinesi occupati. La polemica è nata da un video artatamente troncato e manipolato del suo intervento del 7 febbraio 2026 all’Al Jazeera Forum di Doha. Una frase mai pronunciata è diventata il fulcro delle accuse avanzate da deputati macronisti francesi, poi riprese anche in Italia e Germania. L’associazione Jurdi, a riguardo, ha presentato una denuncia alla Procura di Parigi contro il ministro degli Esteri Jean-Noël Barrot per “diffusione di false notizie”, sostenendo che le sue dichiarazioni abbiano esposto la relatrice a rischi e intaccato l’indipendenza delle Nazioni Unite. Ovadia puntualizza fermamente: “Francesca Albanese è anche una mia carissima amica, è una donna straordinaria, di una competenza e di una onestà intellettuale come io rarissimamente ho incontrato nella mia vita. E affronta tutte queste aggressioni a testa alta, giustamente, perché quelle accuse sono solo squallidi pretesti. Francesca Albanese – continua – fa i suoi rapporti sulla base della conoscenza e del diritto internazionale, però questo non piace a coloro che del diritto internazionale hanno fatto carne di porco. E quindi la attaccano perché temono il confronto, nel quale verrebbe fuori tutta la verità che Francesca Albanese in anni di lavoro, a cui ha dedicato se stessa, ha fatto emergere. Lei ha stanato l’infamia dell’Occidente”. Lo scrittore aggiunge: “L’Occidente ha diffuso guerre dappertutto, ha fatto 20 sanzioni contro la Federazione Russa, ma a Israele, che ha violato tutte le risoluzioni dell’Onu e le convenzioni di Ginevra, neanche un leggero rimprovero. E allora se la prendono con Albanese, perché lei ha rivelato semplicemente la verità e la verità è diventata davvero pericolosa. Ma io cito una frase evangelica: la verità vi rende liberi. Francesca ci dona libertà perché ci dà verità, il suo coraggio è straordinario. È un’infamia questo attacco, si vergogneranno tutti – rincara – Ma questi sono uomini che non sanno più cos’è la vergogna, né l’onore. Per loro vale la frase di Churchill, quella che rivolse a quelli della conferenza di Monaco: “Vi è stata data la scelta tra la guerra e il disonore. Avete scelto il disonore, e avrete la guerra“. Questi sedicenti politici, queste caricature ridicole non hanno veramente neanche il più lontano senso dell’onore e sanno solo combinare catastrofi”. Nel passaggio più ampio della conversazione, lo scrittore evoca anche le parole del patriarca latino di Gerusalemme Pierbattista Pizzaballa, che definisce il cosiddetto “Board of Peace” un’“operazione colonialista”: “Non ci sono i palestinesi, non si può concepire una vergogna più grande di questa. Che il popolo palestinese, nel suo martirio che è sotto gli occhi di tutti, non abbia giustizia e pace e soprattutto l’autodeterminazione alla sua terra è un crimine fra i più grandi di tutta la storia dell’umanità, che si ritorcerà contro i criminali che hanno abbandonato un intero popolo“. Alla domanda sul futuro di Israele, Ovadia non chiude alla possibilità di un cambio di rotta e cita la storica Anna Foa e il suo libro “Il suicidio di Israele”. “Se Israele non vuole finire in una maniera catastrofica, a mio parere, deve arrivare a una rottura di questo suo cammino, che Anna Foa ha chiamato suicida, per accedere all’unica soluzione vera, non ‘appappocchiata’. Ovvero uno Stato unico, democratico, laico per tutti gli abitanti della Palestina ex mandataria. Uno Stato laico – spiega – dove un ebreo possa serenamente andare a pregare al Muro del Pianto, come un musulmano alla Spianata delle Moschee, un cristiano al Sepolcro, insieme a beduini, drusi e a tutti gli altri cittadini. Uno Stato che veramente si incammini in un futuro di pace. Ogni trucco, ogni appappocchiamento non sarà una pace, ma quello che in inglese si chiama ‘appeasement’, cioè una pacificazione apparente che preparerà nuove guerre”. Infine, respinge le accuse di protagonismo rivolte alla relatrice Onu: “Francesca Albanese è una gran donna con una bellissima famiglia ed è appassionata. Quindi, se c’è qualche piccola sbavatura è dovuta alla passione, non al protagonismo. L’ho conosciuta, è un’incantevole donna della nostra Irpinia. Io invito chiunque a incontrarla e ad avere un confronto civile con lei”. L'articolo Moni Ovadia difende Francesca Albanese: “Il suo coraggio è straordinario, un’infamia l’attacco contro di lei” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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“Non ho mai visto un’occupazione politica della Rai come quella di oggi”: l’allarme dello storico radiocronista Riccardo Cucchi
Riccardo Cucchi, voce storica di “Tutto il calcio minuto per minuto” e per quarant’anni radiocronista Rai, non usa mezzi termini: “Ho lavorato in Rai per quarant’anni, non ho mai visto un’occupazione politica come quella che in questo momento l’azienda sta vivendo“. Le sue parole, pronunciate nella trasmissione Urto condotta da Giulio Cavalli, su Radio Cusano Campus, suonano come una diagnosi severa e senza sconti sullo stato odierno del servizio pubblico radiotelevisivo italiano. Cucchi, entrato in Rai nel 1979 per concorso e andato in pensione otto anni fa, rivendica con orgoglio una carriera immune da tessere partitiche: “Sono entrato in Rai per concorso, non appartenevo a nessuna casella politica, mai“. Ha attraversato la lottizzazione degli anni Ottanta e i decenni successivi senza mai piegarsi a logiche di appartenenza, ma oggi descrive un clima opprimente. “Lo so per diretta testimonianza di molti colleghi – sottolinea – è diventato difficile lavorare, difficilissimo, se non impossibile per alcuni“. Cavalli gli chiede come si possa uscire da questa morsa. Cucchi non si illude: il problema non si risolve semplicemente cambiando maggioranza al governo: “Hai perfettamente ragione: potrebbe succedere domani che qualcun altro possa occupare l’azienda esattamente come in questo momento è stata occupata dalle attuali forze di maggioranza. Io ho sempre sognato un’azienda che fosse libera dai partiti, ho sempre sognato che i partiti facessero un passo indietro. Non è mai avvenuto, né nell’epoca della lottizzazione, né naturalmente nei tempi recenti”. Il nodo sta a monte, nella riforma che ha subordinato la Rai al governo anziché al Parlamento: “È stato un passaggio chiave che in qualche modo ha ristretto i margini di autonomia di un’azienda che già ne aveva pochissima”. Il raffronto con la BBC è impietoso. In Inghilterra, osserva Cucchi, “sarebbe davvero difficile entrare a piedi uniti come si sta facendo e si fa ormai da sempre nel servizio pubblico italiano”. I partiti, puntualizza il giornalista, non hanno mai avuto “il coraggio, la forza, la lucidità culturale, l’autonomia per poter fare un passo indietro”. Il risultato è un’informazione fragile, esposta alle tentazioni del potere proprio quando la democrazia si restringe. Il giornalista evoca la storia per rendere l’idea: “Mi è capitato di leggere alcuni titoli del Corriere della Sera di epoca fascista. Ed è sorprendente vedere come quello storico giornale durante l’epoca fascista fosse completamente piegato alla volontà del potere di allora”. E avverte: “Purtroppo questo tipo di situazione è ripercorribile anche oggi, in forma diversa naturalmente, ma anche oggi è ripercorribile nello stesso modo”. Porta esempi concreti. Parla di Cutro, del tentativo di “nascondere le immagini e le notizie”, per impedire riflessione e consapevolezza: “Chi non ama la libertà evidentemente non vuole che ci sia una coscienza critica”. L’informazione, pubblica e privata, appare piegata, incapace di resistere alle pressioni quando il potere si fa più prepotente. Poi il discorso vira sullo sport, che Cucchi difende come “la parte migliore” delle competizioni. Nelle Olimpiadi invernali di Milano-Cortina 2026, in corso in questi giorni, gli atleti restano per lui “la gioia autentica, la volontà di battersi lealmente”, nonostante “tutto il resto è diventato un orpello fastidioso, noioso”, con piste innevate artificialmente a costi elevatissimi che minano l’epica originaria dei Giochi. E qui arriva il passaggio più amaro. Cucchi racconta di aver assistito, “forzandosi”, alla trasmissione Cinque Minuti di Bruno Vespa con ospite Abdon Pamich, il leggendario marciatore (medaglia di bronzo nella marcia di 50 km alle Olimpiadi di Roma nel 1960 e medaglia d’oro alle Olimpiadi di Tokyo nel 1964?, “l’emblema più autentico di quello che significa fatica e vittoria”. Pamich, esule fiumano, è stato invitato proprio nel Giorno del Ricordo. La conclusione di Cucchi è amara: “Vederlo strumentalizzato nel Giorno del Ricordo mi ha dato veramente da pensare su come ancora oggi si tenti di utilizzare lo sport per portare acqua al proprio mulino, ed è una cosa tristissima, veramente molto triste”. L'articolo “Non ho mai visto un’occupazione politica della Rai come quella di oggi”: l’allarme dello storico radiocronista Riccardo Cucchi proviene da Il Fatto Quotidiano.
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L’ira di Giubilei contro Vannacci: “Ci ha copiato nome e simbolo, ci faremo valere in tribunale”
“Vannacci ha lanciato un partito o un movimento, che ha il nome assolutamente uguale al nostro e un logo anch’esso simile al nostro. Ci faremo valere nelle sedi competenti“. Lo annuncia nella trasmissione Calibro 9, su Radio Cusano Campus, Francesco Giubilei, fondatore della rivista e think tank Nazione Futura, uno dei principali poli culturali del conservatorismo italiano vicino a Fratelli d’Italia. Il 27 gennaio scorso Roberto Vannacci, eurodeputato e vicesegretario della Lega, ha depositato il marchio “Futuro Nazionale” per un possibile nuovo soggetto politico, da molti interpretato come preludio a un partito sovranista alla destra della Lega. Il logo depositato è uno sfondo blu scuro, con la scritta bianca “Futuro Nazionale”, una stilizzazione tricolore e il nome “Vannacci” in giallo: tutte caratteristiche ravvisabili sia nel nome, sia nel simbolo dell’associazione creata da Giubilei nel 2017. “La lealtà e la correttezza, in teoria, sono dei valori di destra – esordisce Giubilei – Prima di entrare in politica, il primo grande evento con decine di giornalisti lo fece nel 2023 a Roma e fu organizzato da Nazione Futura. Noi l’abbiamo invitato a Roma e a Torino, io l’ho sempre anche difeso pubblicamente in decine di trasmissioni televisive, siamo sempre stati corretti. Dopo quello che ha fatto, gli ho scritto e mi ha risposto che nome e simbolo non erano uguali al nostro. Ma io non sono l’unico a dirlo. Come me, lo ha detto anche gente di sinistra, gente di destra, giornali, tutti. E quindi noi stiamo cercando di tutelarci”. E aggiunge: “Questo è un danno per noi da un punto di vista di immagine, da un punto di vista politico, perché poi si crea una gran confusione di collegamento, e da un punto di vista legale. È una grandissima scorrettezza. Ma poi con tutti i nomi e con tutti i loghi che si potevano scegliere, c’era davvero il bisogno di fare una cosa oggettivamente uguale a un’associazione di centrodestra, che è sempre stata corretta e leale nei confronti di tutti nell’area, che ti ha difeso, che ti ha invitato ai tuoi eventi?”. Francesco Borgonovo, conduttore della trasmissione e vicedirettore de La Verità, ironizza: “Come si diceva nell’ambiente di destra molti anni fa, camerata, camerata, fregatura assicurata“. Giubilei poi rivela: “Io non farò mai nomi neanche sotto tortura, ma abbiamo ricevuto decine di telefonate da parte di esponenti di primo piano della Lega, che hanno detto: ‘Avete fatto bene a ricorrere alle vie legali, perché Vannacci ha dei modi di agire scorretti, anche dentro il partito”. Non solo io, ma centinaia di nostri iscritti sul territorio subiamo un sopruso così grande”. E conclude: “Se l’idea di Vannacci era questa, non si doveva candidare alle elezioni europee con la Lega. Non è che usi un partito, prendi il voto di preferenza, vieni nominato vicesegretario federale all’interno del tuo partito e poi fai come ti pare. In ogni partito ci sono delle regole, non puoi muoverti come ti pare facendo arrabbiare quasi tutto il partito, come sta effettivamente accadendo dentro la Lega pubblicamente e privatamente”. L'articolo L’ira di Giubilei contro Vannacci: “Ci ha copiato nome e simbolo, ci faremo valere in tribunale” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Treni deragliati in Spagna, Salvini: “Siamo vicini ai colleghi ferrovieri e alle autorità. Preghiamo e accompagniamo”
“Noi siamo presenti in Spagna con treni nuovissimi, che hanno tre o quattro anni di vita e che organizzano l’alta velocità però in questo momento possiamo solo essere vicini alle autorità e ai colleghi ferrovieri spagnoli e seguire i soccorsi. Quindi, preghiamo e accompagniamo. Temo che il bilancio non sia definitivo”. Così Matteo Salvini, ministro dei Trasporti e vicepresidente del Consiglio, interviene a Non stop news ,su Rtl 102.5 commentando il disastro ferroviario avvenuto in Spagna, nei pressi di Adamuz, in Andalusia. Il ministro definisce l’incidente “pesantissimo” e assicura che l’Italia segue la situazione “da ieri sera”, con le istituzioni e le Ferrovie dello Stato pronte a offrire supporto. Poi, nel giro di poche battute, il discorso torna sui binari italiani. Salvini, rivolgendosi anche ai radioascoltatori “con le cuffiette nei treni”, vanta il fatto che oggi la rete ferroviaria nazionale conta circa 1.300 cantieri aperti, “un numero mai raggiunto prima, mentre ogni giorno circolano oltre 10 mila treni con più di due milioni di passeggeri”. E aggiunge convintamente: “Stiamo facendo uno sforzo che non ha precedenti nei decenni passati per rendere la rete quanto più sicura, moderna ed efficiente“. Dall’emergenza ferroviaria alla politica estera il passo è breve. Salvini invita polemicamente Bruxelles e Parigi a non “fare i bulli” e chiede un’Europa che torni a occuparsi di diplomazia e dialogo. “Questo vale anche per il conflitto fra Russia e Ucraina – sottolinea – Mi auguro che sia l’ultimo anno di conflitto e che si torni a lavorare per il dialogo, perché entrare in guerra costante contro la Russia non è interesse di nessuno.” Il sostegno italiano, spiega, esiste “grazie alla Lega e al governo” e deve restare difensivo, logistico e umanitario, lasciando sullo sfondo missili, carri armati e truppe: “C’è un tavolo di confronto aperto che nei tre anni precedenti non c’era. Aiutiamo questo tavolo come chiede di fare il Santo Padre. Cogliamo lo spiraglio di pace che, grazie a Trump, si è aperto tra Russia e Ucraina”. E alla domanda conclusiva se questo possa essere l’ultimo decreto armi, Salvini non tentenna: “No, non è che spero. Sono convinto”. L'articolo Treni deragliati in Spagna, Salvini: “Siamo vicini ai colleghi ferrovieri e alle autorità. Preghiamo e accompagniamo” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Vannacci sfida il governo Meloni: “Continuare a mandare armi all’Ucraina è follia, l’esercito russo avanza e noi paghiamo il conto”
Nuovo fronte di tensione nella maggioranza di governo sul sostegno militare all’Ucraina. A riaccendere il dibattito è Roberto Vannacci, europarlamentare della Lega ed ex generale dell’Esercito, intervenuto a Battitori Liberi, su Radio Cusano Campus, dove ha ribadito la sua fermissima contrarietà al decreto armi approvato dal governo Meloni a fine dicembre 2025, che proroga fino al 2026 gli aiuti militari a Kiev. In Aula, i leghisti Sasso e Ziello hanno votato no su risoluzioni collegate, in linea con la posizione dello stesso Vannacci. L’ex generale rivendica la linea dura e sottolinea come il dissenso non sia rimasto isolato: “Mi dà soddisfazione che non solo due parlamentari della Lega abbiano votato no in Aula, ma molti di più. Il mio appello era rivolto a tutti perché ritengo che trovare una pace a questo conflitto sia un interesse nazionale. Questa guerra non ha portato nulla di buono all’Italia. Ha portato a meno commercio, a meno ricchezza, a meno benessere, a un caro vita eccessivo e a un prezzo dell’energia salito alle stelle, oltre a tantissimi imprenditori italiani che non possono più esportare i loro beni in Russia”. Nel suo intervento, l’europarlamentare leghista cita anche il dato dei disertori ucraini per rafforzare la tesi dell’inutilità della strategia occidentale: “Solo nel 2025 ci sono stati 180mila ucraini che sono scappati per non andare al fronte. Non è più una guerra che il popolo ucraino vuole portare avanti, perché quattro anni di cessione continua di armi e fondi infiniti non hanno portato ai risultati sperati, mentre l’esercito russo continua ad avanzare”. A riguardo, cita Einstein sulla follia di ripetere sempre le stesse azioni aspettandosi esiti diversi: “Per non essere dei folli dobbiamo cambiare strategia e usare altri strumenti, oppure, se vogliamo essere coerenti con l’approccio bellicistico, dobbiamo entrare in guerra con la Russia insieme a Unione europea e Nato, ma dobbiamo anche dirlo chiaramente agli italiani e spiegare che i nostri figli e nipoti andranno a versare il loro sangue per Kiev”. Al giornalista Savino Balzano che cita le parole del segretario generale della Nato, Mark Rutte, sulla necessità di prepararsi alla guerra, Vannacci replica tranchant, anche con una frecciata alla maggioranza di governo: “Gli psicopatici sono tanti, ma non credo che gli italiani siano d’accordo. E siccome io credo che la sovranità appartenga al popolo e che il Parlamento sia là proprio per garantire che questa sovranità rimanga ancorata al popolo, una decisione del genere deve essere sposata da tutti quanti. Io mi auguro – ribadisce – che si cambino gli strumenti e che si arrivi a una pace oggi, che ci costerà sicuramente, ma costerà meno della pace di domani, perché il trend dell’invasione russa non sta cambiando. Questi sono dati reali e oggettivi”. L’ex generale sposta poi l’attenzione sulle priorità interne: “Questo Paese ha bisogno di maggiore attenzione sulla sicurezza, sull’immigrazione fuori controllo, sull’islamizzazione estremamente allarmante della nostra patria, sul prezzo dell’energia e su salari bassi e sanità che si sta sgretolando. Queste sono le priorità degli italiani – continua, giudicando inaccettabile destinare fondi a Kiev mentre famiglie e imprese faticano a fine mese – Ci sono 50 milioni di euro nella manovra che dovranno andare all’Ucraina e un fondo di debito comune europeo da 90 miliardi che qualcuno dovrà restituire, perché gli ucraini non lo faranno mai”. Alla domanda sulle ripercussioni politiche delle sue posizioni, Vannacci rivendica la propria autonomia: “Io faccio i miei appelli, mi interessa quello che pensano gli altri, ma non mi faccio condizionare. Anche se colleghi di partito o di maggioranza non fossero d’accordo, la forza di una coalizione sta nella pluralità delle espressioni. Io voto a Bruxelles e posso dire con coscienza di avere sempre votato in maniera coerente per uno stop alla cessione di armi e fondi illimitati all’Ucraina, perché ritengo che questa strategia sia fallimentare”. Sul piano internazionale, l’europarlamentare affronta anche il caso Iran, invitando a evitare letture selettive: “È una situazione complessa, c’è una dittatura che opprime un popolo, ma non è l’unica nell’area. Ci sono tanti altri Stati con cui l’Occidente intrattiene ottime relazioni pur non essendo democrazie liberali“. E menziona il Qatar, l’Arabia Saudita e recenti accordi commerciali del governo Meloni. E sulla Siria aggiunge: “Al-Jolani è stato ricevuto dalla signora Ursula von der Leyen, ricordo che era un terrorista di Al-Qaeda”. Netta anche la bocciatura dell’idea di esportare la democrazia con le armi: “Ne ho visto gli effetti di persona. Sono stato in Somalia, Iraq, Libia e Afghanistan. Prima si stava male perché c’era una dittatura, ma si viveva meglio. Oggi c’è il caos totale e si vive peggio”. L'articolo Vannacci sfida il governo Meloni: “Continuare a mandare armi all’Ucraina è follia, l’esercito russo avanza e noi paghiamo il conto” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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