“Vannacci ha lanciato un partito o un movimento, che ha il nome assolutamente
uguale al nostro e un logo anch’esso simile al nostro. Ci faremo valere nelle
sedi competenti“. Lo annuncia nella trasmissione Calibro 9, su Radio Cusano
Campus, Francesco Giubilei, fondatore della rivista e think tank Nazione Futura,
uno dei principali poli culturali del conservatorismo italiano vicino a Fratelli
d’Italia.
Il 27 gennaio scorso Roberto Vannacci, eurodeputato e vicesegretario della Lega,
ha depositato il marchio “Futuro Nazionale” per un possibile nuovo soggetto
politico, da molti interpretato come preludio a un partito sovranista alla
destra della Lega. Il logo depositato è uno sfondo blu scuro, con la scritta
bianca “Futuro Nazionale”, una stilizzazione tricolore e il nome “Vannacci” in
giallo: tutte caratteristiche ravvisabili sia nel nome, sia nel simbolo
dell’associazione creata da Giubilei nel 2017.
“La lealtà e la correttezza, in teoria, sono dei valori di destra – esordisce
Giubilei – Prima di entrare in politica, il primo grande evento con decine di
giornalisti lo fece nel 2023 a Roma e fu organizzato da Nazione Futura. Noi
l’abbiamo invitato a Roma e a Torino, io l’ho sempre anche difeso pubblicamente
in decine di trasmissioni televisive, siamo sempre stati corretti. Dopo quello
che ha fatto, gli ho scritto e mi ha risposto che nome e simbolo non erano
uguali al nostro. Ma io non sono l’unico a dirlo. Come me, lo ha detto anche
gente di sinistra, gente di destra, giornali, tutti. E quindi noi stiamo
cercando di tutelarci”.
E aggiunge: “Questo è un danno per noi da un punto di vista di immagine, da un
punto di vista politico, perché poi si crea una gran confusione di collegamento,
e da un punto di vista legale. È una grandissima scorrettezza. Ma poi con tutti
i nomi e con tutti i loghi che si potevano scegliere, c’era davvero il bisogno
di fare una cosa oggettivamente uguale a un’associazione di centrodestra, che è
sempre stata corretta e leale nei confronti di tutti nell’area, che ti ha
difeso, che ti ha invitato ai tuoi eventi?”.
Francesco Borgonovo, conduttore della trasmissione e vicedirettore de La Verità,
ironizza: “Come si diceva nell’ambiente di destra molti anni fa, camerata,
camerata, fregatura assicurata“.
Giubilei poi rivela: “Io non farò mai nomi neanche sotto tortura, ma abbiamo
ricevuto decine di telefonate da parte di esponenti di primo piano della Lega,
che hanno detto: ‘Avete fatto bene a ricorrere alle vie legali, perché Vannacci
ha dei modi di agire scorretti, anche dentro il partito”. Non solo io, ma
centinaia di nostri iscritti sul territorio subiamo un sopruso così grande”.
E conclude: “Se l’idea di Vannacci era questa, non si doveva candidare alle
elezioni europee con la Lega. Non è che usi un partito, prendi il voto di
preferenza, vieni nominato vicesegretario federale all’interno del tuo partito e
poi fai come ti pare. In ogni partito ci sono delle regole, non puoi muoverti
come ti pare facendo arrabbiare quasi tutto il partito, come sta effettivamente
accadendo dentro la Lega pubblicamente e privatamente”.
L'articolo L’ira di Giubilei contro Vannacci: “Ci ha copiato nome e simbolo, ci
faremo valere in tribunale” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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“Noi siamo presenti in Spagna con treni nuovissimi, che hanno tre o quattro anni
di vita e che organizzano l’alta velocità però in questo momento possiamo solo
essere vicini alle autorità e ai colleghi ferrovieri spagnoli e seguire i
soccorsi. Quindi, preghiamo e accompagniamo. Temo che il bilancio non sia
definitivo”. Così Matteo Salvini, ministro dei Trasporti e vicepresidente del
Consiglio, interviene a Non stop news ,su Rtl 102.5 commentando il disastro
ferroviario avvenuto in Spagna, nei pressi di Adamuz, in Andalusia.
Il ministro definisce l’incidente “pesantissimo” e assicura che l’Italia segue
la situazione “da ieri sera”, con le istituzioni e le Ferrovie dello Stato
pronte a offrire supporto. Poi, nel giro di poche battute, il discorso torna sui
binari italiani. Salvini, rivolgendosi anche ai radioascoltatori “con le
cuffiette nei treni”, vanta il fatto che oggi la rete ferroviaria nazionale
conta circa 1.300 cantieri aperti, “un numero mai raggiunto prima, mentre ogni
giorno circolano oltre 10 mila treni con più di due milioni di passeggeri”.
E aggiunge convintamente: “Stiamo facendo uno sforzo che non ha precedenti nei
decenni passati per rendere la rete quanto più sicura, moderna ed efficiente“.
Dall’emergenza ferroviaria alla politica estera il passo è breve. Salvini invita
polemicamente Bruxelles e Parigi a non “fare i bulli” e chiede un’Europa che
torni a occuparsi di diplomazia e dialogo.
“Questo vale anche per il conflitto fra Russia e Ucraina – sottolinea – Mi
auguro che sia l’ultimo anno di conflitto e che si torni a lavorare per il
dialogo, perché entrare in guerra costante contro la Russia non è interesse di
nessuno.”
Il sostegno italiano, spiega, esiste “grazie alla Lega e al governo” e deve
restare difensivo, logistico e umanitario, lasciando sullo sfondo missili, carri
armati e truppe: “C’è un tavolo di confronto aperto che nei tre anni precedenti
non c’era. Aiutiamo questo tavolo come chiede di fare il Santo Padre. Cogliamo
lo spiraglio di pace che, grazie a Trump, si è aperto tra Russia e Ucraina”.
E alla domanda conclusiva se questo possa essere l’ultimo decreto armi, Salvini
non tentenna: “No, non è che spero. Sono convinto”.
L'articolo Treni deragliati in Spagna, Salvini: “Siamo vicini ai colleghi
ferrovieri e alle autorità. Preghiamo e accompagniamo” proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Nuovo fronte di tensione nella maggioranza di governo sul sostegno militare
all’Ucraina. A riaccendere il dibattito è Roberto Vannacci, europarlamentare
della Lega ed ex generale dell’Esercito, intervenuto a Battitori Liberi, su
Radio Cusano Campus, dove ha ribadito la sua fermissima contrarietà al decreto
armi approvato dal governo Meloni a fine dicembre 2025, che proroga fino al 2026
gli aiuti militari a Kiev. In Aula, i leghisti Sasso e Ziello hanno votato no su
risoluzioni collegate, in linea con la posizione dello stesso Vannacci.
L’ex generale rivendica la linea dura e sottolinea come il dissenso non sia
rimasto isolato: “Mi dà soddisfazione che non solo due parlamentari della Lega
abbiano votato no in Aula, ma molti di più. Il mio appello era rivolto a tutti
perché ritengo che trovare una pace a questo conflitto sia un interesse
nazionale. Questa guerra non ha portato nulla di buono all’Italia. Ha portato a
meno commercio, a meno ricchezza, a meno benessere, a un caro vita eccessivo e a
un prezzo dell’energia salito alle stelle, oltre a tantissimi imprenditori
italiani che non possono più esportare i loro beni in Russia”.
Nel suo intervento, l’europarlamentare leghista cita anche il dato dei disertori
ucraini per rafforzare la tesi dell’inutilità della strategia occidentale: “Solo
nel 2025 ci sono stati 180mila ucraini che sono scappati per non andare al
fronte. Non è più una guerra che il popolo ucraino vuole portare avanti, perché
quattro anni di cessione continua di armi e fondi infiniti non hanno portato ai
risultati sperati, mentre l’esercito russo continua ad avanzare”.
A riguardo, cita Einstein sulla follia di ripetere sempre le stesse azioni
aspettandosi esiti diversi: “Per non essere dei folli dobbiamo cambiare
strategia e usare altri strumenti, oppure, se vogliamo essere coerenti con
l’approccio bellicistico, dobbiamo entrare in guerra con la Russia insieme a
Unione europea e Nato, ma dobbiamo anche dirlo chiaramente agli italiani e
spiegare che i nostri figli e nipoti andranno a versare il loro sangue per
Kiev”.
Al giornalista Savino Balzano che cita le parole del segretario generale della
Nato, Mark Rutte, sulla necessità di prepararsi alla guerra, Vannacci replica
tranchant, anche con una frecciata alla maggioranza di governo: “Gli psicopatici
sono tanti, ma non credo che gli italiani siano d’accordo. E siccome io credo
che la sovranità appartenga al popolo e che il Parlamento sia là proprio per
garantire che questa sovranità rimanga ancorata al popolo, una decisione del
genere deve essere sposata da tutti quanti. Io mi auguro – ribadisce – che si
cambino gli strumenti e che si arrivi a una pace oggi, che ci costerà
sicuramente, ma costerà meno della pace di domani, perché il trend
dell’invasione russa non sta cambiando. Questi sono dati reali e oggettivi”.
L’ex generale sposta poi l’attenzione sulle priorità interne: “Questo Paese ha
bisogno di maggiore attenzione sulla sicurezza, sull’immigrazione fuori
controllo, sull’islamizzazione estremamente allarmante della nostra patria, sul
prezzo dell’energia e su salari bassi e sanità che si sta sgretolando. Queste
sono le priorità degli italiani – continua, giudicando inaccettabile destinare
fondi a Kiev mentre famiglie e imprese faticano a fine mese – Ci sono 50 milioni
di euro nella manovra che dovranno andare all’Ucraina e un fondo di debito
comune europeo da 90 miliardi che qualcuno dovrà restituire, perché gli ucraini
non lo faranno mai”.
Alla domanda sulle ripercussioni politiche delle sue posizioni, Vannacci
rivendica la propria autonomia: “Io faccio i miei appelli, mi interessa quello
che pensano gli altri, ma non mi faccio condizionare. Anche se colleghi di
partito o di maggioranza non fossero d’accordo, la forza di una coalizione sta
nella pluralità delle espressioni. Io voto a Bruxelles e posso dire con
coscienza di avere sempre votato in maniera coerente per uno stop alla cessione
di armi e fondi illimitati all’Ucraina, perché ritengo che questa strategia sia
fallimentare”.
Sul piano internazionale, l’europarlamentare affronta anche il caso Iran,
invitando a evitare letture selettive: “È una situazione complessa, c’è una
dittatura che opprime un popolo, ma non è l’unica nell’area. Ci sono tanti altri
Stati con cui l’Occidente intrattiene ottime relazioni pur non essendo
democrazie liberali“. E menziona il Qatar, l’Arabia Saudita e recenti accordi
commerciali del governo Meloni.
E sulla Siria aggiunge: “Al-Jolani è stato ricevuto dalla signora Ursula von der
Leyen, ricordo che era un terrorista di Al-Qaeda”.
Netta anche la bocciatura dell’idea di esportare la democrazia con le armi: “Ne
ho visto gli effetti di persona. Sono stato in Somalia, Iraq, Libia e
Afghanistan. Prima si stava male perché c’era una dittatura, ma si viveva
meglio. Oggi c’è il caos totale e si vive peggio”.
L'articolo Vannacci sfida il governo Meloni: “Continuare a mandare armi
all’Ucraina è follia, l’esercito russo avanza e noi paghiamo il conto” proviene
da Il Fatto Quotidiano.
Un Iran diverso da quello raccontato dalle allerte occidentali e da una parte
della stampa internazionale. È l’immagine restituita dall’ex ambasciatrice Elena
Basile, intervenuta a Battitori Liberi, su Radio Cusano Campus, dopo un
soggiorno di dieci giorni nel Paese. Un viaggio che Basile ha raccontato anche
in un resoconto pubblicato su Il Fatto Quotidiano e che, ai microfoni della
radio, diventa una presa di posizione ferma contro quella che definisce una
narrazione “quasi farsesca” degli eventi.
“Forse ora risulterò poco credibile, oppure verrò accusata di essere oltre che
filoputiniana anche filo-ayatollah”, premette Basile, spiegando di essere
partita “abbastanza preoccupata in virtù delle allerte dei ministeri degli
esteri europei che fanno capire che se si va in Iran si rischia di essere subito
arrestati e sbattuti in carcere”. Un timore legato a un contesto tipico di una
guerra in “un paese sotto attacco continuo israelo-americano”, con l’Europa
“allineata anche nell’interpretazione illegale di quanto sta succedendo nel
negoziato sul nucleare”.
Eppure, una volta sul posto, il quadro che emerge secondo lei è diverso. “Io non
ho trovato questo – spiega l’ex diplomatica – Ho trovato occidentali che
camminavano per strada, dei turisti che non si sentivano in pericolo”. Basile
racconta di aver attraversato il Paese, di essersi mossa a Teheran da un
quartiere all’altro con una guida, ma decidendo autonomamente cosa vedere.Alla
domanda del conduttore Gianluca Fabi su eventuali timori della guida, la
risposta è secca: “No”. L’unica raccomandazione, precisa, è evitare le
manifestazioni: “Non ci sono andata, non sono folle. È ovvio che se un
occidentale va nelle manifestazioni, scatta fotografie alla polizia, pronuncia
slogan contro il governo, rischia di essere arrestato”. Un rischio che, secondo
Basile, vale anche per comportamenti vietati come bere alcol in pubblico.
Il nodo centrale del suo racconto è la percezione del controllo sul territorio.
“Non si nota uno stato di polizia”, afferma, spiegando che un clima repressivo
si riconosce “quando ci sono poliziotti schierati, blocchi, controlli di
documenti, o quando le persone temono e non parlano”. In Iran, sostiene, ha
osservato l’opposto: “Io ho parlato con tutti, nei ristoranti, nei bar e per
strada ad alta voce contro il regime”. Un atteggiamento che, secondo Basile, non
appartiene ai regimi autoritari: “Le persone in una dittatura non parlano male
del governo. Temono”. È ciò che dice di aver visto nella Romania di Ceausescu,
“ma era così anche ai tempi dello Scià ed è così anche in Arabia Saudita”.
Il giudizio sul sistema politico resta comunque severo: “L’Iran ha un potere
teocratico che ha sempre l’ultima parola e che sicuramente coi pasdaran ha fatto
del male anche quando le manifestazioni erano pacifiche”. Dai riformisti,
racconta l’ex ambasciatrice, ha raccolto testimonianze di repressioni “brutali
anche in situazioni più distese per il governo”.
Quanto alle proteste più recenti, Basile sottolinea che nascono da motivazioni
economiche: “Una crisi tremenda”, che colpisce uno strato sociale cruciale, i
commercianti dei bazar, “che non arrivano a fine mese perché quello che
guadagnano il giorno dopo l’inflazione se l’è mangiata”.
Il quadro che emerge è quello di un Paese profondamente diseguale. “C’è una
povertà straordinaria, però c’è anche un coefficiente di Gini che fa
impressione”, con “un Iran di straricchi” fatto di “centri commerciali
megagalattici, locali e ristoranti che non abbiamo neanche a Roma” accanto a
“una povertà infinita”. Le prime reazioni del potere politico alle proteste
iniziate il 28 dicembre, ricorda, vanno nella direzione del riconoscimento delle
rivendicazioni sociali: “La gente ha ragione, c’è una crisi economica tremenda,
dobbiamo fare le riforme”.
Il cambio di scenario arriva, secondo Basile, con l’intervento esterno. L’ex
ambasciatrice cita le dichiarazioni di Benjamin Netanyahu e di Mike Pompeo, che
avrebbero parlato di agenti del Mossad e della Cia presenti tra i manifestanti.
“Il confine occidentale dell’Iran è permeabile”, afferma, riferendo di milizie
curde armate e di un’élite addestrata che ha assaltato edifici pubblici, forze
di polizia, una banca e una clinica. Una fase che avrebbe causato, secondo la
versione ufficiale, centinaia di morti tra le forze dell’ordine.
Sui numeri complessivi delle vittime Basile invita alla cautela. Le stime
circolate in Occidente, rilanciate anche dal The New York Times, parlano di
migliaia di morti ma, osserva, “non stabiliscono le fonti”. “Poi si passa a
12mila morti e dove sono queste fonti? Nelle Ong finanziate dagli americani”. Da
qui una valutazione tranchant: “Una certa parte della stampa oggi è illegibile”.
Alla domanda di Savino Balzano sui filmati di obitori pieni e sulle cifre che
arrivano fino a 20mila morti, Basile risponde rivendicando l’esperienza diretta.
“Questa è una guerra, quindi non posso fare affidamento né sulla stampa né sulle
dichiarazioni governative iraniane, ma neanche sulla propaganda occidentale”. E
aggiunge: “Ero lì e le ho viste queste cose. Ho anche parlato coi giovani che
andavano a protestare”. Nei giorni delle manifestazioni, racconta, “le città
erano aperte” e la presenza delle forze dell’ordine appariva limitata. “Non ho
visto schieramenti pronti ad ammazzare 3mila, 10mila, 20mila persone. Avrei
dovuto notare un clima completamente diverso”.
L'articolo Elena Basile racconta il suo viaggio in Iran: “Non mi sono sentita in
pericolo. Ci sono zone di straricchi accanto a povertà estrema” proviene da Il
Fatto Quotidiano.
“Io putiniano? No, perché per essere putiniano bisogna essere d’accordo con
Putin. E io non sono d’accordo con Putin e non sono però nemmeno d’accordo con
l’Occidente“. Sono le parole pronunciate a Battitori Liberi, su Radio Cusano
Campus, da Piergiorgio Odifreddi, che in questo modo respinge la solita e
pressante accusa indirizzata a giornalisti, intellettuali e commentatori critici
verso la linea euro-atlantica sulla guerra in Ucraina.
Il matematico e saggista chiarisce subito il punto centrale del suo
ragionamento: “Il mondo non è fatto in questo modo, le cose non sono bianche e
nere e soprattutto non ci sono solo due valori di verità“. Odifreddi richiama la
logica classica, disciplina che ha insegnato per anni, per contestare un
dibattito pubblico ridotto a una contrapposizione rigida. A suo giudizio, è
perfettamente possibile “essere contro Putin e contro l’Occidente allo stesso
tempo e per gli stessi motivi”, ma in Italia questa posizione viene
sistematicamente delegittimata.
Nel discorso pubblico, osserva, la critica all’Occidente viene interpretata come
una prova di schieramento opposto: “Se sei contro l’Occidente, sei un
putiniano”. Una semplificazione che Odifreddi sintetizza con una formula
ironica: “I nemici dei nostri nemici sono i nostri amici e viceversa. Gli amici
dei nostri nemici sono i nostri nemici”. Questo motto, secondo il matematico,
non descrive il mondo reale e non lascia spazio a chi rifiuta la guerra come
strumento politico, indipendentemente da chi la combatta.
Odifreddi colloca poi il conflitto ucraino in una sequenza storica più ampia.
“La guerra in Ucraina è cominciata a febbraio del 2022”, ricorda, ma sei mesi
prima l’Occidente usciva dall’Afghanistan. “Nell’agosto del 2021, noi europei
siamo usciti dall’Afghanistan, anzi gli ultimi a uscire dall’Afghanistan siamo
stati noi italiani”. Una guerra durata vent’anni, ufficialmente dichiarata dalla
Nato, che secondo Odifreddi è costata “migliaia di miliardi, non centinaia come
oggi”.
Questa cronologia alimenta una domanda che attraversa tutto il suo intervento:
quale credibilità ha una coalizione che si indigna per un conflitto dopo averne
appena concluso un altro, lungo e devastante? Odifreddi richiama anche una
lettura diffusa secondo cui “Biden era uscito dall’Afghanistan proprio per
liberarsi le mani e poter spingere la guerra, diciamo così, dall’altra parte sul
fronte ucraino“. Senza negare la gravità dell’invasione russa, sottolinea una
continuità nelle pratiche occidentali: “Certo, ci si deve scandalizzare per la
guerra in Ucraina, però noi queste cose le abbiamo sempre fatte”.
Il matematico denuncia poi una profonda confusione storica e culturale. “Molti
confondono la Russia con l’Unione Sovietica, col comunismo, credono che Putin
sia un comunista, credono che l’Unione Sovietica sia ancora in vita”. Racconta
di sentirsi spesso dire: “Vada in Russia, poi così vede come si vive”, come se
il Paese fosse rimasto fermo all’età della pietra. “Abbiamo un’ignoranza
spaventosa, un po’ di storia non farebbe male“, osserva.
Secondo Odifreddi, questa ignoranza emerge anche nelle dichiarazioni di
esponenti istituzionali europei. Cita il caso di Kaja Kallas, Alto Commissario
europeo per la Politica Estera e di Sicurezza, che sostiene che negli ultimi
cento anni la Russia abbia invaso diciannove Paesi senza essere mai stata
attaccata.
Odifreddi ricorda il contesto personale della dirigente europea: “Sua madre, sua
nonna e la sua bisnonna furono deportate dai sovietici nel 1949 in Siberia”.
Comprende il peso di una simile storia familiare, ma arriva a una conclusione
esplicita: “Io capisco benissimo che uno che ha una storia familiare di questo
genere veda la Russia come il diavolo, però non la si mette agli affari esteri e
alla sicurezza della Commissione europea”.
Odifreddi si pronuncia anche sulle parole del presidente della Repubblica Sergio
Mattarella riguardo alla Russia e ai confini: “Vorrei che il capo dello Stato mi
indicasse un Paese i cui confini non sono stati ridisegnati con la forza“. A suo
giudizio, “tutti gli Stati sono stati definiti attraverso la forza” e la Russia,
Paese vastissimo e privo di confini naturali, ragiona in termini di sicurezza
strategica.
Nel caso ucraino, osserva, “è chiaro che preferisca avere uno Stato cuscinetto”.
Odifreddi distingue tra le guerre tra Stati confinanti, legate a tensioni
territoriali e geopolitiche, e quelle combattute da potenze lontane migliaia di
chilometri: “Altra cosa sono le guerre di nazioni che vanno dall’altro capo del
mondo a invadere altri paesi”. Senza giustificare l’aggressione russa, conclude:
“Non dico che va bene così, ma non ci si deve stupire di quello che è accaduto
in Ucraina”.
L'articolo Odifreddi: “Si può essere contro Putin e allo stesso tempo contro
l’Occidente. Il mondo non è bianco o nero” proviene da Il Fatto Quotidiano.
Nel corso della trasmissione Battitori liberi, su Radio Cusano Campus, l’ex
ambasciatrice Elena Basile interviene sul conflitto in Ucraina e sul piano di
pace di Donald Trump, con un’analisi durissima delle scelte di politica estera
dell’Unione Europea e dell’Alleanza Atlantica.
Basile apre definendo “sbalorditivo” il comportamento di Bruxelles sulla
situazione a Kiev: “Mi sembra che Trump stia facendo uno sforzo per la
situazione in Ucraina. È alquanto sbalorditivo vedere che l’Unione Europea non
critica Trump per la sua dottrina militare relativa all’America Latina, né per
il genocidio a Gaza e neanche per questa tregua che sembra soprattutto un
protettorato coloniale. Non critica Trump per il suo atteggiamento di confronto
aggressivo con la Cina per Taiwan, ma critica Trump perché sconfessa le
politiche neoconservatrici americane“.
L’ex ambasciatrice si concentra poi sulla natura dell’espansionismo atlantico:
“Cosa sono le politiche neoconservatrici americane? Sono l’espansionismo della
Nato che, in base ai principi ipocriti e senza fondamento del liberal order,
dovrebbero significare l’espansione della democrazia e dei diritti individuali.
La Nato non è più l’alleanza militare offensiva utilizzata dagli anni ’90 in poi
dopo la fine dell’Unione Sovietica per le guerre ad ampio raggio dei neocon
americani, ma diventa ‘culla della civiltà’. Ed è veramente per me inquietante
vedere tante belle persone, giornalisti di inchiesta, analisti e accademici,
oltre ai diplomatici e ai politici, affermare che oggi l’essenza dell’Europa
liberal democratica è l’Europa che difende l’espansionismo della Nato».
Basile lega questa impostazione direttamente alla guerra in Ucraina: “Secondo
loro, questa guerra si può concludere solo con la disfatta della Russia, che
invece come sappiamo sul campo sta vincendo. Bisogna continuare con una politica
dei blocchi e utilizzare l’Ucraina, paese fallito, che oggi tutto è tranne che
una democrazia, l’Ucraina svenduta agli interessi di potenze straniere, il
popolo ucraino come carne da macello per continuare una guerra».
L’ex diplomatica ricorda come fino al 2008 le principali potenze dell’Europa
continentale non condividessero l’ipotesi dell’ingresso di Kiev e Tbilisi nella
Nato: “La Merkel, la Francia, l’Italia erano abbastanza inquieti per questa
politica neoconservatrice di conflitto con la Russia, perché questi leader
sapevano che era contraria agli interessi dei popoli europei. Dal 2014 in poi ha
prevalso il colpo di Stato: l’Europa si allinea perché in ambito Nato vengono
delle regole da sempre, l’egemone statunitense decide e l’Europa si allinea”.
Richiama anche il precedente della guerra in Iraq: “Fu infatti uno scandalo
quando Francia, Germania e Belgio si rifiutarono di andare in guerra con l’Iraq.
A quel tempo tutta la borghesia liberal democratica europea era contro le guerre
neoconservatrici di Bush. Alla fine l’Europa non solo si è arresa, ma obbedisce
ancora a dei poteri americani, ma quelli veri“.
Savino Balzano introduce poi la recente polemica sul mancato invito a Giorgia
Meloni al vertice di Londra, riportando il commento critico di Corrado Augias.
Basile risponde: “A me sembra terribile che Corrado Augias abbia questo da
criticare alla Meloni, a lui forse piace invece che Merz incontri Netanyahu“.
E aggiunge una critica diretta alla retorica dei “volenterosi”: “Starmer, Macron
e Merz non incontrano l’unico criminale di guerra riconosciuto, Putin (non si sa
bene perché), in quanto, come sappiamo, non è comparabile quello che fa la
Russia in Ucraina a quello che fa Israele a Gaza. Questi tre leader, che secondo
Augias difendono i valori dell’Europa, sarebbero i buoni rispetto a una Meloni,
non lo so, neofascista, che quindi non sposa i valori liberali e democratici».
L’ex ambasciatrice legge la postura della premier come un equilibrio tattico:
“La Meloni fa benissimo a sostenere timidamente Trump e a non sganciarsi
completamente, come ha fatto Orban, dallo stato profondo che è rappresentato
dalle lobby delle armi. Da politica abile la Meloni cerca di non tradire la sua
tradizione politica, che ha in Trump un punto di riferimento, e dall’altra sa
benissimo che l’Europa potrebbe scalzarla dal potere, come ha fatto con
Berlusconi, da un momento all’altro se lei veramente si opponesse a chi
veramente comanda in Europa”.
Per Basile questa “ambiguità costruttiva” diventa un meccanismo di sopravvivenza
politica: “La Meloni è forse quella un po’ più furba. Noi vorremmo degli uomini
di Stato rispetto a Starmer, a Merz, a Macron che sono ridicoli“.
Secondo l’ex diplomatica, il comportamento delle leadership europee resta
immutato indipendentemente dal colore politico: “Se ci fosse il Pd al potere,
nei confronti di Gaza e di Trump sarebbe lo stesso“.
E conclude: “Non è vero che Starmer, la von der Leyen e Macron non fanno anche
loro quello che fa la Meloni. Loro vanno in ginocchio a Washington, perché alla
fine i dazi li pagano, perché alla fine cercano sempre di barcamenarsi tra
quelli che sono i loro veri padroni, che sono delle burocrazie asservite ai
poteri finanziari, alle lobby, e il presidente degli Stati Uniti è colui che
decide la politica Nato”.
L'articolo Ucraina, l’ex ambasciatrice Basile: “Meloni è furba e
costruttivamente ambigua. Il Pd avrebbe fatto come lei su Gaza e su Trump”
proviene da Il Fatto Quotidiano.
“La guerra si fa anche con la disinformazione sistematica. E in Italia molti
organi di stampa e molti media sono entrati in guerra, disinformando. Se scendi
in campo e punti il nemico, spargi fake news col fine di danneggiare quel
nemico. Il 90% dei media italiani ha lavorato così“. Sono le parole pronunciate
dal filosofo Massimo Cacciari, ospite di Battitori Liberi, su Radio Cusano
Campus, intervenendo sulla situazione della guerra tra Russia e Ucraina.
L’ex sindaco di Venezia fa un parallelismo su come funzionava la stampa
italiana, francese e tedesca durante la seconda guerra mondiale. E stigmatizza
la narrazione del conflitto offerta dalla stampa e dai media mainstream: “Non
c’è stata nessuna indagine sulle cause della guerra, nessuna analisi di come
erano le strutture in Russia e in Ucraina che si confrontavano, nessun giudizio
sul comportamento della Nato, tantomeno su quello del governo europeo, nessuna
notizia fondata. Quindi, siamo arrivati adesso al punto che la Russia è a un
passo da Kiev dopo che i nostri giornali per mesi sono andati avanti dicendo che
gli ucraini stavano vincendo e che bastava armarli perché vincessero“.
Altrettanto ferma è la sua analisi del conflitto. Massimo Cacciari descrive un
continente incapace di incidere diplomaticamente e sempre più trascinato in una
spirale di riarmo e propaganda: “Per raggiungere una forma di patto occorre che
le due parti trovino un punto d’accordo. Che non ci sarà mai, se la Russia
ritiene di aver vinto e vuole dettare i termini del trattato e l’Ucraina non si
rende conto che la situazione è quella che è e che tutti vedono al di là dei
fumi di propaganda, cioè che sul campo non poteva che perdere, come tutte le
persone ragionevoli, alle quali mi vanto di appartenere, hanno detto dal primo
giorno. E cioè che l’Ucraina da sola non può vincere la Russia. O c’è una guerra
di tutta l’Europa, una guerra guerra, o se no…”.
E aggiunge: “Bbisogna che entrambi assumano una posizione realistica: la Russia
non può pretendere una vittoria sul campo e l’Ucraina deve riconoscere di non
poter continuare la guerra da sola senza travolgerci tutti in una guerra
mondiale. L’Unione Europea non ha fatto altro che peggiorare la situazione, non
proponendo alcuna linea precisa di trattativa, limitandosi a riarmare l’Ucraina,
appunto come se l’Ucraina, anche riarmata fino ai denti, potesse da sola vincere
la Russia. La posizione dell’Europa è folle da un punto di vista strategico,
dannosissima per gli interessi dei nostri paesi, perché ci siamo auto-sanzionati
e continuiamo ad auto-sanzionarci. E questa posizione della Ue adesso è anche
improvvida perché è in rotta di collisione con la posizione americana, che bene
o male punta alla trattativa”.
Cacciari punta il dito contro i “volenterosi”, come Macron e Merz, accusandoli
di essere “leader debolissimi”, condizionati dalle rispettive destre interne e
inclini a “esaltare la funzione del nemico” per sopravvivere politicamente. In
questo quadro, giudica Giorgia Meloni “la meno peggio”, perché almeno riconosce
qualche limite della linea più oltranzista.
La critica si allarga rapidamente alla struttura della Ue. Cacciari parla
esplicitamente di un “regime antidemocratico”, dominato da una Commissione che
“può fare tutto quello che vuole” e da comitati tecnici “educati alle scuole
neoliberiste”. Il Parlamento europeo, afferma, è “un fantasma”. Una dinamica che
allontana Bruxelles dai bisogni dei cittadini e che riguarda anche i settori
chiave della vita nazionale: “”Metà dei nostri destini sono in mano all’Europa,
vedi tutta la politica agricola e industriale”.
Il filosofo riconosce anche un conflitto interno al potere americano. “Gli Stati
Uniti non sono un monolite”, sostiene. Da una parte ci sarebbero forze
politiche, rappresentate oggi da Donald Trump, che spingono per ridurre il
coinvolgimento europeo e concentrare l’attenzione sulla Cina. Dall’altra,
settori che vogliono mantenere viva la contrapposizione con la Russia. La Nato,
in questo scenario, “sembra soffiare sul fuoco”.
Circa la posizione del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, Cacciari
la definisce “pallida”: “Non credo che Sergio Mattarella sia nella posizione del
‘facciamo la guerra alla Russia’. ma certamente sarebbe stato augurabile una sua
posizione più netta a salvaguarda dell’articolo 11 della Costituzione.
Mattarella è un presidente di mediazione, di compromesso, un presidente che non
farebbe mai esternazioni evidentemente polemiche nei confronti del suo governo”.
Ma aggiunge: “La contraddizione, in realtà, è all’interno del governo. Ed è
destinata a crescere perché più l’Italia si schiera su chi vuole riarmare, su
chi vuole spendere soldi per le armi piuttosto che per la sanità, più il ceto
medio di questo paese soffre di inflazione e perdita di valore dell’acquisto dei
propri salari e delle proprie pensioni – prosegue – più la Meloni, che viene da
una destra sociale e non da quella liberista o trumpiana, è destinata a essere
in crisi. La contraddizione è palese, la sua base sociale è una destra sociale:
fino a che punto riuscirà a far finta di non vivere in una contraddizione? È
pazzesco”.
Cacciari conclude con un attacco frontale al sistema decisionale europeo e
nazionale: “È stato chiesto ai cittadini se sono d’accordo sul nucleare e
verranno interpellati sulla separazione delle carriere dei magistrati, cioè su
temi specifici e tecnici la gente è chiamata a votare, mentre sarebbe stato il
caso che decidessero altri e non l’opinione pubblica – chiosa – Sulla politica
di riarmo, invece, non si consulta nessuno. Perché non viene chiesto ai
cittadini se preferiscono spendere 90 miliardi per il riarmo o investirli in
scuole, sanità e ricerca?”.
L'articolo Ucraina, Cacciari: “Il 90% dei media italiani sparge fake news.
Perché Meloni non consulta i cittadini sul riarmo?” proviene da Il Fatto
Quotidiano.