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Femminicidio Daniela Zinnanti, il killer Santo Bonfiglio aveva già accoltellato la ex: la condanna a sette anni per lesioni
Aveva già accoltellato una donna ed era stato condannato per questo Santo Bonfiglio, l’uomo che lo scorso 9 marzo ha ucciso a Messina la cinquantenne Daniela Zinnanti. A Bonfiglio erano stati inflitti dieci anni in primo grado per tentato omicidio della donna con cui conviveva; in Appello, però, la condanna era stata ridotta a tre anni e il reato ridimensionato a quello più lieve di lesioni personali. Il 5 settembre del 2008 l’uomo, all’epoca 49enne, era sceso in strada in mutande a Spadafora, comune della costa tirrenica del Messinese, per inseguire la convivente che stava scappando da lui: una volta raggiunta l’aveva presa a calci e pugni, poi era risalito a casa, si era vestito ed era uscito di nuovo, stavolta con un coltello in mano. Aveva mirato al petto della donna, che si era difesa con un braccio, prima di essere fermato da un vigile presente per caso sulla scena e darsi alla fuga in auto. Poco dopo ha chiamato l’ex moglie, dicendo che stava andando da lei e della figlia di sei anni, e confessandole l’accaduto: lei aveva avvertito la Polizia facendolo arrestare. La convivente, invece, era stata ricoverata in ospedale con una ferita profonda al braccio e varie altre contusioni, per una prognosi di quaranta giorni. In secondo grado, però, la condanna era stata ridotta di sette anni, nonostante Bonfiglio avesse già picchiato la donna. Poi di nuovo i calci e i pugni. Stavolta su Daniela. A maggio dell’anno scorso, quando la loro relazione era iniziata da poco. Bonfiglio fu messo in custodia cautelare ai domiciliari per la bellezza di sette giorni, poi la misura fu attenuata nel più semplice divieto di avvicinamento. La donna aveva ritirato la denuncia nei suoi confronti, ma il procedimento sarebbe andato avanti, con la prossima udienza in programma il 25 marzo prossimo. Ma a febbraio ecco un altro episodio: il gip Salvatore Pugliese sottolinea i comportamenti reiterati, il pericolo che ripeta la stessa violenza, e dispone infine i domiciliari con braccialetto elettronico come “misura minima adeguata”. Nel provvedimento non si menzionano solo genericamente le condanne precedenti. Ma il fatto di aver picchiato e aggredito con un coltello la compagna non avrebbe dovuto aver peso? “Andremo fino in fondo in questa vicenda”, assicurano i legali della famiglia di Daniela, Filippo Brianni, Gianfranco Briguglio e Giorgio Italiano. Intanto emergono i primi particolari dall’autopsia svolta dal medico legale Alessio Asmundo: le coltellate inferte a Daniela sono state più di trenta, di cui una alla gola. La vittima, ritrovata dopo un giorno dalla figlia, deve dunque essere morta in un breve arco di tempo. Nessuna lenta agonia. Alcune ferite alle mani, invece, raccontano come la donna abbia tentato di difendersi. L'articolo Femminicidio Daniela Zinnanti, il killer Santo Bonfiglio aveva già accoltellato la ex: la condanna a sette anni per lesioni proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Pestaggio e coltellate per una frase sulle armi: arrestati 4 minori. “Spiccata disinvoltura” nell’uso della violenza
“Spiccata disinvoltura” nell’uso della violenza e delle armi e totale assenza di empatia. Hanno tutti tra i 16 e i 17 anni i quattro minorenni arrestati all’alba di giovedìi dai carabinieri della Compagnia di Milano Porta Monforte, a Milano. I quattro – due 17enni italiani di seconda generazione e due 16enni dello Sri Lanka – sono accusati di tentato omicidio in concorso, porto d’armi e lesioni aggravate. La notte dello scorso 1 febbraio, in via Salasco, zona Porta Romana, i ragazzini hanno aggredito brutalmente due ventenni do Chiavenna, arrivati a Milano per trascorrere una serata di movida. La vicenda ha avuto origine circa due ore prima, nel McDonald’s di Porta Romana, dove il gruppo degli indagati ha incontrato le due vittime, tramite altri conoscenti in comune. Durante la serata, una delle due vittime aveva pronunciato in modo scherzoso la frase: “Portare con sé le armi a Milano è da puttana”. L’affermazione faceva riferimento al fatto che i membri del gruppo degli aggressori si fosse poco prima vantato di possedere un coltello a scatto, un tirapugni e dello spray al peperoncino. Sebbene inizialmente la frase non avesse scatenato reazioni, il gruppo ha successivamente raggiunto le vittime mentre queste si stavano allontanando per tornare a casa in piena notte, colpendo con calci e pugni il ragazzo autore della frase “offensiva”. Quando, vedendo in difficoltà l’aggredito da solo contro quattro, l’amico ne ha preso le difese, l’intero gruppo di minori ha rivolto la propria violenza contro di lui, accecandolo con spray urticante e sferrandogli due coltellate, una allo sterno e una alla testa. Nonostante la vittima fosse ormai a terra, esanime e stesse perdendo molto sangue, tutti e quattro gli indagati hanno continuato a infierire su di lui con calci e pugni. L’aggressione è cessata solo quando uno dei componenti del gruppo ha urlato “Carabinieri!”, inducendo i quattro alla fuga precipitosa, allontanandosi di corsa mentre ridevano, divertiti. La vittima è rimasta al suolo in stato di incoscienza e in imminente pericolo di vita, a causa di una ferita penetrante nel torace, che aveva già causato la perdita di circa 1,5 litri di sangue, salvata solamente dal pronto intervento dei soccorsi. Tre dei quattro indagati risultano già noti alle autorità per precedenti reati di rapina e lesioni. L’ordinanza di custodia cautelare è stata emessa dal gip del Tribunale per i minorenni di Milano e i 4 sono stati portati presso l’Istituto penitenziario Minorile “Beccaria”. L'articolo Pestaggio e coltellate per una frase sulle armi: arrestati 4 minori. “Spiccata disinvoltura” nell’uso della violenza proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Spegne i macchinati che tengono in vita la madre malata: arrestato per tentato omicidio
Quando è arrivato il 118 aveva dichiarato che il suo scopo era di volersi “rimettere alla volontà di Dio” e adesso è gli arresti domiciliari per aver tentato di uccidere sua madre anziana e malata oncologica: lo scorso 15 dicembre, l’uomo aveva spento i macchinari che tenevano in vita la donna, allettata da tempo nella propria abitazione. A chiamare i soccorsi era stata un’infermiera che era venuta in casa per prestare assistenza alla signora, notando subito che tubi e sondini erano a terra. L’ambulanza è intervenuta sul posto e ha portato la vittima all’ospedale Di Venere: la donna è ancora ricoverata in condizioni molto gravi. Suo figlio è un professionista ed è l’unico parente che vive con lei. Arrestato per tentato omicidio, il 48enne è stato interrogato dal giudice per le indagini preliminari Giuseppe Montemurro ma si era avvalso della facoltà di non rispondere. La Procura di Bari ne aveva chiesto il divieto di avvicinamento alla madre, ma l’interessato aveva rifiutato il braccialetto elettronico e gli è stata disposta la custodia cautelare in casa. L'articolo Spegne i macchinati che tengono in vita la madre malata: arrestato per tentato omicidio proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Bari
Assistenza Sanitaria
“Azione vigliacca, banali giustificazioni durante gli interrogatori”: lo sfogo dei genitori dello studente massacrato per 50 euro
Il rimpallo delle responsabilità durante gli interrogatori di garanzia dei cinque ragazzini arrestati per aver brutalizzato e reso in valido un 22enne per una rapina da 50 euro, hanno colpito i genitori della vittima che hanno affidato a una nota i loro sentimenti sull'”azione vigliacca” subita dal figlio che il 12 ottobre scorso è stato accoltellato e picchiato anche quando ormai era a terra inerme. Le “immagini della brutale aggressione che ha subito il nostro ragazzo ci hanno fatto rivivere il dramma e le angosce che da oltre un mese stiamo cercando tutti insieme di razionalizzare. L’accanimento del branco sul corpo accasciato e le espressioni irridenti e sprezzanti nei confronti della vittima, con le quali i responsabili commentavano la loro impresa nella sala d’attesa del Commissariato, ci lasciano turbati e indignati per la disumana indifferenza degli autori del misfatto e l’assoluta assenza di valori e senso morale. Siamo increduli – scrivono i due genitori – che ancora ieri, dopo oltre un mese dall’aggressione, al cospetto del GIP, si siano affidati a banali e strumentali giustificazioni e frasi di circostanza, senza esprimere alcun sentimento di consapevolezza e resipiscenza sulla gravità e le conseguenze della azione compiuta”. Durante gli interrogatori ai giudici c’è chi ha dato che è “distrutto“, chi di essere “preoccupato” per la vittima, chi che aveva il coltello perché “sono stato aggredito in passato”. A contrasto di queste dichiarazioni le immagini delle telecamere di sorveglianza e le intercettazioni ambientali in Questura, ormai note, che riproducono quasi delle confessioni spontanee e anche l’augurio che la vittima muoia. Tra le frasi registrate: “Bro, io ho fatto così”, mimando il gesto delle coltellate, o “Non so se si vede il video dove lo scanniamo”. “Ringraziamo il Gip, il Pubblico Ministero e le forze dell’Ordine per la estrema diligenza, professionalità e tempestività e siamo fiduciosi che l’operato della Giustizia faccia il suo corso anche nella tutela dei diritti della vittima e possa esercitare una efficace funzione dissuasiva. Auspichiamo che questi ragazzi responsabili dell’aggressione, influenzati dalla diffusa cultura della violenza, possano avere l’opportunità di riflettere sulla insensatezza del male arrecato ad un coetaneo che avrà da convivere ogni giorno con le conseguenze della loro azione vigliacca. A noi resta il compito di pregare e sperare per la salute di nostro figlio” L'articolo “Azione vigliacca, banali giustificazioni durante gli interrogatori”: lo sfogo dei genitori dello studente massacrato per 50 euro proviene da Il Fatto Quotidiano.
Milano
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Tentato Omicidio
Il rimpallo di responsabilità del branco per il pestaggio del 22enne a Milano. Uno degli arrestati: “Non c’ho visto più”
C’è chi dice che è “distrutto“, chi di essere “preoccupato” per la vittima, chi che aveva il coltello – che reso invalido un ragazzo poco più grande di loro – perché “sono stato aggredito in passato”. Si sono svolti gli interrogatori di garanzia per i cinque giovani arrestati per la rapina e il tentato omicidio di uno studente di 22 anni, avvenuta il 12 ottobre a Milano. Gli interrogatori, tra carcere di San Vittore e carcere minorile Beccaria, sembrano evidenziare una sorta di rimpallo di responsabilità tra i due maggiorenni e i tre minorenni coinvolti nell’aggressione. Quel branco, che secondo i gip che hanno firmato le ordinanze di custodia cautelare, hanno agito con “modalità da braco” portando a termine “una feroce aggressione”. un “pestaggio brutale” con una “disumana indifferenza”- Davanti alla giudice per le indagini preliminari Chiara Valori, l’avvocata Elena Patrucchi ha spiegato che il suo assistito, un 18enne accusato di aver fatto da “palo”, è “davvero preoccupatissimo e sconvolto” per le condizioni della vittima. Il giovane ha manifestato la volontà di scrivere una lettera di scuse allo studente e alla sua famiglia, ribadendo di non aver compreso inizialmente la gravità dell’episodio. La difesa ha chiesto alla giudice un’attenuazione della misura cautelare, proponendo gli arresti domiciliari, decisione che Valori dovrà valutare nei prossimi giorni. Secondo quanto emerso, il 18enne ha sostenuto di essere rimasto “lontano dagli altri” e di essere stato “assolutamente convinto che fosse solo una zuffa di poco conto”. Solo successivamente ha scoperto che era stato utilizzato un coltello, rimanendo “sconvolto” dalla violenza dell’aggressione. L’altro maggiorenne interrogato a San Vittore, accusato di aver materialmente inferto le due coltellate che hanno provocato lesioni permanenti allo studente, ha raccontato di essere intervenuto solo quando la rissa era già in corso e di non essersi reso conto dell’entità del danno provocato. Difeso dall’avvocato Giovanni Giovanetti, anche lui ha dichiarato di essere “molto dispiaciuto” per la vittima. Le difese dei due maggiorenni puntano a dimostrare l’assenza di volontà di uccidere, tentando di ridurre l’accusa da tentato omicidio a responsabilità meno grave, e a far cadere il concorso morale nella vicenda per quanto riguarda gli altri giovani coinvolti. La vittima, aggredita anche a calci e pugni quanto era a terra “inerme”, ha subito danni permanenti ed rimasto paraplegico. Gli altri tre ragazzi, tutti 17enni, interrogati nel carcere minorile Beccaria, hanno confermato il loro dispiacere per quanto accaduto. L’avvocato Gaetano Della Valle ha spiegato che uno dei minorenni era “distrutto, preoccupato e dispiaciuto” e ha risposto a tutte le domande del gip. Al momento non è stata avanzata alcuna istanza di modifica della misura cautelare per i minorenni. Gli elementi a carico dei cinque giovani sono supportati da telecamere di sorveglianza e da intercettazioni ambientali in Questura, ormai note, che riproducono quasi delle confessioni spontanee e anche l’augurio che la vittima muoia. Tra le frasi registrate: “Bro, io ho fatto così”, mimando il gesto delle coltellate, o “Non so se si vede il video dove lo scanniamo”. L'articolo Il rimpallo di responsabilità del branco per il pestaggio del 22enne a Milano. Uno degli arrestati: “Non c’ho visto più” proviene da Il Fatto Quotidiano.
Milano
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Baby Gang
“Nessuno di noi aveva compreso la gravità del fatto”, uno dei ragazzi in carcere per il pestaggio dello studente si dice “sconvolto”
Dopo due giorni di carcere, il clamore e la condanna unanime, forse tra i ragazzini, arrestati per aver pestato brutalmente un studente per rapinarlo a Milano, comincia a farsi largo un po’ di consapevolezza. “Nessuno di noi aveva compreso la gravità del fatto” ripete in carcere, come riporta l’Ansa, uno dei due 18enni arrestati il 18 novembre, assieme a tre 17enni, per il tentato omicidio nella zona della movida milanese di corso Como. La vittima, uno studente bocconiano di 22 anni, pestato con violenza e poi accoltellato, ha lesioni permanenti. Il ragazzo poco più che maggiorenne, italiano e con genitori di origine egiziana, accusato di aver fatto da “palo” e detenuto come l’amico a San Vittore, ha incontrato in carcere il suo difensore, l’avvocata Elena Patrucchi. “Ha ripetuto più volte – ha spiegato la legale – che lui era lontano dagli altri e che era assolutamente convinto che fosse solo una zuffa di poco conto. Quando ha saputo, invece, dopo del tempo, che era stato usato il coltello, è rimasto sconvolto ed è sconvolto anche ora. Ha detto ancora – ha aggiunto la legale – che secondo lui nessuno aveva compreso la gravità del fatto”. Secondo l’accusa il giovane sarebbe stato una sorta di palo e avrebbe partecipato quindi all’azione. Inoltre che la vittima fosse grave emerge chiaramente dalle intercettazioni in cui il branco di augurava la morte del ragazzo. L’indagato risponderà venerdì alle domande della giudice per le indagini preliminari Chiara Valori, che in mattinata a San Vittore interrogherà anche l’altro maggiorenne, difeso da Giovanni Giovanetti, mentre i tre 17enni, anche loro tutti residenti a Monza, assistiti dai legali Gaetano Della Valle e Luca Favero e detenuti nel carcere minorile Beccaria, saranno sentiti dal gip del Tribunale per i minorenni. Qualcuno degli arrestati, da quanto si è saputo, sta pensando anche di scrivere una lettera alla famiglia della vittima dell’aggressione. L’altro maggiorenne, stando alla ricostruzione nelle indagini della Polizia e del pm Andrea Zanoncelli – passata per le analisi delle telecamere, ma anche per intercettazioni ambientali che sono, in pratica, delle confessioni – ha inferto materialmente quelle due coltellate, che hanno causato le lesioni polmonari e spinali al 22enne, “rimasto paraplegico”. I tre minori, invece, sono accusati di aver sferrato calci e pugni, anche quando il giovane era inerme a terra, ma tutti e cinque gli arrestati rispondono del tentato omicidio. In quattro per concorso “morale”, perché avrebbero “rafforzato” il proposito dell’accoltellatore. Anzi, si legge negli atti, non solo hanno “abbandonato” lo studente “sanguinante” in strada, ma hanno “proseguito la loro serata”. Nessuno “è apparso turbato” per quelle violenze culminate “nell’accoltellamento”, manifestando così, scrivono i magistrati, “adesione alla condotta criminosa”. Ridevano, poi, come evidenziato sempre nelle ordinanza, quando dicevano, tra le altre cose, che il 22enne sarebbe rimasto “paralizzato” e che speravano morisse, con una “ilarità” che dimostra tutta la loro “disumana indifferenza”. E non basta perché, come risulta soprattutto dalle intercettazioni ambientali in Questura dopo le perquisizioni di fine ottobre, erano anche pronti a “cimentarsi nuovamente”, scrive la gip Valori, nello “sfogare” quella loro violenza “gratuita” per portarsi a casa la prossima volta più di una banconota da 50 euro. L'articolo “Nessuno di noi aveva compreso la gravità del fatto”, uno dei ragazzi in carcere per il pestaggio dello studente si dice “sconvolto” proviene da Il Fatto Quotidiano.
Milano
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Tentato Omicidio
Baby Gang
I ragazzi del branco di Milano, il ritratto dei 5 giovani “feroci” che hanno reso invalido uno studente. Nessuna distinzione tra reale e virtuale
Al di là dell’antica cascina a far da simbolico decumano, tutt’attorno si osservano banche e negozi, una piscina comunale, campi da tennis e ogni possibile servizio che si possa immaginare per un quartiere residenziale. Nulla che ricordi i blocchi popolari delle periferie. Qui al quartiere Triante, uno dei più noti della città di Monza sono cresciuti i cinque ragazzi arrestati per quell’aggressione da Arancia meccanica che la notte del 12 ottobre, a furia di botte e coltellate, ha lasciato a terra un ragazzo di 22 anni, studente universitario, dopo averlo derubato di 50 euro. Tre minorenni e due maggiorenni, separati per età da qualche mese. Differenza minima che per i due poco più che 18enni può segnare la strada verso una condanna a doppia cifra. L’accusa: tentato omicidio. Ma al di là di ciò che saranno indagini, processo e responsabilità individuali, quel che vale e resterà per sempre è la tetra diagnosi della vittima. La leggiamo tutta d’un fiato per come la scrive il giudice nella sua ordinanza cautelare: “Persona offesa rimasto paraplegico all’esito delle lesioni arrecate e con apparati urologico, intestinale e sessuale definitivamente compromessi”. Chissà se quei ragazzi avranno letto queste poche righe. Chissà se oggi, dopo gli arresti, si fermeranno un istante a domandarsi il perché? Una risposta che allo stato sfugge visto che nulla, a spulciare nelle loro esistenze, emerge a spiegazione. Cinque ragazzi, quattro italiani e uno di origine egiziana. Cinque famiglie, per dirla nel gergo del bravo questurino, “normo-integrate”. Genitori senza alcun precedente penale, come invece tanti se ne trovano nei quartieri dormitorio di Milano. Donne e uomini con mestieri normali, chi bancario, chi impiegato, chi funzionario comunale. Fratelli maggiori diplomati e avviati al mondo universitario. Insomma un’esistenza che all’apparenza scorre limpida con poche e scontate increspature: un divorzio, due delle cinque famiglie lo sono, qualche inciampo a scuola, materie a settembre, un anno da ripetere. Ma che vuoi che sia quando la vita ha appena 17 anni. Per questo risulta complicato spiegare questa voragine. Complicato lo è stato certamente per i genitori, i quali, quando i figli, dopo essere stati perquisiti, sono stati chiamati a Milano al commissariato Garibaldi-Venezia, davanti ai poliziotti e al dirigente Angelo De Simone non hanno saputo darsi pace. Lacrime compulsive di madri e padri hanno avuto bisogno di un supporto psicologico a mitigare quella che a tutti gli effetti è una colpa, perché altro non può essere per questi genitori. Di quale tipo sia la colpa è altro tema. Di certo, viene spiegato da chi questa indagine lampo l’ha seguita, ci si trova davanti a ragazzi che ben poco sono in grado di discernere il virtuale dal reale, il reel di Instagram dai tonfi sordi dei pugni e dal calore del sangue che resta sul marciapiede. Il gesto mandato in loop come le immagini dei cellulari che sgravano dalla fatica del tempo. Osservarsi da fuori come sdoppiati. Tanto che durante la lunga intercettazione ambientale in commissariato che raccoglie in presa diretta il racconto degli aggressori, uno dei tre minori dice: “Voglio vedere il video, voglio vedere se ho picchiato forte”, ricevendo conforto da un amico: “Tu l’hai picchiato così”. È il tempo che esce dal ticchettio normale, che si fa selfie esistenziale, come immortalare il verbale di perquisizione: “Eh raga – dice un minore – , però io voglio mettere la storia! Sì metto la storia del foglio, censuro i nomi e scrivo che si vede solo l’articolo”. Il ricorrere “alla violenza fisica in modo del tutto immotivato, quasi come una forma di divertimento”, lo scrive il giudice per le indagini preliminari. Un gesto assurdo da ripetere come in un videogioco. Fino ad arrivare a dire, in quel momento quando l’arresto è ormai vicino, “frà la prossima volta ci bardiamo”. Perché tutto si scrolla, va avanti e torna indietro. Una frase che fa pensare che già altre volte, altre aggressioni sono passate. Perché di certo quel sabato notte non era la prima volta che da Monza il “branco” calava lungo i bordi della movida di Milano. Del resto il riconoscimento degli aggressori è avvenuto anche dal confronto con alcuni loro fotosegnalamenti. Ecco allora un altro punto che incrina e complica la visione manichea da bianco o nero: famiglie normali non equivale sempre a figli per bene. Sono maranza non sono maranza? Forse lo sono se la bestiale etichetta giornalistica corrisponde al significato di disagio. Perché la spiegazione è il disagio, certamente in questo caso criminale, se quella notte i cinque hanno colpito e non sono scappati e anzi, scrive il giudice, “hanno continuato a intrattenersi nella nota zona, frequentata da clienti di locali notturni, proseguendo la loro serata tra amici”. Il giudice poi mette in fila comportamenti purtroppo comuni a molti ragazzi. Comportamenti che però non sempre sfociano nei fatti del 12 ottobre. Secondo il giudice del Tribunale dei minori quei ragazzi sono risultati “privi di qualunque forma di empatia rimanendo assolutamente indifferenti rispetto alla sofferenza della vittima” e “non hanno dimostrato di avere compreso la gravità della condotta”, manifestando “una disumana indifferenza”. E così la microspia nella penombra della sala d’attesa del commissariato registra l’ennesimo colpo d’accetta alla voragine, quando un minore ricorda il commento lasciato a un video su Tik Tok della europarlamentare della Lega Silvia Sardone rispetto sei accoltellamenti in una notte: “Hai visto? Sai il video su Tiktok della Sardone? Ha detto che a Milano ci sono stati sei accoltellamenti in una notte, io nel commento le ho scritto il settimo non l’hanno ancora scoperto, te l’ho pure mandato”. Mancanza di empatia e indifferenza, dunque. Vale qua e ora nel caso di tentato omicidio, ma vale in generale. È un binomio che spesso i genitori intuiscono nascere e crescere. Una devianza che puzza di senso di colpa e come ogni senso di colpa è molto meglio nasconderlo dietro a una vita di lavoro e di normalità apparente che poi produce “quell’assenza di una benché minima resipiscenza per i comportamenti assunti”. Perché non c’è senso morale in frasi del genere: “Dalle telecamere hanno ricostruito l’accaduto, però non so se si vede il video dove lo scanniamo (…). Magari quel coglione è ancora in coma, domani schiatta (…). Ma speriamo bro’, almeno non parla!! Te non hai capito, io gli stacco tutti i cavi”. E’ un deserto di coscienza, oltre al quale resta solo la tetra di diagnosi della vittima, e che ora mette sotto accusa il sistema: quello della giustizia minorile e civile, e quello dei servizi sociali. L'articolo I ragazzi del branco di Milano, il ritratto dei 5 giovani “feroci” che hanno reso invalido uno studente. Nessuna distinzione tra reale e virtuale proviene da Il Fatto Quotidiano.
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“L’indifferenza del branco”, i gip che hanno ordinato gli arresti a Milano: “Aggressione feroce”
Volevano uccidere. E sono stati autori di una “feroce aggressione” con “modalità da branco“. Un “gruppo sopraffattore che ha portato avanti un pestaggio brutale ben oltre il fine si assicurarsi il profitto del reato di rapina, infierendo sulla vittima riversa a terra”. Un “brutale pestaggio” con l'”evidente indifferenza rispetto alla vita”. Sono alcuni concetti espressi nelle due ordinanza di custodia cautelare, quella disposta per i tre 17enni e quella per i due 18enni, che ha portato agli arresti per l’aggressione allo studente bocconiano a Milano. Certo è non è solo la brutalità dei colpi, non è soltanto il coltello che affonda più volte mentre la vittima, un ragazzo appena adulto, è già a terra. La parte più inquietante di questa storia è appunto “l’indifferenza”. È anche la risata dopo. È la noncuranza totale verso un corpo che lotta per restare vivo. È la convinzione, quasi divertita, che la vita altrui valga meno di una banconota da 50 euro. Senza contare la riflessione sul video di TikTok in cui si parlava di sei accoltellamenti in una notte: “Io nel commento le ho scritto il settimo non l’hanno ancora scoperto”. I cinque sono stati intercettati mentre ridono, si vantano, parlano dell’aggressione come di una bravata riuscita, probabilmente non la prima visto che in un altro momento parlano di “badarsi” la prossima volta. Uno dice di voler rivedere il video “per vedere se ho picchiato forte”. Un altro spera che la vittima muoia: “Così almeno non parla”. E mentre il ragazzo lotta tra la vita e la morte, loro si chiedono se valga la pena andare a trovarlo in ospedale. “Sai che possiamo fare che è un bel gesto? lo andiamo a trovare almeno i giudici ... (incomprensibile) … tutti uguale così la … (incomprensibile) … giuro, andiamo! … ” dice uno e l’altro “Bene, andiamo. si gli diciamo “ci dispiace, siamo pentiti, ma … (bisbigliando dice) “a me in realtà non me ne frega” L'articolo “L’indifferenza del branco”, i gip che hanno ordinato gli arresti a Milano: “Aggressione feroce” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Milano
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“Un rumore fortissimo, poi l’ho visto a terra, sanguinava molto”, il racconto delle due ragazze che hanno assistito all’aggressione a Milano
Scene da un’aggressione: il rumore, la paura, il sangue. Nei verbali delle due ragazze che hanno assistito alla brutale aggressione a Milano allo studente bocconiano rimasto invalido, si trova il film dell’assalto subito dal 22enne che, come ha dichiarato il medico del pronto soccorso del Fatebenefratelli agli agenti, “È stato a un passo dal decesso”. LA RAPINA E L’AGGRESSIONE Le due amiche erano uscite dal Play Club, in zona corso Como, per acquistare delle sigarette alle 2.45 di domenica 12 ottobre. È un racconto in crescendo, quello delle due ragazze, che hanno visto in azione il branco dei cinque ragazzini — due 18enni e tre 17enni — prima molestare, poi accerchiare la vittima inerme a terra, e infine lasciarla lì, nel sangue. “Notavamo un ragazzo, con dei capelli ricci, indossante una felpa con dettagli verdi, seduto all’esterno di un altro locale. Parlava con un gruppo di cinque ragazzi; lui mi sembra alterato da sostanze alcoliche, mentre i ragazzi mi davano l’impressione di importunarlo ponendogli delle domande. Notavo la scena che i ragazzi si erano di fatto un po’ allontanati e il ragazzo con i capelli ricci correre in loro direzione. Una volta raggiunti, si sarebbero spinti più volte e i ragazzi gli avrebbero detto: ‘Vattene, calmati'”. Il 22enne stava cercando di recuperare i 50 euro che gli erano stati strappati di mano. Una rapina che poi si è trasformata in un tentato omicidio sotto i portici di via Rosales. “Abbiamo sentito un forte tonfo… ci siamo affacciate al porticato e abbiamo notato il ragazzo riccio per terra, seduto, e il gruppo si allontanava lungo la via”. Le due giovani si fecero coraggio e si avvicinarono: “I suoi vestiti risultavano intrisi di sangue… abbiamo pensato che fosse stato accoltellato”. “ERO IMPAURITA” Anche l’altra testimone descrive la scena agli investigatori: “Il ragazzo per terra ricordo che aveva i capelli lunghi castani e ricci, e non era molesto, anzi tranquillissimo. I ragazzetti prima citati avevano lanciato qualcosa in direzione del ragazzo seduto, credo un tappo o comunque un oggetto piccolino”. Il gruppo si dirige verso piazza XXV Aprile, seguito dal ragazzo riccioluto che sembrava voler reclamare qualcosa: “Non sentivo cosa di preciso proferisse… mentre io e S. ci fermavamo per acquistare le sigarette”. Poi un rumore che attira il loro sguardo: “Sentivo provenire da via Rosales un rumore molto forte, come di una ‘mazza’ che sbatteva per terra… vedevo il ragazzo con i capelli ricci che era seduto per terra sotto i portici con una copiosa perdita ematica nella parte posteriore del corpo”. L’altra ragazza, spaventata, chiede aiuto a quattro adulti di passaggio: “Ero impaurita… uno di questi ha chiamato prima un buttafuori del Play, che però diceva che non poteva intervenire, e poi credo abbia chiamato l’ambulanza. Il ragazzo da sotto i portici è andato a nascondersi sotto un ponteggio… mi ha dato l’impressione di essere molto spaventato e che volesse nascondersi”. L'articolo “Un rumore fortissimo, poi l’ho visto a terra, sanguinava molto”, il racconto delle due ragazze che hanno assistito all’aggressione a Milano proviene da Il Fatto Quotidiano.
Milano
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