“Stavamo litigando perché non mi faceva dormire”. Così Giuseppe Musella avrebbe
spiegato alla polizia l’omicidio della sorella Ylenia, ammazzata con una
coltellata alla schiena nella loro abitazione nel rione Conocal, a Ponticelli,
estrema periferia di Napoli. Il 28enne si è costituito nella notte, dopo essersi
reso irreperibile per ore.
L’AMMISSIONE DI GIUSEPPE MUSELLA
Braccato dagli uomini della Squadra Mobile della Polizia, si è presentato in
commissariato e ha ammesso di averla uccisa. “Non volevo farlo, ho lanciato il
coltello”, avrebbe detto. Futili motivi. Almeno questo è quello che ha
raccontato agli investigatori dopo il fermo che ora dovrà essere validato dal
giudice per le indagini preliminari.
LA LITE PER FUTILI MOTIVI: DINAMICA DA CHIARIRE
Giuseppe e Ylenia Musella vivevano in via Al Chiaro di Luna, condividevano
l’abitazione nella quale si è consumato il delitto nel primo pomeriggio di
martedì. Secondo quanto riportato dal Corriere della Sera, l’uomo sta provando a
riposare. La sorella era impegnata nelle sue faccende e il 28enne si sarebbe
infastidito per il rumore. Ne sarebbe nata una discussione. L’alterco è
degenerato, l’uomo avrebbe picchiato la sorella. Poi la coltellata. Una sola,
alla schiena. Fatale. In qualche maniera involontaria, secondo il suo primo
racconto: una dinamica tutta da verificare.
LA FUGA, POI SI È CONSEGNATO NELLA NOTTE
Poi Musella ha caricato la sorella in auto, trascinandola fuori
dall’appartamento. È arrivato davanti all’ospedale Villa Betania e l’ha
scaricata al pronto soccorso. I soccorsi dei sanitari sono stati inutili: per la
22enne non c’era più nulla da fare. Intanto è corso via, vagando per ore mentre
gli investigatori stringevano il cerchio attorno a lui. Impossibile sfuggire
alla morsa. Così nella notte Musella si è consegnato alle forze dell’ordine. Ora
è rinchiuso in carcere, in attesa dell’udienza di convalida del fermo.
L'articolo La confessione di Giuseppe Musella che ha ucciso la sorella Ylenia:
“Stavamo litigando perché non mi faceva dormire” proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Tag - Cronaca Nera
È vicina a una svolta l’inchiesta sulla morte dei tre cacciatori trovati senza
vita in un bosco dei Nebrodi messinesi il 28 gennaio scorso. C’è almeno una
persona indagata per il triplice omicidio: si tratta dell’amico di Antonio
Gatani, 82 anni, il più anziano tra le vittime. L’uomo finito nel mirino degli
investigatori, come anticipato martedì da Ilfattoquotidiano.it, era in compagnia
di quest’ultimo la mattina nella quale i tre sono rimasti coinvolti nella
sparatoria a Montagnareale, paesino in provincia di Messina. Gli sono state
sequestrate tutte le armi in suo possesso per effettuare le perizie balistiche
in grado di chiarire se qualcuno di quei fucili è tra quelli dai quali è stato
fatto fuoco contro Gatani o i fratelli Devis e Giuseppe Pino, rispettivamente 26
e 44 anni.
LA MATTANZA NATA PER UN ERRORE DURANTE LA CACCIA?
I carabinieri, coordinati dalla procura di Patti, non hanno più alcun dubbio:
sulla scena del delitto c’era almeno un’altra persona. E sospettano che fosse
proprio il compagno di caccia di Gatani. Sulla dinamica, invece, è ancora
necessario far luce. La pista, infatti, non è ancora univoca. Si fanno largo due
ipotesi riguardo il contesto che ha portato al triplice omicidio. Da un lato è
possibile che l’82enne abbia ferito per errore Devis Pino. A quel punto, il
fratello maggiore avrebbe aperto il fuoco contro Gatani, uccidendolo. Il quarto
uomo presente sulla scena avrebbe risposto al fuoco ammazzandolo e finendo poi
il 26enne, diventato un testimone scomodo, con un secondo colpo esploso da
distanza ravvicinata. Una mattanza nata da un fatale sbaglio durante una battuta
di caccia.
LA SECONDA PISTA: LA LITE PER IL “CONTROLLO” DELLA ZONA
Ma non si esclude che le due coppie di cacciatori si siano incrociate durante la
battuta e ne sia nato un diverbio. Gatani e il quarto uomo avrebbero rinfacciato
ai fratelli Pino, arrivati da un paese a una cinquantina di chilometri di
distanza, di essere a caccia in una zona che ritenevano una specie di propria
“riserva”, essendo tra l’altro ambitissima per via del maialino nero, molto
apprezzato sul mercato. Così sarebbe inizia la sparatoria al termine della quale
sono rimasti tre copri a terra, a una trentina di metri l’uno dall’altro, con i
propri fucili accanto.
INDAGATO IL COMPAGNO DI CACCIA DI GATANI
Il compagno di caccia di Gatani, ascoltato già nelle ore successive al triplice
omicidio, dice di non aver visto né sentito nulla. Ha sostenuto di essere
arrivato con l’82enne nella zona di caccia attorno alle 6 del mattino ma di
essersi poi allontanato. Insomma, era nella zona dei delitti ma non presente al
momento della sparatoria. Una versione che finora non ha convinto gli
investigatori, coordinati dal procuratore Angelo Cavallo e dalla pubblico
ministero Roberta Ampolo, che ora indagato formalmente su di lui. L’inchiesta ha
fatto un passo avanti e ora una svolta sembra imminente, decisivi saranno gli
accertamenti dei carabinieri del Ris di Messina sulle armi.
L'articolo Tre cacciatori uccisi sui Nebrodi, la doppia pista: un errore durante
la battuta o una lite. C’è un indagato proviene da Il Fatto Quotidiano.
Lo hanno arrestato nella notte e nel giro di qualche ora ha confessato: “Sì,
l’ho uccisa io”. Ylenia Musella è morta per mano del fratello, Giuseppe. È stato
lui, secondo il suo stesso racconto, ad accoltellare alla schiena la 22enne,
scaricata davanti al pronto soccorso dell’ospedale Villa Betania nel quartiere
Ponticelli di Napoli. Una lite in famiglia, degenerata, al culmine della quale
l’uomo, 28 anni, ha sferrato il colpo alle spalle della giovane. Prima, forse,
l’ha picchiata o almeno così sospettano gli investigatori alla luce dei numerosi
lividi che la 22enne presentava al volto quando è stata soccorsa, inutilmente,
dai sanitari.
Il delitto si è consumato martedì pomeriggio in un appartamento del rione
Conocal, nella zona Est del capoluogo campano. Dopo alcune ore in fuga, il
28enne si è consegnato alla Polizia. Sulle sue tracce c’erano gli agenti della
Squadra Mobile di Napoli: a loro ha confessato di aver ucciso la sorella. Il pm
di turno alla Procura di Napoli, Ciro Capasso, aveva emesso un decreto di fermo
d’urgenza per omicidio volontario, che ora dovrà passare al vaglio del giudice
per le indagini preliminari per la convalida.
Stando a quanto ricostruito finora, i due, che vivevano nella stessa abitazione
in via Al Chiaro di Luna, avrebbero litigato. I toni si sono accesi e a un certo
punto l’uomo ha sferrato il colpo, letale, alla schiena. Quindi con ogni
probabilità è stato lui stesso a trascinare il corpo della giovane in auto e a
scaricarlo davanti all’ospedale. Poi si è dato alla fuga per alcune ore. Il
contesto nel quale i due sono cresciuti è estremamente complicato: il padre è in
carcere per omicidio, la madre è detenuta per droga. La stessa vittima, in
passato, era stata coinvolta in un’inchiesta su truffe agli anziani in Abruzzo.
Gli investigatori, una volta esclusa la pista di un femminicidio maturato
all’interno di una coppia e non avendo mai dato pesato a un omicidio legato alla
criminalità organizzata, si sono focalizzati sull’ambiente familiare ascoltando
parenti e amici. Così, ora dopo ora, è cresciuta la pista legata al fratello di
Giuseppe, nel frattempo irreperibile. Nella notte, la svolta: il 28enne si è
presentato in commissariato e ha confessato.
L'articolo Arrestato il fratello di Ylenia Musella, uccisa a 22 anni a Napoli:
ha confessato proviene da Il Fatto Quotidiano.
Una giovane di 22 anni è morta mercoledì pomeriggio dopo essere stata ricoverata
nell’ospedale Villa Betania, nel quartiere Ponticelli, alla periferia di Napoli.
La vittima aveva una ferita da arma da taglio alla schiena. Indaga la Polizia di
Stato. Per ora non si conoscono altri dettagli.
Articolo in aggiornamento…
L'articolo Ragazza di 22 anni morta Napoli: è stata accoltellata alla schiena
proviene da Il Fatto Quotidiano.
Il cadavere del fratello più giovane ha svelato le prime verità su quel che è
accaduto mercoledì mattina nella campagna di Montagnareale, sui Nebrodi. In
contrada Caristia sono stati trovati tre cadaveri. Tutti e tre a pancia in su,
tutti e tre equidistanti, a 30 metri circa l’uno dall’altro. Come in una linea
retta, ai due estremi Antonio Gatani, 82 anni, e Giuseppe Pino, 44. In mezzo il
fratello più piccolo di Giuseppe, Davis Pino, di 26 anni. Il suo corpo è quello
che ha dato la chiave di lettura ai medici legali. L’autopsia è stata fatta
sabato dal professore ordinario di medicina legale dell’università di Messina,
Alessio Asmundo, e da Giovanni Andò.
Davis Pino è stato prima ferito e poi gli è stato inferto un colpo mortale a
distanza ravvicinata. Chi lo ha ucciso non può essere morto a distanza di 30
metri poco dopo, colpito all’addome. Per questo le indagini si concentrano
adesso sulla presenza del quarto uomo. Potrebbe essere nato tutto da un errore,
degenerato poi in un triplice omicidio. Ad essere ucciso per primo sarebbe stato
Giuseppe Pino. Poi, nello scontro a fuoco che dai primi esami balistici sembra
esserci stato tra i tre, sarebbe morto Gatani. Infine Davis Pino sarebbe stato
ucciso dal quarto. Questa è al momento la ricostruzione di inquirenti e
investigatori, dopo i primi rilievi sul posto e dopo l’autopsia. Il figlio
dell’anziano ha subito indicato che il padre non era da solo. Per questo le
ricerche si sono concentrate su un uomo in particolare, che nei giorni scorsi è
stato interrogato dagli inquirenti, ai quali ha però detto di avere soltanto
accompagnato Gatani, per poi andare via.
Una versione sempre più traballante, visto gli ultimi esiti. Ma non solo, con
loro c’era un cane che è stato ritrovato dentro l’auto di Gatani, qualcuno lo
aveva, dunque, messo al sicuro. E se l’uomo che ha accompagnato Gatani era lì
durante la sparatoria, perché non ha dato l’allarme? A farlo è stato, infatti,
un passante in motocross. L’uomo non risulta al momento indagato ma la sua
posizione potrebbe cambiare da un momento all’altro. I carabinieri di Messina,
guidati da Lucio Arcidiacono (fu lui a catturare Matteo Messina Denaro, quando
era nei Ros), e i magistrati Angelo Cavallo, capo della procura di Patti
(Montagnareale è a 3 km di distanza), e la sostituta Roberta Ampolo sono al
lavoro per cercare di capire cosa ha scatenato la sparatoria che ha portato ai
tre omicidi.
I fratelli Pino erano membri di un’associazione venatoria e mercoledì mattina
erano partiti da San Pier Niceto, paese sui Nebrodi ma in una zona a 50 km di
distanza, per andare in avanscoperta nella campagna di Montagnareale dove si
caccia il cinghiale selvatico. Un animale molto aggressivo e considerato
pericoloso, per questo nessuno va a caccia da solo in queste zone. Era un’area
in cui i Pino erano considerati estranei? In queste zone è noto il fenomeno del
furto di animali rivenduti nel mercato nero. I Pino erano diventati testimoni
scomodi? Oppure un semplice incidente, degenerato in tragedia? Sono questi gli
interrogativi ai quali inquirenti e investigatori stanno cercando di dare una
risposta. Decisivi saranno le analisi intrecciate dei tabulati e gli esiti
finali degli esami balistici del Ris di Messina, per i quali bisognerà
attendere. Intanto i cadaveri sono a disposizione della Procura di Patti per
ulteriori accertamenti e sono stati rinviati i funerali. Mentre in paese, a
Librizzi, c’è molta apprensione: “Una cosa come questa non era mai successa, non
sappiamo spiegarcela e non sappiamo cosa dobbiamo temere”, si sfoga così il
sindaco Renato Blasi.
L'articolo Tre cacciatori morti sui Nebrodi, la pista: “C’era un quarto uomo, è
quello che ha sparato” proviene da Il Fatto Quotidiano.
La violenza sessuale contro i minori passa sempre più spesso dalla rete,
assumendo forme nuove e difficili da intercettare. È il caso del cosiddetto
“live distant child abuse”, una modalità di abuso online che consente agli
aggressori di agire “a distanza”, inducendo o costringendo i minori a compiere
atti sessuali in diretta attraverso piattaforme digitali.
Sei persone sono state indagate per questo reato al termine di una complessa
inchiesta coordinata dalla Procura di Milano e condotta dal Centro Nazionale per
il Contrasto alla Pedopornografia Online della Polizia Postale. Due uomini,
rispettivamente di 47 e 31 anni, sono stati arrestati nelle province di Trento e
Reggio Calabria con l’accusa di detenzione e divulgazione di ingente materiale
pedopornografico.
A renderlo noto è il procuratore capo di Milano, Marcello Viola, che ha
sottolineato la gravità dei fatti e ha annunciato una conferenza stampa
convocata in Procura. L’indagine, avviata nei mesi scorsi, ha permesso di
identificare una rete di soggetti che utilizzava il web non solo come strumento
di scambio di materiale illecito, ma anche come mezzo diretto di abuso.
Gli altri quattro indagati, di età compresa tra i 47 e i 57 anni, risiedono
nelle province di Roma, Latina, Brescia e Milano. Nei loro confronti sono stati
eseguiti sequestri di dispositivi informatici contenenti un rilevante
quantitativo di materiale, ora al vaglio degli investigatori. L’analisi dei dati
servirà a ricostruire nel dettaglio i fatti, individuare eventuali ulteriori
responsabili e, soprattutto, identificare le vittime.
Un aspetto centrale dell’inchiesta riguarda proprio la dimensione transnazionale
del fenomeno. La Procura ha confermato che le attività investigative
proseguiranno in collaborazione con le agenzie internazionali, nella
consapevolezza che la violenza sessuale online sui minori non conosce confini
geografici e sfrutta l’anonimato e la velocità della rete. L’operazione riporta
l’attenzione su una forma di abuso meno visibile. ma altrettanto devastante, che
avviene lontano dal contatto fisico ma produce conseguenze profonde sulle
vittime.
L'articolo Violenza sessuale online sui minori, due arresti tra Trento e Reggio
Calabria. Cos’è il live distant child abuse proviene da Il Fatto Quotidiano.
Omicidio aggravato. È l’accusa per cui sono stati arrestati i due zii della
piccola Alessandra, la bimba di quattro anni morta a Tufino (Napoli) nella notte
tra il 13 e il 14 dicembre 2024. La piccola era stata temporaneamente affidata
dai servizi sociali ai due dopo la sospensione dalla patria potestà per i
genitori naturali. E gli zii erano stati indagati da subito per maltrattamenti e
omicidio colposo, dopo che sul corpo della piccola erano stati riscontrati segni
di ustioni. La spiegazione iniziale fu che Alessandra fosse morta cadendo dalle
scale, ma l’inchiesta ha fatto emergere un quadro di abbandono e violenze.
L’arresto arriva dopo un anno di indagini: i Carabinieri della Compagnia di Nola
hanno dato esecuzione a un’ordinanza applicativa della misura cautelare della
custodia in carcere, emessa dal GIP del Tribunale di Nola, su richiesta della
Procura nolana, nei confronti dei due indagati. La complessa indagine ha preso
avvio a seguito del decesso avvenuto nell’abitazione del nucleo familiare
affidatario e alla richiesta di intervento del medico del pronto intervento
giunto sul luogo del decesso, allarmato per le condizioni del cadavere, che
riportava lividure, bruciature e segni di malnutrizione.
Gli elementi raccolti nel corso dei rilievi effettuati da personale
specializzato della Sezione Rilievi del Nucleo Investigativo dei Carabinieri di
Castello di Cisterna e del Reparto Investigazioni Scientifiche dei Carabinieri
di Roma – Sezione Biologia, insieme agli esiti di una di consulenza
medico-legale collegiale, di una consulenza informatica e l’acquisizione di
elementi di natura documentale, hanno consentito agli inquirenti di ricostruire
in ordine cronologico lo sviluppo della vicenda che ha condotto alla morte della
bambina, a decorrere dall’affido della minore alla coppia, avvenuta nell’estate
del 2024, dopo la sospensione della patria potestà dei genitori naturali.
Inoltre, dallo scambio di messaggi tra indagati e dalle dichiarazioni rese
durante gli interrogatori, sono emersi episodi gravi di maltrattamenti ai danni
della piccola, tecnicamente qualificati come child neglect, che hanno
determinato una grave denutrizione della bambina. Sono state accertate anche
condotte violente che, unitamente allo stato di denutrizione, hanno condotto la
vittima ad un profondo decadimento fisico, sino ad uno stato ”cachettico”, che
ha determinato il decesso, favorendo – unitamente ad altri traumi sopportati
dalla minore, tra i quali gravi ustioni, piaghe da decubito ed una frattura –
l’insorgenza di una grave patologia polmonare.
L'articolo Arrestati gli zii di Alessandra, la bimba di 4 anni morta a Tufino un
anno fa: l’accusa è di omicidio aggravato proviene da Il Fatto Quotidiano.
La sorella di Federica Torzullo, Stefania, vorrebbe incontrare il cognato
Claudio Carlomagno, in carcere per il femminicidio della moglie. La sorella
della vittima ha inviato una lettera alla redazione di Quarto Grado, la
trasmissione di Gianluigi Nuzzi andata in onda su Reteqauttro venerdì sera.
“Credo sia doveroso per me, la sorella della vittima, incontrare Claudio perché
sta mentendo e continua a mentire su quello che è successo a mia sorella. È
giusto – sostiene Stefania Torzullo – che venga fuori la verità su quello che le
ha fatto e su chi ha aiutato ad attuare un piano che non poteva essere svolto in
così poco tempo e soprattutto che non poteva derivare da una furia momentanea.
La ricerca della verità è tutto ciò che al momento ci interessa”, si legge nella
lettera che è stata inviata tramite la psicologa che la supporta.
Intanto il sindaco di Anguillara Sabazia, Angelo Pizzigallo, ha proclamato il
lutto cittadino per la giornata di sabato 31 gennaio, in occasione delle esequie
di Maria Messenio e Pasquale Carlomagno, morti suicidi sabato scorso a pochi
giorni dall’arresto del figlio Claudio. “Questo lutto non è solo il dolore di
una famiglia, ma una ferita che attraversa l’intera città”, ha sottolineato in
un post il sindaco annunciando che verrà proclamato il lutto cittadino in
memoria di Federica Torzullo. E poi ha ricordato con “profondo affetto e sincera
riconoscenza” Maria Messenio, ex assessora della sua giunta, definendola “donna
delle istituzioni” che “ha servito Anguillara Sabazia con dedizione, senso del
dovere e attenzione autentica verso i cittadini”. Il suo pensiero è andato anche
al marito Pasquale Carlomagno, “uomo riservato e legato ai valori familiari che
ha condiviso con Maria un percorso di vita fatto di sacrifici, dignità e legami
profondi”.
L'articolo Stefania Torzullo: “Voglio incontrare mio cognato e chiedergli la
verità sull’omicidio di mia sorella” proviene da Il Fatto Quotidiano.
Sono di Daniela Ruggi i resti rinvenuti l’1 gennaio da due escursionisti in una
antica torre diroccata non molto distante dall’abitazione della donna, a
Vitriola di Montefiorino, sull’Appennino modenese. Lo riporta il Resto del
Carlino di Modena. A stabilirlo sono stati gli esami del Dna, dopo che nelle
scorse settimane campioni erano stati prelevati da oggetti appartenuti alla
32enne e alla madre.
Ruggi era scomparsa il 19 settembre del 2024, il giorno dopo essere stata
dimessa dall’ospedale di Sassuolo in seguito ad un malore e riaccompagnata alla
sua abitazione di Vitriola, dove viveva da sola, da un’ambulanza di volontari.
All’interno della torre il primo gennaio sono stati trovati un teschio, una
ciocca e un reggiseno. Dal giorno della sparizione più nessuna notizia della
32enne e l’avvio ufficiale delle ricerche. A sporgere denuncia per la sua
scomparsa era stato il sindaco di Montefiorino, Maurizio Paladini.
Dopo che le ricerche fatte a Vitriola e nei territori limitrofi non hanno dato
esito, c’è stato il rinvenimento fatto a inizio anno da due escursionisti
entrati nell’antica torre: il teschio, hanno riferito, era appoggiato su una
trave. I resti sono stati successivamente inviati a Milano per essere esaminati
dalla anatomopatologa Cristina Cattaneo e in questi giorni sono arrivati gli
esiti che non lasciano più dubbi: Daniela Ruggi è morta e fra le principali
ipotesi resta quella di un omicidio. Nessuna informazione ufficiale è stata
fornita da Procura e Carabinieri sul caso. L’esito degli esami del dna sui resti
è già stato comunicato ai parenti convocati in caserma.
Sempre in questi giorni, in seguito al dissequestro dell’immobile è potuto
tornare nella sua abitazione a Polinago Domenico Lanza, conosciuto come “lo
sceriffo”, finora l’unico indagato in relazione alla scomparsa. L’uomo è finito
nel mirino della magistratura dopo aver mostrato alcuni indumenti intimi di
Ruggi custoditi nella propria auto in diretta durante una trasmissione tv. Lanza
ha ammesso di frequentare la 32enne, ma anche ribadito più volte di non
c’entrare con la sua scomparsa. Nel corso delle indagini il 67enne era anche
finito in carcere come misura cautelare per irregolarità nelle custodia di
alcune armi in casa. “Sono passati quattordici mesi da quando me ne sono andato.
Dopo la perquisizione ho trovato la mia casa ammalorata, cassetti e armadi
aperti. I soffitti sono pieni di muffa”, ha detto Lanza, tornato a casa. “In
questo stato non è abitabile ed io ora ho bisogno d’aiuto”, ha detto.
Nessun commento dalla madre e dalla sorella di Daniela Ruggi che,
“comprensibilmente sconvolte per le recenti notizie, in attesa di definitiva
conferma, non intendono rilasciare nessuna dichiarazione in merito”, come ha
riferito l’avvocato Guido Sola, che assiste le due familiari della 32enne.
L'articolo Identificati i resti umani trovati il primo dell’anno: sono di
Daniela Ruggi, la 32enne scomparsa nel 2024 proviene da Il Fatto Quotidiano.
C’è un identikit sul quale si stanno concentrando le ricerche nelle indagini per
l’omicidio di Alexander Adarich, il banchiere ucraino trovato morto a Milano e
che aveva tre documenti con diverse identità. È l’uomo che è stato visto
affacciarsi dalla finestra del bed&breakfast dal quale è precipitato il 54enne
la sera del 23 gennaio scorso. Poco dopo, lo stesso uomo ha incrociato la
custode, alla quale in inglese ha chiesto cosa fosse successo, fugacemente,
prima di allontanarsi insieme a un altro sconosciuto. Un incontro veloce ma che
è stato sufficiente alla donna per essere in grado di descriverne i lineamenti,
trasformandosi in una testimone importante per gli investigatori.
LA TESTIMONE E LE TELECAMERE: L’INCHIESTA
Proprio sviluppando i suoi ricordi, e incrociandoli con i filmati delle
telecamere già acquisiti e al vaglio, la Squadra Mobile di Milano sta cercando
una corrispondenza sul sistema Sari, che permette di trovare un match tra
centinaia di migliaia di visi già noti nella banca dati Afis delle forze
dell’ordine. A breve, inoltre, saranno avviate le rogatorie internazionali
necessarie a inquadrare meglio molti dettagli della vita dell’affarista, che
aveva interessi principalmente in Ucraina e Lussemburgo ma anche in altri Paesi.
Mentre c’è attesa per l’autopsia, prevista per la prossima settimana, che dirà
molto sulle cause della morte e quindi sulla dinamica della caduta.
ADARICH VIVEVA IN SPAGNA: IL GIALLO DELLE DUE FIGURE
Oltre a ricostruire la sua vita e i suoi interessi – pare che non avesse
attività economiche in Italia – gli investigatori della Polizia, coordinati dal
pm Rosario Ferracane, stanno analizzando le telecamere della zona, incrociando
fino al “millesimo di secondo” gli spezzoni dei video per incastrare i tempi di
entrata e di uscita di persone dal palazzo. Alcune di quelle immagini mostrano
l’ex banchiere – che aveva anche nazionalità rumena, viveva in Spagna con la
seconda moglie e dove doveva rientrare in giornata – entrare da solo quel 23
gennaio e poi si vedono uscire due figure, da identificare appunto e su cui si
concentrano le indagini per omicidio volontario.
LA POSSIBILE DINAMICA DELL’OMICIDIO
Col sospetto tutto da verificare, inoltre, che nel b&b ci potrebbero essere
state anche altre persone. Nella stanza, oltre a non essere rintracciati effetti
personali come trolley e pc, non è stato rinvenuto neanche il telefono. Gli
investigatori ipotizzano quindi che chi era in quella stanza possa aver
trafugato tutto dopo l’omicidio. Sulla dinamica precedente alla caduta, stando a
una prima ricostruzione, lo scenario più accreditato è che Adarich possa essere
stato legato, con fascette da elettricista ai polsi, e pestato o torturato per
fargli rivelare qualche informazione, come codici segreti per accedere a dei
conti, decidendo poi strangolarlo e gettarlo giù dalla finestra simulando un
suicidio.
L'articolo Omicidio del banchiere ucraino a Milano: c’è un identikit dell’uomo
uscito dalla stanza proviene da Il Fatto Quotidiano.