“Il fatto non sussiste“. Con questa motivazione Marco Granelli, ex assessore
comunale di Milano alla Mobilità, è stato assolto dall’accusa di omicidio
stradale in due processi con rito abbreviato che riguardavano la morte di due
donne in incidenti stradali in relazione a presunte irregolarità nella
realizzazione di piste ciclabili. Il primo caso era quello di Cristina Scozia,
la 39enne deceduta dopo essere stata travolta da una betoniera il 20 aprile 2023
mentre era in bici tra via Sforza e corso di Porta Vittoria, vicino al Palazzo
di Giustizia, in pieno centro a Milano. L’altro riguardava la morte della 38enne
Veronica D’Incà, investita da un camion il primo febbraio 2023 mentre viaggiava
a bordo della sua bici su una ciclabile in viale Brianza, zona piazzale Loreto.
Nei due processi sono stati assolti anche tre dirigenti comunali imputati. Le
motivazioni delle due sentenze arriveranno tra 30 giorni.
La procura aveva chiesto di condannare Gramelli, oggi assessore comunale alla
Cura del territorio. Per il caso della morte di D’Incà la pm Barbara Benzi, il
13 novembre, aveva chiesto un anno e 4 mesi per l’assessore. Mentre il 25
settembre il pm Mauro Clerici – sempre del pool guidato dall’aggiunta Tiziana
Siciliano – aveva chiesto la condanna ad un anno per Granelli per la vicenda
della morte di Cristina Scozia. La richiesta di pena di un anno per quel caso
aveva riguardato anche due dirigenti comunali che rispondevano, come Granelli,
delle presunte irregolarità nei tracciati della pista e anche loro assolti oggi
dall’accusa di concorso nell’omicidio stradale. L’autotrasportatore della
betoniera, invece, ha patteggiato. Anche nell’altro processo abbreviato era
imputato un dirigente comunale, assolto, e l’autista del tir che è stato
rinviato a giudizio. Per lui il processo inizierà a febbraio.
Dalla consulenza e dagli accertamenti dei pm, nel caso della morte di Scozia,
era stato evidenziato che non c’erano cordoli di protezione per separare la
carreggiata per le auto dalla ciclabile. Pista peraltro, per l’accusa, dipinta a
terra e con segnalazioni poco chiare sulle svolte, all’altezza di un semaforo.
La vittima era stata investita per il cosiddetto “angolo cieco” e il guidatore
della betoniera non avrebbe visto la bicicletta durante la manovra di svolta a
destra al semaforo. Simile la dinamica e le contestazioni nel secondo processo.
I legali di Granelli, rappresentato dall’avvocato Franco Rossi Galante, e dei
dirigenti comunali, avevano chiesto, invece, al gup le assoluzioni, facendo leva
su proprie consulenze nelle quali si evidenziava che il comportamento dei
rappresentanti dell’amministrazione fu regolare. E l’assenza di un rapporto
causa-effetto con le morti. L’assessore e i dipendenti comunali erano finiti
imputati in qualità di responsabili della pianificazione e della programmazione
della viabilità della città. I pm li accusavano, a vario titolo, nel caso
dell’aprile di due anni fa di aver firmato l’ordinanza del settembre 2020 “di
istituzione della corsia ciclabile in via Francesco Sforza” e “aver disposto”
nei pressi della Biblioteca Sormani “segnaletica non conforme alle prescrizioni
del codice della strada (…) in quanto contraddittoria” e “atta a cagionare
confusione negli utenti della strada” e “a incrementare il pericolo”. Alla fine
il giudice per l’udienza preliminare Alberto Carboni ha assolto Granelli e i tre
dirigenti di Palazzo Marino.
“Sono chiaramente molto soddisfatto, ma il mio primo pensiero va alle due donne
uccise e alle altre vittime della strada, perché tutti dobbiamo fare di più per
evitarne altre”, ha commentato l’assessore comunale. Granelli era presente in
aula, così come nelle precedenti udienze. “Sono soddisfatto perché la sentenza
evidenzia che abbiamo rispettato il codice della strada – ha aggiunto – ma lo
sforzo che dobbiamo fare è quello di migliorare e innovare le città attraverso
una mobilità che non separa e che tutela le persone più deboli in strada. Si
tratta – ha proseguito – di due incidenti con angolo cieco, abbiamo una
tecnologia per evitarlo e dobbiamo usarla”. Il pensiero dell’assessore è andato
anche “a tutti i dirigenti e progettisti che collaborano” per la mobilità:
“Abbiamo una classe di professionisti – ha chiarito – che devono continuare a
fare il loro lavoro al massimo e al meglio”. E ha concluso: “Ho sempre avuto
fiducia nelle giustizia e questa sentenza dice che ci sono persone capaci di
fare bene il proprio lavoro. Non mi ha fatto piacere questa esperienza, ma la
fiducia riposta nella giustizia è stata ripagata”.
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l’assessore comunale Granelli perché “il fatto non sussiste” proviene da Il
Fatto Quotidiano.
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Armi e cocaina. Radio malavita gracchia forte: “Con la mitraglietta ho otto
caricatori da 36, sai che significa? Trecento colpi, e andiamo!”. “Bamba,
bamba!”. Un bel cocktail che oggi a Milano, nonostante i tanti decreti sicurezza
sbandierati dal governo, va di gran moda. Al bancone lo servono organizzazioni
sempre più robuste che spacciano grammi ad avvocati, giudici, politici e che nei
blocchi di cemento della periferia raccolgono consenso sociale alimentando i
testi di giovani trapper. A far da timone, a partire dal 2023, le indagini sulla
banda del quartiere Barona. Ultima in ordine temporale quella sulla Super
Mamacita Katia Adragna, narco-madrina legata al gruppo di Nazzareno e Luca
Calajò. Un clan che ricorda, per forza e ramificazioni, quello della Magliana e
che come la banda romana sembra una matrioska.
E così il gioco delle bambole mostra oltre al gruppo sovrano della Barona altre
batterie di trafficanti che tengono in mano la città. L’ultima e inedita
controlla lo storico quartiere del Giambellino, quello del Cerutti Gino cantato
da Giorgio Gaber. Ma qui oggi non è più tempo di nebbia e romanticherie, qui il
sapore è quello metallico delle armi e dello spaccio en plein air. Con i
“cavallini” che, cresciuti alla scuola di Katia Adragna e dei grandi boss,
sognano di indossare abiti da trafficanti. Massimo Caivano è un milanese di 47
anni. Al Giambellino tra i civici 64 e 59 è il ras. Dice: “Prima di tutto
comando io, sempre e comunque”. Ne parla con Giovanni Licausi, giovane siciliano
di 32 anni, il quale dopo aver lavorato per Katia Adragna vuole mettersi in
società con Caivano: “Ma se io dovessi venire a lavorare pure, perchè voglio
portare persone”. In batteria poi ci sono i fratelli Simula, Davide e Francesco
che qualche problema lo hanno con Tony Faraci, trapezzista della cocaina tra il
Giambellino e il cuore della Barona, ma soprattutto pistolero dal grilletto
facile.
Armi, dunque. Per difendersi e attaccare. Armi da guerra, bombe a mano,
mitragliette. E sì perché seguendo i neofiti del Giambellino style si incappa in
una Santabarbara che dovrebbe allarmare politica e Comune di Milano. Invece
nulla. E così liberamente, fino a pochi giorni prima di finire in carcere
assieme alla mamacita e altri manager della coca, Toni Faraci, bolognese
trapiantato sotto al Duomo, si permetteva di scendere dall’auto pistola in pugno
e colpo in canna. Perché le microspie oltre alle parole ascoltano anche i
rumori. Così negli atti si legge: “La registrazione fornisce la prova
inequivocabile che Faraci sia in possesso di una pistola visto che, quando lui
esce dall’autovettura, scarrella la pistola per inserire il colpo in canna,
generando in tal modo il tipico rumore causato dalla predetta operazione”.
A Faraci, stando agli atti d’indagine, la mosca al naso salta non di rado. Anche
per stupidaggini come un caricatore del cellulare che non gli vogliono prestare:
“Adesso ti ammazzo! Ti sparo ti giuro! Se mi arrestano ti ammazzo! Vai su,
infame!”. Finisce così che il gruppo del Giambellino più che organizzato sembra
comporsi da “indiani metropolitani” pronti a tutti. I fratelli Simula, vista la
loro vicinanza con Martina M. che tempo addietro aveva avuto un relazione con
Faraci, temono ritorsioni e si preparano alla guerra: “Ah bè, io devo vivere con
la paura che tu mi vieni a sparare?! Eh?! Ma che cazzo me ne fotte a me di lui!!
Se troviamo i colpi della Glock gli do due colpi in testa!! M’ha cagato la
minchia. La pistola ce l’abbiamo a casa, nell’armadietto. Mi mancano i
proiettili della Glock, chiama chi cazzo vuoi e trovaci i proiettili della
Glock!!”. Faraci del resto viene definito dagli inquirenti come “soggetto di
elevato spessore criminale, che pure si ritiene sia in possesso di diverse armi
clandestine e relativo munizionamento”. Una di queste, la mitraglietta, per un
po’ l’ha tenuta come foto profilo su Whatsapp fino a quando un amico gli ha
consigliato di toglierla.
Quali siano queste è comunque lo stesso Faraci a raccontarcelo intercettato in
auto con due amici. E così il Giambellino style diventa far west metropolitano:
“Pensa se mi trovavano le armi (…). Una 38, una Glock, menomale che le ho
portate qua. Una 38, una 9×21, una mitraglietta, ho la 857 magnum. Otto
caricatori, la mitraglietta! Da trentasei! Sai che significa? Trecento colpi! E
andiamo! La guerra faccio solo con quello! Mi chiamo John Rambo. Aspetta aspetta
dopodomani mi arrivano quattro ananas, le bombe a mano! Così me le metto
addosso! Con le catenelle! Venite, venite!”. Corrono le parole come corre la
Fiat Punto lungo le strade dal Giambellino alla Barona.
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cantato da Gaber: “Ho 300 colpi, faccio la guerra” proviene da Il Fatto
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