C’è un nuovo dirigente a Menlo Park. Non ha badge, non prende ferie e,
soprattutto, non perde tempo in riunioni infinite. È l’assistente IA personale
di Mark Zuckerberg, una sorta di “coscienza aumentata” che promette di
rivoluzionare il modo in cui si prendono decisioni al vertice di Meta. Secondo
quanto riportato dal Wall Street Journal, il sistema è ancora in fase di
addestramento, ma già viene utilizzato per una funzione chiave: ridurre
drasticamente i tempi di accesso alle informazioni strategiche. In pratica,
Zuckerberg può interrogare direttamente l’IA invece di attraversare i
tradizionali livelli gerarchici aziendali.
Non si tratta però di un esperimento isolato. L’azienda sta costruendo una vera
infrastruttura di “intelligenza diffusa”. Strumenti interni come Second Brain,
un archivio intelligente che sintetizza documenti e progetti, e My Claw, capace
persino di comunicare con i colleghi al posto tuo, stanno già ridefinendo il
lavoro quotidiano. È l’avvento dell’IA agentica: software che non si limita a
rispondere, ma agisce.
La svolta ha accelerato dopo l’acquisizione di Manus, startup specializzata in
agenti autonomi, e si inserisce in una visione più ampia: il 2026, nelle parole
di Zuckerberg, sarà l’anno in cui l’IA cambierà davvero il funzionamento interno
dell’azienda. Meno catene di comando, più individui potenziati dagli algoritmi.
IL FUTURO SENZA MANAGER: L’IA PRENDE IL COMANDO?
Ma c’è un rovescio della medaglia. Se un sistema è in grado di analizzare dati e
suggerire decisioni in tempo reale, cosa resta del ruolo umano? Il dibattito è
aperto, alimentato anche da voci come Sam Altman, che ha ipotizzato un futuro in
cui le IA potrebbero superare i manager. Nel frattempo, Meta investe cifre
colossali, oltre 100 miliardi di dollari previsti, per costruire questa nuova
architettura del potere aziendale. Una cosa è certa: la prossima riunione
importante potrebbe avere meno sedie occupate e più algoritmi in ascolto.
L'articolo “Decide più velocemente dei manager ‘umani’, non prende ferie e non
perde tempo in riunioni infinite”: Zuckerberg sceglie l’IA come dirigente di
Meta proviene da Il Fatto Quotidiano.
Tag - Mark Zuckerberg
C’è stato un tempo, lontano ma non troppo, in cui Facebook era il posto dove
tutto accadeva. Oggi è diventato il salotto digitale dove si entra più per
abitudine che per entusiasmo: un museo interattivo dei ricordi, con qualche
discussione fuori controllo e una timeline che sa di déjà-vu. Nel frattempo,
mentre altrove scorrono video veloci e pubblici sempre più giovani, Facebook
osserva da bordo campo. E a quel punto la risposta è arrivata, concreta e poco
filosofica: Mark Zuckerberg ha deciso di mettere mano al portafogli. Meta
Platforms pagherà fino a 3.000 dollari al mese i creator per pubblicare
contenuti sulla piattaforma e provare a rimetterla in moto.
Il piano si chiama Creator Fast Track. In pratica, Meta offre 1.000 dollari al
mese a chi ha almeno 100 mila follower su TikTok, Instagram o YouTube e accetta
di pubblicare reel su Facebook. L’assegno sale fino a 3.000 dollari per chi
supera il milione di follower, mentre chi ne ha tra 20.000 e 99.999 otterrà tra
100 e 450 dollari mensili. Il contributo è garantito per tre mesi e si aggiunge
agli eventuali ricavi pubblicitari. Ma non è aperto a tutti: bisogna avere
almeno 18 anni, vivere negli Stati Uniti o in Canada e, dettaglio non
secondario, non aver pubblicato reel su Facebook negli ultimi sei mesi.
Tradotto: Meta cerca creator attivi altrove, non utenti già fedeli.
IL PROBLEMA ANAGRAFICO
Il punto è che Facebook non è in crisi di tecnologia. È in crisi di identità. O
meglio: di età. Per i ragazzi, Facebook è il social dei genitori e dei nonni. È
il luogo dove finiscono le catene di Sant’Antonio, i meme riciclati e le
opinioni non richieste sotto qualsiasi post. Un ecosistema che difficilmente si
presta alla spontaneità veloce dei video brevi che dominano oggi.
E Zuckerberg questo lo sa. Non a caso parla di rinascita dell’“OG Facebook”,
dove “OG” (Original Gangster), dovrebbe evocare autenticità, spirito
pionieristico, freschezza. Ma il rischio è che suoni più come un tentativo di
cosplay digitale: vestirsi da giovane quando ormai si è diventati,
inevitabilmente, istituzione.
PAGARE PER SEMBRARE VIVI
L’operazione ha un sapore quasi disperato nella sua lucidità. Facebook non prova
più a convincere le persone a tornare: prova a pagare chi può portarle. L’idea è
quella di importare contenuti freschi da piattaforme concorrenti, sperando che
insieme ai video arrivino anche gli utenti. Alla fine, la questione è meno
economica e più culturale. Facebook può tornare a essere il centro della vita
digitale o è destinato a diventare un gigantesco archivio della memoria online?
Pagare i creator può portare contenuti. Ma non è detto che riporti significato.
E forse è proprio questo il punto più ironico di tutta la faccenda: il social
che ha insegnato al mondo a condividere tutto, oggi deve pagare per farsi
raccontare qualcosa.
L'articolo Mark Zuckerberg offre fino a 3mila dollari per attirare di nuovo i
giovani sulla piattaforma Facebook proviene da Il Fatto Quotidiano.
Se le frequenti apparizioni di Jeff Bezos e Lauren Sanchez nel parterre
dell’haute couture parigina sono ormai derubricate a puro diletto mondano, la
prima volta di Mark Zuckerberg alla Milano Fashion Week ha tutt’altro peso
specifico. Per il CEO di Meta la regola è una sola: business is business. Seduto
in primissima fila alla sfilata Autunno-Inverno 26/27 di Prada, strategicamente
incastrato tra il presidente esecutivo Lorenzo Bertelli e l’amministratore
delegato del gruppo Andrea Guerra, Zuckerberg non era lì per applaudire le nuove
tendenze del womenswear.
L’obiettivo della trasferta milanese è blindare una partita industriale
cruciale: quella degli occhiali dotati di Intelligenza Artificiale a marchio
Prada. La Silicon Valley non snobba più la moda, ma se la compra sotto forma di
tecnologia indossabile. E a chi, nel backstage, chiedeva conto a Miuccia Prada
di questa imminente joint venture, la stilista ha risposto con un laconico, ma
pesantissimo: “Forse, chissà”.
IL BUSINESS DEL WEARABLE TECH E I RUMORS SUGLI OCCHIALI AI
Al Deposito della Fondazione Prada, Zuckerberg (in polo color cammello e
pantaloni marrone bruciato) e Priscilla Chan (in un rigoroso maglione grigio,
gonna ampia scura e montone) hanno preso posto in prima fila, strategicamente
affiancati dall’amministratore delegato del gruppo Prada, Andrea Guerra, e da
Lorenzo Bertelli. Una prossemica che vale più di un comunicato stampa.
La loro presenza ha immediatamente riacceso i rumors su un imminente accordo
trilaterale per lo sviluppo di occhiali intelligenti dotati di Intelligenza
Artificiale a marchio Prada. L’operazione passerebbe attraverso
EssilorLuxottica, colosso dell’occhialeria che già gestisce le licenze della
maison meneghina ed è storico partner di Meta per il successo globale degli
smart glasses Ray-Ban. Un’espansione nel segmento altospendente del wearable
tech che l’azienda di Zuckerberg insegue da tempo. Interpellata nel backstage su
questa possibile joint venture tecnologica, Miuccia Prada non ha smentito,
liquidando la questione con un sibillino: “Forse, chissà”.
LA SFILATA: LA STRATIFICAZIONE COME METAFORA DELLA VITA
Spente le voci di corridoio finanziarie, l’attenzione si è spostata sulla
passerella, dove Miuccia Prada e Raf Simons hanno orchestrato una profonda
riflessione sulla sfaccettata realtà femminile. Più che una semplice sequenza di
abiti, la collezione Autunno-Inverno 26/27 è un’indagine sul processo di
trasformazione quotidiana, portata in scena in modo radicale: solo 15 modelle
chiamate a interpretare look in continua evoluzione, per esplorare le infinite
sfaccettature del carattere delle donne.
Il fulcro estetico e concettuale è la stratificazione.: “Gli abiti sono
stratificati con precisione: sartoria, abbigliamento sportivo, vestiti di raso
ricamati, composizioni contraddittorie che parlano anche un linguaggio della
moda distintivo”, ha sottolineato la maison. In passerella sfilano combinazioni
non gerarchiche in cui i materiali si sovrappongono e le fabbricazioni fondono
identità disparate. Il tempo che passa diventa un elemento di design: i tessuti
sono volutamente sbiaditi, le patinature e i ricami invecchiati esaltano il
vissuto del capo, integrando pezzi d’archivio all’interno di silhouette
minimaliste. È un guardaroba che racconta autodeterminazione e indipendenza
attraverso la memoria materica.
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L'articolo Mark Zuckerberg in prima fila alla sfilata di Prada: il piano per gli
occhiali con l’AI e il business della tecnologia indossabile, ecco cosa ci
faceva alla Milano Fashion Week proviene da Il Fatto Quotidiano.
Mega accordo per la fornitura di chip tra Meta e Amd, Advanced Micro Devices,
società statunitense produttrice di chip. L’espansione della partnership tra le
due società è finalizzata a potenziare l’infrastruttura di intelligenza
artificiale di Amd. L’investimento della società madre di Facebook ammonta,
secondo le stime del Wall Street Journal, a 100 miliardi di dollari. L’accordo
prevede che Amd venda chip di intelligenza artificiale per un valore fino a 60
miliardi di dollari a Meta nell’arco di cinque anni, in un accordo che consente
al proprietario di Facebook di acquistare fino al 10% della società produttrice
di chip.
“Siamo orgogliosi di espandere la nostra partnership strategica con Meta, che
sta ampliando i confini dell’IA a livelli senza precedenti”, ha detto Lisa Su,
Presidente e ceo di AMD. Anche Mark Zuckerberg, fondatore e CEO di Meta, ha
commentato positivamente la nuova partnership: “Siamo entusiasti di stringere
una partnership a lungo termine con Amd. Questo è un passo importante per Meta,
in quanto diversifichiamo la nostra capacità di elaborazione. Mi aspetto che Amd
sia un partner importante per molti anni a venire”.
Questa nuova collaborazione è un’importante vittoria per Amd, nel suo tentativo
di sfidare Nvidia nel mercato delle unità di elaborazione grafica (Gpu), i
microchip che alimentano il boom dell’intelligenza artificiale. In base
all’accordo, Meta acquisterà una quantità sufficiente degli ultimi chip Amd,
conosciuti come serie MI450, per alimentare i propri sistemi data center con una
capacità fino a 6 gigawatt di potenza di calcolo per i prossimi anni con il
primo gigawatt già in funzione a partire dalla fine di quest’anno. L’azienda
partner di Meta ha dichiarato che ogni gigawatt di potenza di calcolo
corrisponde a diverse decine di miliardi di ricavi. All’interno dell’accordo, è
previsto che Meta arrivi ad acquistare fino a 160 milioni di azioni di Amd, pari
a circa il 10% della società, al prezzo di 0,01 dollari ciascuna.
Le azioni saranno assegnate completamente a Meta solo dopo l’aumento del prezzo
del titolo Amd. Meta, infatti, riceverebbe l’ultima tranche di azioni solo
quando il titolo raggiungerà i 600 dollari. Lunedì il prezzo aveva chiuso a
196,60 dollari. Questo nuovo accordo rientra nel piano di aziende come Nvidia o
Amd di blindare i pochi grandi acquirenti dei loro chip. A confermarlo è il
quotidiano economico statunitense, che spiega come queste aziende “stiano
utilizzando meccanismi di finanziamento innovativi per vincolare i clienti
chiave a contratti di lungo termine per l’utilizzo della loro tecnologia”.
L'articolo Meta sigla accordo da 100 miliardi di dollari con Amd su microchip e
intelligenza artificiale proviene da Il Fatto Quotidiano.
Un aula di tribunale, dodici giurati e un testimone d’eccellenza, Mark
Zuckerberg. Il fondatore di Meta – che tra i suoi prodotti include Facebook,
Messenger, Instagram, WhatsApp e Oculus – sale oggi sul banco dei testimoni per
affrontare quello che gli analisti definiscono un processo “spartiacque” per
l’intera Silicon Valley. Il Ceo della Big tech, 41 anni, dovrà rispondere di
fronte a una giuria popolare di un’accusa pesantissima: aver deliberatamente
progettato le sue piattaforme, Instagram e Facebook, per creare dipendenza nei
minori a scopo di lucro. Sebbene il fondatore di Facebook sia abituato ai
confronti pubblici, questa testimonianza segna un punto di svolta legale. È la
prima volta che Zuckerberg non parla davanti a una commissione politica del
Congresso, ma deve difendersi in un’aula di tribunale dai danni concreti
attribuiti al design dei suoi prodotti.
IL CASO KALEY G.M.
Al centro del procedimento c’è la storia di Kaley G.M., una ventenne
californiana che ha iniziato a frequentare i social media all’età di 6 anni
(YouTube) e 11 anni (Instagram). La tesi dell’accusa è che la giovane sia
rimasta vittima di un “aggancio” compulsivo causato da algoritmi e funzionalità
studiate per massimizzare il tempo di permanenza, a scapito della salute
mentale. Ansia, depressione e disturbi alimentari sono i danni citati nelle
migliaia di denunce che attendono l’esito di questo processo pilota.
UN PRECEDENTE FONDAMENTALE
La difesa di Meta punta sulla protezione offerta dalle leggi statunitensi
riguardo ai contenuti generati dagli utenti, ma il tribunale di Los Angeles si
concentrerà esclusivamente sull’architettura delle app. Se i giurati dovessero
stabilire che le piattaforme sono state progettate come “prodotti difettosi” per
indurre dipendenza, Meta e Google (proprietaria di YouTube, anch’essa coinvolta)
potrebbero dover affrontare una valanga di risarcimenti miliardari. Il verdetto
della giuria è atteso per la fine di marzo e promette di riscrivere le regole
della responsabilità legale per i giganti del web.
In passato Zuckerberg ha riferito al Congresso in varie occasioni. Ad agosto
2024, in una lettera indirizzata alla Commissione Giustizia della Camera, ha
ammesso che nel 2021 l’amministrazione Biden ha esercitato pressioni su Meta per
censurare contenuti relativi al COVID-19, inclusi post satirici. Zuckerberg ha
espresso rammarico per non essere stato più esplicito all’epoca riguardo a
queste interferenze e ha dichiarato che l’azienda è pronta a respingere simili
richieste in futuro. A gennaio dello stesso anno ha poi testimoniato davanti
alla stessa commissione del Senato in un’audizione molto tesa insieme ai CEO di
TikTok, X e Snap. Scuse alle famiglie: Incalzato dai senatori – che hanno
accusato i giganti tech di avere “le mani sporche di sangue” per non aver fatto
abbastanza contro la pedopornografia e il bullismo online – si è alzato per
scusarsi direttamente con le famiglie presenti in aula i cui figli avevano
subito danni (inclusi casi di suicidio e sfruttamento) a causa dei social
network. Il caso più celebre in cui è comparso davanti al Parlamento americano è
legato allo scandalo Cambridge Analytica, dove nel 2018 rispose per due giorni
consecutivi alle domande su privacy e interferenze elettorali.
L'articolo “Con l’algoritmo crea dipendenza nei minori a scopo di lucro”: il
primo processo contro Mark Zuckerberg proviene da Il Fatto Quotidiano.
Il colosso dei social media Meta, proprietario di Facebook e Instagram, è finito
al centro di nuove e pesanti accuse. Documenti giudiziari desecretati,
depositati nell’ambito di una class action intentata da distretti scolastici
statunitensi, sostengono che l’azienda avrebbe soppresso prove “causali” interne
che dimostravano il danno dei suoi prodotti sulla salute mentale degli utenti,
in particolare adolescenti. Il cuore delle accuse, secondo quanto riportato
dalla Reuters, ruoterebbe attorno a ricerche interne condotte da Meta stessa.
Secondo i documenti, questi studi avrebbero identificato un legame causale tra
l’uso dei prodotti dell’azienda e gli effetti negativi sulla psiche degli
utilizzatori. Un esempio citato è un’indagine che avrebbe rilevato come le
persone che interrompevano l’uso di Facebook per una settimana riportassero
livelli inferiori di depressione, ansia, solitudine e confronto sociale. Dinanzi
a questi risultati, anziché pubblicarli o proseguire gli approfondimenti, i
querelanti sostengono che Meta avrebbe interrotto le ricerche e liquidato i
risultati negativi attribuendoli alla “narrativa mediatica esistente”
sull’azienda.
LE ACCUSE
L’accusa più grave è che, pur essendo a conoscenza di un legame causale, Meta
avrebbe continuato a negare la sua capacità di quantificare il danno, arrivando
a dichiarare al Congresso di non poter stabilire se i suoi prodotti fossero
dannosi per gli adolescenti. Le accuse non finiscono qui. I querelanti,
rappresentati dallo studio legale Motley Rice, affermano che Meta e altre
piattaforme come Google, Tiktok e Snapchat avrebbero incoraggiato tacitamente
l’uso dei social media da parte di minori di 13 anni; che avrebbero progettato
intenzionalmente funzionalità di sicurezza per i giovani in modo da renderle
inefficaci o poco utilizzate, e che avrebbero anteposto la crescita del business
alla sicurezza e al benessere dei loro utenti più giovani, bloccando persino i
test sulle safety features temendo che potessero rallentare l’espansione.
L’uso del termine “causale” da parte di Meta nei suoi stessi documenti è un
elemento cruciale. Non si tratterebbe, infatti, di una semplice correlazione
(cioè, un aumento dell’uso dei social insieme a un aumento della depressione),
ma di una prova che un elemento ne provoca direttamente un altro. Questa
distinzione rafforza notevolmente la posizione legale dei distretti scolastici,
che chiedono un risarcimento per i costi sostenuti nel gestire l’impatto sulla
salute mentale degli studenti.
IL CAMPANELLO D’ALLARME DA SCUOLE E GENITORI
Le scuole e i genitori lamentano che l’aumento dell’ansia, della depressione e
delle difficoltà comportamentali tra gli adolescenti abbia radici dirette
nell’uso intensivo delle piattaforme, costringendo il personale scolastico a
farsi carico di questioni che vanno oltre il loro mandato educativo. Meta, in
risposta a precedenti indagini e denunce, ha sempre ribadito il suo impegno per
la sicurezza, sottolineando di investire risorse significative per la protezione
dei giovani e fornendo strumenti di controllo agli utenti. Tuttavia,
l’opposizione dell’azienda alla desecretazione dei documenti interni e il tenore
delle accuse attuali sollevano seri dubbi sulla trasparenza.
Questo non è il primo “scandalo documenti” per Meta. Il caso ricorda da vicino
le rivelazioni del 2021 dell’informatrice Frances Haugen, che portò alla luce
ricerche interne su come Instagram danneggiasse l’immagine corporea delle
ragazze adolescenti. La battaglia legale è solo all’inizio, ma le nuove accuse
spingono Meta in una posizione estremamente scomoda, costringendola a un
confronto diretto tra le sue ambizioni di crescita e la salute di miliardi di
persone che utilizzano i suoi prodotti.
L'articolo Class action delle scuole Usa contro Meta, l’accusa: “Nascosti studi
che identificano un legame causale tra l’uso dei prodotti dell’azienda e gli
effetti negativi sulla psiche” proviene da Il Fatto Quotidiano.
Il giudice Teodoro Ladròn Roda che ha presieduto la sezione numero 15 del
Tribunale commerciale di Madrid ha emesso ieri una sentenza che ha fatto felici
i media spagnoli e molto meno Mark Zuckerberg, a capo del colosso che raggruppa
social come Facebook, Whatsapp e Instagram. Il magistrato accolto il ricorso di
80 giornali, condannando Meta, che in Europa ha sede in Irlanda, a pagare 542
milioni di euro. Per il giudice Roda, la motivazione di concorrenza sleale
avanzata dai media iberici è corretta.
La causa intentata dall’Associazione dei Media d’Informazione (AMI) è durata due
anni: entro 20 giorni, Meta potrà impugnare la sentenza e i suoi portavoce hanno
già dichiarato che lo faranno, manifestando la loro contrarietà: “Non siamo
d’accordo con la decisione del tribunale e faremo ricorso. Si tratta di una
causa infondata che ignora deliberatamente il funzionamento del settore della
pubblicità online. Meta rispetta tutte le leggi e ha fornito informazioni
trasparenti per consentire agli utenti di controllare la propria esperienza con
i nostri servizi”.
In 59 pagine, il tribunale spagnolo scrive che le aziende di Zuckerberg hanno
ottenuto un “vantaggio competitivo” utilizzando in modo non corretto i dati di
milioni di utenti per la “vendita di pubblicità personalizzata”. Questo
vantaggio a parere degli autori del ricorso mette a rischio sia “la
sostenibilità dei media” che “il diritto all’informazione dei cittadini
spagnoli”. In base alle direttive di Bruxelles, per l’attività commerciale messa
in piedi da Meta è necessario il consenso degli utenti, e questa autorizzazione
– secondo la denuncia – tra la fine di maggio 2018, quando è entrato in vigore
il Regolamento generale sulla protezione dei dati (Gdpr) e luglio 2023, anno in
cui è stata intentata la causa, non è mai stata richiesta.
Il giudice ha dato ragione ai media spagnoli e riferendosi a Meta scrive così:
“Il suo fallimento risiede nel modo in cui ha ottenuto e utilizzato i dati
personali, in particolare nella violazione del Gdpr durante il periodo di
riferimento. È inaccettabile affermare che normative eccessive soffochino il suo
modello di business, concepito per economie con maggiore libertà imprenditoriale
[…]. Meta deve adattarsi al Gdpr, non il contrario. Un mercato di 450 milioni di
persone nell’UE giustifica certamente questo sforzo”.
Per quel che riguarda la ripartizione della multa, queste le indicazioni del
magistrato, come riportato da El Pais: 479 milioni di euro agli editori di
giornali e le società che detengono i diritti pubblicitari, più 60 milioni di
euro di interessi; 2,5 milioni di euro come risarcimento all’agenzia di stampa
Europa Press, più 328.000 euro di interessi; oltre 14.000 euro di risarcimento a
Radio Blanca.
L'articolo Concorrenza sleale, un tribunale di Madrid condanna Meta a pagare 542
milioni di euro ai media spagnoli proviene da Il Fatto Quotidiano.