Il colosso dei social media Meta, proprietario di Facebook e Instagram, è finito
al centro di nuove e pesanti accuse. Documenti giudiziari desecretati,
depositati nell’ambito di una class action intentata da distretti scolastici
statunitensi, sostengono che l’azienda avrebbe soppresso prove “causali” interne
che dimostravano il danno dei suoi prodotti sulla salute mentale degli utenti,
in particolare adolescenti. Il cuore delle accuse, secondo quanto riportato
dalla Reuters, ruoterebbe attorno a ricerche interne condotte da Meta stessa.
Secondo i documenti, questi studi avrebbero identificato un legame causale tra
l’uso dei prodotti dell’azienda e gli effetti negativi sulla psiche degli
utilizzatori. Un esempio citato è un’indagine che avrebbe rilevato come le
persone che interrompevano l’uso di Facebook per una settimana riportassero
livelli inferiori di depressione, ansia, solitudine e confronto sociale. Dinanzi
a questi risultati, anziché pubblicarli o proseguire gli approfondimenti, i
querelanti sostengono che Meta avrebbe interrotto le ricerche e liquidato i
risultati negativi attribuendoli alla “narrativa mediatica esistente”
sull’azienda.
LE ACCUSE
L’accusa più grave è che, pur essendo a conoscenza di un legame causale, Meta
avrebbe continuato a negare la sua capacità di quantificare il danno, arrivando
a dichiarare al Congresso di non poter stabilire se i suoi prodotti fossero
dannosi per gli adolescenti. Le accuse non finiscono qui. I querelanti,
rappresentati dallo studio legale Motley Rice, affermano che Meta e altre
piattaforme come Google, Tiktok e Snapchat avrebbero incoraggiato tacitamente
l’uso dei social media da parte di minori di 13 anni; che avrebbero progettato
intenzionalmente funzionalità di sicurezza per i giovani in modo da renderle
inefficaci o poco utilizzate, e che avrebbero anteposto la crescita del business
alla sicurezza e al benessere dei loro utenti più giovani, bloccando persino i
test sulle safety features temendo che potessero rallentare l’espansione.
L’uso del termine “causale” da parte di Meta nei suoi stessi documenti è un
elemento cruciale. Non si tratterebbe, infatti, di una semplice correlazione
(cioè, un aumento dell’uso dei social insieme a un aumento della depressione),
ma di una prova che un elemento ne provoca direttamente un altro. Questa
distinzione rafforza notevolmente la posizione legale dei distretti scolastici,
che chiedono un risarcimento per i costi sostenuti nel gestire l’impatto sulla
salute mentale degli studenti.
IL CAMPANELLO D’ALLARME DA SCUOLE E GENITORI
Le scuole e i genitori lamentano che l’aumento dell’ansia, della depressione e
delle difficoltà comportamentali tra gli adolescenti abbia radici dirette
nell’uso intensivo delle piattaforme, costringendo il personale scolastico a
farsi carico di questioni che vanno oltre il loro mandato educativo. Meta, in
risposta a precedenti indagini e denunce, ha sempre ribadito il suo impegno per
la sicurezza, sottolineando di investire risorse significative per la protezione
dei giovani e fornendo strumenti di controllo agli utenti. Tuttavia,
l’opposizione dell’azienda alla desecretazione dei documenti interni e il tenore
delle accuse attuali sollevano seri dubbi sulla trasparenza.
Questo non è il primo “scandalo documenti” per Meta. Il caso ricorda da vicino
le rivelazioni del 2021 dell’informatrice Frances Haugen, che portò alla luce
ricerche interne su come Instagram danneggiasse l’immagine corporea delle
ragazze adolescenti. La battaglia legale è solo all’inizio, ma le nuove accuse
spingono Meta in una posizione estremamente scomoda, costringendola a un
confronto diretto tra le sue ambizioni di crescita e la salute di miliardi di
persone che utilizzano i suoi prodotti.
L'articolo Class action delle scuole Usa contro Meta, l’accusa: “Nascosti studi
che identificano un legame causale tra l’uso dei prodotti dell’azienda e gli
effetti negativi sulla psiche” proviene da Il Fatto Quotidiano.
Tag - Mark Zuckerberg
Il giudice Teodoro Ladròn Roda che ha presieduto la sezione numero 15 del
Tribunale commerciale di Madrid ha emesso ieri una sentenza che ha fatto felici
i media spagnoli e molto meno Mark Zuckerberg, a capo del colosso che raggruppa
social come Facebook, Whatsapp e Instagram. Il magistrato accolto il ricorso di
80 giornali, condannando Meta, che in Europa ha sede in Irlanda, a pagare 542
milioni di euro. Per il giudice Roda, la motivazione di concorrenza sleale
avanzata dai media iberici è corretta.
La causa intentata dall’Associazione dei Media d’Informazione (AMI) è durata due
anni: entro 20 giorni, Meta potrà impugnare la sentenza e i suoi portavoce hanno
già dichiarato che lo faranno, manifestando la loro contrarietà: “Non siamo
d’accordo con la decisione del tribunale e faremo ricorso. Si tratta di una
causa infondata che ignora deliberatamente il funzionamento del settore della
pubblicità online. Meta rispetta tutte le leggi e ha fornito informazioni
trasparenti per consentire agli utenti di controllare la propria esperienza con
i nostri servizi”.
In 59 pagine, il tribunale spagnolo scrive che le aziende di Zuckerberg hanno
ottenuto un “vantaggio competitivo” utilizzando in modo non corretto i dati di
milioni di utenti per la “vendita di pubblicità personalizzata”. Questo
vantaggio a parere degli autori del ricorso mette a rischio sia “la
sostenibilità dei media” che “il diritto all’informazione dei cittadini
spagnoli”. In base alle direttive di Bruxelles, per l’attività commerciale messa
in piedi da Meta è necessario il consenso degli utenti, e questa autorizzazione
– secondo la denuncia – tra la fine di maggio 2018, quando è entrato in vigore
il Regolamento generale sulla protezione dei dati (Gdpr) e luglio 2023, anno in
cui è stata intentata la causa, non è mai stata richiesta.
Il giudice ha dato ragione ai media spagnoli e riferendosi a Meta scrive così:
“Il suo fallimento risiede nel modo in cui ha ottenuto e utilizzato i dati
personali, in particolare nella violazione del Gdpr durante il periodo di
riferimento. È inaccettabile affermare che normative eccessive soffochino il suo
modello di business, concepito per economie con maggiore libertà imprenditoriale
[…]. Meta deve adattarsi al Gdpr, non il contrario. Un mercato di 450 milioni di
persone nell’UE giustifica certamente questo sforzo”.
Per quel che riguarda la ripartizione della multa, queste le indicazioni del
magistrato, come riportato da El Pais: 479 milioni di euro agli editori di
giornali e le società che detengono i diritti pubblicitari, più 60 milioni di
euro di interessi; 2,5 milioni di euro come risarcimento all’agenzia di stampa
Europa Press, più 328.000 euro di interessi; oltre 14.000 euro di risarcimento a
Radio Blanca.
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milioni di euro ai media spagnoli proviene da Il Fatto Quotidiano.