L’attrice spagnola Elisa Mouliàa ha annunciato il ritiro della propria
costituzione di parte civile nel procedimento giudiziario avviato nel 2024
contro Íñigo Errejón, ex fondatore di Podemos ed ex deputato di Más Madrid,
accusato di presunta aggressione sessuale. La decisione è stata comunicata
direttamente dall’attrice attraverso un messaggio pubblicato sul social X, nel
quale chiarisce che si tratta di una scelta “libera, cosciente e irrevocabile”,
motivata esclusivamente da “ragioni strettamente personali e di salute”.
Mouliàa ha tenuto a precisare che il suo passo indietro non equivale a una
ritrattazione delle accuse. “Non significa che quanto denunciato non sia vero”,
ha scritto, sottolineando come la decisione sia legata all’impossibilità di
sostenere ulteriormente, da sola, il peso del procedimento giudiziario. “Nessuno
dovrebbe affrontare da sola un peso simile”, ha aggiunto, deplorando il fatto
che nessun’altra presunta vittima abbia deciso di farsi avanti, lasciandola
isolata nel portare avanti l’azione.
Nel suo messaggio, l’attrice ha espresso comunque fiducia nel lavoro della
magistratura, affermando che l’iter giudiziario potrà proseguire anche senza la
sua partecipazione diretta. “Se la giustizia andrà avanti, lo farà senza la mia
partecipazione”, ha scritto, ribadendo di non essere motivata né da interessi
economici né dal desiderio di visibilità. “Non fuggo, termino la mia parte. La
verità cammina da sola”, conclude il messaggio. La denuncia di Elisa Mouliàa
risale al 2024 e riguarda episodi di presunta aggressione sessuale che si
sarebbero verificati tra il 2021 e il 2022. L’attrice aveva spiegato di non aver
sporto denuncia in precedenza “per paura e per il potere che rappresentava”
Errejón, figura di primo piano della sinistra spagnola in quegli anni.
Sul piano giudiziario, la Procura aveva ritenuto attendibile il racconto dei
fatti, mentre il giudice istruttore aveva individuato sufficienti indizi per il
rinvio a giudizio dell’ex parlamentare. A seguito dell’esplosione del caso e
delle accuse rese pubbliche, Íñigo Errejón si era dimesso da ogni incarico
istituzionale e politico, abbandonando di fatto la scena politica.
Il caso aveva portato alla raccolta di testimonianze anonime da parte della
giornalista Cristina Fallaràs. Si parlava di comportamenti maschilisti e
vessatori di “un politico molto noto”, definito “un maltrattatore psicologico”,
“un mostro”, che passa dalla gentilezza dei primi incontri all’insolenza, al
gaslighting, alle pratiche sessuali umilianti, alla relazione tossica. In
un’intervista alla tv pubblica Fallaràs aveva riferito che dopo quel primo
racconto le erano arrivate almeno altre 11 testimonianze simili, ma nessuna è
poi diventata una denuncia.
L'articolo Caso Errejón, Elisa Mouliàa esce dal processo: “Nessuno dovrebbe
reggere un peso simile da sola” proviene da Il Fatto Quotidiano.
Tag - Spagna
“Per proteggerci dal Far West digitale dobbiamo riprendere il controllo”.
Intervenendo al World Government Summit di Dubai, il primo ministro spagnolo
Pedro Sanchez annuncia che il suo Paese “vieterà l’accesso ai social media ai
minori di 16 anni”. Sanchez ha dichiarato che sarà operativo un pacchetto di
cinque misure legislative per mettere un freno a quelli che ui ha definito gli
“abusi” delle grandi piattaforme e per garantire “un ambiente digitale sicuro,
democratico e rispettoso dei diritti fondamentali”.
Sanchez è entrato nel dettaglio sulle nuove norme. Al primo punto, ha dichiarato
il premier, ci deve essere la fine dell’impunità dei dirigenti dei grandi
network; saranno loro a essere legalmente responsabili delle violazioni commesse
sulle piattaforme digitali che gestiscono. Dunque, gli amministratori delegati
saranno perseguibili penalmente, se non rimuoveranno contenuti illegali e di
incitamento all’odio. Secondo punto: la manipolazione degli algoritmi e
l’amplificazione di contenuti illegali a scopo di lucro saranno considerati un
reato. Terzo punto: le piattaforme dovranno mettere in atto sistemi efficaci di
verifica dell’età degli utenti, in modo da sbarrare l’accesso ai minori di 16
anni. Quarto punto: la creazione di un sistema di tracciamento per frenare “la
diffusione dell’odio”; comportamenti che avranno “conseguenze legali ed
economiche”. Quinto punto: il governo collaborerà con la Procura per avviare
indagini su potenziali violazioni da parte di Grok, TikTok e Instagram.
Tutto questo si trova in un pacchetto normativo promosso dal ministero della
Gioventù e dell’Infanzia che dovrebbe essere approvato la settimana prossima dal
Consiglio dei ministri.
Il colpo sparato da Sanchez è stato ad alzo zero: “Ci è stato detto che i social
media sarebbero stati uno strumento di comprensione e cooperazione globale, un
veicolo di libertà, trasparenza e responsabilità. Uno spazio in cui video e
algoritmi avrebbero contribuito a migliorare le nostre società e le nostre vite.
Ma è successo il contrario. I social media sono diventati uno stato fallito, un
luogo in cui le leggi vengono ignorate, dove i crimini sono tollerati, dove la
disinformazione è più preziosa della verità e dove metà degli utenti subisce
attacchi d’odio”. In questo contesto, il primo ministro spagnolo ha criticato
anche Elon Musk: “Nonostante sia un immigrato”, ha utilizzato il suo account
personale “per amplificare la disinformazione su una decisione sovrana del mio
governo: la regolarizzazione di 500.000 immigrati che vivono, lavorano e
contribuiscono al successo del nostro Paese. La stessa piattaforma che ha
permesso alla sua intelligenza artificiale, Grok, di generare contenuti sessuali
illegali”.
Con questa decisione, la Spagna segue Portogallo, Francia, Australia che hanno
vietato l’accesso ai social ai minori di 15 anni; il Parlamento Europeo ha
approvato una risoluzione che propone di fissare a 16 anni l’età per interagire
sui network digitali.
L'articolo Anche la Spagna vieterà l’accesso ai social media per gli under 16.
L’annuncio di Sanchez che attacca Musk: “Ha creato disinformazione” proviene da
Il Fatto Quotidiano.
All’Hospital Universitario Vall d’Hebron di Barcellona è stato realizzato il
primo trapianto parziale di volto al mondo da una donatrice che aveva chiesto
l’eutanasia. L’intervento è stato compiuto da un’équipe medica multidisciplinare
composta da circa un centinaio di professionisti e ha utilizzato tessuti
facciali della donatrice.
La ricevente, identificata con il nome di Carme, era affetta da una grave
infezione che le aveva provocato un’estesa necrosi dei tessuti facciali.
L’operazione ha riguardato un trapianto di tipo I, cioè della parte centrale
della faccia. Per questo tipo di intervento donatore e ricevente devono avere lo
stesso sesso, lo stesso gruppo sanguigno e misure antropometriche – rilevazioni
di vari parametri corporei – simili della testa.
La donatrice, prima di sottoporsi all’eutanasia, aveva deciso di donare i suoi
organi, i suoi tessuti e anche il volto. I medici dell’ospedale catalano hanno
eseguito esami diagnostici su entrambi — donatrice e ricevente — e una Tac
preliminare, quindi l’Unità di Tecnologie 3D ha elaborato un modello
tridimensionale digitale utile per la pianificazione chirurgica.
Durante la preparazione sono state anche progettate guide per il taglio osseo
adattate alla donatrice e alla paziente, in modo da ottenere un incastro
millimetrico dei tessuti. L’intervento, eseguito con tecniche di microchirurgia
vascolare e nervosa, può durare fino a 24 ore. Dopo il trapianto la paziente è
stata ricoverata per circa un mese, inizialmente nell’unità di terapia
intensiva, poi nel reparto di traumatologia, riabilitazione e ustionati.
L’ospedale ha sottolineato che per questo tipo di trapianto è fondamentale che
il ricevente sia considerato psicologicamente idoneo ad affrontare le
conseguenze dell’operazione, poiché il volto è strettamente legato all’identità
personale. Secondo i dati riportati, nel mondo sono stati effettuati 54
trapianti di faccia, e di questi sei in Spagna, con tre interventi eseguiti dal
team del Vall d’Hebron.
L'articolo Spagna, primo trapianto parziale di volto da una donatrice che aveva
scelto l’eutanasia proviene da Il Fatto Quotidiano.
La vicenda dei bombardamenti italiani su Barcellona durante la Guerra Civile
Spagnola (1936-1939) è uno dei capitoli più oscuri della storia europea del
Novecento. Non solo per la violenza militare esercitata contro la popolazione,
ma per la lunga battaglia civile e giudiziaria condotta, decenni dopo, per
ottenere verità, giustizia e riconoscimento. Dopo oltre dieci anni di iniziative
legali, raccolta di testimonianze e mobilitazione pubblica, la denuncia per
crimini di guerra contro l’Aviazione Legionaria italiana è stata archiviata
definitivamente nel gennaio 2026 dai tribunali spagnoli.
La causa era stata avviata nel 2011 da un gruppo di antifascisti italiani
residenti a Barcellona — tra cui l’associazione AltraItalia — insieme ad alcune
vittime ancora in vita. L’obiettivo era chiamare a rispondere dei bombardamenti
aerei che tra il 1937 e il 1939 colpirono sistematicamente Barcellona e numerose
località catalane e valenciane, provocando migliaia di morti tra i civili. Le
operazioni, condotte dai trimotori Savoia-Marchetti dell’Aviazione Legionaria di
Mussolini, si inserirono nella strategia militare congiunta di fascismo italiano
e nazismo tedesco a sostegno delle truppe franchiste. I raid indiscriminati su
quartieri residenziali, mercati e infrastrutture civili — come quelli del marzo
1938 — anticiparono pratiche di guerra aerea che sarebbero poi state replicate
su vasta scala nella Seconda Guerra Mondiale.
Per decenni, tuttavia, non vi fu alcuna risposta giudiziaria. Il franchismo
prima e la transizione democratica poi consolidarono quello che è stato definito
pacto del olvido, un patto di silenzio volto a evitare il confronto con i
crimini della guerra e quelli della dittatura. È in questo vuoto che si inserì
l’iniziativa dei collettivi italo-catalani, che tentarono di ottenere il
riconoscimento dei bombardamenti come crimini di guerra e crimini contro
l’umanità, imprescrittibili secondo il diritto internazionale.
La denuncia, presentata a Madrid e poi trasferita al Tribunale di Barcellona, fu
sostenuta da testimonianze dirette dei sopravvissuti e da un lungo lavoro di
ricerca negli archivi militari italiani e spagnoli. Parallelamente si sviluppò
la campagna Bombes d’Impunitat (Bombe di impunità), volta a rivendicare la
responsabilità storica e politica degli Stati coinvolti e un risarcimento almeno
simbolico per le vittime. Proprio in questi giorni è arrivata la sentenza di
archiviazione della causa penale.
L’archiviazione non ha colto di sorpresa i promotori. Per Rolando D’Alessandro,
portavoce di Bombes d’Impunitat, l’esito era prevedibile: “Un processo penale
deve riguardare persone vive – spiega – e visto il tempo che consapevolmente è
stato fatto passare, era inevitabile arrivare a un non luogo a procedere per
assenza di colpevoli, non di delitto”. Secondo D’Alessandro, le responsabilità
sono condivise. Da un lato le autorità italiane hanno temporeggiato per oltre
dodici anni; dall’altro quelle spagnole non hanno mostrato maggiore
determinazione. Le commissioni rogatorie inviate all’Italia hanno prodotto una
lunga sequenza di risposte negative, i “non risulta”, nonostante molti piloti
fossero inquadrati nell’esercito franchista, decorati e con ogni probabilità
pensionati dal regime.
La querela iniziale indicava 21 presunti responsabili. Dopo anni di richieste
formali e l’intervento di Eurojust, la magistratura italiana è riuscita a
identificarne con certezza solo quattro, tutti deceduti: Guglielmo Di Luise,
Riccardo Emo Seidil, Paolo Moci e Gennaro Giordano. Per gli altri nominativi è
stata dichiarata l’impossibilità di una identificazione certa a causa di
omonimie compatibili con il periodo bellico.
Nel 2015 fu ascoltato l’unico sopravvissuto identificato con certezza, Luigi
Gnecchi, nato il 5 marzo 1914. Interrogato, dichiarò di aver partecipato solo a
missioni di ricognizione e non a bombardamenti. Morì senza essere mai rinviato a
giudizio. Come ricorda D’Alessandro, “l’unico aviatore chiamato in causa nel
procedimento è stato, prima della morte, citato come esempio per le nuove
generazioni dal ministro della Difesa italiano in carica”.
Una commissione rogatoria del 2019 ha inoltre attestato che negli archivi
militari italiani non compare alcun riferimento esplicito ai bombardamenti di
Barcellona, con l’eccezione del pilota Castellani Gori, per il quale non è stato
possibile escludere il coinvolgimento. Per la Marina militare risulta invece che
il 13 febbraio 1937 il comandante dell’incrociatore Eugenio di Savoia fosse
Massimiliano Vietina, morto nel 1967.
Per Bombes d’Impunitat l’archiviazione non chiude la questione. “Malgrado la
rilevanza di una causa che riguarda il primo bombardamento a tappeto su una
grande città europea – afferma D’Alessandro – non si è incrinato il muro di
impunità e di omertà costruito intorno alla guerra di Spagna, che per molti
versi può essere definita un genocidio secondo le categorie attuali”. E
aggiunge: «La Repubblica nata dalle ceneri del fascismo, che nel dopoguerra ha
riconosciuto riparazioni a tutti i Paesi aggrediti, non ha mai chiesto
formalmente nemmeno scusa ai popoli dello Stato spagnolo. Anzi, ha continuato a
incassare fino al 1967 il pagamento delle armi fornite da Mussolini a Franco».
Secondo l’avvocato Jaume Asens, che istruì la causa, oggi resterebbe aperta solo
la strada di un’azione civile in Italia. Un’ipotesi che, per essere perseguita,
dovrebbe partire da associazioni disposte a riaprire una ferita che, sul piano
giudiziario, gli Stati hanno scelto di lasciare irrisolta.
L'articolo Le bombe fasciste che colpirono Barcellona nella guerra di Spagna:
“Muro d’impunità mai incrinato, l’Italia ha temporeggiato” proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Va in direzione contraria rispetto a tanti altri Paesi europei la Spagna, che
con un decreto ha deciso di stabilizzare oltre mezzo milione di immigrati
irregolari, offrendo loro la possibilità di ottenere un permesso di soggiorno.
Mentre molti governi irrigidiscono confini e norme – dall’Italia che vuole
trattenere in Albania i richiedenti asilo fino ai provvedimenti più severi per i
rifugiati in Gran Bretagna e ale pene detentive in Grecia per i migranti che
restano nonostante il respingimento delle richieste di asilo -, l’esecutivo
progressista di Pedro Sanchez dà il via libera a una scelta politica e simbolica
che intreccia diritti, demografia ed economia, rivendicata come risposta
“realistica” a una trasformazione già in atto nella società spagnola. “Oggi è
una giornata storica per il nostro Paese”, ha dichiarato la ministra
dell’Inclusione, Previdenza sociale e Migrazioni, Elma Saiz, al termine del
Consiglio dei ministri. “Rafforziamo un modello migratorio fondato sui diritti
umani, sull’integrazione e sulla convivenza, compatibile con la crescita
economica e la coesione sociale”.
La misura – concordata con Podemos e adottata via decreto dall’esecutivo di
coalizione minoritario Psoe-Sumar, per evitare le forche caudine del Parlamento
– apre l’iter per la concessione di un permesso di residenza legale a “circa
mezzo milione di stranieri” presenti in Spagna da almeno cinque mesi prima del
31 dicembre 2026 e privi di precedenti penali. Inizialmente annuale, consentirà
fin da subito l’accesso al lavoro “in tutti i settori e ovunque nel paese” ai
richiedenti. Che, poi, concluderanno l’iter di integrazione tramite la normativa
ordinaria sugli stranieri. Include i ricongiungimenti familiari da subito anche
per i figli minori. I termini per la presentazione delle richieste di
regolarizzazione inizieranno da aprile per concludere il 30 giugno. I numeri
spiegano le ragioni della scelta. In Spagna vivono oltre 7 milioni di stranieri
su 49,4 milioni di abitanti (dati Ine) e che rappresentano il 16% degli iscritti
alla Previdenza sociale, come ha evidenziato la ministra Saiz. Gli irregolari,
secondo un report de centro di analisi Funcas, sono circa 840mila, otto volte
più che nel 2017. In larga maggioranza (circa 91%) provenienti dall’America
Latina con nazionalità colombiana, peruviana e honduregna particolarmente
numerose, di madrelingua ispanica. Oltre a questo, condividono anche la
religione e sono affini alla cultura del Paese. Una forza lavoro in gran parte
già inserita nei gangli dell’economia e che potrà essere ora regolarizzata.
Mentre i flussi degli irregolari sono in calo: nel 2025 sono entrati in Spagna
circa 37mila migranti irregolari, pari a – 42% rispetto al 2024, secondo il
ministero dell’Interno.
Il governo lega apertamente la robusta crescita economica degli ultimi anni (del
2,9% del Pil nel 2025, oltre il doppio della media europea) al contributo
dell’immigrazione. Non a caso Sanchez ha ripetuto che “è decisivo per
l’espansione dell’economia”. E, proprio oggi, i dati diffusi dall’Ine
sull’occupazione nel 2025 hanno segnato record di oltre 22,4 milioni di
lavoratori, con un tasso di disoccupazione sceso sotto il 10% per la prima volta
da 18 anni. E con quasi mezzo milione di persone in più nella forza lavoro
attiva, che hanno attenuato le pressioni legate all’invecchiamento della
popolazione, sostenendo il sistema di welfare. La sanatoria, ispirata a
un’iniziativa legislativa popolare del 2023, sostenuta da 700mila firme del
mondo associativo (inclusa la Chiesa spagnola) ma bloccata in Parlamento, ha
però esasperato lo scontro politico. Il partito di estrema destra Vox, guidato
da Santiago Abascal, ha reagito con toni estremi, bollandola come un “effetto di
richiamo” per migliaia di persone. Ha accusato il governo di voler “sostituire
il popolo spagnolo” e ha invocato “espulsioni e rimpatri forzati”. Mentre il
leader del conservatore Partido Pupular, Alberto Nunez Feijoo, ha definito la
regolarizzazione “una cortina di fumo” tesa a “distogliere l’attenzione” da
criticità, come la gestione dei trasporti pubblici, dopo le recenti tragedie
nazionali della strage ferroviaria di Adamuz (Cordoba) in cui sono morte 45
persone.
I numeri sui migranti in Spagna – Secondo quanto emerge dal rapporto del centro
di analisi economico-sociale Funcas, basato su dati aggiornati al 2025, in
Spagna vivono circa 840mila immigrati extracomunitari in situazione irregolare,
una cifra otto volte superiore a quella del 2017. Secondo lo studio, gli
stranieri senza permesso erano otto anni fa 107mila e rappresentano oggi il
17,2% della popolazione extracomunitaria. La maggior parte non è arrivata via
mare, ma in aereo, entrando regolarmente e perdendo poi lo status legale. I
paesi di provenienza sono in larga parte quelli dell’America Latina, regione da
cui provengono circa 760mila persone. In testa i colombiani (circa 290mila),
seguiti dai peruviani (quasi 110mila) e honduregni (90mila). Molto più
distaccate le altre aree: Africa (circa 50mila), Asia (15mila) ed Europa non Ue
(14mila). In passato la Spagna ha varato nove regolarizzazioni di migranti tra
il 1986 e il 2005 promosse da governi sia socialisti che popolari, che hanno
consentito complessivamente la regolarizzazione di oltre un milione di
immigrati, l’ultima delle quali venti anni fa con l’esecutivo Zapatero, quando
furono concessi documenti a oltre 576mila stranieri.
L'articolo Spagna in controtendenza rispetto all’Europa: il governo Sanchez
regolarizza oltre 500mila migranti proviene da Il Fatto Quotidiano.
In un contesto internazionale segnato dal ritorno della politica della paura e
dalla normalizzazione di retoriche escludenti, la Spagna di Pedro Sánchez emerge
come un’anomalia positiva nel panorama europeo. Diritti, inclusione,
multilateralismo e sicurezza umana guidano scelte concrete: dal rifiuto della
corsa al riarmo alla politica migratoria, dalla cooperazione internazionale alla
diplomazia. Un caso che mostra come un’altra traiettoria di governo sia
possibile, anche sotto pressione, senza trasformare la paura in programma
politico.
Mentre negli Stati Uniti il presidente Donald Trump e i suoi seguaci riportano
al centro un’idea di politica fondata sulla paura, sull’esclusione e sulla
criminalizzazione dell’alterità, e mentre in Europa quella stessa grammatica
viene sempre più spesso ripresa e normalizzata da vari governi, la Spagna di
Pedro Sánchez si sta delineando come una vera e propria anomalia politica
(positiva). Un’alternativa coerente fondata su diritti, inclusione, solidarietà,
diplomazia e multilateralismo, senza retorica e fuori da una semplice postura
comunicativa.
Il caso spagnolo mostra qualcosa di sempre più raro nel panorama occidentale:
una coerenza sostanziale tra politica interna e politica estera, tra discorso
sui diritti e scelte di governo concrete. In un’epoca segnata dal ritorno della
forza come criterio ordinatore delle relazioni internazionali, dalla corsa al
riarmo e dalla securitizzazione delle politiche migratorie, Madrid insiste su
un’altra idea di sicurezza: la sicurezza umana.
È in questo quadro che va letto anche l’ostinato rifiuto del governo Sánchez di
allinearsi alla richiesta di portare la spesa militare della Nato al 5% del Pil,
così come l’accordo con il Programma delle Nazioni Unite per lo Sviluppo (Undp),
che porterà a Madrid una parte significativa delle posizioni decentralizzate
dalla sede di New York. Non è solo una scelta logistica: è il riconoscimento del
ruolo della Spagna come attore credibile del multilateralismo, come spazio
politico che investe nella cooperazione, nella governance globale e nella
prossimità ai contesti di crisi. In un mondo in cui il trumpismo disprezza
apertamente le Nazioni Unite e svuota le istituzioni multilaterali, la Spagna fa
l’opposto: le rafforza e le ospita.
Come ulteriore esempio, si può citare la cosiddetta politica estera femminista
adottata dalla Spagna, che non è riducibile a un’etichetta progressista ma che
rappresenta piuttosto una cornice che ridefinisce le priorità: centralità dei
diritti umani e del focus di genere, multilateralismo, cooperazione allo
sviluppo sostenibile, prevenzione dei conflitti e diffusione della cultura della
Pace, rifiutando l’escalation militare come risposta automatica alle crisi.
Infine il riconoscimento dello Stato di Palestina, deciso nel maggio 2024
nonostante fortissime pressioni diplomatiche, si iscrive esattamente in questa
visione: riaffermare il diritto internazionale in un contesto globale che lo
erode sistematicamente.
Ma è soprattutto sul terreno delle politiche migratorie che la Spagna rompe con
il clima dominante. Mentre la retorica trumpista — fatta di muri, deportazioni e
punizioni collettive — torna a essere un riferimento esplicito anche in Europa,
il governo Sánchez si prepara a una regolarizzazione straordinaria di centinaia
di migliaia di persone migranti in situazione amministrativa irregolare. Una
misura sostenuta da un’ampia mobilitazione sociale e da una iniziativa
legislativa popolare, che riconosce un dato di realtà spesso negato: senza
migrazione non c’è crescita, non c’è sostenibilità del welfare, non c’è futuro
demografico. I numeri lo confermano: secondo la Banca di Spagna, la popolazione
straniera ha contribuito in modo significativo alla crescita del Pil pro capite
negli ultimi anni. L’Ine certifica che quasi una persona su cinque nel Paese è
nata all’estero e l’Ocse registra un aumento costante dell’immigrazione di lungo
periodo.
La risposta spagnola non è la repressione, ma l’inclusione: i diritti come
infrastruttura economica, non come costo da comprimere. A rafforzare
ulteriormente questa traiettoria si colloca anche il ruolo crescente della
Aecid, Agencia Española de Cooperación Internacional para el Desarrollo,
l’agenzia pubblica che coordina la cooperazione internazionale spagnola. Negli
ultimi anni la Aecid ha aumentato in modo significativo i propri investimenti,
riaffermando una visione della cooperazione come politica pubblica strategica e
non residuale. Un orientamento che privilegia diritti umani, uguaglianza di
genere, coesione sociale, governance democratica e partenariati con l’America
Latina e i Caraibi, in controtendenza rispetto ai tagli e alla marginalizzazione
della cooperazione osservati in altri Paesi europei.
Non si tratta solo di risorse economiche, ma di scelte politiche chiare e
lungimiranti, mirate a rafforzare la cooperazione riconoscendo che la sicurezza
non si costruisce esclusivamente con più armi o più muri, ma con istituzioni
solide e relazioni internazionali fondate sulla corresponsabilità. Anche in
questo ambito, la Spagna si distingue per una lettura strutturale delle crisi
globali, distante tanto dalla logica emergenziale quanto dalla retorica
securitaria. E in questa cornice si inserisce in questo 2026 un appuntamento di
forte valore politico e simbolico: il XXX Summit Iberoamericano dei Capi di
Stato e di Governo, che si terrà a Madrid il 4 e 5 novembre 2026. L’incontro,
che segnerà il 35esimo anniversario della prima Cumbre Iberoamericana, mira a
rafforzare la cooperazione, il dialogo politico e la proiezione internazionale
della comunità iberoamericana in un contesto globale segnato da frammentazione,
conflitti e ritorno delle logiche di potenza coloniale.
Certo, nulla di tutto questo avviene in un vuoto politico. La Spagna attraversa
una fase di forte polarizzazione, frammentazione parlamentare e conflitti
istituzionali irrisolti. Ma proprio qui sta il punto: l’alternativa spagnola non
è quella dell’uomo forte o della scorciatoia autoritaria, bensì quella — più
faticosa — della democrazia sociale, del compromesso, della tenuta dei diritti
anche sotto pressione.
Di fronte alla possibile egemonia di un nuovo ciclo trumpista globale — e
all’entusiasmo con cui molti governi europei ne adottano linguaggi, priorità
militari e politiche di esclusione — la Spagna dimostra che un’altra traiettoria
è possibile: crescere senza militarizzarsi, inclusione come reale possibilità di
crescita economica, governare senza trasformare la paura in programma politico.
Non è un modello esportabile in modo meccanico, né una storia senza ombre. Ma è,
oggi, una delle poche contro-narrazioni credibili a una deriva che presenta
l’autoritarismo come realismo e l’ingiustizia come inevitabile.
L'articolo In un’Europa che segue Trump, la Spagna dimostra che un’altra
traiettoria è possibile proviene da Il Fatto Quotidiano.
La Commissione di indagine sugli incidenti ferroviari spagnola ha identificato
nel suo rapporto preliminare la frattura di una rotaia come possibile causa del
devastante incidente avvenuto domenica scorsa nel sud della Spagna, in cui 45
persone hanno perso la vita a causa di una collisione tra due treni ad alta
velocità nei pressi della città di Adamuz, nella provincia andalusa di Cordova,
e più di 120 persone sono rimaste ferite, alcune in modo grave.
Nel rapporto, pubblicato dal ministero dei Trasporti spagnolo, la commissione
ufficiale ha spiegato che sono state rinvenute delle tacche sulle superfici di
rotolamento delle ruote del treno Iryo, le cui ultime carrozze sono deragliate
finendo sul binario adiacente, scontrandosi con un treno di Renfe che procedeva
in direzione opposta ed è stato sbalzato fuori dal binario a una velocità
superiore ai 200 chilometri orari. Tali segni, insieme alla deformazione delle
rotaie osservata, suggeriscono che una rotaia si fosse già fratturata prima del
passaggio del treno Iryo e del suo deragliamento.
Tacche simili sono state trovate anche sulle ruote di altri tre treni che erano
passati in quel tratto di binario poco prima. Ora dei campioni di rotaia saranno
inviati a un laboratorio metallografico per determinare le possibili cause della
frattura, ha aggiunto la commissione, sottolineando che altre ipotesi sulla
causa dell’incidente non sono ancora state escluse. “Per quanto riguarda le
cause della rottura della rotaia, non si esclude alcuna ipotesi”, si legge nel
testo chiarendo che, solo una volta accertate, “si potranno stabilire nuove
linee di indagine”.
È quindi confermato il quadro che Ilfattoquotidiano.it aveva ipotizzato,
attraverso proprie fonti, nelle ore successive al disastro: sia relativamente ai
segni sulle ruote delle prime carrozze dell’Iryo che alla frattura della rotaia.
“Queste intaccature consistono in un segno sul bordo esterno del binario,
compatibile con un impatto contro il fungo della rotaia in una posizione di
discontinuità con la zona precedente alla frattura”, si legge nella relazione.
Per gli esperti, il fatto che queste intaccature siano presenti sulla carrozza 5
– e che la carrozza 6 sia stata la prima a deragliare – “è compatibile con
l’inclinazione della rotaia verso l’esterno (verso il lato destro rispetto al
senso di marcia) al passaggio della carrozza 5, cosicché la carrozza 6 è
deragliata a causa della completa mancanza di continuità del binario”.
La carrozza 6 del treno Iryo, partito da Malaga e diretto a Madrid, ha
deragliato trascinando con sé le due carrozze successive. Queste tre carrozze
hanno poi attraversato il binario opposto pochi secondi prima del passaggio del
treno Renfe diretto a Huelva, che viaggiava nella direzione opposta. Tra le
altre cose, nelle prossime settimane, saranno anche analizzate le scatole nere
dei treni e continuerà l’inchiesta della Guardia Civil che riguarda gli aspetti
penali del disastro ferroviario.
L'articolo Incidente treni in Spagna, Commissione d’inchiesta: “Frattura nella
rotaia è la causa” proviene da Il Fatto Quotidiano.
Ci hanno (ri)provato, ma Alice Campello e Alvaro Morata non sono riusciti a
salvare il loro matrimonio. I due si erano separati nell’estate del 2024,
tornando insieme nei primi mesi del 2025. Ora, secondo quanto riporta il
giornalista spagnolo Pedro Jota intervenuto nel programma “En todas las salsas“,
il calciatore e l’imprenditrice avrebbero avviato le pratiche del divorzio.
Secondo fonti vicine alla coppia, non ci sarebbero terze persone tra Alice e
Alvaro. A smentire le voci del tradimento era stata proprio Campello sul suo
profilo Instagram.
Negli scorsi giorni, il settimanale Hola ha riferito che i due, genitori di
Leonardo, Alessandro, Edoardo e Bella, vivono in case separate. Il calciatore
del Como, infatti, risiede in un’abitazione poco distante da quella di Alice. A
confermarlo sono gli scatti pubblicati da Hola, in cui si vede Alvaro che va a
prendere il figlio Leonardo nella vecchia abitazione, senza mai entrare in casa.
Inoltre, Morata ha partecipato al compleanno della figlia Bella a casa di Alice,
tornando poi da solo nella nuova abitazione.
Il matrimonio potrebbe finire ufficialmente dopo 10 anni. Il giocatore e la
modella si sono conosciuti nel 2016 a Torino, quando lui giocava nella Juventus.
Appena un anno dopo, la coppia è convolata a nozze a Venezia, città natale di
Campello. Tra il 2018 e il 2023 sono nati i 4 figli. Dopo la separazione
nell’estate 2024 i due erano tornati insieme, come testimoniato dalle foto su
Instagram. Ora, il rapporto potrebbe concludersi definitivamente, con l’ormai ex
coppia che ha avviato le pratiche per il divorzio.
L'articolo “Alice Campello e Alvaro Morata hanno avviato le pratiche per il
divorzio”: i retroscena dalla Spagna proviene da Il Fatto Quotidiano.
Boro è stato ritrovato. E per una volta la parola ritrovato non riguarda
soltanto un corpo, ma un legame.
La vicenda di Boro era diventata un simbolo di speranza dopo il terribile
incidente ferroviario avvenuto il 18 gennaio ad Adamuz, nella provincia di
Córdoba, in Andalusia, dove due treni ad alta velocità sono deragliati e si sono
scontrati, causando decine di morti e numerosi feriti. In mezzo a una tragedia
collettiva fatta di numeri, comunicati ufficiali e dolore diffuso, una storia
apparentemente “minore” ha iniziato a farsi strada. Non per distrarre, ma per
interrogare.
Subito dopo l’impatto, nel caos dei soccorsi, Boro era scappato spaventato. La
sua caregiver, Ana García, era rimasta ferita; la sorella versava in condizioni
più gravi. Eppure Ana, da subito, ha detto una cosa semplice e radicale: gli
animali sono famiglia. Non come slogan, non come rivendicazione ideologica, ma
come constatazione esistenziale. Boro non era un cane disperso: era qualcuno da
ritrovare.
La death education parte spesso da qui, dal momento in cui una tragedia fa
saltare le convenzioni. Quando la morte irrompe, ciò che crolla per primo non è
il dolore, ma l’ordine con cui siamo abituati a classificarlo. Chi conta, chi
viene prima, quali legami meritano spazio, parole, ricerca. In quei momenti
emergono verità che normalmente preferiamo tenere ai margini.
Per Ana, l’urgenza non era stabilire una gerarchia del lutto. Era restare fedele
a un legame. E questo ci mette in difficoltà, perché la nostra cultura continua
a distinguere tra lutti legittimi e lutti tollerati, tra perdite “serie” e altre
considerate accessorie. Il dolore per un animale viene spesso accettato solo se
discreto, breve, composto. Come se l’amore, per essere riconosciuto, dovesse
assumere una forma prestabilita.
E invece Boro, ritrovato vivo tra i resti del treno e della paura, ci costringe
a guardare in faccia una verità scomoda: gli animali non sono “come” famiglia.
Sono famiglia. Condividono le nostre case, i nostri silenzi, le nostre abitudini
più intime. Sono presenza, continuità, quotidianità. Quando muoiono — o quando
rischiamo di perderli — non perdiamo un affetto secondario, ma una parte
concreta del nostro mondo.
Un legame non ha bisogno di essere umano per essere reale: ha bisogno di essere
vissuto. Boro è stato cercato perché era amato. È stato ritrovato perché
qualcuno non ha accettato l’idea che fosse “secondario”. Questa storia non
alleggerisce il peso della tragedia, né la compensa. Apre però uno spazio di
senso. Perché educarci alla morte significa anche educarci a riconoscere chi,
per noi, conta davvero. Anche quando il mondo ci direbbe di lasciar perdere.
Oggi Boro torna a casa. E con lui, per un attimo, torna l’idea che l’amore non
si classifica.
L'articolo Ritrovato vivo Boro, il cane smarrito dopo l’incidente ferroviario in
Spagna: questa storia apre uno spazio di senso proviene da Il Fatto Quotidiano.
In Spagna, la storia del cane Boro si è conclusa con un lieto fine. Come riporta
La Stampa, lo scorso 20 gennaio, il cucciolo viaggiava insieme alla sua famiglia
su uno dei treni coinvolti nel disastro ferroviario di Adamuz, nella provincia
di Cordoba. A seguito del rumore delle lamiere piegate e delle urla delle
persone, Boro è fuggito dal treno, scappando nelle campagne circostanti. Ana
Garcia, la proprietaria, dal letto d’ospedale ha lanciato un appello: aiutatemi
a trovare il mio cane. Molte persone si sono mobilitate per cercare Boro.
Volontari, associazioni animaliste, esponenti del Partito Animalista spagnolo e
semplici cittadini hanno iniziato a perlustrare la zona in cerca delle sue
tracce. Ana, nonostante le difficoltà fisiche, si è aggiunta alla spedizione.
Con una gamba ingessata, la ragazza si è recata nei vari negozi di Adamuz e
delle cittadine circostanti chiedendo alle persone se avessero visto il suo
cane. Sul cartello affisso in giro per le città c’era scritto: “Cerchiamo Boro,
perso nell’incidente di Adamuz. Qualsiasi informazione è utile”.
Come riportato dai media locali, nel pomeriggio di mercoledì 21 gennaio una
pattuglia del Servizio di Protezione della Natura della Guardia Civil ha
individuato l’animale all’interno di una fattoria. Come dichiarato dalle
autorità, alla vista degli agenti Boro è scappato. Nella giornata di ieri, 22
gennaio, la Guardia Civil è riuscita a recuperare il cane e restituirlo alla sua
proprietaria. Secondo quanto riportato dal Partito Animalista, l’animale è stato
individuato nei pressi dell’area in cui è avvenuto l’incidente ferroviario. Le
immagini del ricongiungimento tra Ana Garcia e il suo Boro sono commoventi. La
ragazza, con le lacrime agli occhi e un grande sorriso in volto, ha accarezzato
il suo cucciolo dicendogli “ora torniamo a casa”.
> ???? Boro, el perro desaparecido tras el accidente de tren de Adamuz
> (Córdoba), se reúne finalmente con su dueña
>
> ▪️El animal había permanecido desaparecido varios días hasta ser avistado en
> varias ocasiones por vecinos y agentes
>
> ???? Nicolás Rivas ( @RTVEAndalucia ) pic.twitter.com/XHkLLktK1v
>
> — Radio 5 (@radio5_rne) January 22, 2026
L'articolo Ritrovato vivo Boro, il cane fuggito dopo il disastro ferroviario di
Adamuz. La padrona commossa: “Ora torniamo a casa” proviene da Il Fatto
Quotidiano.