C’è stato un tempo, lontano ma non troppo, in cui Facebook era il posto dove
tutto accadeva. Oggi è diventato il salotto digitale dove si entra più per
abitudine che per entusiasmo: un museo interattivo dei ricordi, con qualche
discussione fuori controllo e una timeline che sa di déjà-vu. Nel frattempo,
mentre altrove scorrono video veloci e pubblici sempre più giovani, Facebook
osserva da bordo campo. E a quel punto la risposta è arrivata, concreta e poco
filosofica: Mark Zuckerberg ha deciso di mettere mano al portafogli. Meta
Platforms pagherà fino a 3.000 dollari al mese i creator per pubblicare
contenuti sulla piattaforma e provare a rimetterla in moto.
Il piano si chiama Creator Fast Track. In pratica, Meta offre 1.000 dollari al
mese a chi ha almeno 100 mila follower su TikTok, Instagram o YouTube e accetta
di pubblicare reel su Facebook. L’assegno sale fino a 3.000 dollari per chi
supera il milione di follower, mentre chi ne ha tra 20.000 e 99.999 otterrà tra
100 e 450 dollari mensili. Il contributo è garantito per tre mesi e si aggiunge
agli eventuali ricavi pubblicitari. Ma non è aperto a tutti: bisogna avere
almeno 18 anni, vivere negli Stati Uniti o in Canada e, dettaglio non
secondario, non aver pubblicato reel su Facebook negli ultimi sei mesi.
Tradotto: Meta cerca creator attivi altrove, non utenti già fedeli.
IL PROBLEMA ANAGRAFICO
Il punto è che Facebook non è in crisi di tecnologia. È in crisi di identità. O
meglio: di età. Per i ragazzi, Facebook è il social dei genitori e dei nonni. È
il luogo dove finiscono le catene di Sant’Antonio, i meme riciclati e le
opinioni non richieste sotto qualsiasi post. Un ecosistema che difficilmente si
presta alla spontaneità veloce dei video brevi che dominano oggi.
E Zuckerberg questo lo sa. Non a caso parla di rinascita dell’“OG Facebook”,
dove “OG” (Original Gangster), dovrebbe evocare autenticità, spirito
pionieristico, freschezza. Ma il rischio è che suoni più come un tentativo di
cosplay digitale: vestirsi da giovane quando ormai si è diventati,
inevitabilmente, istituzione.
PAGARE PER SEMBRARE VIVI
L’operazione ha un sapore quasi disperato nella sua lucidità. Facebook non prova
più a convincere le persone a tornare: prova a pagare chi può portarle. L’idea è
quella di importare contenuti freschi da piattaforme concorrenti, sperando che
insieme ai video arrivino anche gli utenti. Alla fine, la questione è meno
economica e più culturale. Facebook può tornare a essere il centro della vita
digitale o è destinato a diventare un gigantesco archivio della memoria online?
Pagare i creator può portare contenuti. Ma non è detto che riporti significato.
E forse è proprio questo il punto più ironico di tutta la faccenda: il social
che ha insegnato al mondo a condividere tutto, oggi deve pagare per farsi
raccontare qualcosa.
L'articolo Mark Zuckerberg offre fino a 3mila dollari per attirare di nuovo i
giovani sulla piattaforma Facebook proviene da Il Fatto Quotidiano.
Tag - Facebook
“Le nutrie sono troppe? Mangiamole”. Quando nel 2018 Michel Marchi, sindaco di
Gerre de’ Caprioli, nel Cremonese, lanciò questa proposta per fronteggiare
l’emergenza legata alla proliferazione dei grossi roditori, quasi tutta Italia
derubricò l’uscita a una semplice (e per molti bizzarra) provocazione politica.
A distanza di anni, però, il primo cittadino ha dimostrato di essere
profondamente e letteralmente convinto della bontà della sua intuizione,
passando dai banchi del municipio ai fornelli della propria cucina.
IL VIDEO SU FACEBOOK E IL MENÙ “NUTRIE-NTE”
Nella giornata di domenica 15 marzo, Marchi ha deciso di documentare
pubblicamente le sue abitudini culinarie attraverso un video condiviso sul
proprio profilo Facebook. Nelle immagini, il sindaco inquadra fiero i vassoi
contenenti la carne cruda del roditore pronta per la cottura e il tegame già sul
fuoco per la preparazione del sugo. Il menù della giornata non ha lasciato
spazio a dubbi: nutria arrosto e ragù di nutria. A condire il tutto, una
massiccia dose di ironia (diciamo così) ostentata dallo stesso primo cittadino a
favore di telecamera: “Questa è una domenica nutrie-nte”, ha scherzato Marchi,
rivendicando la normalità della sua scelta gastronomica.
LE REAZIONI SUI SOCIAL
Se il sindaco ha affrontato il pasto con goliardia, la reazione della rete è
stata di segno diametralmente opposto. Il video è diventato rapidamente virale,
scatenando una valanga di critiche, insulti e interrogativi sotto il post di
Facebook. Le reazioni si sono divise in tre filoni principali. Da un lato c’è
l’indignazione degli animalisti, che hanno bollato l’iniziativa con secchi
“Vergogna“, ribadendo che le nutrie sono “animali da proteggere, non da
mangiare”. Dall’altro lato, a farla da padrona è la naturale repulsione estetica
legata all’aspetto dell’animale, considerato infestante. “Sono come grossi
ratti, non vi fanno schifo?”, ha domandato inorridito più di un utente,
sollevando seri dubbi di natura igienica legati al consumo di una specie che
popola argini e canali. Infine, c’è chi ha sfidato la provocazione del sindaco
sul piano prettamente normativo e commerciale, ponendo un quesito pragmatico:
“Se davvero è così buona e commestibile, perché nei ristoranti non possono
metterla nel menù?”. Una domanda che riapre il dibattito legale sul trattamento
di questa specie aliena, la cui carne in Italia non è attualmente destinabile
alla filiera della ristorazione pubblica.
L'articolo “Questa è una domenica nutrie-nte”: il sindaco di di Gerre de’
Caprioli mostra il suo pranzo a base di nutria arrosto e al ragù – VIDEO
proviene da Il Fatto Quotidiano.
Un aula di tribunale, dodici giurati e un testimone d’eccellenza, Mark
Zuckerberg. Il fondatore di Meta – che tra i suoi prodotti include Facebook,
Messenger, Instagram, WhatsApp e Oculus – sale oggi sul banco dei testimoni per
affrontare quello che gli analisti definiscono un processo “spartiacque” per
l’intera Silicon Valley. Il Ceo della Big tech, 41 anni, dovrà rispondere di
fronte a una giuria popolare di un’accusa pesantissima: aver deliberatamente
progettato le sue piattaforme, Instagram e Facebook, per creare dipendenza nei
minori a scopo di lucro. Sebbene il fondatore di Facebook sia abituato ai
confronti pubblici, questa testimonianza segna un punto di svolta legale. È la
prima volta che Zuckerberg non parla davanti a una commissione politica del
Congresso, ma deve difendersi in un’aula di tribunale dai danni concreti
attribuiti al design dei suoi prodotti.
IL CASO KALEY G.M.
Al centro del procedimento c’è la storia di Kaley G.M., una ventenne
californiana che ha iniziato a frequentare i social media all’età di 6 anni
(YouTube) e 11 anni (Instagram). La tesi dell’accusa è che la giovane sia
rimasta vittima di un “aggancio” compulsivo causato da algoritmi e funzionalità
studiate per massimizzare il tempo di permanenza, a scapito della salute
mentale. Ansia, depressione e disturbi alimentari sono i danni citati nelle
migliaia di denunce che attendono l’esito di questo processo pilota.
UN PRECEDENTE FONDAMENTALE
La difesa di Meta punta sulla protezione offerta dalle leggi statunitensi
riguardo ai contenuti generati dagli utenti, ma il tribunale di Los Angeles si
concentrerà esclusivamente sull’architettura delle app. Se i giurati dovessero
stabilire che le piattaforme sono state progettate come “prodotti difettosi” per
indurre dipendenza, Meta e Google (proprietaria di YouTube, anch’essa coinvolta)
potrebbero dover affrontare una valanga di risarcimenti miliardari. Il verdetto
della giuria è atteso per la fine di marzo e promette di riscrivere le regole
della responsabilità legale per i giganti del web.
In passato Zuckerberg ha riferito al Congresso in varie occasioni. Ad agosto
2024, in una lettera indirizzata alla Commissione Giustizia della Camera, ha
ammesso che nel 2021 l’amministrazione Biden ha esercitato pressioni su Meta per
censurare contenuti relativi al COVID-19, inclusi post satirici. Zuckerberg ha
espresso rammarico per non essere stato più esplicito all’epoca riguardo a
queste interferenze e ha dichiarato che l’azienda è pronta a respingere simili
richieste in futuro. A gennaio dello stesso anno ha poi testimoniato davanti
alla stessa commissione del Senato in un’audizione molto tesa insieme ai CEO di
TikTok, X e Snap. Scuse alle famiglie: Incalzato dai senatori – che hanno
accusato i giganti tech di avere “le mani sporche di sangue” per non aver fatto
abbastanza contro la pedopornografia e il bullismo online – si è alzato per
scusarsi direttamente con le famiglie presenti in aula i cui figli avevano
subito danni (inclusi casi di suicidio e sfruttamento) a causa dei social
network. Il caso più celebre in cui è comparso davanti al Parlamento americano è
legato allo scandalo Cambridge Analytica, dove nel 2018 rispose per due giorni
consecutivi alle domande su privacy e interferenze elettorali.
L'articolo “Con l’algoritmo crea dipendenza nei minori a scopo di lucro”: il
primo processo contro Mark Zuckerberg proviene da Il Fatto Quotidiano.
Mentre langue in Commissione al Senato la proposta di legge per vietare l’uso
dei social network ai minori di 15 anni, un gruppo di associazioni e uno studio
legale sfidano i colossi Meta e TikTok con una class action al tribunale di
Milano. “Milioni di ragazzi patiscono la dipendenza e gli effetti degli
algoritmi, il governo è inerte mentre Big tech contesta la competenza dei
magistrati nazionali”, dice a ilfattoquotidiano.it Stefano Bertone, legale dello
studio torinese Ambrosio & Commodo, promotore dell’azione giudiziaria. Perché
Meta e TikTok contesterebbero il giudizio dei tribunali nazionali? “Secondo loro
le regole le decide l’Europa dunque rivendicano il loro dialogo con le
istituzioni del Vecchio continente”, dice l’avvocato. Ma anche l’Ue ha
abbandonato la carota per impugnare il bastone, pur di tutelare i minori dagli
abusi dei social network. Il 6 febbraio la Commissione ha contestato formalmente
a TikTok, in via preliminare, la violazione del Digital service act. Secondo
palazzo Berlaymont le piattaforme hanno sottovalutato i rischi sulla dipendenza
e la salute degli utenti. Il colosso ora rischia una multa fino al 6 per cento
del fatturato. Ma le obiezioni rivolte al social network cinese potrebbero
giungere anche all’indirizzo di Facebook e Instagram.
“L’ESECUTIVO NON TUTELA I MINORI, SERVE INFORMARE SUI RISCHI PER LA SALUTE”
La class action italiana contro Facebook, Instagram e TikTok è partita subito in
salita. La prima udienza si sarebbe dovuta celebrare il 12 febbraio ma è
slittata di tre mesi: problemi tecnici con le notifiche all’estero. A sostenere
il ricorso in tribunale sono le associazioni delle famiglie e dei genitori,
senza alcuna interlocuzione con il governo. Eppure Giorgia Meloni e le destre si
ergono sovente come paladini della famiglia. “Al netto del divieto si smartphone
a scuola, apprezzabilissimo, l’esecutivo non sta tutelando i più giovani dalla
dipendenza dei social network”, dice l’avvocato Bertone, “dunque ci pensano i
singoli e le organizzazioni dal basso”. Non basta verificare l’età e spegnere i
social agli adolescenti, secondo il legale, perché “il grande problema è la
carenza di informazioni per i genitori”. In quanti sono consapevoli dei rischi
per i minori? “Troppo pochi, il dibattito langue e molti adulti non sono neppure
messi nelle condizioni di proteggere i loro figli”, dice Bertone. Come all’alba
della diffusione delle sigarette: nessuna regola e divieto, in principio, solo
con il tempo si è diffusa la consapevolezza dei danni e sono fioccate regole per
Big Tobacco. Possiamo nascondere il pacchetto di sigarette, ma l’ambizione,
secondo Bertone, è “convincere i ragazzi a non fumare: lo stesso vale per i
social e l’unica via è informarli sulle conseguenze”, ammonisce l’avvocato.
CLASS ACTION, IL CASO PHILLIPS E LA VITTORIA CONTRO LA GRANDE INDUSTRIA
La letteratura scientifica sugli effetti dei social network è vasta: diversi
studi sostengono l’analogia tra la dipendenza indotta dai social e il “vizio” di
alcol e nicotina. L’azione giudiziaria collettiva poggia sul pregiudizio alla
salute per milioni di minori. “Abbiamo scelto la class action inibitoria perché
è uno strumento molto potente”, spiega Bertone. Attraverso questa via legale,
chiunque può chiedere al giudice lo stop dei comportamenti pregiudizievoli per
un gruppo di persone, senza dimostrare colpa o dolo di chi li mette in atto.
Basta una firma per presentare il ricorso in sede civile. Così è più semplice
far accogliere il ricorso. “Tuttavia – dice l’avvocato – alcuni documenti
interni in nostro possesso dimostrano come gli organi aziendali di una
piattaforma fossero al corrente della dipendenza indotta dall’algoritmo,
soprattutto sui più giovani”. Del resto, aggiunge, “gli statuti delle big tech
depositati in camera di commercio c’è chiaramente scritto che il loro modello di
business dipende dalla capacità di trattenere l’utente sulla piattaforma”.
Grazie alla prima class action inibitoria europea, nel campo sanitario, lo
studio Ambrosio & Commodo ha già vinto in tribunale contro Phillips, il gigante
tecnologico. In quel caso, la minaccia per la salute erano i dispositivi medici
difettosi. “L’azienda si era impegnata a ritirarli dal mercato, ma i pazienti
lamentavano ritardi e temevano le conseguenze”, ricorda Bertone. Phillips ha
perso in primo e secondo grado, rinunciando al ricorso in Cassazione. “Con le
azioni collettive anche i singoli possono avere giustizia contro le grandi
industrie”, ammonisce Bertone. Phillips è stata portata in giudizio anche per il
risarcimento collettivo, respinto in primo grado: troppe differenze tra le
situazioni dei singoli ricorrenti, secondo il giudice. Ma entro l’estate si
attende la sentenza in Corte d’appello. “Se il ricorso sarà accolto, valuteremo
la richiesta di risarcimento anche per Meta e TikTok”, avvisa il legale. Che
nota una similitudine tra i colossi chiamati in tribunale: “Phillips chiedeva di
rispettare il programma concordato con il ministero della Salute, le piattaforme
social si appellano al dialogo con la Commissione europea”. In entrambi i casi,
la competenza dei giudici nazionali si vorrebbe attenuata. Del resto, i
dirigenti di Meta e TikTok lo hanno ribadito il 14 gennaio, in audizione alla
Camera dei deputati: in Europa vige il Digital service act (Dsa) e le leggi
locali rischiano di frammentare eccessivamente il mercato. Ma anche nel Vecchio
continente è girato il vento per i colossi social.
LA COMMISSIONE UE CONTRO TIKTOK: SOTTOVALUTATE “QUELLE FUNZIONALITÀ CHE CREANO
DIPENDENZA”
Il 6 febbraio gli uffici guidati da Ursula von der Leyen hanno pubblicato le
conclusioni preliminari dell’indagine su TikTok. La multinazionale asiatica era
accusata di aver violato il Digital service act, con il fascicolo aperto il 19
febbraio 2024. Dopo due anni, è arrivato l’avviso: secondo la Commissione, la
piattaforma ha “ignorato importanti indicatori dell’uso compulsivo dell’app,
come il tempo che i minorenni trascorrono su TikTok di notte”. Soprattutto, non
ha valutato a dovere quelle “funzionalità che creano dipendenza e potrebbero
danneggiare il benessere fisico e mentale dei suoi utenti, compresi i minori”.
Quali funzionalità? “Lo scorrimento infinito, la riproduzione automatica, le
notifiche push e il suo sistema di raccomandazione altamente personalizzato”.
TikTok ha tempo per controbattere, prima della conclusione del procedimento. Ma
rischia una multa fino al 6 per cento del fatturato. Nulla esclude che nel
mirino di Bruxelles entrino anche Facebook e Instagram, i social del colosso
statunitense Meta. Anzi, secondo il giurista Guido Scorza, le contestazioni
verso TikTok “potrebbero, agevolmente, esser mosse all’indirizzo della più parte
dei suoi concorrenti”. “L’impressione – scrive l’esperto su agendadigitale.eu –
è che sul banco degli imputati, almeno sul piano dei principi, non ci sia solo
TikTok ma un intero sistema”.
L'articolo Class action contro i social network, il legale: “Meta e TikTok
contestano la giurisdizione nazionale per trattare solo con l’Ue” proviene da Il
Fatto Quotidiano.
Parte con il freno a mano il processo contro i social network, nato dalla prima
class action italiana, sostenuta dai genitori per tutelare i più giovani dai
danni dell’algoritmo. La prima udienza, fissata per il 12 febbraio, è stata
rinviata al 14 maggio dal Tribunale delle imprese di Milano. In una nota,
esprimono “forte disagio e preoccupazione” le associazioni coinvolte nell’azione
giudiziaria collettiva contro Facebook, Instagram e TikTok. Al ricorso hanno
aderito il Moige (Movimento Italiano Genitori), Anfn (Associazione nazionale
famiglie numerose), Age (Associazione italiana genitori), il Forum delle
Associazioni Familiari. Il rinvio del dibattimento sarebbe dovuto alle
difficoltà per le notifiche legali in Inghilterra. “Un’ulteriore dilazione nella
tutela di migliaia di bambini e adolescenti italiani”, sottolineano le sigle.
VIETARE I SOCIAL AI MINORI DI 16 ANNI: L’EUROPA ACCELERA E L’ITALIA FRENA
Intanto, il Moige ha lanciato una raccolta firme sul suo sito, per chiedere a
governo e Parlamento una legge sul divieto dei social per i minori di 16 anni.
La proposta c’è, ma è congelata in Commissione al Senato da ottobre 2025.
Palazzo Chigi ha imposto l’alt, malgrado il disegno di legge rechi come prima
firma quella di Lavinia Mennuni, senatrice di Fratelli d’Italia. Intanto,
l’obbligo di verifica dell’età è slittato anche per i siti pornografici.
Sul modello dell’Australia, primo Paese al mondo a vietare i social per gli
adolescenti, in Europa il dibattito è aperto. A fine gennaio anche la Spagna ha
annunciato la stretta, sulla scia di Francia, Portogallo, Danimarca, Grecia. La
class action italiana è seguita con attenzione all’estero. Anche in Francia le
associazioni delle famiglie hanno portato in tribunale, con un’azione
collettiva, Meta e TikTok. Negli Stati Uniti ben 41 Stati hanno già unito le
forze, nel 2023, per citare in giudizio Meta. Il colosso è stata portato in
tribunale con l’accusa di aver “sfruttato tecnologie potenti e senza precedenti
per attirare, coinvolgere e infine intrappolare giovani e adolescenti”.
LE 3 RICHIESTE DELLA CLASS ACTION ALLE PIATTAFORME SOCIAL
In Italia, il ricorso è stato presentato a luglio, firmato dallo studio legale
Ambrosio & Commodo e dal Moige (Movimento italiano genitori). “Questa non è solo
una battaglia legale, è una battaglia di civiltà – sottolinea l’avvocato Stefano
Commodo – Puntiamo a difendere i minori e i più fragili dal loro utilizzo
eccessivo e a creare buona informazione sui rischi che derivano dall’abuso delle
piattaforme”. Ma quali sono le richieste portate in tribunale? Le associazione
dei genitori e della famiglie chiedono tre cose alle piattaforme. La prima:
verificare l’età degli utenti, in concreto, perché il click
sull’autodichiarazione ha fallito. Teoricamente bisogna avere 13 anni per aprire
un profilo, ma non si contano i ragazzi d’età inferiore. La seconda: basta con
le tecniche algoritmiche e digitali per indurre dipendenza nei più giovani, ad
esempio lo “scrolling” senza limite. Infine obbligare Meta e TikTok ad informare
l’utente sulla pericolosità del servizio per i minori. Secondo una stima dello
studio legale Ambrosio & Commodo, i minori con almeno un profilo social sono 4,8
milioni: l’80 per cento di tutti i ragazzi al di sotto dei 18 anni. Gli avvocati
torinesi sul loro sito citano il libro del sociologo Jonathan Haidt, intitolato
“La generazione ansiosa, come i social hanno rovinato i nostri figli”. Il volume
indica i danni fondamentali per l’infanzia: solitudine, privazione del sonno,
difficoltà di concentrazione, dipendenza. Danni simili, secondo molti esperti, a
quelli provocati da alcol, sigarette e stupefacenti.
L'articolo Class action contro i social network per tutelare i minori: prima
udienza slitta di 3 mesi. Genitori: “Forte disagio e preoccupazione” proviene da
Il Fatto Quotidiano.
Sono stati perquisiti i gestori del gruppo Facebook “Mia Moglie“, in cui
migliaia di uomini condividevano senza consenso immagini (anche intime) delle
proprie mogli e compagne. Nell’ambito dell’indagine aperta dalla Procura di
Roma, la Polizia fa sapere di aver identificato una donna di 52 anni e un uomo
di 24, entrambi indagati per diffusione illecita di immagini e video
sessualmente espliciti (il reato noto come “revenge porn”). Il titolare
dell’account attraverso cui veniva materialmente gestito il gruppo – chiuso
dalla piattaforma social dopo lo scandalo emerso la scorsa estate – era invece
un settantenne leccese deceduto a marzo 2025.
Le perquisizioni sono state eseguite dagli agenti specializzati del Servizio
Polizia postale e per la sicurezza cibernetica, del Centro operativo di Bari e
della sezione operativa di Lecce: “Sono stati sequestrati dispositivi
informatici che verranno analizzati per definire le responsabilità degli
indagati”, fanno sapere gli investigatori in un comunicato. Ad agosto, dopo il
caso sollevato da alcuni influencer, Meta – il colosso tech che gestisce
Facebook – aveva chiuso il gruppo per “violazione delle policy contro lo
sfruttamento sessuale di adulti“.
L'articolo “Mia Moglie”, perquisiti i gestori del gruppo Facebook: sono indagati
per revenge porn. “Sequestrati dispositivi” proviene da Il Fatto Quotidiano.
Il colosso dei social media Meta, proprietario di Facebook e Instagram, è finito
al centro di nuove e pesanti accuse. Documenti giudiziari desecretati,
depositati nell’ambito di una class action intentata da distretti scolastici
statunitensi, sostengono che l’azienda avrebbe soppresso prove “causali” interne
che dimostravano il danno dei suoi prodotti sulla salute mentale degli utenti,
in particolare adolescenti. Il cuore delle accuse, secondo quanto riportato
dalla Reuters, ruoterebbe attorno a ricerche interne condotte da Meta stessa.
Secondo i documenti, questi studi avrebbero identificato un legame causale tra
l’uso dei prodotti dell’azienda e gli effetti negativi sulla psiche degli
utilizzatori. Un esempio citato è un’indagine che avrebbe rilevato come le
persone che interrompevano l’uso di Facebook per una settimana riportassero
livelli inferiori di depressione, ansia, solitudine e confronto sociale. Dinanzi
a questi risultati, anziché pubblicarli o proseguire gli approfondimenti, i
querelanti sostengono che Meta avrebbe interrotto le ricerche e liquidato i
risultati negativi attribuendoli alla “narrativa mediatica esistente”
sull’azienda.
LE ACCUSE
L’accusa più grave è che, pur essendo a conoscenza di un legame causale, Meta
avrebbe continuato a negare la sua capacità di quantificare il danno, arrivando
a dichiarare al Congresso di non poter stabilire se i suoi prodotti fossero
dannosi per gli adolescenti. Le accuse non finiscono qui. I querelanti,
rappresentati dallo studio legale Motley Rice, affermano che Meta e altre
piattaforme come Google, Tiktok e Snapchat avrebbero incoraggiato tacitamente
l’uso dei social media da parte di minori di 13 anni; che avrebbero progettato
intenzionalmente funzionalità di sicurezza per i giovani in modo da renderle
inefficaci o poco utilizzate, e che avrebbero anteposto la crescita del business
alla sicurezza e al benessere dei loro utenti più giovani, bloccando persino i
test sulle safety features temendo che potessero rallentare l’espansione.
L’uso del termine “causale” da parte di Meta nei suoi stessi documenti è un
elemento cruciale. Non si tratterebbe, infatti, di una semplice correlazione
(cioè, un aumento dell’uso dei social insieme a un aumento della depressione),
ma di una prova che un elemento ne provoca direttamente un altro. Questa
distinzione rafforza notevolmente la posizione legale dei distretti scolastici,
che chiedono un risarcimento per i costi sostenuti nel gestire l’impatto sulla
salute mentale degli studenti.
IL CAMPANELLO D’ALLARME DA SCUOLE E GENITORI
Le scuole e i genitori lamentano che l’aumento dell’ansia, della depressione e
delle difficoltà comportamentali tra gli adolescenti abbia radici dirette
nell’uso intensivo delle piattaforme, costringendo il personale scolastico a
farsi carico di questioni che vanno oltre il loro mandato educativo. Meta, in
risposta a precedenti indagini e denunce, ha sempre ribadito il suo impegno per
la sicurezza, sottolineando di investire risorse significative per la protezione
dei giovani e fornendo strumenti di controllo agli utenti. Tuttavia,
l’opposizione dell’azienda alla desecretazione dei documenti interni e il tenore
delle accuse attuali sollevano seri dubbi sulla trasparenza.
Questo non è il primo “scandalo documenti” per Meta. Il caso ricorda da vicino
le rivelazioni del 2021 dell’informatrice Frances Haugen, che portò alla luce
ricerche interne su come Instagram danneggiasse l’immagine corporea delle
ragazze adolescenti. La battaglia legale è solo all’inizio, ma le nuove accuse
spingono Meta in una posizione estremamente scomoda, costringendola a un
confronto diretto tra le sue ambizioni di crescita e la salute di miliardi di
persone che utilizzano i suoi prodotti.
L'articolo Class action delle scuole Usa contro Meta, l’accusa: “Nascosti studi
che identificano un legame causale tra l’uso dei prodotti dell’azienda e gli
effetti negativi sulla psiche” proviene da Il Fatto Quotidiano.
“Sono tagliato fuori dalla tecnologia dentro il mio corpo, ed è tutta colpa
mia“. Zi Teng Wang, prestigiatore e scienziato cinese, si è fatto impiantare un
chip RFID nella mano per alcuni trucchi di magia. La mossa a sorpresa si è
rivelata controproducente. Wang, infatti, ha scordato la password del chip. Come
raccontato su Facebook, il ragazzo aveva studiato un trucco per stupire la
platea: controllare il telefono di uno spettatore tramite l’oggetto metallico.
“È venuto fuori che premere ripetutamente il telefono di qualcun altro sulla mia
mano, cercando di capire dove si trova il lettore Rfid del loro telefono, non è
poi così misterioso, magico e sorprendente” ha dichiarato il prestigiatore sui
social che ha aggiunto: “Usare il mio telefono per la scansione non ha lo stesso
effetto per ovvie ragioni”. Oltre il danno, dunque, la beffa.
IL PIANO B (INUTILE)
Zi Teng Wang è stato costretto a reinventare il chip per dare un senso
all’operazione chirurgica. “L’ho riscritto affinché contenesse un indirizzo
bitcoin ma non ha mai funzionato” ha raccontato il ragazzo. Oltre a questo
tentativo fallimentare, Wang ha riscritto il microchip per farlo diventare il
collegamento web a un meme. “Qualche anno fa quel link al sito al sito «Imgur» è
scomparso” ha detto il cinese che ha poi svelato di aver tentato una terza
riscrittura senza successo. Wang infatti non ha potuto accedere a chip perché ha
dimenticato la password.
LA SOLUZIONE
Sempre nel suo post su Facebook, il mago-scienziato ha scritto di aver
contattato amici informatici che gli hanno fornito una soluzione: “L’unico modo
per sbloccarlo sarebbe allacciarsi addosso un lettore Rfid per giorni o
settimane, provando a forzarlo con ogni combinazione possibile“. Certo, non il
metodo più semplice al quale si possa ricorrere. Zi Teng Wang ha comunque colto
l’unico aspetto positivo di questa vicenda: “Almeno il link di Imgur ha
ricominciato a funzionare“.
L'articolo “Mi sono fatto impiantare un chip nella mano per fare trucchi di
magia ma ho dimenticato la password”: la storia del mago-scienziato Zi Teng Wang
proviene da Il Fatto Quotidiano.
All’aeroporto di Bari è stato smarrito un orsacchiotto. La notizia arriva da
Facebook, dove la pagina social dello scalo ha postato una foto alla ricerca del
proprietario del peluche. “Oggi, accanto al nostro grande albero di Natale,
abbiamo trovato un piccolo amico che sembra essersi perso” si legge. Tra gli
utenti è iniziata la ricerca del proprietario del giocattolo: “Immaginiamo una
manina che lo stringeva forte prima di un viaggio, una corsa tra gli imbarchi,
un check in all’ultimo secondo, un attimo di distrazione e lui è rimasto qui, da
solo“, queste le parole che si leggono sotto la foto dell’orsacchiotto.
L’APPELLO SOCIAL
L’aeroporto di Bari si è appellato ai viaggiatori e agli utenti sui social: “Se
riconoscete questo orsacchiotto, o pensate che possa appartenere a un piccolo
viaggiatore, vi invitiamo a contattarci. Vogliamo davvero che possa
riabbracciare presto la sua famiglia“. Il Natale è una festa da passare in
famiglia o, quantomeno, in compagnia. “Aiutateci a farlo tornare tra le braccia
giuste” ha aggiunto la pagina social dello scalo intitolato all’ex pontefice
Karol Wojtyla “perché a Natale, nessuno dovrebbe restare solo”.
La pagina ha invitato la famiglia del bimbo che ha perso l’orsacchiotto a
scrivere alla mail ufficiostampa@aeroportidipuglia.it, casella di posta
elettronica valida per chiunque sappia indicare chi ha smarrito il giocattolo.
L'articolo “Immaginiamo una manina che lo stringeva forte. Aiutateci a farlo
tornare tra le braccia giuste”: l’appello per riportare a casa l’orsacchiotto di
peluche perso in aeroporto proviene da Il Fatto Quotidiano.
“Chiedo scusa a tutti: alla mia famiglia, alle forze dell’ordine, a ogni
cittadino di Nardò”. Tatiana Tramacere, 27enne di Nardò che era data per
scomparsa ma si era allontanata volontariamente da casa, fa mea culpa sul suo
comportamento. In un’intervista integrale che andrà in onda questa sera sulla
trasmissione Chi l’ha visto, la giovane ha espresso il suo rammarico. La giovane
era scomparsa il 24 novembre scorso, scatenando immediatamente una mobilitazione
di parenti, amici e forze dell’ordine per cercarla. Era stato anche temuto il
peggio per la sua vita. Le ricerche si sono concluse undici giorni dopo, quando
la giovane è stata rintracciata poco distante dalla sua abitazione, nascosta
nella mansarda del suo amico Dragos Ioan Gheormescu.
La sua decisione di allontanarsi e simulare di fatto la scomparsa ha generato
forti polemiche e critiche, soprattutto per l’ansia e l’apprensione causata ai
familiari e alla comunità locale. La vicenda, pur senza sfociare in reati, ha
acceso un dibattito sulla responsabilità personale e sull’impatto emotivo di
simili gesti. L’intervista di Chi l’ha visto offrirà una ricostruzione diretta
dei motivi che hanno portato Tatiana a compiere questa scelta, fornendo al
contempo uno spazio in cui la giovane possa esprimere le proprie scuse e
spiegazioni, nell’ottica di chiudere una pagina delicata per lei e per chi le è
vicino.
Su Facebook, dove ha circa 9mila follower, sotto i post condivisi qualche mese
fa continuano a giungere commenti critici. Cancellato invece del tutto il suoi
profilo Instagram, sia quello principale con il suo nome, sia quello usato con
il nickname ‘cacciatrice di emozioni’. La Procura di Lecce sta facendo ulteriori
verifiche sulla versione dei due, che sembra concordare, però, sull’ipotesi
dell’allontanamento volontario. Al momento resta sequestrato il cellulare del
30enne.
L'articolo “Chiedo scusa a tutti”, Tatiana Tramacere chiude i profili social
dopo gli insulti e le critiche proviene da Il Fatto Quotidiano.