di Sergio Ciliegi
Io credo che l’alta partecipazione al voto, decisiva sull’esito del referendum,
sia anche una lezione/messaggio per tutti i politici, da destra a sinistra,
nessuno escluso. Quando i cittadini sanno che il loro personale voto conta,
vanno a votare. Se invece percepiscono, non a torto, che il loro voto conta poco
o nulla – come nel sistema elettorale vigente per la Camera, con liste bloccate
che escludono il voto di preferenza, che in pratica assegna un sostanziale
potere di nomina ai capi dei partiti – tendono a non partecipare al voto solo
per confermare scelte già fatte con le liste bloccate, alimentando la
disaffezione al voto politico in generale.
Vedasi, ad esempio, la palese disaffezione al voto politico in Veneto,
certificato dallo scarto tra l’alta partecipazione al voto referendario e la
minore partecipazione al voto per le contestuali elezioni suppletive per la
Camera.
Il prossimo appuntamento di rilievo in Parlamento sarà la legge elettorale. Mi
auguro che tutti i partiti che da destra a sinistra hanno votato e sostenuto
l’abolizione delle preferenze e le liste bloccate della legge elettorale
Mattarella, chirurgicamente mantenute nelle successive, una di centrodestra e
una di centrosinistra, accolgano la lezione del voto referendario e, qualunque
legge elettorale decideranno di varare, ripristinino il voto di preferenza
diretto, la cui eliminazione unita alle liste bloccate, dalla legge Mattarella
in poi, è arduo considerare conforme al principio del suffragio elettorale
diretto dell’articolo 56 della Costituzione.
“La Camera dei deputati è eletta a suffragio universale e diretto…”.
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L'articolo L’affluenza al referendum è una lezione ai partiti: quando il voto
conta, i cittadini partecipano proviene da Il Fatto Quotidiano.
Tag - Affluenza
Un’affluenza che va oltre ogni previsione e un segnale che arriva direttamente
dai cittadini. Fin dai primi risultati di domenica 22 marzo era emersa
chiaramente la tendenza che ha superato tutti i sondaggi della vigilia. E alla
fine il risultato è un record: il dato finale è stato del 58,9 per cento. “Sono
molto felice che la nostra galoppata abbia ottenuto almeno il risultato di far
tornare la voglia di votare a milioni di cittadini”, ha detto il presidente del
Comitato per il No Giovanni Bachelet. “L’isola degli astenuti è riemersa – ha
aggiunto – Aver fatto tornare la voglia di votare mi sembra un risultato
notevole del comitato Società civile per il no”.
I RISULTATI PER REGIONE
L’Emilia-Romagna si conferma la regione dove si è votato di più al referendum:
la partecipazione è stata del 66,7%, quasi otto punti in più rispetto alla media
nazionale del 58,9%. È di poco sopra alla Toscana, che ha registrato
un’affluenza intorno al 66,3%. Il dato emiliano-romagnolo fa segnare 20 punti
percentuali in più rispetto alle regionali di un anno e mezzo fa, quando
l’affluenza finale fu del 46,4%. Le province in cui si è votato di più sono
Bologna, con oltre il 70% di partecipazione degli elettori, seguita da Modena
(67%), Reggio Emilia (66,9%), Ravenna (66,5%), Forlì-Cesena al 66%. Maglia
‘nera’ a Piacenza, che sfiora comunque il 63%. L’affluenza ha superato di dieci
punti il 50 per cento in tutto il Centro e Nord Italia, eccezion fatta per
Trentino-Alto Adige e Valle d’Aosta. Mentre due sole regioni sono rimaste sotto
la metà dei votanti rispetto agli aventi diritto: la Calabria con il 48,38% e la
Sicilia che si è fermata al 46,15.
Referendum Giustizia
—% SÌ
NO —%
IL TRAINO DELLE GRANDI CITTÀ
Un traino all’affluenza è arrivato dalle dieci più grandi città italiane, dove
il voto ha coinvolto molte persone ed è stato anche particolarmente polarizzato.
A Bologna sono andati alle urne il 71,63% degli aventi diritto, a Firenze il
71,33%. Nei centri maggiori l’affluenza è stata superiore alla media nazionale
anche a Milano (65,3), Roma (64,23), Torino (63,88) e Genova (63,32). A Bari si
è fermata al 53,59% mentre è rimasta sotto la metà degli elettori chiamati al
voto a Napoli (49,55), Palermo (48,2) e Catania (42,46).
L'articolo Referendum, il boom dell’affluenza: è al 58,9%. Il traino delle
grandi città e delle regioni del Centro e del Nord proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Alle 12 è stata di poco sopra il 14% l’affluenza alle urne per il referendum
costituzionale sulla riforma della giustizia, con cui i cittadini sono chiamati
a confermare o bocciare la revisione della Carta che introdurrebbe la
separazione delle carriere, la creazione di due Csm (uno per i giudici, l’altro
per i pm) e una Corte disciplinare autonoma. Con il quorum non richiesto per la
validità, l’affluenza è un elemento decisivo. Gli ultimi sondaggi hanno dato il
No il vantaggio, ma secondo la maggior parte dei sondaggisti una percentuale di
votanti superiore al 50% potrebbe favorire il sì. Questo perché l’elettorato di
centrodestra sembra meno interessato al quesito rispetto a quello di
centrosinistra, più mobilitato nelle ultime settimane.
Quattro i precedenti referendum costituzionali a cui guardare. Il primo risale
al 7 ottobre 2001, quando gli elettori furono chiamati a confermare la riforma
del Titolo V, voluta dal centrosinistra per ampliare le competenze delle
Regioni. Il Sì prevalse, segnando l’unico intervento organico sul regionalismo
approvato direttamente dal corpo elettorale. Dei 49,4 milioni di aventi diritto,
votarono solo 16.843.420 cittadini, cioè il 34,05%. Il Sì si impose con il
64,21% contro il 35,79% dei No.
Cinque anni dopo, nel giugno 2006, il Paese tornò alle urne per pronunciarsi
sulla riforma voluta dall’allora esecutivo di centrodestra che puntava a
ridisegnare la forma di governo, introdurre un Senato federale e a conferire
alle Regioni competenze esclusive su sanità, scuola e polizia locale. Il No
vinse nettamente: l’affluenza si attestò al 53,8% e i voti contrari alla riforma
furono il 61,29% contro il 38,71% di Sì.
Il 4 dicembre 2016 arrivò il referendum sulla riforma Renzi-Boschi che proponeva
il superamento del bicameralismo paritario, la revisione del Titolo V e la
soppressione del Cnel. Si recarono alle urne in 33.244.258, pari al 65,48%. La
vittoria del No sul Sì fu netta: 59,12% a 40,88%.
Nel 2020 gli italiani furono chiamati a confermare il taglio dei parlamentari.
La riduzione del numero di deputati e senatori, sostenuta da una larga
maggioranza parlamentare, ottenne un consenso trasversale e fu approvata con
oltre due terzi dei voti. Alle urne si recò il 53,8% degli aventi diritto. Il Sì
ottenne il 69,9% dei voti, a fronte del 30% dei No. La riforma ha ridotto i
deputati da 630 a 400 e i senatori da 315 a 200.
L'articolo Referendum sulla giustizia, alle 12 affluenza poco sopra il 14%.
Perché è determinante proviene da Il Fatto Quotidiano.
Anche questa volta si torna a parlare di astensionismo. Dopo il record storico
negativo regionale delle scorse elezioni in Toscana (quando era andato a votare
il 47,7%), adesso va anche peggio in Puglia, Veneto e Campania. Alle urne si
presentano poco più di 4 elettori su 10. Risultato peggiore quello della Puglia
dove l’affluenza si ferma al 41,83% oltre 14 punti in meno rispetto alle
regionali di 5 anni fa. Migliore il dato finale del Veneto 44,64%: ma è questa
la regione che segna il crollo maggiore dell’affluenza rispetto al 2020, oltre
16,5 punti percentuali in meno. I Campania, infine, è andato a votare solo il
44,06%, -11% rispetto alle scorse regionali.
IN VENETO
Nel 2020 in Veneto alle urne si era recato il 61,1% degli avanti diritto, oggi
il 44,6%. In numeri assoluti sono stati dunque meno di 2 milioni i veneti che
hanno partecipato al voto rispetto ai quasi 4.300.000 aventi diritto, con un
calo rispetto a cinque anni fa di oltre 700mila elettori, secondo i dati
dell’Osservatorio elettorale del Consiglio regionale del Veneto. L’affluenza più
bassa, 35,3%, si è registrata in provincia di Belluno, dove alle Regionali del
2020 era stata del 47,8%. La più alta è stata invece in provincia di Padova, il
49%, contro il 65,5% di cinque anni fa. A seguire, la provincia di Vicenza
(45,1% contro il 61,8% del 2020), quella di Verona (44,8% contro il 62%), di
Venezia (44% contro il 62,5%), di Treviso (43,8% contro il 58,3%) e di Rovigo
(41,2% contro 59,9%) . Tra le città capoluogo la maglia nera spetta proprio a
Belluno, dove l’affluenza è stata del 49%. Migliore il risultato del Comune di
Padova che sfiora il 50% (49,33% per l’esattezza). In Veneto questa tornata
elettorale segna un calo dell’affluenza non solo rispetto alle scorse regionali
ma anche rispetto alle Politiche del 2022 (quanto era stata del 70,2%) e alle
Europee del 2024 (52,6%).
IN PUGLIA
In Puglia si registra il risultato peggiore di questa tornata elettorale.
L’affluenza definitiva al 41,83% ed è inferiore di oltre 14 punti percentuali
rispetto alle elezioni del 20 e 21 settembre 2020 quando era stata del 56,43%.
Va peggio anche rispetto alle Politiche (56,6%) e alle Europee (43,6%). Tutte le
province sono sotto il 50%: quella con la maggiore partecipazione al voto è
Lecce con il 44,50% dei votanti. Seguono Bari con il 42,31%; Brindisi col
41,94%; Bat arriva al 41,22% e Taranto 40,60%. Maglia nera è la provincia di
Foggia con una percentuale che si ferma al 38,61%. Tra i capoluoghi di provincia
il risultato peggiore è quello del Comune di Taranto con il 33,59% di affluenza.
Il migliore quello della città di Lecce: 45,25%.
IN CAMPANIA
Il calo dell’affluenza in Campania (ferma al 44,06%) è stato di 11 punti
rispetto alle precedenti regionali quanto si era attestata al 55,52%. La
provincia con il risultato peggiore è quella di Benevento dove ha votato il
41,18%. Migliore il risultato di Caserta con il 46,99%. Tra le città capoluogo
si distingue Avellino, unica a superare la soglia del 50% (precisamente il
51,53). Risultato peggiore e quello del Comune di Napoli, qui l’affluenza è
stata al di sotto del 40 per cento. Nel capoluogo di regione è infatti andato
alle urne il 39,59%, un dato di quasi cinque punti sotto la media della
Campania. I cittadini che sono andati a votare nel comune di Napoli sono stati
301.870 rispetto alla platea di 762.493 elettori. Alle precedenti Regionali
aveva votato il 46,10%. Il dato definitivo regionale è simile a quello delle
Europee, quando aveva votato il 44% degli aventi diritto.
L'articolo Regionali, ancora crollo diffuso dell’affluenza. Al seggio vanno 4
elettori su 10. In Veneto -16,5% rispetto al 2020 proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Calo dell’affluenza diffuso in tutte le tre Regioni chiamate ad eleggere i nuovi
presidenti e i consiglieri regionali. Alle 12 in Campania si è recato alle urne
l’8,25% degli aventi diritto, -3,07% rispetto al 2020 quando alla stessa ora
aveva votato l’11,32%. In Puglia i dati dell’affluenza alle 12 si fermano
all’8,53%, percentuale in calo di 3,5 punti rispetto al 12,04% di cinque anni
fa. Leggermente superiore il dato del Veneto. Alle 12 ha votato il 10,10% degli
aventi diritto, segnando però un calo dell’affluenza superiore rispetto alle
altre due Regioni: -4,64%, nel 2020 infatti alle 12 si era già recato alle urne
il 14,74%.
SI VOTA ANCHE LUNEDÌ FINO ALLE 15
Le urne sono aperte fino alle 23 di oggi. Si vota anche domani dalle ore 7 alle
15, poi via allo spoglio. Si conosceranno così i nomi dei tre nuovi governatori
di Veneto, Campania e Puglia. L’unico dato certo è che si chiude l’era di Luca
Zaia, Vincenzo De Luca e Michele Emiliano alla guida delle rispettive Regioni.
Se il Veneto arriva da 15 anni a guida centrodestra con Zaia, il centrosinistra
punta alla riconferma nelle due elezioni regionali in programma al Sud.
Quest’anno, nel duello a distanza tra le coalizioni, si parte dal 2-1 per la
maggioranza di governo, vincente in Calabria e nelle Marche con gli uscenti
Roberto Occhiuto (Fi) e Francesco Acquaroli (Fdi). Mentre il campo progressista
è tornato al successo in Toscana con la riconferma del dem Eugenio Giani.
VENETO
In Veneto Alberto Stefani, 33enne vicesegretario e deputato della Lega, punta a
essere il successore di Zaia a Palazzo Balbi e il governatore più giovane
d’Italia. Il “Doge”, presidente uscente, che nel 2020 era stato riconfermato con
il 77% delle preferenze, sarà capolista della Lega in tutte le Province venete,
per provare a dare la spinta al Carroccio nel derby tutto interno alla destra
con i meloniani di Fratelli d’Italia. Sono sette le liste che sostengono il
campo progressista guidato da Giovanni Manildo, ex sindaco Pd di Treviso. Gli
altri tre candidati sono Marco Rizzo (Democrazia Sovrana Popolare), Fabio Bui
per la lista “Popolari per il Veneto” e Riccardo Szumski per “Resistere Veneto”.
CAMPANIA
In Campania si vota, invece, per il post Vincenzo De Luca, per dieci anni alla
guida della Regione. Il centrosinistra sostiene Roberto Fico, ex presidente
della Camera del M5s. Per il centrodestra, invece, è in corsa Edmondo Cirielli,
viceministro degli Esteri e deputato di Fratelli d’Italia. Alla poltrona più
alta di Palazzo Santa Lucia ambiscono anche Stefano Bandecchi, sindaco di Terni,
con ‘Dimensione Bandecchi”, Giuliano Granato, portavoce di Potere al Popolo,
Carlo Arnese per “Forza del Popolo” e Nicola Campanile, candidato della lista
“Per – per le persone e la comunità”.
PUGLIA
La terza sfida alle urne è in Puglia, dove Antonio Decaro, europarlamentare del
Pd ed ex sindaco di Bari, guida la coalizione del centrosinistra e punta a
subentrare al governatore uscente dem Michele Emiliano (presidente della Regione
dal giugno del 2015). Per il centrodestra, invece, il nome scelto è quello
dell’imprenditore barese, Luigi Lobuono, civico di Forza Italia ed ex presidente
della Fiera del Levante. In corsa ci sono anche altre due candidati: Ada Donno
con “Puglia Pacifista e Popolare” e Sabino Mangano, ex consigliere comunale M5s
di Bari, con la lista “Alleanza Civica per la Puglia”.
LE COMUNALI
Contemporaneamente alle Regionali si tiene anche il turno elettorale
straordinario nei comuni sciolti: Monteforte Irpino (Avellino), Caivano
(Napoli), Acquaro e Capistrano (Vibo Valentia).
L'articolo Elezioni regionali, urne aperte. Affluenza in calo: in Campania ha
votato l’ 8,25%, in Puglia l’8,53% e il 10,10% in Veneto proviene da Il Fatto
Quotidiano.