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Fico propone il salario minimo in Campania: perché temo che la speranza si trasformi in disillusione
“Fico vara il salario minimo” titola in prima pagina il 27 gennaio il Corriere del Mezzogiorno. Stesso giorno, stesso concetto per Repubblica Napoli, sempre in prima: “Fico, primo atto: la Regione vara il salario minimo di 9 euro lordi l’ora”. Chiude Il Mattino, il principale quotidiano della città di Napoli: “Fico: chi lavora con la Regione deve applicare il salario minimo”. Mentre leggevo questi titoli la mia mente andava a Luca (nome di fantasia, ma storia vera, verissima): lavoratore in appalto nei Centri per l’Impiego della Regione Campania a 6,60€ lordi l’ora. Una paga da fame, che rende complicato arrivare a fine mese, figurarsi costruire una prospettiva di vita. L’orizzonte temporale di Luca è l’oggi, il domani è un lusso cui non può nemmeno pensare. Un carpe diem come ricetta della sopravvivenza, non di una impossibile felicità. Penso a Luca e immagino la sua reazione a questi titoli: finalmente, forse, qualcosa cambia. 9€ significherebbero 2,40€ in più all’ora, centinaia di euro al mese. Non una bandierina ideologica, ma una differenza concreta, materiale. Peccato che quella speranza rischi di trasformarsi presto in disillusione. Perché nella proposta di legge della giunta Fico di salario minimo vero e proprio pare non ci sia traccia. In attesa di leggere il dettato della proposta di legge, lo ammette lo stesso comunicato stampa n. 34 del 26 gennaio della Regione Campania, che già dal titolo è chiaro, assai più dei giornali: “La Campania introduce il criterio premiale della retribuzione minima negli appalti regionali”. Tradotto: nessun obbligo per le aziende di pagare almeno 9€ l’ora. Tradotto in parole ancor più povere: nessuna garanzia per i lavoratori di vedere aumenti di stipendio. La proposta della giunta Fico prevede solo punti in più nei bandi per le imprese che decideranno, liberamente, di riconoscere la cifra di 9€ l’ora. E quelle che invece non lo faranno? Potranno comunque partecipare alle gare. E, quindi, vincerle pure. Continuando magari a pagare 6,60€ l’ora. Morale della favola? A Luca – e alle migliaia di lavoratori e lavoratrici in appalto come lui – questa proposta non garantisce un aumento reale dei salari. Non garantisce il rispetto dell’articolo 36 della Costituzione, che parla di diritto del lavoratore e della lavoratrice a una retribuzione “sufficiente ad assicurare sé e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa”. Cosa garantisce quindi? Titoli di giornale. Ed è qui che emerge una delle malattie croniche della nostra classe dirigente: l’“annuncite”. L’annuncio roboante alla ricerca del titolone, l’autocompiacimento in una narrazione autocelebrativa. Una politica che funziona come rappresentazione mediatica, ma che fatica tremendamente a incidere sulle condizioni materiali di vita delle persone. La distanza tra annunci e realtà non è neutra. Produce disillusione, rassegnazione, sfiducia. Il mix tossico che, a sua volta, è miccia di un fenomeno che caratterizza la “questione meridionale” anche nel XXI secolo: l’emigrazione. Il Rapporto Svimez 2025 evidenzia che tra 2022 e 2024 in media 175mila giovani meridionali tra i 25 e i 34 anni hanno lasciato la propria Regione o l’Italia. 48mila sono campani. Non si scappa solo quando il presente è insopportabile, magari a causa di salari da fame, ma soprattutto quando si fa fatica a vedere o anche solo immaginare qui un futuro. Durante la campagna per le Regionali 2025, come Campania Popolare, avevamo indicato con chiarezza una priorità: un salario minimo di almeno 10 euro l’ora. Non per ideologia, ma perché, nel Paese dai bassi salari che è l’Italia, la Campania fa anche peggio: come riconosce lo stesso Fico, le retribuzioni medie sono inferiori del 26% rispetto alla media nazionale. L’introduzione di un salario minimo avrebbe un duplice significato: una misura economica in grado di migliorare concretamente la vita di tanti; ma anche una misura simbolo (perché qui nessuno disconosce l’importanza dei simboli), un segnale politico capace di indicare l’avvio di un deciso cambio di rotta. Una rottura con la stagione dei salari da fame, degli appalti al massimo ribasso, della competizione sulla pelle dei lavoratori. Ma per assolvere queste funzioni, il salario minimo deve essere inderogabile. Non un criterio premiale, non un invito gentile alle imprese, ma un obbligo. Oggi sarebbe assurdo pensare che a una gara pubblica possa partecipare un’azienda colpita da interdittiva antimafia. Allo stesso modo dobbiamo cominciare a ritenere assurdo che a quelle stesse gare pubbliche possano partecipare imprese che offrono salari da fame. Purtroppo con la proposta di legge regionale della Giunta Fico siamo ancora una volta sul terreno della politica come rappresentazione. Una politica che produce titoli, ma non diritti. Che accende speranze, che rischiano poi di sciogliersi come neve al sole. Contribuendo così ad allargare il fossato tra rappresentanti e rappresentati. Ai troppi Luca non servono titoli roboanti. Servono i soldi in busta paga. Servono leggi che stiano dalla sua parte. Serve una politica che smetta di essere mera narrazione e inizi a trasformare davvero la vita della maggioranza. L'articolo Fico propone il salario minimo in Campania: perché temo che la speranza si trasformi in disillusione proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Regione Campania
Roberto Fico
Salario Minimo
Campania, la prima delibera di Roberto Fico è per il salario minimo ai lavoratori
La prima delibera di giunta del presidente della Regione Campania Roberto Fico è, come si diceva una volta, una cosa di sinistra: un disegno di legge sulla retribuzione oraria minima di 9 euro. Fico non è il primo e non sarà l’ultimo a farlo, è una delibera che sta prendendo piede in numerosi enti e istituzioni pubbliche. Ma non è mai un provvedimento scontato. Secondo il comunicato diffuso dall’ufficio stampa, la delibera prevede che in tutte le procedure di gara della Regione, delle ASL, degli enti strumentali e delle società controllate sia attribuito un punteggio premiale agli operatori economici che si impegnano ad applicare una retribuzione minima oraria non inferiore a 9 euro lordi. È la soglia che l’Istat indica come discrimine tra lavoro dignitoso e povertà lavorativa. “Il punteggio – si legge – potrà crescere progressivamente per le imprese che offrano retribuzioni più elevate. Previsto, inoltre, un meccanismo di aggiornamento annuale dell’importo minimo”. Si tratta di un disegno di legge, la cui definitiva approvazione spetta al consiglio regionale a cui è stato già trasmesso per l’esame. In questo modo gli enti locali e le regioni provano a sopperire all’assenza di una legge nazionale ben strutturata sul salario minimo. Nel settembre scorso ci fu il colpo di spugna al Senato, quando fu approvata una delega che depotenziò il testo iniziale. Limitandosi ad assicurare “ai lavoratori trattamenti retributivi giusti ed equi”, senza fissare livelli minimi sotto i quali non si può scendere. La delibera di Fico va nel solco di quella approvata in Regione Puglia nel novembre 2024, diventata ufficialmente legge dopo che la Corte Costituzionale ha respinto il ricorso presentato dal governo Meloni. La sentenza depositata il 16 dicembre 2025, numero 188, ha dichiarato inammissibili le questioni di legittimità sollevate dalla presidenza del Consiglio. L'articolo Campania, la prima delibera di Roberto Fico è per il salario minimo ai lavoratori proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Regione Campania
Roberto Fico
“Campania, il consigliere Zannini fece allontanare un direttore sanitario sgradito. Ordine avallato da De Luca”
Rischia l’arresto anche per concussione Giovanni Zannini, il consigliere regionale di Forza Italia che fino a pochi mesi fa militava in ‘De Luca presidente’ ed era organico alla maggioranza dell’ex presidente della Regione Campania. Secondo le accuse della procura di Santa Maria Capua Vetere, Zannini avrebbe costretto il direttore sanitario dell’Asl di Caserta Antonio Iodice a dimettersi e ad accettare un altro incarico a Benevento perché gli metteva i bastoni tra le ruote, negava promozioni a persone di sua fiducia e diceva no alle istanze dei dipendenti che erano soliti farsi accompagnare all’Asl dal politico di Marcianise. E’ coindagato – senza richiesta di misura cautelare – anche il Dg della sanità regionale Antonio Postiglione, e ci sono alcune intercettazioni che tirano in ballo De Luca (estraneo alle indagini). Sono avvenute tra il 19 e il 20.9.23, conversazioni tra il manager dell’Asl di Caserta, Amedeo Blasotti, l’unica figura istituzionale deputata a nominare Iodice, e il cugino Antonio Capasso, che il pm definisce “amico personale di De Luca”. Avvengono nei giorni in cui Iodice incontra Postiglione e forse capisce che il suo destino è segnato. Del resto Blasotti al telefono la spiega così a Capasso: “Gli hanno detto (a Iodice, ndr) ci sta questa cosa ed al Presidente (De Luca, ndr) farebbe piacere che tu vai la, e quindi gli hanno fatto capire te ne devi andare da Caserta, è semplice”. Ed il giorno dopo, sempre a Capasso, Blasotti dice questo: “No, no Antò il presidente (De Luca Vincenzo, ndr) è stato preciso, ha chiamato a Nino (Postiglione, ndr) e ha detto questo si deve spostare da la’ (da Direttore Sanitario dell’ASL di Caserta, ndr), punto…Antò”. La procura guidata da Pierpaolo Bruni la riassume così: “Dalla telefonata emergeva in modo chiaro che Blasotti fosse a conoscenza che l’“ordine” di allontanamento fosse venuto dal Presidente della Regione, Vincenzo De Luca e “Nino” ovvero Postiglione Antonio, dirigente della Giunta Regionale della Campania, in quanto Direttore Generale della “Tutela della Salute e Coordinamento del SSR”, il quale non avrebbe mai potuto prendere un’iniziativa del genere senza il parere favorevole di De Luca”. Blasotti, si legge nelle carte, non era a conoscenza dell’intenzione dei vertici regionali di accontentare Zannini ed allontanare Iodice. Appare come “contrariato” per questa iniziativa, della quale voleva capire le reali ragioni. Telefonate importanti, secondo la prospettazione inquirente. “Le parole di Blasotti – scrivono i pm Gerardina Cozzolino e Giacomo Urbano nella richiesta di arresto – sono chiare anche ai fini della successiva ricostruzione in termini di diritto, sulla esistenza o meno della minaccia di cui all’art. 317 c.p e di cui alle propalazioni difensive di Zannini”, che ha depositato una memoria. “Iodice è stato costretto a lasciare l’incarico perché Zannini lo ha imposto, ad di là dei sofismi sulle modalità con le quali gli è stata posta l’alternativa”. L'articolo “Campania, il consigliere Zannini fece allontanare un direttore sanitario sgradito. Ordine avallato da De Luca” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Vincenzo De Luca
Regione Campania
Corruzione per favorire imprenditori amici: Zannini (Fi) “si fece annunciare” da Bonavitacola, già vice di De Luca, oggi assessore con Fico
Le sue aderenze con la ex giunta campana di Vincenzo De Luca entrano ufficialmente in uno dei capi di imputazione del consigliere regionale di Forza Italia Giovanni Zannini, per il quale la Procura di Santa Maria Capua Vetere ha chiesto l’arresto per corruzione e concussione. “In due occasioni si faceva annunciare dal vice presidente della Regione Campania, Fulvio Bonavitacola”, scrive il Gip Daniela Vecchiarelli nell’avviso di interrogatorio preventivo. Il passaggio riguarda le presunte “interferenze” di Zannini, all’epoca presidente della commissione Ambiente in quota ‘De Luca presidente’, nel lavoro degli uffici tecnici di Palazzo Santa Lucia. Pressioni per favorire gli imprenditori amici Luigi e Paolo Griffo, i dominus dell’azienda di latticini Spinosa spa, ed aiutarli a costruire un nuovo stabilimento caseario a Cancello Arnone. Ne accennammo su ilfattoquotidiano.it l’anno scorso, pubblicando brani di alcune conversazioni tra Zannini e Bonavitacola intercettati dal pm. Zannini e i Griffo per questa vicenda sono accusati di corruzione. Secondo la prospettazione della procura guidata da Pierpaolo Bruni, politico e imprenditori avevano bisogno di “superare le due note del 28.10.2022 e del 4.05.2023, con cui il Dipartimento Tecnico Amministrativo -. Valutazione ambientale della Regione Campania, a firma della dott.ssa Brancaccio, affermava la necessità della Valutazione di incidenza ambientale per la realizzazione dell’impianto, nel caso di specie non esistente e la cui mancanza avrebbe comportato la non erogazione del finanziamento (10 milioni e mezzo circa di euro di Invitalia, ndr) e/o in ogni caso un ritardo nella sua erogazione”. Dunque Zannini si sarebbe fatto introdurre da Bonavitacola “assessore all’Ambiente e quindi di riferimento della dott.ssa Brancaccio”, ottenendo così due appuntamenti con la dirigente tecnica. Gli incontri avvennero il 12.06.2023 e il 27.07.2023 e, sempre secondo il pm, Zannini avrebbe “preteso con modi arroganti ed aggressivi” che l’ufficio dell’assessorato “attestasse la non necessità della procedura di valutazione di incidenza ambientale nell’interesse privato della Società Spinosa spa e dopo il duplice diniego opposto dall’Ufficio competente”. In cambio avrebbe ricevuto la promessa di una minicrociera settembrina di due giorni su uno yacht tutto spesato. Solo promessa. Perché Zannini “venuto a conoscenza dell’indagine” avrebbe poi pagato di tasca propria i circa 7300 euro dell’importo. La doverosa precisazione che Bonavitacola non è indagato, ed è estraneo ai rapporti tra Zannini e i Griffo, non toglie interesse pubblico al racconto di come e perché il politico oggi in Forza Italia si fece “annunciare” dall’ex assessore e braccio destro di De Luca, riconfermato in giunta dal nuovo governatore Roberto Fico (ma con altre deleghe, Sviluppo Economico e Attività Produttive). E’ utile a chiarire a quale alto livello erano arrivate le manovre del consigliere regionale per portare a termine l’operazione. Manovre lecite e legittime, secondo le difese dei tre indagati rappresentate dagli avvocati Angelo Raucci, Giuseppe Stellato e Mario Griffo, perché coerenti all’esercizio di un mandato politico: la realizzazione dell’impianto produttivo dei Griffo avrebbe arricchito l’economia di quel pezzo di territorio campano, ed è compito dei politici campani saper raccogliere e incanalare le opportunità di finanziamenti governativi e statali. Zannini avrà l’occasione di difendersi e di rispondere punto su punto nell’interrogatorio preventivo fissato il 4 febbraio, all’esito del quale il Gip deciderà se accogliere o rigettare la richiesta di arresto in carcere. L'articolo Corruzione per favorire imprenditori amici: Zannini (Fi) “si fece annunciare” da Bonavitacola, già vice di De Luca, oggi assessore con Fico proviene da Il Fatto Quotidiano.
Giustizia
Vincenzo De Luca
Regione Campania
Campania, chiesto l’arresto per il consigliere regionale Giovanni Zannini di Forza Italia: “Corruzione e concussione”
La Procura della Repubblica di Santa Maria Capua Vetere (Caserta) ha chiesto l’arresto per il consigliere della Regione Campania Giovanni Zannini (Forza Italia), indagato per i reati di corruzione e concussione. Nell’ambito della stessa indagine coordinata dell’ufficio inquirente guidato dal procuratore Pierpaolo Bruni è stata chiesta la misura del divieto di dimora per gli imprenditori di Castel Volturno Paolo e Luigi Griffo, padre e figlio, titolari dell’azienda Spinosa Spa, specializzata nella produzione di mozzarella di bufala campana Dop e dei suoi derivati. Articolo in aggiornamento L'articolo Campania, chiesto l’arresto per il consigliere regionale Giovanni Zannini di Forza Italia: “Corruzione e concussione” proviene da Il Fatto Quotidiano.
Giustizia
Corruzione
Regione Campania
Campania, Fico vara la nuova giunta: vicepresidente è il dem Mario Casillo. Il deluchiano Bonavitacola allo Sviluppo
A un mese e pochi giorni dal trionfo alle Regionali, il neo-governatore della Campania Roberto Fico ha ufficializzato i nomi della sua nuova giunta. Il vicepresidente sarà Mario Casillo del Pd, con le deleghe ai Trasporti e alla Mobilità. In giunta per i dem anche Vincenzo Cuomo, con deleghe al Governo del territorio e Patrimonio, e Andrea Morniroli, assessore alle Politiche sociali e alla Scuola. Fulvio Bonavitacola, ex vicepresidente della giunta di Vincenzo De Luca, sarà assessore alle Attività produttive e allo Sviluppo economico, mentre dal M5s, il partito di Fico, viene Claudia Pecoraro, attuale consigliera comunale a Salerno, con le deleghe ad Ambiente, Politiche abitative e Pari opportunità. Per il Psi entra il giunta il segretario nazionale Vincenzo Maraio, che si occuperà di Turismo, Promozione del territorio, e Transizione digitale. La renziana Angelica Saggese sarà assessora al Lavoro e formazione, mentre alla Cultura e agli Eventi, in quota Fico, c’è Ninni Cutaia, già dirigente del ministero della Cultura, commissario del Maggio musicale fiorentino e direttore artistico del Teatro Mercadante di Napoli e del Teatro di Roma. Per Alleanza verdi e sinistra nominata assessora Fiorella Zabatta, co-portavoce nazionale di Europa Verde (deleghe a Politiche giovanili, Sport, Protezione civile, Biodiversità, Politiche di riforestazione, Pesca e acquacoltura, Tutela degli animali), mentre per Noi di Centro, il partito di Clemente Mastella, c’è Maria Carmela Serluca all’agricoltura. L’ex presidente della Camera ha riservato a sé le materie della Sanità, del Bilancio, dei fondi nazionali ed europei. L'articolo Campania, Fico vara la nuova giunta: vicepresidente è il dem Mario Casillo. Il deluchiano Bonavitacola allo Sviluppo proviene da Il Fatto Quotidiano.
Politica
Regione Campania
Roberto Fico
Movimento 5 Stelle
“Uso abnorme degli affidamenti diretti per le forniture alle Asl, a Caserta e Salerno picchi del 100%”: il dossier dell’Anticamorra campana
La commissione Anticamorra della Regione Campania saluta e chiude i lavori per fine legislatura con un dossier sull’uso abnorme degli affidamenti diretti per le forniture alle Asl campane nel periodo 2020-2023. Nei giorni scorsi la presidente uscente Carmela Rescigno (Lega), ricandidata e non rieletta in Consiglio, ha consegnato il rapporto nelle mani del procuratore di Napoli Nicola Gratteri. Dal documento risulta che nelle Asl di Caserta e Salerno la percentuale degli affidi diretti in alcuni lunghi periodi temporali ha raggiunto il 100%. In generale, emerge come le strutture delle Asl preposte all’approvvigionamento di beni, servizi e lavori abbiano fatto un uso larghissimo degli affidamenti diretti, fino a superare in molti casi il 90% e comunque “in misura percentuale tale da destare non pochi dubbi e perplessità sulla legittimità dei relativi atti di affidamento” secondo Rescigno, che ricorda inoltre l’utilizzo di “numerose procedure negoziate senza la pubblicazione del bando di gara, che è prevista dalla legge”. Il dossier è frutto dell’opera di un comitato di vigilanza e investigazione composto dai rappresentati di tutte le forze dell’ordine e della Direzione investigativa antimafia, tra cui il dirigente di Polizia Nicola Donadio, referente nazionale del Siulp. Del comitato ha fatto parte Salvatore Carli, consulente tecnico di diverse procure campane ed esperto in materia di appalti pubblici. I dati sono stati raccolti attraverso il portale Anac, i siti web delle singole Asl ed il portale Open Data della Regione Campania. Nel periodo considerato sono stati analizzati oltre 120.000 lotti di appalto, per un valore complessivo stimato superiore a 3 miliardi di euro. Il picco di attività si è registrato nel 2020, in corrispondenza della prima ondata pandemica. Nel biennio successivo c’è stata una graduale normalizzazione. Dai grafici allegati al rapporto (nella foto) risulta che i valori più alti degli affidamenti diretti sia in termini di lotti che di valori sono quelli delle Asl di Caserta e Salerno. Quanto ai dubbi sollevati da Rescigno sulla legittimità degli atti di affidamento, resteranno sospesi. Con l’abrogazione dell’abuso d’ufficio è diventato quasi impossibile – in assenza di reati ‘spia’ tipo turbative d’sta o tangenti – dare risposte a questi interrogativi. L'articolo “Uso abnorme degli affidamenti diretti per le forniture alle Asl, a Caserta e Salerno picchi del 100%”: il dossier dell’Anticamorra campana proviene da Il Fatto Quotidiano.
Cronaca
Nicola Gratteri
Regione Campania
Elezioni regionali, urne aperte. Affluenza in calo: in Campania ha votato l’ 8,25%, in Puglia l’8,53% e il 10,10% in Veneto
Calo dell’affluenza diffuso in tutte le tre Regioni chiamate ad eleggere i nuovi presidenti e i consiglieri regionali. Alle 12 in Campania si è recato alle urne l’8,25% degli aventi diritto, -3,07% rispetto al 2020 quando alla stessa ora aveva votato l’11,32%. In Puglia i dati dell’affluenza alle 12 si fermano all’8,53%, percentuale in calo di 3,5 punti rispetto al 12,04% di cinque anni fa. Leggermente superiore il dato del Veneto. Alle 12 ha votato il 10,10% degli aventi diritto, segnando però un calo dell’affluenza superiore rispetto alle altre due Regioni: -4,64%, nel 2020 infatti alle 12 si era già recato alle urne il 14,74%. SI VOTA ANCHE LUNEDÌ FINO ALLE 15 Le urne sono aperte fino alle 23 di oggi. Si vota anche domani dalle ore 7 alle 15, poi via allo spoglio. Si conosceranno così i nomi dei tre nuovi governatori di Veneto, Campania e Puglia. L’unico dato certo è che si chiude l’era di Luca Zaia, Vincenzo De Luca e Michele Emiliano alla guida delle rispettive Regioni. Se il Veneto arriva da 15 anni a guida centrodestra con Zaia, il centrosinistra punta alla riconferma nelle due elezioni regionali in programma al Sud. Quest’anno, nel duello a distanza tra le coalizioni, si parte dal 2-1 per la maggioranza di governo, vincente in Calabria e nelle Marche con gli uscenti Roberto Occhiuto (Fi) e Francesco Acquaroli (Fdi). Mentre il campo progressista è tornato al successo in Toscana con la riconferma del dem Eugenio Giani. VENETO In Veneto Alberto Stefani, 33enne vicesegretario e deputato della Lega, punta a essere il successore di Zaia a Palazzo Balbi e il governatore più giovane d’Italia. Il “Doge”, presidente uscente, che nel 2020 era stato riconfermato con il 77% delle preferenze, sarà capolista della Lega in tutte le Province venete, per provare a dare la spinta al Carroccio nel derby tutto interno alla destra con i meloniani di Fratelli d’Italia. Sono sette le liste che sostengono il campo progressista guidato da Giovanni Manildo, ex sindaco Pd di Treviso. Gli altri tre candidati sono Marco Rizzo (Democrazia Sovrana Popolare), Fabio Bui per la lista “Popolari per il Veneto” e Riccardo Szumski per “Resistere Veneto”. CAMPANIA In Campania si vota, invece, per il post Vincenzo De Luca, per dieci anni alla guida della Regione. Il centrosinistra sostiene Roberto Fico, ex presidente della Camera del M5s. Per il centrodestra, invece, è in corsa Edmondo Cirielli, viceministro degli Esteri e deputato di Fratelli d’Italia. Alla poltrona più alta di Palazzo Santa Lucia ambiscono anche Stefano Bandecchi, sindaco di Terni, con ‘Dimensione Bandecchi”, Giuliano Granato, portavoce di Potere al Popolo, Carlo Arnese per “Forza del Popolo” e Nicola Campanile, candidato della lista “Per – per le persone e la comunità”. PUGLIA La terza sfida alle urne è in Puglia, dove Antonio Decaro, europarlamentare del Pd ed ex sindaco di Bari, guida la coalizione del centrosinistra e punta a subentrare al governatore uscente dem Michele Emiliano (presidente della Regione dal giugno del 2015). Per il centrodestra, invece, il nome scelto è quello dell’imprenditore barese, Luigi Lobuono, civico di Forza Italia ed ex presidente della Fiera del Levante. In corsa ci sono anche altre due candidati: Ada Donno con “Puglia Pacifista e Popolare” e Sabino Mangano, ex consigliere comunale M5s di Bari, con la lista “Alleanza Civica per la Puglia”. LE COMUNALI Contemporaneamente alle Regionali si tiene anche il turno elettorale straordinario nei comuni sciolti: Monteforte Irpino (Avellino), Caivano (Napoli), Acquaro e Capistrano (Vibo Valentia). L'articolo Elezioni regionali, urne aperte. Affluenza in calo: in Campania ha votato l’ 8,25%, in Puglia l’8,53% e il 10,10% in Veneto proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Il problema delle regionali non è chi vincerà, ma quanti non voteranno
di Francesco Miragliuolo* L’ultima settimana di campagna elettorale è iniziata: domenica 23 e lunedì 24 novembre noi campani voteremo per eleggere il prossimo Presidente della Giunta e il nuovo Consiglio regionale. Eppure, dai sondaggi, ciò che dovrebbe preoccuparci di più è il dato degli astenuti, che dovrebbe aggirarsi intorno al 64% secondo Ipsos. Un dato tutt’altro che rassicurante. Dovremmo tutti interrogarci su come e quando si sia generata questa frattura, e soprattutto perché. Un primo elemento è sicuramente il trionfo del capitalismo, così come era stato prefigurato nella visione thatcheriana: qualcosa che “non si può cambiare”, destinato soltanto a radicalizzarsi. E infatti questa sembra la tendenza verso cui ci stiamo muovendo, se pensiamo che ormai, in moltissimi Paesi, quel modello ha piegato a sé anche il diritto pubblico, orientandolo verso ciò che il prof. Alberto Lucarelli definisce “riformismo della governance”: quel tipo di riforme che, invece di restituire potere ai cittadini, si limitano a riorganizzare la macchina amministrativa — nuove procedure, nuovi organigrammi, nuovi strumenti di controllo — senza incidere mai sui rapporti di forza. È un riformismo che parla il linguaggio della gestione, non quello della democrazia: la politica viene sostituita dalla tecnica, il conflitto dalla retorica dell’efficienza. Si cambia tutto perché, in realtà, non cambi nulla. L’altro grande motivo della frattura tra rappresentati e rappresentanti è il venir meno di quella “democrazia dei partiti” immaginata dai costituenti. I partiti, oggi, sembrano incapaci di costruire un’idea di mondo e, a partire da quella, selezionare la propria classe dirigente. È venuta meno la funzione pedagogica, comunitaria, culturale della politica, e questo ha lasciato un vuoto che l’individualismo non è riuscito a colmare. Che fare, allora? Nel suo volume Il costituzionalismo tra tradizione e prassi (ESI), il professor Lucarelli ricorda che l’unica via d’uscita non è rassegnarsi alla tecnocrazia, ma ricostruire ciò che definisce una “teologia civica”: una comunità di cittadini capace di tornare vero contro-potere, guardiano permanente delle istituzioni. Non un civismo di facciata, fatto di buone maniere e campagne social, ma una partecipazione concreta, organizzata, capace di controllare, criticare e orientare le scelte di chi governa. È questa partecipazione reale che permette di superare la dicotomia fra diritto e realtà, fra tradizione e prassi. Il diritto, infatti, vive solo se diventa azione collettiva, e l’esperienza dei beni comuni — dall’acqua pubblica alla cura dei territori — ha mostrato che quando il diritto si mette al servizio della pratica sociale può diventare trasformativo. È ciò che Arendt chiamava democrazia militante: una democrazia capace di difendersi quando è minacciata. Per comprendere il ruolo del voto, bisogna tornare ai fondamenti. L’articolo 1 della Costituzione indica che la sovranità “appartiene al popolo”. Quel verbo non lascia spazio a equivoci: la sovranità resta ai cittadini, non è una delega in bianco. Se lo leggiamo insieme all’articolo 48, appare chiaro che il voto non è un atto episodico ma il compimento di un percorso di partecipazione: è personale, libero, uguale e segreto proprio perché presuppone discernimento, responsabilità, consapevolezza. Altrimenti — come avverte Luciano Canfora — rischiamo di scivolare nell’elezionismo, la riduzione della democrazia a un rito svuotato, a un gesto privo di legame con la vita pubblica. L’alternativa sta nella ricostruzione di quello che Lucarelli definisce populismo democratico: una partecipazione popolare vigile, permanente, capace di esercitare pressione sulle istituzioni e di rinnovare la rappresentanza dal basso. È da qui che può prendere forma quella “democrazia progressiva” di cui parlava Togliatti: una democrazia che non si limita a conservare, ma avanza, include, si espande nella società, amplificando gli spazi di sovranità popolare. Allora ecco che il voto è il primo passo per ridare dignità a noi stessi, come cittadini — cittadini intesi come comunità che si fa Stato — ricordando che il voto non è un rituale, ma un esercizio concreto di responsabilità: il punto da cui riparte una rappresentanza più forte, più esigente, più vicina ai bisogni reali della Campania. Rinunciare al voto significa lasciare che altri decidano al nostro posto; esercitarlo significa tornare protagonisti del futuro di questa terra. * Studente di Giurisprudenza presso l’Università Federico II di Napoli e attivista politico L'articolo Il problema delle regionali non è chi vincerà, ma quanti non voteranno proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Fico fa il comizio sulla barca delle polemiche: “Non ci fermano con le schifezze” – Video
“Altro che crisi internazionali, legge di bilancio, sicurezza o sanità. Ogni giorno c’è un parlamentare di Fratelli d’Italia che scrive del mio gozzo. Noi rispondiamo con proposte, idee, programmi per la nostra Campania. Anche oggi. Non guardiamo alle offese ma al futuro. Così dalla splendida Procida, sul gozzo di cui parla ossessivamente il partito della presidente del Consiglio da una settimana a questa parte”. Un “comizio originale” dal gozzo oggetto delle polemiche dei giorni scorsi per il candidato del centrosinistra in Campania Roberto Fico. Nel video si vede Fico in piedi sulla passerella dell’imbarcazione ormeggiata a Procida rivolgersi agli elettori: “Siamo una rete e non ci fermano con le schifezze che vogliono far passare su di me e su tutti noi perché – spiega ai presenti – offendono non solo me ma tutte le persone con cui facciamo un lavoro serio e onesto”. L'articolo Fico fa il comizio sulla barca delle polemiche: “Non ci fermano con le schifezze” – Video proviene da Il Fatto Quotidiano.
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