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Perquisizioni alla Regione Puglia e all’Università del Salento: indagine sui fondi alla società dell’ex golden boy di Emiliano
La Guardia di Finanza bussa alla Regione Puglia e all’Università del Salento: sul caso “Eka“, la società fondata dal golden boy di Michele Emiliano, l’ex assessore Alessandro Delli Noci, la procura di Lecce ha aperto un fascicolo di indagine, al momento senza indagati. Il caso è quello sollevato da due inchieste del Fatto Quotidiano riguardo i corposi benefici ricevuti dalla società fondata da Delli Noci e amministrata da Maurizio Laforgia (entrambi sono indagati per corruzione in un’altra inchiesta della procura di Lecce a cui però Eka è estranea): sei milioni e mezzo di aiuti pubblici, a cui vanno aggiunti altri 1 milione e 600mila euro attribuiti a Eka (come scrive oggi la Gazzetta del Mezzogiorno) il 5 dicembre scorso proprio dall’Assessorato allo Sviluppo Economico guidato da Delli Noci nella seconda giunta Emiliano, tra il novembre 2020 e il giugno 2025 quando l’esponente civico leccese si dimise a causa dell’inchiesta per corruzione. Sono tutti gli atti relativi ai fondi pubblici ricevuti da Eka (892.426 euro, ad esempio, furono erogati a fondo perduto nel 2022 dalla Regione Puglia per l’ampliamento della sede produttiva) a essere oggetto dell’acquisizione della Guardia di Finanza, su mandato dei pubblici ministeri Alessandro Prontera e Massimiliano Carducci, che la settimana scorsa si sono recati anche nell’Università del Salento per l’altro aspetto dell’indagine: i rapporti tra Eka e lo stesso ateneo. Nel 2010 infatti la srl, che ha come oggetto sociale la “consulenza organizzativa, tecnologica e sistemistica per la realizzazione di procedure aziendali e sistemi informativi volti alla creazione di metodologie e/o prodotti software innovativi”, nasce come spin-off dell’università salentina che vi partecipa con una quota del capitale sociale del 10%. In quel momento Delli Noci è socio, Maurizio Laforgia è amministratore mentre suo padre Domenico Laforgia è rettore dell’Università del Salento. Successivamente Delli Noci esce dalla società e si dà alla politica ma in una intercettazione Laforgia jr afferma che “per opportunità politica lo abbiamo fatto uscire appena ha preso l’attività politica però di fatto in un modo o nell’altro lui c’è sempre” mentre anche l’ex rettore Laforgia sbarca in Regione prima come dirigente dell’assessorato di Delli Noci e poi come presidente di Acquedotto Pugliese. Maurizio Laforgia rimane amministratore di Eka, che vive un boom di utili e oggi ha un patrimonio di oltre 9 milioni di euro, ma da cui Università del Salento, a norma di regolamento, sarebbe dovuta uscire fin dal 2020. La dismissione della quota (che sarebbe un grosso danno per la srl, con la perdita un prestigioso partner istituzionale) è stata però posposta di anno in anno per cinque volte fino allo scorso dicembre, quando il caso scoppia a causa di un esposto che un docente universitario, Luigi Melica, invia ai revisori dei conti dell’ateneo salentino. A quel punto il Senato accademico ha deliberato la vendita della quota e nominato una commissione per stimarne il valore. Nel frattempo però la procura di Lecce aveva acceso un faro sulla vicenda: i pm Prontera e Carducci sono titolari anche del fascicolo relativo all’altra inchiesta per corruzione a carico di Alessandro Delli Noci e Maurizio Laforgia. Ora le indagini continuano e la procura guidata da Giuseppe Capoccia sta vagliando le carte acquisite e programmando una serie di ascolti e di interrogatori sia in Regione che in Università. L'articolo Perquisizioni alla Regione Puglia e all’Università del Salento: indagine sui fondi alla società dell’ex golden boy di Emiliano proviene da Il Fatto Quotidiano.
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“Emiliano assessore alle Crisi industriali in Puglia”: l’ex governatore verso un posto nella giunta Decaro
Michele Emiliano potrebbe diventare a breve assessore alle Crisi industriali nella giunta di Antonio Decaro in Puglia. Lo scrive il Corriere del Mezzogiorno, secondo cui al governatore uscente (e prima sindaco di Bari per due mandati) potrebbe essere assegnata una delega ad hoc, separata da quella all’Ambiente a cui attualmente è legata. Un assessorato che avrebbe un ruolo centrale, dovendo gestire l’eterna vertenza dell’ex Ilva di Taranto – sulla via di essere acquisita da un fondo Usa – nonché altre situazioni delicate come quella del gruppo Natuzzi, colosso pugliese che ha di recente annunciato 479 esuberi. Decaro, che ha stravinto le Regionali a novembre succedendo a Emiliano dopo dieci anni, si insedierà da presidente mercoledì 7 gennaio. La composizione della giunta però sarà ufficializzata solo la settimana prossima, dopo la proclamazione degli eletti in Consiglio regionale (per statuto, solo due assessori possono essere esterni, cioè non consiglieri). L’eventuale entrata di Emiliano nella squadra di governo è il tema che tiene banco dal giorno dopo l’elezione di Decaro: il neo-governatore, infatti, aveva messo il veto sulla candidatura del suo precedessore (e di Nichi Vendola, altro ex presidente pugliese) in Consiglio regionale, costringendolo a rinunciare alla corsa dopo un lungo stallo. In molti quindi erano scettici su un “ripescaggio” come assessore, ruolo ben più importante di quello di consigliere. Se non fosse nominato in giunta, però, l’ex presidente della Regione dovrebbe tornare dopo oltre vent’anni al lavoro che non ha mai formalmente lasciato, quello di magistrato: Emiliano è infatti tuttora un pubblico ministero, in aspettativa elettorale dal lontanissimo 2003, quando si candidò la prima volta a sindaco di Bari con i Democratici di sinistra. Ed essendo stato eletto l’ultima volta nel 2020, per lui non vale la riforma Cartabia del 2022 che impedisce le “porte girevoli” tra politica e funzioni di giudice o pm. L'articolo “Emiliano assessore alle Crisi industriali in Puglia”: l’ex governatore verso un posto nella giunta Decaro proviene da Il Fatto Quotidiano.
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La “talpa” che svelò a Emiliano l’indagine a suo carico? Ora collabora con Fratelli d’Italia
In una delle ultime riunioni degli iscritti di Fratelli d’Italia a Bari, la segretaria Antonella Lella l’ha espressamente menzionato. “Un grande grazie a Nicola Pepe per aver scritto il programma di Luigi Lobuono”, cioè lo sfidante, sconfitto, di Antonio Decaro alle ultime regionali. Pepe, estensore del programma del centrodestra e collaboratore di Fratelli d’Italia di Bari, andrà a processo a aprile prossimo: secondo la procura del capoluogo pugliese è la talpa che ha svelato a Michele Emiliano tre giorni prima il blitz che la Guardia di finanza aveva programmato per perquisire la presidenza della Regione Puglia nell’inchiesta che vedeva indagato l’ex governatore. La vicenda, avvenuta l’8 aprile 2019, ha dell’incredibile. Il contesto è l’indagine per finanziamento illecito e abuso d’ufficio in relazione alla campagna elettorale per le primarie del Pd: Emiliano era candidato a segretario (finirà terzo dopo Matteo Renzi e Andrea Orlando) e la sua campagna di comunicazione, secondo l’ipotesi accusatoria della procura, sarebbe stata pagata da Giacomo Mescia, un imprenditore dell’eolico. Emiliano e Mescia sono poi stati assolti da ogni addebito dal tribunale di Torino, dove si è svolto il processo. Quell’8 aprile 2019 si era però nel pieno delle indagini e la procura aveva programmato un blitz con perquisizione e sequestro per l’11 aprile. Una notizia eclatante, che non era sfuggita a un cronista de La Gazzetta del Mezzogiorno, Massimiliano Scagliarini, che aveva avuto una “soffiata” da una fonte; la promessa era di scriverne solo l’11, giorno della perquisizione. Scagliarini riferisce della imminente notizia alla sua redazione: in quel momento Nicola Pepe è responsabile della redazione web e viene messo a parte dell’indiscrezione. E cosa fa? Lascia la redazione e raggiunge la presidenza della Regione Puglia. Il resto lo racconta la denuncia che il giorno dopo, 9 aprile, lo stesso Emiliano deposita in procura. “Nicola Pepe mi ha comunicato a voce, alla presenza di testimoni, che Scagliarini in redazione aveva comunicato che giovedì mattina ‘si sarebbe ballato’ nel senso di un trambusto particolare perché sarei stato oggetto di una perquisizione domiciliare presso la Presidenza da parte della Guardia di Finanza, specificando che si trattava dei fatti relativi all’imprenditore Giacomo Mescia”. È l’ex governatore quindi a denunciare la fuga di notizie. La procura quindi apre un’indagine a carico di Pepe, accusato di favoreggiamento e di aver provocato “un grave nocumento all’attività investigativa”, consistita nel rinvio delle perquisizioni e nella conoscenza da parte degli indagati dell’inchiesta a loro carico e dei provvedimenti da eseguirsi. Nei giorni scorsi il giudice del Tribunale di Bari Valentina Tripaldi, al termine dell’udienza predibattimentale, ha disposto la prosecuzione del giudizio per Pepe, ammettendo la costituzione di parte civile di Scagliarini, inizialmente coindagato ma poi archiviato. E cosa fa ora Pepe? Andato in pensione a 55 anni, si è cancellato dall’albo dei giornalisti e ha intrapreso una carriera come comunicatore politico. Grazie al suo legame con il senatore FdI Filippo Melchiorre, è diventato collaboratore dell’europarlamentare Michele Picaro, coordinatore dei Fratelli d’Italia della provincia di Bari, ed è presenza fissa nelle kermesse di partito. E intanto si prepara al processo che si terrà davanti al giudice monocratico Patrizia Gramegna. La sua linea difensiva, illustrata dall’avvocato Roberto Eustachio Sisto, è che l’interlocuzione con Emiliano servisse a verificare per primo l’esistenza della notizia, in modo da fare uno scoop e bruciare sul tempo il collega. Una tesi ribattuta dalla pm Savina Toscani, che ha fatto notare come Emiliano non potesse in alcun modo confermare o smentire una perquisizione di cui sarebbe stato oggetto e che si sarebbe svolta quattro giorni dopo. Il processo inizierà il 3 aprile 2026. L'articolo La “talpa” che svelò a Emiliano l’indagine a suo carico? Ora collabora con Fratelli d’Italia proviene da Il Fatto Quotidiano.
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L’Università del Salento si spacca su Eka, la società dell’ex golden boy di Emiliano: gli intrecci con gli uomini dell’ateneo
L’Università del Salento si spacca su Eka, l’azienda fondata dal golden boy di Emiliano, Alessandro Delli Noci, e gestita da Maurizio Laforgia, figlio dell’ex rettore Domenico, azienda che ha percepito 6,5 milioni di euro di fondi pubblici negli ultimi anni, anche dalla Regione Puglia. Entrambi sono indagati per corruzione e anche questo ha infiammato la discussione nel senato accademico. Eka è del tutto estranea all’inchiesta giudiziaria ma è anche grazie agli atti di indagine che emergono gli interessi, spesso in conflitto, tra pubblico e privato. IL 10% DELL’ATENEO, L’ASSESSORE E IL GIRO D’AFFARI Tutto ruota intorno al 10% di Eka detenuto fin dal 2010 dall’Università del Salento mentre la quota di maggioranza è detenuta da Amema, una srl di cui era socio Alessandro Delli Noci, e che tornerà più avanti in questa storia. La quota del 10% in mano all’ateneo fa di Eka uno spin-off universitario, cioè una società partecipata da un ente di ricerca pubblica. Una condizione redditizia perché assicura una premialità nei bandi pubblici: più punti, più fondi. È anche così che la società è cresciuta a passi da gigante. L’anno da tenere d’occhio è il 2020: quell’anno il fondatore Delli Noci (che nel frattempo ha dismesso le sue quote, vendendole a un consigliere comunale di area) diventa l’assessore allo Sviluppo economico nella giunta di Michele Emiliano. Il 2020 è anche l’anno in cui Eka decolla: il giro d’affari si triplica nel giro di quattro anni passando dai 3 milioni del bilancio 2020 agli 8,6 milioni del bilancio 2024; così come cresce il patrimonio netto, da 2,3 milioni a 4,4 milioni; e l’utile annuo che passa da 315mila euro a 520mila euro. I SINDACATI AL SENATO ACCADEMICO: “INCHIESTA INTERNA” Nel 2020 però succede anche che l’Università del Salento delibera la vendita della sua quota. È un atto dovuto: il regolamento interno fissa in sei anni la permanenza massima in uno spin-off, dopo di che si può derogare per un massimo di cinque anni. Ma anche un danno potenziale per la società, che così perderebbe la vantaggiosa qualifica di spin-off universitario. Peccato che a quella delibera non sia seguito alcun atto concreto per cinque anni, fino a venerdì scorso. Come mai l’Università del Salento ha derogato a un obbligo normativo per un lustro, con enormi vantaggi per la società fondata dall’ex assessore regionale e amministrata dal figlio dell’ex rettore? È quello che si sono chiesti i sindacati dell’ateneo salentino: Anief, Flc-Cgil e Snals/Confsal in una nota hanno parlato di “profonda preoccupazione per le vicende portate alla luce nei giorni scorsi dalle inchieste giornalistiche e da alcune segnalazioni interne” e hanno chiesto “che possa essere fatta completa luce su questa oscura pagina dell’Ateneo salentino” auspicando che il senato accademico “non si limiti alla sola vendita della quota di partecipazione, ma si faccia promotore di una inchiesta interna approfondita sull’intera gestione dello spin-off, chiarendo chi ha la responsabilità dell’inerzia amministrativa”. LO SCONTRO SUL PROGETTO HINT È in questo clima teso che si arriva alla seduta del senato accademico di venerdì scorso. Maria Antonietta Aiello, che da pochi mesi è la prima rettrice dell’Università del Salento, ha difeso l’operato dell’ateneo, assicurando “la piena aderenza ai principi di legalità e il rispetto delle procedure seguite per il mantenimento temporaneo delle partecipazioni”. E i cinque anni in cui l’Università del Salento aveva deliberato la vendita della quota di Eka ma poi non aveva agito? “Non un atto di favore ma un atto dovuto”, ha affermato Aiello. “L’uscita da una compagine societaria che ha ottenuto e gestisce finanziamenti pubblici potrebbe causare il blocco o la revoca dei fondi, recando un danno diretto anche alla ricerca”. Ecco il punto cruciale: Eka e Università del Salento hanno avuto un progetto in comune e sciogliere la società poteva portare alla revoca dei finanziamenti con un danno anche alle casse pubbliche. Il progetto in questione si chiama Hint, attiene alla telemedicina e il suo coordinatore scientifico è il professor Angelo Corallo: è Hint il chiodo a cui è rimasta appesa la partecipazione dell’Università dentro Eka fino al 2025. Ed è anche il punto su cui è nato lo scontro in senato accademico: secondo Luigi Melica, direttore del dipartimento di Giurisprudenza e autore dell’esposto che ha messo in moto le polemiche, le attività di Hint sarebbero terminate nel 2021; secondo la rettrice Aiello invece i pagamenti si sono protratti fino al 2025. Difficile dire chi abbia ragione tra Aiello e Melica. I LEGAMI TRA HINT E AMEMA Una cosa è certa: Eka non è mai citata tra i partner del progetto Hint. Né nelle determine regionali né tanto meno nei bilanci di Eka: nei documenti dal 2020 al 2025, sono citati tutti i progetti nazionali e regionali a cui lo spin-off ha partecipato. Hint però non è mai menzionato, come se Eka non vi avesse mai avuto niente a che fare. Dai bilanci emerge invece un altro tipo di legame: Angelo Corallo, il professore che è responsabile di Hint, compare nel bilancio 2022 come “advisor scientifico” dell’amministratore Maurizio Laforgia e nel bilancio 2024 come rappresentante di Amema, cioè la srl che ha in pancia la maggioranza di Eka. Una coincidenza strabiliante. A parlare di Corallo, in realtà, era stato lo stesso amministratore di Eka, Maurizio Laforgia, nel suo interrogatorio davanti al gip: “Noi abbiamo costituito una nostra holding” le sue parole a verbale “che si chiamava AMEMA perché erano le iniziali nostre, dei nostri amici: Alessandro (Delli Noci, ndr), Maurizio (Laforgia, ndr), Enza, Marco, e Angelo Corallo, un professore che è con noi fin dall’inizio”. Uno strano corto circuito: il coordinatore scientifico di Hint, il progetto universitario a cui sono appesi gli interessi di Eka, è in rapporti di affari con la stessa Eka. Difficile distinguere dove inizi il ruolo pubblico e dove cominci l’interesse privato. Ma non è finita qui. CHI STABILIRÀ IL VALORE? IL PROF VICINO A DELLI NOCI Lo scontro in senato accademico tra la rettrice Aiello e il professor Melica culmina con l’abbandono dell’aula da parte di otto componenti dell’organo, che avrebbero voluto una inchiesta interna per chiarire i punti oscuri. I componenti rimasti votano per la vendita della partecipazione dell’Università. Ma quanto vale quel 10%? Per valutare il valore della quota, il Senato accademico nomina una commissione di cui è coordinatore Antonio Del Prete. Non un professore qualunque: è il delegato alle partecipate della rettrice Aiello. E, sui circa 500 docenti di ruolo di cui l’Università del Salento dispone, è anche l’unico che era stato delegato in un altro spin-off fondato e amministrato direttamente da Alessandro Delli Noci, Advantech, in società con Amema. E Del Prete, come aveva spiegato ancora Maurizio Laforgia nel suo interrogatorio al gip, era stato molto di più: un sodale politico di Delli Noci e Laforgia, componente dell’associazione che ha supportato la scalata dell’ex assessore alla Regione Puglia, che aveva anche finanziato con donazioni private. Oggi quel professore è l’uomo che deve valutare quanto valga la quota dell’Università del Salento in Eka cioè quanto sia il vantaggio per le casse pubbliche e il costo per i bilanci privati. “Non vedo il problema”, commenta Del Prete, che conferma tutte le attività fin qui descritte. “Non mi sento in conflitto di interessi e d’altronde saremo in tre a svolgere questo compito: io, insieme ai miei colleghi, farò gli interessi dell’Università come ho sempre fatto”. Nessun reato, è bene ribadirlo, è al momento ipotizzato in questa vicenda; nella quale però la divisione tra pubblico e privato è labile e il confine tra politico, imprenditoriale e universitario è quasi impossibile da distinguere. L'articolo L’Università del Salento si spacca su Eka, la società dell’ex golden boy di Emiliano: gli intrecci con gli uomini dell’ateneo proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Via libera al salario minimo negli appalti in Puglia. La Consulta respinge il ricorso del governo Meloni contro la Regione
L’obbligo di salario minimo di nove euro l’ora in tutti gli appalti commissionati dalla Regione non è incostituzionale. Lo ha stabilito la Consulta dando così il via libera alla normativa della Regione Puglia che ha introdotto come criterio di selezione delle ditte che partecipano a gare di appalto pubbliche quello della retribuzione oraria minima per i dipendenti delle imprese che aspirano a vincere i bandi. Con la sentenza numero 188, depositata oggi (martedì 16 dicembre), la Corte Costituzionale ha respinto il ricorso del governo dichiarando inammissibili le questioni di legittimità promosse dalla presidente del Consiglio Giorgia Meloni. Il governo – mentre la maggioranza ha sterilizzato le proposte delle opposizioni con una delega in bianco all’esecutivo – ha provato a bloccare la norma pugliese. La Presidenza del Consiglio, infatti, ha lamentato la violazione degli articoli 36 e 39 della Costituzione, in quanto le disposizioni regionali lederebbero l’autonomia della contrattazione collettiva nella fissazione delle retribuzioni, nonché dell’articolo 117 che attribuisce allo Stato la competenza esclusiva in materi. La Corte costituzionale non è entrata nel merito delle obiezioni in quanto le disposizioni regionali oggetto di contestazione non introducono un obbligo generalizzato di retribuzione minima che si imponga direttamente a tutti i contratti di lavoro privato subordinato stipulati nel territorio regionale, ma hanno un ambito di applicazione circoscritto alla sola sfera degli appalti pubblici e delle concessioni affidati dalla Regione e dagli enti strumentali. Le questioni, pertanto, sono state dichiarate inammissibili perché, rispetto a ciascuno dei parametri evocati, non sono stati prospettati profili attinenti ai beni e agli interessi di rango costituzionale che vengono in gioco nello specifico ambito delle procedure di evidenza pubblica. “Una vittoria importantissima” la definisce l’ex presidente uscente della Regione, Michele Emiliano, che ricorda come la Puglia sia stata “la prima Regione che ha tutelato le retribuzioni, in mancanza di qualsivoglia analoga tutela da parte dello Stato”. Pochi mesi dopo la stessa norma è stata introdotta dalla Toscana che ha approvato all’unanimità una mozione del M5s. E anche qui è arrivata l’impugnazione della legge da parte del governo. Intanto però anche altri enti locali hanno deliberato per il salario minimo a 9 euro l’ora, come i comuni di Napoli, Milano Firenze e Livorno. Esulta anche il neo governatore pugliese parlando di “un punto di partenza importante per restituire dignità ed equità al lavoro di tantissime persone”. Antonio Decaro promette anche che “nei prossimi anni sperimenteremo questa norma a partire dagli appalti regionali e dalle concessioni affidate dalla Regione e dai suoi enti strumentali, condividendo con tutti i soggetti del partenariato socio-economico gli effetti di queste disposizioni, anche in vista di possibili estensioni“. “Perché un lavoro giusto, che valorizza e gratifica chi lo svolge, è anche uno strumento di forza e di competitività per le imprese”, conclude. “La sentenza della Corte costituzionale dimostra ancora una volta come la direzione intrapresa dal governo nei confronti del salario minimo sia sbagliata e dannosa“, commenta il deputato M5S Leonardo Donno. “Auspico che Fratelli d’Italia, Forza Italia e Lega prendano atto di questa sonora batosta e riprendano la discussione sulla nostra proposta; una misura che abbiamo presentato anche in altri comuni guidati dal Movimento 5 Stelle. Di fronte a 6 milioni di persone che guadagnano meno di mille euro al mese, e al 9 per cento di lavoratori italiani full time in povertà assoluta, la maggioranza lasci da parte una furia ideologica senza senso e prenda atto che il salario minimo è un provvedimento che non può più attendere”, conclude il deputato M5s. Per Angelo Bonelli, deputato di Avs e co-portavoce di Europa verde, questa è “una sconfitta netta del cinismo egoista del governo davanti alla Corte costituzionale. Invece di difendere i lavoratori dallo sfruttamento, Palazzo Chigi ha scelto di schierarsi dalla parte di chi si arricchisce sottopagando chi lavora”. “Con questo governo – conclude Bonelli – la povertà assoluta è aumentata fino a coinvolgere oltre 6 milioni di persone. La sentenza della Consulta dimostra che si può e si deve stare dalla parte di chi lavora, non di chi sfrutta. Con noi al governo il salario minimo sarà legge“. L'articolo Via libera al salario minimo negli appalti in Puglia. La Consulta respinge il ricorso del governo Meloni contro la Regione proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Alla società dell’ex golden boy di Emiliano 6,5 milioni di aiuti pubblici (anche dalla Regione Puglia)
Sei milioni e mezzo di aiuti pubblici, anche dalla Regione Puglia, alla società fondata dall’ex assessore regionale e amministrata dall’imprenditore, entrambi indagati per corruzione. Si chiama Eka la società di cui era socio e fondatore il golden boy di Emiliano, l’ex assessore Alessandro Delli Noci, dimesso dopo l’inchiesta della procura di Lecce che lo vede indagato per corruzione insieme a Maurizio Laforgia, che di Eka era amministratore fino allo scoppio dell’inchiesta giudiziaria, in cui i magistrati salentini contestano trattamenti di favore a imprenditori amici in cambio di assunzioni, finanziamenti e cene elettorali. Nell’inchiesta leccese, va detto, Eka non è in alcun modo coinvolta ma i protagonisti sono gli stessi: se davvero c’è stata una lobby che ha condizionato le scelte del Comune di Lecce e della Regione Puglia, come sostengono i pm, e se sono vere le affermazioni intercettate di Laforgia in cui diceva “tengo al guinzaglio Delli Noci”, le premesse sarebbero nate da quello spin-off universitario poi generosamente beneficiato da fondi pubblici. LA CARRIERA DI DELLI NOCI Riassunto delle puntate precedenti: nel 2010, sotto il rettorato di Domenico Laforgia, l’Università del Salento diede vita a numerosi spin-off, società che servono a commercializzare i risultati della ricerca scientifica. Tra i circa 30 spin-off costituiti, uno si chiama Eka e ha come amministratore il figlio dell’allora rettore, Maurizio Laforgia, e come socio Alessandro Delli Noci, che all’epoca era un attivista di belle speranze saldamente collocato a destra. L’Università del Salento sostiene la loro iniziativa: fa da incubatore d’impresa e in cambio ha diritto a una quota del 10% del capitale sociale. L’oggetto sociale è vago: Eka si occupa di “consulenza organizzativa, tecnologica e sistemistica per la realizzazione di procedure aziendali e sistemi informativi volti alla creazione di metodologie e/o prodotti software innovativi”. Negli anni a seguire storia imprenditoriale e politica si intrecciano. Nel 2012 Alessandro Delli Noci diventa assessore nella giunta di centrodestra di Lecce e nel 2018 vende le sue quote di Eka a un consigliere comunale di area (e vecchio amico), Cristian Filieri. Una mossa opportunistica, stando a una intercettazione di Maurizio Laforgia agli atti dell’inchiesta per corruzione (“per opportunità politica lo abbiamo fatto uscire appena ha preso l’attività politica però di fatto in un modo o nell’altro lui c’è sempre”). Quando non viene candidato a sindaco dal centrodestra, si converte al centrosinistra e si prepara al gran salto in Regione diventando il golden boy dell’emilianesimo. IL “PROGETTO LOBBY” E LA PIOGGIA DI VOTI “Abbiamo preso un ragazzo di destra e ne abbiamo fatto il vicesindaco di Lecce” rivendicherà Emiliano. Parole che fanno il paio con quelle dell’ex socio: “Alessandro lo abbiamo ripulito dal fatto che era andato a destra” spiega ancora Maurizio Laforgia nelle intercettazioni, nelle quali spiega di voler mettere in piedi “una specie di lobby” ovvero “una fondazione per sostenerlo dal punto di vista sia economico ma anche dal punto di vista proprio delle relazioni”. E al di là delle parole ci sono i fatti: l’amministratore di Eka ha ampiamente finanziato la sterzata a sinistra di Delli Noci, come documentato dell’inchiesta della procura e confermato nell’interrogatorio di garanzia dallo stesso Laforgia: i contributi economici del figlio dell’ex rettore (e degli imprenditori amici) sono decisivi per mettere in piedi la macchina da voti che nel 2020 incorona Delli Noci come consigliere regionale più votato del Salento e lo fa approdare nella giunta Emiliano, con la delega all’assessorato allo Sviluppo economico. Nel quale trova una vecchia conoscenza: il principale dirigente è proprio Domenico Laforgia, l’ex rettore che Delli Noci chiama “maestro” e padre del suo ex socio Maurizio. Una postazione in cui Laforgia senior rimarrà pochi mesi perché nel 2021 Michele Emiliano lo promuove mandandolo a presiedere la più importante partecipata regionale: l’Acquedotto Pugliese. GLI ANNI DEL BOOM DI EKA Sono gli anni in cui Eka vive un vero e proprio boom: gli utili diventano milionari, anche grazie a contributi pubblici, alcuni dei quali passano anche dalla Regione Puglia. Nel gennaio 2022 la Regione Puglia, ad esempio, destina 892.426 euro a Eka per l’ampliamento della sede produttiva mentre l’ultimo caso risale a maggio 2025: la Regione Puglia bandisce l’avviso RETI, Eka si presenta a braccetto dell’Università del Salento e si aggiudica 303.782 euro. Tutto grazie a bandi pubblici, beninteso, che prevedono importanti premialità per chi ha un legame forte con gli enti di ricerca universitaria. È proprio su questo punto, il legame con l’università salentina, che si sta combattendo un braccio di ferro in questi giorni in ateneo. Negli ultimi anni, infatti, l’ateneo salentino ha dismesso la sua partecipazione in quasi tutti gli spin-off, secondo un principio sancito dal regolamento interno (che fissa in cinque anni il limite massimo di permanenza nel capitale sociale di uno spin-off) in conformità alle norme europee che vietano aiuti di Stato alle imprese private. Eka, però, sembra fare eccezione a quei regolamenti: su circa 30 spin-off, l’Università del Salento è uscita da 26 ed è rimasta in 4, tra cui la società amministrata dal figlio dell’ex rettore. LA DELIBERA RINVIATA DI ANNO IN ANNO Il consiglio di amministrazione ha deliberato già nel 2020 la vendita della partecipazione in Eka ma di anno in anno la decisione è stata rinviata con le motivazioni più svariate mentre Maurizio Laforgia fa pressioni affinché l’Università rimanga nella compagine sociale: nel febbraio 2024 addirittura invia un parere legale al nuovo rettore spiegando testualmente di scrivere “da amministratore diligente e anche da figlio di ex rettore”. Una lettera rimasta nel cassetto del rettore Fabio Pollice fino a quando oltre un anno dopo non è stata scoperta da Luigi Melica, docente di diritto pubblico comparato nell’Università del Salento, che nel settembre scorso ha preso carta e penna e ha inviato un esposto ai revisori dei conti in cui nella sostanza formula una domanda: dopo quindici anni cosa ci fa l’Università del Salento ancora dentro Eka? Il compito dell’ateneo, che sarebbe quello di incubare l’impresa ma poi lasciarla camminare sulle sue gambe, sembrerebbe finito. Eppure l’Università del Salento continua a essere socia, con indiscutibili vantaggi per la srl: nell’esposto di Melica è contenuto anche il conteggio (estratto dal database del registro nazionale aiuti di stato) che quantifica in 6.422.394 euro i fondi pubblici ricevuti da Eka dal 2017 a oggi. LAFORGIA: “UN VALORE AGGIUNTO PER L’ATENEO” A questo interrogativo risponde Maurizio Laforgia, che precisa di essersi dimesso da amministratore dopo l’indagine che lo ha coinvolto (e che non riguarda Eka ma altri fatti). “Io reputo che sia un valore aggiunto per l’Università avere una partecipata che ha tanti dipendenti, quasi tutti ingegneri. Deciderà l’università ovviamente, ma secondo me è un peccato dismettere questa partecipazione che tra l’altro genera utili”. Dai bilanci in realtà risulta che l’Università del Salento in questi quindici anni ha ricevuto 50mila euro nel 2021 e 30mila euro nel 2022 mentre la gran parte degli utili va a ingrossare il patrimonio della società, che oggi ammonta a quasi 9 milioni di euro. Un fiume di denaro che è dovuto anche ai sostanziosi fondi pubblici, compresi quelli regionali, arrivati nelle casse della srl fondata dall’ex assessore regionale Delli Noci. Che nel frattempo, dopo essersi dimesso da assessore regionale, avrebbe voluto ritentare la corsa in Regione ma è stato stoppato da Antonio Decaro, che non ha voluto “impresentabili” nelle sue liste. Contattato a più riprese sui contenuti di questa inchiesta, ha preferito non commentare. L'articolo Alla società dell’ex golden boy di Emiliano 6,5 milioni di aiuti pubblici (anche dalla Regione Puglia) proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Michele Emiliano
Puglia, il “grande inverno” di Vendola: è fuori dal Consiglio. Così il successo di Decaro ha svuotato Avs
Era stata una candidatura sbandierata, difesa a oltranza, anche a rischio di strappare e far saltare ciò che era considerato cosa ovvia, il nome di Antonio Decaro come aspirante governatore. Si è trasformata nella caporetto di Alleanza Verdi Sinistra e nel tramonto politico definitivo dell’uomo che in Regione Puglia ha aperto la stagione cavalcata poi da Michele Emiliano e ora dall’ex sindaco di Bari. Il partito di Nicola Fratoianni e Angelo Bonelli, altri due figli dell’entusiasmo e dei temi di quel tempo, è fuori dal Consiglio regionale e resta a casa Nichi Vendola. La “Primavera pugliese” ha subito numerose metamorfosi ma continua nella sua sostanza, invece per l’uomo che la fece sbocciare è arrivato il grande inverno. Una gelata, un flop, chiamatelo come volete. Triste, solitario y final. AVS SOTTO LA SOGLIA DI SBARRAMENTO L’elezione che doveva consacrare il suo ritorno dopo l’addio alla scena politica e il grande imbarazzo – mai dimenticato da molti – legato alle intercettazioni sull’Ilva svelate dal Fatto (La Corte di Cassazione ha confermato in estate che non fu diffamazione) si è trasformato nel ballo d’addio. Avs è rimasta fuori dal Consiglio nonostante la decisione di candidare Vendola in tre circoscrizioni (Bari, Brindisi e Lecce) nella speranza di trainare la lista. La sinistra ha invece raccolto 54.358 preferenze, il 4,09% degli 831.315 voti espressi per i partiti. Ma la legge elettorale pugliese prevede che ai fini dello sbarramento le percentuali si calcolino sui voti espressi ai candidati presidenti. E Decaro ne ha presi ben 919.665, così Avs è scivolata sotto il 4 per cento. NESSUN “EFFETTO VENDOLA”: MENO DI 10MILA VOTI Addio seggi e niente “effetto Vendola”. In 9.698 hanno scritto il nome dell’ex presidente sulla scheda, un risultato tutt’altro che eccezionale se paragonato ai recordman di preferenze e alla sua presenza in più collegi (due terzi sono arrivati nel Barese). E pensare che Fratoianni, la cui culla politica è stata la giunta Vendola dove fu assessore, e Bonelli, che negli anni ha impostato le sue battaglie sulla “e” di Sel che stava per ecologia, si erano letteralmente imputati sulla candidatura difendendola dall’aut-aut di Decaro che aveva minacciato di rimanere a Bruxelles se si fossero presentati lui e Michele Emiliano. IL GRADIMENTO PERSONALE DI DECARO AFFONDA AVS Alla fine, lo strappo era stato formalmente ricucito. Ma Decaro si era coperto “a sinistra” nelle sue liste. Il resto lo hanno fatto il gradimento personale del neo-governatore, capace di convogliare 88mila voti sul solo presidente, e la legge elettorale pugliese che prevede di calcolare le percentuali su quel monte di preferenze. Un sistema nato proprio quando Vendola governava. La ciliegina-beffa sull’epitaffio politico del vendolismo. L'articolo Puglia, il “grande inverno” di Vendola: è fuori dal Consiglio. Così il successo di Decaro ha svuotato Avs proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Elezioni regionali, urne aperte. Affluenza in calo: in Campania ha votato l’ 8,25%, in Puglia l’8,53% e il 10,10% in Veneto
Calo dell’affluenza diffuso in tutte le tre Regioni chiamate ad eleggere i nuovi presidenti e i consiglieri regionali. Alle 12 in Campania si è recato alle urne l’8,25% degli aventi diritto, -3,07% rispetto al 2020 quando alla stessa ora aveva votato l’11,32%. In Puglia i dati dell’affluenza alle 12 si fermano all’8,53%, percentuale in calo di 3,5 punti rispetto al 12,04% di cinque anni fa. Leggermente superiore il dato del Veneto. Alle 12 ha votato il 10,10% degli aventi diritto, segnando però un calo dell’affluenza superiore rispetto alle altre due Regioni: -4,64%, nel 2020 infatti alle 12 si era già recato alle urne il 14,74%. SI VOTA ANCHE LUNEDÌ FINO ALLE 15 Le urne sono aperte fino alle 23 di oggi. Si vota anche domani dalle ore 7 alle 15, poi via allo spoglio. Si conosceranno così i nomi dei tre nuovi governatori di Veneto, Campania e Puglia. L’unico dato certo è che si chiude l’era di Luca Zaia, Vincenzo De Luca e Michele Emiliano alla guida delle rispettive Regioni. Se il Veneto arriva da 15 anni a guida centrodestra con Zaia, il centrosinistra punta alla riconferma nelle due elezioni regionali in programma al Sud. Quest’anno, nel duello a distanza tra le coalizioni, si parte dal 2-1 per la maggioranza di governo, vincente in Calabria e nelle Marche con gli uscenti Roberto Occhiuto (Fi) e Francesco Acquaroli (Fdi). Mentre il campo progressista è tornato al successo in Toscana con la riconferma del dem Eugenio Giani. VENETO In Veneto Alberto Stefani, 33enne vicesegretario e deputato della Lega, punta a essere il successore di Zaia a Palazzo Balbi e il governatore più giovane d’Italia. Il “Doge”, presidente uscente, che nel 2020 era stato riconfermato con il 77% delle preferenze, sarà capolista della Lega in tutte le Province venete, per provare a dare la spinta al Carroccio nel derby tutto interno alla destra con i meloniani di Fratelli d’Italia. Sono sette le liste che sostengono il campo progressista guidato da Giovanni Manildo, ex sindaco Pd di Treviso. Gli altri tre candidati sono Marco Rizzo (Democrazia Sovrana Popolare), Fabio Bui per la lista “Popolari per il Veneto” e Riccardo Szumski per “Resistere Veneto”. CAMPANIA In Campania si vota, invece, per il post Vincenzo De Luca, per dieci anni alla guida della Regione. Il centrosinistra sostiene Roberto Fico, ex presidente della Camera del M5s. Per il centrodestra, invece, è in corsa Edmondo Cirielli, viceministro degli Esteri e deputato di Fratelli d’Italia. Alla poltrona più alta di Palazzo Santa Lucia ambiscono anche Stefano Bandecchi, sindaco di Terni, con ‘Dimensione Bandecchi”, Giuliano Granato, portavoce di Potere al Popolo, Carlo Arnese per “Forza del Popolo” e Nicola Campanile, candidato della lista “Per – per le persone e la comunità”. PUGLIA La terza sfida alle urne è in Puglia, dove Antonio Decaro, europarlamentare del Pd ed ex sindaco di Bari, guida la coalizione del centrosinistra e punta a subentrare al governatore uscente dem Michele Emiliano (presidente della Regione dal giugno del 2015). Per il centrodestra, invece, il nome scelto è quello dell’imprenditore barese, Luigi Lobuono, civico di Forza Italia ed ex presidente della Fiera del Levante. In corsa ci sono anche altre due candidati: Ada Donno con “Puglia Pacifista e Popolare” e Sabino Mangano, ex consigliere comunale M5s di Bari, con la lista “Alleanza Civica per la Puglia”. LE COMUNALI Contemporaneamente alle Regionali si tiene anche il turno elettorale straordinario nei comuni sciolti: Monteforte Irpino (Avellino), Caivano (Napoli), Acquaro e Capistrano (Vibo Valentia). L'articolo Elezioni regionali, urne aperte. Affluenza in calo: in Campania ha votato l’ 8,25%, in Puglia l’8,53% e il 10,10% in Veneto proviene da Il Fatto Quotidiano.
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