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In Veneto il voto per il referendum batte quello per le suppletive alla Camera: l’affluenza alle 23 è più alta di 6 punti
A urne ancora aperte c’è un primo dato molto particolare che arriva dal Veneto. Alle 23 il voto per il referendum “batte” quello per i deputati. In 126 comuni di Rovigo e Padova si vota infatti anche per le suppletive alla Camera nel collegio uninominale 2-01, che comprende l’intera provincia di Rovigo e 35 comuni di Padova, e e nel collegio 2-02, che comprende 41 comuni padovani. Si vota per eleggere due deputati per riempire i posti lasciati liberi dal presidente della Regione Alberto Stefani e dal suo assessore Massimo Bitonci. E domenica sera, in questi comuni, l’affluenza è stata più alta per il quesito sulla riforma costituzionale, con uno scarto medio di oltre sei punti. Un dato che fa presupporre che molti veneti si sono recati ai seggi senza ritirare la scheda elettorale per le suppletive. Guardando l’affluenza nei centri principali, emerge come nel capoluogo polesano la partecipazione al quesito referendario alle 23 sia arrivata al 49,85% contro il 45,58% delle suppletive. Ad Adria (Rovigo) vota per il referendum il 47,76% degli elettori contro il 42,42% alle suppletive. Nel Padovano, a Selvazzano Dentro vota il 55,51% contro il 52,12% delle suppletive. I candidati nel collegio rodigino sono il tesoriere della Lega Alberto Di Rubba, Giacomo Bovolenta di Italia Viva per il centrosinistra (senza M5s) e Giuseppe Padoan di Italia Resiste Libera. Nell’altro collegio sono in corsa Giulio Centenaro (Lega) per il centrodestra, Antonino Stivanello per Pd, Iv e Avs, Andrea Paccagnella (Ora) e Mario Adinolfi del Popolo della Famiglia. L'articolo In Veneto il voto per il referendum batte quello per le suppletive alla Camera: l’affluenza alle 23 è più alta di 6 punti proviene da Il Fatto Quotidiano.
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“Il mio pitone è a digiuno da 4 mesi perché i negozi non vendono più topi vivi, e lui non vuole quelli congelati. Aiutatemi, rischia di morire di fame”: la storia di Snake
Qualcuno potrà pensare che il palato di Snake è stato abituato troppo bene, qualcun altro che anche i rettili fanno i capricci e inscenano lo sciopero della fame. Ad ogni modo Snake, così si chiama il protagonista di questa storia, rischia di morire di fame, e i suoi proprietari lanciano l’allarme chiedendo aiuto. LA STORIA DI SNAKE Il pitone reale mangia ogni 3-4 mesi, non tutti i giorni, e sin da subito Snake è stato abituato dalla famiglia che lo ha adottato a mangiare topi vivi, bianchi e piccolini. Peccato che non se ne trovino più e il rettile non abbia intenzione di nutrirsi d’altro. Emiliano Zambelli Gat, il suo proprietario, si sfoga dalle pagine del Gazzettino: “Ci trovavamo bene a Belluno, li prendevamo in negozio. Sono proprio topi da alimentazione, altrimenti andavamo a Sedico. E ci siamo sempre trovati bene ma da qualche tempo non li tengono più. Ci hanno detto che le leggi si sono fatte sempre più stringenti e hanno deciso di sospendere il rifornimento da un mese all’altro, all’improvviso. Ho provato a cercare allevatori privati, altri negozi, non so più cosa fare“. UNA CORSA CONTRO IL TEMPO Diversi esercizi propongono alternative come topi congelati, ma Snake non sa che farsene: “Abbiamo provato a dargli il topo congelato e il pollo nel sangue ma niente, non ne vuole sapere. Anche il veterinario ci ha detto che se per 15 anni è stato abituato in un certo modo non mangerà altro. Bisognerebbe andare dal veterinario e intubarlo ma si può fare un paio di volte al massimo”. Il tempo stringe, il pitone non mangia da 4 mesi e la vicenda potrebbe finire male: “Se ci sono allevatori privati o qualcuno è a conoscenza di un’attività commerciale che vende topi vivi ci faccia sapere, siamo davvero preoccupati. Tentiamo tutte le strade pur di salvarlo”, sono le parole della famiglia. L'articolo “Il mio pitone è a digiuno da 4 mesi perché i negozi non vendono più topi vivi, e lui non vuole quelli congelati. Aiutatemi, rischia di morire di fame”: la storia di Snake proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Olimpiadi, la giostra è troppo eccitante per smettere. Ma la proposta dei Giochi veneti è un film già visto
La festa non finisce mai. Le luci non si sono neppure spente sulle XXV Olimpiadi Invernali, gli organizzatori non hanno ancora smesso di complimentarsi l’uno con l’altro per lo scampato pericolo del fiasco planetario, che i soliti noti hanno avuto l’ideona. Girare forsennatamente sulla giostra degli affari, degli appalti, dei soldi pubblici, degli sprechi e dei cantieri incompiuti è troppo eccitante per pensare di smettere. Potrebbero andare in crisi di astinenza dopo sei anni di promesse, annunci, bugie e luci della ribalta. Ecco partire per primo l’ex governatore veneto Luca Zaia, che per titillare l’interesse delle redazioni dei giornali si è rivolto all’agenzia Reuters, poi ha affidato i suoi pensieri al web, infine ha cominciato a rilasciare interviste. “Olimpiadi estive in Veneto? Perché no! Se non battiamo il ferro finché è caldo, prima di rivedere un evento così dovremmo aspettare decenni. La Francia ha ospitato le Olimpiadi estive due anni fa e ospiterà quelle invernali tra quattro anni: questo dimostra che visione e coraggio fanno la differenza. Dopo aver spinto con determinazione perché Cortina d’Ampezzo diventasse sede delle Olimpiadi invernali, ora la sfida è ancora più grande: portare i Giochi estivi nel Nord Est, per una grande Olimpiade italiana. Dobbiamo essere sognatori e visionari. Candidarsi oggi è quasi un dovere morale”. Per essere preso sul serio, ha detto di avere già un piano in testa, sarebbero le Olimpiadi del Veneto, da Venezia al Lago di Garda. Praticamente i territori della Serenissima Repubblica. “Sono pronto a parlarne con Giorgia Meloni”. A zittire cotanto entusiasmo basterebbero le parole dello scrittore padovano Matteo Righetto, autore di romanzi ambientati sulle montagne del Nordest, che al Corriere del Veneto ha dichiarato: “Quando organizzi una festa in casa tua è tutto bello, fino a una certa ora. Poi bisogna vedere come la ritrovi il giorno dopo. Viviamo una sorta di incantata fanciullezza permanente: si pensa al divertimento e non alle conseguenze, a quello che resta, a volte anche alle macerie. Continuiamo a ragionare con un paradigma vecchio, come fossimo nel Novecento”. Eppure l’uscita di Zaia non può essere liquidata con un’alzata di spalle, perché è il segno di un atteggiamento generale molto più profondo che attraversa la politica e il mondo dello sport, con una declinazione locale molto particolare. Una febbre strana ha contagiato i protagonisti del grande show, anche se dietro le quinte i conti e i bilanci veri non sono ancora stati fatti. Sembra il rilancio al tavolo da poker del giocatore incallito, il gesto compulsivo di abbassare la leva di una slot machine, per sentire il tintinnio delle monetine. Ambizione, calcolo, esaltazione. Qualcuno cede alla tentazione, visto che sui giornali si cominciano già ad elencare le sedi di gara possibili e nelle stanze del potere si ipotizza che la data ideale potrebbe essere il 2040, magari a Roma, piuttosto che a Venezia. Abbiamo già visto tutto. Venezia che si candidava nel 2010, ma veniva brutalmente stoppata dal Coni che votava con maggioranza bulgara a favore del progetto capitolino, poi bloccato dal premier Mario Monti. La ricandidatura di Roma ritirata dalla sindaca Cinquestelle Virginia Raggi, con una scelta che l’ex presidente del Coni Giovanni Malagò dieci anni dopo non ha ancora digerito. Abbiamo già visto le piroette che hanno accompagnato l’edizione invernale appena conclusa, costata almeno due miliardi solo per organizzarla, oltre a cinque miliardi per le opere pubbliche. Abbiamo già letto le cronache dei lavoratori impiegati al freddo con turni di 12 ore in mezzo alla neve, delle cabinovie rimaste incompiute (al pari di opere per altri 3 miliardi di euro), dei pieni poteri assegnati al commissario straordinario per trovare scorciatoie burocratiche e progettuali. Abbiamo visto le gru crescere come foreste e i boschi veri abbattuti per far posto agli impianti sportivi. È un film già andato in scena. Che bisogno c’è di riavvolgere la pellicola? L’unica persona ad avere un po’ di buonsenso sembra essere il nuovo governatore del Veneto, il leghista Alberto Stefani. Non sembra preoccuparsi del fatto che Luca Zaia, in evidente e faticosa elaborazione del lutto per il potere smarrito, cerchi di continuare a fare quello che faceva quando aveva il comando della giunta, nonostante sia semplicemente il presidente del consiglio regionale, quindi un regolatore di procedimenti legislativi, non un programmatore delle politiche regionali. Di fronte al canto delle sirene olimpiche, il giovane Stefani ha replicato, laconico: “Io voglio essere in prima linea su sociale e sanità veneta”. Poi anche lui ha seguito l’onda. “È un’ipotesi da esplorare, per Venezia sarebbe un orgoglio enorme: credo che ciascun presidente del Veneto sarebbe orgoglioso di qualcosa del genere”. Chi la sa più lunga di tutti è Giovanni Malagò. Dapprima ha invitato alla calma: “Credo che oggi non sia giusto trattare l’argomento, è prematuro parlarne”. Ma anche lui si è lasciato ingolosire: “Dall’Arena di Verona al Colosseo? Nel mio discorso ho invitato i giovani ad avere il coraggio di sognare in grande”. Messaggio chiarissimo: se c’è una possibilità, questa deve passare dai professionisti della politica sportiva italiana, quindi da Roma. Zaia si consoli, il Veneto ha già avuto il suo momento di gloria. L'articolo Olimpiadi, la giostra è troppo eccitante per smettere. Ma la proposta dei Giochi veneti è un film già visto proviene da Il Fatto Quotidiano.
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“Ho ordinato all’autista di non guidare, non ha riposato per il chiasso notturno degli alunni. Non mi è mai capitata una cosa del genere”: gita movimentata a Praga
“In trentatré anni di lavoro non mi era mai capitata una cosa del genere, ho ordinato al nostro autista di non mettersi al volante“. Vito Battistuzzi, titolare della ditta Autoservizi Battistuzzi snc, ha commentato così la vicenda che ha coinvolto l’autista di uno dei pullman appartenenti all’azienda e una scolaresca di un istituto superiore padovano. Secondo quanto riportato da Battistuzzi a Il Gazzettino, i ragazzi hanno fatto baldoria tutta la notte nell’hotel in cui alloggiavano in occasione della gita a Praga. Nella stessa struttura era ospite anche l’autista che, a causa dell’eccessivo chiasso, ha trascorso la notte insonne. Il mattino successivo l’uomo si è rifiutato di guidare e la scolaresca ha girato la capitale della Repubblica Ceca a piedi. Battistuzzi ha dichiarato: “In trentatré anni di lavoro non mi era mai capitata una cosa del genere. Tant’è che, vista la gravità della cosa, ho ordinato al nostro autista di non mettersi al volante per non porre a rischio l’incolumità dei 74 passeggeri”. E ancora: “La scolaresca, che mi risulta essere una classe di un istituto superiore del padovano ieri è andata in giro a piedi per Praga”. Il proprietario dell’azienda ha preteso dagli insegnanti la garanzia che i ragazzi si sarebbero comportati in modo adeguato nella notte tra mercoledì 11 e giovedì 12 febbraio, così da permettere al guidatore di riposare e di riportare il gruppo sano e salvo a Padova. In caso contrario, Battistuzzi ha dichiarato che avrebbe fatto rientrare il pullman vuoto da Praga. L’imprenditore ha ricostruito i fatti: “Fatico a capacitarmi di quanto è accaduto. A chiamarmi alle 8.30 è stato uno degli insegnanti. Dicendomi che il nostro autista non era in grado di condurre il mezzo e dunque di portare la scolaresca in giro per la città, secondo quanto era stato prefissato, perché stanchissimo non avendo chiuso occhio tutta la notte. Alla mia domanda di cosa fosse accaduto, il docente mi ha risposto che i ragazzi si erano divertiti, avevano fatto baraonda, con chiasso e disastri vari, non vi dico le condizioni in cui hanno ridotto il pullman. Erano tutti nello stesso albergo e nessuno era riuscito a dormire. A quel punto ho chiamato il nostro autista che mi ha confermato tutta la vicenda. Ho così contattato l’agenzia che aveva commissionato il viaggio, pretendendo la conferma che la notte seguente sarebbero stati tranquilli. In caso contrario avrei fatto rientrare il nostro pullman vuoto e che provvedessero pure in altro modo. Intanto hanno dovuto visitare Praga a piedi. Il commento del docente è stato: ma sono ragazzi, si devono sfogare. No signori, non ci siamo, a partire dal pullman ridotto ad un immondezzaio“. Battistuzzi ha concluso dicendo che la sua compagnia non si occupa da diverso tempo di gite scolastiche: “Ormai non le facciamo più perchè non vogliamo perdere i nostri autisti. In questo caso di Praga abbiamo dato supporto a un’altra azienda di trasporto, il loro autista si era ammalato, così abbiamo mandato uno dei nostri”. L'articolo “Ho ordinato all’autista di non guidare, non ha riposato per il chiasso notturno degli alunni. Non mi è mai capitata una cosa del genere”: gita movimentata a Praga proviene da Il Fatto Quotidiano.
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“Chi vorresti licenziare?”. Il questionario ai dipendenti di un’azienda trevigiana. La Fiom: “Gioco crudele, indignati e sconcertati”
“Chi vorresti lasciare a casa?”. Questa una delle domande del questionario distribuito ai lavoratori della Bluergo di Castelfranco Veneto, in provincia di Treviso, alla vigilia di Natale. L’azienda – che produce componenti elettrici – ha una sessantina di addetti. Tra le domande, una chiede di indicare criteri per esclusioni “eventuali“. Recita così: “Nel caso ritenessi utile procedere subito alla riduzione del personale, o per altri motivi si debba comunque procedere in quel senso, con quali criteri ritieni debbano essere scelte le persone da lasciare a casa?”. Per decidere chi licenziare si sceglie tra cinque opzioni. I criteri sono: persone che si propongono volontarie; prima i part–time; le persone senza carichi familiari; i più giovani; altro (da specificare). Come riporta La Tribuna di Treviso, le proteste dell’organico sono state immediate, sia per il merito che per l’impostazione della richiesta. Tanto che c’è chi ha paragonato l’iniziativa alla serie Squid Game, in cui i “giocatori” sono spinti a una competizione interna in cui le persone vengono messe una contro l’altra in nome della sopravvivenza. A inasprire il clima – già teso per i problemi economici dell’azienda – è stata la richiesta di indicare il proprio nome sul questionario. Solo una decina di moduli è stata in realtà restituita firmata a riprova del disagio diffuso. L’azienda, per parte sua, si è difesa con il titolare Bruno Scapin che ha parlato di “semplice strumento di ascolto” e di “indagine interna per testare il clima aziendale”: “Il mercato è in crisi – ha aggiunto – e il nostro obiettivo è quello di scongiurare i licenziamenti”. Intanto, questa mattina si è tenuto un incontro di chiarimento tra la proprietà e i dipendenti per chiarire le intenzioni aziendali e le prospettive occupazionali. La Fiom Cgil di Treviso ha commentato l’accaduto, esprimendo “la propria indignazione e il profondo sconcerto” per il questionario, ritenuto “una mossa scellerata che sposta la responsabilità del licenziamento sui lavoratori stessi”. Per il sindacato questa pratica “trasforma un momento di crisi e già drammatico in un gioco crudele ed è un attacco alla dignità dei lavoratori”. Inoltre, la richiesta dell’azienda è ritenuta “una manipolazione inaccettabile della solidarietà che dovrebbe regnare tra colleghi”. Per il segretario generale Manuel Moretto questa “non è solo una mancanza di rispetto nei confronti dei lavoratori e delle lavoratrici, ma un tentativo di disgregare il tessuto sociale di un’azienda. Questi metodi – ha concluso – non rappresentano nemmeno una consultazione democratica. Non permetteremo che i lavoratori siano costretti a giocare a questa partita umiliante“. Foto da Facebook L'articolo “Chi vorresti licenziare?”. Il questionario ai dipendenti di un’azienda trevigiana. La Fiom: “Gioco crudele, indignati e sconcertati” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Angelika Hutter fugge dalla comunità e viene investita: nel 2023 uccise con l’auto una famiglia
In comunità per scontare la pena di triplice omicidio stradale, si è allontanata ed è stata investita da un’auto. Angelika Hutter è ora in gravissime condizioni. Il 6 luglio del 2023 la designer tedesca di 34 anni travolse in auto e uccise il piccolo Mattia Antoniello, il padre Marco (47 anni) e la nonna Maria Grazia Zuin (64 anni). La famiglia era di Favaro Veneto e si trovava in vacanza a Santo Stefano di Cadore, in provincia di Belluno. In carcere fino al marzo del 2024, alla donna era stata riconosciuta l’infermità mentale e le era stato imposto di scontare la pena nella struttura “Don Girelli” di Ronco all’Adige, in provincia di Verona. Domenica 28 dicembre, Angelica ha scavalcato la siepe ed è evasa: la scena è stata ripresa dalle videocamere di sorveglianza e il personale ha subito allertato le forze dell’ordine. La fuga della donna era in direzione della strada lì vicino, la Provinciale 19. All’altezza di via Saletto, però, è stata investita da un suv, una Volvo 760c guidata da un 77enne veronese. Sul posto sono intervenuti la Polizia stradale di Legnago per i rilievi e Verona emergenza per portare via la donna in ambulanza. Arrivata in stato di incoscienza, la donna è ricoverata nel reparto di terapia intensiva dell’ospedale di Borgo Trento. Ancora da chiarire le dinamiche dell’incidente. L'articolo Angelika Hutter fugge dalla comunità e viene investita: nel 2023 uccise con l’auto una famiglia proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Si indaga per omicidio per la morte di Diana Canevarolo: dopo l’autopsia scartata l’ipotesi di un incidente
Ora si indaga per omicidio. L’ipotesi di reato è stata formulata dopo la conclusione dell’autopsia del corpo di Diana Canevarolo, la donna di 49 anni che era stata ritrovata gravemente ferita nel cortile della sua abitazione a Torri di Quartesolo, in provincia di Vicenza. L’autopsia è stata effettuata all’ospedale di Vicenza ed è durata oltre sei ore. Secondo le prime indiscrezioni, è stata scartata l’ipotesi di caduta accidentale come hanno confermato il figlio della vittima e il legale del marito. La donna è stata trovata senza vita la settimana scorsa e la Procura di Vicenza aveva disposto l’autopsia del cadavere. Sul corpo alcune ferite, di cui una ampia sulla parte sinistra del cranio. Non si esclude nessuna pista, ma l’esito dell’autopsia ha indirizzato gli inquirenti verso l’ipotesi di un delitto causato dalla violenta aggressione. Gli investigatori hanno raccolte le testimonianze di familiari e amici. Al vaglio anche le tracce di sangue che sarebbero state trovate vicino a una panchina a circa un metro e mezzo dal corpo. La casa, come riportano i media locali, è stata sequestrata e sarà probabilmente oggetto di un nuovo sopralluogo degli esperti della Scientifica. Verranno passate al setaccio anche le immagini dei filmati delle telecamere di sorveglianza distribuite nella zona, per verificare la presenza di estranei o sospetti nella zona in cui poi è stata trovata la 49enne in una pozza di sangue. L'articolo Si indaga per omicidio per la morte di Diana Canevarolo: dopo l’autopsia scartata l’ipotesi di un incidente proviene da Il Fatto Quotidiano.
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In Veneto il fattore Zaia provoca il ribaltone a destra: più di 200mila preferenze personali e la Lega doppia Fdi
È racchiuso in 203.054 preferenze il plebiscito di Luca Zaia, governatore veneto che non si è rassegnato alla conclusione di tre lustri di potere. Aveva fortissimamente voluto restare in sella per la quarta volta. La legge glielo ha impedito. Avrebbe voluto una lista con il proprio nome, ma gli alleati di centrodestra non l’hanno consentito. Si è così candidato come capolista in tutte le sette circoscrizioni del Veneto e ha raccolto una pioggia di voti. Per l’appunto più di 200mila preferenze su un totale di 607.220 voti raccolti dalla Lega. Un leghista su tre lo ha scelto, pur sapendo che il suo destino (al di là delle dichiarazioni di convenienza) non sarà legato al nuovo consiglio regionale di cui è entrato a far parte. Il numero di preferenze equivale a un elettore su sei del centrodestra, visto che il neo eletto Alberto Stefani ha ottenuto un milione 211mila e 356 voti, pari al 64,39 per cento di chi è andato alle urne. Siccome nella lista si potevano indicare solo due nomi, un candidato uomo e una candidata donna, la presenza di Zaia ha comunque provocato delusioni e bocciature per non pochi degli altri candidati leghisti, rimasti fuori dall’elenco dei 19 eletti dal partito. IL FATTORE Z. PROVOCA IL RIBALTONE I numeri disegnano la forza di traino che il fattore Z. ha portato in queste elezioni, consentendo alla Lega di doppiare Fratelli d’Italia, da cui era distanziata alle europee del 2024: 13,15 per cento al partito di Salvini, 37,58 per cento al partito di Meloni. Adesso la Lega è al 36,28 per cento, il doppio del 18,69 per cento di FdI, infatti i seggi dei padani sono 19 quelli del partito di governo solo 9, mentre le aspettative del coordinatore regionale Luca De Carlo erano esattamente opposte. Zaia con 203.054 preferenze ha ottenuto più voti di tutti gli altri leghisti e leghiste messi assieme. Le donne hanno registrato 99.756 preferenze, gli uomini 97.793 voti, comunque al di sotto di quota 200 mila. È solo così che gli uomini (Zaia compreso) hanno contato 298.847 preferenze, circa la metà dei 607 mila voti della Lega, il che significa che metà dell’elettorato si è accontentato di mettere una croce sul simbolo, senza esprimere una preferenza individuale, a dimostrazione che il simbolo della Lega gode di una attrattiva che esula da quella dello stesso ex governatore. TREVISO LA ROCCAFORTE Zaia ha costruito il proprio successo personale, a costo di cannibalizzare la Lega, a partire dalla provincia di Treviso dove ha ottenuto 48.253 preferenze e la Lega ha raggiunto il 40,78 per cento. Lì i padani hanno registrato 127.882 voti, pari al 40,78 per cento. Le preferenze attribuite a un candidato-donna sono state 21.088, agli altri uomini 18.438. Lo strapotere di Zaia ha fatto qualche vittima illustre, come l’ex portavoce dell’intergruppo leghista in consiglio regionale Alberto Villanova. Secondo feudo, la provincia di Vicenza, con 44.252 preferenze su 119.680 voti leghisti. Anche in questo caso gli altri candidati non hanno preso tutti assieme i voti di Zaia, con il risultato di un’esclusione eccellente, quella di Roberto Ciambetti, con alle spalle quattro legislature, di cui due da presidente del consiglio regionale. Zaia ha raccolto nelle altre province venete le seguenti preferenze: 35.701 a Padova, 32.961 a Venezia, 29.078 a Verona, 6.883 a Rovigo e 5.926 a Belluno. “HO VOLUTO QUESTA PROVA” Il governatore uscente ha spiegato così la sua soddisfazione. “Mi si apre il cuore. Mi sono messo a disposizione perché Alberto Stefani mi aveva chiesto se gli davo una mano. Ho voluto questo banco di prova. Penso a un segno di vicinanza e ringraziamento, dopo quindici anni e mezzo i cittadini mi vogliono ancora bene”. Ha una spiegazione anche per la bassa affluenza, considerando che su 4 milioni 294 mila elettori, sono andati a votare solo un milione 917 mila cittadini, mentre 2 milioni e 377 mila sono rimasti a casa. Naturalmente la lettura è centrata su se stesso e non sulla disaffezione generale per effetto di una gestione della politica veneta non soddisfacente: “Molti si sono arrabbiati per il trattamento che ho avuto, il terzo mandato negato, il no alla Lista Zaia. L’avevo detto: la Lista Zaia non essendo un soggetto politico avrebbe portato più gente a votare e avremmo avuto più consiglieri di maggioranza”. Glissa, come ha fatto in questi mesi, sul suo futuro. Non sa se farà il presidente del consiglio regionale, impegno che non sembra gradire, visto che richiederebbe una presenza continua nell’assemblea dove da governatore negli ultimi cinque anni si è presentato solo per una manciata di sedute, con un tasso di assenteismo del 94 per cento. Non sa neanche se farà l’assessore, ma la sua presenza sarebbe molto ingombrante per il neo eletto Stefani, che sentirebbe sul collo il fiato del predecessore. Una cosa però aggiunge, a dimostrazione di come le sue ambizioni non siano ancora finite nel cassetto: “Non ho avuto paura di misurarmi con l’elettorato e ora sono perfettamente ricandidabile alla presidenza della Regione. È questa l’assurdità della legge che non hanno voluto cambiare”. Non ha digerito il boccone amaro e sembra dimenticare che se è formalmente rieleggibile occorre attendere che vada a compimento la legislatura che dura cinque anni. Per il momento resterà in consiglio regionale, con un ruolo di padre nobile. Il prossimo anno si terranno le elezioni del sindaco di Venezia e le supplettive per sostituire in Parlamento il posto che sarà lasciato libero da Alberto Stefani. Con il bagaglio di preferenze che ha ottenuto, Zaia non ha che da chiedere. Il referendum che ha indetto sulla propria persona porterà ancora frutti copiosi alla sua vigna che si trova nel cuore dello Zaiastan. L'articolo In Veneto il fattore Zaia provoca il ribaltone a destra: più di 200mila preferenze personali e la Lega doppia Fdi proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Veneto: il traino di Zaia fa vincere Stefani, enfant prodige della Lega scelto da Salvini per tenere testa all’ex governatore
VENEZIA – Giovane, il volto di una persona perbene, nessuna polemica sopra le righe e un curriculum politico cominciato da amministratore locale, poi proseguito con l’elezione alla Camera. Con una percentuale superiore al 60 per cento dei voti, il padovano Alberto Stefani, moderato ed equilibrato enfant prodige della Lega in Veneto, ha ottenuto la successione alla poltrona di Doge che per tre lustri è appartenuta a Luca Zaia. In qualche modo un successo annunciato, in una regione da sempre a vocazione di centrodestra, in ogni caso costruito con accortezza e utilizzando al massimo il traino del governatore uscente. Eppure c’era qualche spunto perché Zaia e Stefani non andassero d’accordo. Innanzitutto il fatto che il trentatreenne nato a Camposampiero, diventato deputato nel 2018 ad appena 25 anni, poi anche sindaco di Borgoricco nel 2018, avesse compiuto la sua ascesa politica all’interno della Lega appoggiandosi a Matteo Salvini. È stato il segretario federale ad individuarlo come suo plenipotenziario in Veneto, chiedendogli di tenere testa allo strapotere di Zaia. La polarizzazione non si è trasformata in scontro interno per tanti motivi. Innanzitutto perché Stefani ha capito che non avrebbe potuto esistere senza trovare il modo di andare d’accordo con il governatore. Ma anche perché Zaia non ha mai accelerato per cercare di strappare la leadership nazionale di Salvini, accontentandosi (si fa per dire) di un ruolo di potere quasi assoluto all’interno dei confini del Veneto. Anzi, quando nel 2023 si sono svolte le votazioni per il nuovo segretario regionale della Liga Veneto-Lega Nord, Zaia ha capito come sarebbe andata a finire e non ha fatto la guerra al commissario di Salvini che aveva retto il partito nei tre anni precedenti. Qualche leghista nostalgico di una Lega radicata nel territorio e contraria alle aperure del segretario federale per farne un soggetto politico a dimensione nazionale, avrebbe voluto coltivare una candidatura alternativa alla segreteria rispetto a quella di Stefani. Uno di questi era l’assessore Roberto Marcato, padovano, che ha in più occasioni contestato la linea salviniana. Nel momento cruciale Zaia non si è schierato contro Salvini, anzi durante il congresso regionale ha dato il via libera a Stefani. Quest’ultimo da allora in poi ha condotto i giochi puntando a una ripresa del partito, sceso nel frattempo ai minimi storici e a consolidare l’accordo con Zaia. Lo ha appoggiato quando il governatore chiedeva il quarto mandato e anche quando voleva presentare una lista alternativa a Fratelli d’Italia, se il partito di Giorgia Meloni avesse insistito a pretendere un proprio candidato alla presidenza del Veneto. E’ così nata l’idea di candidare Zaia a capolista in tutte le province venete, per risollevare il peso elettorale, in una battaglia senza esclusione di colpi con Fratelli d’Italia. Stefani è un personaggio in buona parte da scoprire fuori dal Veneto. Ha frequentato il liceo scientifico di Camposampiero diplomandosi nel 2011. E’ poi diventato coordinatore provinciale di Padova del movimento giovanile della Lega. Nel 2014 è stato eletto consigliere comunale a Borgoricco. Nel 2017 si è laureato in giurisprudenza all’università di Padova, discutendo una tesi in diritto canonico e storia del diritto, materie che ha coltivato da ricercatore. La sua consacrazione politica è arrivata con l’elezione per la seconda volta alla Camera, nel 2022, nel collegio uninominale di Rovigo. Nel 2024 ha tirato la volata alle ambizioni di Zaia, presentando un disegno di legge come primo firmatario per modificare la legge del 2004 che limitava a soli due mandati la presidenza di regione, al fine di aumentarne il numero a tre. È stato il primo firmatario di una proposta di legge per abrogare la legge Delrio, con la richiesta di ripristinare le Province quali enti di primo livello amministrativo. Per trainare la riforma autonomista dello stato voluta da Zaia è stato nominato dai presidenti di Camera e Senato alla presidenza della Commissione Bicamerale per l’attuazione del federalismo fiscale. Intanto ha tenuto saldi i legami con Salvini che nel 2024 lo ha nominato vicesegretario. Consolidatosi a via Bellerio e in Veneto, Stefani ha condotto una campagna elettorale dall’esito scontato, che pure non ha improntato a temi strettamente identitari, ma aperto alla dimensione sociale e ai diritti. L'articolo Veneto: il traino di Zaia fa vincere Stefani, enfant prodige della Lega scelto da Salvini per tenere testa all’ex governatore proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Il medico “free vax” Riccardo Szumski verso l’ingresso in Consiglio: la sorpresa delle Regionali in Veneto
È considerata la vera sorpresa delle Regionali in Veneto. Mentre è ormai definitiva la prevista elezione del leghista Alberto Stefani come nuovo presidente della Regione, le proiezioni e lo spoglio evidenziano il quasi certo ingresso in Consiglio del medico “free vax” Riccardo Szumski. La lista “Resistere Veneto” – capeggiata proprio dall’ex sindaco di Santa Lucia di Piave (in provincia di Treviso) – viene stimata intorno al 5,1%, quindi ben oltre sopra la soglia di sbarramento. Un dato che permetterebbe l’elezione di Szumski e, probabilmente, anche di qualche altro candidato della lista. Il 73enne ex leghista ha deciso di attendere i risultati dello spoglio nel suo ambulatorio della cittadina trevigiana. Già noto per iniziative amministrative “venetiste” – documenti e atti in dialetto, ostilità alle ricorrenze civili nazionali – durante il lockdown per la pandemia si è distinto per la “ribellione” ai protocolli sanitari governativi, in nome della cura tempestiva e della libertà di coscienza. Per questa scelta è stato radiato dall’Ordine dei Medici. Nel 2022 ha fondato l’associazione “Resistere con Szumski”, da cui è nata la candidatura alla presidenza della Regione Veneto. La corsa al ruolo di governatore è fallita ma l’ingresso in Consiglio regionale potrebbe essere il grande obiettivo raggiunto. L'articolo Il medico “free vax” Riccardo Szumski verso l’ingresso in Consiglio: la sorpresa delle Regionali in Veneto proviene da Il Fatto Quotidiano.
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