A urne ancora aperte c’è un primo dato molto particolare che arriva dal Veneto.
Alle 23 il voto per il referendum “batte” quello per i deputati. In 126 comuni
di Rovigo e Padova si vota infatti anche per le suppletive alla Camera nel
collegio uninominale 2-01, che comprende l’intera provincia di Rovigo e 35
comuni di Padova, e e nel collegio 2-02, che comprende 41 comuni padovani. Si
vota per eleggere due deputati per riempire i posti lasciati liberi dal
presidente della Regione Alberto Stefani e dal suo assessore Massimo Bitonci. E
domenica sera, in questi comuni, l’affluenza è stata più alta per il quesito
sulla riforma costituzionale, con uno scarto medio di oltre sei punti. Un dato
che fa presupporre che molti veneti si sono recati ai seggi senza ritirare la
scheda elettorale per le suppletive.
Guardando l’affluenza nei centri principali, emerge come nel capoluogo polesano
la partecipazione al quesito referendario alle 23 sia arrivata al 49,85% contro
il 45,58% delle suppletive. Ad Adria (Rovigo) vota per il referendum il 47,76%
degli elettori contro il 42,42% alle suppletive. Nel Padovano, a Selvazzano
Dentro vota il 55,51% contro il 52,12% delle suppletive. I candidati nel
collegio rodigino sono il tesoriere della Lega Alberto Di Rubba, Giacomo
Bovolenta di Italia Viva per il centrosinistra (senza M5s) e Giuseppe Padoan di
Italia Resiste Libera. Nell’altro collegio sono in corsa Giulio Centenaro (Lega)
per il centrodestra, Antonino Stivanello per Pd, Iv e Avs, Andrea Paccagnella
(Ora) e Mario Adinolfi del Popolo della Famiglia.
L'articolo In Veneto il voto per il referendum batte quello per le suppletive
alla Camera: l’affluenza alle 23 è più alta di 6 punti proviene da Il Fatto
Quotidiano.
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Qualcuno potrà pensare che il palato di Snake è stato abituato troppo bene,
qualcun altro che anche i rettili fanno i capricci e inscenano lo sciopero della
fame. Ad ogni modo Snake, così si chiama il protagonista di questa storia,
rischia di morire di fame, e i suoi proprietari lanciano l’allarme chiedendo
aiuto.
LA STORIA DI SNAKE
Il pitone reale mangia ogni 3-4 mesi, non tutti i giorni, e sin da subito Snake
è stato abituato dalla famiglia che lo ha adottato a mangiare topi vivi, bianchi
e piccolini. Peccato che non se ne trovino più e il rettile non abbia intenzione
di nutrirsi d’altro. Emiliano Zambelli Gat, il suo proprietario, si sfoga dalle
pagine del Gazzettino: “Ci trovavamo bene a Belluno, li prendevamo in negozio.
Sono proprio topi da alimentazione, altrimenti andavamo a Sedico. E ci siamo
sempre trovati bene ma da qualche tempo non li tengono più. Ci hanno detto che
le leggi si sono fatte sempre più stringenti e hanno deciso di sospendere il
rifornimento da un mese all’altro, all’improvviso. Ho provato a cercare
allevatori privati, altri negozi, non so più cosa fare“.
UNA CORSA CONTRO IL TEMPO
Diversi esercizi propongono alternative come topi congelati, ma Snake non sa che
farsene: “Abbiamo provato a dargli il topo congelato e il pollo nel sangue ma
niente, non ne vuole sapere. Anche il veterinario ci ha detto che se per 15 anni
è stato abituato in un certo modo non mangerà altro. Bisognerebbe andare dal
veterinario e intubarlo ma si può fare un paio di volte al massimo”. Il tempo
stringe, il pitone non mangia da 4 mesi e la vicenda potrebbe finire male: “Se
ci sono allevatori privati o qualcuno è a conoscenza di un’attività commerciale
che vende topi vivi ci faccia sapere, siamo davvero preoccupati. Tentiamo tutte
le strade pur di salvarlo”, sono le parole della famiglia.
L'articolo “Il mio pitone è a digiuno da 4 mesi perché i negozi non vendono più
topi vivi, e lui non vuole quelli congelati. Aiutatemi, rischia di morire di
fame”: la storia di Snake proviene da Il Fatto Quotidiano.
La festa non finisce mai. Le luci non si sono neppure spente sulle XXV Olimpiadi
Invernali, gli organizzatori non hanno ancora smesso di complimentarsi l’uno con
l’altro per lo scampato pericolo del fiasco planetario, che i soliti noti hanno
avuto l’ideona. Girare forsennatamente sulla giostra degli affari, degli
appalti, dei soldi pubblici, degli sprechi e dei cantieri incompiuti è troppo
eccitante per pensare di smettere. Potrebbero andare in crisi di astinenza dopo
sei anni di promesse, annunci, bugie e luci della ribalta. Ecco partire per
primo l’ex governatore veneto Luca Zaia, che per titillare l’interesse delle
redazioni dei giornali si è rivolto all’agenzia Reuters, poi ha affidato i suoi
pensieri al web, infine ha cominciato a rilasciare interviste.
“Olimpiadi estive in Veneto? Perché no! Se non battiamo il ferro finché è caldo,
prima di rivedere un evento così dovremmo aspettare decenni. La Francia ha
ospitato le Olimpiadi estive due anni fa e ospiterà quelle invernali tra quattro
anni: questo dimostra che visione e coraggio fanno la differenza. Dopo aver
spinto con determinazione perché Cortina d’Ampezzo diventasse sede delle
Olimpiadi invernali, ora la sfida è ancora più grande: portare i Giochi estivi
nel Nord Est, per una grande Olimpiade italiana. Dobbiamo essere sognatori e
visionari. Candidarsi oggi è quasi un dovere morale”. Per essere preso sul
serio, ha detto di avere già un piano in testa, sarebbero le Olimpiadi del
Veneto, da Venezia al Lago di Garda. Praticamente i territori della Serenissima
Repubblica. “Sono pronto a parlarne con Giorgia Meloni”.
A zittire cotanto entusiasmo basterebbero le parole dello scrittore padovano
Matteo Righetto, autore di romanzi ambientati sulle montagne del Nordest, che al
Corriere del Veneto ha dichiarato: “Quando organizzi una festa in casa tua è
tutto bello, fino a una certa ora. Poi bisogna vedere come la ritrovi il giorno
dopo. Viviamo una sorta di incantata fanciullezza permanente: si pensa al
divertimento e non alle conseguenze, a quello che resta, a volte anche alle
macerie. Continuiamo a ragionare con un paradigma vecchio, come fossimo nel
Novecento”.
Eppure l’uscita di Zaia non può essere liquidata con un’alzata di spalle, perché
è il segno di un atteggiamento generale molto più profondo che attraversa la
politica e il mondo dello sport, con una declinazione locale molto particolare.
Una febbre strana ha contagiato i protagonisti del grande show, anche se dietro
le quinte i conti e i bilanci veri non sono ancora stati fatti. Sembra il
rilancio al tavolo da poker del giocatore incallito, il gesto compulsivo di
abbassare la leva di una slot machine, per sentire il tintinnio delle monetine.
Ambizione, calcolo, esaltazione. Qualcuno cede alla tentazione, visto che sui
giornali si cominciano già ad elencare le sedi di gara possibili e nelle stanze
del potere si ipotizza che la data ideale potrebbe essere il 2040, magari a
Roma, piuttosto che a Venezia.
Abbiamo già visto tutto. Venezia che si candidava nel 2010, ma veniva
brutalmente stoppata dal Coni che votava con maggioranza bulgara a favore del
progetto capitolino, poi bloccato dal premier Mario Monti. La ricandidatura di
Roma ritirata dalla sindaca Cinquestelle Virginia Raggi, con una scelta che l’ex
presidente del Coni Giovanni Malagò dieci anni dopo non ha ancora digerito.
Abbiamo già visto le piroette che hanno accompagnato l’edizione invernale appena
conclusa, costata almeno due miliardi solo per organizzarla, oltre a cinque
miliardi per le opere pubbliche. Abbiamo già letto le cronache dei lavoratori
impiegati al freddo con turni di 12 ore in mezzo alla neve, delle cabinovie
rimaste incompiute (al pari di opere per altri 3 miliardi di euro), dei pieni
poteri assegnati al commissario straordinario per trovare scorciatoie
burocratiche e progettuali. Abbiamo visto le gru crescere come foreste e i
boschi veri abbattuti per far posto agli impianti sportivi.
È un film già andato in scena. Che bisogno c’è di riavvolgere la pellicola?
L’unica persona ad avere un po’ di buonsenso sembra essere il nuovo governatore
del Veneto, il leghista Alberto Stefani. Non sembra preoccuparsi del fatto che
Luca Zaia, in evidente e faticosa elaborazione del lutto per il potere smarrito,
cerchi di continuare a fare quello che faceva quando aveva il comando della
giunta, nonostante sia semplicemente il presidente del consiglio regionale,
quindi un regolatore di procedimenti legislativi, non un programmatore delle
politiche regionali. Di fronte al canto delle sirene olimpiche, il giovane
Stefani ha replicato, laconico: “Io voglio essere in prima linea su sociale e
sanità veneta”. Poi anche lui ha seguito l’onda. “È un’ipotesi da esplorare, per
Venezia sarebbe un orgoglio enorme: credo che ciascun presidente del Veneto
sarebbe orgoglioso di qualcosa del genere”.
Chi la sa più lunga di tutti è Giovanni Malagò. Dapprima ha invitato alla calma:
“Credo che oggi non sia giusto trattare l’argomento, è prematuro parlarne”. Ma
anche lui si è lasciato ingolosire: “Dall’Arena di Verona al Colosseo? Nel mio
discorso ho invitato i giovani ad avere il coraggio di sognare in grande”.
Messaggio chiarissimo: se c’è una possibilità, questa deve passare dai
professionisti della politica sportiva italiana, quindi da Roma. Zaia si
consoli, il Veneto ha già avuto il suo momento di gloria.
L'articolo Olimpiadi, la giostra è troppo eccitante per smettere. Ma la proposta
dei Giochi veneti è un film già visto proviene da Il Fatto Quotidiano.
“In trentatré anni di lavoro non mi era mai capitata una cosa del genere, ho
ordinato al nostro autista di non mettersi al volante“. Vito Battistuzzi,
titolare della ditta Autoservizi Battistuzzi snc, ha commentato così la vicenda
che ha coinvolto l’autista di uno dei pullman appartenenti all’azienda e una
scolaresca di un istituto superiore padovano. Secondo quanto riportato da
Battistuzzi a Il Gazzettino, i ragazzi hanno fatto baldoria tutta la notte
nell’hotel in cui alloggiavano in occasione della gita a Praga.
Nella stessa struttura era ospite anche l’autista che, a causa dell’eccessivo
chiasso, ha trascorso la notte insonne. Il mattino successivo l’uomo si è
rifiutato di guidare e la scolaresca ha girato la capitale della Repubblica Ceca
a piedi. Battistuzzi ha dichiarato: “In trentatré anni di lavoro non mi era mai
capitata una cosa del genere. Tant’è che, vista la gravità della cosa, ho
ordinato al nostro autista di non mettersi al volante per non porre a rischio
l’incolumità dei 74 passeggeri”.
E ancora: “La scolaresca, che mi risulta essere una classe di un istituto
superiore del padovano ieri è andata in giro a piedi per Praga”. Il proprietario
dell’azienda ha preteso dagli insegnanti la garanzia che i ragazzi si sarebbero
comportati in modo adeguato nella notte tra mercoledì 11 e giovedì 12 febbraio,
così da permettere al guidatore di riposare e di riportare il gruppo sano e
salvo a Padova. In caso contrario, Battistuzzi ha dichiarato che avrebbe fatto
rientrare il pullman vuoto da Praga.
L’imprenditore ha ricostruito i fatti: “Fatico a capacitarmi di quanto è
accaduto. A chiamarmi alle 8.30 è stato uno degli insegnanti. Dicendomi che il
nostro autista non era in grado di condurre il mezzo e dunque di portare la
scolaresca in giro per la città, secondo quanto era stato prefissato, perché
stanchissimo non avendo chiuso occhio tutta la notte. Alla mia domanda di cosa
fosse accaduto, il docente mi ha risposto che i ragazzi si erano divertiti,
avevano fatto baraonda, con chiasso e disastri vari, non vi dico le condizioni
in cui hanno ridotto il pullman. Erano tutti nello stesso albergo e nessuno era
riuscito a dormire. A quel punto ho chiamato il nostro autista che mi ha
confermato tutta la vicenda. Ho così contattato l’agenzia che aveva
commissionato il viaggio, pretendendo la conferma che la notte seguente
sarebbero stati tranquilli. In caso contrario avrei fatto rientrare il nostro
pullman vuoto e che provvedessero pure in altro modo. Intanto hanno dovuto
visitare Praga a piedi. Il commento del docente è stato: ma sono ragazzi, si
devono sfogare. No signori, non ci siamo, a partire dal pullman ridotto ad un
immondezzaio“. Battistuzzi ha concluso dicendo che la sua compagnia non si
occupa da diverso tempo di gite scolastiche: “Ormai non le facciamo più perchè
non vogliamo perdere i nostri autisti. In questo caso di Praga abbiamo dato
supporto a un’altra azienda di trasporto, il loro autista si era ammalato, così
abbiamo mandato uno dei nostri”.
L'articolo “Ho ordinato all’autista di non guidare, non ha riposato per il
chiasso notturno degli alunni. Non mi è mai capitata una cosa del genere”: gita
movimentata a Praga proviene da Il Fatto Quotidiano.
“Chi vorresti lasciare a casa?”. Questa una delle domande del questionario
distribuito ai lavoratori della Bluergo di Castelfranco Veneto, in provincia di
Treviso, alla vigilia di Natale. L’azienda – che produce componenti elettrici –
ha una sessantina di addetti. Tra le domande, una chiede di indicare criteri per
esclusioni “eventuali“. Recita così: “Nel caso ritenessi utile procedere subito
alla riduzione del personale, o per altri motivi si debba comunque procedere in
quel senso, con quali criteri ritieni debbano essere scelte le persone da
lasciare a casa?”. Per decidere chi licenziare si sceglie tra cinque opzioni. I
criteri sono: persone che si propongono volontarie; prima i part–time; le
persone senza carichi familiari; i più giovani; altro (da specificare).
Come riporta La Tribuna di Treviso, le proteste dell’organico sono state
immediate, sia per il merito che per l’impostazione della richiesta. Tanto che
c’è chi ha paragonato l’iniziativa alla serie Squid Game, in cui i “giocatori”
sono spinti a una competizione interna in cui le persone vengono messe una
contro l’altra in nome della sopravvivenza. A inasprire il clima – già teso per
i problemi economici dell’azienda – è stata la richiesta di indicare il proprio
nome sul questionario. Solo una decina di moduli è stata in realtà restituita
firmata a riprova del disagio diffuso.
L’azienda, per parte sua, si è difesa con il titolare Bruno Scapin che ha
parlato di “semplice strumento di ascolto” e di “indagine interna per testare il
clima aziendale”: “Il mercato è in crisi – ha aggiunto – e il nostro obiettivo è
quello di scongiurare i licenziamenti”. Intanto, questa mattina si è tenuto un
incontro di chiarimento tra la proprietà e i dipendenti per chiarire le
intenzioni aziendali e le prospettive occupazionali.
La Fiom Cgil di Treviso ha commentato l’accaduto, esprimendo “la propria
indignazione e il profondo sconcerto” per il questionario, ritenuto “una mossa
scellerata che sposta la responsabilità del licenziamento sui lavoratori
stessi”. Per il sindacato questa pratica “trasforma un momento di crisi e già
drammatico in un gioco crudele ed è un attacco alla dignità dei lavoratori”.
Inoltre, la richiesta dell’azienda è ritenuta “una manipolazione inaccettabile
della solidarietà che dovrebbe regnare tra colleghi”. Per il segretario generale
Manuel Moretto questa “non è solo una mancanza di rispetto nei confronti dei
lavoratori e delle lavoratrici, ma un tentativo di disgregare il tessuto sociale
di un’azienda. Questi metodi – ha concluso – non rappresentano nemmeno una
consultazione democratica. Non permetteremo che i lavoratori siano costretti a
giocare a questa partita umiliante“.
Foto da Facebook
L'articolo “Chi vorresti licenziare?”. Il questionario ai dipendenti di
un’azienda trevigiana. La Fiom: “Gioco crudele, indignati e sconcertati”
proviene da Il Fatto Quotidiano.
In comunità per scontare la pena di triplice omicidio stradale, si è allontanata
ed è stata investita da un’auto. Angelika Hutter è ora in gravissime condizioni.
Il 6 luglio del 2023 la designer tedesca di 34 anni travolse in auto e uccise il
piccolo Mattia Antoniello, il padre Marco (47 anni) e la nonna Maria Grazia Zuin
(64 anni). La famiglia era di Favaro Veneto e si trovava in vacanza a Santo
Stefano di Cadore, in provincia di Belluno.
In carcere fino al marzo del 2024, alla donna era stata riconosciuta l’infermità
mentale e le era stato imposto di scontare la pena nella struttura “Don Girelli”
di Ronco all’Adige, in provincia di Verona. Domenica 28 dicembre, Angelica ha
scavalcato la siepe ed è evasa: la scena è stata ripresa dalle videocamere di
sorveglianza e il personale ha subito allertato le forze dell’ordine.
La fuga della donna era in direzione della strada lì vicino, la Provinciale 19.
All’altezza di via Saletto, però, è stata investita da un suv, una Volvo 760c
guidata da un 77enne veronese. Sul posto sono intervenuti la Polizia stradale di
Legnago per i rilievi e Verona emergenza per portare via la donna in ambulanza.
Arrivata in stato di incoscienza, la donna è ricoverata nel reparto di terapia
intensiva dell’ospedale di Borgo Trento. Ancora da chiarire le dinamiche
dell’incidente.
L'articolo Angelika Hutter fugge dalla comunità e viene investita: nel 2023
uccise con l’auto una famiglia proviene da Il Fatto Quotidiano.
Ora si indaga per omicidio. L’ipotesi di reato è stata formulata dopo la
conclusione dell’autopsia del corpo di Diana Canevarolo, la donna di 49 anni che
era stata ritrovata gravemente ferita nel cortile della sua abitazione a Torri
di Quartesolo, in provincia di Vicenza. L’autopsia è stata effettuata
all’ospedale di Vicenza ed è durata oltre sei ore. Secondo le prime
indiscrezioni, è stata scartata l’ipotesi di caduta accidentale come hanno
confermato il figlio della vittima e il legale del marito.
La donna è stata trovata senza vita la settimana scorsa e la Procura di Vicenza
aveva disposto l’autopsia del cadavere. Sul corpo alcune ferite, di cui una
ampia sulla parte sinistra del cranio. Non si esclude nessuna pista, ma l’esito
dell’autopsia ha indirizzato gli inquirenti verso l’ipotesi di un delitto
causato dalla violenta aggressione.
Gli investigatori hanno raccolte le testimonianze di familiari e amici. Al
vaglio anche le tracce di sangue che sarebbero state trovate vicino a una
panchina a circa un metro e mezzo dal corpo. La casa, come riportano i media
locali, è stata sequestrata e sarà probabilmente oggetto di un nuovo sopralluogo
degli esperti della Scientifica. Verranno passate al setaccio anche le immagini
dei filmati delle telecamere di sorveglianza distribuite nella zona, per
verificare la presenza di estranei o sospetti nella zona in cui poi è stata
trovata la 49enne in una pozza di sangue.
L'articolo Si indaga per omicidio per la morte di Diana Canevarolo: dopo
l’autopsia scartata l’ipotesi di un incidente proviene da Il Fatto Quotidiano.
È racchiuso in 203.054 preferenze il plebiscito di Luca Zaia, governatore veneto
che non si è rassegnato alla conclusione di tre lustri di potere. Aveva
fortissimamente voluto restare in sella per la quarta volta. La legge glielo ha
impedito. Avrebbe voluto una lista con il proprio nome, ma gli alleati di
centrodestra non l’hanno consentito. Si è così candidato come capolista in tutte
le sette circoscrizioni del Veneto e ha raccolto una pioggia di voti. Per
l’appunto più di 200mila preferenze su un totale di 607.220 voti raccolti dalla
Lega. Un leghista su tre lo ha scelto, pur sapendo che il suo destino (al di là
delle dichiarazioni di convenienza) non sarà legato al nuovo consiglio regionale
di cui è entrato a far parte. Il numero di preferenze equivale a un elettore su
sei del centrodestra, visto che il neo eletto Alberto Stefani ha ottenuto un
milione 211mila e 356 voti, pari al 64,39 per cento di chi è andato alle urne.
Siccome nella lista si potevano indicare solo due nomi, un candidato uomo e una
candidata donna, la presenza di Zaia ha comunque provocato delusioni e
bocciature per non pochi degli altri candidati leghisti, rimasti fuori
dall’elenco dei 19 eletti dal partito.
IL FATTORE Z. PROVOCA IL RIBALTONE
I numeri disegnano la forza di traino che il fattore Z. ha portato in queste
elezioni, consentendo alla Lega di doppiare Fratelli d’Italia, da cui era
distanziata alle europee del 2024: 13,15 per cento al partito di Salvini, 37,58
per cento al partito di Meloni. Adesso la Lega è al 36,28 per cento, il doppio
del 18,69 per cento di FdI, infatti i seggi dei padani sono 19 quelli del
partito di governo solo 9, mentre le aspettative del coordinatore regionale Luca
De Carlo erano esattamente opposte. Zaia con 203.054 preferenze ha ottenuto più
voti di tutti gli altri leghisti e leghiste messi assieme. Le donne hanno
registrato 99.756 preferenze, gli uomini 97.793 voti, comunque al di sotto di
quota 200 mila. È solo così che gli uomini (Zaia compreso) hanno contato 298.847
preferenze, circa la metà dei 607 mila voti della Lega, il che significa che
metà dell’elettorato si è accontentato di mettere una croce sul simbolo, senza
esprimere una preferenza individuale, a dimostrazione che il simbolo della Lega
gode di una attrattiva che esula da quella dello stesso ex governatore.
TREVISO LA ROCCAFORTE
Zaia ha costruito il proprio successo personale, a costo di cannibalizzare la
Lega, a partire dalla provincia di Treviso dove ha ottenuto 48.253 preferenze e
la Lega ha raggiunto il 40,78 per cento. Lì i padani hanno registrato 127.882
voti, pari al 40,78 per cento. Le preferenze attribuite a un candidato-donna
sono state 21.088, agli altri uomini 18.438. Lo strapotere di Zaia ha fatto
qualche vittima illustre, come l’ex portavoce dell’intergruppo leghista in
consiglio regionale Alberto Villanova. Secondo feudo, la provincia di Vicenza,
con 44.252 preferenze su 119.680 voti leghisti. Anche in questo caso gli altri
candidati non hanno preso tutti assieme i voti di Zaia, con il risultato di
un’esclusione eccellente, quella di Roberto Ciambetti, con alle spalle quattro
legislature, di cui due da presidente del consiglio regionale. Zaia ha raccolto
nelle altre province venete le seguenti preferenze: 35.701 a Padova, 32.961 a
Venezia, 29.078 a Verona, 6.883 a Rovigo e 5.926 a Belluno.
“HO VOLUTO QUESTA PROVA”
Il governatore uscente ha spiegato così la sua soddisfazione. “Mi si apre il
cuore. Mi sono messo a disposizione perché Alberto Stefani mi aveva chiesto se
gli davo una mano. Ho voluto questo banco di prova. Penso a un segno di
vicinanza e ringraziamento, dopo quindici anni e mezzo i cittadini mi vogliono
ancora bene”. Ha una spiegazione anche per la bassa affluenza, considerando che
su 4 milioni 294 mila elettori, sono andati a votare solo un milione 917 mila
cittadini, mentre 2 milioni e 377 mila sono rimasti a casa. Naturalmente la
lettura è centrata su se stesso e non sulla disaffezione generale per effetto di
una gestione della politica veneta non soddisfacente: “Molti si sono arrabbiati
per il trattamento che ho avuto, il terzo mandato negato, il no alla Lista Zaia.
L’avevo detto: la Lista Zaia non essendo un soggetto politico avrebbe portato
più gente a votare e avremmo avuto più consiglieri di maggioranza”.
Glissa, come ha fatto in questi mesi, sul suo futuro. Non sa se farà il
presidente del consiglio regionale, impegno che non sembra gradire, visto che
richiederebbe una presenza continua nell’assemblea dove da governatore negli
ultimi cinque anni si è presentato solo per una manciata di sedute, con un tasso
di assenteismo del 94 per cento. Non sa neanche se farà l’assessore, ma la sua
presenza sarebbe molto ingombrante per il neo eletto Stefani, che sentirebbe sul
collo il fiato del predecessore. Una cosa però aggiunge, a dimostrazione di come
le sue ambizioni non siano ancora finite nel cassetto: “Non ho avuto paura di
misurarmi con l’elettorato e ora sono perfettamente ricandidabile alla
presidenza della Regione. È questa l’assurdità della legge che non hanno voluto
cambiare”. Non ha digerito il boccone amaro e sembra dimenticare che se è
formalmente rieleggibile occorre attendere che vada a compimento la legislatura
che dura cinque anni.
Per il momento resterà in consiglio regionale, con un ruolo di padre nobile. Il
prossimo anno si terranno le elezioni del sindaco di Venezia e le supplettive
per sostituire in Parlamento il posto che sarà lasciato libero da Alberto
Stefani. Con il bagaglio di preferenze che ha ottenuto, Zaia non ha che da
chiedere. Il referendum che ha indetto sulla propria persona porterà ancora
frutti copiosi alla sua vigna che si trova nel cuore dello Zaiastan.
L'articolo In Veneto il fattore Zaia provoca il ribaltone a destra: più di
200mila preferenze personali e la Lega doppia Fdi proviene da Il Fatto
Quotidiano.
VENEZIA – Giovane, il volto di una persona perbene, nessuna polemica sopra le
righe e un curriculum politico cominciato da amministratore locale, poi
proseguito con l’elezione alla Camera. Con una percentuale superiore al 60 per
cento dei voti, il padovano Alberto Stefani, moderato ed equilibrato enfant
prodige della Lega in Veneto, ha ottenuto la successione alla poltrona di Doge
che per tre lustri è appartenuta a Luca Zaia. In qualche modo un successo
annunciato, in una regione da sempre a vocazione di centrodestra, in ogni caso
costruito con accortezza e utilizzando al massimo il traino del governatore
uscente. Eppure c’era qualche spunto perché Zaia e Stefani non andassero
d’accordo. Innanzitutto il fatto che il trentatreenne nato a Camposampiero,
diventato deputato nel 2018 ad appena 25 anni, poi anche sindaco di Borgoricco
nel 2018, avesse compiuto la sua ascesa politica all’interno della Lega
appoggiandosi a Matteo Salvini.
È stato il segretario federale ad individuarlo come suo plenipotenziario in
Veneto, chiedendogli di tenere testa allo strapotere di Zaia. La polarizzazione
non si è trasformata in scontro interno per tanti motivi. Innanzitutto perché
Stefani ha capito che non avrebbe potuto esistere senza trovare il modo di
andare d’accordo con il governatore. Ma anche perché Zaia non ha mai accelerato
per cercare di strappare la leadership nazionale di Salvini, accontentandosi (si
fa per dire) di un ruolo di potere quasi assoluto all’interno dei confini del
Veneto. Anzi, quando nel 2023 si sono svolte le votazioni per il nuovo
segretario regionale della Liga Veneto-Lega Nord, Zaia ha capito come sarebbe
andata a finire e non ha fatto la guerra al commissario di Salvini che aveva
retto il partito nei tre anni precedenti. Qualche leghista nostalgico di una
Lega radicata nel territorio e contraria alle aperure del segretario federale
per farne un soggetto politico a dimensione nazionale, avrebbe voluto coltivare
una candidatura alternativa alla segreteria rispetto a quella di Stefani.
Uno di questi era l’assessore Roberto Marcato, padovano, che ha in più occasioni
contestato la linea salviniana. Nel momento cruciale Zaia non si è schierato
contro Salvini, anzi durante il congresso regionale ha dato il via libera a
Stefani. Quest’ultimo da allora in poi ha condotto i giochi puntando a una
ripresa del partito, sceso nel frattempo ai minimi storici e a consolidare
l’accordo con Zaia. Lo ha appoggiato quando il governatore chiedeva il quarto
mandato e anche quando voleva presentare una lista alternativa a Fratelli
d’Italia, se il partito di Giorgia Meloni avesse insistito a pretendere un
proprio candidato alla presidenza del Veneto. E’ così nata l’idea di candidare
Zaia a capolista in tutte le province venete, per risollevare il peso
elettorale, in una battaglia senza esclusione di colpi con Fratelli d’Italia.
Stefani è un personaggio in buona parte da scoprire fuori dal Veneto. Ha
frequentato il liceo scientifico di Camposampiero diplomandosi nel 2011. E’ poi
diventato coordinatore provinciale di Padova del movimento giovanile della Lega.
Nel 2014 è stato eletto consigliere comunale a Borgoricco. Nel 2017 si è
laureato in giurisprudenza all’università di Padova, discutendo una tesi in
diritto canonico e storia del diritto, materie che ha coltivato da ricercatore.
La sua consacrazione politica è arrivata con l’elezione per la seconda volta
alla Camera, nel 2022, nel collegio uninominale di Rovigo. Nel 2024 ha tirato la
volata alle ambizioni di Zaia, presentando un disegno di legge come primo
firmatario per modificare la legge del 2004 che limitava a soli due mandati la
presidenza di regione, al fine di aumentarne il numero a tre. È stato il primo
firmatario di una proposta di legge per abrogare la legge Delrio, con la
richiesta di ripristinare le Province quali enti di primo livello
amministrativo. Per trainare la riforma autonomista dello stato voluta da Zaia è
stato nominato dai presidenti di Camera e Senato alla presidenza della
Commissione Bicamerale per l’attuazione del federalismo fiscale. Intanto ha
tenuto saldi i legami con Salvini che nel 2024 lo ha nominato vicesegretario.
Consolidatosi a via Bellerio e in Veneto, Stefani ha condotto una campagna
elettorale dall’esito scontato, che pure non ha improntato a temi strettamente
identitari, ma aperto alla dimensione sociale e ai diritti.
L'articolo Veneto: il traino di Zaia fa vincere Stefani, enfant prodige della
Lega scelto da Salvini per tenere testa all’ex governatore proviene da Il Fatto
Quotidiano.
È considerata la vera sorpresa delle Regionali in Veneto. Mentre è ormai
definitiva la prevista elezione del leghista Alberto Stefani come nuovo
presidente della Regione, le proiezioni e lo spoglio evidenziano il quasi certo
ingresso in Consiglio del medico “free vax” Riccardo Szumski. La lista
“Resistere Veneto” – capeggiata proprio dall’ex sindaco di Santa Lucia di Piave
(in provincia di Treviso) – viene stimata intorno al 5,1%, quindi ben oltre
sopra la soglia di sbarramento. Un dato che permetterebbe l’elezione di Szumski
e, probabilmente, anche di qualche altro candidato della lista.
Il 73enne ex leghista ha deciso di attendere i risultati dello spoglio nel suo
ambulatorio della cittadina trevigiana. Già noto per iniziative amministrative
“venetiste” – documenti e atti in dialetto, ostilità alle ricorrenze civili
nazionali – durante il lockdown per la pandemia si è distinto per la
“ribellione” ai protocolli sanitari governativi, in nome della cura tempestiva e
della libertà di coscienza. Per questa scelta è stato radiato dall’Ordine dei
Medici. Nel 2022 ha fondato l’associazione “Resistere con Szumski”, da cui è
nata la candidatura alla presidenza della Regione Veneto. La corsa al ruolo di
governatore è fallita ma l’ingresso in Consiglio regionale potrebbe essere il
grande obiettivo raggiunto.
L'articolo Il medico “free vax” Riccardo Szumski verso l’ingresso in Consiglio:
la sorpresa delle Regionali in Veneto proviene da Il Fatto Quotidiano.