“Chi vorresti lasciare a casa?”. Questa una delle domande del questionario
distribuito ai lavoratori della Bluergo di Castelfranco Veneto, in provincia di
Treviso, alla vigilia di Natale. L’azienda – che produce componenti elettrici –
ha una sessantina di addetti. Tra le domande, una chiede di indicare criteri per
esclusioni “eventuali“. Recita così: “Nel caso ritenessi utile procedere subito
alla riduzione del personale, o per altri motivi si debba comunque procedere in
quel senso, con quali criteri ritieni debbano essere scelte le persone da
lasciare a casa?”. Per decidere chi licenziare si sceglie tra cinque opzioni. I
criteri sono: persone che si propongono volontarie; prima i part–time; le
persone senza carichi familiari; i più giovani; altro (da specificare).
Come riporta La Tribuna di Treviso, le proteste dell’organico sono state
immediate, sia per il merito che per l’impostazione della richiesta. Tanto che
c’è chi ha paragonato l’iniziativa alla serie Squid Game, in cui i “giocatori”
sono spinti a una competizione interna in cui le persone vengono messe una
contro l’altra in nome della sopravvivenza. A inasprire il clima – già teso per
i problemi economici dell’azienda – è stata la richiesta di indicare il proprio
nome sul questionario. Solo una decina di moduli è stata in realtà restituita
firmata a riprova del disagio diffuso.
L’azienda, per parte sua, si è difesa con il titolare Bruno Scapin che ha
parlato di “semplice strumento di ascolto” e di “indagine interna per testare il
clima aziendale”: “Il mercato è in crisi – ha aggiunto – e il nostro obiettivo è
quello di scongiurare i licenziamenti”. Intanto, questa mattina si è tenuto un
incontro di chiarimento tra la proprietà e i dipendenti per chiarire le
intenzioni aziendali e le prospettive occupazionali.
La Fiom Cgil di Treviso ha commentato l’accaduto, esprimendo “la propria
indignazione e il profondo sconcerto” per il questionario, ritenuto “una mossa
scellerata che sposta la responsabilità del licenziamento sui lavoratori
stessi”. Per il sindacato questa pratica “trasforma un momento di crisi e già
drammatico in un gioco crudele ed è un attacco alla dignità dei lavoratori”.
Inoltre, la richiesta dell’azienda è ritenuta “una manipolazione inaccettabile
della solidarietà che dovrebbe regnare tra colleghi”. Per il segretario generale
Manuel Moretto questa “non è solo una mancanza di rispetto nei confronti dei
lavoratori e delle lavoratrici, ma un tentativo di disgregare il tessuto sociale
di un’azienda. Questi metodi – ha concluso – non rappresentano nemmeno una
consultazione democratica. Non permetteremo che i lavoratori siano costretti a
giocare a questa partita umiliante“.
Foto da Facebook
L'articolo “Chi vorresti licenziare?”. Il questionario ai dipendenti di
un’azienda trevigiana. La Fiom: “Gioco crudele, indignati e sconcertati”
proviene da Il Fatto Quotidiano.
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In comunità per scontare la pena di triplice omicidio stradale, si è allontanata
ed è stata investita da un’auto. Angelika Hutter è ora in gravissime condizioni.
Il 6 luglio del 2023 la designer tedesca di 34 anni travolse in auto e uccise il
piccolo Mattia Antoniello, il padre Marco (47 anni) e la nonna Maria Grazia Zuin
(64 anni). La famiglia era di Favaro Veneto e si trovava in vacanza a Santo
Stefano di Cadore, in provincia di Belluno.
In carcere fino al marzo del 2024, alla donna era stata riconosciuta l’infermità
mentale e le era stato imposto di scontare la pena nella struttura “Don Girelli”
di Ronco all’Adige, in provincia di Verona. Domenica 28 dicembre, Angelica ha
scavalcato la siepe ed è evasa: la scena è stata ripresa dalle videocamere di
sorveglianza e il personale ha subito allertato le forze dell’ordine.
La fuga della donna era in direzione della strada lì vicino, la Provinciale 19.
All’altezza di via Saletto, però, è stata investita da un suv, una Volvo 760c
guidata da un 77enne veronese. Sul posto sono intervenuti la Polizia stradale di
Legnago per i rilievi e Verona emergenza per portare via la donna in ambulanza.
Arrivata in stato di incoscienza, la donna è ricoverata nel reparto di terapia
intensiva dell’ospedale di Borgo Trento. Ancora da chiarire le dinamiche
dell’incidente.
L'articolo Angelika Hutter fugge dalla comunità e viene investita: nel 2023
uccise con l’auto una famiglia proviene da Il Fatto Quotidiano.
Ora si indaga per omicidio. L’ipotesi di reato è stata formulata dopo la
conclusione dell’autopsia del corpo di Diana Canevarolo, la donna di 49 anni che
era stata ritrovata gravemente ferita nel cortile della sua abitazione a Torri
di Quartesolo, in provincia di Vicenza. L’autopsia è stata effettuata
all’ospedale di Vicenza ed è durata oltre sei ore. Secondo le prime
indiscrezioni, è stata scartata l’ipotesi di caduta accidentale come hanno
confermato il figlio della vittima e il legale del marito.
La donna è stata trovata senza vita la settimana scorsa e la Procura di Vicenza
aveva disposto l’autopsia del cadavere. Sul corpo alcune ferite, di cui una
ampia sulla parte sinistra del cranio. Non si esclude nessuna pista, ma l’esito
dell’autopsia ha indirizzato gli inquirenti verso l’ipotesi di un delitto
causato dalla violenta aggressione.
Gli investigatori hanno raccolte le testimonianze di familiari e amici. Al
vaglio anche le tracce di sangue che sarebbero state trovate vicino a una
panchina a circa un metro e mezzo dal corpo. La casa, come riportano i media
locali, è stata sequestrata e sarà probabilmente oggetto di un nuovo sopralluogo
degli esperti della Scientifica. Verranno passate al setaccio anche le immagini
dei filmati delle telecamere di sorveglianza distribuite nella zona, per
verificare la presenza di estranei o sospetti nella zona in cui poi è stata
trovata la 49enne in una pozza di sangue.
L'articolo Si indaga per omicidio per la morte di Diana Canevarolo: dopo
l’autopsia scartata l’ipotesi di un incidente proviene da Il Fatto Quotidiano.
È racchiuso in 203.054 preferenze il plebiscito di Luca Zaia, governatore veneto
che non si è rassegnato alla conclusione di tre lustri di potere. Aveva
fortissimamente voluto restare in sella per la quarta volta. La legge glielo ha
impedito. Avrebbe voluto una lista con il proprio nome, ma gli alleati di
centrodestra non l’hanno consentito. Si è così candidato come capolista in tutte
le sette circoscrizioni del Veneto e ha raccolto una pioggia di voti. Per
l’appunto più di 200mila preferenze su un totale di 607.220 voti raccolti dalla
Lega. Un leghista su tre lo ha scelto, pur sapendo che il suo destino (al di là
delle dichiarazioni di convenienza) non sarà legato al nuovo consiglio regionale
di cui è entrato a far parte. Il numero di preferenze equivale a un elettore su
sei del centrodestra, visto che il neo eletto Alberto Stefani ha ottenuto un
milione 211mila e 356 voti, pari al 64,39 per cento di chi è andato alle urne.
Siccome nella lista si potevano indicare solo due nomi, un candidato uomo e una
candidata donna, la presenza di Zaia ha comunque provocato delusioni e
bocciature per non pochi degli altri candidati leghisti, rimasti fuori
dall’elenco dei 19 eletti dal partito.
IL FATTORE Z. PROVOCA IL RIBALTONE
I numeri disegnano la forza di traino che il fattore Z. ha portato in queste
elezioni, consentendo alla Lega di doppiare Fratelli d’Italia, da cui era
distanziata alle europee del 2024: 13,15 per cento al partito di Salvini, 37,58
per cento al partito di Meloni. Adesso la Lega è al 36,28 per cento, il doppio
del 18,69 per cento di FdI, infatti i seggi dei padani sono 19 quelli del
partito di governo solo 9, mentre le aspettative del coordinatore regionale Luca
De Carlo erano esattamente opposte. Zaia con 203.054 preferenze ha ottenuto più
voti di tutti gli altri leghisti e leghiste messi assieme. Le donne hanno
registrato 99.756 preferenze, gli uomini 97.793 voti, comunque al di sotto di
quota 200 mila. È solo così che gli uomini (Zaia compreso) hanno contato 298.847
preferenze, circa la metà dei 607 mila voti della Lega, il che significa che
metà dell’elettorato si è accontentato di mettere una croce sul simbolo, senza
esprimere una preferenza individuale, a dimostrazione che il simbolo della Lega
gode di una attrattiva che esula da quella dello stesso ex governatore.
TREVISO LA ROCCAFORTE
Zaia ha costruito il proprio successo personale, a costo di cannibalizzare la
Lega, a partire dalla provincia di Treviso dove ha ottenuto 48.253 preferenze e
la Lega ha raggiunto il 40,78 per cento. Lì i padani hanno registrato 127.882
voti, pari al 40,78 per cento. Le preferenze attribuite a un candidato-donna
sono state 21.088, agli altri uomini 18.438. Lo strapotere di Zaia ha fatto
qualche vittima illustre, come l’ex portavoce dell’intergruppo leghista in
consiglio regionale Alberto Villanova. Secondo feudo, la provincia di Vicenza,
con 44.252 preferenze su 119.680 voti leghisti. Anche in questo caso gli altri
candidati non hanno preso tutti assieme i voti di Zaia, con il risultato di
un’esclusione eccellente, quella di Roberto Ciambetti, con alle spalle quattro
legislature, di cui due da presidente del consiglio regionale. Zaia ha raccolto
nelle altre province venete le seguenti preferenze: 35.701 a Padova, 32.961 a
Venezia, 29.078 a Verona, 6.883 a Rovigo e 5.926 a Belluno.
“HO VOLUTO QUESTA PROVA”
Il governatore uscente ha spiegato così la sua soddisfazione. “Mi si apre il
cuore. Mi sono messo a disposizione perché Alberto Stefani mi aveva chiesto se
gli davo una mano. Ho voluto questo banco di prova. Penso a un segno di
vicinanza e ringraziamento, dopo quindici anni e mezzo i cittadini mi vogliono
ancora bene”. Ha una spiegazione anche per la bassa affluenza, considerando che
su 4 milioni 294 mila elettori, sono andati a votare solo un milione 917 mila
cittadini, mentre 2 milioni e 377 mila sono rimasti a casa. Naturalmente la
lettura è centrata su se stesso e non sulla disaffezione generale per effetto di
una gestione della politica veneta non soddisfacente: “Molti si sono arrabbiati
per il trattamento che ho avuto, il terzo mandato negato, il no alla Lista Zaia.
L’avevo detto: la Lista Zaia non essendo un soggetto politico avrebbe portato
più gente a votare e avremmo avuto più consiglieri di maggioranza”.
Glissa, come ha fatto in questi mesi, sul suo futuro. Non sa se farà il
presidente del consiglio regionale, impegno che non sembra gradire, visto che
richiederebbe una presenza continua nell’assemblea dove da governatore negli
ultimi cinque anni si è presentato solo per una manciata di sedute, con un tasso
di assenteismo del 94 per cento. Non sa neanche se farà l’assessore, ma la sua
presenza sarebbe molto ingombrante per il neo eletto Stefani, che sentirebbe sul
collo il fiato del predecessore. Una cosa però aggiunge, a dimostrazione di come
le sue ambizioni non siano ancora finite nel cassetto: “Non ho avuto paura di
misurarmi con l’elettorato e ora sono perfettamente ricandidabile alla
presidenza della Regione. È questa l’assurdità della legge che non hanno voluto
cambiare”. Non ha digerito il boccone amaro e sembra dimenticare che se è
formalmente rieleggibile occorre attendere che vada a compimento la legislatura
che dura cinque anni.
Per il momento resterà in consiglio regionale, con un ruolo di padre nobile. Il
prossimo anno si terranno le elezioni del sindaco di Venezia e le supplettive
per sostituire in Parlamento il posto che sarà lasciato libero da Alberto
Stefani. Con il bagaglio di preferenze che ha ottenuto, Zaia non ha che da
chiedere. Il referendum che ha indetto sulla propria persona porterà ancora
frutti copiosi alla sua vigna che si trova nel cuore dello Zaiastan.
L'articolo In Veneto il fattore Zaia provoca il ribaltone a destra: più di
200mila preferenze personali e la Lega doppia Fdi proviene da Il Fatto
Quotidiano.
VENEZIA – Giovane, il volto di una persona perbene, nessuna polemica sopra le
righe e un curriculum politico cominciato da amministratore locale, poi
proseguito con l’elezione alla Camera. Con una percentuale superiore al 60 per
cento dei voti, il padovano Alberto Stefani, moderato ed equilibrato enfant
prodige della Lega in Veneto, ha ottenuto la successione alla poltrona di Doge
che per tre lustri è appartenuta a Luca Zaia. In qualche modo un successo
annunciato, in una regione da sempre a vocazione di centrodestra, in ogni caso
costruito con accortezza e utilizzando al massimo il traino del governatore
uscente. Eppure c’era qualche spunto perché Zaia e Stefani non andassero
d’accordo. Innanzitutto il fatto che il trentatreenne nato a Camposampiero,
diventato deputato nel 2018 ad appena 25 anni, poi anche sindaco di Borgoricco
nel 2018, avesse compiuto la sua ascesa politica all’interno della Lega
appoggiandosi a Matteo Salvini.
È stato il segretario federale ad individuarlo come suo plenipotenziario in
Veneto, chiedendogli di tenere testa allo strapotere di Zaia. La polarizzazione
non si è trasformata in scontro interno per tanti motivi. Innanzitutto perché
Stefani ha capito che non avrebbe potuto esistere senza trovare il modo di
andare d’accordo con il governatore. Ma anche perché Zaia non ha mai accelerato
per cercare di strappare la leadership nazionale di Salvini, accontentandosi (si
fa per dire) di un ruolo di potere quasi assoluto all’interno dei confini del
Veneto. Anzi, quando nel 2023 si sono svolte le votazioni per il nuovo
segretario regionale della Liga Veneto-Lega Nord, Zaia ha capito come sarebbe
andata a finire e non ha fatto la guerra al commissario di Salvini che aveva
retto il partito nei tre anni precedenti. Qualche leghista nostalgico di una
Lega radicata nel territorio e contraria alle aperure del segretario federale
per farne un soggetto politico a dimensione nazionale, avrebbe voluto coltivare
una candidatura alternativa alla segreteria rispetto a quella di Stefani.
Uno di questi era l’assessore Roberto Marcato, padovano, che ha in più occasioni
contestato la linea salviniana. Nel momento cruciale Zaia non si è schierato
contro Salvini, anzi durante il congresso regionale ha dato il via libera a
Stefani. Quest’ultimo da allora in poi ha condotto i giochi puntando a una
ripresa del partito, sceso nel frattempo ai minimi storici e a consolidare
l’accordo con Zaia. Lo ha appoggiato quando il governatore chiedeva il quarto
mandato e anche quando voleva presentare una lista alternativa a Fratelli
d’Italia, se il partito di Giorgia Meloni avesse insistito a pretendere un
proprio candidato alla presidenza del Veneto. E’ così nata l’idea di candidare
Zaia a capolista in tutte le province venete, per risollevare il peso
elettorale, in una battaglia senza esclusione di colpi con Fratelli d’Italia.
Stefani è un personaggio in buona parte da scoprire fuori dal Veneto. Ha
frequentato il liceo scientifico di Camposampiero diplomandosi nel 2011. E’ poi
diventato coordinatore provinciale di Padova del movimento giovanile della Lega.
Nel 2014 è stato eletto consigliere comunale a Borgoricco. Nel 2017 si è
laureato in giurisprudenza all’università di Padova, discutendo una tesi in
diritto canonico e storia del diritto, materie che ha coltivato da ricercatore.
La sua consacrazione politica è arrivata con l’elezione per la seconda volta
alla Camera, nel 2022, nel collegio uninominale di Rovigo. Nel 2024 ha tirato la
volata alle ambizioni di Zaia, presentando un disegno di legge come primo
firmatario per modificare la legge del 2004 che limitava a soli due mandati la
presidenza di regione, al fine di aumentarne il numero a tre. È stato il primo
firmatario di una proposta di legge per abrogare la legge Delrio, con la
richiesta di ripristinare le Province quali enti di primo livello
amministrativo. Per trainare la riforma autonomista dello stato voluta da Zaia è
stato nominato dai presidenti di Camera e Senato alla presidenza della
Commissione Bicamerale per l’attuazione del federalismo fiscale. Intanto ha
tenuto saldi i legami con Salvini che nel 2024 lo ha nominato vicesegretario.
Consolidatosi a via Bellerio e in Veneto, Stefani ha condotto una campagna
elettorale dall’esito scontato, che pure non ha improntato a temi strettamente
identitari, ma aperto alla dimensione sociale e ai diritti.
L'articolo Veneto: il traino di Zaia fa vincere Stefani, enfant prodige della
Lega scelto da Salvini per tenere testa all’ex governatore proviene da Il Fatto
Quotidiano.
È considerata la vera sorpresa delle Regionali in Veneto. Mentre è ormai
definitiva la prevista elezione del leghista Alberto Stefani come nuovo
presidente della Regione, le proiezioni e lo spoglio evidenziano il quasi certo
ingresso in Consiglio del medico “free vax” Riccardo Szumski. La lista
“Resistere Veneto” – capeggiata proprio dall’ex sindaco di Santa Lucia di Piave
(in provincia di Treviso) – viene stimata intorno al 5,1%, quindi ben oltre
sopra la soglia di sbarramento. Un dato che permetterebbe l’elezione di Szumski
e, probabilmente, anche di qualche altro candidato della lista.
Il 73enne ex leghista ha deciso di attendere i risultati dello spoglio nel suo
ambulatorio della cittadina trevigiana. Già noto per iniziative amministrative
“venetiste” – documenti e atti in dialetto, ostilità alle ricorrenze civili
nazionali – durante il lockdown per la pandemia si è distinto per la
“ribellione” ai protocolli sanitari governativi, in nome della cura tempestiva e
della libertà di coscienza. Per questa scelta è stato radiato dall’Ordine dei
Medici. Nel 2022 ha fondato l’associazione “Resistere con Szumski”, da cui è
nata la candidatura alla presidenza della Regione Veneto. La corsa al ruolo di
governatore è fallita ma l’ingresso in Consiglio regionale potrebbe essere il
grande obiettivo raggiunto.
L'articolo Il medico “free vax” Riccardo Szumski verso l’ingresso in Consiglio:
la sorpresa delle Regionali in Veneto proviene da Il Fatto Quotidiano.
Francesco Boccia, presidente dei senatori del Partito Democratico analizza il
crollo dell’affluenza nelle tre Regioni al voto. Stesso trend delle tornate
precedenti per il rinnovo delle giunte regionali. “Il crollo dell’affluenza? È
una responsabilità che deve sentire soprattutto il governo. Cinque anni fa il
governo mise al tavolo tutte le Regioni chiamate al voto e alla fine trovammo
una data, lo stesso giorno, per tutte, questa volta si è votato una volta ogni
due o tre settimane, non c’è stato un dibattito nazionale e questo è uno dei
primi motivi che ha portato al crollo di dieci e quindici punti”.
Con Boccia proviamo a fare un bilancio di questa tornata elettorale complessiva.
Dalle elezioni nelle Marche ad oggi. “Se guardate i valori assoluti il
centrosinistra unito è nettamente superiore al centrodestra di Governo – spiega
– Solo due regioni hanno cambiato segno e sono passate al centrosinistra, ovvero
Umbria e Sardegna. Invito tutti a fare le somme dei voti assoluti delle ultime
10 regioni in cui si è votato: il centrosinistra unito è sempre superiore. Io
penso sia un dato oggettivo, poi sono elezioni diverse e non mescoliamo le mele
con le pere come fa il centrodestra, ma se si vuole fare un discorso meramente
aritmetico è così”.
L'articolo Regionali, l’analisi di Boccia (Pd): “Calo affluenza è anche colpa
del governo Meloni. Centrosinistra unito avanti al centrodestra” proviene da Il
Fatto Quotidiano.
Anche questa volta si torna a parlare di astensionismo. Dopo il record storico
negativo regionale delle scorse elezioni in Toscana (quando era andato a votare
il 47,7%), adesso va anche peggio in Puglia, Veneto e Campania. Alle urne si
presentano poco più di 4 elettori su 10. Risultato peggiore quello della Puglia
dove l’affluenza si ferma al 41,83% oltre 14 punti in meno rispetto alle
regionali di 5 anni fa. Migliore il dato finale del Veneto 44,64%: ma è questa
la regione che segna il crollo maggiore dell’affluenza rispetto al 2020, oltre
16,5 punti percentuali in meno. I Campania, infine, è andato a votare solo il
44,06%, -11% rispetto alle scorse regionali.
IN VENETO
Nel 2020 in Veneto alle urne si era recato il 61,1% degli avanti diritto, oggi
il 44,6%. In numeri assoluti sono stati dunque meno di 2 milioni i veneti che
hanno partecipato al voto rispetto ai quasi 4.300.000 aventi diritto, con un
calo rispetto a cinque anni fa di oltre 700mila elettori, secondo i dati
dell’Osservatorio elettorale del Consiglio regionale del Veneto. L’affluenza più
bassa, 35,3%, si è registrata in provincia di Belluno, dove alle Regionali del
2020 era stata del 47,8%. La più alta è stata invece in provincia di Padova, il
49%, contro il 65,5% di cinque anni fa. A seguire, la provincia di Vicenza
(45,1% contro il 61,8% del 2020), quella di Verona (44,8% contro il 62%), di
Venezia (44% contro il 62,5%), di Treviso (43,8% contro il 58,3%) e di Rovigo
(41,2% contro 59,9%) . Tra le città capoluogo la maglia nera spetta proprio a
Belluno, dove l’affluenza è stata del 49%. Migliore il risultato del Comune di
Padova che sfiora il 50% (49,33% per l’esattezza). In Veneto questa tornata
elettorale segna un calo dell’affluenza non solo rispetto alle scorse regionali
ma anche rispetto alle Politiche del 2022 (quanto era stata del 70,2%) e alle
Europee del 2024 (52,6%).
IN PUGLIA
In Puglia si registra il risultato peggiore di questa tornata elettorale.
L’affluenza definitiva al 41,83% ed è inferiore di oltre 14 punti percentuali
rispetto alle elezioni del 20 e 21 settembre 2020 quando era stata del 56,43%.
Va peggio anche rispetto alle Politiche (56,6%) e alle Europee (43,6%). Tutte le
province sono sotto il 50%: quella con la maggiore partecipazione al voto è
Lecce con il 44,50% dei votanti. Seguono Bari con il 42,31%; Brindisi col
41,94%; Bat arriva al 41,22% e Taranto 40,60%. Maglia nera è la provincia di
Foggia con una percentuale che si ferma al 38,61%. Tra i capoluoghi di provincia
il risultato peggiore è quello del Comune di Taranto con il 33,59% di affluenza.
Il migliore quello della città di Lecce: 45,25%.
IN CAMPANIA
Il calo dell’affluenza in Campania (ferma al 44,06%) è stato di 11 punti
rispetto alle precedenti regionali quanto si era attestata al 55,52%. La
provincia con il risultato peggiore è quella di Benevento dove ha votato il
41,18%. Migliore il risultato di Caserta con il 46,99%. Tra le città capoluogo
si distingue Avellino, unica a superare la soglia del 50% (precisamente il
51,53). Risultato peggiore e quello del Comune di Napoli, qui l’affluenza è
stata al di sotto del 40 per cento. Nel capoluogo di regione è infatti andato
alle urne il 39,59%, un dato di quasi cinque punti sotto la media della
Campania. I cittadini che sono andati a votare nel comune di Napoli sono stati
301.870 rispetto alla platea di 762.493 elettori. Alle precedenti Regionali
aveva votato il 46,10%. Il dato definitivo regionale è simile a quello delle
Europee, quando aveva votato il 44% degli aventi diritto.
L'articolo Regionali, ancora crollo diffuso dell’affluenza. Al seggio vanno 4
elettori su 10. In Veneto -16,5% rispetto al 2020 proviene da Il Fatto
Quotidiano.
L'articolo Elezioni regionali in Campania, Puglia e Veneto: si vota fino alle
15, poi lo spoglio. In forte calo l’affluenza | Diretta proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Fare uscire gli anziani malati cronici dal Servizio sanitario nazionale? In
Veneto non siamo molto lontani a sentire i dati snocciolati dalla consigliera
regionale Anna Maria Bigon (Pd), che è anche vicepresidente della Commissione
Sanità. Le case di riposo venete, spiega, sono ormai “dei piccoli ospedali”,
solo che non sono attrezzate per esserlo e non hanno il personale adatto. E a
differenza degli ospedali, le rette sono a carico delle famiglie.
“I posti nelle case di riposo sono sempre più insufficienti: a fronte di una
lista d’attesa di 10mila persone, ci sono 32.983 posti letto, l’84% dei quali è
parzialmente coperto da un’impegnativa regionale che versa 52 euro al giorno a
persona (57 per chi soffre di malattie neurodegenerative)”. Quindi più di 5mila
famiglie pagano la retta intera, mentre quasi 28mila ne pagano circa la metà e
altri 10.000 sono fuori dalla porta in coda. “Basterebbero 46 milioni di euro
per arrivare a coprire il 90% almeno delle impegnative e circa 60-70 milioni per
arrivare a totale copertura”, calcola Bigon che è in corsa per le regionali
venete che sono alle porte.
Ma il punto che solleva non è tanto, o soltanto, questo. Il punto è che nel 2019
il Veneto ha stabilito di chiudere i reparti ospedalieri di lungodegenza.
Avrebbe dovuto rimpiazzarli con 70 ospedali di comunità, ma a oggi non ne ha
realizzati più di 35. E nel frattempo i pazienti delle lungodegenze sono passati
alle case di riposo, occupando quasi tutti i posti disponibili. “Adesso le
schede di valutazione multidisciplinari che vengono fatte per l’accesso alle
case di riposo, le svama, hanno punteggi sempre più alti… in pratica per entrare
devi essere gravissimo, qualche anno fa si entrava con una valutazione più
bassa. Quindi entrano quelli più gravi, ma non è che gli altri che stanno fuori
hanno meno urgenza – spiega – Fino al 2019 avevamo i reparti sanitari di
lungodegenza dove venivano accolte le persone con tante patologie come accade
adesso nelle case di riposo”.
Ovviamente essendo un ospedale, non c’era una retta da pagare. Così come non ci
sarebbe stata se fosse andata a buon fine la sostituzione con gli ospedali di
comunità. Anche se in questo caso c’è una questione di sostanza: le lungodegenze
ospedaliere sono reparti che accolgono malati acuti, gli ospedali di comunità
invece sono strutture che nascono sul territorio per i malati di media
intensità, sono strutture a metà strada tra l’ospedale per acuti e la casa. E
comunque non ne sono stati realizzati abbastanza. “Così le famiglie non hanno
più avuto pari servizio e si sono rivolte alle case riposo”, sintetizza Bigon.
Possiamo dire che la sanità veneta ha risparmiato sulla spesa per gli anziani
malati cronici, spostandoli di fatto e al di là delle intenzioni, dai reparti
sanitari di lungodegenza alle case di riposo che invece sono strutture
socioassistenziali? “Sì, in buona parte sì. Non sono tutti anziani, parliamo di
non autosufficienza, ma la maggior parte è anziana. Non necessariamente perché
lo voglio, ma è il provvedimento stesso che di fatto rende necessario
l’inserimento del malato in casa di riposo nel momento in cui chiudo i reparti
di lungodegenza, che sono un costo completamente a carico del fondo sanitario”.
I reparti ospedalieri di lungodegenza sono quelli nei quali vengono ricoverati i
malati che hanno bisogno di più tempo di cura, si può arrivare anche a due o tre
mesi, una novantina di giorni. I pazienti più ricorrenti sono gli anziani con
diverse patologie, gli stessi che nelle case di riposo del Veneto hanno una
degenza media di 217 giorni.
L'articolo “Le Rsa venete sono piccoli ospedali a pagamento”. Dopo il taglio dei
reparti ospedalieri per i ricoveri lunghi proviene da Il Fatto Quotidiano.