“Il grande vuoto, la sinistra che non c’è…”, come cantano con ironia i Baustelle
da palchi lontani dal conformismo sanremese, qualcuno tenta di riempirlo. In
questi ultimi mesi il fatto politico più evidente nell’invocare il riempimento
del vuoto è stata la mobilitazione per la Flotilla e per Gaza messa in piedi da
un piccolo ma prezioso sindacato di base, l’Usb, e da un piccolo ma agguerrito
partito, Potere al popolo.
Ecco sabato 28 febbraio, dalle 10,30 al Teatro Cartiere Carrara (l’ex Teatro
Tenda) di Firenze, succede un’altra cosa. Antonella Bundu – silurata dal
Consiglio regionale per colpa di una legge elettorale truffa che consente in
Toscana a due liste con 20 mila voti in meno di accedere all’assemblea con tre
eletti lasciandola fuori – si mette in discussione, direi a disposizione della
variegata costellazione di sinistra. Si comincia con un’assemblea, in piena
continuità con le tradizioni della sinistra.
Quello che mi auguro questa volta possa essere diverso è, però, l’esito.
Antonella Bundu è seria, preparata, sempre in prima fila nelle lotte sociali e
politiche della sinistra negli ultimi anni. La leadership non sarà mai un valore
della sinistra, perché a differenza della destra da questa parte c’è diffidenza
per la donna o l’uomo soli al comando. Ma una figura come quella di Bundu, in
grado di ergersi a portavoce anche delle differenze, in grado di essere
autorevole ed efficace, manca da tempo. Allora domani chi ancora guarda a
sinistra con speranza potrebbe provare a stringersi a lei, di persona se dalle
parti di Firenze, idealmente se nell’impossibilità di esserci, sperando ci possa
essere una seconda occasione e che la tappa del Teatro Tenda sia solo la prima
di un percorso che promette di essere interessante.
“Pensiamo che sia necessario cambiare radicalmente il modello di sviluppo che
vediamo oggi – spiega Antonella Bundu -. Vengono contrapposti i diritti a una
vita dignitosa con interessi a rafforzare l’economia di guerra. Per questo
motivo ci sembra necessario chiamare a raccolta tutte le realtà che già stanno
lavorando per cambiare il sistema attuale, rimettendo al centro i bisogni delle
persone. Cercheremo di ricostruire la base per rafforzare e rimettere al centro
una vera giustizia sociale”.
L'articolo A sinistra qualcosa si muove: ci prova Antonella Bundu proviene da Il
Fatto Quotidiano.
Tag - Sinistra
Era il 2011 quando un finanziere americano fra i più ricchi del mondo, Warren
Buffett, dette ragione nientemeno che a Karl Marx, affermando che: “La guerra di
classe esiste, l’abbiamo condotta noi ricchi e l’abbiamo anche vinta”. Il
fondatore tedesco del comunismo lo aveva scritto nel 1848: “La storia di ogni
società esistita fino a questo momento è storia di lotte di classi”.
In epoca premoderna avevano dominato il clero e la nobiltà di sangue, a spese di
contadini, artigiani e schiavi commerciali. In epoca moderna la borghesia
capitalista aveva esercitato uno “sfruttamento spietato” a danno degli operai e
dei lavoratori salariati in genere (per riprendere un’espressione del filosofo
anticomunista Karl Popper). Oggi a dominare è la finanza, con l’ausilio e la
complicità di figure politiche che, a Destra come a Sinistra, dopo il 1989 hanno
svenduto se stessi, il benessere del popolo e la stessa democrazia in cambio di
sostentamenti economici e mediatici tali da consentire la vittoria di “libere”
elezioni a cui, ormai, partecipa meno della metà della popolazione.
Il risultato è che l’1% della popolazione mondiale possiede il 45% della
ricchezza complessiva, mentre in Italia il 91% dell’incremento di ricchezza
degli ultimi 15 anni è andato al 5% di popolazione più ricco (Fonte: Rapporto
Oxfam Italia, Gennaio 2026, “Nel baratro della disuguaglianza”). In generale, la
ricchezza dei 12 paperoni del mondo è aumentata nel 2025 di 2.500 miliardi di
dollari, cifra che corrisponde a quanto posseduto da oltre 4 miliardi di persone
povere.
Ora, il punto su cui concentrare l’attenzione è che quando avviene un tale
squilibrio schiacciante a favore di una ristrettissima minoranza sociale, il
dominio che ne deriva non è misurabile soltanto in termini strettamente
economici (classi agiate versus classi subordinate), ma anche in termini umani e
sociali. In questo ultimo caso entrano in gioco gli altri due aspetti decisivi
in cui Marx ed Engels declinavano la lotta di classe, oltre alla suddivisione
più famosa tra capitalisti proprietari e operai salariati: mi riferisco al
dominio su etnie e nazioni subordinate nonché a quello sulle donne.
Sì, oltre alla radicalizzazione del dominio di pochi ricchissimi su una massa
popolare sempre più in difficoltà e privata di tutele e diritti, infatti,
assistiamo anche all’esplosione di azioni predatorie e fuori da ogni regola del
diritto internazionale su popolazioni ed etnie deboli (il caso della Palestina
svetta su tutti, ma ve ne sono anche altri e non certo da oggi), nonché uno
sfruttamento selvaggio e totalmente immorale di esseri umani (specialmente
donne) sul piano sessuale. In questo senso il caso Epstein negli Usa e, se
fossero confermate le accuse, il caso Signorini/Mediaset in Italia,
rappresentano un orribile salto di qualità nella lotta di classe vinta dai
ricchi e potenti, ormai in grado di esercitare uno sfruttamento anche sessuale
non solo in ambito di spettacolo mediatico (quello che emerge più facilmente).
Nel caso Epstein, poi, assistiamo a una dinamica raggelante: oltre ai dati
orribili che sono emersi nei file desecretati, infatti, in confronto a cui il
marchese De Sade appare uno scolaretto (e quella era fiction), si aggiunga che,
malgrado le pur forti pressioni, ad oggi sembra che quasi la metà del materiale
in cui si documentano orrori di ogni tipo resterà secretato.
Ora, mi chiedo, perché quella Sinistra giustamente attenta alle discriminazioni
sessuali e, in generale, alle vergognose azioni del governo americano, non si
pronuncia con nettezza, non avvia manifestazioni di piazza, non richiede
interrogazioni parlamentari etc., insomma non pungola il nostro governo a dir
poco pavido rispetto a quanto di raccapricciante sta emergendo negli Usa (con
molti uomini di potere europei coinvolti a vario titolo), e rispetto a quanto
potrebbe accadere anche in Italia se le indagini su Signorini e in generale
Mediaset trovassero dei riscontri di reati?!
Perché, invece di proclamare un giorno sì e l’altro pure l’irrealistico
“patriarcato”, non si impegna fattivamente a denunciare e contrastare in tutti i
modi e tutte le sedi possibili la nuova fase dello sfruttamento di classe che, a
vari livelli, colpisce l’emisfero occidentale come anche quello orientale del
pianeta?! Sfruttamento che, a monte, è reso possibile da un’ingiustizia sociale
e da privilegi per i ricchi e potenti che hanno raggiunto livelli intollerabili.
Il dubbio atroce è che la lotta di classe l’abbiano condotta soltanto i ricchi,
e ovviamente vinta, perché si è trattato di lotta a senso unico, senza che la
Sinistra ha battuto qualche colpo significativo. Mentre è certa la terribile
attualità della battuta del Marchese del Grillo impersonato da Alberto Sordi:
“Mi dispiace, ma io so io, e voi non siete un…”
L'articolo Perché la sinistra non pungola il nostro governo che tace su quel che
sta emergendo negli Usa? proviene da Il Fatto Quotidiano.
di Riccardo Bellardini
Ed eccoci qua, di fronte ad un’altra vittima illustre del mostro rosso, terrore
d’Italia. Lui è così, colpisce diretto, affilato, non lascia scampo, anche se a
volte pare incepparsi, quasi ritirarsi prima di affondare la lama, come nel caso
di Paolo Petrecca, direttore di Rai Sport, amico di Giorgia Meloni e dunque
dell’Italia. Il mostro lo osservava mentre si prendeva la scena avocandosi la
conduzione della cerimonia inaugurale delle Olimpiadi di Milano-Cortina 2026,
anche se poi reagiva con un compendio di gestualità italiana simile a quella
portata in scena sublimemente da Brenda Lodigiani a sentir le sue parole, tra
gaffe a ripetizione e frasi derealizzate (per lui infatti, quella sera, si stava
all’Olimpico di Roma).
Ma è uomo d’onore, è amico di Giorgia Meloni, dunque dell’Italia. Un sognatore,
un vero pacifista, non un ipocrita. Era rimasto incantato dalla performance di
Ghali, per questo non lo ha nominato, altro che le paranoie dei poveri
comunisti.
Con Andrea Pucci invece le cose sono andate diversamente. Non c’è stata pietà.
La furia del rigurgito illiberale ha ripreso vigore. Non fatevi fregare, è il
mostro rosso il vero fascista! Non è un’antagonista incappucciato. È il
manifestante pacifico che mena il poliziotto, che incendia i cassonetti, che
manifesta a favore degli oppressi, che si lagna e protesta non si sa perché,
contro queste sante, santissime e sempre sante olimpiadi, fiore all’occhiello di
un paese inappuntabile e governato con lungimiranza. Ma é proprio lecito quindi,
che costui scenda in piazza? Urge una riflessione.
È il mostro il vero pericolo. Si è spinto a tappare la bocca ad un comico
italiano che parla senza peli sulla lingua, invitato a co-condurre Sanremo.
Pucci silurato. Non si scappa! Si rinuncia per la precisione, ci si tira
indietro. Ma il regista è sempre lui, il mostro famelico con la falce in una
mano e il martello nell’altra. Spaventa a morte le sue vittime, che poi se la
danno a gambe, giustamente.
Questa è una macchia per la repubblica, signori, un affronto senza precedenti!
Mattarella, uomo comune, presidente che prende il tram come un povero cristo
qualsiasi, parli! La nazione ha bisogno di una voce protettiva. Ci salvi da
questo tetro, rossastro destino. E poi, Andrea Pucci, era uomo d’onore, un
sognatore pure lui, amico di Giorgia Meloni, e dunque dell’Italia, come si può
lasciare che imperversi questa gogna? Dove andremo a finire se gli amici di
Giorgia vengono censurati? È stata seppellita la speranza di un futuro migliore,
di un paese più libero.
Idf, Ice, Ayatollah, e quanti altri orribili mali ha il mondo… Ma dal mostro
rosso chi ci difenderà?
È il momento di una conferenza stampa congiunta a reti unificate. Anzi no, di un
discorso congiunto, senza domande, ma poi, questi giornalisti così incalzanti e
insinuanti, è lecito che pongano domande? Urge una riflessione anche su questo,
poi ci si penserà. Ora conta solo questo appello alla pacificazione, anzi no, è
più un richiamo all’ordine, alla retta via.
Capo dello Stato e Premier, l’uomo del tram e la donna della Garbatella, uniti
per chiedere agli italiani: e voi, da che parte state? Amici di Giorgia o nemici
dell’Italia?
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L'articolo Pucci silurato? Aiuto, una macchia per il nostro Paese: il mostro
rosso è il vero pericolo! proviene da Il Fatto Quotidiano.
di Giorgio Boratto
Avevo pensato tempo fa se l’essere di destra o di sinistra fosse anche una
questione di geni… ora leggendo il libro della neuroscienziata Leor Zmigrod Il
cervello ideologico – La scienza dietro gli estremismi mi pare che quel pensiero
trovi una spiegazione. Infatti quel libro sostiene che esiste un legame tra le
convinzioni politiche e la biologia del cervello. Nell’introduzione si dice:
“l’ideologia non modifica solo le nostre convinzioni, ma ci entra sottopelle,
plasma i nostri cervelli, fluisce nelle nostre cellule. Le ideologie sono
seducenti perché offrono risposte semplici, copioni da seguire e un senso di
identità condivisa”.
Nel libro di Leor Zmigrod, tutto nasce nel 2015 quando iniziò a indagare le
origini e le ripercussioni del pensiero ideologico in termini di scienze
cognitive e neuroscienze. Di lì scoprì come le ideologie agiscono sui nostri
corpi e come le posizioni morali più intransigenti possono mettere radici nelle
pieghe più riposte della coscienza umana. “Certe convinzioni le possediamo, è
vero, ma a volte sono le convinzioni a possedere noi. Oggi, grazie a nuovi e
sensibilissimi strumenti di misurazione, è diventato possibile quantificare le
ripercussioni della rigidità ideologica su aspetti basilari come la percezione,
la cognizione, la fisiologia e i processi neurali dell’essere umano. I nostri
corpi non sono impermeabili alle ideologie in cui siamo immersi: la biologia,
puntualmente, rispecchia le nostre credenze.”(…)“Le nostre convinzioni
ideologiche emergono dai nostri corpi: nascono e si percepiscono nel corpo
stesso”.
Le ideologie non hanno ancoraggi fissi e qualcuna sforna terroristi; qualcun
altra pacifisti e in certi casi la lotta agli oppressori ha il volto del
terrore. Comunque nazionaliste, razziste o religiose che siano, ricorrono sempre
agli stessi sistemi per infiltrarsi nelle menti umane. “La lingua della politica
– ha osservato George Orwell – ha lo scopo di far sembrare vere le menzogne e
rispettabile l’omicidio, e di dare un’apparenza di solidità all’aria fritta”.
Le ideologie in sostanza prospettano soluzioni assolute e utopiche ai mali della
società, enunciando precisi codici di comportamento e instillando negli adepti
una mentalità gregaria per mezzo di pratiche e simboli. Ora la scienza ci sta
indicando come le ideologie si impossessano anche del nostro corpo rimodellando
il nostro cervello. Interessante per questo poi è il ruolo dell’amigdala – una
struttura a forma di mandorla presente nel nostro cervello – che governa
l’elaborazione delle emozioni, specialmente quelle connotate in senso negativo
come la paura, la rabbia, il disgusto, il senso del pericolo e della minaccia…
ebbene le persone di idee conservatrici tendevano a presentare un’amigdala
destra più sviluppata rispetto ai soggetti liberal. Manco farlo apposta… quella
di destra. Questo lo ha scoperto una squadra di ricercatori londinesi. Più di
così?!
Il libro di Leor Zmigrod racconta soprattutto il carattere ideologico delle
scelte e la loro origine; l’autrice se lo domanda: “Da dove viene il nostro
patrimonio ideologico? Quanto è profondo il cambiamento che quegli interventi
sociali operano in noi? Quanto è radicata la presa dall’interno?”. Così abbiamo
ideologie più rigide o più flessibili; ideologie orientate a pregiudizi e
negatività e quelle più aperte a soluzioni utili per tutti. Diventa chiaro che i
militari siano quelli che hanno una ideologia rigida: sono quelli che sono
disposti anche ad uccidere; più inflessibili si è, più si è disposti a fare del
male all’altro. Una questione accertata è anche il rilascio della dopamina (la
molecola della felicità) da parte del nostro cervello; chi è più rigido tende a
ridurre le concentrazioni di dopamina nella corteccia pre-frontale. Ecco che
qualcosa ci accerta la differenza che esiste anche corporea tra chi è destra e
chi di sinistra.
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L'articolo Pare esista un legame tra le convinzioni politiche e il cervello: la
biologia rispecchia le nostre credenze proviene da Il Fatto Quotidiano.
La prospettiva è una manifestazione nazionale a Roma, probabilmente a fine
marzo, contro il riarmo e la stretta autoritaria dell’ultimo, ennesimo
“pacchetto sicurezza”, ma anche sui temi sociali: reddito e lavoro, casa, fino
alla difesa dell’ambiente e degli spazi sgomberati o sotto sgombero. Evitando
sovrapposizioni con il referendum costituzionale, al momento fissato per il 22 e
il 23 marzo. La parola chiave è “convergenza” e il percorso “Contro i re e le
loro guerre” passa per l’Assemblea nazionale di sabato 24 e domenica 25 al Tpo
di Bologna. “O re o libertà” è lo slogan, ispirato almeno in parte al movimento
“No Kings” nato negli Stati Uniti contro le politiche liberticide di Donald
Trump. Sullo sfondo un pugno chiuso stringe una carta da gioco, il re di cuori.
Partecipano oltre 700 tra associazioni, sindacati, movimenti, centri sociali,
gruppi e gruppetti. Dall’Arci alla Cgil, a Pax Christi, alla Fondazione
Perugia-Assisi e a tutte le sigle del nodo italiano della rete “Stop Rearm
Europe” e della rete “A pieno regime”, nata nel 2024 contro il Ddl sicurezza di
allora. Quel percorso si è intrecciato con la mobilitazione contro l’economia di
guerra e il genocidio dei palestinesi fino alle grandi manifestazioni che a
settembre-ottobre 2025 hanno accompagnato la Global Sumud Flotilla. A novembre
la prima assemblea “Contro i re” alla Sapienza di Roma. “L’obiettivo è non
rimanere tutti attaccati alla propria lotta, fare insieme un salto di qualità –
dice Barbara Tibaldi, segreteria Fiom Cgil – Noi difendiamo salario e lavoro e
non è possibile senza difendere anche la casa e i diritti democratici. Non
bisogna limitarsi a una semplice sommatoria e neppure sconfinare nei discorsi
astratti”.
Il rapporto tra la spesa militare che cresce e la spesa sociale che arretra lo
vedono tutti, come le spinte autoritarie che cavalcano fatti di cronaca alla
ricerca di nemici interni o esterni. Da qui anche gli sgomberi: a Bologna
dovrebbe partecipare Askatasuna (come pure il Leonkavallo di Milano già
sgomberato e Spin Time di Roma, a rischio). Il percorso verso la manifestazione
di marzo passa anche per quella del 31 gennaio contro lo sgombero del centro
sociale torinese, indetto da un’altra assemblea nei giorni scorsi, e in generale
contro il governo e il suo piano sgomberi. Anche a Napoli il 14 febbraio c’è un
corteo per difendere, tra gli altri, Officina 99. E ancora: il 5 marzo la
mobilitazione studentesca in solidarietà con gli studenti tedeschi che si
oppongono al ritorno della leva militare, che almeno per ora da noi non è
all’ordine del giorno.
“Queste date non sono un semplice calendario ma un’agenda politica per il
diritto al dissenso, alla pace, alla casa, a un lavoro dignitoso, per la parità
di genere, la libertà d’informazione e d’espressione, la giustizia climatica e
sociale”, dice Rosa Lella di Stop Rearm Europe, giornalista della Rete
#NoBavaglio. Alfio Nicotra, Rete italiana pace e disarmo: “Le politiche
anacronistiche di riarmo decise da Ue e Nato spingono il pianeta verso il
precipizio della guerra ai popoli, alla natura, ai diritti umani. La stessa
democrazia è messa in discussione dalla torsione autoritaria che il militarismo
imprime”. Marco Bersani, Attac: “Da qualunque parte si osservi il mondo siamo di
fronte alla fine dell’illusione liberista del benessere per tutti”.
L’elenco delle realtà che aderiscono è sterminato, comprende anche Magistratura
democratica impegnata nella campagna per il “no” al referendum sulla divisione
in due dell’ordine giudiziario, Amnesty International e Antigone, così come una
parte significativa del mondo cattolico. Ci sarà don Mattia Ferrari della Ong
Mediterranea e non è escluso – ha scritto l’HuffPost – che al Tpo si faccia
vedere Matteo Zuppi, arcivescovo di Bologna e presidente della Cei. Soprattutto
ci saranno attivisti di base da tutta Italia. Stanno pubblicando sui social
video di promozione dell’assemblea, tra gli altri è uscito quello di Maria Elena
Delia del Global Movement to Gaza e della Global Sumud: poche parole semplici
per legare la Palestina ai diritti di tutti. Proprio la Flotilla nei mesi scorsi
ha bucato la rete – 1,5 miliardi di contatti Instagram, dicono, roba da studiare
in tutte le scuole di comunicazione politica – anche raccontandosi con i volti
puliti di persone che si mettono in gioco. A Bologna ci saranno anche Patrick
Zaki e Zerocalcare.
E la politica tradizionale? Un passo indietro, ma c’è. Sono attesi gli
europarlamentari Cecilia Strada del Pd, Pasquale Tridico del M5S e Ilaria Salis
di Sinistra italiana. Quest’ultima, peraltro, ben presente dal 2024, specie a
Roma, nella mobilitazione contro il Ddl sicurezza. Ci sarà anche Rifondazione a
Bologna. Mancheranno invece l’Unione sindacale di base e altre voci importanti
del sindacalismo di base, come della sinistra radicale e antagonista, che su
questi temi ci sono ed erano all’assemblea di Torino per Askatasuna. Per quanto
poi a livello locale le convergenze siano a volte più ampie.
A Massa, per dire, sempre sabato 24 Cgil e Usb saranno insieme in piazza per
denunciare uno dei tanti procedimenti aperti in Italia per le manifestazioni del
3 ottobre scorso, all’indomani cioè dell’arresto (sequestro?) dei 462 della
Global Sumud e il sequestro (furto?) delle barche da parte delle forze armate
israeliane, quando nelle strade del nostro Paese c’era pure gente che non ci era
mai andata in vita sua. Anche i dirigenti sindacali locali, ben quattro della
Cgil, sono fra i 37 a un passo dal processo per interruzione di pubblico
servizio, blocco ferroviario e manifestazione non preavvisata. Reati per cui
rischiano anni, con le regole meloniane: fino a due per il solo blocco
ferroviario (decreto legge 11 aprile 2025, n. 48, in passato era un illecito
amministrativo). E’ bene ricordare che tutto si è svolto pacificamente.
“Parola chiave convergenza ma anche No Kings, cioè facciamo come in America
anche se l’Europa e diversa. Mettiamo insieme i pacifisti, molto radicali nel
loro rifiuto della violenza e delle armi, e realtà che costruiscono autogoverno
e resistenza come i centri sociali. Il Tpo non è solo un centro sociale e
costruisce radicalità, conflitto, autorganizzazione. Vista la violenza dei re,
quello che verrà dopo non sarà come prima: dobbiamo contrastarlo fuori da ogni
logica campista”, dice Christopher Ceresi del Tpo. All’assemblea parleranno
anche i Curdi del Rojava che resistono al regime siriano dell’ex qaedista Al
Jolani, al secolo Ahmed al-Shara; alcuni video “promozionali” sottolineano la
solidarietà con il popolo iraniano, vittima della repressione di ayatollah e
pasdaran: su queste vicende la sinistra più “campista” è freddina, mentre il
documento finale di Roma a novembre metteva anche Vladimir Putin e Xi Jinping
tra i “re” da contrastare.
La due giorni è organizzata su sessioni plenarie e tematiche. Il primo workshop,
sabato 24 alle 11, su “Decreto sicurezza e diritto di protesta. Cosa cambia e
come difendersi” con l’avvocata Paola Bevere (solo qui bisogna iscriversi:
formazioneattivismo@asud.net), alle 14 la plenaria e alle 15 tre sessioni
tematiche in parallelo: “Salario europeo, reddito incondizionato, diritto alla
casa, mutualismo urbano”; “Diritto di protesta, svolta autoritaria, superamento
della democrazia liberale”; “Moltiplicare e organizzare la resistenza a guerra,
riarmo, militarizzazione, genocidio”. La mattina di domenica 25 la plenaria
sulla “questione europea”, poi le conclusioni.
L'articolo Riarmo, dalla Cgil ad Amnesty fino a Pax Christi la sinistra “vera”
si organizza a Bologna: “Contro i re e le loro guerre” proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Il dibattito attorno a cosa sia sinistra è annoso e non nuovo. Se si torna per
un attimo a Livorno, si vedrà che la distinzione che più ha attraversato la
politica italiana e che nel 1921 lì si è realizzata nella scissione e nella
nascita del Partito Comunista d’Italia, in realtà ha subito progressivi
slittamenti semantici. Così massimalisti e riformisti non sono certo più gli
stessi di allora.
Si pensi solo a quello che scriveva nel 1924 Piero Gobetti di Giacomo Matteotti,
già assassinato dai fascisti, ovvero che quest’ultimo era pur sempre un marxista
che non ignorava Hegel e non aveva trascurato Sorel (il teorico del sindacalismo
rivoluzionario), che la sua intransigenza era soreliana, che l’idea di un
sindacalismo graduale non era teorica ma pragmatica, “suggeritagli
dall’esperienza di ogni giorno in un paese servile che è difficile scuotere
senza che si abbandoni a intemperanze penose”.
Per venire con un gran salto agli ultimi decenni, il migliorismo, il craxismo,
la Terza Via, sono stati i tentativi di riscrivere questo rapporto; infine è
arrivata la sua riduzione macchiettistica con il renzismo, una Terza Via fuori
tempo massimo, decontestualizzata. Ma Renzi ha dato nuovo vigore, una nuova
casa, un nuovo leader a quel settore del centrosinistra italiano orfano del
progetto di modernizzazione che aveva visto in Craxi un alfiere.
In qualche misura anche la Bolognina tentava di rispondere alle stesse domande,
e non è un caso se le figure di spicco ex Pci che hanno avuto un percorso
apicale nelle istituzioni, a partire da Giorgio Napolitano, venissero proprio
dall’ambito dei miglioristi, così come il progetto della Margherita prima e del
Pd poi veniva a sua volta colonizzato da tesi e figure del centro cattolico,
‘riformista’ per natura. E d’altro canto, un certo recupero del craxismo e della
stessa figura di Craxi è avvenuta anche tra dirigenti di spicco del fu Pci.
Naturalmente, questa riflessione a volo d’uccello non può dare conto della messe
di sfumature, differenze, percorsi, problematiche, fasi storiche. Ma vuole
portarci all’oggi, poiché di nuovo la spaccatura si ripropone, soprattutto su
due piani, uno esterno e l’altro interno.
Il primo riguarda il diritto internazionale: ‘riformisti’ che, pur dicendosi
‘rammaricati’ per la violazione del diritto internazionale da parte di Trump,
sostengono di non voler buttare il bambino con l’acqua sporca, salutando quindi
con favore il rapimento di Maduro; ‘riformisti’ che accusano ‘la sinistra’ di
andare a braccetto con i dittatori, da Maduro a Putin agli ayatollah;
‘riformisti’ che sostengono che l’Ucraina debba entrare nella Nato e nella Ue,
magari riservando a Putin un trattamento ‘venezuelano’ perché ex iniuria oritur
ius; ‘riformisti’ che su Gaza chiudono un occhio o anche due perché ‘Israele è
l’unica democrazia del Medio Oriente’. Sul secondo piano, quello interno,
assistiamo a ‘riformisti’ che sostengono che il Sì alla riforma meloniana della
Costituzione migliorerebbe l’Italia poiché c’è una questione magistratura
irrisolta proprio dai tempi di Craxi; a ‘riformisti’ che accusano ‘la sinistra’
di essere ‘giustizialista’ (salvo poi saltare al collo degli indagati per i
presunti finanziamenti ad Hamas).
Questo solleva la domanda più tragica: se si deve fare pace con il fatto che –
piaccia o no – nella cultura, nei numeri, nel dibattito, e soprattutto negli
studi televisivi, dove ormai hanno messo radici e sono sovrarappresentati, i
riformisti esistono e si autoascrivono al ‘campo largo’ (ma non quello di Conte,
vera bestia nera di questo sedicente riformismo) della sinistra, la sinistra
nella sua totalità invece cos’è?
Se il riformismo sembra avere delle idee (poche, ben confuse, ma ci sono), e se
queste idee sempre più spesso collimano con le idee della destra (Maduro,
Ucraina, Gaza, riforma costituzionale, Europa, riarmo, austerità, spesa
pubblica, etc.), la sinistra – che avrebbe in Elly Schlein il proprio massimo
rappresentante – quali idee ha? Non sembri ingenerosa questa domanda, però dura
ormai da troppi anni l’assalto del riformismo a un fortino egemonico della
sinistra crivellato dal fuoco amico. Troppo, per non chiedere chiarezza
definitoria su temi, mezzi, prospettive.
Non è solo una questione definitoria, è il presupposto per capire se si può
stare insieme per fare delle cose o solo per vincere le elezioni. Come rispose
Togliatti a Pajetta quando quest’ultimo occupò la prefettura di Milano: “Bravo!
E adesso che ve ne fate?”.
L'articolo I riformisti hanno poche idee e ben confuse, ma ci sono (e spesso
collimano con la destra): dunque oggi cos’è la sinistra? proviene da Il Fatto
Quotidiano.
di Carmelo Zaccaria
Una lezione che si può apprendere dalla politica è che non basta essere
ottimisti per vincere, bisogna anche meritarselo. Trovare il modo per restare in
connessione con le persone, innescare i loro desideri, accendere nuovi pensieri,
essere certi della coerenza con gli impegni presi. Come diceva Stefano Benni:
bisogna somigliare a quello che si dice.
Nel tentare la “remuntada” la sinistra, nel suo insieme, deve essere non solo
convincente ma soprattutto “conveniente”. L’elettore deve avere la percezione
che il suo voto è davvero essenziale, decisivo e che la sua scelta lo farà stare
meglio. E dovrà sentire nell’intimo il privilegio di trovarsi in buona
compagnia, di appartenere ad un unico e promettente destino, alla visione di un
futuro più fecondo e coinvolgente. Al di là della qualità dei singoli candidati
sarebbe necessaria una scossa o, come la chiama Elias Canetti, una “scarica”,
che colpisce allo stesso modo i componenti della massa che, all’unisono, si
liberano delle loro differenze sentendosi eguali.
La sinistra dopo tre anni di opposizione sarà capace di suscitare una scarica?
Meriterà di essere votata? Ad ascoltare i mugugni e i sussurri smozzicati
qualcosa si muove, ma ancora non basta. L’impressione è che non sono i temi o i
programmi che disuniscono e tengono distanti i partiti di sinistra, quanto i
continui distinguo, le titubanze linguistiche, le esacerbanti manfrine e
punzecchiature che animano il dibattito del campo largo che, strano che non si
capisca, non suscitano particolare interesse nel proprio elettorato. E questo
nonostante della sinistra ci sia un gran bisogno in un mondo così diseguale, per
retribuzioni e patrimonio.
La metà più povera della popolazione mondiale possiede una ricchezza irrisoria,
mentre il 10% più ricco ne possiede quasi l’80%. Che altro serve alla sinistra
per compattarsi di fronte al dilagare di ricchezze “smodate”, alla prepotente
ascesa di un sistema finanziario profondamente ingiusto fondato sul profitto e
l’accumulazione di capitale che lascia poco spazio al welfare, e continua a
prosperare a scapito di una riduzione degli spazi democratici? La sinistra si
accorge di non rappresentare più gli ultimi ma neanche più i penultimi, quelli
smarriti e umiliati dalla storia, quelli privi di caratura sociale, deprezzati e
messi forzatamente ai margini a cui la convenienza ad andare a votare è vicina
allo zero.
Essere convenienti non significa voler “solo” tassare i superprofitti, ma fare
proposte concrete di revisione per arginare lo strapotere di un neoliberalismo
avido di rendite e nemico giurato di una più equa distribuzione del reddito. Ed
è pur vero che il costo dell’energia è la più alta del mondo, questo lo sa
benissimo chi paga le bollette, ma l’elettore vuole essere certo che saranno
adottate misure pubbliche stringenti per evitare rialzi ingiustificati, a costo
di dover intervenire sulle lobby dell’energia intente a cavalcare qualsiasi
evenienza pur di arraffare corposi e arbitrari dividendi.
E’ sicuro che la sinistra al governo farà pagare ai balneari un prezzo giusto
per delle concessioni acquisite e conservate quasi a titolo gratuito? Riuscirà a
tutelare le spiagge libere e la semplice fruizione del mare diventato quasi
inaccessibile anche alla vista? E tanto ancora, naturalmente. Per avere un
rimbalzo elettorale bisogna farsi percepire come una forza che risolve i
problemi e non li perpetui, e neanche li tollera o li nasconde. E non si tratta
di avere più centro o più radicalità nella coalizione, come appare inutile
concionare su chi debba guidare le truppe all’assalto della destra, se prima non
si arruolano armigeri e si sventolano nuovi vessilli su territori abbandonati da
tempo.
Più che un campo largo servirebbe recuperare unitariamente più persone per
costruire un blocco sociale più largo e compatto. Ma per farlo bisogna fermarsi
a capire assumendo una postura politica che richiede sacrificio, passione e
intransigenza, oltre che sapienza tattica.
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L'articolo Per la ‘remuntada’ della sinistra serve una scarica: qualcosa si
muove, ma ancora non basta proviene da Il Fatto Quotidiano.