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Assolti in Gb gli attivisti Pro-Pal di Palestine Action: avevano fatto irruzione in un’azienda di difesa israeliana
Sei attivisti di Palestine Action sono stati assolti per l’irruzione nella sede britannica dell’azienda di difesa israeliana Elbit Systems compiuta a Bristol durante le prime ore del 6 agosto 2024. A stabilirlo la Woolwich Crown Court in quella che rappresenta una storica vittoria legale per il gruppo pro-pal messo al bando come “organizzazione terroristica” dal governo laburista di Keir Starmer. Nei mesi scorsi sono stati moltissimi gli arresti dei manifestanti che protestavano contro la messa al bando dell’organizzazione. La giuria non ha ritenuto gli imputati colpevoli delle accuse per cui erano finiti di fronte alla giustizia, tra cui furto con scasso aggravato e danneggiamento, nell’azione di protesta contro i locali della società di armamenti. Il movimento ha sempre denunciato la società Elbit Systems per la produzione di armi da destinare all’esercito israeliano, versione sempre smentita dalla società. Gli attivisti, Charlotte Head, Samuel Corner, Leona Kamio, Fatema Rajwani, Zoe Rogers e Jordan Devlin, dopo il verdetto, si sono abbracciati sul banco degli imputati mentre alcuni dei loro sostenitori applaudivano dal pubblico. Un portavoce di Defender Our Juries, gruppo che chiede la revoca della messa al bando di Palestine Action, ha dichiarato: “Questi verdetti smontano le accuse ingannevoli del governo secondo cui questi coraggiosi attivisti sarebbero ‘criminali violenti“. FOTO DI ARCHIVIO L'articolo Assolti in Gb gli attivisti Pro-Pal di Palestine Action: avevano fatto irruzione in un’azienda di difesa israeliana proviene da Il Fatto Quotidiano.
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“Togliete quella bandiera della Palestina in platea”, ma il gestore del locale si rifiuta. Salta il concerto. Scoppia il caos sulla band Earth di Dylan Carlson
C’era attesa il 27 gennaio, per il concerto degli Earth di Dylan Carlson al centro sociale TPO di Bologna. Ma i fan accorsi al locale se ne sono dovuti andare via a bocca asciutta. Infatti la produzione ha fatto sapere, all’improvviso e con il pubblico che gremiva la sala, che il concerto non si sarebbe svolto. In molti si sono chiesti il perché di questa decisione repentina. Secondo quanto riportato da Il Corriere della Sera una bandiera palestinese presente in platea avrebbe fatto indispettire Dylan Carlson. L’artista avrebbe chiesto alla produzione di rimuovere quella bandiera, ma i gestori del locale si sarebbero rifiutati fermamente. Da qui la comunicazione alla folla che ha reagito con proteste e qualche mugugno. A dare una spiegazione ci ha pensato Long Live Rock’n’Roll con un comunicato condiviso sui social: “È stata una decisione molto pesante da prendere, per noi come per loro, anche perché sappiamo che tante e tanti vengono da fuori. È uno dei motivi per cui i biglietti saranno rimborsati e tutto sarà a carico del TPO. Ci dispiace, grazie per la comprensione. Free free Palestine!”. Si è fatto sentire anche Dylan Carlson: “Mi scuso con le persone che questa sera avrebbero voluto vedere un po’ di musica a Bologna, – ha dichiarato l’artista su Instagram – ma il TPO di Bologna mette la politica al di sopra della musica e ha cancellato lo show degli Earth. Né la band, né il Freakout c’entrano qualcosa”. Ieri sera invece al Magnolia di Segrate (Milano), nessun intoppo. CHI SONO GLI EARTH DI DYLAN CARLSON Per quasi trent’anni gli Earth di Dylan Carlson hanno ridisegnato i confini del rock, trasformando il drone e il riff sabbathiano in un’ipnotica litania di chitarre rallentate e panorami sonori maestosi. Autentici pionieri del drone e dell’ambient metal, gli Earth continuano a rappresentare una forza visionaria in costante evoluzione, capace di elevare la densità sonora a esperienza di carattere mistico. L'articolo “Togliete quella bandiera della Palestina in platea”, ma il gestore del locale si rifiuta. Salta il concerto. Scoppia il caos sulla band Earth di Dylan Carlson proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Riarmo, dalla Cgil ad Amnesty fino a Pax Christi la sinistra “vera” si organizza a Bologna: “Contro i re e le loro guerre”
La prospettiva è una manifestazione nazionale a Roma, probabilmente a fine marzo, contro il riarmo e la stretta autoritaria dell’ultimo, ennesimo “pacchetto sicurezza”, ma anche sui temi sociali: reddito e lavoro, casa, fino alla difesa dell’ambiente e degli spazi sgomberati o sotto sgombero. Evitando sovrapposizioni con il referendum costituzionale, al momento fissato per il 22 e il 23 marzo. La parola chiave è “convergenza” e il percorso “Contro i re e le loro guerre” passa per l’Assemblea nazionale di sabato 24 e domenica 25 al Tpo di Bologna. “O re o libertà” è lo slogan, ispirato almeno in parte al movimento “No Kings” nato negli Stati Uniti contro le politiche liberticide di Donald Trump. Sullo sfondo un pugno chiuso stringe una carta da gioco, il re di cuori. Partecipano oltre 700 tra associazioni, sindacati, movimenti, centri sociali, gruppi e gruppetti. Dall’Arci alla Cgil, a Pax Christi, alla Fondazione Perugia-Assisi e a tutte le sigle del nodo italiano della rete “Stop Rearm Europe” e della rete “A pieno regime”, nata nel 2024 contro il Ddl sicurezza di allora. Quel percorso si è intrecciato con la mobilitazione contro l’economia di guerra e il genocidio dei palestinesi fino alle grandi manifestazioni che a settembre-ottobre 2025 hanno accompagnato la Global Sumud Flotilla. A novembre la prima assemblea “Contro i re” alla Sapienza di Roma. “L’obiettivo è non rimanere tutti attaccati alla propria lotta, fare insieme un salto di qualità – dice Barbara Tibaldi, segreteria Fiom Cgil – Noi difendiamo salario e lavoro e non è possibile senza difendere anche la casa e i diritti democratici. Non bisogna limitarsi a una semplice sommatoria e neppure sconfinare nei discorsi astratti”. Il rapporto tra la spesa militare che cresce e la spesa sociale che arretra lo vedono tutti, come le spinte autoritarie che cavalcano fatti di cronaca alla ricerca di nemici interni o esterni. Da qui anche gli sgomberi: a Bologna dovrebbe partecipare Askatasuna (come pure il Leonkavallo di Milano già sgomberato e Spin Time di Roma, a rischio). Il percorso verso la manifestazione di marzo passa anche per quella del 31 gennaio contro lo sgombero del centro sociale torinese, indetto da un’altra assemblea nei giorni scorsi, e in generale contro il governo e il suo piano sgomberi. Anche a Napoli il 14 febbraio c’è un corteo per difendere, tra gli altri, Officina 99. E ancora: il 5 marzo la mobilitazione studentesca in solidarietà con gli studenti tedeschi che si oppongono al ritorno della leva militare, che almeno per ora da noi non è all’ordine del giorno. “Queste date non sono un semplice calendario ma un’agenda politica per il diritto al dissenso, alla pace, alla casa, a un lavoro dignitoso, per la parità di genere, la libertà d’informazione e d’espressione, la giustizia climatica e sociale”, dice Rosa Lella di Stop Rearm Europe, giornalista della Rete #NoBavaglio. Alfio Nicotra, Rete italiana pace e disarmo: “Le politiche anacronistiche di riarmo decise da Ue e Nato spingono il pianeta verso il precipizio della guerra ai popoli, alla natura, ai diritti umani. La stessa democrazia è messa in discussione dalla torsione autoritaria che il militarismo imprime”. Marco Bersani, Attac: “Da qualunque parte si osservi il mondo siamo di fronte alla fine dell’illusione liberista del benessere per tutti”. L’elenco delle realtà che aderiscono è sterminato, comprende anche Magistratura democratica impegnata nella campagna per il “no” al referendum sulla divisione in due dell’ordine giudiziario, Amnesty International e Antigone, così come una parte significativa del mondo cattolico. Ci sarà don Mattia Ferrari della Ong Mediterranea e non è escluso – ha scritto l’HuffPost – che al Tpo si faccia vedere Matteo Zuppi, arcivescovo di Bologna e presidente della Cei. Soprattutto ci saranno attivisti di base da tutta Italia. Stanno pubblicando sui social video di promozione dell’assemblea, tra gli altri è uscito quello di Maria Elena Delia del Global Movement to Gaza e della Global Sumud: poche parole semplici per legare la Palestina ai diritti di tutti. Proprio la Flotilla nei mesi scorsi ha bucato la rete – 1,5 miliardi di contatti Instagram, dicono, roba da studiare in tutte le scuole di comunicazione politica – anche raccontandosi con i volti puliti di persone che si mettono in gioco. A Bologna ci saranno anche Patrick Zaki e Zerocalcare. E la politica tradizionale? Un passo indietro, ma c’è. Sono attesi gli europarlamentari Cecilia Strada del Pd, Pasquale Tridico del M5S e Ilaria Salis di Sinistra italiana. Quest’ultima, peraltro, ben presente dal 2024, specie a Roma, nella mobilitazione contro il Ddl sicurezza. Ci sarà anche Rifondazione a Bologna. Mancheranno invece l’Unione sindacale di base e altre voci importanti del sindacalismo di base, come della sinistra radicale e antagonista, che su questi temi ci sono ed erano all’assemblea di Torino per Askatasuna. Per quanto poi a livello locale le convergenze siano a volte più ampie. A Massa, per dire, sempre sabato 24 Cgil e Usb saranno insieme in piazza per denunciare uno dei tanti procedimenti aperti in Italia per le manifestazioni del 3 ottobre scorso, all’indomani cioè dell’arresto (sequestro?) dei 462 della Global Sumud e il sequestro (furto?) delle barche da parte delle forze armate israeliane, quando nelle strade del nostro Paese c’era pure gente che non ci era mai andata in vita sua. Anche i dirigenti sindacali locali, ben quattro della Cgil, sono fra i 37 a un passo dal processo per interruzione di pubblico servizio, blocco ferroviario e manifestazione non preavvisata. Reati per cui rischiano anni, con le regole meloniane: fino a due per il solo blocco ferroviario (decreto legge 11 aprile 2025, n. 48, in passato era un illecito amministrativo). E’ bene ricordare che tutto si è svolto pacificamente. “Parola chiave convergenza ma anche No Kings, cioè facciamo come in America anche se l’Europa e diversa. Mettiamo insieme i pacifisti, molto radicali nel loro rifiuto della violenza e delle armi, e realtà che costruiscono autogoverno e resistenza come i centri sociali. Il Tpo non è solo un centro sociale e costruisce radicalità, conflitto, autorganizzazione. Vista la violenza dei re, quello che verrà dopo non sarà come prima: dobbiamo contrastarlo fuori da ogni logica campista”, dice Christopher Ceresi del Tpo. All’assemblea parleranno anche i Curdi del Rojava che resistono al regime siriano dell’ex qaedista Al Jolani, al secolo Ahmed al-Shara; alcuni video “promozionali” sottolineano la solidarietà con il popolo iraniano, vittima della repressione di ayatollah e pasdaran: su queste vicende la sinistra più “campista” è freddina, mentre il documento finale di Roma a novembre metteva anche Vladimir Putin e Xi Jinping tra i “re” da contrastare. La due giorni è organizzata su sessioni plenarie e tematiche. Il primo workshop, sabato 24 alle 11, su “Decreto sicurezza e diritto di protesta. Cosa cambia e come difendersi” con l’avvocata Paola Bevere (solo qui bisogna iscriversi: formazioneattivismo@asud.net), alle 14 la plenaria e alle 15 tre sessioni tematiche in parallelo: “Salario europeo, reddito incondizionato, diritto alla casa, mutualismo urbano”; “Diritto di protesta, svolta autoritaria, superamento della democrazia liberale”; “Moltiplicare e organizzare la resistenza a guerra, riarmo, militarizzazione, genocidio”. La mattina di domenica 25 la plenaria sulla “questione europea”, poi le conclusioni. L'articolo Riarmo, dalla Cgil ad Amnesty fino a Pax Christi la sinistra “vera” si organizza a Bologna: “Contro i re e le loro guerre” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Riarmo
Palestina
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Roger Waters in esclusiva al Fatto: “Con il mio ultimo respiro spero di suonare The Wall in Palestina” – Video
“Ho detto che suonerò The Wall in Palestina quando sarà libera. Quando lo stato di apartheid cadrà e ci saranno uguali diritti per tutti, dal Giordano al Mediterraneo, vorrei essere ancora vivo per suonare The Wall e celebrare la libertà del popolo palestinese. Sarebbe fantastico farlo con il mio ultimo respiro”. È solo uno dei passaggi dell’intervista a Roger Waters. Il musicista, ex membro dei Pink Floyd, convinto antimilitarista, si è espresso in un lungo colloquio con Il Fatto Quotidiano (qui l’intervista integrale), spiegando, tra le altre cose, anche i motivi della sua posizione sul conflitto tra Israele e Palestina definendolo, come già fatto più volte, “un genocidio”. L'articolo Roger Waters in esclusiva al Fatto: “Con il mio ultimo respiro spero di suonare The Wall in Palestina” – Video proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Mi riconosco nelle femministe iraniane arrabbiate per il tradimento di chi non credeva loro
In questi giorni sto seguendo sui social con molta attenzione alcune femministe iraniane della diaspora, molto arrabbiate, e non riesco a non rivedere me stessa e le altre palestinesi in Italia dopo il 7 ottobre 2023. Il senso del tradimento da parte di chi credevi alleato, di chi non capiva la rabbia e trovava più semplice liquidarci come “arrabbiate”, “non razionali”, “piene di odio”… quando in realtà quella rabbia era prova di piena lucidità: la lucidità di capire che ciò che stava accadendo era oltre ogni immaginazione. “Non sono più la stessa persona che ero due settimane fa”, ha detto oggi una di queste attiviste. E io penso ad alcune femministe che non difesero una giovane donna palestinese da certi uomini bianchi, alimentando così dinamiche razziste e machiste nei miei confronti. Ripenso a una redattrice di una testata online – tra l’altro con background migratorio anche lei, quindi teoricamente più sensibile a cosa vuol dire lottare per avere uno spazio per raccontare la propria verità – che non voleva farmi scrivere perché “è pericoloso fare scrivere un’attivista emotivamente coinvolta”. Sì, disse proprio che era “pericoloso”. Ripenso a chi boicottò la prima manifestazione nazionale dell’ottobre 2023, perché i giovani palestinesi d’Italia non vollero essere accomodanti verso le posizioni ambigue. Penso a un amico con cui sono finalmente riuscita a chiudere. Solo col tempo sono riuscita a distinguere tra una critica davvero costruttiva e uno sminuire che, invece di aiutarmi, finiva per aggravare la mia situazione; e perché per lui era più facile colpevolizzare me e la mia rabbia che le persone ipocrite che ci circondano. Penso a certa gente che prima mi snobbava e mi trattava come se fossi una donna arrabbiata e irrazionale, e che ora mi saluta col sorriso come se nulla fosse, senza neanche un minimo di responsabilizzazione. La rabbia è verso il male che ha fatto a me – e per “me” intendo sempre la mia comunità, perché può essere chiunque della comunità quando si parla così con me, magari qualcuno che non ha la forza di difendersi, che a volte riesco ad avere io. Tante cose mi tornano in mente leggendo la rabbia delle donne di Feminists4Jina, Iran.feminist.liberation, Iranians4CollectiveLiberation, che diffondono analisi precise, dati di fatto, riflessioni mai scontate. La repressione del regime iraniano è feroce, e gli iraniani vivono quotidianamente la paura, i massacri, l’isolamento e la tensione internazionale. Non è facile stare in tutto questo: tra lotta per i propri diritti fondamentali e timore di un’escalation militare per cui Israele e gli Usa continuano a spingere, tra propaganda da tutte le parti e la pressione enorme che tutto ciò scarica sulle attiviste iraniane; con tutto il carico emotivo che hanno addosso – rabbia, sconforto, paura – stanno ora facendo controinformazione, offrendo strumenti a noi per comprendere la realtà e resistere alla propaganda. Dalla rabbia indescrivibile e dalla malinconia, poi, inevitabilmente si sta meglio. Si torna molto più forti, lucide, razionali, flessibili di prima, e con un bagaglio politico e culturale molto più ampio. Ma chi non ha voluto rispettare la nostra rabbia, i nostri pianti e la nostra fragilità non si merita la parte migliore di noi. Jin Jiyan Azadi L'articolo Mi riconosco nelle femministe iraniane arrabbiate per il tradimento di chi non credeva loro proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Marwan Barghouti, il leader palestinese in carcere da 23 anni, è la prova che Israele non perdona la resistenza morale
Aveva dieci anni e un cane. Il cane abbaiava e i soldati gli hanno sparato senza una ragione, come sparano agli esseri umani. Ha imparato così cosa vuol dire vivere sotto occupazione Marwan Barghouti, il più popolare leader politico palestinese. L’esercito occupante può sparare a chi vuole e farla franca. Può sbarrarti la strada a uno dei 600 check point e impedirti di andare a scuola. Può abbattere la tua casa e arrestarti senza prove. Un palestinese su quattro nel corso della sua vita è stato arrestato: caso unico al mondo. Incluse le donne e i bambini. Sono oltre 350 i minori tra i 12 e 18 anni attualmente detenuti nelle carceri israeliane. Barghouti viene arrestato la prima volta a 18 anni con l’accusa di aver preso parte a una rivolta. Si rivoltava contro l’occupazione illegale del suo Paese. Cosa avremmo fatto noi? “Se il mio Paese entrasse in guerra mi sentirei responsabile e se servisse mi arruolerei. Quanto sei d’accordo?”, chiede agli studenti con un questionario il Garante per l’Infanzia. Zero! Si “entra in guerra” anche quando si sferra un attacco, dovremmo sentirci responsabili di un simile crimine? Se invece venissimo attaccati, invasi, perseguitati e uccisi come durante il Fascismo, la difesa della Patria è un dovere sacro e inderogabile per ogni cittadino, dice la Costituzione. Sfugge però la logica: qui vogliamo gli studenti pronti a difendere la patria in armi ma neghiamo il diritto alla resistenza armata ai palestinesi sotto occupazione? Quello che per noi è sacro dovere per loro è terrorismo? All’Aquila è stato condannato a 5 anni per sostegno ai gruppi armati in Palestina Anan Yaeesh. Aveva quindici anni, passeggiava con la sua ragazza, a Tulkarem. Un soldato dell’Idf ha sparato e l’ha uccisa senza una ragione. Anan ha dormito sulla tomba per giorni e poi si è unito ai combattenti di Al-Fatah. Non ha mai compiuto azioni contro civili. Da quindici anni è in Italia. Non essendoci logica, le prove per condannare chi si difende dall’occupazione illegale vengono fornite dalla potenza occupante: prove che l’occupante ha raccolto nel mentre che commetteva il genocidio dell’occupato, dice la commissione d’inchiesta dell’Onu. È un’etichetta, quella di terrorismo, che noi occidentali attacchiamo a piacimento e a piacimento stacchiamo, come in Siria con Al Jolani; prima terrorista poi liberatore dei siriani, tranne i curdi, che continua a massacrare. Dice Woody Allen: “La pornografia è l’erotismo delgi altri”. Così il terrorismo è la resistenza degli altri. Il giochetto funziona particolarmente bene in Italia dove mezzo governo fatica a riconoscere il valore dellla Resistenza, il fondatore di Fratelli d’Italia accusa di terrorismo i partigiani e sfoggia il busto di Mussolini. Marwan Barghouti è in carcere da 23 anni. Sconta 5 ergastoli per aver partecipato agli attacchi della Seconda Intifada. Respinge l’accusa di terrorismo: «La lotta armata dei popoli sotto occupazione è un diritto e mira a porre fine all’occupazione, non a colpire i civili». Per Israele resta un terrorista, in buona compagnia con l’Onu, Francesca Albanese, i giornalisti, le Ong, i bambini. Ma la cosa che Israele non perdona al leader di al-Fataḥ non è la resistenza armata: è la resistenza morale. Quel suo ostinato, sovversivo, restare umano a dispetto dell’ingiustizia subita. Barghouti non chiede la fine di Israele ma la fine dell’occupazione. La sua colpa, agli occhi di Israele, è quella di battersi per la convivenza dei due popoli in due Stati, come promesso dagli accordi di pace di Oslo e da tutti i leader che ancora si dicono a favore di due stati ma uno lo hanno riconosciuto 78 anni fa e l’altro mai. «L’ultimo giorno dell’occupazione sarà il primo giorno della pace», ripete Barghouti. Sua moglie Fadwa è arrivata martedì in Italia. Non vede il marito da tre anni, Israele tiene “Il Mandela Palestinese” in carcere perché sa che potrebbe vincere le elezioni. Molto meglio, piuttosto che liberare un leader laico che sogna la democrazia, lasciare i palestinesi nelle mani di fanatici religiosi, proprio come gli israeliani. Molto meglio, ha spiegato Netanyahu alla Knesset, rafforzare Hamas che è contraria ai due Stati proprio come lo è Israele. Molto meglio che a parlare siano le armi e non la diplomazia perché di armi Israele ne ha di più. Per questo Marwan viene picchiato, torturato, deriso in carcere dal ministro Ben Gvir, costretto a sedere per ore e ore su una sedia con lo schienale chiodato: Appena rilasci i muscoli ti lacera la carne. Fadwa racconta delle brevi visite concesse, dell’impossibilità di toccarsi perché c’è il vetro e di parlare perché il telefono non funziona e non lo aggiustano apposta e nessuna di queste angherie, dice Fadwa, fiaccherà il nostro spirito: «Nessuna oppressione piegherà la resistenza dei palestinesi». Cos’hanno che li sostiene? Quello che manca a Netanyahu, a Trump, ai complici di Israele che definiscono “pace” il suo contrario: la prosecuzione dell’occupazione. Hanno ragione. L'articolo Marwan Barghouti, il leader palestinese in carcere da 23 anni, è la prova che Israele non perdona la resistenza morale proviene da Il Fatto Quotidiano.
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La serata al Bellini di Napoli per gli studenti palestinesi è stata da brividi. Il sindaco? Assente
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I leader di centrosinistra contro il ‘Board of Peace’: “Meloni dica no, Italia non può partecipare a questo tentativo di smantellare l’Onu”
È unanime la richiesta proveniente dai leader di centrosinistra a Giorgia Meloni perché dica no all’invito per far parte del ‘Board of Peace’, ideato dal presidente Usa Donald Trump. “Auspichiamo che l’Italia non ne faccia parte – afferma il presidente 5 Stelle Giuseppe Conte – non ci sono le condizioni, nonostante la risoluzione Onu, che quello sia un organismo che assicuri tutti i principi del diritto internazionale”. Per Elly Schlen “la proposta del Board of peace è inaccettabile, l’Italia non può partecipare a questo tentativo di smantellare gli organismi multilaterali che sono quelli a favore del dialogo tra gli Stati e non l’uso della forza e della legge del più forte che è quella che vuole far prevalere il presidente americano Trump”. Per la segretaria dem “Trump vuole smantellare definitivamente le nazioni unite e creare una ONU alternativa a pagamento”. Proposta di Trump bollata da Nicola Fratoianni come “scandalosa” e da Angelo Bonelli come “una trasformazione del diritto internazionale in diritto societario”. L'articolo I leader di centrosinistra contro il ‘Board of Peace’: “Meloni dica no, Italia non può partecipare a questo tentativo di smantellare l’Onu” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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La moglie del leader palestinese Barghouti: “Serve sforzo comune per la liberazione di mio marito come accadde per Mandela”
Fadwa Barghouti, moglie di Marwan Barghouti, ha incontrato i leader di centrosinistra assieme a Luisa Morgantini del Comitato nazionale Free Marwan Barghouti. “Ringraziamo i leader dei partiti che hanno abbracciato la nostra campagna per i diritti e la libertà del popolo palestinese. Ci auguriamo che attori, cantanti, poeti possano unirsi alla nostra campagna internazionale” ha detto. “Marwan Barghouti è un simbolo dell’unità nazionale palestinese ed è un simbolo di pace per tutta la regione”. Soprannominato il “Mandela dei palestinesi”, Barghouti è rinchiuso in un carcere israeliano dal 2002 dopo una condanna all’ergastolo. È stato uno dei leader della prima e della seconda intifada L'articolo La moglie del leader palestinese Barghouti: “Serve sforzo comune per la liberazione di mio marito come accadde per Mandela” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Gli attivisti di Palestine Action detenuti nel Regno Unito interrompono lo sciopero della fame dopo 73 giorni
I tre attivisti di Palestine Action, attualmente in custodia cautelare e in attesa di processo nel Regno Unito, hanno interrotto lo sciopero della fame dopo 73 giorni. Si tratta dello sciopero della fame più lungo e organizzato dai tempi del secondo sciopero del 1981 dell’Ira in cui morì – tra gli altri – Bobby Sands. Prima di loro tre, già altri quattro attivisti avevano interrotto la protesta. A portarla avanti ora solo il 22enne Umar Khalid, che dopo averla sospesa qualche giorno fa, l’ha poi ripresa. Gli attivisti che hanno interrotto lo sciopero sono Lewie Chiaramello, di 22 anni, il 28enne Kamran Ahmed e la 31enne Heba Muraisi. Quest’ultima è detenuta nell’Hmp New Hall di Wakefield, una prigione nel West Yorkshire a 300 chilometri dalla capitale. Ahmed, invece, nell’Hmp Pentoville nel nord di Londra mentre Chiaramello nell’Hmp di Bristol. Lo sciopero era iniziato per denunciare i rapporti del Regno Unito con Israele e si è interrotto, secondo il Guardian, dopo il rifiuto da parte del governo laburista di Keir Starmer di assegnare un contratto per la difesa da 2 miliardi alla Elbit Systems UK, sussidiaria di una società israeliana, l’Elbit Systems, produttrice di armi. A convincere gli attivisti a fermare la protesta è stato anche il grave peggioramento delle loro condizioni di salute. Il governo Starmer ha adottato, proprio come il governo Thatcher con l’Ira decenni fa, una politica di “tolleranza zero“. Ma le dure critiche ricevute per essersi rifiutato di incontrare gli avvocati degli attivisti, il ministero della Giustizia ha richiesto un colloquio. L’appuntamento, secondo l’associazione Prisoners for Palestine che ha dato la notizia, si è tenuto venerdì scorso. All’interno di questo si è parlato delle condizioni dei militanti nelle prigioni del paese. Nel giugno del 2025, il Parlamento inglese ha inserito il movimento Palestine action, nato nel 2020 contro “il regime genocida di Israele”, nell’elenco delle organizzazioni terroristiche, insieme ad altre realtà come al-Qaeda e Daesh (Isis). E per questo gli attivisti arrestati dopo i blitz di proteste sono ora sottoposti a regime di carcere duro. L'articolo Gli attivisti di Palestine Action detenuti nel Regno Unito interrompono lo sciopero della fame dopo 73 giorni proviene da Il Fatto Quotidiano.
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