Sei attivisti di Palestine Action sono stati assolti per l’irruzione nella sede
britannica dell’azienda di difesa israeliana Elbit Systems compiuta a Bristol
durante le prime ore del 6 agosto 2024. A stabilirlo la Woolwich Crown Court in
quella che rappresenta una storica vittoria legale per il gruppo pro-pal messo
al bando come “organizzazione terroristica” dal governo laburista di Keir
Starmer. Nei mesi scorsi sono stati moltissimi gli arresti dei manifestanti che
protestavano contro la messa al bando dell’organizzazione.
La giuria non ha ritenuto gli imputati colpevoli delle accuse per cui erano
finiti di fronte alla giustizia, tra cui furto con scasso aggravato e
danneggiamento, nell’azione di protesta contro i locali della società di
armamenti. Il movimento ha sempre denunciato la società Elbit Systems per la
produzione di armi da destinare all’esercito israeliano, versione sempre
smentita dalla società.
Gli attivisti, Charlotte Head, Samuel Corner, Leona Kamio, Fatema Rajwani, Zoe
Rogers e Jordan Devlin, dopo il verdetto, si sono abbracciati sul banco degli
imputati mentre alcuni dei loro sostenitori applaudivano dal pubblico. Un
portavoce di Defender Our Juries, gruppo che chiede la revoca della messa al
bando di Palestine Action, ha dichiarato: “Questi verdetti smontano le accuse
ingannevoli del governo secondo cui questi coraggiosi attivisti sarebbero
‘criminali violenti“.
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L'articolo Assolti in Gb gli attivisti Pro-Pal di Palestine Action: avevano
fatto irruzione in un’azienda di difesa israeliana proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Tag - Palestina
C’era attesa il 27 gennaio, per il concerto degli Earth di Dylan Carlson al
centro sociale TPO di Bologna. Ma i fan accorsi al locale se ne sono dovuti
andare via a bocca asciutta. Infatti la produzione ha fatto sapere,
all’improvviso e con il pubblico che gremiva la sala, che il concerto non si
sarebbe svolto. In molti si sono chiesti il perché di questa decisione
repentina. Secondo quanto riportato da Il Corriere della Sera una bandiera
palestinese presente in platea avrebbe fatto indispettire Dylan Carlson.
L’artista avrebbe chiesto alla produzione di rimuovere quella bandiera, ma i
gestori del locale si sarebbero rifiutati fermamente. Da qui la comunicazione
alla folla che ha reagito con proteste e qualche mugugno.
A dare una spiegazione ci ha pensato Long Live Rock’n’Roll con un comunicato
condiviso sui social: “È stata una decisione molto pesante da prendere, per noi
come per loro, anche perché sappiamo che tante e tanti vengono da fuori. È uno
dei motivi per cui i biglietti saranno rimborsati e tutto sarà a carico del TPO.
Ci dispiace, grazie per la comprensione. Free free Palestine!”.
Si è fatto sentire anche Dylan Carlson: “Mi scuso con le persone che questa sera
avrebbero voluto vedere un po’ di musica a Bologna, – ha dichiarato l’artista su
Instagram – ma il TPO di Bologna mette la politica al di sopra della musica e ha
cancellato lo show degli Earth. Né la band, né il Freakout c’entrano qualcosa”.
Ieri sera invece al Magnolia di Segrate (Milano), nessun intoppo.
CHI SONO GLI EARTH DI DYLAN CARLSON
Per quasi trent’anni gli Earth di Dylan Carlson hanno ridisegnato i confini del
rock, trasformando il drone e il riff sabbathiano in un’ipnotica litania di
chitarre rallentate e panorami sonori maestosi. Autentici pionieri del drone e
dell’ambient metal, gli Earth continuano a rappresentare una forza visionaria in
costante evoluzione, capace di elevare la densità sonora a esperienza di
carattere mistico.
L'articolo “Togliete quella bandiera della Palestina in platea”, ma il gestore
del locale si rifiuta. Salta il concerto. Scoppia il caos sulla band Earth di
Dylan Carlson proviene da Il Fatto Quotidiano.
La prospettiva è una manifestazione nazionale a Roma, probabilmente a fine
marzo, contro il riarmo e la stretta autoritaria dell’ultimo, ennesimo
“pacchetto sicurezza”, ma anche sui temi sociali: reddito e lavoro, casa, fino
alla difesa dell’ambiente e degli spazi sgomberati o sotto sgombero. Evitando
sovrapposizioni con il referendum costituzionale, al momento fissato per il 22 e
il 23 marzo. La parola chiave è “convergenza” e il percorso “Contro i re e le
loro guerre” passa per l’Assemblea nazionale di sabato 24 e domenica 25 al Tpo
di Bologna. “O re o libertà” è lo slogan, ispirato almeno in parte al movimento
“No Kings” nato negli Stati Uniti contro le politiche liberticide di Donald
Trump. Sullo sfondo un pugno chiuso stringe una carta da gioco, il re di cuori.
Partecipano oltre 700 tra associazioni, sindacati, movimenti, centri sociali,
gruppi e gruppetti. Dall’Arci alla Cgil, a Pax Christi, alla Fondazione
Perugia-Assisi e a tutte le sigle del nodo italiano della rete “Stop Rearm
Europe” e della rete “A pieno regime”, nata nel 2024 contro il Ddl sicurezza di
allora. Quel percorso si è intrecciato con la mobilitazione contro l’economia di
guerra e il genocidio dei palestinesi fino alle grandi manifestazioni che a
settembre-ottobre 2025 hanno accompagnato la Global Sumud Flotilla. A novembre
la prima assemblea “Contro i re” alla Sapienza di Roma. “L’obiettivo è non
rimanere tutti attaccati alla propria lotta, fare insieme un salto di qualità –
dice Barbara Tibaldi, segreteria Fiom Cgil – Noi difendiamo salario e lavoro e
non è possibile senza difendere anche la casa e i diritti democratici. Non
bisogna limitarsi a una semplice sommatoria e neppure sconfinare nei discorsi
astratti”.
Il rapporto tra la spesa militare che cresce e la spesa sociale che arretra lo
vedono tutti, come le spinte autoritarie che cavalcano fatti di cronaca alla
ricerca di nemici interni o esterni. Da qui anche gli sgomberi: a Bologna
dovrebbe partecipare Askatasuna (come pure il Leonkavallo di Milano già
sgomberato e Spin Time di Roma, a rischio). Il percorso verso la manifestazione
di marzo passa anche per quella del 31 gennaio contro lo sgombero del centro
sociale torinese, indetto da un’altra assemblea nei giorni scorsi, e in generale
contro il governo e il suo piano sgomberi. Anche a Napoli il 14 febbraio c’è un
corteo per difendere, tra gli altri, Officina 99. E ancora: il 5 marzo la
mobilitazione studentesca in solidarietà con gli studenti tedeschi che si
oppongono al ritorno della leva militare, che almeno per ora da noi non è
all’ordine del giorno.
“Queste date non sono un semplice calendario ma un’agenda politica per il
diritto al dissenso, alla pace, alla casa, a un lavoro dignitoso, per la parità
di genere, la libertà d’informazione e d’espressione, la giustizia climatica e
sociale”, dice Rosa Lella di Stop Rearm Europe, giornalista della Rete
#NoBavaglio. Alfio Nicotra, Rete italiana pace e disarmo: “Le politiche
anacronistiche di riarmo decise da Ue e Nato spingono il pianeta verso il
precipizio della guerra ai popoli, alla natura, ai diritti umani. La stessa
democrazia è messa in discussione dalla torsione autoritaria che il militarismo
imprime”. Marco Bersani, Attac: “Da qualunque parte si osservi il mondo siamo di
fronte alla fine dell’illusione liberista del benessere per tutti”.
L’elenco delle realtà che aderiscono è sterminato, comprende anche Magistratura
democratica impegnata nella campagna per il “no” al referendum sulla divisione
in due dell’ordine giudiziario, Amnesty International e Antigone, così come una
parte significativa del mondo cattolico. Ci sarà don Mattia Ferrari della Ong
Mediterranea e non è escluso – ha scritto l’HuffPost – che al Tpo si faccia
vedere Matteo Zuppi, arcivescovo di Bologna e presidente della Cei. Soprattutto
ci saranno attivisti di base da tutta Italia. Stanno pubblicando sui social
video di promozione dell’assemblea, tra gli altri è uscito quello di Maria Elena
Delia del Global Movement to Gaza e della Global Sumud: poche parole semplici
per legare la Palestina ai diritti di tutti. Proprio la Flotilla nei mesi scorsi
ha bucato la rete – 1,5 miliardi di contatti Instagram, dicono, roba da studiare
in tutte le scuole di comunicazione politica – anche raccontandosi con i volti
puliti di persone che si mettono in gioco. A Bologna ci saranno anche Patrick
Zaki e Zerocalcare.
E la politica tradizionale? Un passo indietro, ma c’è. Sono attesi gli
europarlamentari Cecilia Strada del Pd, Pasquale Tridico del M5S e Ilaria Salis
di Sinistra italiana. Quest’ultima, peraltro, ben presente dal 2024, specie a
Roma, nella mobilitazione contro il Ddl sicurezza. Ci sarà anche Rifondazione a
Bologna. Mancheranno invece l’Unione sindacale di base e altre voci importanti
del sindacalismo di base, come della sinistra radicale e antagonista, che su
questi temi ci sono ed erano all’assemblea di Torino per Askatasuna. Per quanto
poi a livello locale le convergenze siano a volte più ampie.
A Massa, per dire, sempre sabato 24 Cgil e Usb saranno insieme in piazza per
denunciare uno dei tanti procedimenti aperti in Italia per le manifestazioni del
3 ottobre scorso, all’indomani cioè dell’arresto (sequestro?) dei 462 della
Global Sumud e il sequestro (furto?) delle barche da parte delle forze armate
israeliane, quando nelle strade del nostro Paese c’era pure gente che non ci era
mai andata in vita sua. Anche i dirigenti sindacali locali, ben quattro della
Cgil, sono fra i 37 a un passo dal processo per interruzione di pubblico
servizio, blocco ferroviario e manifestazione non preavvisata. Reati per cui
rischiano anni, con le regole meloniane: fino a due per il solo blocco
ferroviario (decreto legge 11 aprile 2025, n. 48, in passato era un illecito
amministrativo). E’ bene ricordare che tutto si è svolto pacificamente.
“Parola chiave convergenza ma anche No Kings, cioè facciamo come in America
anche se l’Europa e diversa. Mettiamo insieme i pacifisti, molto radicali nel
loro rifiuto della violenza e delle armi, e realtà che costruiscono autogoverno
e resistenza come i centri sociali. Il Tpo non è solo un centro sociale e
costruisce radicalità, conflitto, autorganizzazione. Vista la violenza dei re,
quello che verrà dopo non sarà come prima: dobbiamo contrastarlo fuori da ogni
logica campista”, dice Christopher Ceresi del Tpo. All’assemblea parleranno
anche i Curdi del Rojava che resistono al regime siriano dell’ex qaedista Al
Jolani, al secolo Ahmed al-Shara; alcuni video “promozionali” sottolineano la
solidarietà con il popolo iraniano, vittima della repressione di ayatollah e
pasdaran: su queste vicende la sinistra più “campista” è freddina, mentre il
documento finale di Roma a novembre metteva anche Vladimir Putin e Xi Jinping
tra i “re” da contrastare.
La due giorni è organizzata su sessioni plenarie e tematiche. Il primo workshop,
sabato 24 alle 11, su “Decreto sicurezza e diritto di protesta. Cosa cambia e
come difendersi” con l’avvocata Paola Bevere (solo qui bisogna iscriversi:
formazioneattivismo@asud.net), alle 14 la plenaria e alle 15 tre sessioni
tematiche in parallelo: “Salario europeo, reddito incondizionato, diritto alla
casa, mutualismo urbano”; “Diritto di protesta, svolta autoritaria, superamento
della democrazia liberale”; “Moltiplicare e organizzare la resistenza a guerra,
riarmo, militarizzazione, genocidio”. La mattina di domenica 25 la plenaria
sulla “questione europea”, poi le conclusioni.
L'articolo Riarmo, dalla Cgil ad Amnesty fino a Pax Christi la sinistra “vera”
si organizza a Bologna: “Contro i re e le loro guerre” proviene da Il Fatto
Quotidiano.
“Ho detto che suonerò The Wall in Palestina quando sarà libera. Quando lo stato
di apartheid cadrà e ci saranno uguali diritti per tutti, dal Giordano al
Mediterraneo, vorrei essere ancora vivo per suonare The Wall e celebrare la
libertà del popolo palestinese. Sarebbe fantastico farlo con il mio ultimo
respiro”. È solo uno dei passaggi dell’intervista a Roger Waters. Il musicista,
ex membro dei Pink Floyd, convinto antimilitarista, si è espresso in un lungo
colloquio con Il Fatto Quotidiano (qui l’intervista integrale), spiegando, tra
le altre cose, anche i motivi della sua posizione sul conflitto tra Israele e
Palestina definendolo, come già fatto più volte, “un genocidio”.
L'articolo Roger Waters in esclusiva al Fatto: “Con il mio ultimo respiro spero
di suonare The Wall in Palestina” – Video proviene da Il Fatto Quotidiano.
In questi giorni sto seguendo sui social con molta attenzione alcune femministe
iraniane della diaspora, molto arrabbiate, e non riesco a non rivedere me stessa
e le altre palestinesi in Italia dopo il 7 ottobre 2023. Il senso del tradimento
da parte di chi credevi alleato, di chi non capiva la rabbia e trovava più
semplice liquidarci come “arrabbiate”, “non razionali”, “piene di odio”… quando
in realtà quella rabbia era prova di piena lucidità: la lucidità di capire che
ciò che stava accadendo era oltre ogni immaginazione.
“Non sono più la stessa persona che ero due settimane fa”, ha detto oggi una di
queste attiviste. E io penso ad alcune femministe che non difesero una giovane
donna palestinese da certi uomini bianchi, alimentando così dinamiche razziste e
machiste nei miei confronti.
Ripenso a una redattrice di una testata online – tra l’altro con background
migratorio anche lei, quindi teoricamente più sensibile a cosa vuol dire lottare
per avere uno spazio per raccontare la propria verità – che non voleva farmi
scrivere perché “è pericoloso fare scrivere un’attivista emotivamente
coinvolta”. Sì, disse proprio che era “pericoloso”.
Ripenso a chi boicottò la prima manifestazione nazionale dell’ottobre 2023,
perché i giovani palestinesi d’Italia non vollero essere accomodanti verso le
posizioni ambigue. Penso a un amico con cui sono finalmente riuscita a chiudere.
Solo col tempo sono riuscita a distinguere tra una critica davvero costruttiva e
uno sminuire che, invece di aiutarmi, finiva per aggravare la mia situazione; e
perché per lui era più facile colpevolizzare me e la mia rabbia che le persone
ipocrite che ci circondano.
Penso a certa gente che prima mi snobbava e mi trattava come se fossi una donna
arrabbiata e irrazionale, e che ora mi saluta col sorriso come se nulla fosse,
senza neanche un minimo di responsabilizzazione.
La rabbia è verso il male che ha fatto a me – e per “me” intendo sempre la mia
comunità, perché può essere chiunque della comunità quando si parla così con me,
magari qualcuno che non ha la forza di difendersi, che a volte riesco ad avere
io.
Tante cose mi tornano in mente leggendo la rabbia delle donne di Feminists4Jina,
Iran.feminist.liberation, Iranians4CollectiveLiberation, che diffondono analisi
precise, dati di fatto, riflessioni mai scontate. La repressione del regime
iraniano è feroce, e gli iraniani vivono quotidianamente la paura, i massacri,
l’isolamento e la tensione internazionale. Non è facile stare in tutto questo:
tra lotta per i propri diritti fondamentali e timore di un’escalation militare
per cui Israele e gli Usa continuano a spingere, tra propaganda da tutte le
parti e la pressione enorme che tutto ciò scarica sulle attiviste iraniane; con
tutto il carico emotivo che hanno addosso – rabbia, sconforto, paura – stanno
ora facendo controinformazione, offrendo strumenti a noi per comprendere la
realtà e resistere alla propaganda.
Dalla rabbia indescrivibile e dalla malinconia, poi, inevitabilmente si sta
meglio. Si torna molto più forti, lucide, razionali, flessibili di prima, e con
un bagaglio politico e culturale molto più ampio. Ma chi non ha voluto
rispettare la nostra rabbia, i nostri pianti e la nostra fragilità non si merita
la parte migliore di noi.
Jin Jiyan Azadi
L'articolo Mi riconosco nelle femministe iraniane arrabbiate per il tradimento
di chi non credeva loro proviene da Il Fatto Quotidiano.
Aveva dieci anni e un cane. Il cane abbaiava e i soldati gli hanno sparato senza
una ragione, come sparano agli esseri umani. Ha imparato così cosa vuol dire
vivere sotto occupazione Marwan Barghouti, il più popolare leader politico
palestinese. L’esercito occupante può sparare a chi vuole e farla franca. Può
sbarrarti la strada a uno dei 600 check point e impedirti di andare a scuola.
Può abbattere la tua casa e arrestarti senza prove. Un palestinese su quattro
nel corso della sua vita è stato arrestato: caso unico al mondo. Incluse le
donne e i bambini. Sono oltre 350 i minori tra i 12 e 18 anni attualmente
detenuti nelle carceri israeliane. Barghouti viene arrestato la prima volta a 18
anni con l’accusa di aver preso parte a una rivolta. Si rivoltava contro
l’occupazione illegale del suo Paese. Cosa avremmo fatto noi? “Se il mio Paese
entrasse in guerra mi sentirei responsabile e se servisse mi arruolerei. Quanto
sei d’accordo?”, chiede agli studenti con un questionario il Garante per
l’Infanzia. Zero! Si “entra in guerra” anche quando si sferra un attacco,
dovremmo sentirci responsabili di un simile crimine? Se invece venissimo
attaccati, invasi, perseguitati e uccisi come durante il Fascismo, la difesa
della Patria è un dovere sacro e inderogabile per ogni cittadino, dice la
Costituzione.
Sfugge però la logica: qui vogliamo gli studenti pronti a difendere la patria in
armi ma neghiamo il diritto alla resistenza armata ai palestinesi sotto
occupazione? Quello che per noi è sacro dovere per loro è terrorismo? All’Aquila
è stato condannato a 5 anni per sostegno ai gruppi armati in Palestina Anan
Yaeesh. Aveva quindici anni, passeggiava con la sua ragazza, a Tulkarem. Un
soldato dell’Idf ha sparato e l’ha uccisa senza una ragione. Anan ha dormito
sulla tomba per giorni e poi si è unito ai combattenti di Al-Fatah. Non ha mai
compiuto azioni contro civili. Da quindici anni è in Italia. Non essendoci
logica, le prove per condannare chi si difende dall’occupazione illegale vengono
fornite dalla potenza occupante: prove che l’occupante ha raccolto nel mentre
che commetteva il genocidio dell’occupato, dice la commissione d’inchiesta
dell’Onu. È un’etichetta, quella di terrorismo, che noi occidentali attacchiamo
a piacimento e a piacimento stacchiamo, come in Siria con Al Jolani; prima
terrorista poi liberatore dei siriani, tranne i curdi, che continua a
massacrare. Dice Woody Allen: “La pornografia è l’erotismo delgi altri”. Così il
terrorismo è la resistenza degli altri. Il giochetto funziona particolarmente
bene in Italia dove mezzo governo fatica a riconoscere il valore dellla
Resistenza, il fondatore di Fratelli d’Italia accusa di terrorismo i partigiani
e sfoggia il busto di Mussolini.
Marwan Barghouti è in carcere da 23 anni. Sconta 5 ergastoli per aver
partecipato agli attacchi della Seconda Intifada. Respinge l’accusa di
terrorismo: «La lotta armata dei popoli sotto occupazione è un diritto e mira a
porre fine all’occupazione, non a colpire i civili». Per Israele resta un
terrorista, in buona compagnia con l’Onu, Francesca Albanese, i giornalisti, le
Ong, i bambini. Ma la cosa che Israele non perdona al leader di al-Fataḥ non è
la resistenza armata: è la resistenza morale. Quel suo ostinato, sovversivo,
restare umano a dispetto dell’ingiustizia subita. Barghouti non chiede la fine
di Israele ma la fine dell’occupazione. La sua colpa, agli occhi di Israele, è
quella di battersi per la convivenza dei due popoli in due Stati, come promesso
dagli accordi di pace di Oslo e da tutti i leader che ancora si dicono a favore
di due stati ma uno lo hanno riconosciuto 78 anni fa e l’altro mai. «L’ultimo
giorno dell’occupazione sarà il primo giorno della pace», ripete Barghouti.
Sua moglie Fadwa è arrivata martedì in Italia. Non vede il marito da tre anni,
Israele tiene “Il Mandela Palestinese” in carcere perché sa che potrebbe vincere
le elezioni. Molto meglio, piuttosto che liberare un leader laico che sogna la
democrazia, lasciare i palestinesi nelle mani di fanatici religiosi, proprio
come gli israeliani. Molto meglio, ha spiegato Netanyahu alla Knesset,
rafforzare Hamas che è contraria ai due Stati proprio come lo è Israele. Molto
meglio che a parlare siano le armi e non la diplomazia perché di armi Israele ne
ha di più. Per questo Marwan viene picchiato, torturato, deriso in carcere dal
ministro Ben Gvir, costretto a sedere per ore e ore su una sedia con lo
schienale chiodato: Appena rilasci i muscoli ti lacera la carne. Fadwa racconta
delle brevi visite concesse, dell’impossibilità di toccarsi perché c’è il vetro
e di parlare perché il telefono non funziona e non lo aggiustano apposta e
nessuna di queste angherie, dice Fadwa, fiaccherà il nostro spirito: «Nessuna
oppressione piegherà la resistenza dei palestinesi». Cos’hanno che li sostiene?
Quello che manca a Netanyahu, a Trump, ai complici di Israele che definiscono
“pace” il suo contrario: la prosecuzione dell’occupazione. Hanno ragione.
L'articolo Marwan Barghouti, il leader palestinese in carcere da 23 anni, è la
prova che Israele non perdona la resistenza morale proviene da Il Fatto
Quotidiano.
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La Palestina sta scomparendo quasi del tutto dall’informazione. Vogliono
cancellare le prove dello sterminio ancora in atto. Intendono appropriarsi di
tutta la terra palestinese e soprattutto del mare. La finta tregua di Trump e
Netanyahu serviva per fermare le mobilitazioni di milioni di persone e crescenti
in maniera imponente nel mondo. Gli oligarchi politici e finanziari hanno temuto
la forza dei popoli e di perdere il controllo del potere. Quindi Trump, il
gangster con la divisa, ha imposto un cessate il fuoco piuttosto farlocco senza
una pace giusta nemmeno ad intravederla con un cannocchiale astronomico. Il loro
obiettivo è fare soldi e affari in Palestina e cancellare per sempre stato e
popolo.
In Palestina si continua a morire ogni giorno sotto il fuoco israeliano, a Gaza
si sopravvive in tende al freddo allagate, neonati e anziani muoiono per le
intemperie, scarseggia il cibo, i medicinali sono pochi e gli ospedali in gran
parte distrutti, i coloni avanzano con brutale violenza in Cisgiordania con la
copertura dell’esercito israeliano. Il governo Meloni permane sempre genuflesso
sulle posizioni di Trump e Netanyahu, altro che sovranismo meloniano,
l’opposizione parlamentare, tranne rarissime eccezioni, si è già dileguata nel
momento in cui la Palestina non era più questione di aumento dei “like” sui
social. Napoli, invece, nonostante un Sindaco assente e posizionato dalla parte
degli oppressori, ha risposto ancora una volta alla grande.
Con l’associazione Life for Gaza, di cui mi onoro di essere tra i promotori e
gli organizzatori, abbiamo realizzato un altro bellissimo evento culturale di
solidarietà, con sold out, lunedì scorso al Teatro Bellini, che abbiamo chiamato
“Senza tregua”. Perché non c’è tregua in Palestina e anche noi non diamo tregua
con l’impegno civile e sociale e la fratellanza verso i popoli oppressi. Grazie
alla infinita generosità dei napoletani e degli artisti siamo riusciti a
raccogliere fondi per garantire le spese per la permanenza in città di una
trentina di ragazze e ragazzi palestinesi che sono venuti a completare gli
studi, soprattutto universitari, a Napoli. In Palestina, infatti, tra i diritti
fondamentali soppressi, oltre quello alla vita, alla salute, alla libertà, vi è
anche l’eliminazione del diritto all’istruzione.
È stata una serata ricchissima di emozioni, di coinvolgimento collettivo, con un
senso di unione e comunità all’interno di un teatro bellissimo, con interventi
stupendi come quelli, tra i tanti, di Fiorella Mannoia, Fabrizio Gifuni, Daniele
Russo, Francesca Albanese e poi con canzoni e performance artistiche
straordinarie dedicate al popolo palestinese che ci hanno fatto venire i
brividi. Davanti alla barbarie umana, alla violazione sistematica del diritto
internazionale, di fronte a crimini di guerra e al genocidio, non si può
rimanere indifferenti e il silenzio e l’omissione puzzano di complicità.
Per noi il diritto vale sempre, le violazioni dei diritti umani vanno condannate
sempre ovunque consumate, il dritto non vale fino ad un certo punto come
sostiene il ministro degli esteri italiano, per noi il punto è la Costituzione e
i diritti sono diritti se sono per tutti altrimenti sono solo un privilegio. La
Costituzione e la nostra città, con la storia di liberazione dal nazifascismo
con le quattro giornate di Napoli del 1943, ci insegnano che bisogna stare dalla
parte della giustizia contro gli abusi dei poteri. Senza pensare se si vincerà o
meno. Ci tocca stare nel posto giusto nel momento giusto. Ora, come allora.
Bisogna essere partigiani, resistere e lottare, perché possano vincere la pace e
la giustizia, l’amore contro l’odio e la non violenza contro la violenza. Noi
abbiamo scelto ancora una volta, come sempre sarà, di stare con gli oppressi e
con i giusti, contro gli oppressori e i tiranni.
L'articolo La serata al Bellini di Napoli per gli studenti palestinesi è stata
da brividi. Il sindaco? Assente proviene da Il Fatto Quotidiano.
È unanime la richiesta proveniente dai leader di centrosinistra a Giorgia Meloni
perché dica no all’invito per far parte del ‘Board of Peace’, ideato dal
presidente Usa Donald Trump. “Auspichiamo che l’Italia non ne faccia parte –
afferma il presidente 5 Stelle Giuseppe Conte – non ci sono le condizioni,
nonostante la risoluzione Onu, che quello sia un organismo che assicuri tutti i
principi del diritto internazionale”. Per Elly Schlen “la proposta del Board of
peace è inaccettabile, l’Italia non può partecipare a questo tentativo di
smantellare gli organismi multilaterali che sono quelli a favore del dialogo tra
gli Stati e non l’uso della forza e della legge del più forte che è quella che
vuole far prevalere il presidente americano Trump”. Per la segretaria dem “Trump
vuole smantellare definitivamente le nazioni unite e creare una ONU alternativa
a pagamento”. Proposta di Trump bollata da Nicola Fratoianni come “scandalosa” e
da Angelo Bonelli come “una trasformazione del diritto internazionale in diritto
societario”.
L'articolo I leader di centrosinistra contro il ‘Board of Peace’: “Meloni dica
no, Italia non può partecipare a questo tentativo di smantellare l’Onu” proviene
da Il Fatto Quotidiano.
Fadwa Barghouti, moglie di Marwan Barghouti, ha incontrato i leader di
centrosinistra assieme a Luisa Morgantini del Comitato nazionale Free Marwan
Barghouti. “Ringraziamo i leader dei partiti che hanno abbracciato la nostra
campagna per i diritti e la libertà del popolo palestinese. Ci auguriamo che
attori, cantanti, poeti possano unirsi alla nostra campagna internazionale” ha
detto. “Marwan Barghouti è un simbolo dell’unità nazionale palestinese ed è un
simbolo di pace per tutta la regione”. Soprannominato il “Mandela dei
palestinesi”, Barghouti è rinchiuso in un carcere israeliano dal 2002 dopo una
condanna all’ergastolo. È stato uno dei leader della prima e della seconda
intifada
L'articolo La moglie del leader palestinese Barghouti: “Serve sforzo comune per
la liberazione di mio marito come accadde per Mandela” proviene da Il Fatto
Quotidiano.
I tre attivisti di Palestine Action, attualmente in custodia cautelare e in
attesa di processo nel Regno Unito, hanno interrotto lo sciopero della fame dopo
73 giorni. Si tratta dello sciopero della fame più lungo e organizzato dai tempi
del secondo sciopero del 1981 dell’Ira in cui morì – tra gli altri – Bobby
Sands.
Prima di loro tre, già altri quattro attivisti avevano interrotto la protesta. A
portarla avanti ora solo il 22enne Umar Khalid, che dopo averla sospesa qualche
giorno fa, l’ha poi ripresa.
Gli attivisti che hanno interrotto lo sciopero sono Lewie Chiaramello, di 22
anni, il 28enne Kamran Ahmed e la 31enne Heba Muraisi. Quest’ultima è detenuta
nell’Hmp New Hall di Wakefield, una prigione nel West Yorkshire a 300 chilometri
dalla capitale. Ahmed, invece, nell’Hmp Pentoville nel nord di Londra mentre
Chiaramello nell’Hmp di Bristol.
Lo sciopero era iniziato per denunciare i rapporti del Regno Unito con Israele e
si è interrotto, secondo il Guardian, dopo il rifiuto da parte del governo
laburista di Keir Starmer di assegnare un contratto per la difesa da 2 miliardi
alla Elbit Systems UK, sussidiaria di una società israeliana, l’Elbit Systems,
produttrice di armi. A convincere gli attivisti a fermare la protesta è stato
anche il grave peggioramento delle loro condizioni di salute.
Il governo Starmer ha adottato, proprio come il governo Thatcher con l’Ira
decenni fa, una politica di “tolleranza zero“. Ma le dure critiche ricevute per
essersi rifiutato di incontrare gli avvocati degli attivisti, il ministero della
Giustizia ha richiesto un colloquio. L’appuntamento, secondo l’associazione
Prisoners for Palestine che ha dato la notizia, si è tenuto venerdì scorso.
All’interno di questo si è parlato delle condizioni dei militanti nelle prigioni
del paese.
Nel giugno del 2025, il Parlamento inglese ha inserito il movimento Palestine
action, nato nel 2020 contro “il regime genocida di Israele”, nell’elenco delle
organizzazioni terroristiche, insieme ad altre realtà come al-Qaeda e Daesh
(Isis). E per questo gli attivisti arrestati dopo i blitz di proteste sono ora
sottoposti a regime di carcere duro.
L'articolo Gli attivisti di Palestine Action detenuti nel Regno Unito
interrompono lo sciopero della fame dopo 73 giorni proviene da Il Fatto
Quotidiano.