“Il Comitato disciplinare della Fifa sanziona la Federcalcio israeliana”. A
leggere il titolo del comunicato ufficiale pubblicato dalla massima
organizzazione calcistica mondiale, sembra quasi che le istituzioni del pallone
si siano svegliate e abbiano deciso di prendere finalmente posizione su quanto
accaduto e continua ad accadere in Palestina. Niente di più sbagliato. La Fifa
ha soltanto fatto finta di intervenire, perché non poteva ignorare oltre la
questione, ma in realtà la punizione decisa è appena un buffetto: una piccola
multa economica, uno striscione e qualche generica raccomandazione, prendendo in
considerazione solo gli aspetti meno gravi dell’accusa e anzi riscrivendo in
maniera filo-israeliana il diritto internazionale.
NEL 2024 LA DENUNCIA DELLA PALESTINA
Nessuna sorpresa: sul Fatto abbiamo già raccontato il doppiopesismo di Gianni
Infantino, perché legato a doppio filo agli interessi politico-economici degli
Stati Uniti e quindi anche di Israele. Lo conferma anche quest’ultimo
provvedimento “farsa”, che nasce da una denuncia presentata dalla Palestina nel
maggio 2024. Ci sono voluti dunque quasi due anni per partorire questa sentenza
pilatesca, che dà un colpo al cerchio e due alla botte, pensando a salvare
soprattutto le apparenze. La FederCalcio palestinese aveva accusato la
corrispettiva israeliana di complicità nelle violazioni del diritto
internazionale da parte del governo, con diversi capi d’accusa, tra cui il
razzismo, le attività calcistiche organizzate illegalmente nei territori
occupati della Cisgiordania e, ovviamente, l’uccisione di centinaia di
calciatori nei bombardamenti a Gaza, che hanno avuto tra i tanti effetti
collaterali anche quello di mettere in ginocchio il movimento.
LE ACCUSE: RAZZISMO, CALCIATORI UCCISI E ATTIVITÀ ILLEGALI IN CISGIORDANIA
Nel dispositivo prodotto dal Comitato disciplinare vengono annoverati diversi
episodi in cui risultano riconosciute le responsabilità della Federazione
israeliana. Ad esempio, i ripetuti comportamenti discriminatori de “La Familia”,
tifoseria organizzata del Beitar Gerusalemme, la più “razzista” del Paese (per
sua stessa ammissione, ama definirsi così). Oppure la condotta di alcuni
tesserati, come il presidente della Lega Calcio, Nicolas Lev, che ha condiviso
sui suoi profili social un articolo a sostegno delle operazioni a Gaza, oppure
le dichiarazioni del giocatore della nazionale Shon Weissman (sempre a favore
della distruzione di Gaza), non sanzionati dalla Federazione.
Capitolo ancor più delicato quello sulla Cisgiordania, territorio con una
popolazione di 3 milioni di palestinesi e 670mila coloni israeliani, che la
Palestina considera parte dei suoi confini: l’IFA invece consente a diverse
squadre di calcio (otto per la precisione) di partecipare alle proprie leghe, in
violazione delle norme Fifa. Mentre per quanto riguarda il bilancio delle
vittime, il report di FARE (Football Against Racism in Europe), network che
collabora regolarmente con la Fifa, sulla base di dati pubblicati dalla
Federazione palestinese ma confermati anche da fonti indipendenti come
l’Associated Press, parla di oltre 382 calciatori uccisi dall’inizio del
conflitto. La FederCalcio israeliana, da par suo, ha respinto tutte le accuse al
mittente, bollandole come vaghe e prive di valore probatorio. Il procedimento
viene sostanzialmente liquidato considerando non competente la Fifa: l’IFA non
può essere considerata responsabile della condotta di uno Stato sovrano
(Israele) impegnato in un conflitto armato.
CONDANNA SEVERA SOLO A PAROLE
Le conclusioni del Comitato disciplinare della Fifa in realtà sono molto severe,
almeno a parole. La Federazione israeliana è stata ritenuta colpevole di “non
aver rispettato i propri obblighi (…) consistenti nel non aver intrapreso azioni
significative e trasparenti contro le condotte discriminatorie e nella sua
tolleranza di messaggi politicizzati e militaristici in contesti calcistici”.
“Ha omesso di promuovere i valori di pace, uguaglianza e dignità umana”. Si
parla addirittura di grave “danno reputazionale causato al calcio, sia a livello
nazionale che internazionale”.
LA PENA: UNA MULTA E UNO STRISCIONE
Questi giudizi però non si traducono in una sanzione altrettanto pesante. Non
c’è nessuna squalifica o sospensione. Israele viene condannata per gli articoli
13 (comportamenti offensivi e violazioni dei principi del fair play) e 15
(discriminazione e abusi razzisti), mentre le accuse più gravi vengono
dimenticate. Alla fine la pena consiste soltanto in una multa di 150.000 franchi
svizzeri (165mila euro). Un terzo della cifra dovrà essere investito
nell’attuazione di “un piano completo volto a garantire azioni contro la
discriminazione e a prevenire il ripetersi di episodi simili”, su cui però non
si hanno informazioni chiare. Si dice semplicemente che il piano dovrà essere
approvato dalla Fifa e dovrà concentrarsi su “riforme, protocolli, monitoraggio
e campagne educative”: formule generiche che lasciano il sospetto che non ci sia
alcuna concreta prescrizione per impedire il reiterarsi delle condotte
censurate. E poi, pur certificando l’esistenza di “un sistema strutturale di
segregazione” a danno degli atleti palestinesi, il Comitato non si è pronunciato
nel merito dell’illegalità delle attività calcistiche in Cisgiordania. Anzi, di
fatto ha fornito una interpretazione filo-israeliana, definendo “irrisolto” lo
stato giuridico della West Bank, quando invece nel diritto internazionale è
considerata un territorio palestinese occupato da Israele dal 1967 e gli
insediamenti coloniali sono stati giudicati illegali dalle Nazioni Unite e dalla
Corte Internazionale di Giustizia. La chicca finale: l’obbligo di esporre un
grande striscione con le parole “Il calcio unisce il mondo – No alla
discriminazione” nelle prossime tre partite della nazionale. Adesso sì che la
Fifa ha fatto giustizia…
X: @lVendemiale
L'articolo La Fifa sanziona Israele per finta: la ridicola multa alla
Federazione per mettere a tacere le accuse della Palestina proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Tag - Palestina
“Palestinese in vendita“. Seduto a terra. Occhi bendati. Polsi legati.
L’espressione terrorizzata. L’uomo – immortalato umiliato su un account social
appartenente a coloni israeliani – è Mohammed Rabi Said Sharab, 39 anni, con
fragilità psichiche. Era sparito il 20 agosto 2024 durante l’operazione di terra
eseguita dall’esercito israeliano a Khan Younis. A riconoscerlo dallo schermo di
uno smartphone è stata la madre, Zohar Sharab, su segnalazione di un familiare.
Da allora ha cercato di mettersi in contatto con la fonte del post e con le
autorità israeliane, senza ricevere alcuna risposta. “Era lui. Anche se era
bendato e in tenuta da prigioniero ho riconosciuto i suoi capelli e il suo naso.
Era lui”, dice Zhara che da più di un anno vive in uno stato di ansia perenne a
causa dell’assenza di informazioni su suo figlio. “Vorremmo solo sapere se è
vivo o morto. Dov’è? E in quale prigione è recluso?”, sono alcune delle domande
disperate che rivolge alle autorità di Tel Aviv (o a chiunque abbia informazioni
su di lui) mentre parla con Sahat, Al Jazeera e altre testate. “Quando siamo
rientrati da Rafah, dopo più di due mesi senza tornare a casa, ci siamo rivolti
alla Croce Rossa e a diverse organizzazioni, ma senza esito positivo. Nessuno ha
saputo fornirmi informazioni”. La preoccupazione di Zohar aumenta là dove suo
figlio è affetto da “una malattia mentale” e ha bisogno di “cure e attenzioni
specializzate”. Mohammed è uscito di casa un pomeriggio e non è più tornato.
“Abbiamo aspettato a lungo, giorno e notte, ma non è tornato – racconta la madre
– È stato cercato in ospedale, anche tra le persone uccise e ferite. Ma niente”.
Per il momento le autorità di Tel Aviv non hanno fornito alcuna prova di vita su
Mohammed né informazioni sullo status legale o l’eventuale luogo di detenzione
del 39enne. “Penso sempre a lui. Lo ricordo tutti i giorni. Sono persa, sono
completamente persa”, aggiunge la madre il cui dolore si è acuito dopo la beffa
social dei coloni. “Non posso dimenticarlo, semplicemente non posso”, osserva
mentre stringe tra le mani una fototessera di Mohammed. “Lo scorso Eid ero in
lutto, così come durante il Ramadan. Vorrei solo sapere la verità”.
Nelle prime ore alcuni conoscenti, interpellati dai familiari, assicuravano che
Mohammed fosse stato portato all’università di Al Alqsa. “È qui e non vuole
calmarsi”, avevano riferito alla madre. Dopo i primi tre giorni di attesa e
ricerche a vuoto i familiari hanno affisso alcuni cartelli con richieste di
informazione sul 39enne e il loro sforzo non viene meno. “È un uomo tranquillo e
fragile. Non ci sarebbe ragione per trattenerlo o fargli del male. Con il tempo
viene meno la speranza di rivederlo”, spiega suo fratello che non ha smesso di
cercarlo.
Mohammed è considerato un “non elencato” da parte delle autorità israeliane.
Come lui ci sono altri 5mila palestinesi in sparizione forzata, svaniti nel
nulla in punti di distribuzione, strade e ospedali della Striscia. “Le denunce
sono tutte formalizzate”, commenta l’avvocato Khaled Quzmar, che negli ultimi
anni ha seguito numerosi casi, soprattutto di bambini, denunciando “un sistema
fondato sulla disinformazione“. Il legale denuncia che “Israele sottomette le
famiglie a uno stato di incertezza permanente. E questo fa parte di una
strategia deliberata“.
Neppure l’eventuale reclusione di Mohammed offre ulteriori certezze, vista la
sistematicità delle violazioni dei diritti umani di Tel Aviv sui palestinesi.
Quasi cento di loro sono morti sotto custodia israeliana (due terzi di loro
provenivano da Gaza) dallo scorso 7 ottobre, sostiene l’Ong Israelí Physicians
for Human Rights Israel, tra le prime a denunciare il premier Benjamin Netanyahu
di perpetrare un “genocidio” nella Striscia di Gaza. A fine novembre 2025 l’ong
denunciava una “violenza istituzionalizzata” contro i prigionieri, vittime di
torture e “gravi negligenze mediche, come malnutrizione estrema o negazione
dell’attenzione vitale”.
L'articolo “Palestinese in vendita”: coloni israeliani pubblicano la foto di un
39enne con disabilità legato e bendato. La madre: “È sparito dal 2024” proviene
da Il Fatto Quotidiano.
“Alcuni dei militanti pro-Pal ritenuti responsabili degli scontri del 22
settembre 2025 alla stazione Centrale di Milano durante le manifestazioni a
sostegno del popolo palestinese e della spedizione umanitaria internazionale
della flotta ‘Global Sumud Flotillà’ avrebbero avuto ‘intento rivoltoso’
lasciandosi andare a scene di ‘vera guerriglia’ con ‘violenza e ribellione’
contro la ‘polizia’ attraverso il ‘lancio’ di ‘oggetti contundenti, sanpietrini,
segnaletica stradale’”. Sono le valutazioni della giudice per le indagini
preliminari di Milano, Giulia D’Antoni, nell’ordinanza con cui ha disposto sei
misure cautelari tra obblighi di firma e divieto di dimora per giovani
frequentatori del centro sociale Lambretta, mentre per altri otto indagati ha
fissato interrogatori preventivi.
Secondo la gip, gli scontri davanti alla stazione Centrale “non sono frutto di
un occasionale episodio scatenante la rivolta, bensì di un radicato risentimento
nutrito da parte degli esponenti dei centri sociali e dei gruppi antagonisti nei
confronti delle Forze di Polizia”, uno “sfogo di un istinto di ribellione” che
ha trasformato una manifestazione pacifista in un teatro di violenza. Gli
episodi, spiega, sono “espressione di un modo ostile di percepire le istituzioni
dello Stato e, in particolar modo, le Forze dell’Ordine”, con un atteggiamento
di sfida verso la tutela dell’ordine pubblico, vista dai manifestanti come un
“limite alla libera manifestazione del pensiero”.
Quel 22 settembre, al termine del corteo pro-Palestina che aveva raccolto circa
15.000 persone tra movimenti e collettivi studenteschi, quattro giovani erano
stati arrestati in flagranza, tra cui due minorenni e due studentesse
universitarie. Per i minori il Tribunale per i minorenni di Milano ha disposto
nove mesi di “messa alla prova”, sospendendo il processo e prevedendo lavori
socialmente utili, con possibilità di estinzione dei reati in caso di
valutazione positiva.
L’ordinanza della gip ricostruisce episodi concreti di violenza: un agente è
stato colpito “ripetutamente con la ‘punta metallica di un ombrello’ al ‘volto e
alla gola’” mentre cercava di contenere la folla, altri sono stati spinti
“all’interno della folla tumultuosa dei manifestanti” e privati “dello scudo e
dello sfollagente”. Sono stati lanciati transenne, sanpietrini, fumogeni e
torce, mentre alcuni indagati hanno commesso atti di oltraggio a pubblico
ufficiale mostrando il “dito medio” e “mimando atti sessuali” nei confronti
degli agenti, e un altro ha tentato una rapina cercando di portare via lo scudo
di protezione di un poliziotto.
“La manifestazione pacifista in favore del popolo palestinese è divenuta teatro
di scontri accesi” scrive ancora D’Antoni, aggiungendo che gli scenari
potrebbero “nuovamente riproporsi e che gli indagati possono reiterare” i reati,
anche perché sono “soliti prendere parte a manifestazioni pubbliche organizzate
riguardanti tematiche geopolitiche di interesse nazionale, oltre che quelle per
‘perorare la causa palestinese’”. L’inchiesta, coordinata dalla pm Francesca
Crupi e diretta dal Procuratore Marcello Viola, ha finora portato
all’identificazione e alla denuncia di 27 persone ritenute responsabili di gravi
reati “di piazza” in concorso: resistenza aggravata a pubblico ufficiale,
lesioni gravi o gravissime, interruzione di servizio pubblico, oltraggio e porto
abusivo di armi improprie. Le misure cautelari sono state eseguite dalla Digos.
L'articolo “Intento rivoltoso e ostile istinto di ribellione”, sei misure e 27
indagati per gli scontri alla manifestazione pro-Pal di Milano proviene da Il
Fatto Quotidiano.
“No alla guerra. Palestina libera”. Il vero anelito politico alla 98esima Notte
degli Oscar lo porta Javier Bardem. L’attore spagnolo, ormai leader mondiale pro
Pal tra i propri colleghi a tutti gli effetti, sale sul palco del Dolby Theatre
per premiare il miglior film internazionale: il Sentimental Value del regista
“nerd” (sua definizione, ndr) Joachim Trier. Tra questi non c’è solo Un semplice
incidente dell’iraniano Jafar Panahi, ma anche The Voice of Hind Rajab, il
docudrama di Kaouther Ben Hania incentrato sull’uccisione di una bimba
palestinese a Gaza da parte dell’esercito israeliano.
Bardem si presenta in scena già con un’enorme scritta rossa sul bavero della
giacca, con messaggi contro la guerra e a favore dei palestinesi. Poi, una volta
al microfono, la voce possente e perentoria invita alla pace e alla liberazione
di Gaza da Israele. Bardem è stato l’unico a portare all’attenzione della platea
e degli spettatori la tragedia del popolo palestinese. Qualche cenno alla
questione russa c’è stato durante la premiazione del documentario Mr. Nobody
Against Putin, mentre sia P.T. Anderson (vincitore con Una battaglia dopo
l’altra di sei Oscar) sia Joachim Trier, regista di Sentimental Value (miglior
film internazionale), hanno fatto un paio di dichiarazioni velatamente anti
Trump.
L'articolo “No alla guerra. Palestina libera”, l’unico vero anelito politico
degli Oscar 2026 è di Javier Bardem proviene da Il Fatto Quotidiano.
Motaz Malhees non sarà presente alla cerimonia degli Oscar, in programma il 15
marzo. L’attore – tra i protagonisti del film “La voce di Hind Rajab” (candidato
a Miglior film internazionale) di Kaouther Ben Hania – ha pubblicato un post su
Instagram in cui annuncia che non gli “è permesso entrare negli Stati Uniti
perché sono un cittadino palestinese. Fa male ma questa è la verità“, scrive
l’attore, che sottolinea: “Puoi bloccare un passaporto, ma non una voce. Sono
palestinese e resto in piedi con orgoglio e dignità. Sarò lì con lo spirito. La
nostra storia è più grande di ogni ostacolo e verrà ascoltata”.
Vincitore del Leone d’Argento all’82esima Mostra del Cinema di Venezia, “La voce
di Hind Rajab” riporta lo spettatore al 29 gennaio 2024, quando i volontari
della Mezzaluna Rossa ricevono una chiamata di emergenza. Una bambina di sei
anni è intrappolata in un’auto sotto attacco a Gaza e implora di essere salvata.
Mentre cercano di tenerla al telefono, i soccorritori fanno tutto il possibile
per farle arrivare un’ambulanza. Il suo nome era Hind Rajab. La proiezione a
Venezia è stata accolta da oltre venti minuti di applausi, con un impatto
fortissimo sulla platea anche grazie alla scelta della regista tunisina di
utilizzare la vera registrazione della telefonata.
“Ho deciso di fare l’attore dopo l’assassinio del mio amico. Non per la fama, i
riflettori o il lusso, ma per essere un messaggero che diffonde la verità sul
mio Paese e il mio popolo. Perché sembra che a nessuno importi”, aveva
dichiarato Motaz Malhees a ottobre 2025 a ilfattoquotidiano.it. “Solo negli
ultimi due anni il mondo ha iniziato a rendersi conto dell’incubo in cui
viviamo, ed è triste. È da 77 anni che i palestinesi sono colonizzati,
sottoposti a pulizia etnica, uccisi, torturati”.
L'articolo L’attore palestinese Motaz Malhees non parteciperà agli Oscar: “Non
posso entrare negli Usa” proviene da Il Fatto Quotidiano.
Il governo tedesco sta per cacciare la direttrice americana e pro Pal della
Berlinale. Non c’è pace ormai per Tricia Tuttle, la 56enne direttrice del
Festival di Berlino dal 2024. Prima la polemica sul concetto dei “film politici”
declinata dal presidente di giuria 2026 Wim Wenders e non amata da un gruppo di
registi e attori celebri che hanno accusato la Berlinale di essere,
paradossalmente, a-politica e di silenziare il genocidio palestinese affiancando
le posizioni filo-israeliane del governo tedesco. Poi, ulteriore paradosso, ecco
la Tuttle sul palco della premiazione del festival, sabato scorso, avvolta in
bandiere palestinesi e kefiah srotolate dal regista siro-palestinese Abdallah
al-Khatib.
Il regista ha vinto il premio Perspectives per il suo esordio Chronicles From
the Siege. E, come se il film non fosse abbastanza esplicito sulla sua posizione
politica rispetto all’occupazione militare israeliana di Gaza, ha dichiarato:
“La mia ultima parola al governo tedesco: siete complici del genocidio di Gaza
da parte di Israele. Credo che siate abbastanza intelligenti da riconoscere
questa verità, ma scegliete di non preoccuparvene”. E ancora: “I palestinesi
ricorderanno tutti coloro che sono stati al nostro fianco, e noi ricorderemo
tutti coloro che si sono opposti a noi, al nostro diritto di vivere con dignità,
o che hanno scelto il silenzio o hanno scelto di tacere”.
Goccia che ha fatto traboccare il vaso, tanto che l’ufficio del commissario
federale tedesco per la cultura e i media (KBB) ha affermato che giovedì 26
febbraio si sarebbe tenuta una riunione d’urgenza per discutere della “futura
direzione della Berlinale”. Diversi quotidiani tedeschi hanno così annunciato
che il posto della Tuttle era fortemente a rischio, ma il 26 è passato e la
Tuttle è ancora al suo posto. Probabile che abbia sortito il suo effetto, almeno
a livello temporaneo, la lettera aperta del team della Berlinale per esprimere
solidarietà alla propria direttrice.
“Alla luce dei dibattiti in corso e dei recenti sviluppi, noi – personale,
dipendenti a contratto e liberi professionisti della Berlinale e delle
istituzioni associate – in rappresentanza di una pluralità di prospettive,
esprimiamo con una sola voce il nostro sostegno unanime alla straordinaria
Tricia Tuttle come direttrice della Berlinale. Abbiamo lavorato a stretto
contatto con Tricia durante il suo mandato e abbiamo potuto constatare in prima
persona la chiarezza, l’integrità e la visione artistica che ha portato alla
Berlinale”, c’è scritto nella missiva firmata da oltre 500 dipendenti.
“Non esageriamo quando affermiamo, all’unanimità, che è improbabile che il
Consiglio di sorveglianza della KBB avrebbe potuto nominare un leader più
intelligente, etico e reattivo per la Berlinale, né uno più dedito ai principi
fondamentali che rendono questo festival una piattaforma vitale per il cinema in
Germania e a livello internazionale”. Insomma, Tricia non si tocca. Al suo
fianco si sono schierati anche la Deutsche Filmakademie, l’accademia
cinematografica tedesca presieduta da Vicky Krieps e Florian Gallenberger, la
European Film Academy, quattro registi ebrei (Yuval Abraham, Udi Aloni, Nadav
Lapid, Tom Shoval, Oren Moverman) e una petizione di oltre 700 firme di attrici
e attori internazionali, tra cui Tilda Swinton, Sean Baker e Todd Haynes.
“Se si convoca una riunione straordinaria per decidere il futuro della
leadership del festival, la posta in gioco è molto più alta di una singola
nomina. Ciò che è in gioco è il rapporto tra libertà artistica e indipendenza
istituzionale”, scrivono i firmatari dell’appello. La partita di una possibile
nuova nomina alla guida della Berlinale però, secondo diverse indiscrezioni
giornalistiche teutoniche, non sembra essere conclusa, ma solo rimandata di
qualche giorno, se non di qualche settimana.
All’inizio della Berlinale 2026, gli organizzatori del festival erano stati
criticati da attivisti pro Pal – tra cui molti celebri attori – per non aver
preso una posizione univoca sulla guerra a Gaza. Durante la conferenza stampa di
apertura, il presidente della giuria, Wim Wenders, aveva poi respinto l’idea che
artisti e istituzioni culturali debbano assumere attivamente posizioni
politiche, lasciando che siano i propri film a parlare, nel caso, anche di temi
più stringenti di politica internazionale e non.
Posizione difesa con grande signorilità proprio dalla Tuttle: “Gli artisti sono
liberi di esercitare il loro diritto alla libertà di parola come preferiscono.
Non ci si dovrebbe aspettare che gli artisti commentino tutti i dibattiti più
ampi sulle pratiche passate o attuali di un festival, su cui non hanno alcun
controllo. Né ci si dovrebbe aspettare che parlino di ogni questione politica
che viene loro sollevata, a meno che non lo desiderino”.
L'articolo Bandiere palestinesi e kefiah, chi è Tricia Tuttle la direttrice
della Berlinale che ora rischia il posto. L’appello degli artisti proviene da Il
Fatto Quotidiano.
È il 23 di gennaio, all’Ateneo di Bergamo ci sono gli economisti Federica Origo
e Michele Boldrin e l’europarlamentare – ex sindaco della città – Giorgio Gori
per un dibattito su giovani e lavoro. A un certo punto un gruppo di studenti
entra nella sala e srotolando uno striscione con la scritta “Fuori i sionisti
dall’Università” interrompe l’incontro e contesta Gori. L’esponente del Pd,
nelle settimane precedenti, aveva difeso il collega dem Emanuele Fiano, a cui
era stato impedito di parlare a Venezia.
Questa la storia finita sui giornali un mese fa, anche e soprattutto per una
frase pronunciata da uno degli studenti – secondo il collettivo
UnibgForPalestine, “estrapolata dal contesto” – che suonava così: “Stiamo con
chiunque spara a un sionista”. La novità, ora, è che gli studenti che hanno
partecipato all’azione sono stati convocati, attraverso una mail personale, dal
rettore Sergio Cavalieri. La ragione? L’avvio di un procedimento disciplinare.
Un ammonimento, nella migliore delle ipotesi, che può sfociare in una
sospensione o, nel caso più grave, nell’espulsione dall’ateneo.
Secondo il punto di vista dell’Università, gli studenti avrebbero violato il
Codice etico e il regolamento dell’Ateneo, avendo adottato un comportamento
contrario ai canoni di integrità e onestà ai quali uno studente deve attenersi.
Le comunicazioni elencano una serie di fatti contestati, convocano gli studenti
al Rettorato il prossimo 4 di marzo e sottolineano come ciascun studente possa
portare memorie difensive e farsi assistere da un avvocato.
“Esprimere il proprio dissenso nei confronti di chi appoggia un’ideologia
razzista e suprematista e denunciare il ruolo della nostra istituzione nel
genocidio in Palestina e nell’industria bellica è diventato un crimine” scrive
il collettivo UnibgForPalestine. “Infatti alcuni di noi hanno come unico ‘capo
d’accusa’ quello di aver fatto irruzione nell’aula e di aver interrotto un
evento a cui erano regolarmente iscritti e a cui avevano tutto il diritto di
partecipare per esprimere la propria opinione. Il dissenso non è un reato“.
Secondo gli studenti coinvolti “il nostro ateneo non è un luogo libero e
disinteressato dalle dinamiche genocidarie del sionismo, del nostro governo e di
tutti i Paesi occidentali” tanto più che “la stessa determinazione nel punirci
non è mai stata applicata nell’impegnarsi seriamente a rescindere gli accordi in
vigore con Israele e a interrompere ogni complicità con aziende belliche come
Leonardo“.
Dal rettore ora ci sarà il confronto, con l’istruttoria. Poi lo stesso rettore
proporrà al Senato accademico la natura del provvedimento disciplinare, che
andrà votato.
Mail: a.marzocchi@ilfattoquotidiano.it
Instagram
L'articolo Studenti pro-Pal contestano Giorgio Gori in Università, il rettore li
convoca: “Avviamo procedimenti disciplinari” proviene da Il Fatto Quotidiano.
Un incontro pubblico per non distogliere lo sguardo dal genocidio ancora in
corso, attraverso le voci di chi quella terra l’ha vissuta in prima persona. È
questo l’obiettivo dell’evento “PALESTINA. Il racconto della verità”, in
programma sabato 28 febbraio alle 17 nella Sala Search, in Largo Carlo Felice 2,
a Cagliari. L’iniziativa è promossa dal Movimento 5 Stelle.
In un contesto internazionale in cui – spiegano gli organizzatori – la
narrazione degli eventi spesso non rispetta i fatti reali, l’intento è quello di
dare spazio a testimonianze dirette, lontane da ricostruzioni considerate
distanti dalla realtà. Cuore dell’incontro sarà il racconto di chi era a bordo
della Global Sumud Flotilla, la spedizione salpata lo scorso 30 agosto con
l’obiettivo di tentare di rompere l’isolamento delle coste palestinesi. Durante
il pomeriggio sarà proiettato un video documentale inedito, registrato in mare
nel corso dell’esperienza, che verrà commentato dal senatore del Movimento 5
Stelle Marco Croatti, presente sulla flotta e testimone diretto degli eventi.
Insieme a lui interverranno anche Marco Loi, soccorritore professionale
imbarcato sulla spedizione, e il giornalista de Il Fatto Quotidiano Alessandro
Mantovani, che ha seguito tutta la vicenda della Flotilla a bordo della Otaria,
una delle imbarcazioni che facevano parte della Flotilla.
Ad aprire l’incontro sarà il consigliere comunale pentastellato Luciano Congiu
mentre la moderazione sarà affidata a Nicola Marini, rappresentante del gruppo
territoriale. Oltre alle testimonianze dei partecipanti alla Flotilla, sono
previsti contributi di approfondimento del dottor Fawzi Ismail, presidente
dell’Associazione Amicizia Sardegna-Palestina, e Mariella Setzu
dell’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università. Le
conclusioni e i saluti finali saranno affidati al senatore Ettore Licheri.
L'articolo A Cagliari l’incontro “Palestina. Il racconto della verità”:
testimonianze dirette dalla Flotilla. Tra gli ospiti il cronista del Fatto
Alessandro Mantovani proviene da Il Fatto Quotidiano.
Novantuno persone sono indagate a Cagliari per i blocchi durante le
manifestazioni Pro Palestina e gli incidenti in occasione della protesta contro
il corteo del Blocco studentesco dello scorso anno. La procura, al termine degli
accertamenti della Digos, ha notificato gli avvisi di conclusione indagini: in
particolare sono 72 le persone indagate per i cortei in favore della situazione
a Gaza e altri 19 per gli scontri durante la manifestazione degli studenti di
destra.
Riguardo ai cortei per la Palestina dei giorni 22 settembre, 3 ottobre e 4
ottobre quando, spiega la polizia, “alcuni gruppi hanno dato luogo a cortei non
preavvisati, blocchi stradali su arterie cittadine strategiche con conseguenti
disagi alla mobilità urbana e al regolare svolgimento dei servizi pubblici
essenziali e ad episodi di contrapposizione anche violenta con le forze
dell’ordine”. Stando all’inchiesta della Digos, insieme a tantissime persone che
manifestavano regolarmente e pacificamente, c’erano “componenti più oltranziste
ed estremiste dell’area antagonista locale, che – facendo proprio lo slogan
‘Blocchiamo tutto’ – hanno progressivamente radicalizzato le iniziative di
protesta”. Per gli indagati le accuse a vario titolo sono la violazione
dell’obbligo di preavviso della manifestazione previsto, interruzione e
turbamento del servizio di trasporto pubblico, blocco stradale e resistenza
aggravata.
La seconda attività, con 19 indagati per mancato preavviso della manifestazione
e resistenza aggravata, riguarda quanto avvenuto l’1 novembre quando era in
corso la manifestazione del Blocco Studentesco, alla quale hanno preso parte
circa 120 militanti: “Circa 250 appartenenti al Coordinamento Antifascista –
spiegano dalla polizia – si sono radunati in piazza Garibaldi per dare avvio a
una manifestazione di segno opposto, non preavvisata”. Alla testa del corteo,
secondo la Digos, c’erano persone travisate che impugnavano bastoni. Nonostante
l’ordine di sciogliere la manifestazione, il corteo ha iniziato ad avanzare
compatto verso la manifestazione di Blocco Studentesco e “a lanciare bottiglie
di vetro e altri oggetti contundenti in direzione dei reparti schierati al fine
di evitare che i due gruppi venissero a contatto”. La polizia riuscì comunque a
evitare incidenti.
L'articolo Manifestazioni Pro Palestina a Cagliari: 91 indagati per blocchi
stradali e tensioni con la polizia proviene da Il Fatto Quotidiano.
La moschea di Abu Bakr al-Siddiq, nel villaggio di Tell, è stata data alle
fiamme questa mattina presto da alcuni coloni israeliani. Il villaggio si trova
a sud di Nablus, nella Cisgiordania settentrionale. A riportarlo è stata
l’emittente televisiva israeliana Kan, che ha aggiunto che le forze militari e
di polizia si stanno recando sul luogo per indagare.
Le immagini diffuse dai media palestinesi mostrano l’ingresso della moschea
completamente carbonizzato e slogan, scritti in ebraico, recanti le parole
“vendetta” e “prezzo“. Il Times of Israel spiega che tali parole sono slogan
ricorrenti dei coloni estremisti: le parole farebbero riferimento al “prezzo da
pagare” per gli attacchi palestinesi e per lo smantellamento degli avamposti dei
coloni da parte delle forze israeliane. Secondo l’agenzia palestinese Màan,
l’incendio è stato appiccato all’ingresso dell’edificio, danneggiandone il
cancello e l’esterno prima che la gente del posto riuscisse a spegnere le
fiamme.
Il ministero per le dotazioni religiose dell’Autorità Nazionale Palestinese ha
dichiarato in una nota: “Il tentativo di incendiare la moschea mostra
chiaramente la barbarie a cui è giunta la macchina razzista israeliana
dell’incitamento”. Sempre secondo il ministero palestinese, l’anno scorso i
coloni hanno attaccato 45 moschee.
L’episodio si inserisce in un periodo di tensione: diversi coloni, in questi
giorni, stanno assaltando diverse moschee, proprio nel periodo del Ramadan,
periodo sacro per la religione islamica. Solo ieri era stato il caso della
moschea di al-Aqsa, a Gerusalemme: numerosi coloni avevano fatto irruzione nel
perimetro della moschea, iniziando a eseguire rituali talmudici e provocatori
nei cortili del luogo sacro islamico.
L'articolo Cisgiordania, coloni israeliani incendiano la moschea di Abu Bakr
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